"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

9 novembre 2017

Baghdad, la nuova legge sullo stato civile è ‘simile a quella di Daesh’


Personalità politiche e organizzazioni locali per i diritti umani criticano con forza alcuni emendamenti alla legge sullo stato civile, che rischia di sottomettere il Paese alla sharia. Si tratta degli emendamenti alla legge del 1959 approvata dopo la rivoluzione del 14 luglio 1958, all’epoca del governo di Abdel Karim Kassem e considerata all’epoca una delle leggi più all’avanguardia in materia di diritti della donna e dell’infanzia.
La bozza degli emendamenti è stata approvata “in via di principio” una settimana fa dal Parlamento iracheno, mentre l’opinione pubblica era distratta dalla crisi con il Kurdistan. Secondo alcune personalità, l’Iraq sembra essersi liberato da Daesh, ma la mentalità islamista si diffonde nella legislazione violando i diritti delle donne, dell’infanzia e dei non musulmani (cristiani e sabei in particolare).
Al momento del voto, quindici deputati contrari hanno invano abbandonato l’aula per impedire il raggiungimento del numero legale dei presenti.
La legge del 1959 ha funzionato bene o male per decenni. Nel 2003, per la prima volta, essa è stata messa in discussione dal “Consiglio di Governo” istituito dal liberatore/occupante americano col decreto n. 137 approvato il 29 dicembre 2003. Quel giorno, il Consiglio presieduto da Abdelaziz Al Hakim ha emanato il decreto 137 che nel prima comma sanciva “la necessità di applicare la sharia islamica per quanto riguarda il matrimonio, la dote, i contratti matrimoniali, le eredità, i divorzi, l’affidamento dei figli...”. Il secondo comma sanciva “l’annullamento di ogni legge contraria ai contenuti del primo comma”. Allora il decreto suscitò così tante critiche in Iraq e all’estero che alla fine Paul Bremer dovette annullarlo. Dopo 14 anni gli islamisti iracheni (sunniti e sciiti) tentano ancora di farla passarla.
A prima vista sembra un testo innocente e liberale,  ma nel primo emendamento e nell’ultimo si trovano gli stessi commi 1 e 2 del decreto del 2003. In esso si afferma: “E’ permesso ai soggetti sottoposti a questi giudizi fare richiesta al Tribunale di stato civile competente per far applicare i dettami della sharia inerente allo stato civile secondo la confessione di appartenenza” mentre l’ultimo articolo  il n. 9  (il n. 10 riguarda solo l’entrata in vigore della legge)  riporta che “ Non è applicabile alcuna altra legge in contraddizione con la presente”.
E questo, nonostante l’articolo 41 della Costituzione irachena reciti che “gli iracheni sono liberi di attenersi allo stato civile secondo le loro religioni o confessioni o credo o scelta e questo regolato con una legge”.
In pratica vi è il tentativo di far passare le questioni sullo stato civile agli Awkaf  - come era all’epoca dell’impero ottomano, rendendo i non musulmani cittadini di serie B - oppure ai tribunali religiosi in un Paese dove il secondo articolo della Costituzione predica che
 “ L’Islam è la religione ufficiale dello Stato e fondamentale fonte  di legislazione”.
 Rizan Sheikh Dler, deputata irachena e membro della commissione “Donna, famiglia e infanzia”  afferma: “Si tratta di un disastro per le donne”. E aggiunge: “Applicare questa legge ricorda i comportamenti di Daesh con le ragazze,  quando ha costretto le minorenni a sposarsi con i suoi militanti mentre si trovavano a Mosul ed in Siria”.
Il testo di legge non lo dice, ma ispirandosi alla sharia, diventa legale fissare l’età minima per il matrimonio delle ragazze a 12 anni (identico per le confessioni Jaafarista sciita e per i salafisti sunniti). Alcuni difensori della legge dicono che “i matrimoni con minori avvengono spesso nella vita quotidiana ma non vengono registrati ufficialmente che al raggiungimento dell’età legale”. Altri sottolineano che non si può “vietare il matrimonio con una minore in una società di credenti”.
Un’altra preoccupazione legata all’introduzione del diritto islamico emerge da quanto afferma la deputata Farah El Siraj di Mosul, secondo la quale con la nuova legge “si porta il Paese indietro di 100 anni”, all’epoca dell’Impero Ottomano. “La nuova legge  - dice El Siraj - obbliga la donna divorziata a mantenere la custodia del figlio maschio [solo] fino all’età di due anni” e “alle ragazze è permesso sposarsi all’età di 12 anni” . Per lei, insistere sull’applicazione di questa legge “ è contrario alla legge internazionale ed ai diritti umani... ed è fatta   per accontentare i fanatici religiosi e guadagnare i loro voti”. Per El Siraj questa legge è simile negli effetti “alla legge applicata da Daesh nelle zone recentemente liberate”.
L’attivista democratica Majida Al Jburi vede in essa non solo una violazione dei diritti delle donne e minori, ma anche e soprattutto una discriminazione nei confronti dei non musulmani uomini e donne, quali “il divieto per un non musulmano di ereditare da un musulmano; permettere ai musulmani di ereditare dai non musulmani; i figli considerati musulmani per legge, se hanno un solo genitore musulmano; il divieto ad un non musulmano di avere la custodia del figlio musulmano; il divieto alle musulmane di sposarsi con non musulmani”. Per quanto riguarda la testimonianza, “il rigetto della testimonianza dei non musulmani” e la “non validità di testimonianze fatte da non musulmani in confronto con tesimonianze fatte da un musulmano”, mentre alle donne musulmane “ è del tutto vietato testimoniare eccetto in rari casi”.
Il deputato cristiano iracheno Josef Salyoa ha chiesto al Parlamento di ascoltare la “voce del popolo della strada” e ha condannato il blitz compiuto dal Parlamento per far approvare gli emendamenti nonostante la mancanza di numero legale.
Il pensatore iracheno Abdel Khalek Hussein ritiene la nuova legge “un crimine contro i diritti dell’infanzia” e ha fatto appello a tutte le forze democratiche e laiche del Paese perché uniti firmino una petizione e facciano appello alla Corte Suprema Federale irachena per chiedere l’annullamento della nuova legge perché inconstituzionale.

8 novembre 2017

Iraq needs 'Marshall Plan', says Kirkuk archbishop


A top Catholic cleric from Iraq says his country has "lost all confidence" despite the rout of the Islamic State group, and needs an economic and cultural "Marshall Plan".
"It's much deeper than simply giving money," Yousef Thomas Mirkis told AFP after addressing a meeting of French bishops in the southwestern French pilgrimage town of Lourdes.
Mirkis, the Chaldean archbishop of the northern diocese of Kirkuk, said the US-led invasion of Iraq in 2003 had "opened a Pandora's Box, and today we see the consequences of the destabilisation of the entire region."
Iraq will long struggle with "many difficulties," said Mirkis. "We know that sectarianism has failed, American-style democracy has failed. The only thing that will succeed is a rebirth arising from the grassroots."
He said that if young people under 30, who make up some 60 percent of the population, "do not rise to the occasion, nothing can be done."
The 68-year-old cleric, who received some of his training in France, thanked the French Catholic Church for its support to hundreds of Iraqi students who fled to Kirkuk from areas that fell to IS during a sweeping 2014 offensive, especially the jihadists' Iraqi bastion Mosul.
He urged the bishops to further their support for Iraq, which has lost more than half of its Christian population in recent years. Today, they number fewer than 350,000.
"One of the world's oldest Christian communities is disappearing in Iraq before our eyes amid widespread indifference," he told them on Tuesday.
Chaldean Christians are the most numerous in Iraq. Before the fall of Saddam Hussein in 2003 they numbered more than one million, including more than 600,000 in Baghdad.

- Emigration 'not the answer' -
The prelate said IS at its peak had many people in its thrall, even if they were "not won over to the ideology".
He added: "The media talk about the defeat of Daesh (an Arabic acronym for IS)... but there is the mentality that Daesh created."
The human, socioeconomic and political situation "must be taken into consideration," he said.
"You cannot ignore the (need for) stability in a country that has lost all confidence in the future, so there's really a lot of work to do," added Mirkis, who is also archbishop of Sulaimaniyah, in Iraqi Kurdistan.
The "yes" vote in an independence referendum in September in the Kurdish region -- opposed not just by Baghdad but also Iran, Turkey and the Kurds' Western allies -- impeded the return of Christians to Mosul and nearby Qaraqosh, he said.
Mirkis said investing in students in Iraq was cheaper than providing scholarships in France, adding: "Emigration is not the answer, it's an uprooting, a loss of identity."
He added: "A Marshall Plan is much, much better than spending 2,000 euros ($2,300) to put a student through a year of university."
Mirkis said Iraqi universities "need the experience of a country like France, which also once needed to rebuild its country" -- in the aftermath of World War II.

An Iraqi Town Where Muslims, Jews and Christians Coexist, in Theory

By New York Times
Rod Nordland

AMADIYA (IRAQ) This once-pretty picture postcard town, on its own 4,000-foot high mesa nestling between a pair of much higher mountain ranges, is in a bad neighborhood when it comes to tolerance.
So the mystery of the Jewish holy figure Hazana, who is revered here by people of all the local faiths, is even more profound than it might otherwise be.
Amadiya is in the semiautonomous province of Kurdistan, which is the target of a crackdown by Baghdad after aiming to achieve independence from Iraq. This part of northern Iraq has been convulsed by violence since the advance of the Islamic State, which sent Christians fleeing, enslaved Yazidi women and killed Shiites on sight, until finally being wiped out in the area last month.
Today Amadiya's population of 9,000 is overwhelmingly Kurdish Muslim. But in the early 20th century there were said to be about two-thirds that many people, about evenly divided among Muslims, Christians and Jews -- although there were 10 mosques compared with two churches and two synagogues. Everyone was packed into a circumference of a mile and a half.
Amadiya's Jews all left after the creation of Israel in 1948. And so many Christians have left amid successive regional upheavals that the remaining 20 or 30 families can no longer sustain both churches.
All three faiths here are brought together by a longstanding reverence for Hazana, a Jewish religious figure of unknown antiquity -- variously described as a son of David, the grandson of Joseph or just a little-known prophet -- whose tomb is in Amadiya.
"All the religions are going to that grave to pray," said Muhammad Abdullah, a local teacher and amateur historian. "For all three religions, it's a sacred place. Each of them thinks he belongs to them."
Hazana's biography is so hazy that he defeats a Google search. Locals don't have much to add. He was "a really great guy, a pure person," said Bzhar Ahmad, 55, a retired government worker who had just emerged from noon prayers at the town's Amadi Grand Mosque, with a group of other Muslim worshipers nodding agreement.
None of the men found it strange that Muslims and Christians also prayed at Hazana's tomb. "The Jews were always our friends," Mr. Ahmad said. "We never thought about what we were, we were just people living together."
Directions given by locals to find Hazana's tomb varied, but all ended up in a crooked lane narrow enough that in Amadiya's heyday there were footbridges connecting roofs from one side to the other so that residents could use their rooftops to go to the mosque while avoiding the visitors in the overcrowded lanes below. Or so they say.
On the way, opposite a chicken coop with a roof festooned in flowering potted plants, Saran Sabah stood with her 18-year-old daughter, Amal. In the side alley leading to her house was a huge pile of firewood, ready for the coming winter. A Sunni Muslim, Ms. Sabah had prayed to Hazana, and it had worked, she said; there was a daughter to prove it.
The men hadn't mentioned that Hazana's popularity rested on his ability to bring fertility to supplicants, but later confirmed it. Borhan Said, a local Muslim resident and retired government worker, said people asked for other things as well. "He was a religious man who was so clear and so devout," he said.
It almost sounded as if they had met, but it turned out that Mr. Said was not even sure what epoch Hazana came from. "He was before my father's father, that's all I know," he said.
Mr. Said pointed out the nondescript red metal gate of what had been the old synagogue, unlocked and unguarded, and said visitors were welcome. Inside was a garden of fig trees and pomegranates, trumpet creepers and hibiscus, unkempt but well-watered. Purple and blue prayer cloths, used by those who came to ask Hazana's help, were hanging on some of the bushes.
Here and there were piles of rubble, old stone building blocks and sections of walls -- the remains of the synagogue itself. Cut into the earth was a stone staircase leading to an underground tomb.
On the plastered walls inside the tomb was some fairly recent graffiti in Hebrew script, the verses of a religious song, along with an emoji-like smiley face, plus a Star of David sketched over Hazana's plain rectangular sarcophagus.
Just what accounts for the town's communal tolerance, people say they're not sure, except that it has always been so. "We grew up like this," Mr. Said said. "My father always taught me to be like this and I teach my son the same."
Partly the town benefits from its remoteness; even when Kurds engaged in civil war from 1994 to 1997, fighting never arrived here, though both warring factions were present.
Some attribute it to Amadiya's history. Take the Amadi Grand Mosque, for example, the biggest and oldest of the town's 10 mosques. Speculation runs that it was originally a temple for the ancient Romans' Mithraic cult. Then, say locals, the building became a Jewish synagogue for centuries before becoming a Christian church for more centuries and finally, after the arrival of Islam 800 years ago, a mosque.
How much of that is actually true is debatable; Amadiya is such an out-of-the-way place that it seems not to have been much studied.
It would be easy to say that part of the secret of Amadiya's harmony is simply that most of the other faiths have now left town, though some Jews have visited recently to help restore Hazana's tomb and to pray there.
But locals insist that would be unfair. Nafae Paulis is the caretaker of the Chaldean church and a veteran of the Kurdish pesh merga Special Forces who is now retired after years of battling the Islamic State. He talked as if the other faiths were still around in numbers as before.
"That's the beauty of Amadiya," he said. "In this small place you can find Muslims, Jews, Christians."
Even if not actually true, it is a nice sentiment.

Francesco: non dimenticare testimonianza cristiana in contesti difficili

By Radiovaticana
Giada Aquilino

È una preghiera constate, quella di Francesco, per i martiri cristiani che - ha spiegato in diverse occasioni - oggi sono di più che “nei primi secoli”. Nei saluti all’odierna udienza generale, il pensiero del Papa è andato a domenica prossima, quando in Polonia, per iniziativa dei vescovi locali e di Aiuto alla Chiesa che Soffre, si celebra la nona 'Giornata di solidarietà con la Chiesa perseguitata', un sostegno spirituale e materiale - ha spiegato - ai fratelli e alle sorelle “del Medio Oriente”.
“Le vostre preghiere e le vostre offerte - ha detto ai fedeli polacchi - siano un aiuto concreto e un segno del legame con tutti i sofferenti del mondo nel nome di Cristo”.
Stessa sollecitudine rivolta ai pellegrini di lingua italiana.
“L’odierna memoria dei Santi Martiri, le cui reliquie sono custodite qui nella Basilica di San Pietro, accresca in voi, cari giovani, l’attenzione alla testimonianza cristiana in contesti difficili; aiuti voi, cari ammalati ad offrire le vostre sofferenze per sostenere i tanti cristiani perseguitati; incoraggi voi, cari sposi novelli, a confidare nell’aiuto di Dio e non soltanto nelle vostre capacità”.
E sono proprio i “contesti difficili” ricordati dal Pontefice a rendere quotidianamente la loro testimonianza cristiana. Come l’Iraq, la cui storia da sempre conosce la persecuzione: lo spiega padre Rebwar Audish Basa, sacerdote iracheno che recentemente, con l’impegno di Aiuto alla Chiesa che Soffre, ha dedicato un libro a padre Ragheed Ganni, ucciso da uomini armati nel 2007 a Mosul.
“Prima Al Qaeda, ultimamente l’Is, tutta la nostra storia purtroppo è così drammatica e - sottolinea padre Rebwar - questo vuol dire che ancora c’è più bisogno di testimoniare il Vangelo. Se un cristiano nasce in Iraq significa che è missionario, che - aggiunge il sacerdote - deve testimoniare il Vangelo nella sua vita quotidiana, perché anche andando in chiesa ogni domenica per la Messa vuol dire essere pronti a dare la propria vita per Cristo”.
Proprio perché ancora oggi si è perseguitati in Iraq come in altre parti del mondo - Francesco ha evocato spesso “l’ecumenismo del sangue” - c’è un maggiore “bisogno dei valori del Vangelo”, che sono pace e perdono, soprattutto in zone, conclude padre Rebwar, in cui “sono quasi assenti”.

Arcivescovo di Bassora: contro povertà e analfabetismo, una scuola cristiana aperta a tutti

By Asia News

La missione della Chiesa è “annunciare il regno di Dio” rafforzando i valori umani e la morale “attraverso l’educazione delle nuove generazioni”, in special modo “in un’area come la nostra dove vi è un’alta percentuale di povertà e analfabetismo”.
È quanto racconta ad AsiaNews mons. Alnaufali Habib Jajou, arcivescovo caldeo di Bassora, nel sud dell’Iraq, dove nei giorni scorsi il ministero dell’Istruzione ha concesso il nulla osta per la costruzione di una scuola elementare cristiana. Un evento eccezionale, visto che è il primo istituto educativo cristiano della provincia che ottiene il via libera dagli anni ’70. I lavori preparatori per il rilascio dei permessi sono durati un anno e mezzo e l’apertura è prevista per settembre del 2018. 
La scuola sorgerà nel complesso della parrocchia di Nostra Signora dell’Annunciazione, a Tuwaisah; al suo interno lavoreranno a tempo pieno sei insegnanti e adotterà i curricula previsti dal ministero irakeno dell’Istruzione. In programma anche la possibilità di apprendere una terza lingua oltre all’arabo e all’inglese, fra cui il caldeo. Come tiene a sottolineare mons. Habib, essa è stata realizzata “grazie al sostegno della Fraternità in Iraq (Parigi)”, mentre gli insegnanti “provengono da tre diversi gruppi: cristiano (di varie denominazioni), musulmani e mandei”. 
“Il nostro istituto - prosegue il prelato - sarà aperto a tutti i gruppi, anche se vi saranno in maggioranza musulmani. Crediamo nella cultura della diversità. Qui i cristiani risalgono al secondo secolo, ancor prima dei mandei, ma negli ultimi decenni hanno abbandonato in massa il sud e hanno scelto, per molti motivi, di migrare. Per questo abbiamo deciso di mettere in campo tutti gli sforzi per aiutare la comunità [cristiana locale]”. 
A causa della situazione “critica” che si è venuta a creare all’indomani dell’invasione statunitense nel 2003, una delle molte sfide sono “le violazioni alla dignità dei bambini”, racconta il vescovo. A partire dal 18mo secolo i cristiani di Bassora hanno aperto nove scuole fra elementari e medie, ma dal 1974 gli istituti sono stati nazionalizzati. “Oggi - prosegue - abbiamo deciso di aprire le porte della speranza, creare occupazione per gli adulti e migliorare i rapporti con le famiglie musulmane”. 
Alla nascitura scuola elementare si aggiungono altre sei strutture già presenti e gestite dalle suore domenicane, dalla Chiesa caldea ed evangelica: si tratta di tre asili nido e tre scuole materne. 
Un tempo i cristiani di Bassora erano una componente significativa della città, molti dei quali esponenti della classe mercantile. Tuttavia, negli ultimi anni la comunità è diminuita in modo drastico come nel resto del Paese, anche se nel sud dell’Iraq non ha subito le stesse persecuzioni vissute a Mosul, a Baghdad, Kirkuk o nella piana di Ninive. A Bassora si è però registrata la prima vittima della norma contro la vendita, l’importazione e la produzione di alcol, votata poco più di un anno fa dal Parlamento. A fine ottobre 2016 un gruppo di uomini armati ha ucciso il commerciante siro-cattolico Nazar Elias Jaji Al Kas Putrus, proprietario di un negozio di alcolici. “Dal 2003 - ricorda  il prelato - almeno 50 fedeli della nostra diocesi sono stati uccisi da estremisti islamici perché lavoravano per le Forze della coalizione (americani, britannici o altri eserciti) o perché vendevano alcol”. Mons. Habib è il solo vescovo su un territorio vastissimo, per questo “incoraggiare la mia gente ad affrontare le sfide è una delle priorità, oltre che essere una sorta di ambasciatore cristiano per i musulmani”. 
Secondo stime recenti oggi è rimasto solo poco più del 10% della popolazione originaria, poche centinaia a fronte delle 3mila famiglie cristiane un tempo presenti nella zona. Nel settembre 2015 la comunità locale ha celebrato l’inaugurazione del primo museo cristiano del sud dell’Iraq; al suo interno sono conservati oltre 200 manufatti di carattere religioso, documenti, arredi liturgici, fotografie, vestiti e mobili, alcuni dei quali risalenti al XVII secolo. “Lo abbiamo aperto - sottolinea il prelato - per proteggere e curare il patrimonio storico, usato negli ultimi tre secoli nelle chiese di Bassora”. Le nostre priorità, conclude, “sono la cura pastorale, l’educazione, il sostegno ai poveri e aiutare le nuove generazioni a trovare un impiego”.

ACS lancia raccolta fondi per ricostruire un convento distrutto da ISIS a Qaraqosh. Don Jahola: "La situazione è tranquilla. I cristiani continuano a tornare"

By Aiuto alla Chiesa che Soffre


Grazie alla generosità dei benefattori italiani, le suore domenicane di Santa Caterina da Siena potranno finalmente riavere il loro convento a Qaraqosh, in Iraq. Aiuto alla Chiesa che Soffre promuove in questi giorni una specifica raccolta fondi a sostegno della ricostruzione del convento, distrutto dall’ISIS durante l’occupazione della Piana di Ninive. La struttura esisteva dal 1974 e una volta riedificata potrà ospitare circa 20 suore.
Nella notte tra il 6 e il 7 agosto 2014, anche le religiose sono state costrette ad abbandonare Qaraqosh, dove il loro ordine era presente fin dal 1893, per cercare rifugio dalla violenza dei jihadisti ad Erbil. «Abbiamo camminato per ore al buio, circondate dalla rabbia, dal dolore, dal pianto dei bambini e con la paura di essere rapite, violentate e vendute come era già successo a migliaia di donne yazide», ha raccontato ad ACS suor Silvia Batras.
In questi anni, sfollate tra gli sfollati, le suore sono rimaste accanto alla popolazione, sostenendo i cristiani e pensando soprattutto ai bambini. Le religiose hanno infatti organizzato due scuole, una ad Ankawa e una a Duhok. Nella prima, realizzata grazie alla generosità dei benefattori di ACS, hanno studiato, ogni anno, oltre 500 ragazzi cristiani dai 6 ai 13 anni.
«La presenza delle Suore di Santa Caterina da Siena a Qaraqosh è molto importante per la ripresa della comunità cristiana nella Piana di Ninive – spiega il direttore di ACS-Italia, Alessandro Monteduro – Le ho incontrate più volte ad Erbil e ho avuto modo di vedere lo splendido lavoro che fanno, soprattutto nella gestione delle scuole per i bambini cristiani».
Un invito a sostenere il progetto giunge anche da padre Georges Jahola, responsabile per Qaraqosh del Comitato per la Ricostruzione di Ninive. Il sacerdote siro-cattolico rassicura sull’attuale stato dell’area, in seguito alla recenti tensioni tra i governi curdo e iracheno. «Le famiglie sono motivate a restare e a ricostruire. Nella maggior parte della Piana di Ninive, la situazione è rimasta tranquilla. Soltanto a Telskuf e Batnaya c’è stata preoccupazione nei giorni scorsi, dopo l’arrivo dell’esercito iracheno. Ma il quadro non è assolutamente drammatico e i cristiani non stanno affatto abbandonando l’area».
Il flusso delle famiglie che rientrano a Qaraqosh non si è dunque arrestato e in tanti attendono con ansia che la loro casa sia riparata. Così don Jahola si rivolge ai benefattori italiani: «Abbiamo bisogno del vostro aiuto che ci dà il coraggio di continuare a ricostruire e di riprendere la nostra vita nella Piana di Ninive».

6 novembre 2017

Please Keep us Away from Conflicts


Iraqis have been frustrated for decades, dreaming to have a secured and stable homeland; where justice and equality rules; away from threat, fear, violence and war. Obviously, Iraqi officials have not learned the lesson from the previous devastating war and terrorism that destroyed infrastructure and society, leaving behind significant moral and psychological wounds.
Currently, the escalating tension between the Iraqi Central Government (ICG) and the Kurdistan Regional Government (KRG) due to referendum created worries, uncertainties as well as horror among people. As a result, people start leaving their homes again to survive with their family members. Moreover, this conflict is halting the restoring process started by the Church upon the release of Nineveh Plain from ISIS, encouraging displaced (IDPs) to return, as was the case with Baqoufa and Telleskef, for example.
It is painful to see our people in such terrible conditions, especially that the winter is around the corner. Therefore, we sincerely “URGE” Iraqi leaders to have a dialogue and reach a mutual agreement that declares establishing a better future of peace and stability, since dialogue is a level of faith that requires courage and helps to cleanse minds and hearts and leads ultimately to respect people's lives, rights and dignity.
In closing, we implore you all to keep us away from fighting. Enough is enough; we are tired of wars and losing more than we have lost already. Please put an end to this conflict and, forever! Let Iraqis return to their homes to live tolerance and respect as brothers and sisters on this blessed land of Abraham.

 
Louis Raphael Sako
Patriarch of the Chaldeans

Crisi Iraq-Kurdistan. I cristiani divisi tra la voglia di tornare nella Piana di Ninive e di partire per sempre

Daniele Rocchi

Situazione di stallo in Kurdistan dove il passaggio di consegne tra le truppe Peshmerga e l’esercito iracheno per il controllo della Piana di Ninive non sembra ancora essere avvenuto. L’accordo sul ritiro delle milizie curde era stato siglato lo scorso 29 ottobre tra il Governo centrale di Baghdad e quello della regione autonoma del Kurdistan con capitale Erbil. È passato oltre un mese dal referendum, le recentissime dimissioni del presidente curdo Masoud Barzani, l’opposizione di Baghdad, insieme a quella di potenze regionali come Iran e Turchia, e internazionali come Usa e Ue, hanno stoppato i sogni indipendentisti curdi.
Un impasse che rischia di trasformare la Piana, e i suoi villaggi tradizionalmente abitati dai cristiani, in un campo di battaglia tra i curdi indipendentisti e l’esercito regolare iracheno. 
A farne le spese ancora una volta potrebbero essere decine di migliaia di famiglie cristiane, già costrette alla fuga nell’estate del 2014 dai loro villaggi di Batnaya, Baqofa, Qaraqosh, Karamles, Talkief, Bartalla, Bahzani, e da altri centri vicini, dopo l’avanzata dei jihadisti dello Stato Islamico (Isis). Nemmeno il tempo di ricostruire o riparare alcune case, come a Karamles e Tellusqof, che a causa di scontri a fuoco tra i due eserciti, hanno dovuto abbandonare i loro villaggi dove avevano fatto da poco ritorno.
Tra due fuochi. Vivere sulla possibile linea di fronte, in una Piana di Ninive divisa tra curdi e iracheni, per i cristiani rappresenta l’ennesima sfida da affrontare, come racconta il sacerdote caldeo di Mosul, padre Paolo Mekko: “Oggi la preoccupazione più grande è quella di un conflitto tra i due eserciti. Non sappiamo quando potrà accadere. Non sappiamo nemmeno cosa si stia facendo a livello politico per evitarlo” aggiunge riferendosi allo stallo politico. “In questa situazione appare davvero difficile prevedere il rientro dei cristiani nei villaggi. Tutto procede a rilento: a Karamles stiamo ristrutturando le case, anche quelle bruciate. Ma è difficile fare arrivare i materiali necessari a causa di questa tensione.
Nonostante tutto il morale dei  fedeli è buono come testimoniano le tante richieste che ci arrivano da parte di famiglie che vogliono ricostruire la loro abitazione per potervi fare rientro. C’è bisogno di aiuto economico per dotare le case del necessario per viverci ma anche di sostegno morale”.
Gli appelli all’unità del Paese e alla riconciliazione del patriarca caldeo, Louis Raphael Sako, sono rimasti inascoltati. A far sperare non sono tanto i numeri dei cristiani rientrati, circa 5 mila famiglie, quanto la voglia di tornare: “a Qaraqosh sono rientrati 4mila nuclei familiari, 230 a Karamles, a Bartella oltre 200, Telluskof circa 900, a Batnaya, interamente distrutta, solo poche famiglie. Perché tutti i cristiani tornino serve sicurezza.
Il rischio che riprenda l’esodo verso l’estero è reale e questa volta sarebbe letale per la sopravvivenza del Cristianesimo in Iraq”.
Ma c’è anche chi guarda più avanti: “a Mosul – rivela padre Mekko – insieme ad alcuni studenti universitari cristiani stiamo pensando di riaprire una chiesa. Vedremo come fare”.
“Le tende cucite addosso”. “Siamo rifugiati nella nostra stessa terra”, è la sintesi del momento fatta da padre Benham Benoka, sacerdote siro-cattolico, molto attivo tra le famiglie cristiane di Mosul e della Piana di Ninive sfollate ad Erbil. “I nostri cristiani sono stanchi – dice – era da poco cominciato il rientro nei villaggi e ora
ci ritroviamo di nuovo in cammino con le valigie in mano, in mezzo a due fuochi, quello curdo e del Governo centrale.
Siamo come beduini abbiamo le nostre tende cucite addosso e dobbiamo essere pronti a traslocare in ogni momento. Il desiderio di tornare a stare stabilmente nella propria casa, nel proprio villaggio contrasta con la mancanza di sicurezza e il senso di precarietà che ci accompagna”. Il sacerdote, con i suoi parrocchiani, ha fondato l’“Humanitarian Ninive Relief organisation”, con cui cerca di sostenere i più bisognosi di aiuto. “Chi ha potuto è andato via. Tante famiglie prima dell’Isis erano composte da sei o sette persone, oggi parliamo di madre, padre e un figlio”. Padre Mekko e padre Benoka sono concordi:
“la priorità è la sicurezza. L’insicurezza alimenta il senso di abbandono.
I cristiani devono sentirsi al sicuro e in pace. Il problema non è solo Isis ma l’Islam politico che, anche nelle istituzioni irachene, sta facendo capolino. E questi sono i risultati”.
In attesa che “qualcosa accada” resta una speranza, che è quella di tutti i cristiani iracheni: la visita del Papa in Iraq. Padre Benoka:
“Papa Francesco venga tra di noi, anche solo per un’ora.
La sua presenza potrebbe cambiare la politica di qui. Glielo chiediamo dal profondo del nostro cuore”.

La storia dei cristiani in Siria e Iraq appare alla vigilia della fine

By Corriere della Sera
4 novembre 2017
Andrea Riccardi

Raqqa e Mosul, occupate da Daesh nel 2014, sono state liberate. Le distruzioni sono immani. A Mosul, è stata atterrata la storica tomba di Giona, venerata da musulmani, ebrei e cristiani. Queste sono terre di convivenza tra religioni. Le tante vicende dolorose non hanno finora cancellato il carattere misto della regione (divisa cent’anni fa tra Siria e Iraq l’accordo Sykes-Picot). Talvolta le minoranze si sono rifugiate sulle montagne, come i cristiani assiri, resto dell’antica Chiesa d’Oriente giunta fino alla Cina nel primo millennio. Gli yazidi vivevano sulla montagna del Sinjar, dove li ha colti la brutale offensiva islamista: stragi, conversioni forzate all’islam, donne vendute al mercato. Nel 1915, durante i massacri degli armeni, gli yazidi del Sinjar li accolsero sulla montagna, difendendoli dai turchi. I primi ad andarsene dalla regione furono gli ebrei (120.000 in Iraq), ma ovunque radicati da ben più di due millenni. Fatti segno di attacchi antisemiti dagli anni Quaranta, hanno lasciato in massa queste terre con la nascita dello Stato d’Israele. Ora comincerà la ricostruzione in Siria e in Iraq. Non c’è solo la questione curda. Un mondo di convivenza è stato distrutto. I traumi pesano. 
I cristiani della piana di Ninive, regione irachena dov’erano tanti, lasciarono in 120.000 le case nella notte tra il 6 e il 7 agosto 2014. I pochi rimasti videro le loro case segnate dalle milizie islamiste con la «N» in arabo, per indicare «nazareni», i cristiani. Manca la fiducia dei cristiani verso i musulmani, vicini con cui vivevano in un clima di tolleranza. Si ripropone la questione di un secolo fa: ci si può fidare dei musulmani? Non hanno alcuni di loro approfittato dei beni cristiani mentre altri hanno scelto l’islamismo?
Nel 1918, dopo le stragi degli armeni, i cristiani proposero alla conferenza di Versailles uno Stato cristiano in Mesopotamia. Nessuno la sostenne. Passò invece l’idea di un Libano a leggera prevalenza cristiana. Il Novecento ha visto assiri, caldei (assiri cattolici), siriaci ortodossi e cattolici, greco-ortodossi e greco-cattolici, protestanti vivere abbastanza bene con i musulmani: dai mandati europei ai regimi laici del Baath. Oggi invece i cristiani, se possono, emigrano. Aleppo, in Siria, ha perso più di tre quarti della vasta comunità cristiana durante la guerra. In Kurdistan ci sono 150.000 rifugiati cristiani che esitano a tornare a Mosul e nella piana di Ninive, dopo la fine di Daesh. I curdi, che hanno chiesto perdono per le stragi del 1915, tengono a una presenza cristiana e hanno offerto una residenza al patriarca assiro. Gli assiri sono gli unici cristiani a combattere a fianco dei pesmergha curdi.
Diverse sono state le strategie di sopravvivenza dei cristiani nella storia: mai hanno fatto un fronte unico, fatto positivo per il potere musulmano. Oggi è ancora così. I siriaci, cattolici e ortodossi, pensano più alla concentrazione dei cristiani nella piana di Ninive sotto protezione internazionale. Fu un’idea avanzata dagli americani, ma rifiutata dai caldei. Il loro patriarca, Sako, la considera una ghettizzazione. Tuttavia vivere a Bagdad è molto rischioso. I cristiani in Iraq sono calati da 1.300.000 prima dell’intervento Usa a 300.000, concentrati nel Nord. In Siria erano due milioni e si sono dimezzati. Di fronte alla crisi i leader cristiani hanno lanciato molti appelli. Il Vaticano ha assistito i cristiani, ma non c’è stata una visione e forse non era possibile.
Recentemente, il premier Orbán ha ricevuto i patriarchi siriaci (cattolico e ortodosso), ha versato loro due milioni di dollari, identificando gli ungheresi con la sorte dei cristiani colpiti dai musulmani (a Budapest c’è un vicesegretario di Stato per la protezione dei cristiani perseguitati). Questi diventano un elemento nella legittimazione della politica nell’Est europeo. Il problema è che le terre sconvolte dal «califfato» non torneranno a essere il mosaico di cristiani, yazidi, mandei e antiche minoranze. Era un resto della storia, ma anche una realtà che spingeva l’islam a riconoscere l’altro e a praticare la tolleranza. La storia dei cristiani d’Oriente, durata due millenni (quasi uno e mezzo con l’islam) sembra alla vigilia della fine. Un cambio decisivo nell’ecologia umana del Medio Oriente. Ma anche una svolta nel cristianesimo, da sempre radicato nella terra delle sue origini. Il segretario di Stato vaticano, Parolin, ha chiesto un «piano Marshall» per ristabilire i cristiani nella regione. Questa crisi impone una maggiore connessione ecumenica e un urgente riunione dei primati cristiani per cercare soluzioni adeguate.

3 novembre 2017

Christianity can survive in Iraq but not without your help


“Iraq needs aid now, or it will be without Christians,” said Fr. Luis Montes, a missionary priest has been serving in the Middle East and the Holy Land for more than 20 years. His current mission is a refugee camp in Erbil, Iraqi Kurdistan, that houses 120,000 people.
Fr. Montes has also visited Christians who have decided to return to their cities liberated from ISIS, where only the foundations of their houses are left standing, marked with the Arabic letter “nun,” which stands for  “Nazarene,” or Christian.
A native of Argentina and member of the  Institute of the Incarnate Word religious order, Fr. Montes was invited by Aid to the Church in Need (ACN) in Chile to raise awareness about the current situation of Christians in formerly-ISIS occupied areas of Iraq.
In an interview with ACI Prensa, Fr. Montes explained that Christians displaced by the war are returning to their destroyed hometowns because they have “the grace of God that allows them to endure martyrdom.”
“God gives courage to those who are the weakest. This is something purely from God, not from themselves. In face of persecution, God gives them grace. He never gives us a mission he doesn't give us the strength for. God gives them the grace to endure the worst pain and torture and to be able to follow him,” he said.
“There are things that help them, for example, their very beautiful devotion to the Blessed Virgin Mary. She is the queen of martyrs, she teaches them to be martyrs.”
“Everything was taken away from the refugees,” so lacking material goods, they just “simplify their lives,” the missionary priest explained.
“Life is simple. They love God because he is the giver of their material needs. They love the Blessed Virgin because she is the Mother that God has given us.”
“That is the wisdom that comes from the Cross. They know their crosses and whoever joins himself to the Cross has that wisdom and draws on it and God grants him peace, which is the closest thing to happiness here on earth,” he added.
“When you visit them” the priest continued, “you see suffering people but they have an inner peace. Despite everything they have suffered, they never deny their God. The people thank God every day. They tell him about their hardships, they weep and then they finish saying, 'Allah karim' which means 'God is generous,'” he said.
“This people has suffered so much but, they are people tested by suffering. They hold fast to their  faith because their situation is simpler than what you can see from the outside. They are well formed in their faith, so for them, reconstructing their lives is the easier thing to do.”
“Starting their lives over brings them a great deal of joy and consolation, knowing that they can go back to their cities, to their former lives. They have been living as refugees. Compared to that, this is now a paradise!” Fr. Montes emphasized.
While basic services are slowly returning to the cities destroyed by ISIS, the families that come camp over the foundations of the homes that were burned or destroyed by the Islamic extremists. Fr. Montes said that help coming to the refugees from Christians, through organizations like Aid to the Church in Need, is essential to their repatriation.
Since 2014, ACN has been providing food and housing for displaced Christian families.
“With outside aid coming in, Christians have the courage to begin again and return to their lives. But the aid has to come now or Iraq will be without Christians, ” he stressed
“The Church in Iraq is going through a crucial moment and helping them is everyone's duty. Imagine how shameful it would be for future generations if it were to be said that Christians had to abandon the Middle East because no one came to their aid,” Fr. Montes concluded.

This article was originally published by our sister agency, ACI Prensa. It has been translated and adapted by CNA.

Sacerdote irakeno: la ‘sconfitta militare’ dell’Isis non cancella la minaccia jihadista

By Asia News

Dal punto di vista “militare” lo Stato islamico (SI, ex Isis) in Iraq “è stato sconfitto” e non ha più un territorio “sotto il suo diretto controllo”; tuttavia, “resta attuale” la “minaccia” rappresentata dal gruppo jihadista, perché “se non vi sarà una lotta culturale, politica ed economica unitaria” esso ritornerà in futuro “con un volto nuovo”. È quanto afferma ad AsiaNews p. Samir Youssef, parroco della diocesi di Amadiya (Kurdistan), che cura 3500 famiglie di profughi cristiani, musulmani, yazidi che hanno lasciato le loro case nel 2014 per sfuggire ai miliziani del “Califfato”. “Certo, lo Stato islamico ha subito una sconfitta durissima - aggiunge il sacerdote - perché il cuore del movimento era l’Iraq, non la Siria, e da qui provenivano le ricchezze, le fonti economiche e la base strategica dei vertici e delle loro famiglie”.
Questa mattina l’esercito irakeno è penetrato ad Al-Qaim, nel governatorato di Anbar, in un’area desertica non lontano dal confine siriano, ultima roccaforte dei jihadisti in Iraq. Con il sostegno dei raid aerei della coalizione a guida statunitense, le truppe hanno assunto il controllo della città. I miliziani avrebbero incendiato numerose abitazioni di civili, nel tentativo di coprire la fuga. Nell’area vivevano circa 150mila persone, la maggior parte delle quali tribali sunnite ed era l’ultimo grande centro ancora sotto il controllo dell’Isis. 
Intanto da Mosul, liberata nei mesi scorsi al termine di una imponente offensiva congiunta arabo-curda, filtrano nuove testimonianze dei massacri compiuti dalle milizie del “Califfato” prima di cedere il controllo della zona. Fonti Onu riferiscono che i jihadisti avrebbero ucciso “con modalità da esecuzione” circa 741 civili nelle fasi finali della battaglia. A questo si aggiungono sequestri di massa, persone usate come scudi umani, case colpite e distrutte di proposito, civili presi di mira mentre tentavano una fuga disperata verso la salvezza. Fra novembre 2016 e luglio 2017, nel contesto delle operazioni militari sono morte 2.521 persone - di queste 461 sotto le bombe della coalizione a guida statunitense - e altre 1673 sono rimaste ferite. 
P. Samir, fra i principali sostenitori della campagna di AsiaNews "Adotta un cristiano di Mosul", sottolinea che “a livello territoriale l’Isis è finito”, ma restano “piccoli gruppi, nascosti nel deserto fra Siria e Iraq, o cellule slegate fra loro nelle città”. A questo si aggiunge il problema “gravissimo” delle migliaia di bambini “indottrinati” per aver vissuto in tutti questi anni sotto il giogo jihadista. “Hanno subito il lavaggio del cervello - aggiunge - e perfino dal linguaggio che utilizzano ci si rende conto di quanto l’ambiente vissuto li abbia permeati nel profondo. Fra questi vi sono anche yazidi che parlano arabo, usando gesti e vocaboli caratteristici del movimento estremista”. 
Il sacerdote ricorda come sui principali siti della propaganda di Daesh [acronimo arabo per lo SI] si afferma che “a fronte di una sconfitta territoriale, la guerra santa [il jihad] prosegue senza interruzioni”. Ecco perché, prosegue, sarà necessario “stabilizzare le città e i territori, ricostruire un tessuto sociale ed economico, perseguire l’unità della nazione pur senza annullare le differenti anime che la compongono”. In caso contrario “lo Stato islamico tornerà con un’altra faccia, come è avvenuto in passato dopo la sconfitta di al Qaeda: corruzione politica, guerre fra sunniti e sciiti, divisioni fra Baghdad ed Erbil con il rischio di un nuovo conflitto, influenza di nazioni straniere sono terreno fertile per la nascita di un nuovo gruppo combattente” più radicale e pericoloso. 
La conquista di Mosul, conclude p. Samir, ha rappresentato un momento “di grande gioia per tutta la popolazione, compresi i cristiani. Tuttavia, le nuove tensioni che hanno seguito il referendum curdo per l’indipendenza hanno fatto svanire ben presto questa gioia. La speranza è che i leader politici trovino un accordo che dia garanzia di pace”.

2 novembre 2017

Chiesa caldea. Nuovo vescovo dell'Eparchia del Canada: Mons. Bawai Soro

By Sala Stampa della Santa Sede
31 ottobre 2017


Il Santo Padre Francesco ha nominato Vescovo Eparchiale di Mar Addai di Toronto dei Caldei (Canada) S.E. Mons. Bawai Soro, trasferendolo dalla sede titolare di Foraziana.
 S.E. Mons. Bawai Soro è nato il 3 marzo 1954 a Kirkuk in Iraq ed è stato battezzato (col nome di Ashur Soro) nella Chiesa Assira dell’Oriente. Nel 1973 la sua famiglia ha lasciato l’Iraq e, dopo qualche anno passato in Libano, si è trasferita nel 1976 negli Stati Uniti d’America. È stato ordinato sacerdote il 21 febbraio 1982 a Chicago (USA) e nominato Parroco della Saint Mary’s Parish a Toronto (Canada).
Eletto Vescovo della nuova eparchia assira di Western United States con sede a San José (California, USA), il 21 ottobre 1984 ha ricevuto a Chicago la consacrazione episcopale (col nome di Bawai Soro). Dal 1995-1999 è stato Vescovo di Seattle, per tornare nel 1999 alla sede di San José. Il Presule è stato uno dei promotori più convinti del dialogo tra la Chiesa Assira e la Chiesa Cattolica.
Ha studiato alla Catholic University of America (Washington), ottenendo il Master in teologia nel 1992, e alla Pontificia Università San Tommaso d’Aquino a Roma, dove ha conseguito nel 2002 il dottorato in sacra teologia.
 Nel giugno 2013 il Sinodo dei Vescovi Caldei ha accolto il Presule come membro di esso e l’11 gennaio 2014, il Santo Padre Francesco gli ha assegnato la sede titolare Vescovile di Foraziana. Ha servito da Protosincello l’Eparchia di Saint Peter Apostle of San Diego dei Caldei (USA) fino alla nomina dell’attuale Vescovo S.E. Mons. Shaleta, il 1° agosto 2017.

Annunciato il ritiro delle milizie curde Peshmerga dai villaggi cristiani della Piana di Ninive

By Fides
31 ottobre 2017

Le milizie curde Peshmerga si apprestano a ritirarsi dalle aree della Piana di Ninive ancora rimaste sotto il loro controllo, in base a un accordo che nelle prossime ore vedrà posizionarsi, nelle stesse aree, le truppe dell'esercito iracheno. La notizia, rilanciata da diverse fonti politiche irachene e curde, sembra cancellare i timori di vedere i villaggi cristiani della Piana di Ninive trasformarsi in terreno di scontro militare tra l'Iraq e la leadership curda indipendentista della Regione autonoma del Kurdistan iracheno, che ancora insegue il suo progetto di secessione del Kurdistan iracheno da Baghdad, sulla base dei risultati plebiscitari del referendum pro-indipendenza promosso lo scorso 25 settembre.
L'accordo sul ritiro delle milizie Peshmerga e il dispiegamento dell'esercito iracheno nella Piana di Ninive - comprese le aree intorno ai centri abitati di Telkaif e Qaraqosh – fa parte dell'intesa complessiva raggiunta domenica 29 ottobre dai rappresentanti militari e politici di Baghdad nell'incontro avuto proprio nella Piana di Ninive con capi militari Peshmerga e rappresentanti politici della Regione autonoma del Kurdistan iracheno. Tale accordo prevede anche il dispiegamento di forze dell'esercito iracheno del valico di frontiera di Habur, al confine con la Turchia, nodo strategico anche per controllare l'esportazione del petrolio prodotto nell'area di Kirkuk.
L'annunciato, indolore, passaggio di consegne tra le truppe Peshmerga e l'esercito iracheno sembra scongiurare per il momento il rischio di un conflitto su larga scala tra Baghdad e l'attuale leadership della Regine autonoma del Kurdistan iracheno. Nei giorni scorsi sia il Patriarcato caldeo che il Patriarcato siro ortodosso avevano espresso all'unisono la propria preoccupazione per i recenti avvenimenti registrati nella Piana di Ninive, l'area di tradizionale radicamento delle comunità cristiane divenuta oggetto di contese territoriali e anche di confronto militare tra il governo centrale di Baghdad e la regione autonoma del Kurdistan iracheno. In un documento diffuso proprio domenica 29 ottobre per delineare la propria “visione” sul futuro delle città cristiane della Piana di Ninive, il Patriarcato caldeo aveva ricordato che “la giurisdizione sulla pianura di Ninive, unificata, stabile e protetta fino al 2003, viene oggi contesa tra il governo iracheno e le forze curde, e che dopo il referendum per l'indipendenza della Regione autonoma del Kurdistan iracheno, proprio in quella zona si sono registrati scontri militari che hanno contrapposto l'esercito iracheno e i gruppi di mobilitazione militare popolare (Al-Hashd) ai Peshmerga. Nelle cittadine di Telkaif e Baqofa, da poco liberate dal dominio jihadista, e dove molte famiglie cristiane erano appena tornate dopo anni di allontanamento forzato, “sono stati feriti bambini innocenti, e le case delle famiglie cristiane sono state utilizzate come postazioni di difesa. Di conseguenza – si legge nel documento del Patriarcato caldeo, pervenuto all'Agenzia Fides - molti residenti di queste città sono fuggiti di nuovo, creando un nuovo stato di ansia e di paura”.

Patriarca caldeo: cristiani in fuga dal conflitto fra curdi e irakeni, timori di un nuovo esodo

By Asia News
30 ottobre 2017
Louis Raphael I Sako*

Il referendum per l’indipendenza del Kurdistan irakeno ha innescato una nuova ondata di violenze che investono le “cittadine cristiane della piana di Ninive”. Il risultato è che “molti abitanti” sono “fuggiti”, creando una “rinnovata atmosfera di ansia e paura”, che finirà per “dare luogo a nuove divisioni e impedirà la ricostruzione e il ritorno delle persone nelle loro case”.È quanto sottolinea il primate caldeo mar Louis Raphael Sako, in un appello pubblicato sul sito del patriarcato e inviato ad AsiaNews. Nella lettera il leader della Chiesa irakena non nasconde il pericolo che quest’ulteriore conflitto, in una terra già segnata da sofferenze, possa dare “luogo a ulteriori migrazioni all’estero” dei cristiani. 
In una situazione di crescente tensione, il 71enne leader curdo Massoud Barzani ha annunciato al Parlamento le dimissioni dalla carica di presidente del Kurdistan, a pochi giorni dalla scadenza del mandato, prevista per il Primo novembre. Egli non intende ricandidarsi alla leadership della regione e lancia un durissimo atto di accusa agli Stati Uniti e a una parte della componente curda. A Washington, egli rimprovera di aver già scordato il sostegno fondamentale dei Peshmerga nella lotta contro lo Stato islamico a Mosul e in altre zone dell’Iraq. 
Egli è il principale promotore e artefice del referendum pro indipendenza, in risposta al quale le truppe regolari irakene hanno lanciato una offensiva nei territori - fra cui Kirkuk - da tempo controllati dai curdi. In un intervento rilanciato dalla tv curda, egli ha affermato di voler continuare a “essere un Peshmerga nelle fila del popolo curdo, che difenderà sempre le vittorie ottenute dai curdi”. Barzani ha inoltre accusato il governo di Baghdad di aver violato la tregua e la Costituzione occupando Kirkuk con la forza. E non ha risparmiato attacchi - pur senza riferimenti espliciti - ai rivali dell’Upk (Unione Patriottica del Kurdistan) per il “tradimento” che ha portato alla perdita di Kirkuk (e dei suoi pozzi petroliferi, risorsa essenziale per le casse di Erbil). 
In un quadro di tensione e violenze, la Chiesa irakena ha voluto intervenire di nuovo invitando le parti al dialogo “analizzando la situazione e cercando di risolvere tutti i problemi in sospeso con un rinnovato spirito di coraggio e piena responsabilità, guardando al bene del Paese”. Ecco, di seguito, la lettera-appello del Patriarca caldeo inviata ad AsiaNews.
I cristiani non sono una componente esterna all’Iraq, ma sono di fatto una popolazione indigena del Paese. La loro storia, la loro identità e le loro radici, affondano nel tempo andando indietro di migliaia di anni. Oggi, nonostante il loro declino nei numeri a causa delle violenze etniche e religiose, le minacce, i sequestri, le uccisioni, gli espropri dei terreni e i bombardamenti delle loro chiese, in particolare da parte dello Stato islamico (Si, ex Isis) a Mosul e nella piana di Ninive, essi cercano di preservare il loro futuro con dignità e piena uguaglianza con i loro concittadini irakeni. 
È ovvio che i cristiani sfollati della piana di Ninive, che stanno cercando di ritornare nelle loro cittadine di origine, si trovano oggi a vivere una situazione di difficoltà. 
Sette mesi fa, Mosul e la piana di Ninive sono state liberate dalla morsa dello Stato islamico, l’Isis. Tuttavia, ancora oggi alcune cittadine cristiane sono ancora svuotate dei loro abitanti originari a causa dei gravissimi danni inflitti alle case e alle infrastrutture presenti. Questo è dovuto in massima parte alla incapacità del governo centrale di ricostruirle per la mancanza di fondi e perché non ha voluto dare al ritorno dei cristiani la stessa importanza garantita ad altre situazioni prioritarie. Ad oggi, quanti sono rientrati nelle loro case e dove sono state riparate case e infrastrutture, tutto questo è avvenuto grazie agli sforzi messi in campo dalla Chiesa, pur a fronte di risorse modeste. 
L’altro problema riguarda la giurisdizione della piana di Ninive, che è stata unita, stabile e sicura fino al 2003; oggi, invece, si trova al centro di una disputa fra il governo irakeno e le forze curde. 
Da quando si è tenuto il referendum per l’indipendenza del Kurdistan irakeno, nel settembre scorso, in cui è emersa con chiarezza la voglia di secessione, si sono susseguiti numerosi scontri sul piano militare fra l’esercito irakeno e le milizie di mobilitazione popolare (Al-Hashd) da un lato, e i Peshmerga curdi dall’altro.
Questi scontri si sono succeduti ai confini delle cittadine cristiane di Ninive, e più di recente a Baqofa e Teleskof. In questi ultimi episodi sono rimasti feriti bambini innocenti, e le case delle famiglie cristiane sono state usate come posizioni di difesa. Il risultato è che molti abitanti di queste cittadine sono fuggiti ancora, creando una rinnovata atmosfera di ansia e paura di un conflitto fra Baghdad ed Erbil, che finirà per dare luogo a nuove divisioni e impedirà la ricostruzione e il ritorno delle persone nelle loro case. Tutto questo darà luogo a ulteriori migrazioni all’estero. 
Al fine di preservare la diversità culturale e demografica dell’Iraq, che ha contribuito a livello storico al rinascimento e alla vitalità del Paese, lanciamo un appello al popolo irakeno, perché capisca quanto sia importante la presenza cristiana in Iraq, la loro protezione, invece che spingerli a emigrare. Questa sarebbe una perdita gravissima a livello qualitativo per tutti, in Iraq. 
Per raggiungere questi obiettivi di sicurezza e stabilità, chiediamo di: 
1. Rimuovere la piana di Ninive dal teatro di battaglia, affinché resti unita come è avvenuto fino al 2003; il governo centrale deve riprendere il controllo della maggior parte delle sue cittadine, di modo che gli abitanti possano ricostruire le loto vite insieme ai loro vicini, senza ulteriori scontri. 
2. Integrare le “Guardie della piana di Ninive” e altri gruppi militanti all’interno della polizia federale, sotto la guida di una forza di polizia nazionale unita in cui i membri locali della piana di Ninive siano ricollocati all’interno del territorio, per garantire direttamente la sicurezza della piana. Dato che si tratta di persone del posto, gli abitanti nutriranno di sicuro maggiore fiducia in loro. 
3. È necessario alimentare gli sforzi per mantenere la stabilità, la sicurezza e costruire un rapporto di fiducia fra tutti i gruppi di persone della piana di Ninive. Tutti noi dobbiamo sostenere lo sradicamento di una cultura che respinge la diversità, dell’odio e della negazione dell’altro. Dobbiamo cambiare questa mancanza di sostegno alla ricostruzione e, al contrario, aprire la strada al ritorno degli sfollati nelle loro case. In tutto questo, gli abitanti della piana di Ninive dovrebbero avere pieno diritto di accesso ai servizi offerti dallo Stato e assistenza nella riabilitazione dei loro villaggi, città, chiese e scuole, così come avviene per gli abitanti delle altre regioni. 
Infine, ci rivolgiamo ai partiti politici e alle organizzazioni cristiane, perché adempiano alla loro missione secondo un principio di unità, cercando di ridimensionare le differenze, al fine di raggiungere un obiettivo comune e aprire una nuova pagina in queste circostanze così difficili. E seguire l’esempio del patriarcato caldeo, che ha aperto il suo cuore a tutti, per il bene comune. 
In questa occasione, rinnoviamo con fervore il nostro appello al governo irakeno e alle autorità della Regione autonoma del Kurdistan (Krg), perché siedano al tavolo del dialogo analizzando la situazione e cercando di risolvere tutti i problemi in sospeso con un rinnovato spirito di coraggio e piena responsabilità, guardando al bene del Paese. Per far questo, entrambe le parti devono sapere che il popolo irakeno e il popolo curdo, entrambi sofferenti, rifiutano la prosecuzione della guerra.
* Patriarca caldeo di Baghdad e presidente della Conferenza episcopale irakena