"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

15 maggio 2015

Suora irakena: Lo Stato islamico vuole il genocidio umano e culturale dei cristiani

suor Diana Momeka*

I cristiani in Iraq sono vittime di un “genocidio umano e culturale” che rischia di trascinare “l’intera regione sull’orlo di una terribile catastrofe”. È quanto ha detto ieri suor Diana Momeka, religiosa domenicana irakena, in un intervento davanti al Parlamento statunitense riunito a Washington. La religiosa, cui era stato rifiutato in un primo momento il visto dalle autorità Usa, ha raccontato il dramma della popolazione cristiana, vittima delle atrocità perpetrate dai jihadisti dello Stato islamico. 
La situazione del Paese e del suo popolo è “grave”, conferma la suora, “ma non priva di speranza”. Al termine dell’intervento suor Diana si è rivolta alla comunità internazionale e al governo degli Stati Uniti, perché “la diplomazia e non il genocidio, il bene comune e non le armi” possano determinare “il futuro dell’Iraq e di tutti i suoi figli”.
Intanto continua la campagna promossa da AsiaNews “Adotta un cristiano di Mosul”, che ha permesso sinora la raccolta e l'invio di circa 1,3 milioni di euro per il fabbisogno quotidiano dei profughi irakeni fuggiti da Mosul sotto le minacce dello Stato islamico. Una risposta alla richiesta di papa Francesco a tutti i cristiani di una "preghiera intensa", una "partecipazione concreta" e un "aiuto tangibile" per tutti loro.
La nostra agenzia invita lettori e amici a continuare la campagna "Adotta un cristiano di Mosul”, per fornire ai profughi - superata la prima emergenza - un alloggio più stabile. Il progetto prevede il trasferimento di tutti i rifugiati cristiani - circa 130mila persone, 21mila famiglie - in case da abitare, dove essi possono riprendere responsabilità della loro vita, trovare un lavoro, pensare a un futuro prossimo per i figli. Il costo si aggira sui 3,5 milioni di euro.
Per comprendere la situazione in cui versano questi nostri fratelli e sorelle e per diffondere ancor più la campagna, AsiaNews ha prodotto un video, che potete vedere, scaricare e diffondere a questo indirizzo: http://www.asianews.it/index.php?l=it&page=69.

Ecco, di seguito, l’intervento completo di suor Diana. Traduzione in italiano a cura di AsiaNews:
La ringrazio presidente Royce e voi, distinti membri della Commissione, per avermi invitato qui oggi per condividere con voi la mia riflessione su comunità antiche ora finite sotto attacco: La guerra dello Stato islamico contro le minoranze religiose. Mi chiamo suor Diana Momeka, della congregazione delle Suore domenicane di Santa Caterina da Siena a Mosul, in Iraq. Vorrei anche chiedervi che la mia intera testimonianza venga registrata. 
Nel novembre 2009, una bomba è esplosa nel nostro convento a Mosul. All’epoca vi erano cinque suore all’interno dell’edificio e sono state fortunate a scampare all’attacco, senza riportare alcuna ferita. La nostra priora, suore Maria Hanna, ha chiesto protezione alle autorità civili locali ma la sua domanda è rimasta disattesa. Per questo, non ha avuto altra scelta se non quella di trasferirsi con tutte noi a Qaraqosh. 
In seguito, il 10 giugno 2014, il cosiddetto Stato islamico in Iraq e in Siria (Isis), ha invaso la piana di Ninive, al cui interno è situata Qaraqosh. Iniziando con la città di Mosul, l’Isis si è impadronita di una città dopo l’altra, dando ai cristiani della regione tre alternative: convertirsi all’islam; pagare un tributo (jizya) allo Stato islamico; abbandonare le città (come Mosul), con nient’altro che i propri vestiti. 
Mentre questa ondata di terrore si diffondeva per tutta la piana di Ninive, al 6 agosto 2014 la zona di Ninive era completamente svuotata della presenza cristiana; e, cosa ancor più triste, per la prima volta dal settimo secolo nessuna campana di una chiesa della piana di Ninive ha richiamato i fedeli alla messa. 
Dal giugno 2014 in avanti, più di 120mila persone si sono ritrovate sfollate e senza casa nella regione del Kurdistan irakeno, lasciandosi alle proprie spalle il loro patrimonio e tutto ciò per cui avevano lavorato nel corso dei secoli. Questo sradicamento, la depredazione di ogni bene appartenuto sino ad allora ai cristiani, li ha resi profughi nel corpo e nell’anima, strappando via la loro umanità e la loro dignità. 
Aggiungendo anche l’insulto alla ferita, le iniziative e le azioni intraprese tanto dal governo irakeno quanto dal governo regionale curdo sono state - volendo essere ottimisti - modeste e lente. Oltre a consentire l’ingresso dei cristiani nella regione, il governo del Kurdistan non ha offerto alcun aiuto di tipo finanziario o materiale. Posso capire il grande sconvolgimento che questi eventi hanno provocato a Baghdad ed Erbil, detto questo è passato quasi un anno e i cittadini cristiani irakeni sono ancora in una situazione di piena emergenza e bisognosi di aiuto. Molte persone hanno trascorso intere giornate o settimane nelle strade, prima di trovare riparo in tende, scuole e saloni. Grazie a Dio, la Chiesa nella regione del Kurdistan si è fatta avanti e ha curato in prima persona i cristiani sfollati, facendo davvero del proprio meglio per far fronte al disastro. Gli edifici appartenenti alla Chiesa sono stati aperti e messi a disposizione per fornire un riparo agli sfollati; hanno fornito loro cibo e altri generi di prima necessità, per far fronte ai bisogni immediati della gente; hanno anche fornito assistenza sanitaria gratuita. Inoltre, la Chiesa ha lanciato appelli cui hanno risposto molte organizzazioni umanitarie, le quali hanno fornito aiuti alle migliaia di persone in situazione di estremo bisogno. 
Oggi siamo grati per tutto ciò che è stato fatto, con la maggior parte delle persone che hanno trovato un riparo in piccoli container prefabbricati o in alcune case. Una soluzione di certo migliore rispetto alla prospettiva di vivere in strada o edifici abbandonati, queste piccole unità sono poche e sovraffollate, ciascuna al suo interno contiene almeno tre famiglie, composte da diverse persone, che devono condividere un solo alloggio. Questo, come ovvio, è fonte di tensioni e conflitti, persino all’interno della stessa famiglia. Vi sono molti che dicono “Perché i cristiano non lasciano l’Iraq e vanno in un altro Paese e ricominciano da capo?”. A questa domanda, vorrei rispondere in questo modo: “Perché mai dovremmo abbandonare il nostro Paese, cosa avremmo fatto per meritarcelo?”. 
I cristiani d’Iraq sono le prime persone che hanno abitato questa terra. Potete leggere di noi fin dall’Antico Testamento nella Bibbia. Il cristianesimo ha fatto il suo ingresso in Iraq fin dai primi momenti, attraverso la preghiera e la testimonianza di San Tommaso e degli altri apostoli della Chiesa degli albori. 
Sebbene i nostri antenati abbiano sperimentato ogni genere di persecuzione, essi sono rimasti sulla loro terra, dando vita a una cultura per secoli al servizio dell’umanità. E noi, in quanto cristiani, non vogliamo, né meritiamo di lasciare o essere costretti ad abbandonare il nostro Paese, più di quanto non possiate esserlo voi ad abbandonare i vostri.
La persecuzione che la nostra comunità si trova oggi a fronteggiare è la più brutale della nostra storia. Non solo siamo stati derubati delle nostre case, proprietà e terre, ma è stato distrutto anche il nostro patrimonio. Lo SI ha distrutto e continua a demolire e bombardare le nostre chiese, i reperti archeologici e luoghi sacri come Mar Behnam e Sara, un monastero del quarto secolo e il monastero di San Giorgio a Mosul. 
Sradicati e cacciati a forza, abbiamo capito che il piano dello Stato islamico è di svuotare la terra dai cristiani e ripulire il terreno di ogni minima prova che testimoni la nostra esistenza nel passato. Questo è un genocidio umano e culturale. I soli cristiani che sono rimasti nella piana di Ninive sono quelli che sono stati trattenuti come ostaggi. 
La perdita subita dalla comunità cristiana nella piana di Ninive ha portato l’intera regione sull’orlo di una terribile catastrofe. I cristiani per centinaia di anni sono stati il ponte che ha permesso di unire le culture di Occidente e Oriente. Distruggere questo ponte significa lasciare una zona di conflitto isolata e priva di cultura, svuotata della diversità religiosa e culturale. Attraverso la nostra presenza in quanto cristiani, noi siamo chiamati a essere una forza di bene, pace e connessione tra culture. 
Per ripristinare, riparare e ricostruire la comunità cristiana in Iraq, bisogna adottare con la massima urgenza le seguenti iniziative: 
1 - Liberare le nostre case dalla presenza dello Stato islamico e favorire il nostro rientro. 
2 - Promuovere uno sforzo comune e coordinato per ricostruire ciò che è stato distrutto - strade, acqua, forniture elettriche, ivi compresi i nostri monasteri e le nostre chiese. 
3 - Incoraggiare le imprese per contribuire alla ricostruzione dell’Iraq e del dialogo interreligioso. Questo può essere fatto attraverso le scuole, le accademie e progetti pedagogici ed educativi mirati. 
Sono solo una piccola persona, umile - io stessa vittima dello Stato islamico e delle sue brutalità. Venire qui è stato difficile per me, in quanto religiosa e suora non mi sento a mio agio con i media e con una così grande attenzione. Tuttavia ho voluto essere qui, e sono venuta per chiedervi, per implorarvi per il bene della nostra comune appartenenza al genere umano, di aiutarci. Abbiamo bisogno della vostra vicinanza, perché noi in quanto cristiani siamo accanto a tutti i popoli del mondo. E aiutateci! Vogliamo solo ritornare alle nostre vite di prima; non vogliamo nient’altro che fare ritorno alle nostre case.  
Vi ringrazio e che Dio benedica tutti voi!

* Suora domenicana di Santa Caterina da Siena a Mosul.

14 maggio 2015

Arcivescovo di Erbil: una visita del Papa possibile ed essenziale


«Una visita del Pontefice in Kurdistan è essenziale. Ne ho parlato con Papa Francesco lo scorso novembre a Roma e lui stesso ha espresso il desiderio di venire in Iraq». Così dichiara ad Aiuto alla Chiesa che Soffre monsignor Bashar Warda, arcivescovo caldeo di Erbil, capoluogo del Kurdistan iracheno. «Francesco mi ha detto che il suo entourage non gli consente di compiere un tale viaggio per evidenti motivi di sicurezza – aggiunge – ma io ritengo che sia possibile organizzare una visita. Ci vorrà soltanto un po’ di tempo».
Monsignor Warda racconta come nella sua diocesi abbiano trovato rifugio decine di migliaia di cristiani fuggiti dalle violenze dello Stato Islamico e riferisce dei significativi progressi compiuti nell’assistenza umanitaria. «Un risultato raggiunto soprattutto grazie ad Aiuto alla Chiesa che Soffre: il nostro partner principale in questa drammatica crisi». ACS ha infatti donato oltre 4milioni e 800mila euro a sostegno dei rifugiati, finanziando progetti quali abitazioni e scuole prefabbricate.
Migliaia di sfollati in Kurdistan attendono di conoscere quale sarà il loro futuro. «Se vi fossero segni di una riconquista delle aree occupate da Isis da parte dell’esercito, i cristiani sarebbero incoraggiati a rimanere in Iraq. Tuttavia, anche qualora Mosul e la Piana di Ninive fossero liberate, i fedeli dovrebbero attendere mesi prima di poter ritornare nelle proprie case».
Monsignor Warda è scettico riguardo alla possibilità di una protezione internazionale delle aree a maggioranza cristiana intorno a Mosul. «Considerata la situazione ad alto rischio, molte nazioni non vorranno inviare le proprie truppe. Prima di un qualsiasi intervento si dovrà poi avviare un processo di riconciliazione così che i vicini paesi musulmani non vedano nelle forze internazionali una presenza ostile».
Per il presule sono inoltre necessari maggiori sforzi per una pacificazione interna al paese. «Dal 2003 ad oggi sono morte almeno di 25mila persone a causa degli scontri tra sciiti e sunniti – afferma monsignor Warda – Per porre fine all’odio servirà un serio impegno sia della nostra classe politica che di potenze regionali quali Iran e Arabia Saudita, che da sempre influenzano la politica irachena»
La presenza cristiana ha un ruolo cruciale per il futuro equilibrio interno dell’Iraq. «Attraverso le nostre scuole e la nostra presenza promuoviamo di una cultura di dialogo, riconciliazione e pace. L’Iraq non sarebbe lo stesso senza cristiani».

13 maggio 2015

Iraq’s Christians Seek Another Country

By Wall Street Journal
Miles Windsor

Erbil, Iraq
As in so many urban centers across the Middle East, the marketplace here on a Friday—before the mosques’ calls to prayer—is a whirlwind of bright colors and noisy, animated bargaining. It’s a festival for the senses. On the fringe of the town square, opposite the antediluvian citadel, stands the Bazaar Nishtiman, a vast mall that hosts a plethora of cheap-denim stores on its lower levels and 150 Christian refugee families in the upper levels.
The mall’s owner, a Christian, has given permission for the refugees to use the converted stalls for as long as they need shelter. Last June, thousands of Christian refugees fled to Iraqi Kurdistan from Mosul, Qaraqosh and other villages on the Nineveh Plain following the advance of Islamic State. Conversations with some of these displaced Christians reveal a common, striking theme. It quickly becomes clear that the greatest threat to the future of Christianity in Iraq is no longer the Islamic State assault but the evaporation of hope.
Followers of Christ here recall their Master’s warning that they will face persecution, and they recall St. Paul’s teaching that suffering produces endurance and character. Most Christians in the Middle East retain their spiritual hope and trust in the Almighty. But they are losing their temporal hope: They fear that they will never return to their ancestral lands, and that the Christian presence in the region might disappear.
Iraq is home to one of the oldest continuous Christian communities in the world, some of whose members still speak Aramaic, the language of Jesus. But their numbers have plummeted to around 200,000 today from 1.5 million before the 2003 U.S. invasion of Iraq. A Christian exodus, if it isn’t reversed, would be a devastating loss for Iraq. Iraqi Christians are well-organized, and for years they’ve tended to the educational, cultural and social needs of the wider society.
Christians have also historically played a stabilizing role in this volatile region by reconciling differences and building peace. “Christians have always played a key role in building our societies and defending our nations,” Jordan’s King Abdullah has said. “There is no Iraq without Christians,” says Iraqi Prime Minister Haider al-Abadi.
Iraqi Christians’ fear of and mistrust toward their Muslim neighbors is palpable. Many tell me that soon after they made their initial journey north, they received telephone calls from their former neighbors telling them that there was no longer any threat, that they could return home. Upon doing so, however, they quickly fell into the hands of Islamic State and had their possessions stolen from them before being sent off into exile again.
Christians now feel betrayed by their neighbors, who, they insist, are fully subscribed to Islamic State’s ideology. One Assyrian Christian tells me, using the Arabic acronym for Islamic State, “Even if Daesh is driven out, how can we return to a place where there is so much hatred for us? They are Daesh, just without the balaclavas.”
Yet many Christian refugees also reject proposals for international military protection within a secure zone on the Nineveh Plain. Christians don’t want to exist as a community in isolation. They long to fulfill their Biblical calling to be “salt and light,” a living witness of the faith, integrated into society. Neither are they inclined toward a future in semiautonomous Iraqi Kurdistan. The Kurdish president, Masoud Barzani, has opened his country as a safe haven for all those fleeing Islamic State and even suggested that Kurds, who are predominantly Muslim, are free to convert to Christianity.
Even so, Christians have received a frosty reception from much of the Kurdish population. There is also the lingering memory of the centuries of persecution suffered by the Christian communities at the hands of their Kurdish neighbors, including the Kurdish complicity in the Assyrian and Armenian genocides a century ago.
Reconciling the Iraqi Church with the rest of Iraq will be a most challenging task. Festering tensions mustn’t be allowed to lead to the suspicion, enmity and hatred that can swallow generation after generation in the Middle East. The Christian community must be empowered and supported to articulate a strategic vision for its own future and to find a political voice. Standing apart from Sunnis and Shiites, it can one day even reprise its reconciliatory role. But these are distant prospects so long as the security threat, and the sense of mistrust and hopelessness, remain.
Back at the refugee mall, some have found new purpose and satisfaction through excellent initiatives to support their fellow exiles. I saw well-organized projects for food distribution and enrolling displaced students in school. One businessman from Qaraqosh told me how his new charitable activities in exile have reawakened him spiritually. His travails, he said, “are a blessing from God.”
Meanwhile, many of the young adults among them have been breaking their parents’ hearts by leaving for France, the U.S. and elsewhere in the West. They admit they would prefer to stay in the country of their birth and continue the Church’s ancient presence in Iraqi culture, but they see no future in the Middle East. Others gain spiritual succor from the Christian hope of “another country”—one without death, mourning, crying or pain—while others only despair.

Mr. Windsor is a political advocate and strategist at Middle East Concern.

Gli ospiti di Padre Jens

By L'Osservatore Romano

«I bisogni più urgenti riguardano l’alloggio, il cibo e l’igiene. Tuttavia con il passare del tempo bisognerà fronteggiare altre necessità, come l’istruzione dei bambini e dei giovani e alloggi più dignitosi per le famiglie».
Quando nel 2012 venne chiamato a guidare la chiesa dedicata alla Vergine Maria a Suleimanjia, nel Kurdistan iracheno, padre Jens Petzold, missionario tedesco, non immaginava che il suo incarico lo avrebbe messo davanti a una sfida così impegnativa.
A causa dell’avanzata dei miliziani del cosiddetto Stato islamico, nell’ultimo anno tanta gente è scappata da Mosul, da Qaraqosh e da tutta l’area della Piana di Ninive, dove per secoli cristiani e musulmani hanno vissuto gli uni accanto agli altri e dove i bambini delle due religioni frequentavano le stesse scuole. Così un gruppo consistente è arrivato a bussare alla porta del suo convento. «Al momento il monastero ospita 240 profughi — dice padre Jens — e tra loro ci sono molti bambini». Una goccia nel mare, certo, se è vero che, secondo le stime delle Nazioni Unite, nel territorio del Kurdistan autonomo in un solo mese hanno cercato rifugio più di 300.000 persone.
«I bisogni più urgenti riguardano l’alloggio, il cibo e l’igiene. Tuttavia con il passare del tempo bisognerà fronteggiare altre necessità, come l’istruzione dei bambini e dei giovani e alloggi più dignitosi per le famiglie». 

Quando nel 2012 venne chiamato a guidare la chiesa dedicata alla Vergine Maria a Suleimanjia, nel Kurdistan iracheno, padre Jens Petzold, missionario tedesco, non immaginava che il suo incarico lo avrebbe messo davanti a una sfida così impegnativa.
A causa dell’avanzata dei miliziani del cosiddetto Stato islamico, nell’ultimo anno tanta gente è scappata da Mosul, da Qaraqosh e da tutta l’area della Piana di Ninive, dove per secoli cristiani e musulmani hanno vissuto gli uni accanto agli altri e dove i bambini delle due religioni frequentavano le stesse scuole. Così un gruppo consistente è arrivato a bussare alla porta del suo convento. «Al momento il monastero ospita 240 profughi — dice padre Jens — e tra loro ci sono molti bambini». Una goccia nel mare, certo, se è vero che, secondo le stime delle Nazioni Unite, nel territorio del Kurdistan autonomo in un solo mese hanno cercato rifugio più di 300.000 persone.
- See more at: http://www.osservatoreromano.va/it/news/gli-ospiti-di-padre-jens#sthash.bhjWi3R1.dpuf

Lo scontro tra il Patriarcato caldeo e una diocesi caldea negli Stati Uniti continua

By Baghdadhope*

Da tempo è in atto un duro scontro tra il Patriarcato Caldeo e la Diocesi di San Pietro Apostolo, negli Stati Uniti occidentali, su alcuni sacerdoti e monaci lì in servizio che hanno abbandonato le proprie diocesi ed il proprio monastero senza permesso, ed ai quali è stato ordinato dal Patriarca di tornare ad operare nelle sedi originarie in Iraq.
Disatteso, con poche eccezioni, l'ordine patriarcale, i toni dello scontro si sono fatti più duri e la questione è stata discussa sia nel sinodo straordinario tenutosi a febbraio scorso a Baghdad, al quale il vescovo degli Stati Uniti occidentali accusato di aver accettato illegalmente i sacerdoti e monaci, Mar Sarhad Jammo, non ha partecipato, sia nella  successiva riunione plenaria della Congregazione per le Chiese Orientali.

Da essa, anche se non direttamente, vista la delicatezza della questione, era risultata quella che si prevedeva essere la linea che il Vaticano avrebbe adottato nei confronti dei chierici interessati dal provvedimento patriarcale.
Ecco infatti come il sito del Patriarcato Caldeo aveva diplomaticamente commentato i risultati dell'incontro:
"Hanno manifestato il loro appoggio all'autorità del Patriarca e del sinodo caldeo e l'importanza che i monaci e i sacerdoti rimangono al servizio dei fedeli nella loro terra madre, così danno un'autentica testimonianza sacerdotale, come pure hanno insistito sull'importanza di seguire i fedeli pastoralmente nelle diaspore secondo le norme canoniche vigenti."
Dopo circa un mese di silenzio la questione riaffiorò sui media il 1 aprile quando, nel nome dell'Anno della Misericordia, proclamato da Papa Francesco e della visita per la Santa Pasqua dell'inviato papale in Iraq, Cardinale Fernando Filoni, il Patriarcato tese, se così si può dire, una mano ai sacerdoti ed ai vescovi della diocesi di San Pietro offrendo loro l'opportunità di "tornare al normale servizio nella chiesa"  regolarizzando così la loro situazione "moralmente e legalmente" a patto di "scusarsi pubblicamente" per il "torto fatto alla Chiesa Caldea, al Patriarca, al Patriarcato ed al Sinodo."
Il 7 aprile, dopo che nessuna comunicazione ufficiale in proposito era stata resa pubblica da parte della diocesi americana, il Patriarcato rese ufficiale la notizia secondo la quale il 21 marzo una lettera inviata dal Cardinale Leonardo Sandri, a capo della Congregazione per le Chiese Orientali, aveva posto fine alla questione: per volontà di Papa Francesco i sacerdoti ed i monaci che non avevano rispettato il codice di diritto canonico avrebbero dovuto fare ritorno alle proprie diocesi ed in monastero, e Mons. Sarhad Jammo avrebbe dovuto facilitarne il ritorno in patria.
Nella lettera anche un appello ai vescovi perchè rispettassero le decisioni del Patriarcato ed il provvedimento a carico di uno dei monaci, Noel Gorgis, già espulso dalla chiesa, che avrebbe dovuto pentirsi e scusarsi publicamente per 
gli "abusi perpetrati" ai suoi danni.
La decisione del Vaticano sembrò però suscitare delusione, espressa nella critica all'operato stesso della Congregazione per le Chiese Orientali accusata * di non aver mantenuto la promessa di una "soluzione radicale" "tergiversando e facendo il doppio gioco," in riferimento al fatto che nulla era stato stabilito per quanto riguardava il vescovo di cui quei sacerdoti e monaci - si legge - sono stati "vittime," tranne l'invito a facilitarne il ritorno in patria.
Una decisione che in un certo senso manteneva lo "status quo" e che era ben lontana da quella invocata dal Patriarca Sako che in un'intervista, a gennaio, riteneva che l'unica soluzione possibile fossero le dimissioni dello stesso vescovo, o addirittura un intervento vaticano per il suo esonero e sostituzione con un amministratore patriarcale.

Al tacere sulla questione da parte dei due siti internet che fanno capo alla diocesi americana si contrapposero invece in quel periodo le notizie dell'apertura di un secondo monastero in territorio diocesano (9 aprile) e dell'ordinazione sacerdotale di due giovani caldei nati negli Stati Uniti ed ordinati diaconi lo scorso luglio (10 aprile). Un evento celebrato perchè - si legge - era la prima volta  nella storia della chiesa caldea che un seminario al di fuori dell'Iraq aveva come frutti dei sacerdoti.
La quasi contemporaneità degli eventi fu quasi certamente casuale,  ma non si può fare a meno di leggere in quelli avvenuti oltreoceano una sorta di sfida a Baghdad: la diocesi di San Pietro Apostolo avrebbe continuato sulla sua strada, e se i sacerdoti e monaci richiamati in patria non avrebbero più potuto servirla altri, in essa cresciuti,  li avrebbero sostituiti. 
Dopo quasi un mese di nuovo silenzio sulla questione all'inizio di maggio essa si ripresentò con forza. La forza delle parole di Mar Sako che, in occasione della visita in Iraq del Cardinale Sandri la ricordò, non in un incontro privato, ma durante l'omelia nella cattedrale caldea di Baghdad, definendola una "ferita sanguinante" ed appellandosi alla Santa Sede perchè prendesse una decisione "veloce, chiara e decisiva" contro i sacerdoti ed e i monaci in questione "come Papa Francesco già ha fatto in situazioni simili." Appare probabile che l'aver scelto di trattare la questione nel corso dell'omelia pubblica, e l'aver tirato in ballo situazioni simili già risolte da Papa Francesco, sia stato il modo scelto dal patriarcato per far pressione sulla Congregazione delle Chiese Orientali e spingerla all'azione.
Ma azione c'è stata? Per adesso si sa che è stato stabilito il termine massimo entro il quale i sacerdoti ed i monaci dovranno tornare in sede: il 17 maggio. Oltre quella data gli inadempienti saranno sospesi dalla vita sacerdotale. Oltre a ciò, si legge, i vescovi della diocesi di San Pietro (Mar Sarhad Y. Jammo e Mar Bawai Soro) dovranno dichiarare pubblicamente la propria posizione nei riguardi  della comunione con la Chiesa Caldea ed attraverso essa con la Santa Sede. 

Una richiesta forte, quella fatta ai vescovi di pronunciamento pubblico di  fedeltà, che nel comunicato del patriarcato assume toni ancora più drammatici vista la frase di Matteo (11:15) che lo chiude: "Chi ha orecchi intenda." 
 


* Forse non è un caso che il comunicato riguardante la lettera del Cardinale Sandri sia stato pubblicato dal sito del patriarcato in arabo ed in francese, come a volersi assicurare che nessuno a Roma potesse affermare di non aver capito il messaggio.  

Congregazione per le Chiese Orientali: sostegno agli iracheni cristiani ed al Patriarcato

Sinodo caldeo straordinario: alla prova l'unità della Chiesa

12 maggio 2015

Visita pastorale del Patriarca caldeo in Iran

By Baghdadhope*

E' iniziata oggi la visita pastorale in Iran del patriarca caldeo, Mar Louis Raphael Sako che, accompagnato dal vicario patriarcale Mons. Basilio Yaldo, è giunto stamani a Tehran.
La comunità caldea iraniana è esigua nei numeri ma antica e ben radicata nel paese nonostante le difficoltà. Le diocesi erano in origine tre ma quella di Ahvaz è attualmente vacante per mancanza di fedeli.
Oltre ad essa ci sono le diocesi diUrmia-Salmas e naturalmente quella di Tehran.
La diocesi di Urmia-Salmas fu eretta nel 1890 quando ne fu nominato vescovo Mons. Thomas Audo che nel 1918 riportò di circa 6000 fedeli serviti da circa 40 sacerdoti in 18 chiese. Da allora si sono susseguiti diversi vescovi l'ultimo dei quali è l'attuale titolare Mons. Thomas Meram nominato nel 1983. Attualmente la diocesi è servita da tre sacerdoti e tre suore delle Sorelle della Carità.
La Diocesi di Tehran fu eretta nel 1973 conseguentemente all'afflusso nella capitale di molti fedeli provenienti dalla città nord-orientale di Sanandaj. Attuale vescovo, dal 1996, è Mons. Ramzi Garmou che segue le attività delle chiese di San Giuseppe e della Vergine Maria così come i centri giovanili e quelli per gli anziani. Dal 2007 presidente della Conferenza Episcopale iraniana Mons. Garmou è dal 2013 Visitatore Apostolico della chiesa caldea in Europa. Ad aiutarlo a Tehran sono tre sacerdoti e suore del Santo Spirito oltre a quelle caldee che in quel paese hanno una missione.
In totale i fedeli caldei in Iran sono circa 13.000 e gli otto prelati che li seguono sono di origine iraniana, irachena, francese ed indiana.

Per sapere di più sui cristiani in Iran leggere i due speciali recentemente pubblicati da Asia News a firma del Direttore Padre Bernardo Cervellera:
Cristiani in Iran: con Rouhani qualcosa si muove
Cristiani in Iran: c’è sicurezza, ma si vive come in un ghetto

«Grazie Myriam». Letterine dei bambini italiani alla giovane cristiana di Qaraqosh

By Tempi
Rodolfo Casadei

Dopo aver visto il video della piccola irachena che perdona l’Isis, alcuni 11enni italiani scrivono ai coetanei profughi cristiani iracheni ringraziandoli per la loro testimonianza.


myriam-iraq

Eh, sì, Myriam ha fatto breccia in tutti i cuori. Il video con l’intervista che alla piccola profuga cristiana del nord dell’Iraq ha realizzato la tivù Sat-7 Arabic (per la trasmissione Sat-7 Kids) ha spopolato in rete nelle varie versioni sottotitolate nelle varie lingue. Meraviglia e gratitudine sono le reazioni più comuni registrate fra quanti hanno visto il filmato, espresse in centinaia di commenti. Meraviglia per la serenità e la pazienza con cui una ragazzina di 10 anni mostra di affrontare una situazione in cui le è stato portato via quasi tutto, compresa l’amica del cuore. Gratitudine per la testimonianza di fede semplice e cristallina come può essere quella di un bambino, messa alla prova da eventi sui quali non ha nessun potere: allora la debolezza e l’ingenuità di chi rende quella testimonianza si trasformano in forza e profondità negli adulti che la ricevono.

Quello che molti non sanno, e che era difficile da immaginare, è che quell’intervista e quella testimonianza stanno facendo del bene ai nostri ragazzi italiani coetanei di Myriam. Qualche insegnante ha avuto la buona idea di mostrare il filmato di Sat-7 Kids nelle nostre scuole, e i risultati sono stati sorprendenti. La sovrabbondanza di serenità e di coraggio della ragazzina di Qaraqosh ha colmato il deficit di queste stesse qualità che da mesi, nella distrazione di tanti adulti, i pre-adolescenti italiani stanno cercando di comunicare a modo loro. E nel loro caso la gratitudine ha preso la forma di tante letterine indirizzate ai bambini cristiani profughi dell’Iraq.«È dall’inizio dell’anno scolastico che i ragazzi fanno domande sull’Isis, sui musulmani, sui terroristi», racconta Lorena Volontà, che da quattro anni insegna italiano e storia presso la scuola media paritaria Mons. Manfredini di Varese. «Quando meno te lo aspetti, durante la lettura dell’Iliade o una lezione sul Medio Evo, vengono fuori con domande intorno a quegli argomenti. È chiaro che hanno visto qualcosa in tivù e ascoltato i discorsi in casa. Non gli basta quello che hanno capito e vogliono approfondire. Ma soprattutto vogliono essere rassicurati. Perché hanno paura». Sì, gli 11enni e le 11enni della IC della scuola media Mons. Manfredini di Varese hanno paura, e come coloro chissà quanti altri in giro per l’Italia. I notiziari a base di prigionieri decapitati o bruciati vivi, anche quando non mostrano scene raccapriccianti, non sono fatti per tranquillizzarli. Ad aggravare le loro ansie di bambini provvedono poi le leggende metropolitane, prodotto delle ansie di adulti che dimenticano di essere tali. «Un giorno una delle mie studentesse ha voluto raccontare a tutti i costi la storia che aveva sentito in casa: “Professoressa, un’amica di mia mamma ha detto a mia mamma che una sua amica ha restituito a un arabo il suo portafoglio pieno di soldi che lui aveva perso, e quello per riconoscenza l’ha avvertita: ‘Lei è una persona buona, mi raccomando, non visiti mai l’Expo: succederanno cose molto brutte!’”. Immaginatevi l’agitazione in classe!». Naturalmente i ragazzi sono pieni di fantasia, e per un pericolo a cavallo fra il reale e l’immaginario hanno escogitato una soluzione altrettanto fantastica ma non del tutto campata per aria: «Uno dei ragazzi ha detto: “Professoressa, io so come difendermi: terrò sempre un maiale vicino a me; per loro è un animale impuro, quindi non oseranno avvicinarsi!”. Da lì tutti insieme hanno trovato la soluzione per l’Expo: circondare il suo perimetro di maiali, così i terroristi si terranno alla larga.
«Che i ragazzi vedano nella scuola il luogo dove si può parlare di ciò che li turba e cercare delle soluzioni cercando la guida e la conferma di un adulto, cioè dell’insegnante, è una bella cosa», spiega Lorena. «Ma trovare il modo di aiutarli veramente non è facile. Il video di Myriam è stato provvidenziale. Hanno visto una ragazzina come loro, colpita realmente da ciò che a loro fa tanta paura, cha parlava sorridendo e che diceva di aver perdonato chi le ha fatto del male. La cosa li ha colpiti e li ha anche rassicurati: ci si può trovare in una situazione del genere e reagire con coraggio, senza esser schiacciati dalla paura. In Myram hanno trovato quella rassicurazione che non possiamo dare noi adulti italiani».
Per non perdere il filo Lorena ha proposto ai suoi studenti di scrivere delle lettere ai loro coetanei che da troppi mesi vivono nei centri di raccolta del Kurdistan iracheno dopo essere stati cacciati dalle proprie case dall’Isis. L’adesione è stata unanime. Ne è venuta fuori un’antologia epistolare dominata dall’ammirazione per il coraggio e la capacità di resistere dei giovanissimi cristiani iracheni, dalla volontà di incoraggiarli a continuare a fidarsi di Dio e a non avere paura, ma anche dall’ammissione della propria impotenza di fronte a un’ingiustizia così grande e dal riconoscimento che per dei ragazzi italiani che vivono nella tranquillità della provincia varesina è difficile immaginare i disagi, le sofferenze, le paure di chi è rimasto senza casa e a volte senza amici.

«Io ti stimo tantissimo perché riuscite a resistere e ti auguro tutta la fortuna del mondo, spero che Dio e Gesù ti possano proteggere», scrive Guglielmo. «Se questa lettera arrivasse a Myriam vorrei dirle che è stata fantastica, non ho mai sentito dalle nostre parti una bambina così. Il modo in cui si esprimeva era fantastico, ma non solo perché era brava a parlare, ma anche perché una bambina del genere è da prendere ad esempio», scrive Carola. Il concetto che i bambini cristiani iracheni sono da prendere a modello, anzi da considerare maestri di vita, torna di lettera in lettera. Scrive Giulia: «Siete forti perché anche se costretti ad andare via e scappare, non vi siete arrabbiati con Dio, ma invece avete lottato senza mai perdere la fede e la speranza, io invece non ce l’avrei mai fatta, e forse mi sarei arrabbiata con il mondo ma avrei sbagliato, ma se mi succedesse adesso in questo momento dopo aver visto il video di Sat-7 Kids, di trovarmi nella vostra situazione, non farei come dicevo perché mi avete insegnato ad andare avanti, superando la paura, la tristezza e il male. Io vi stimo e voi, anche se magari della mia stessa età, siete i miei maestri della vita».
Naturalmente nei testi emerge anche il senso di colpa di chi capisce di essere un privilegiato rispetto al suo interlocutore. «Io non posso capire come state, io non posso capire il vostro dolore», sono frasi che tornano di lettera in lettera. Ma c’è anche chi scrive: «Spero un giorno di poter venire nel tuo paese e visitare un campo profughi e almeno capire come vi sentite. Perché io sono convinto che prima o poi qualcuno li fermerà, perché non è giusto che loro non pensano agli altri».

Cristiani dell’Iraq: «il male non ha futuro. Il bene è vittorioso»

By Oasis

Nessun giornale, nessun reportage, nessun tipo di documentario è capace di lasciar immedesimare il lettore con l’esperienza che vivono oggi i cristiani dell’Iraq quanto la testimonianza di S.B. Louis Sako, patriarca di Baghdad dei Caldei, condensata in «Ne nous oubliez pas !». È un piccolo volume che, attraverso lo sguardo di un testimone-pastore impegnato sul campo, svela le vicende di martiri e di assassini, atti di distruzione e gesti di carità, sullo sfondo di una storia che sta trasformando il volto del Medio Oriente e che investe in pieno, in modalità inattese, anche l’Occidente.
Articolata in tappe diverse, attraverso le domande ben documentate di Laurence Desjoyaux, l’intervista passa al vaglio la prova dello Stato islamico, i duemila anni di storia del cristianesimo in Iraq, la vita dello stesso patriarca dall’infanzia all’attuale ministero, il dialogo con l’Islam e il futuro possibile dei cristiani in Iraq.
Tutta la prima parte è materia incandescente, costruita su una domanda sempre presente tra le righe: ma perché tanto odio nei confronti dei cristiani? Che cosa dell’antica comunità cristiana caldea è così insopportabile per gli uomini dello Stato islamico? Tra i numerosi passaggi del testo nei quali il patriarca affronta le ragioni della tragedia attuale, ne spicca uno in particolare che si offre come provocazione di fondo per i cristiani di ogni latitudine: «I membri dell’organizzazione “Stato islamico” ritengono che i cristiani, con la loro libertà e i loro usi diano fastidio. Guardate le giovani ragazze cristiane vestite in jeans e senza velo! Una giovane musulmana, secondo loro, non può vestirsi così. Perciò la presenza dei cristiani è un ostacolo per la creazione di un vero Stato islamico […]. In questo preteso “califfato”, una cristiana libera, vestita in modo diverso, obbliga le altre giovani donne a porsi delle domande. I cristiani, con la loro differenza, seminano il dubbio».
In questa parola, “differenza”, si concentrano due millenni di presenza cristiana in queste terre, ai quali con cenni diversi torna più volte il capo della Chiesa caldea: una lunga storia che ha visto ripetutamente i cristiani pagare un prezzo alto, nella loro carne, a causa della loro fede. Ieri e di nuovo oggi: il vescovo di Mosul, mons. Raho rapito e ucciso nel 2008, i troppi sacerdoti e semplici fedeli che hanno preferito morire o lasciare tutto, casa, lavoro, città, patria, pur di non convertirsi all’Islam sono la testimonianza lancinante di quanto sia presente, vivo e riconosciuto tra loro e da loro Gesù Risorto.
La croce nelle chiese caldee, spiega il patriarca, è senza il corpo del crocifisso. È una croce gloriosa: indica - per assenza - che il Crocifisso, che ha assunto su di sé tutto il male di ogni tempo, è morto, ma è risorto e su quella croce di legno non sta più. Quella luce pasquale trapassa tutta la testimonianza di mons. Sako e costituisce il criterio con cui interpreta il presente e pensa il possibile avvenire che attende i cristiani iracheni.
Con molto realismo il patriarca comprende che per non morire per la mano violenta dei terroristi o per gli stenti, molti sono costretti a lasciare la patria. L’emorragia sembra inarrestabile: da un milione e mezzo prima della guerra del 2003, i cristiani oggi secondo stime non ufficiali sono circa 300.000-400.000. Ma non ci si può arrendere, osserva il patriarca, occorre arginare il fenomeno, tentare di invertire la tendenza subito. Non è solo una questione “cristiana”, l’Iraq tutto si ripiegherebbe ulteriormente su se stesso, svuotato di una presenza vitale e garante di pluralità.
Senza mezzi termini mons. Sako chiama in causa le forze occidentali che hanno contribuito a creare il caos in Iraq nel 2003: «Gli americani che hanno invaso l’Iraq, che hanno cambiato regime e che hanno detto che avrebbero protetto i diritti dell’uomo e portato la democrazia e la libertà, dove sono? Dov’è la libertà? Dov’è la democrazia? Bisogna realizzare ora questo grande progetto e permettere a tutti i cittadini di questo Paese di vivere degnamente». Gli occidentali, aggiunge, devono capire che il fanatismo dello Stato islamico costituisce un grave pericolo anche per loro. E alla domanda ultima se è possibile un futuro per i cristiani in Iraq, il patriarca risponde che sì, c’è un futuro, ma bisogna prepararlo insieme.
L’Iraq procede verso una divisione, di fatto è già diviso in tre grandi aree, geograficamente ma anche psicologicamente: la regione sciita, quella sunnita e quella curda. Anche se ora appare come orizzonte impossibile, mons. Sako si augura che nel lungo termine l’Iraq possa diventare una federazione di Stati, forma che potrebbe salvaguardare l’unità del Paese, garantire l’autonomia pretesa dalle singole parti e avviare un nuovo sviluppo economico. I cristiani potrebbero vivere là dove sono rimasti e fare in modo di essere rappresentati in maniera adeguata presso gli organi di governo. La soluzione, è convinto il patriarca, non è fuggire, ma resistere e partecipare, desiderosi di essere riconosciuti cittadini al pari dei musulmani e con gli stessi diritti. Solo che il tempo stringe, è ora di tornare a vivere pienamente: «Ho una grande speranza – conclude mons. Sako - che alla fine la risurrezione verrà. Siamo in un tunnel […] ma alla fine c’è la luce, c’è il giorno […]. Il male non ha futuro. […] Mentre il bene è lento, laborioso, ma tenace. È stabile. È vittorioso».

24 aprile 2015

Inizia lo sciopero della fame per chiedere il riconoscimento del Genocidio assiro

By Fides

I cristiani siri, assiri e caldei di Midyat, nella provincia turca di Mardin, hanno iniziato uno sciopero della fame con l'intento di dare pubblico risalto al centenario dei massacri che nell'Anatolia del 1915 decimarono anche le comunità cristiane sire, assire e caldee, oltre a quelle armene. In questo modo, le comunità cristiane orientali siriache chiedono che siano riconosciute, oltre al Genocidio armeno, anche le atrocità del cosiddetto Genocidio assiro, noto con l'espressione in lingua siriaca Seyfo (“spada”), che provocarono secondo accreditate ricerche storiche, diverse centinaia di migliaia di morti. Lo sciopero della fame continuerà fino alla fine di aprile e chi vi aderisce digiunerà 100 ore, per indicare i cento anni trascorsi da quei tragici avvenimenti.
Intanto, come riferiscono fonti turche consultate dall'Agenzia Fides, il Vicario patriarcale armeno Aram Ateshian, del Patriarcato armeno di Costantinopoli, ha espresso apprezzamento per il messaggio di condoglianze recentemente indirizzato dall'ufficio del Primo Ministro turco Ahmet Davutoglu ai discendenti degli armeni morti “durante la deportazione del 1915”.
A giudizio del Vicario patriarcale - incaricato di reggere il Patriarcato in vece del Patriarca Mesrob II, colpito da malattia incurabile – il messaggio inviato da Davutoglu è come “un ramoscello d'ulivo” offerto dalla leadership turca agli armeni. Il governo turco aveva già confermato la presenza di suoi rappresentanti alla Messa di suffragio delle vittime del “Grande Male” in programma oggi a Istanbul, presso la chiesa del Patriarcato armeno.

La solidarietà di Bartolomeo I a Mar Sako per i cristiani perseguitati in Iraq

By Asia News
Joseph Mahmoud


Nei giorni scorsi il patriarca Mar Louis Raphael I Sako ha compiuto una visita ufficiale in Turchia, incontrando fedeli e visitando luoghi di culto della tradizione caldea in terra ottomana. Fra i momenti salienti del viaggio il faccia a faccia con Bartolomeo I al Fanar, il quartiere greco di Istanbul dove sorge la cattedrale di San Giorgio. L’incontro è avvenuto lo scorso 22 aprile e ha confermato il legame di vicinanza e solidarietà fra Patriarcato ecumenico di Costantinopoli e la Chiesa caldea, vittima da tempo di violenze e persecuzioni da parte delle frange islamiste e dei jihadisti in Iraq. 
Bartolomeo I ha accolto con tutti gli onori il patriarca Sako e la delegazione caldea, esprimendo “vicinanza” ai cristiani in Iraq, che vivono “circostanze difficili”. Il patriarca ecumenico ha sottolineato il desiderio che possa tornare a “regnare la pace nella regione”, usando le stesse espressioni utilizzate pochi mesi fa da papa Francesco nel suo viaggio apostolico in Turchia: “Non è possibile immaginare un Medio Oriente senza cristiani”. 
In risposta, Mar Sako ha ringraziato per l’accoglienza e per la preghiera e, in particolare, per la decisione del patriarcato ecumenico di aprire le porte agli immigrati che “possono così celebrare la messa”. Sua beatitudine ha anche sottolineato l’importanza “dell’unità dei cristiani”, perché “nell’unità è la nostra salvezza, la nostra forza”. I due leader cristiani hanno anche affrontato il tema della unificazione delle feste cristiane, come testimonianza di unità e fraternità. 
La cattedrale caldea di Diyarbakir
Ad accompagnare il patriarca Sako nel suo viaggio vi erano il vescovo ausiliare di Baghdad mons. Basilio Yaldo, il vescovo caldeo d’America mons. Francis Kalabat e mons. Francois Yakan, vicario patriarcale in Turchia. Prima di incontrare Bartolomeo I, la delegazione caldea nei giorni precedenti aveva visitato alcuni fra i luoghi più importanti della storia della chiesa caldea locale. Fra questo l’antica cattedrale caldea di Diyarbakir, sede del primo patriarca caldeo Sulaka nel 1553, dove sabato 18 aprile è stata celebrata una messa. 
Durante l’omelia mar Sako ha sottolineato l’importanza della storia e della sacralità del luogo, che “riporta alle fonti della nostra Chiesa, che ha molto sofferto”. “Anche se siete rimasti una minoranza - ha detto rivolgendosi ai fedeli - non importa perché voi siete il sale e la luce, con la vostra fede e la vostra testimonianza”. 
A seguire l’incontro con i giornalisti, durante il quale si sono affrontati diversi temi fra cui gli interventi del Vaticano e dell’Unione europea in merito alle stragi del 1915 (il genocidio armeno e assiro). “Questa storia è dolorosa - ha sottolineato il patriarca caldeo - dobbiamo imparare da essa per non ripetere più simili tragedie, allontanando la mentalità della guerra e della lotta. Dobbiamo invece promuovere una cultura della pace e del rispetto reciproco, perché non c’è futuro senza pace”. Il papa, ha aggiunto sua beatitudine, ha denunciato questi fatti storici, per denunciare quanto sta accadendo oggi, leggi il genocidio e lo spostamento di massa in atto in Iraq, in Siria, in Yemen e in Libia. “Il papa non ha voluto colpevolizzare l’attuale governo turco - precisa mar Sako - come la Chiesa oggi non accusa gli ebrei per avere ucciso Cristo 2mila anni fa. Dobbiamo capire i fatti nella giusta prospettiva e non politicizzarli”. 
La visita a Mardin
Nel contesto del viaggio il patriarca Sako e la delegazione caldea hanno visitato la città di Mardin e celebrato la messa nella chiesa caldea di sant'Ormisda a Mardin.  Più tardi è stata la volta dello storico monastero siriaco-ortodosso di Zaffaran e il monastero di Mar Gabriele a Tur Abdin. Sua beatitudine ha insistito ancora una volta sulla esigenza di “unità dei cristiani”, perché si possa garantire un futuro alla minoranza nella propria terra. 
L’incontro con il governatore di Istanbul
Nella mattinata del 21 aprile il patriarca Sako ha incontrato il governatore di Istanbul, Vasif Sahin, col quale è emersa l’importanza dell’educazione religiosa e di una nazione aperta, capace di rispettare il valore della persona umana, creatura di Dio. “Le guerre sono una vergogna, un’assurdità” ha sottolineato sua beatitudine, per questo “dobbiamo imparare dalla storia per promuovere la coesistenza e il raggiungimento della pace e della stabilità nel mondo”. Oggi non è ragionevole parlare di jihad o guerra santa, come succedeva nei secoli passati. “Non esiste una guerra giusta” chiariscono i due leader, e la Turchia con il suo governo laico “può contribuire nel percorso di separazione fra Stato e religione”. “Se vogliamo fare un passo in avanti - ha concluso il patriarca - non vi è altra scelta. La religione è un rapporto personale con Dio, mentre la società è di tutti”. 
Infine, mar Sako ha celebrato la messa per la comunità caldea di Istanbul; a conclusione della celebrazione, egli si è intrattenuto con i fedeli e ha ascoltato i loro suggerimenti e le loro richieste, assicurando il proposito di lavorare per soddisfarle nel più breve tempo possibile. 

23 aprile 2015

23 aprile 1915.

By Baghdadhope*



Filoni: 1915, il calvario dei cristiani

By Avvenire
Fernando Filoni*

Il 24 aprile è la Giornata della memoria del genocidio armeno. La data è legata alla notte tra il 23 e il 24 aprile 1915 quando vennero compiuti i primi arresti tra l'élite armena di Costantinopoli, dando vita a una persecuzione che coinvolse 1.200.000 persone.
Nelle regioni orientali dell’Impero ottomano assieme agli armeni furono trucidati anche assiri, caldei, siri...
Per i “Giovani Turchi” erano tutti «nemici interni».
Ecco una riflessione del cardinale Ferdinando Filoni, Prefetto della Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli

Chi si ricorderà del genocidio assiro-caldeo-siriaco del 1915? L’interrogativo sembra far eco a quello attribuito a Hitler: «Chi parla ancora, oggi, del massacro degli armeni?». E non poche sono le somiglianze storiche. Nell’irredentismo che scuoteva l’antico Impero ottomano, tra il XIX ed il XX secolo, i cristiani da secoli vivevano in uno stato di sottomissione ed i loro diritti erano affidati più alle garanzie occidentali (di Francia e Gran Bretagna) che al diritto comune dei popoli. La Grande Guerra portò con sé serie conseguenze anche in Medio Oriente dove si inserì il principio del protettorato sulle nuove entità geo-politiche nate da accordi internazionali.
La Francia laica, che nel 1904 aveva denunciato il concordato con la Santa Sede, separò Stato e Chiesa; se la Sede Apostolica conseguì la libertà nella nomina dei vescovi in Francia, nel Vicino Levante i cristiani dell’Impero ottomano perdettero un potente tutore, anche se dal 1856 (dopo la guerra di Crimea) la Sublime Porta li aveva equiparati civilmente agli islamici. I diritti civili acquisiti, però, non li avevano garantiti contro vari eccidi sanguinosi – come nel caso degli armeni ad opera del sultano Abdul-Hamid II (1894-96) e dei “Giovani Turchi” (1909). Fu, però, tra il 1915 e il 1918 che fu posta in atto un vera strage: centinaia di migliaia di armeni vennero crudelmente massacrati, anche con la complicità di bande curde, o morirono di fame e di stenti durante la loro forzata deportazione, o in fuga, insieme a decine di migliaia di assiri, caldei, siri e di altre confessioni. Cinque vescovi subirono il martirio; tre morirono in esilio. Di sedici diocesi, ne rimasero in vita tre; dei 250 sacerdoti, circa 126 furono uccisi insieme a numerose religiose. Nell’estate del 1915 sette suore Caterinettes, fondate appena trentacinque anni prima, vennero trucidate, tra cui le due fondatrici della congregazione.
I turchi, come scrisse in un resoconto del tempo il domenicano François-Marie Dominique Berré, ritenevano giunto «il momento di liberare la Turchia dai suoi nemici interni, che sono i cristiani». Si riteneva che, come per i massacri del 1894-1896, le potenze europee non sarebbero intervenute per vendicare la loro morte; e commentavano: «Del resto, i nostri alleati, i germanici, sono là per sostenerci». Berré parlò della morte di uomini, donne e bambini, mentre falsità e delazioni furono prese a pretesto per la loro eliminazione, come nel caso della Congregazione di San Francesco d’Assisi, che la polizia esibì come setta segreta francese a prova del tradimento dei cristiani di Mardin. Nel 1914 padre Berré era stato deportato da Mosul a Mardin e rinchiuso, insieme ai confratelli Jacques Rhétiré e Hyacinthe Simon, nell’arcivescovado siro-cattolico. Vi rimase per due anni e per tale ragione i tre furono testimoni di numerosi eventi ed in particolare dei massacri di Mardin orditi contro i cristiani. Come missionario, egli era arrivato a Mosul nel 1884 e aveva svolto mansioni di professore nel seminario inter-rituale di St. Jean; in seguito divenne superiore della stessa missione domenicana. In tale veste, durante la guerra, fu confinato a Mardin, prima di essere espulso in Francia, dove continuò ugualmente ad interessarsi della missione domenicana; a guerra conclusa, riavviò la missione, che trovò quasi completamente distrutta. Nel dicembre del 1921 Benedetto XV, poco prima della morte, lo nominò arcivescovo di Baghdad dei Latini, e poco dopo, il 19 settembre del 1922, Pio XI gli affidò anche l’ufficio di delegato apostolico di Mesopotamia, Kurdistan e Armenia Minore.
Mardin, nel 1914, era una cittadina di 42mila abitanti, c’erano 25mila musulmani e 17mila e 700 cristiani. Il Berré, in un rapporto del 15 gennaio 1919, conservato nel Fondo della nunziatura apostolica in Iraq e conservato nell’Archivio segreto vaticano, riporta delle cifre approssimative dei cristiani uccisi a Mardin e zone limitrofe: 18mila caldei, 2.700 siro-cattolici, 100mila siro-ortodossi, 7mila armeni. Precisa, poi, di non aver potuto valutare il numero degli armeni massacrati nei villaggi delle regioni vicine, quanto al numero dei siro-ortodossi, invece, afferma che si tratta di una cifra «comme un minimum». A proposito dei caldei, Berré rileva di non aver incluso i nestoriani, anch’essi sterminati in gran numero. Poi commenta: la cifra di un milione di morti, riportata da numerose pubblicazioni, non è esagerata.
Questi massacri, si domanda Berré, erano rappresaglie? Gli armeni erano colpevoli? Perché eliminare tutti i cristiani che nella zona di Mardin erano almeno 120mila? Pur riconoscendo che il Comitato rivoluzionario armeno cercava l’autonomia a livello internazionale, ciò non fu a causa dei massacri turchi tra il 1895 e il 1896? Ed aggiunge: nonostante ciò, si deve considerare responsabile tutta la nazione armena? E che dire degli armeni cattolici che non partecipavano ai Comitati rivoluzionari, eppure crudelmente colpiti, a cominciare dall’arcivescovo (armeno-cattolico) Malayan di Mardin, che mai ha avuto a che fare con i rivoltosi? Quindi Berré commenta: le autorità ottomane conoscevano perfettamente ciò, sapevano chi erano i rivoltosi.
Allora, perché non li hanno condotti in tribunale? E quando questo è accaduto, perché li hanno liberati? La ragione – scrive Berré – fu addotta dal generale Djaber Pacha, governatore del distretto di Van, ossia, «che si sarebbe gridato in Europa se li avessimo detenuti»; così si creò il pretesto per sterminare tutta la nazione armena. Si domanda ancora Berré: perché prendersela con donne e bambini? Perché si sono andati a cercare i cristiani lontano dalle zone di guerra, come Urfa, Mardin, Séert, Djézireh? Il presule termina rilevando che i responsabili dei massacri sono il governo ottomano e il comitato “Unione e progresso”; ma anche i germanici, il cui governo fu almeno complice. Il futuro arcivescovo di Baghdad, in conclusione, si augurava che la coscienza delle nazioni civili potesse un giorno mettere in funzione delle commissioni d’inchiesta per rendere giustizia alle innumerevoli vittime.

Patriarcato caldeo e Caritas in aiuto alle famiglie musulmane sfollate di Tikrit e Anbar

By Asia News
Joseph Mahmoud


Patriarcato caldeo e Caritas in Iraq hanno portato oggi aiuti ad almeno 2mila famiglie musulmane sfollate da Tikrit e Anbar, teatro dell’ultima offensiva delle milizie dello Stato islamico (SI).
Interpellato da AsiaNews sua beatitudine Mar Louis Raphael I Sako ha sottolineato l’importanza di questa “iniziativa fraterna”, resa possibile da quanti hanno guidato e accompagnato camion e mezzi utilizzati per la consegna.
“I nostri fedeli - ha aggiunto il leader della Chiesa irakena - hanno voluto esprimere in modo concreto la solidarietà dei cristiani ai loro fratelli musulmani, alleviandone in questo modo la loro sofferenza”. 
Il patriarca caldeo ricorda che “Cristo ci ha comandato di aiutare le persone nel bisogno”, in particolare quelli “che riteniamo essere nostri fratelli”. Egli ha aggiunto che “siamo venuti qui oggi per esprimere il nostro dolore per quanto sta accadendo nel nostro Paese”, per le distruzioni, le uccisioni, le centinaia di migliaia di sfollati.
“Noi cristiani abbiamo sofferto molto - prosegue mar Sako - soprattutto a Mosul e nella piana di Ninive”. Rivolgendosi alle famiglie di sfollati musulmani, in fuga da Tikrit e Anbar, egli ha sottolineato che “siamo venuti a dirvi che condividiamo la vostra sofferenza e vi amiamo”. E ha infine auspicato che “queste tragedie finiscano presto” e le persone “possano tornare nelle loro case e vivere in piena pace e sicurezza”. 
L’iniziativa promossa dai leader cristiani e dalla comunità dei fedeli ha ricevuto l’apprezzamento non solo delle famiglie che hanno beneficiato degli aiuti, ma anche di autorevoli esponenti della comunità musulmana irakena. I due sceicchi Mohamed e Mahmoud Ghurery hanno elogiato la vicinanza e la solidarietà della minoranza cristiana, parlando di “iniziativa nobile e fraterna”. “La religione cristiana - hanno aggiunto - è amore e voi, ora, l’avete incarnato in un gesto concreto”.
I leader musulmani hanno aggiunto di non dimenticare i molti attestati di stima e solidarietà ricevuti in questi anni dai cristiani, perché quella di oggi “non è la prima volta”. “Queste iniziative - concludono - consolidano la coesistenza e ricostruiscono la fiducia. Dio vi benedica e vi ringraziamo dal profondo del nostro cuore”.
Intanto prosegue la campagna lanciata nei mesi scorsi da AsiaNews “Adotta un cristiano di Mosul”, per portare un aiuto concreto alle centinaia di migliaia di famiglie cristiane, yazide, musulmane che, ormai da mesi, hanno dovuto abbandonare le loro case a Mosul e nella piana di Ninive per sfuggire ai jihadisti (per aderire alla campagna, clicca qui).
L'iniziativa finora ha permesso la raccolta e l'invio di circa 1,2 milioni di euro per il fabbisogno quotidiano. Ora l’obiettivo è raccogliere 3,5 milioni di euro per garantire agli sfollati un tetto e una casa in cui vivere. 

22 aprile 2015

Isis minaccia le minoranze, summit S. Egidio sui cristiani d’Oriente a Bari

By OnuItalia.com

Travolte dalla guerra in Siria e in Iraq, le minoranze del Medio Oriente, non solo cristiane, rischiano di scomparire e finire disintegrate a causa di un conflitto divenuto regionale e su cui la comunità internazionale si dimostra priva di iniziativa. Ed è con l’obiettivo di “colmare un vuoto di pensiero, di ascolto e di azione”, che la Comunità di Sant’Egidio ha promosso per il 29 e il 30 aprile il primo “summit intercristiano”  a Bari per affrontare il dramma delle minoranze religiose perseguitare nel Medio Oriente.
Il titolo del summit è “Cristiani in Medio Oriente: quale futuro?” e intende dare la parola ai protagonisti del tema, i capi delle Chiese cristiane d’Oriente, che, ha spiegato il presidente di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo, “vedono messa in discussione la permanenza delle loro comunità nelle terre in cui sono presenti da secoli, prima ancora dei musulmani”. “Rischiamo di assistere alla scomparsa di intere minoranze – ha avvertito Impagliazzo -. L’emergenza ci spinge a cercare soluzioni laddove la comunità internazionale ora latita mentre prima ha agito con la sbagliata convinzione di fare la guerra, aggravando la situazione delle minoranze, e penso in particolare all’Iraq”.
Al summit parteciperanno patriarchi e rappresentanti delle chiese cattoliche ed ortodosse d’Oriente, oltre al ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni e il segretario per i rapporti con gli Stati della Santa Sede, mons. Paul Gallagher. Per il raffreddamento della crisi in Siria, ha ricordato Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, lo strumento diplomatico idoneo era stato individuato nella proposta di “Save Aleppo”, il progetto per salvare Aleppo, “con una tregua protetta dalla comunità internazionale”. Proposta lanciata da Sant’Egidio e raccolta dall’inviato delle Nazioni Unite Staffan De Mistura, ha ricordato Riccardi, “ma inspiegabilmente lasciata cadere nell’indifferenza delle potenze europee”. Tuttavia, ha rilanciato, “il cantiere rimane aperto, anche se è stato provvisoriamente abbandonato dagli operai che erano stati chiamati a portare avanti il lavoro”.

Quei cristiani iracheni (in fuga) che denunciano l'islam politico

By Il Foglio
Maurizio Stefanini

“I cristiani caldei e assiri si chiamano così anche perché sono orgogliosi di discendere dagli antichi popoli della Mesopotamia. Per questo parlano ancora l’aramaico e conservano le vestigia dell’antica Assiria. Quelle vestigia che invece lo Stato islamico si vanta di distruggere, mostrando le rovine in video. Così come mostra in video il modo in cui sta distruggendo i cristiani”.
A presentare all’Università Santa Croce un gruppo di 38 cattolici iracheni rifugiati in Francia e in pellegrinaggio a Roma e a Assisi è stato Francesco Cutino, a nome di “Giona è in cammino”, onlus che appunto si propone si assistere i cristiani d’Oriente perseguitati.
Giona dal nome del Profeta che andò a predicare nella città di Ninive, dopo essere stato inghiottito e vomitato da una balena. Storico centro di insediamento del cristianesimo mesopotamico, la Piana di Ninive – nell'odierno stato dell'Iraq – è stata il teatro delle più feroci imprese degli uomini di Abu Bakr al-Baghdadi. E oggi molti cristiani chiedono che proprio la Piana di Ninive sia trasformata in zona di rifugio sotto tutela internazionale, per evitare che la loro fede sia definitivamente spazzata via dalla regione in cui nacque.
 "C’erano un milione e mezzo di cristiani in Iraq prima del 2003, adesso non ne rimangono più di 300.000”, dice padre Rebwar Audish Basa, procuratore generale dell'Ordine antoniano di Sant'Ormisda dei Caldei e accompagnatore dei pellegrini. Nella Piana di Ninive ne è rimasto solo qualche migliaio a Erbil. “Il monastero di San Giorgio, dove io ho studiato, è stato trasformato in un carcere. Hanno tolto le croci, hanno devastato il cimitero in cui erano stati sepolti tanti giovani cristiani morti per la patria irachena durante la guerra contro l’Iran”.
Le storie raccontate da questa quarantina di cristiani sono una più terribile dell’altra. Cutino, che è psicoterapeuta, ricorda una donna profuga dall’Iraq ospite delle Suore di Madre Teresa in Libano. “Non parlava più, dopo mesi finalmente una donna anziana nel vedere il modo in cui guardava il Presepe le diede il bambinello in mano. Lei scoppiò a piangere e recuperò la parola, raccontando di come le avevano portato via il figlio”. “Se torno in Iraq, mi rapiscono mio figlio e mi chiedono uno sproposito per riscatto”, racconta uno dei rifugiati. “Quando sono iniziati i problemi e me ne sono andato, i miei parenti mi dicevano che sbagliavo. Adesso stanno in camper dopo aver perso tutto. Mi chiedono con ansia di aiutarli a uscire”, spiega un altro. Un terzo racconta di quando andò a una messa serale che fu attaccata da un kamikaze. La moglie fu uccisa, la figlia ferita, lui si salvò perché essendo suddiacono si trovava più in avanti. “Preferiamo andarcene che perdere la fede. Per noi la fede è tutto”, proclama un quarto. Commenta Padre Rebwar: “Se i cristiani avessero accettato di convertirsi all’Islam avrebbero avuto favori di tutti i tipi, anche soltanto per una questione di propaganda. Ma hanno preferito lasciare tutto piuttosto che perdere quella che per loro era la cosa più importante”.
Sperano che il governo iracheno possa presto sconfiggere lo Stato islamico? “I soldati del governo iracheno sono scappati di fronte all’Isis in cinque minuti”, risponde Padre Rebwar. “E poi in Iraq in questo momento di governi ce ne sono almeno quattro: quello dello Stato islamico, quello curdo, quello sciita, quello centrale. Che è quello che conta di meno”. Alcuni cristiani hanno ora iniziato a armarsi. “Un gesto simbolico importante, ma appunto solo simbolico. Sono qualche decina: non possono sconfiggere lo Stato islamico da soli”. Alcuni dei rifugiati del gruppo sono ormai in Francia da 8 anni. “Le cose per i cristiani hanno iniziato a mettersi male da molto prima che comparisse l’Isis”. Ma tutti dicono di voler tornare in Iraq, se se ne presentano le condizioni. “Chiediamo che l’Europa ci garantisca una zona di rifugio nella piana di Ninive”. Stessa richiesta che fa il più giovane del gruppo: un ragazzo che è l’unico a parlare in francese e non in aramaico. E aggiunge: “Il problema non è soltanto lo Stato islamico. In Francia vivo gomito a gomito con i musulmani, e al di là della facciata sotto sotto quasi tutti pensano che i cristiani sono nemici da spazzar via”.
“Un tabù che in Francia è difficile affrontare, ma che fa affrontato”, commenta Padre Rebawr: “Noi cristiani facciamo sempre i buoni, ma non può essere una cosa a senso unico. I genitori quando devono educare i figli non possono sempre fare i buoni: ogni tanto bisogna anche essere severi. Anche noi dobbiamo essere severi con i musulmani che in Occidente chiedono diritti ma poi, dove sono maggioranza, diventano sempre più oppressivi verso le minoranze. Non è solo l’Isis: pensiamo ai paesi musulmani dove non si può costruire una chiesa, a quelli in cui è perfino proibito alle donne guidare”.

21 aprile 2015

Priest saving Christians from ISIS


Several hundred Christian refugees have sought refuge in the church of Father Douglas Al-Bazi, an Iraqi Catholic priest based in Irbil in the Kurdish north. He himself has been targeted - kidnapped, tortured and beaten because of his faith.....

Listen to the radio interview by clicking on the title of the post or here

TentED: educating displaced children in Iraqi Kurdistan. Father Douglas Bazi.

By Baghdadhope*

What weapons do the Iraqi Christian have to defend themselves and their next generations? 
Culture. To become ambassadors of peace, as Father Douglas Bazi of Mar Eliya Church in Erbil says.
Listen to the voices of the Iraqi christian children displaced by ISIS and to that of the priest who explains how important culture is for them. 
"Kids are smart, give them the opportunity and they will be ready. If someone asks me: "can you?" I will say: "Yes we can!" but "can you help us?" 
says the priest who is cooperating with EPIC in TendEd, a project committed to supporting the education of displaced children in Kurdistan (Iraq) that in 2014 equipped the hundreds of children living in Mar Eliya Church complex with classroom materials, recreation supplies and a well furnished library (700 books). 


El yihadismo acelera el éxodo de cristianos en Oriente Próximo


El sacerdote iraquí Zuhir Gaggui vio por última vez su casa el pasado 7 de agosto. Eran las cuatro de la madrugada y huía sin llevar consigo más que “un par de camisas” ante la inminente llegada a su ciudad, Karakosh, de milicianos del Estado Islámico (EI). Horas antes, una bomba caída en la medina anunciaba que los yihadistas se aproximaban a esta localidad, de unos 50.000 habitantes y mayoría cristiana, a 30 kilómetros de Mosul, que para entonces ya estaba en manos de los terroristas. Poco después del alba, Karakosh caía también bajo el control del autoproclamado califato.
La historia del padre Gaggui es la de cientos de miles de cristianos árabes, especialmente en Siria e Irak, obligados al exilio ante la situación política y el avance del yihadismo en Oriente Próximo, cuna de las primeras comunidades cristianas, que han visto reducido drásticamente su número.
Aunque las cifras son difíciles de precisar, en Siria se calcula que unos 450.000 cristianos han tenido que abandonar su hogar desde 2011. En Irak, el millón y medio aproximado de cristianos de los noventa se redujo a algo más de medio millón tras la invasión estadounidense en 2003, un número que ha vuelto a caer con la expansión del EI. También Líbano ha perdido parte de su comunidad cristiana, especialmente en su guerra civil (1975-1990). “Es ahora más numerosa en el extranjero que en Líbano”, confirma la lingüista libanesa Rita Hanna El Daher, durante su participación en las jornadas que Casa Árabe organizó la semana pasada sobre cristianos en Oriente Próximo.
“El EI nos ofrece convertirnos, pagar, o el martirio”, dice el arzobispo de Homs.
El Estado Islámico ha sido letal también para los cristianos. Ayer, los terroristas difundieron en un vídeo el asesinato de 28 cristianos etíopes en Libia. “Cuando llegan a una ciudad dan tres opciones a los cristianos: la conversión al islam, el pago de la jizya [impuesto especial] o el martirio”, explica monseñor Abdo Arbach, arzobispo de la ciudad siria de Homs.
Sin embargo, Arbach quiere desvincular los ataques contra cristianos de un conflicto religioso: “Cristianos y musulmanes hemos vivido siempre en paz en Siria, incluso ahora, después de cuatro años de guerra”. Y refuerza su argumento: “Los musulmanes son víctimas también del terrorismo”. “Los chiíes”, recuerda, “y los yazidíes también han sido asesinados por el Estado Islámico”.
Los cristianos árabes “son un elemento esencial” en la conformación de la identidad de una región que “no puede entenderse sin su legado cristiano”, analiza Jacinto González Núñez, profesor de la Universidad Eclesiástica de San Dámaso, que trata así de combatir la “propaganda” que intenta convertirlos en “extranjeros en su tierra”. “En el Evangelio según San Mateo se recoge que ‘la fama de Jesús se extendió por toda Siria”, cita González como ejemplo de la pronta consolidación cristiana en Oriente Próximo.
Pero acudiendo a ejemplos más recientes, el escritor palestino Edward Said o los libaneses Amin Maaluf y Gibran Jalil Gibran son sólo algunos de los cristianos célebres que ha alumbrado esta tierra, más vinculados a su identidad nacional que a su fe religiosa. “Porque los cristianos han sido siempre fieles a sus países”, defiende Zuhir Gaggui.
En Irak, “los cristianos se alistaron en el Ejército en la guerra contra Irán”, apunta Gaggui. También el anterior patriarca de los coptos, Shenouda III, proclamó que los cristianos no son “una minoría: “Somos egipcios y patriotas”, dijo, según recuerda monseñor Ermia, presidente del Centro Cultural Copto Ortodoxo en El Cairo. El presidente egipcio, Abdelfatá al Sisi, ha reforzado la relación con los cristianos. “Ha sido el primer mandatario que ha visitado nuestra catedral, cuando vino a dar el pésame por los coptos asesinados en febrero en Libia por el Estado Islámico”, añade Ermia.
“Siempre hemos sido fieles a nuestros países”, asegura un cura iraquí.
Bishara Ebeid, cristiano palestino doctor en literatura copta, siriaca y árabe, hace gala de su identidad. “Cuando hace 11 años viene a Europa y me presentaba como cristiano árabe palestino la gente se quedaba sorprendida porque la mayoría sigue identificando a los árabes con el islam”, protesta. También de su patriotismo: “Los palestinos cristianos son parte de la cuestión palestina, los que viven en Israel, se consideran palestinos”.
Y es este íntimo vínculo entre lo cristiano, lo árabe y el patriotismo, uno de los argumentos para reclamar la defensa de las comunidades cristianas árabes, según Rita Hanna El Daher, no solo porque su asfixia supondría “un declive de la civilización árabe”, sino porque en ellas reside la clave para favorecer el entendimiento entre Oriente y Occidente, porque “sus fórmulas de convivencia ya están probadas y funcionan”.

Estado Islámico es un cáncer, denuncia Obispo de Irak en Congreso “Todos Somos Nazarenos”

By ACI Prensa
Blanca Ruiz


Mons. Bashar Matti Warda es el Obispo de Erbil (Irak) una de las diócesis más atacadas y que más refugiados cristianos ha acogido en los últimos años debido a la persecución del Estado Islámico, que él califica como “un cáncer”.
Según explicó Mons. Bashar Matti Warda en una entrevista concedida a ACI Prensa en el marco del congreso “Todos Somos Nazarenos” realizado en Madrid entre el 17 y 19 de abril, “la mentalidad fanática del ISIS no es un fenómeno nuevo, siempre ha existido solo que ahora ha aumentado por el caos que vive se vive en el país”.
Además destacó que el Estado Islámico no es un fenómeno que afecta solo a Oriente Medio, sino que se trata de “un fenómeno global, porque hay ciudadanos europeos y americanos que están en sus filas”.
Algo que le lleva a pensar sobre el problema de la educación, que según precisa es uno de los factores que ha llevado a Irak a vivir la desestructuración actual.
“En 2004 mi parroquia fue la primera en la que se le puso un coche bomba. La gente me preguntaba qué podíamos hacer, algunos proponían hacer un muro de cemento. Pero les dije que no, que lo que teníamos que hacer era construir un colegio y así lo hicimos. Ahora a esa escuela que está dentro del recinto de la iglesia vienen los chicos del barrio y el 90 por ciento de los estudiantes son musulmanes”, señaló.
El Prelado indicó que en la escuela “los educamos en los valores de aceptar al otro, del respeto, del amor y de la apertura de mente. Eso es lo que les falta y lo que los cristianos y especialmente lo católicos podemos aportar”.
“Lo he visto muchas veces en muchas comunidades cristianas que vienen ayudan, no les piden que se cambien de religión o su modo de vivir. Estas comunidades llevan a cabo el deber del amor y la solidaridad. Los cristianos tienen la misión de llevar el mensaje de dar gratis lo que han recibido de Dios como un don o una gracia, también en esta zona convulsa del mundo”, apunta.
 Los ataques continuados en Irak han hecho que muchos de los cristianos hayan tenido que huir de sus casas. Erbil ha acogido desde agosto de 2014 a más de 15 mil familias que viven en situación precaria.
“Algunos llegaron a pie, andando durante más de 8 horas y habiendo dejado todo atrás. Hemos tenido mucho trabajo para ayudarles y hemos tenido que empezar desde cero. Queremos que nuestra gente se quede en Kurdistán e Irak, pero que tengan una vida digna. Vivienda, educación y salud son los puntos principales que resolver”, señaló a ACI Prensa Mons. Batti Warda.
La persecución de cristianos en Oriente Medio no es nueva, reiteró el Prelado, pero ahora se presenta la posibilidad de emigrar a otros países en donde hay libertad de culto. De hecho, Mons. Warda señaló que en Estados Unidos la comunidad de cristianos de Irak tiene 22 sacerdotes y seminaristas que han nacido allí. “Emigran, pero no dejan su fe ni su Iglesia, sólo el país”, explicó.
Y es que el Obispo de Erbil es consciente de que la vida en Irak para los cristianos no es nada fácil, y se corre el riesgo de que esa zona quede sin la histórica presencia cristiana: “Por eso queremos ofrecer una posibilidad, para que las familias se lo piensen dos veces antes de irse. Sabemos que la vida en Irak no es fácil, especialmente cuando viven hacinados en una habitación de una casa o en una caravana y que nos les ha quedado nada”.
“No podemos decirles que se queden, pero queremos que la emigración no sea la única opción”, subrayó. Además precisó que sienten “el poder de la oración. Que todos tus hermanos en la fe estén rezando por ti es algo muy fuerte”.