"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

12 maggio 2017

Iraq: giovani cristiani, musulmani e yazidi semi di dialogo nella terra devastata dall’Isis


Per superare la follia omicida dello Stato islamico, che ha insanguinato una terra già martoriata da anni di guerre e violenze, bisogna ripartire “da un progetto di dialogo e incontro a livello locale”. Coinvolgendo, prima di tutto, i bambini e i ragazzi, le nuove generazioni, “alle quali sarà affidato il compito di costruire una convivenza comune” che vada oltre la fede professata. Partendo da queste premesse, p. Samir Youssef, parroco della diocesi di Amadiya (nel Kurdistan irakeno), da tempo in prima fila nell’emergenza profughi, ha promosso un progetto per trasformare “giovani cristiani musulmani e yazidi” in "semi di dialogo” per dare nuova vita a Mosul, alla piana di Ninive, e a tutto l’Iraq.
Parlando con AsiaNews, il sacerdote racconta una iniziativa che è alle fasi iniziali, ma ha già raccolto “la partecipazione entusiasta” di una trentina fra ragazzi e ragazze di tutte le fedi, di età compresa fra i 10 e i 16 anni. “Abbiamo cominciato con un gruppo di circa 30-35 persone - spiega p. Samir - ma per l’estate il desiderio è di aumentare questi gruppi, coinvolgendo anche i giovani delle superiori e gli universitari”. L’obiettivo è di individuare ragazzi “desiderosi di parlare, di comunicare, di testimoniare” che la convivenza è possibile e da qui può nascere “un modello” che può essere applicato in tutto il Paese, e anche oltre. “Abbiamo già iniziato gli incontri - prosegue - anche se per ottenere i primi risultati ci vorrà del tempo. Al momento è stato individuato il primo gruppo, la base sulla quale impostare il lavoro: esso è composto da una decina di cristiani, otto musulmani e sette yazidi. Ci sono anche sabei e turkmeni”.
P. Samir è parroco della diocesi di Zakho e Amadiya (Kurdistan), che cura 3500 famiglie di profughi cristiani, musulmani, yazidi che hanno abbandonato le loro case e le loro terre a Mosul e nella piana di Ninive per sfuggire ai jihadisti. Il sacerdote è in prima linea sin dall’estate del 2014, da quando è iniziata l’emergenza. Con lui e con i vescovi irakeni, AsiaNews ha rilanciato nelle scorse settimane la campagna "Adotta un cristiano di Mosul"  per aiutarli ad avere cherosene, scarpe, vestiti per l’inverno, e sostegno per la scuola ai bambini.
In questa prima fase il gruppo si è già incontrando un paio di volte, per gettare le basi del lavoro per il futuro, che proseguirà per tutta l’estate. “Attraverso questa esperienza - sottolinea p. Samir - questo gruppo può diventare il sale e la luce di questa terra, coinvolgendo tutta la popolazione. Dialogare prima di tutto all’interno delle proprie case, spiegando i temi e gli argomenti trattati durante gli incontri. Un modo per far conoscere alle proprie famiglie le altre religioni, creando una base comune di dialogo. Spesso cose grandi nascono da cose piccole”.
Molte le idee, i progetti che il parroco intende promuovere in occasione degli incontri: dalle testimonianze di bambini “speciali”, che hanno vissuto nelle mani dello Stato islamico (SI), o che hanno perso il padre o la madre per mano dei jihadisti, E ancora, organizzare uno o più campi estivi aperti anche ad altri giovani di tutte le fedi, dove sviluppare ancor più questi elementi di confronto e dialogo. “Vorremmo inoltre - continua p. Samir - proiettare dei film durante gli incontri, che abbiano come tema Dio, le religioni, la spiritualità. Il primo di questi potrebbe essere ‘Una settimana da Dio’ di Jim Carrey, in cui il protagonista pensa di sostituirsi a Dio risolvendo tutto, ma poi scopre i propri limiti. E che serve pazienza per ottenere dei risultati duraturi”.
Con i frutti del lavoro di questo primo gruppo di giovani, che poi si vorrebbe ampliare, l’idea è quella di “dare vita a un sito web che racconti gli incontri, i viaggi, le testimonianze”. Una pagina che, a dispetto dei social troppo spesso veicoli di odio e divisioni, sia un “un luogo virtuale di incontro e confronto, una testimonianza del vivere insieme”. “Bisogna partire dalle nuove generazioni - prosegue il sacerdote - di questo Paese, che è attraversato da quattro grandi fiumi: il Tigri, l’Eufrate, il fiume del petrolio e quello delle grandi religioni. Un fiume di potenza e di vita, che possa portare la pace nel mondo partendo da una terra che, fin dall’antichità, è sempre stata un faro della civilizzazione”. Per portare compimento questo progetto “che parte dalla mia parrocchia”, conclude p. Samir, è necessario guardare “alla testimonianza e agli insegnamenti di papa Francesco, partendo proprio dall’ultimo viaggio apostolico in Egitto. Una visita che è stata seguita con attenzione e che ha fornito una grande testimonianza nel cammino del dialogo e dell’incontro. Per me Francesco è un grande insegnante ed è sempre più apprezzato e seguito anche da famiglie musulmane e yazide. Spesso quando mi vengono a trovare, loro che non sono cristiani, mi chiedono di riferire loro gli ultimi discorsi, le ultime testimonianze del pontefice”.

Vice President Pence to persecuted Christians: 'We stand with you'

By Catholic News Agency
Matt Hadro

Vice President Mike Pence on Thursday pledged his prayers and support for persecuted Christians around the globe, as well as members of other religions who are persecuted for their beliefs.
Your faith inspires me, it humbles me, and it inspires all who are looking on today.” Pence said, speaking to persecuted Christians including Fr. Douglas Bazi, a Chaldean Catholic priest from Iraq who survived a 2006 kidnapping and torture before ministering to Christian refugees fleeing ISIS in 2014.
“On behalf of the President of the United States, I say from my heart,” Pence continued, “we’re with you, we stand with you.”
The vice president on May 11 addressed the first annual World Summit in Defense of Persecuted Christians, hosted by the Billy Graham Evangelistic Association in Washington, D.C.
The summit brings together Christian leaders and groups from all over the world, including clerics of Protestant, Orthodox, and Roman Catholic churches, current and former members of Congress, and representatives of Open Doors USA, Samaritan’s Purse, and the 21st Century Wilberforce Initiative.
It was meant to bring attention to the plight of persecuted Christians and advocate for their rights in countries where they are targeted or harassed for their beliefs. In attendance were persecuted Christians from 130 countries.
Pence honored Cardinal Donald Wuerl of Washington, D.C. and Archbishop Christophe Pierre, Apostolic Nuncio to the United States, from the stage on Thursday. He also honored Metropolitan Hilarion of Volokolamsk of the Russian Orthodox Church and Metropolitan Tikhon, Primate of the Orthodox Church in America.
“Each one of you bears witness to the power of truth to transform lives,” Pence told them.
The summit was held at a time when millions of Christians face violence, harassment, and imprisonment in over 100 countries. Pence noted recent Palm Sunday bombings of Coptic churches in Egypt and the destruction of churches in Iraq as examples.
“I believe that ISIS is guilty of nothing short of genocide against people of the Christian faith, and it is time the world called it by name,” he said.
Metropolitan Hilarion of Volokolamsk of the Russian Orthodox Church, chair of the Moscow Patriarchate’s Department for External Church Relations, also addressed the summit on Thursday.
The 21st century has brought a “new vast wave of persecution of Christians,” he said, “particularly severe in those countries where the dominant religion is Islam.”
“Yet the persecutors are not those moderate Muslims,” he added, “but extremists and terrorists hiding behind Islamic slogans and Islamic rhetoric.”
He called on “Islamic leaders throughout the world to condemn terrorism as something that contradicts the teachings of the Koran,” asking “may this clear and precise condemnation resound from the lips” of leaders of countries like Saudi Arabia, Iraq, Iran, and Turkey.
Metropolitan Hilarion also pointed to the Middle East and North Africa as areas where Christians are especially targeted, and lie “in the pathway of the political and/or economic interests of those forces who are not afraid to use terrorists in pursuit of their goals, pretending that they are fighting for freedom and democracy.”
Inter-Christian and inter-religious dialogue is key to the international community uniting to aid persecuted Christians, he insisted.

A need for action
Pence pledged his prayers and the support of the Trump administration for persecuted Christians. And this support extends to persons of all faiths who are targeted because of their beliefs, he continued.
“Rest assured, in the Middle East, North Africa, anywhere terror strikes, America stands with those who are targeted and tormented for their belief, whether they are Christian, Yazidi, Shi’a, Sunni, or any other creed, the president’s commitment to protecting people of faith,” he said.
“Adherents of other religions across the world have not been spared [persecution],” he added, “and we will speak and pray for them as well. For as history attests, persecution of one faith is ultimately persecution of all faiths.”
However, his pledge comes as religious freedom advocates have decried the absence of prominent administrative positions that promote religious freedom in U.S. foreign policy and advocate for persecuted religious minorities.
The Lantos Foundation recently sent a letter to President Trump asking him to “move swiftly” and nominate an Ambassador at-Large for International Religious Freedom, as well as a Special Envoy for Monitoring and Combatting anti-Semitism. These two positions have remained vacant since Trump took office.
“The perilous state of religious freedom around the globe confirms the wisdom of America’s leaders in creating a legal framework for addressing these abuses and ensuring that our foreign policy remains focused on protecting and advancing these fundamental rights,” the foundation insisted, saying the ambassador and Special Envoy positions “are absolutely critical components of the legal framework.”
President Obama did not nominate an Ambassador at-Large for International Religious Freedom until over a year after he took office. When his first ambassador, Suzan Johnson Cook, stepped down in 2013, no other ambassador was nominated until July of 2014, with Rabbi David Saperstein who served for the rest of Obama’s term.
Russia has also drawn serious concerns for its religious freedom abuses.
The U.S. Commission on International Religious Freedom just noted, in its 2017 annual report, that “in mainland Russia in 2016, new laws effectively criminalized all private religious speech not sanctioned by the state, the Jehovah’s Witnesses stand on the verge of a nationwide ban, and innocent Muslims were tried on fabricated charges of terrorism and extremism.”
Russia’s restrictive laws were reportedly an impetus for the World Summit moving from Moscow to Washington, D.C., Deseret News reported.
Rev. Franklin Graham noted on Thursday that the summit was originally set to be in Moscow, where Christians suffered greatly under Communism. However, the Billy Graham Evangelistic Association reportedly moved the location from Moscow to Washington, D.C. last year.

11 maggio 2017

PM Barzani Thanks Catholics Church for Trusting Kurdistan Region


 Kurdistan Regional Government (KRG)'s PM Nechirvan Barzani stated on Wednesday that his administration will keep supporting the Catholic Church and thanked the church officials for relocating the church from the US to the Kurdistan Region.
Barzani's comments on Wednesday came as he received a delegation of bishops headed by the Catholicos Patriarch of the Assyrian Church of the East Mar Gewargis Sliwa.
KRG PM extended his thanks to the Catholic Church officials for trusting the Kurdistan Region and relocating from the US despite the uncalled-for situation in the Kurdistan Region.
Commenting on the conditions of the Christian IDPs in the Kurdistan Region, PM Barzani stated the KRG supports the IDPs to return to their homes to the best of its abilities.  
Catholicos Patriarch of the Assyrian Church of the East Mar Gewargis Sliwa extended his thanks to the KRG and especially PM Barzani for his "direct" support in establishment of a Catholic church in Erbil which is still under construction.
The Catholic delegation also voiced their content with the stability and developments in the Kurdistan Region and hoped that after conclusion of the Islamic State (IS) war in Iraq the IDPs return to their homes and practice their faith in freedom especially in Nineveh Plain.

Seeking asylum: Iraqi family living in Columbus faces deportation to a country proven unfriendly to its religious beliefs

By The Dispatch
Slim Smith

In 2014, as ISIS fighters moved dangerously near their small Iraqi village 20 miles outside of Mosul, Gorgis Matani and his family saw a small window of opportunity and plunged through it. For a brief period, the Iraqi government issued temporary visitor visas and Gorgis, a school teacher, his wife, Samira, and their three adult children remaining in Iraq secured visas and headed to Columbus, where their eldest son lived with his American wife, Brittany Morgan Matani.
It was the beginning of a quiet, normal life, the family thought.
"In America, when you get up in the morning and go to work, you never think about whether someone is going to shoot you on the street," said Brittany's husband, who asked that his first name not be used because he fears it would endanger his family. "When you go to church, you don't think about whether the church will be bombed. In Iraq, those are things you think about every day."
In Columbus, surrounded and supported by their daughter-in-law's family, Gorgis -- Mr. George, as he is known here -- and Samira settled into quiet retirement while daughter Lilya and son Hans, both college-educated, landed jobs at Walmart. Daughter Liza, a medical doctor back home, is working on earning certifications that will allow her to practice medicine in the U.S.
They are fitting in nicely, said Brittany's mom, Valerie Sheffield.
"You would never know they have nothing because they are so generous and never complain," Sheffield said. "They are so grateful to be here. They're just incredibly gentle, humble people."
Now, they may have to return to their war-torn homeland.

Asylum denied
The family had applied for asylum on religious grounds. As Assyrian Christians, they found themselves particularly vulnerable. Since the regime change in Iraq, the Christian population, including the Assyrians, has dropped from 1.3 million to as few as 200,000 over the past 20 years, as extremists vent their anger at the West on Christians -- Christianity being perceived as a Western religion in much of the Middle East.
The Matanis had escaped the gunfire and the bombs on Iraq.
But a bombshell of another kind arrived in the mail about a month ago.
It said that their application for asylum had been refused.
"We couldn't believe it," Brittany said. "They had been going through the process -- 773 days as of Monday -- and there wasn't anything to make us think this would happen. But the letter said they had not provided enough proof that they had been persecuted in Iraq. We were all stunned."
Brittany and her husband had relocated to Leesburg, Virginia, by the time the letter arrived. Sunday, they made a 16-hour drive to New Orleans for a hearing on the family's status.
Because the family arrived on valid visas, they applied for asylum rather than refugees. Asylum may be granted to people who are already in the United States and are unable or unwilling to return their home country because of persecution or a well-founded fear of persecution on account of race, religion, nationality, membership in a particular social group or political opinion, according to the United States Citizenship and Immigration Services website. Applicants have one year to apply for asylum after arriving in the U.S.


Raising funds for defense
A final decision will be made on Aug. 23 regarding the Matanis, but for the family another big obstacle looms.
"We have to hire an immigration attorney," Brittany said. "In 10 days, we have to have $10,000 for the attorney. Up until now, my husband and I -- my whole family, really -- have been supporting them, but we're reached the point where we just don't have that money available. The family needs help."
Brittany estimated the total cost of attorney fees and travel would be about $25,000. She opened a GoFundMe account on May 6 that has generated $1,380. Brittany said others have chosen to send checks directly to her, avoiding the fees the crowd-funding site collects.
In Columbus, friends have been quick to respond, Sheffield said.
"People have been wonderful," she said. "So many people have given money and those who couldn't are praying."
Brittany's husband said the idea of his family being forced to return to Iraq is unimaginable.
"It's so corrupt and so much bad is happening there," he said. "Here, we complain about the silliest things. But what if your freedom was being taken away? How often do we even think about that? For my family, it's a real possibility.

"For my family, America is the final refuge, the city on the hill, the light that shines," he added.
Contributions for the family can be made at https://www.gofundme.com/keep-the-martanis-in-america or mailed to Brittany Matani at 13543 Elysian Drive, Leesburg, VA. 20176.

Slim Smith is a columnist and feature writer for The Dispatch.

Monteduro (ACS): In Iraq la più importante ricostruzione dalla caduta del Muro di Berlino

By Aiuto alla Chiesa che Soffre
10 maggio 2017


Parte la ricostruzione dei villaggi cristiani della Piana di Ninive (Iraq). Nei villaggi di Bartella, Karamles e Qaraqosh, Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) ha inaugurato tre cantieri per la ristrutturazione delle prime 105 case di famiglie cristiane sfollate interne. Ai proprietari è stata consegnata una pianta di ulivo da far crescere nel proprio giardino come simbolo di pace e di riconciliazione.
«È la più importante opera di ricostruzione a beneficio di una comunità cristiana dalla caduta del Muro di Berlino. Non si tratta di enfasi, ma di numeri. Il primo cantiere aprirà domani, 11 maggio, a Qaraqosh. Dopo la distruzione operata da Daesh, finalmente si ricostruisce!». Alessandro Monteduro, direttore di ACS-Italia, commenta così il piano della Fondazione pontificia.
Nella chiesa di Mar Shmoni di Bartella, Philipp Ozores, Segretario generale ACS, ha consegnato una pianta di ulivo a 35 famiglie, la cui casa nei prossimi giorni verrà ristrutturata dal “Nineveh Reconstruction Committee” (NRC), un Comitato composto da rappresentanti delle Chiese siro-ortodossa, siro-cattolica e caldea e da tre consiglieri nominati da ACS, con il compito di pianificare la ricostruzione di quasi 13.000 case cristiane distrutte dall’ISIS.
A Bartella sono ben 1.451 le case da ristrutturare: 75 completamente distrutte, 278 bruciate e 1.098 parzialmente danneggiate. Mons. Timothaeus Moussa Al-Shamany, Arcivescovo della Chiesa siro-ortodossa di Antiochia, non ha nascosto le difficoltà di questa impresa storica: «Qualche mese fa aspettavamo la liberazione delle nostre città. Ora aspettiamo la ricostruzione. Tornare nelle nostre città è ancora più difficile che essere fuggiti da esse.».
A Karamles, nella chiesa caldea di Mar Adday  parzialmente incendiata dall’ISIS, la delegazione ACS ha consegnato la pianta di ulivo ad altre 20 famiglie. Dopo la cerimonia, Habib Yuossif Mansuor, 76 anni, ha ricordato: «Abbiamo visto in faccia il dolore. Dopo la mezzanotte siamo scappati, lasciando la casa e tutte le nostre cose. Io avevo una casa a due piani qui a Karamles che è stata bombardata e rasa al suolo. Parliamo tutti la stessa lingua, quindi vorremmo tornare nelle nostre città nella Piana di Ninive come fratelli, come se avessimo un cuore solo. Ringraziamo il Signore e ACS.». A Karamles sono 754 le case da ricostruire: 89 del tutto distrutte, 241 bruciate, 424 parzialmente danneggiate.
A Qaraqosh si è svolta l’ultima cerimonia delle piante di ulivo. Qui le case dei cristiani siro-cattolici da ristrutturare sono 6.327 (ben 108 del tutto distrutte); quelle dei siro-ortodossi 400.
Mons. Yohanna Petros Mouche, Arcivescovo siro-cattolico di Mosul, di Kirkuk e del Kurdistan, ha affermato: «Non prestiamo attenzione alle voci di chi ci scoraggia, di chi vuole impedire la ricostruzione. Abbiamo una decisione ferma di tornare, nonostante tutte le sfide che ci attendono. Sono molto lieto che al nostro fianco ci sia un´organizzazione come ACS».
«Con l´aiuto di Dio e con quello dei nostri benefattori speriamo che la Piana di Ninive possa accogliere nuovamente i Cristiani che sono dovuti fuggire», ha concluso il Segretario generale ACS Ozores.
Il prossimo fine settimana la cerimonia della consegna degli alberi di ulivo si svolgerà anche a Telleskuf, villaggio caldeo con 1.268 case da ristrutturare.

9 maggio 2017

Patriarcato caldeo: la “retorica incendiaria” contro i cristiani alimenta l'islamofobia

By Fides

Nell'Iraq segnato dalle campagne militari per liberare Mosul dai jihadisti dell'autoploclamato Stato Islamico ( Dash), continuano a registrarsi casi di predicatori e sedicenti guide musulmane che dalle moschee o nei loro scritti affidati ai social media continuano a definire i cristiani, gli ebrei e i mandei come “infedeli”, e istigano a trattarli riservando loro le stesse pratiche violente e discriminatorie utilizzate nei loro confronti dai jihadisti di Daesh o di al Qaida. Lo ha denunciato in un documento dai toni allarmati il Patriarcato di Babilonia dei Caldei, sottolineando che i discorsi impregnati di “retorica incendiaria” contro i cristiani e altre comunità religiose presenti in Iraq non giovano all'islam, ma fanno crescere steccati tra gli esseri umani e contribuiscono persino a “alimentare l'islamofobia”. Inoltre – si legge nel documento, firmato dal Patriarca Louis Raphael Sako – essi compromettono l'unità nazionale e mettono a rischio la pace, visto che i cristiani fanno parte integrante del tessuto nazionale iracheno, al punto che anche gli avi di molti islamici condividevano la fede in Cristo, prima che le terre della Mesopotamia fossero conquistate dai guerrieri arabi musulmani.
Nel testo diffuso dal Patriarcato, e pervenuto all'Agenzia Fides, si richiamano le autorità civili e religiose a contrastare tutte le espressioni che fomentano l'odio settario, citando anche il versetto 29 della XVIII Sura del Corano:“Dì: la verità proviene dal vostro Signore: creda chi vuole, e chi vuole neghi' ”.

8 maggio 2017

Chiese orientali: card. Sandri a caldei di Australia, “restituire ai cuori feriti la certezza di poter tornare a vivere in sicurezza nell’amato Iraq”

By SIR

“Non basta liberare i muri delle case, ma bisogna restituire ai cuori feriti la certezza di poter tornare a vivere in sicurezza, potendo amare e costruire insieme a tutto il popolo dell’Iraq un nuovo futuro per l’amato e antico Paese”. Lo ha detto il cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, durante la messa celebrata ieri pomeriggio a Sidney, nella cattedrale dell’Eparchia Caldea, stracolma di fedeli.
“La vostra Chiesa, nata dalla predicazione di san Tommaso e dei suoi discepoli Addai e Mari, chiesa dei martiri, di ieri e di oggi, continua a ripetere come l’Apostolo nel cenacolo: ‘Mio Signore e mio Dio’! Ciascuno dei fedeli e la comunità intera – ha ricordato il prefetto – ha infatti sperimentato, soprattutto negli ultimi anni, il dramma delle ferite dei mani, dei piedi e del costato di Gesù, attraverso le privazioni della guerra, l’imperversare della violenza, il buio dell’esilio, come può testimoniare anche il vostro vescovo, che fino all’estate del 2014 guidava la storica sede di Mosul, dalla quale in una notte ci si è dovuti allontanare a causa del dilagare dei miliziani del Daesh e delle loro folli imposizioni”.  “In questi anni – ha aggiunto il card. Sandri – i figli e le figlie della Chiesa caldea, come i loro fratelli delle Chiese siro-cattolica, siro-ortodossa, e assira dell’Est, dopo aver camminato nel deserto hanno quasi dovuto vegliare, con i fianchi cinti e il bastone in mano, in attesa di una Pasqua di liberazione che avrebbe restituito loro le terre e le case nella Piana di Ninive. Sappiamo – ha continuato Sandri – delle operazioni in corso, della loro difficoltà ma anche dei passi in avanti che sono stati compiuti, e siamo pure consapevoli che non basta liberare i muri delle case, ma bisogna restituire ai cuore feriti la certezza di poter tornare a vivere in sicurezza, potendo amare e costruire insieme a tutto il popolo dell’Iraq un nuovo futuro per l’amato e antico Paese”. Citando il passo del Vangelo “Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia”, il prefetto ha esortato i fedeli caldei a “essere sempre consapevoli delle scintille della luce pasquale e del fuoco di Pentecoste che sono stati affidati sin dall’epoca apostolica, come dice il Concilio Vaticano II, alle Chiese Orientali, e non dovete aver paura di farle brillare come testimonianza viva della gioia del Vangelo. All’Australia siamo grati per l’accoglienza ospitale e fraterna che ha garantito a tanti di voi e ad altri fratelli e sorelle in questi anni, ma in questa terra vogliamo insieme a tutte le altre Chiese e comunità ecclesiali essere sempre di più testimoni del Vangelo, artefici di ponti di comunione, costruttori del bene comune, capaci di riportare la luce anche dove si sono insinuate le tenebre del male e del peccato, anche tra i figli ed i ministri della Chiesa”. All’inizio del rito il cardinale è stato salutato da mons. Amel Shamon Nona, arcivescovo-vescovo dell’Eparchia caldea. Il card. Sandri è in Australia fino al 15 maggio (dal 6) per un viaggio che avviene “su invito dei cinque vescovi orientali che guidano le Eparchie là stabilite dai Sommi Pontefici nel corso dell’ultimo secolo, alcune delle quali stanno assistendo a un aumento di fedeli causato dall’emigrazione provocata dai drammi in Siria e in Iraq”.

Iraq ambassador to the Vatican: "Iraq wants the pope to come"

By Rome Reports
May 6, 2017

  

The military end of the ISIS could facilitate a trip to a place long desired by Pope Francis: Iraq. There they say that his presence could help the country in two ways: to strengthen the internal peace and to give value to the diminished presence of the Christians. Before the war it was estimated that there were a million and a half Christians and now, there are currently less than 300,000.
The country is changing its strategy and opening itself to the world. On March 4, for example, a new ambassador was sent to the Holy See.

Omer Ahmed Karim BerzinjiAmbassador of Iraq to the Holy See
"Christians have been in Iraq since before the Muslims; their role has been very important. For a people who have been present since the beginnings of the country, the Christians of Iraq want the pope to come."
Iraq is beginning a new chapter of its history, where the main challenge will be the unification between Sunnis, Shiites, Kurds, Christians, and other ethnic groups or minorities.
"Steps are being taken for that unification. The fact that there are people from the south and the Kurdistan area fighting together against the ISIS is a sign of this. It is the fundamentalists who want to give the impression that Iraq is not united. This is not reality. Diversity enriches us and we are working together."

In fact, the ambassador to the Holy See was able to meet in Rome with the pope and Iraqi religious and political leaders from different religions or ethnic groups: there were Kurds, Sunnis, Shiites, Christians, Yazidis or Mandeos.
The meeting was cordial and the signs of respect and affection were continuous.
"This is a symbol... given to the sheikhs. So they call you the sheikh-pope."
"Do you give me an upgrade?"
Iraq and the Holy See have maintained diplomatic relations since 1966. However, in the face of the threat of a resurgence of fundamentalists in the country, this treaty is called to be further tightened. In fact, it is hoped that the pope's trip to Egypt will help improve the image of Christians and to foment the rejection of  radicals.

Piana Ninive. Patriarca Sako: segno di speranza le nuove case per i cristiani

By Radiovaticana
6 maggio 2017


Una speranza per i cristiani in Iraq, Paese martoriato dalla guerra, arriva da un progetto di Aiuto alla Chiesa che Soffre (Acs) che ha pianificato la ricostruzione di migliaia di case distrutte o occupate dai terroristi del sedicente Stato islamico nella Piana di Ninive, consentendo così ai profughi di tornare nella loro terra. I cantieri verranno inaugurati lunedì 8 maggio da una delegazione di Acs assieme a rappresentanti delle Chiese siro-ortodossa, siro-cattolica e caldea. Il servizio di Cecilia Seppia:
13 mila case in tre diversi cantieri per riportare i cristiani nella Piana di Ninive, lì dove ormai si prega sotto le tende, perché le chiese sono state distrutte, i crocefissi spezzati, e la gente sotto la minaccia del sedicente Stato islamico è stata costretta a fuggire in massa. Ma grazie ad un progetto di Aiuto alla Chiesa che soffre i villaggi iracheni di Bertella, Karamless e Qaraqosh ricominceranno a ripopolarsi. Il patriarca di Babilonia dei Caldei, Louis Raphaël I Sako:
“Un segno di speranza per tutta questa gente. Durante questa inaugurazione ci sarà una preghiera, poi ad ogni famiglia che vorrà tornare doneranno un albero di ulivo da piantare nel loro giardino. Oggi co sono ancora 80 mila persone che vogliono tornare nelle loro case. Vivono nelle città del Kurdistan e la Chiesa ha dato loro case e cibo. abbiamo cominciato il restauro delle abitazioni con quel poco che abbiamo solo per incoraggiare questa gente a tornare nelle loro case per non permettere ad altre persone di occuparle. Sono andato due volte insieme ai musulmani a dare il mio aiuto; sono andato vicino a Mosul in un campo di 39 mila profughi. Poi sono andato in un altro campo per portare cibo e per parlare con loro, per dare un segno di solidarietà, di vicinanza. Loro apprezzano questo”.
Un vero e proprio "Piano Marshall" per il ritorno della cristianità in questo luogo, che comprende anche la fornitura di acqua, elettricità e viveri è di oltre 250 milioni di dollari e Acs ha già messo a disposizione un contributo iniziale di 450 mila euro che permetterà di ricostruire le prime cento case di cui 20 a Karamless. Ogni giorno dice il Patriarca Sako decine di famiglie, anche musulmane, vengono a bussare alle nostre porte, la distruzione provocata dal cosiddetto Stato islamico è enorme e anche se si comincia ad intravedere la fiammella della fede, la guerra non è finita.

Il Patriarca caldeo: in questa fase critica, i cristiani mettano da parte progetti irrealizzabili e non si chiudano in trincea

By Fides
6 maggio 2017 

Mentre procede la progressiva riconquista di Mosul da parte delle forze anti- Califfato, e si infittiscono interventi e prese di posizione sul futuro assetto politico delle regioni sottratte al dominio dei jihadisti dell'autoproclamato Stato Islamico (Daesh), il Patriarca caldeo Louis Raphael Sako diffonde una sua breve ma efficace lettura del momento complesso attraversato dall'Iraq, suggerendo ai cristiani di non chiudersi in trincea e di non farsi abbagliare da proposte irrealiste e intempestive.
Il testo del Patriarca, diffuso dai canali ufficiali del Patriarcato, sembra far riferimento alle ipotesi – rilanciate anche di recente da politici cristiani iracheni (vedi Fides 5/5/2017) – di istituire nel nord dell'Iraq aree protette riservate alle minoranze etnico-religiose – comprese quelle cristiane – dotandole di autonomia amministrativa o addirittura sottoponendole a garanzie e sistemi di protezione internazionali. Nel momento attuale – sostiene il Primate della Chiesa caldea, nel testo pervenuto all'Agenzia Fides – la priorità per tanti cristiani iracheni è quella di provare a tornare alle loro città di origine e alle loro case, che furono costretti a lasciare nel 2014 davanti all'offensiva jihadista. Ciò implica l'urgenza di ricostruire le infrastrutture andate distrutte, e su questo terreno – nota il Patriarca - è legittimo e doveroso chiedere al governo iracheno e anche a organismi e attori internazionali – compresi gli USA - di sostenere materialmente lo sforzo della ricostruzione. In tale processo – prosegue il Patriarca Sako – sarà conveniente affidare a rappresentanti della popolazione locale la gestione delle istituzioni politiche e amministrative dell'area. Potrà anche esser richiesto il contributo di osservatori esterni neutrali, che vigilino sui processi di reale integrazione tra le diverse componenti etnico-religiose, evitando che gruppi di cittadini siano considerati come “infedeli” o discriminati. Ma solo dopo il ritorno della stabilità nel Paese - rimarca il Primate della Chiesa caldea - potranno essere avviati processi per richiedere la creazione di nuove unità amministrative autonome, come strumenti per tutelare i diritti e la continuità di presenza dei gruppi etnico-religiosi minoritari.
I cristiani, soprattutto in questo momento citico – insiste il Patriarca Louis Raphael - sono chiamati a scelte sagge, cominciando da quella di “tenersi alla larga dai conflitti politici che li circondano, senza farsi coinvolgere in essi”. Ai cristiani conviene anche “evitare di mettersi in trincea contro altri, magari esprimendo richieste impossibili da realizzare”. La prospettiva suggerita dal Patriarca ai cristiani iracheni per il momento presente è quella di “prendere con coraggio l'iniziativa di costruire insieme agli altri cittadini un Paese civile, con uno Stato moderno e democratico, dove viene rispettata la Costituzione che garantisce a tutti pieni diritti di cittadinanza”. Sperando e pregando che il dopo-Daesh non sia segnato da nuovi conflitti settari, che porterebbero “a altro spargimento di sangue, o addirittura alla nascita di un 'nuovo' Daesh, ancora più aggressivo del primo”.

5 maggio 2017

Mosul: vicina la liberazione del monastero di San Michele

By Baghdadhope*
Il sito Ankawa.com ha dato oggi la notizia dell'imminente liberazione da parte delle forze governative irachene del monastero di San Michele. Il complesso risalente alla metà del IV secolo è sito nel lato ovest della città di Mosul a circa 6 km a nord del centro nel quartiere di Hawi al-Kanisa, una delle località oggetto dell'offensiva militare anti-stato islamico. Contemporaneamente sempre il sito Ankawa.com ha riportato la norizia dell'inizio dei lavori da parte del comitato che ha il compito di restituire agli abitanti cristiani di Mosul le proprietà da essi forzatamente abbandonate quando, nel 2014, fuggirono in massa da Mosul per evitare di dover scegliere tra le uniche possibilità offerte loro dallo stato islamico: convertirsi all'Islam, pagare una tassa in quanto cristiani o essere uccisi. Secondo quando dichiarato dal presidente del comitato, Duraid Hikmat Zoma, sono stati visitati alcuni quartieri e preso accordi perchè le famiglie musulmane che hanno occupato le case di proprietà dei cristiani le lascino entro 10 giorni e si impegnino per iscritto a non rivendicarne il possesso in alcun modo. 

I cristiani tornano nella Piana di Ninive: ACS ricostruisce le prime case


Un primo passo per la ricostruzione della Piana di Ninive ed il ritorno alla cristianità dei territori invasi nel 2014 dallo Stato Islamico. Lunedì 8 maggio Aiuto alla Chiesa che Soffre inaugura i primi tre cantieri nei villaggi di Bartella, Karamless e Qaraqosh, con una cerimonia cui parteciperà una delegazione ACS – guidata dal segretario generale Philipp Ozores – assieme a rappresentanti delle Chiese siro-ortodossa, siro-cattolica e caldea. Durante la cerimonia verranno consegnate alle prime famiglie cristiane che torneranno nei loro villaggi delle piante di ulivo, un segno di pace e di speranza che potranno piantare accanto alle loro case.
«Questo è un momento decisivo: se perdiamo ora l´opportunità di riportare i cristiani nelle loro case nella Piana di Ninive, potrebbero decidere di lasciare l´Iraq per sempre», dichiara padre Andrzej Halemba, responsabile internazionale di Aiuto alla Chiesa che Soffre per il Medio Oriente e presidente del Comitato Niniveh Reconstruction.
Tale comitato – istituito lo scorso 27 marzo dalle Chiese siro-cattolica, siro-ortodossa e caldea con la collaborazione di ACS – ha il compito di pianificare e guidare la ricostruzione di circa 13 mila case cristiane, 669 delle quali completamente distrutte da ISIS. Il costo complessivo dell´operazione è di oltre 250 milioni di dollari e ACS ha già messo a disposizione un contributo iniziale di 450 mila euro che permetterà di ricostruire le prime cento case. Tale contributo rientra in un vero e proprio Marshall Plan per il ritorno della cristianità nella Piana di Ninive, che comprende anche la fornitura di acqua, elettricità e viveri.
«Oggi più che mai è essenziale aiutare le famiglie cristiane affinché non abbandonino l’Iraq, cancellando secoli di presenza cristiana», afferma Alessandro Monteduro, direttore di ACS-Italia.
«Ogni giorno riceviamo famiglie che ci chiedono di poter tornare a casa – racconta ad ACS padre Paulos Habib Yousef al-Mekko, parroco della Chiesa di Sant’Adday a Karamless e dall’inizio della crisi responsabile della comunità caldea della diocesi di Mosul – ma dobbiamo assicurare loro un tetto, dell’acqua potabile e qualche ora di energia elettrica al giorno. La distruzione operata dall’Isis è enorme e non possiamo farcela da soli».
Al tempo stesso ACS continua a sostenere il programma di distribuzione di aiuti alimentari alle 12 mila famiglie fuggite rifugiate ad Erbil, Dohuk, Kirkuk, Zakho e Alqosh. Entro giugno 2017, la Fondazione pontificia distribuirà oltre 2 milioni di euro di viveri agli sfollati di ogni fede religiosa.
Dal marzo 2016, Aiuto alla Chiesa che soffre è ormai l´unica organizzazione ad occuparsi regolarmente degli sfollati interni iracheni e per far fronte alle loro necessità, dal 2014 ad oggi, ha donato oltre 30 milioni di euro.

L'abbraccio del Papa ai cristiani d'Oriente colpiti dalla violenza


Custodire la memoria e coltivare la speranza: sono le due esortazioni che il Papa lascia alla comunità del Pontificio Collegio Pio Romeno di Roma, ricevuta in udienza oggi nella Sala del Concistoro in Vaticano. Nell'occasione, Francesco ha salutato con affetto i cristiani d'Oriente. Il servizio di Sergio Centofanti:
Un incontro gioioso per festeggiare l’80° anniversario della fondazione della sede del Pontificio Collegio, chiamato a formare i futuri sacerdoti della Chiesa greco-cattolica romena. Ma davanti al Papa ci sono anche copti dall'Egitto, siro-cattolici e caldei da Iraq e Siria, melkiti e maroniti dal Libano e dalla Palestina. Possono studiare a Roma grazie al sostegno della Santa Sede. Alcuni di essi sono studenti del Pontificio Collegio Sant’Efrem di Roma, accolti da questa comunità e che ospita sacerdoti studenti di lingua araba provenienti dalle Chiese Orientali Cattoliche. Francesco così si rivolge a loro:
“Incontrandovi, penso alla situazione nella quale si trovano tanti fedeli delle vostre terre, tante famiglie che sono obbligate ad abbandonare la propria casa di fronte all’abbattersi di ondate di violenza e di sofferenza. Questi nostri fratelli e sorelle desidero abbracciare in modo speciale, insieme ai loro Patriarchi e Vescovi”. 
Il Papa augura due cose: innanzitutto, custodire la memoria:
“Il vostro Collegio è sorto in un periodo di sviluppo per le Comunità cattoliche orientali; in seguito ha risentito delle tragiche vicende legate alla persecuzione ateista; per poi assistere a una bella rinascita e aprirsi negli ultimi anni a nuove sfide. Questa storia, fatta di grandi testimoni della fede e di momenti di prova, di inverni rigidi e di primavere fiorenti, vi appartiene”.
È bene custodire questa storia – afferma il Papa – “non per rimanere ancorati al passato, ma per vivere le vicende che ogni epoca presenta con il sostegno di una memoria evangelica viva, che abbraccia una storia più grande di noi e rimane sempre aperta all’azione dello Spirito”. Francesco invita “a vincere una tentazione pericolosa”, quella di “adagiarsi nella mediocrità, di accontentarsi di una vita normale, dove tutto va avanti senza slancio e senza ardore, e dove prima o poi si finisce per diventare custodi gelosi del proprio tempo, delle proprie sicurezze, del proprio benessere”. Ma per questo è necessario attingere all’esempio dei grandi testimoni nella fede di questa Chiesa. "Se non si custodisce la memoria - sottolinea - finiremo nella mediocrità del clericalismo".
Il secondo augurio è quello di coltivare la speranza:
“C’è tanto bisogno di alimentare la speranza cristiana, quella speranza che dona uno sguardo nuovo, capace di scoprire e vedere il bene, anche quando è oscurato dal male: «Se la speranza ravviva i nostri occhi, vedremo ciò che è nascosto», ha scritto sant’Efrem (Carmen Nisib., 70)”.
Infine, Francesco esorta a “ricercare e promuovere, con cuore purificato, il cammino della concordia e dell’unità tra tutti i Cristiani”.

Polemiche sulla rappresentanza politica dei cristiani e sul futuro della Piana di Ninive

By Fides

Una delegazione di politici cristiani appartenenti a diverse formazioni politiche irachene hanno voluto incontrare i massimi rappresentanti istituzionali del Paese per sottoporre alla loro attenzione proposte e richieste relative alla ricostruzione delle aree nord-irachene liberate dal dominio dell'auto-proclamato Stato Islamico (Daesh), e riguardanti soprattutto il futuro assetto politico-amministrativo della Piana di Ninive. Mercoledì 3 maggio, il gruppo di cinque politici cristiani, comprendente tra gli altri il parlamentare iracheno Yonadam Kanna (Segretario generale del Movimento democratico assiro) e Romeo Akari (presidente del Partito Bethnahrein), è stato ricevuto dal Presidente Fuad Masum e da Salim Abdullah al Jaburi, Presidente del Parlamento iracheno. Ai loro interlocutori, i politici - che si presentavano come rappresentanti della "componente cristiana" - hanno sottoposto una lista di richieste riguardanti soprattutto la messa in atto degli indirizzi politici – già approvati dal Parlamento iracheno nel 2014 – miranti a concedere maggiore autonomia amministrativa alla Provincia di Ninive, dove si concentrano i territori di tradizionale radicamento delle comunità cristiane irachene. Tra le proposte delineate dai politici cristiani c'è anche quella di richiedere e ottenere una Risoluzione internazionale che garantisca la tutela degli equilibri demografici della Piana di Ninive e l'impegno a proteggere le popolazioni di quell'area da violenze settarie.
Mentre la delegazione di politici realizzava il suo giro di consultazioni nella capitale irachena, incontrando anche il Patriarca caldeo Louis Raphael Sako, i media locali hanno rilanciato le dichiarazioni dei leader delle cosiddette “Brigate Babilonia”, gruppo para-militare che mira a presentarsi come “milizia cristiana” coinvolta nelle operazioni di guerra contro Daesh. I leader delle Brigate Babilonia hanno respinto la pretesa della delegazione composta da Kanna e dagli altri politici di presentarsi come "rappresentanti" delle comunità cristiane irachene. “In realtà” fa notare all'Agenzia Fides il Patriarca caldeo Louis Raphael “sembra iniziata la competizione a rivendicare la rappresentanza politica dei cristiani in vista delle elezioni parlamentari del 2018. E riguardo al futuro della Piana di Ninive – aggiunge il Primate della Chiesa caldea “la priorità adesso è quella di sostenere il ritorno dei profughi, la ricostruzione di città e villaggi devastati dalla guerra. Non mi sembra il momento di perdersi dietro grandi progetti, che appaiono peraltro connotati da scarso realismo, in una fase incerta, segnata anche dalla volontà di uno Stato autonomo perseguita dai curdi”.

4 maggio 2017

A Christian mother’s tragic hunt for her 3-year-old girl captured by ISIS

By Al Arabiya
Aly Brisha


As a withered woman roamed the gates of refugee camps in Iraq, constantly drawing attention as she carried a large photo of her little girl with the hope that someone would recognize her.
She is among more than half a million Iraqis have been displaced from the city of Mosul, troubled by the fierce battles. Many camps have been hastily built to absorb around 10,000 people each.
The woman in question, Christina’s mother, is found moving constantly between camps with a poster of her daughter who was 3 years old when she was kidnapped by ISIS militants. The little girl was mercilessly grabbed off her shoulder when over 70,000 Iraqi Christians fled Mosul in July, 2014.
Christina would be six today if she is still alive. Her mother lives in Bahraka camp, in the city of Arbil, which includes thousands of Christian refugees who fled from Mosul after ISIS seized the surrounding villages.
A team working for the “Death-Making” - a program on Al Arabiya - headed to the camp to speak with Christina’s mother. The families housed in the camp know each other as most of them have been displaced together from the area of Qaraqosh. The story of Christina's mother is one of the touching stories that all camp residents sympathize with.
“My husband, a blind man, was sick and unable to escape. I sent my older children to run away with people in town. I stayed behind with my husband and younger daughter, Christina, and I thought she would be safe, no matter how cruel they were. I didn’t expect them to hurt my little girl. What would make them hurt a little girl like her or even a woman?”
“We were told that we must convert to Islam, pay ‘jizya,’ (a form of taxation) or leave the city. I told them that we will think about it and asked for more time. My husband was recovering, so I took him and carried my daughter on my shoulders looking to leave the city. However, she was then captured and I had to go back to Qaraqosh and beg them to return my daughter.”
Christina’s mother added: “I was surprised a few days later when I went to see the head of the unit (a 50-year-old Tunisian) that he was carrying her and she was sitting on his lap. I cried and begged for her return. He pointed to one of the fighters to send me outside …this armed man told me they would cut my head off if I remained in the city one more day. I left with my husband feeling my heart bursting out of my chest.”
Although this story took place three years ago, the negotiations between Christina’s mother and ISIS militants were pushed through mediators in Qaraqosh as well as Mosul. The responses were always disappointing, but the mediators sent her a recent photo in which Christina looked happy and in good health. However, they told her never to ask about her child again.
No one can justify precisely why the leader of the organization in Qaraqosh held on to this helpless girl. She is too small to be taken into captivity, although some horrifying tales related to child sexual abuse continue to surface. There are other explanations suggesting that one of the fighters decided to adopt the girl and save her from “hell”.
All these theories only mean tears and never-ending sorrow for Christina’s mother. She prays every day to reunite with her daughter and for that dream she crosses dozens of kilometers every week to the camps. A large photo of her missing child has been spotted every now and then and has even been rescued from the flames in the streets of Mosul.
A touching moment was Christina’s mother taking out her daughter’s garments that would fit an older girl. The mother tearfully explained that “whenever good people distribute clothes to the refugees, I imagine Christina growing up. So I pick something appropriate for her age and I am full of hope she will use it some day…”

Chiese Orientali: card. Sandri al Pio, “in molti hanno aperto gli occhi accorgendosi della presenza cristiana nel Medio Oriente” dopo guerre Siria e Iraq

By SIR

“Al di fuori dei contesti accademici ristretti, in molti hanno aperto gli occhi accorgendosi della millenaria presenza cristiana nel Vicino e Medio Oriente, purtroppo attraverso quanto prodotto dalle guerre in Siria e in Iraq”. Lo ha detto il cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, aprendo questa mattina a Roma, il convegno (fino a domani) “Identità di una missione futura, tra passato e presente”, promosso congiuntamente dalla Congregazione e dal Pontificio Istituto Orientale (Pio), in occasione del loro centenario (1917-2017). “Ed è anche vero, nel disegno provvidenziale di Dio, – ha aggiunto il cardinale, gran cancelliere del Pio – che il sangue effuso dai martiri cristiani di ogni confessione in questi ultimi anni – basti pensare all’Egitto – ha generato un ecumenismo che ha anticipato nel sacrificio la piena unità che non è stata ancora raggiunta nel travagliato e dovuto dibattito teologico delle rispettive commissioni”.
Nel suo saluto il card. Sandri ha ripercorso la storia della Congregazione e del Pio attraverso documenti e figure storiche di papi come Leone XIII, Benedetto XIV, Benedetto XV fino a san Giovanni Paolo II e Papa Francesco: “dentro questi grandi passaggi, alcuni davvero epocali, la vita quotidiana delle nostre Chiese, attraverso i volti e le storie di Pastori e fedeli, spesso eroici nel portare avanti la testimonianza cristiana in contesti segnati da molteplici difficoltà, dentro le stesse comunità e con i pericoli che le hanno insidiate e le insidiano dall’esterno”. “I due giorni che ci apprestiamo a vivere – ha affermato il Prefetto – vogliono risvegliare la memoria grata per il cammino percorso in questi cento anni, riconoscendo le luci e le ombre, le fatiche e le sfide, per proiettarci in avanti riconoscendo insieme “l’identità della missione futura” che il Signore ci affida”.
Una missione chiara, ha spiegato, se posta alla luce delle parole di Benedetto XV, che l’1 maggio di cento anni fa, scrisse: “Questa iniziativa – (la creazione della Congregazione, ndr), ma lo stesso dicasi anche del Pio – dimostrerà manifestamente come nella Chiesa di Gesù Cristo – la quale non è né latina, né greca, né slava, ma cattolica – non esiste alcuna discriminazione tra i suoi figli e che tutti, latini, greci, slavi e di altre nazionalità hanno tutti la medesima importanza di fronte a questa Sede Apostolica”. Dopo cento anni “la casa degli Orientali ormai è il mondo, e non più soltanto il Vicino e Medio Oriente, il Caucaso, l’Europa Orientale o il Kerala, nel sud dell’India”. A riprova di ciò il cardinale ha annunciato che domani si recherà in Australia per raggiungere e visitare le cinque eparchie orientali lì costituite. Il convegno in corso è uno degli eventi chiave del centenario della Congregazione per le Chiese Orientali e del Pio, che culmineranno con la messa che Papa Francesco celebrerà a Santa Maria Maggiore il prossimo 12 ottobre.

Il Patriarca caldeo: in Egitto il Papa ha aperto le porte. Speriamo che anche i musulmani approfittino del suo appoggio

By Fides

“Papa Francesco, con i discorsi e con i gesti del suo viaggio in Egitto, ha aperto tante porte: con l'islam, con le autorità politiche, tra i cristiani. Speriamo che adesso anche i musulmani colgano l'occasione, e approfittino di questo sostegno offerto loro dalla Chiesa”.
Così il Patriarca caldeo Louis Raphael I Sako suggerisce quale sia la strada per far fiorire possibili sviluppi positivi dalla visita apostolica compiuta da Papa Francesco in Egitto, il 28 e 29 aprile scorsi. In quei giorni, anche il Primate della Chiesa caldea era presente al Cairo, essendo stato invitato alla Conferenza per la Pace organizzata dall'Università sunnita di Al Azhar, che ha avuto il suo apice proprio con l'intervento di Papa Francesco.
“Sono rimasto in Egitto anche nei giorni successivi” confida il Patriarca Louis Raphael all'Agenzia Fides “e ho potuto registrare la grande impressione lasciata dalla visita del Papa in tutto il Paese. Tutti erano stupiti, si accorgevano che era successa una cosa nuova. Erano contenti i cristiani, e certo la visita del Papa è stato un grande conforto per tutti i battezzati del Medio Oriente. Erano contenti anche i musulmani, perchè il Papa ha fatto passi e gesti che non si sognavano, come quando ha abbracciato a lungo il Grande Imam Ahmed al Tayyib, e lo ha chiamato 'fratello' ”. La visita del Papa – fa notare il Primate della Chiesa caldea – va sottratta alle letture retoriche che si soffermano a celebrarla per qualche giorno, magari attribuendole effetti magici, senza farsi davvero chiamare in causa dai suggerimenti per il cammino futuro disseminati dal Successore di Pietro nei discorsi e negli incontri delle sue giornate egiziane: “Adesso” insiste il Patriarca “tutte le porte sono aperte. Siamo tutti chiamati a far sì che non si richiudano. Il Papa ha fatto discorsi profetici, senza recriminare e condannare nessuno, mostrando a tutti la strada che abbiamo davanti, da percorrere insieme. Anche le Chiese del Medio Oriente, e soprattutto i loro pastori, in questo momento storico, sono chiamati a non rinchiudersi negli automatismi della solita routine, e a proporsi come una presenza profetica, al servizio della riconciliazione, delle riforme, dei diritti condivisi di cittadinanza e della carità, nei nostri Paesi dilaniati dalla violenza e dal fanatismo settario. Il Papa, quello che doveva fare lo ha fatto. Ora tocca anche a noi tutti, cristiani e musulmani del Medio Oriente, fare la nostra parte”. 

3 maggio 2017

Babel College. Unica facoltà teologica cristiana in Iraq: 25 anni di servizio alla Chiesa

By Baghdadhope*


Con una conferenza di due giorni (28 e 29 aprile) sono stati celebrati ad Ankawa, nel Kurdistan iracheno, i 25 anni di attività del Babel College, l'unica università teologica cristiana ecumenica in Iraq. 
Al discorso di presentazione tenuto dal neo-rettore del College, Padre Ghawzan Yousef Shahara, sono seguite le letture dei messaggi arrivati per l'occasione: quello del patriarca della chiesa caldea, Mar Louis Raphael I Sako che, assente perchè impegnato al Cairo in occasione della visita di papa Francesco, ha affidato il suo pensiero e le sue preghiere a Mons. Yousef Toma, Arcivescovo caldeo di Kirkuk e Sulemaniya, e quello delle tre università che hanno con il Babel College dei rapporti di collaborazione ed affiliazione: la Pontificia Università Urbaniana di Roma, l'Università di Kaklik in Libano e quella di Friburgo in Svizzera.
Presenti alla conferenza anche il patriarca della Chiesa Assira dell'Est, Mar Gewargis III Sliwa, l'emerito rettore del Babel College, l'Arcivescovo Mons. Jacques Isaac, il vescovo di Alqosh, Mons. Mikha P. Maqdassi e l'arcivescovo di Erbil Mons. Bashar M. Warda.
Nel corso della conferenza sono stati presentati al pubblico due testi uno dei quali, intitolato "La Letizia," è una raccolta degli scritti pubblicati in Libano da Padre Yousef Habbi, fondatore e primo rettore del Babel College morto in un incidente stradale in Giordania nel 2000, e le riviste che fanno capo alla Diocesi di Erbil, al seminario maggiore caldeo della stessa città ed allo stesso Babel College
Per allietare le giornate di incontri sono state proposte al pubblico anche un'operetta, un testo teatrale ed una canzone il cui testo fu scritto da Padre Yousef Habbi e che è stata musicata da Padre Amir Gammo della diocesi caldea di Baghdad ed eseguita dal coro della chiesa del Sacro Cuore della capitale irachena.
Il Babel College fu fondato nel 1991. Il suo primo rettore fu Padre Yousef Habbi, assistito all'epoca dall'attuale vescovo di curia patriarcale ed amministratore patriarcale della diocesi di San Pietro Apostolo negli Stati Uniti Occidentali Mons. Shleimun Warduni come direttore del seminario, e dall'attuale arcivescovo di Kirkuk e Sulemaniya Mons. Yousef Toma come direttore degli studi. Alla morte di padre Habbi fu nominato rettore l'Arcivscovo emerito Mons. Jacques Isaac che rimase in carica fino al 2014 ed a cui succedette per un anno l'attuale Visitatore Apostolico per l'Europa Mons. Saad Sirop, sostituito dall'attuale Superiore dell'Ordine antoniano di Sant'Ormisda dei Caldei Padre
Samer Sawrisho a cui, dall'inizio del 2017, è succeduto Padre Ghawzan Shahara
Il Babel College ha licenziato con il baccalaureato in teologia riconosciuto dalla Pontificia Università Urbaniana di Roma più di 200 studenti, religiosi e non, appartenenti a diverse chiese cristiane in Iraq. Inizialmente a Baghdad il College fu trasferito ad Ankawa per motivi di sicurezza a gennaio del 2007. Nella capitale irachena rimane l'Istituto di Educazione Cristiana cui recentemente si è aggiunta una sede a Dohuk, nel nord Iraq.