"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

10 gennaio 2014

La siriaca e l'armena riconosciute tra le lingue ufficiali

By Fides

Il Parlamento iracheno ha riconosciuto anche il siriaco e l'armeno tra le lingue ufficiali del Paese, insieme al linguaggio parlati dai Turkmeni. La legge sulle lingue ufficiali è stata approvata dalla Camera dei Rappresentanti martedì 7 gennaio, e costituisce il punto d'arrivo di dieci anni di sforzi e mobilitazioni per far riconoscere a livello legislativo un principio già affermato dalla Costituzione, che lo garantiva come espressione dell'uguaglianza dei diritti esercitati da tutti i cittadini iracheni. Di fatto, fino ad oggi, le uniche lingue riconosciute come ufficiali dall'amministrazione pubblica erano l'arabo e il curdo.
Il provvedimento – riferiscono fonti locali consultate dall'Agenzia Fides – è stato accolto con soddisfazione dalle comunità cristiane interessate.
“Il siriaco, la lingua di Cristo, la lingua dei nostri antenati, di Babilonia e dell'Assiria è tornato a essere una lingua ufficiale in Iraq” ha dichiarato Yonadam Kanna, parlamentare iracheno e Segretario generale dell'Assyrian Democratic Movement. La legge troverà applicazioni concrete soprattutto nelle aree abitate con maggior densità dai cristiani armeni e siri, come la Piana di Ninive e i Governatorati di Dahuk e Erbil.
Nel momento drammatico vissuto dal Paese, di nuovo ferito dagli scontri settari e aggredito anche militarmente dalle milizie jihadiste, il provvedimento legislativo riafferma a suo modo la vocazione plurale, interetnica e interconfessionale che sola può garantire la sopravvivenza dell'Iraq come Nazione. 

Syriac is now an official language in Iraq


Zowaa.org – Sanayi Kado: MP Younadam Kanna the Secretary-General of the Assyrian Democratic Movement said that “the Syriac is the language of Christ, the language of our ancestral, the language of Babylon and Assyria has returned to become an official language in Iraq.”
Kanna added in a statement that was posted in by our (Zowaa.org) “My greetings and congratulation to all of our Chaldean Syriac Assyrian people for our success in the Iraqi Council of Representatives to enact the Official Languages Act , which has passed today. In which our Syriac language is now one of the official languages in Iraq , according to Article IV of the Iraqi constitution . ”
Kanna continued “This recognition is the harvest of ten years efforts where in 2003 we were able to include this matter in the Transitional Administrative Law and in 2005 we were able to include it in the permanent constitution of Article IV, which guarantees the Syriac language is an official language , and today it has been translated into the law as one of our basic rights, guaranteed by the Constitution. ”
Kanna added “Today once again the language of Christ, the language of the ancestral, the language of Babylon and Assyria has returned to become one of the official languages, along with its sister Arabic , Kurdish and Turkmen as official languages practiced by our people. Also, it would be considered the official language in areas of high population density of our people in the areas of Nineveh plain or areas of the governorates of Dahuk and Arbil. Thousands of congratulations to our people. I extend my greetings and appreciation to the House of Representatives who voted to pass this law. This law is considered a proud moment for the Iraqi people where it confirms pluralism in Iraq and acknowledges the plurality of ethnic and cultural heritage in Iraq. ”
The House of Representatives had voted at its meeting on Tuesday, January 7 in the adoption of the Official Languages Act in Iraq.
Translated into English by: Sargon Alkurge

3 gennaio 2014

Il Patriarca Sako: appello per la concordia nazionale

By Fides

“Facciamo appello a tutti i settori della Nazione, nelle attuali circostanze, a operare per la pace, invocando il linguaggio del dialogo, della comprensione e della moderazione e ponendo al primo posto l'interesse della Patria e dei cittadini”. Così in un messaggio per il nuovo anno appena iniziato, il Patriarca di Babilonia de Caldei Louis Raphael I Sako ha sollecitato i suoi concittadini a ritrovare coesione nazionale davanti alle nuove stragi e alle spinte disgregatrici che pesano sul presente e sul futuro dell'Iraq. “in questo frangente” ha scritto il Patriarca nel suo messaggio, pervenuto all'Agenzia Fides “dobbiamo aiutarci gli uni gli altri a aderire alla Patria, alla logica dello Stato e della legge”. S. B. Sako richiama tutti a abbandonare l'estremismo, la violenza e le derive settarie, isolando coloro che “cercano di seminare discordia”. 

30 dicembre 2013

Arcivescovo di Aleppo: "La Chiesa aiuta tutti senza distinzioni di fede o fazioni"

By Asia News

"La Chiesa di Aleppo è presente nonostante le bombe, la fame e il freddo di queste settimane. Desideriamo vivere e avere fede, mostrando la nostra solidarietà verso tutti senza distinzioni di religioni o fazioni. Questa è la nostra missione, il nostro compito".

È quanto afferma ad AsiaNews mons. Antoine Audo, arcivescovo caldeo di Aleppo, che descrive la vita della popolazione in questi giorni di Natale caratterizzati da una "pioggia di bombe" e oltre 500 morti, ma anche da storie di solidarietà e condivisione fra cristiani e musulmani. Per il vescovo i continui appelli del papa alla pace hanno permesso  a sacerdoti, prelati e laici di non perdere la speranza e di avere fede in Dio.
"Il 25 dicembre - racconta mons. Audo  - sono cadute almeno 12 bombe in vari quartieri, molti dei quali cristiani, facendo molte vittime". Il vescovo sottolinea che la situazione è migliorata negli ultimi giorni, ma nella città i poveri sono tantissimi. I bombardamenti di regime e ribelli, il freddo e i prezzi dei viveri alle stelle hanno ridotto la popolazione alla fame. Anche la classe media si è impoverita. "Purtroppo non vediamo la fine di queste violenze - spiega - nessuno sa quando finirà questa guerra. Tutto si può accettare, ma non questa confusione che non lascia intravedere spiragli di cambiamento".
Tale situazione non impedisce ai cristiani e alla Chiesa di continuare la sua opera di carità e di preghiera per la pace in Siria. Nonostante le esplosioni e il rischio di morire, centinaia di persone hanno partecipato alle due messe celebrate nella cattedrale caldea il 24 dicembre alle 17,00 e la mattina di Natale. Gli odii e le divisioni che stanno distruggendo la società siriana non hanno fermato il sostegno ai poveri e alle famiglie di sfollati.
"In questi mesi - continua mons. Audo - migliaia di famiglie dei quartieri e dei villaggi della periferia di Aleppo si sono rifugiate nel centro della città, in particolare nei quartieri cristiani. La Chiesa accoglie tutti, senza differenze, anche se a volte alcuni cristiani non comprendono questa apertura che non fa distinzioni fra religioni e fazioni politiche".
Ogni giorno nei locali della Chiesa caldea la Caritas organizza un pranzo e una distribuzione di viveri per i poveri e gli sfollati della zona, soprattutto musulmani. "Alcuni giorni fa - racconta il prelato - un anziano musulmano mi ha rincorso e ad alta voce ha espresso la sua gratitudine per il nostro lavoro, affermando che 'l'oro vero si vede quando ci sono difficoltà. Per i musulmani quest'oro è la carità dei cristiani".

25 dicembre 2013

Baghdad: So THIS is Christmas and what have they done, another year over a new one just begun

By Baghdadhope*

Christmas Day bombings in Iraq's capital kill 37
ABC News


Doppio attentato nel giorno di Natale. A Baghdad è strage di fedeli cristiani
La Stampa


Doppio attentato: Bomba vicino ad una chiesa ed al mercato

Rai News


Strage di Natale a Baghdad, decine di morti. Mons. Warduni smentisce attentato contro i cristiani.
Radio Vaticana

A Baghdad doppio attentato, bomba vicino ad una chiesa e al mercato - See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/baghdad-attentato-38d055ab-2b80-44ff-b4b0-af1c32270336.html#sthash.tGXK4uiy.dpuf
A Baghdad doppio attentato, bomba vicino ad una chiesa e al mercato - See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/baghdad-attentato-38d055ab-2b80-44ff-b4b0-af1c32270336.html#sthash.tGXK4uiy.dpufA Baghdad doppio attentato. Bomba vicino ad una chiesa ed al mercato

24 dicembre 2013









Buon Natale 
 e Felice Anno Nuovo

Happy Christmas
and Happy New Year


                                                                                       Baghdadhope

23 dicembre 2013

The Cabinet Approves the Proposal of His Beatitude Patriarch Sako to Declare Christmas a Holiday for All Iraqis

By Chaldean Patriarchate

by Father Albert Hisham – The Chaldean Patriarchate Media Administrator The Cabinet (Council of Ministers) headed by His Excellency Prime Minister Mr Nouri al-Maliki, approved the proposal that was presented by His Beatitude our Father Patriarch Mar Louis Raphael Sako to His Excellency Prime Minister Mr Nouri al-Maliki to declare Christmas, The Birth Day of our Lord Jesus Christ, 25 December, a holiday for all Iraqis.
On this occasion, the Chaldean Patriarchate, represented by His Beatitude our Father the Patriarch, give thanks to the Iraqi Government for agreeing to this proposal, asking the Almighty for peace in our country and for all Iraqi people to be blessed with security and stability.
We publish here the message text of His Beatitude to His Excellency the Prime Minister requesting the Declaration of Christmas as a holiday for all Iraqis:

Your Excellency Prime Minister Mr Nouri al-Maliki, Munificent God protect you
Subject: A proposal for “Declaration of Lord Jesus Christ birthday (Christmas) a holiday for all Iraqis

Peace be upon you.
As Your Excellency know that Lord Jesus Christ birthday is on the twenty fifth of the month of December of each year. And that Lord Christ is not limited to Christians, but He is for everyone. And He is highly respected by our fellow brothers, the Muslims, where the Quran has sorted out for Him a privileged position. With this opportunity, I approach Your Excellency requesting to make this feast day a public holiday for all Iraqis. With this declaration, you would please your children, the Christians, and establish coexistence, as well as this declaration will leave a good image of you and Iraq in the International Forums which envisages that the Christians are being persecuted.
 Your Excellency, please accept my highest respect.

Patriarch Dr. Louis Raphael Sako

Pellegrinaggio in Iraq. Mons. Andreatta: segno di comunione tra cristiani



Sempre tesa la situazione in Iraq, dove negli ultimi undici mesi hanno perso la vita oltre 8mila persone. Intanto, si è appena concluso il primo pellegrinaggio dell’Opera Romana Pellegrinaggi (Orp) organizzato nel Sud del Paese, in cui la situazione è più tranquilla. Per un bilancio del viaggio, ascoltiamo il vicepresidente dell’Opera romana pellegrinaggi, mons. Liberio Andreatta, al microfono di Antonella Pilia:
Il bilancio di questo pellegrinaggio è estremamente positivo, prima di tutto nei confronti dei cristiani che si sono sentiti meno isolati e hanno avuto finalmente un contatto diretto con pellegrini provenienti dall’Italia, da Roma, tra l’altro con la benedizione di Papa Francesco. Quindi un grande entusiasmo e una grande iniezione di energia e di incoraggiamento per le piccole comunità cristiane. In tutta Nassiriya c’è una sola famiglia di cristiani e in tutta la città di Babilonia sono soltanto cinque: queste persone hanno sentito il calore dei fratelli cristiani che sono venuti a far loro visita. Il secondo obiettivo del viaggio è stato quello di un dialogo, di un incontro: abbiamo avuto una sorprendente accoglienza da parte degli sciiti e dei sunniti. Nell'esperienza di tutti i miei pellegrinaggi nei Paesi musulmani, per la prima volta ho sentito pronunciare le parole “riconciliazione” e “perdono”. Ogni incontro terminava sempre con questa parola, detta da tutti: "Ecco, finalmente possiamo sperare".
Tra i doni benedetti da Papa Francesco e portati in Iraq, c’è anche un lembo della veste che Giovanni Paolo II indossava il giorno dell’attentato…
Sì, esattamente! Un lembo della veste che indossava quel giorno, intrisa di sangue, quasi a significare che il sangue del Papa si è mescolato col sangue dei martiri caduti. Quel reliquiario prezioso lo abbiamo portato a Nassiriya, nella chiesa dei siro-cattolici dove dieci anni fa ebbe luogo la strage di cristiani da parte di un gruppo di terroristi, che ha fatto oltre 30 vittime, tra cui due sacerdoti. Questo reliquiario è un segno che vuole incoraggiare i nostri fratelli cristiani, soprattutto i siro-cattolici.
Da questo pellegrinaggio sono anche scaturiti dei progetti per il futuro?
Sì, noi abbiamo promesso che non li lasceremo soli: torneremo! Cominceremo con piccoli gruppi, soprattutto nel sud dell’Iraq, dove la sicurezza e la tranquillità sono tornate pressoché alla normalità. Cominceremo entrando dalla Giordania, attraverso Bassora e Nassiriya, Url, fino a Karbala e Babilonia, luoghi biblici legati all’Antico Testamento e quindi alla nostra storia sacra. La permanenza sarà di pochi giorni, in modo che iniziamo intanto ad abituare i pellegrini affinché, tornando, possano incoraggiare gli altri e assicurare che c’è sicurezza. E poi anche per dare modo e tempo ai nostri fratelli dell’Iraq di organizzare le infrastrutture che oggi non sono molto all’altezza. Ma la cosa importante è andare con fede!
Lei crede che ci possa essere un futuro di pace per l’Iraq?
Io ne sono certo! Credo che sarà ancora un anno duro e difficile, perché nella primavera del prossimo anno ci saranno le elezioni. Quindi certamente una situazione esplosiva perdurerà, ma sarà soprattutto al Nord dell’Iraq, da Baghdad in su: non potremmo certo andare, ad esempio, a Ninive, un'altra zona straordinaria della storia sacra. Nonostante ciò, il futuro dell’Iraq è sicuramente la pace: io lo credo, ne sono convinto ed è per questo che preghiamo insieme a loro, per loro e con loro, perché la pace arrivi!

20 dicembre 2013

Baghdad prepares Christmas security plan

by Mohammed al-Qaisi

Baghdad authorities have drafted a major security and services plan to safeguard shoppers buying Christmas trees and other seasonal items and preparing for the upcoming celebrations.
A 10-metre Christmas tree, the largest displayed in Baghdad in many years, will be erected in central Baghdad's al-Karrada al-Sharqiya district, said Baghdad provincial council cultural committee chairman Salah Abdul Razzak.
The preparations include decorating and lighting Baghdad churches and giving symbolic gifts to our Christian brothers, Abdul Razzak said.
"The festivities, which will be held in al-Karrada al-Sharqiya, where a majority of Christian families live, as well as in Baghdad al-Jadeeda and al-Mansour, will serve as a message of goodwill, love, and social unity among the various Iraqi communities," he said.
Interior Ministry spokesman Brig. Gen. Saad Maan said security forces have put the final touches on a plan to protect the Christmas celebrations.
Thousands of security personnel will take part in the plan, which will start on Christmas Eve and will include "securing all churches, monasteries, public parks, tourist resorts and markets, as well as residential areas where celebrations will be held and where citizens are expected to go out visiting each other", he told Mawtani.
Early preparations included searches for explosives and car bombs and aimed to create an atmosphere of reassurance for city residents due to the visibility of security personnel protecting residential areas and public places, he said.
"The night curfew will be suspended on New Year's Eve to enable the citizens to celebrate until a late hour," Maan said.
"Hundreds of fireworks, dolls and flashing lights have been readied, and the high-rise buildings in Baghdad have been decorated and will be lit up on New Year's Eve," Baghdad mayor Naeem Aaboub told Mawtani.
Santa Claus also will be visiting orphanages and victims of terror to deliver gifts for the first time in Baghdad, he added.
On New Year's Eve, entry into the city's tourist sites and public parks will be free of charge, he said, and free public transport will be made available.

'A message of peace'

The Rev. Sabah Boutros, of the Church of the Virgin Mary in Baghdad, praised the official preparations and security precautions, and expressed his hope that Christmas will be an opportunity to promote peace and unity.
"The sounds of our churches' bells, like the sounds of mosques, convey a message of peace, and reject violence and terror," he told Mawtani. "Nothing will divide us because we are brothers in this country."
Boutros called on Iraqi Christians to pray to help Iraq move past its current troubles, defeat the language of bloodshed, and give prevalence to the language of peace.
"Sharing these celebrations with the Muslim community will have a special flavour and great joy, as it unifies us more and more," he said.
Everyone hopes the coming year will be better than the previous one, and that it will herald the start of a new phase of stability, Deputy Prime Minister Saleh al-Mutlaq told Mawtani.
"By celebrating the New Year, Iraqis are reaffirming their national identity before anything else, and the government will do all that is necessary to protect that," he said.
Various shops and markets in Baghdad are seeing an influx of shoppers buying artificial Christmas trees, Santa Claus dolls, and colourful decorative lights, said gift shop owner Hadi Ahmed, 43.
"This is the second time I sold out all the goods in my shop, and I intend to bring in more merchandise," said Ahmed.
 

La casa di Abramo, seme di fede e pace

by Giorgio Paolucci

Missione compiuta. Quella che poteva apparire come una sfida impossibile si è dimostrata una strada praticabile. Sono rientrati ieri dall'Iraq i venti italiani che hanno partecipato al "gesto profetico" promosso dall'Opera Romana Pellegrinaggi e guidato dal vicepresidente monsignor Liberio Andreatta. La meta principale è stata la casa di Abramo nella piana di Ur, nella parte meridionale del Paese, da dove quattromila anni fa ha preso le mosse la grande avventura umana e religiosa che ha dato origine al popolo ebraico e che ha trovato compimento in Cristo. Come noto, Abramo viene venerato, oltre che dagli ebrei, anche dai musulmani che lo considerano uno dei profeti che ha preceduto l'insegnamento di Maometto. L'altro gesto altamente significativo è stato l'incontro con le comunità cristiane che vivono in Iraq, piccole e sempre meno numerose (il totale è sceso da oltre un milione di fedeli a 450mila in dieci anni) ma animate da uomini e donne di grande fede, che testimoniano una volontà di pace e di riconciliazione in una terra divisa e fragile.
Emblematica e commovente la Messa di martedì nella cattedrale caldea di San Giuseppe a Baghdad, presieduta dal patriarca Rapahel Sako e a cui hanno preso parte le comunità che celebrano nei quattro riti presenti in Iraq: oltre ai caldei, i latini, gli armeni e i sito-cattolici. Presenti in chiesa, oltre al nunzio vaticano Giorgio Lingua, anche alcuni musulmani che in questi giorni hanno accompagnato i pellegrini, a testimonianza della volontà di concordia presente in tanta parte della popolazione. “Celebrare il mistero della morte e resurrezione di Cristo con voi questa sera rinvigorisce la nostra speranza, ci fa capire che non siamo soli e che l’unità è il bene più prezioso che i cristiani devono coltivare tra loro e testimoniare a questa società che ha bisogno di riconciliazione e di perdono reciproco”. Alle parole del patriarca caldeo Sako si sono aggiunte quelle di Andreatta, che ha rilanciato l’esortazione di Giovanni Paolo II: “Non abbiate paura, aprite le porte a Cristo. Siamo venuti in questa terra come pellegrini di pace, abbiamo trovato accoglienza, calore, affetto da parte di tanta gente e la sicurezza necessaria per compiere un gesto come questo. Non ci siamo fatti fermare dalla paura, e preghiamo perché chi vive in queste terre sia capace di guardare con fede e fiducia le difficoltà che popolano l’esistenza quotidiana”. Giovanni Paolo II desiderava andare come pellegrino in Iraq fino alla casa di Abramo, ma la guerra lo aveva fermato. “Non è potuto venire qui da vivo, ci viene ora idealmente da beato e prossimo santo”, ha detto Andreatta. Infatti tra i doni portati dall’Italia alle comunità cattoliche di Baghdad c’è un frammento della veste intrisa di sangue che Wojtyla indossava il 13 maggio 1981, il giorno dell’attentato in Piazza San Pietro. E’ stato offerto alla cattedrale siro-cattolica di Nostra Signora della Salvezza, dove il 31 ottobre 2010 un gruppo di terroristi legato ad Al-Qaeda ha seminato morte e devastazione facendo irruzione durante la celebrazione della Messa e uccidendo 47 persone. Papa Francesco aveva benedetto i doni prima della partenza, invitando a pregare “per la cara nazione irachena purtroppo colpita quotidianamente da tragici episodi di violenza perché trovi la strada della riconciliazione, della pace, dell’unità e della stabilità”. Durante il pellegrinaggio, che si è snodato da Bassora fino a Baghdad, ci sono stati anche incontri significativi con alcuni leader religiosi musulmani, con i pellegrini sciiti in cammino verso i luoghi santi di Najaf e Karbala, e con i governatori delle province di Bassora e Thiqar, nella parte meridionale del Paese, impegnati a ricucire il tessuto sociale e umano di questa terra. “Anche noi, come Abramo, ci siamo affidati con coraggio alla Provvidenza – commenta Andreatta al termine della settimana -. Abbiamo superato pregiudizi e scetticismi, e si è aperto un nuovo cantiere per realizzare itinerari di grande interesse religioso e culturale in una terra che è culla millenaria di civiltà ed è rimasta a lungo preclusa ai pellegrini. Anche così si può contribuire alla costruzione della pace e a ridare fiducia al popolo iracheno”. 
 

Da Baghdad il messaggio di Natale del Patriarca Caldeo

By Baghdadhope * 

Tradotto ed adattato da Baghdadhope il messaggio di Natale di Sua Beatitudine Mar Louis Raphael I Sako, Patriarca di Babilonia dei Caldei.

Versione originale dal sito del Patriarcato caldeo:

Christmas Homily

Nel mezzo delle avversità e delle difficili situazioni che sperimentiamo nella vita quotidiana in Iraq, Siria, Libano ed in Medio oriente, la festa del Natale giunge per ridestare in noi la speranza.
Il Natale ci dà forza e fiducia per ricostruire ciò che è andato distrutto negli anni di carestia, per ripristinare ciò che è stato deformato, per riunire coloro che sono stati separati e per riportare indietro coloro che sono emigrati.
La Buona Novella della notte di Natale: "Gloria a Dio nell'alto dei cieli e pace in Terra," che gli angeli proclamano a tutti, cristiani, musulmani e altri, è un persistente invito a uscire da una condizione di conflitto, guerra, preoccupazione, paura e povertà, ed a promuovere assieme il rafforzamento della pace e della fratellanza, della giustizia e dell'uguaglianza fra tutti i cittadini.
Questo obiettivo può essere raggiunto quando apriamo i nostri cuori e le nostre menti a Dio, agli altri e al mondo intero,  e quando trattiamo con gli altri rispettando i loro diritti, le loro libertà e la loro diversità, quando cooperiamo con loro così che tutti sentano di essere figli dell'unica famiglia umana e di un unico Paese, a dispetto delle differenze di razza, nazione, lingua, religione ed opinione.
Il messaggio di Natale è chiaro e necessario, è l’attuale situazione dell’Iraq e del Medio Oriente: Non c'è vita senza amore, non vi è salvezza se non attraverso l'unità.
Il messaggio del Natale ci chiede di amarci l’un l’altro e di accoglierci l’un l’altro con calore,  condividendo con generosità e gioia quanto abbiamo, perché così potremo avere vita in abbondanza.
Questa accogliere l’altro è solidarietà, unità, speranza, consolazione e vita. In questa spiritualità, tutte le difficoltà possono essere superate e si apriranno nuove prospettive per il futuro di tutti noi.
Il nostro credere e la nostra fede non si misurano mettendole  a confronto con la nostra conoscenza,  cultura, teorie e discorsi, ma con la nostra capacità di amare e di accogliere, di condividere e di  unire.
Questa fede implica la nostra salvezza: a livello di nazione e di Chiesa.
Tutto ciò considerato invito tutti i nostri sacerdoti ed i fedeli al servizio perché possano fare delle loro chiese una vera grotta animata da amore e calore, fede, speranza ed unità; una grotta (Chiesa) dove tutti possano sentire il proprio prestigio, la propria importanza, il proprio ruolo distintivo e dove tutti possano sentirsi davvero amati!
Cari fratelli e sorelle,
in questo Natale in cui viviamo una complessa situazione dobbiamo riscoprire la presenza soprannaturale di Dio tra noi nel volto del Bambino, dono di Dio per l'umanità. Ogni nascita non è forse un regalo di Dio e un'occasione di festa? Facciamo in modo che Gesù Bambino sia "un segno per tutti" come amano leggere i nostri fratelli musulmani nel loro Corano, che sia una tenda che ci abbraccia tutti, che innalzi i nostri spiriti, nutra la nostra fiducia e la nostra speranza, sia di sostegno alle nostre invocazioni per la prosperità del nostro Paese ed il benessere dei suoi cittadini e ne preservi la dignità e la libertà.

I miei migliori auguri a tutti voi di un Felice Natale ed un Felice Anno Nuovo

Possa il Natale portarci pace, stabilità e la benedizione divina per tutto l’anno a venire per tutti i noi ed per i nostri cari.

Mar Louis Raphael I Sako

18 dicembre 2013

Mossul e Aleppo città martiri dei cristiani d’Oriente

By SIR
by Daniele Rocchi

L’ultimo fatto di violenza risale al 15 dicembre: una presentatrice della televisione irachena, Nawras al-Nuaimi, è stata assassinata nei pressi della propria abitazione. Stessa sorte pochi giorni fa è toccata ad un giornalista cristiano. Mentre alla fine di ottobre un’autobomba è esplosa contro un gruppo di soldati uccidendone 14. In questo clima di sangue la piccola comunità cristiana di Mossul, città dell’Iraq settentrionale di oltre 1 milione e 400mila abitanti, si appresta a vivere il Natale.

Mossul: impauriti ma non sconfitti. “Ormai da qualche mese la situazione in città si è deteriorata - racconta monsignor Amel Shimon Nona, arcivescovo caldeo di Mosul - siamo tornati al clima di paura e di insicurezza del 2005 e degli anni seguenti. Abbiamo paura ma cercheremo comunque di festeggiare il Natale nelle nostre chiese e dentro le case”.
Le divisioni tra i vari gruppi etnici e religiosi si sono acutizzate e queste pesano sulla comunità cristiana che dispone di un’unica arma, la coesistenza pacifica. “Le strade, i negozi non hanno più il colore della festa, le luci sono scomparse - continua l’arcivescovo - il clima che si respira è quello di un cambiamento dovuto al fondamentalismo islamico che si è imposto dopo il 2003. Molte persone sono meno tolleranti rispetto al passato e ciò provoca nei nostri fedeli la paura di non essere più accettati. Oggi siamo guardati con occhi diversi e credo che questo atteggiamento sia più pericoloso delle minacce dirette. Negli ambienti di lavoro, nelle scuole, nelle strade, non c’è più il sentimento di convivenza di prima. Con conseguenze evidenti: prima del 2003 in città vi erano settemila famiglie cristiane, oggi meno di 1.200”. Il Natale diventa allora anche un motivo per riunirsi e rinsaldare vincoli di amicizia e di solidarietà. Ma con prudenza, senza voler troppo apparire. I pericoli di attentati sono dietro l’angolo per i cristiani di Mossul che contano tra le loro fila martiri della fede come monsignor Faraj P. Rahho, rapito nel 2008 e lasciato morire di stenti, e prima ancora, nel 2007, il sacerdote Ragheed Ganni, ucciso a sangue freddo assieme a tre suddiaconi che erano con lui, Basman Yousef Daud, Wahid Hanna Isho, Gassan Isam Bidawed.
“Da anni ormai non celebriamo la Messa di Mezzanotte, anticipata al pomeriggio per motivi di sicurezza. Il giorno 25 terremo una celebrazione al mattino. Abbiamo pensato ad un momento di festa per i bambini e per le famiglie, ma non in città. Troppo pericoloso”. Nonostante le difficoltà i cristiani di Mossul si ritroveranno intorno al presepe per “chiedere la riconciliazione nel Paese, una vera e sincera apertura all’altro, che sia fonte di rispetto e di diritto”. E non mancano gli scambi dei doni: “Abbiamo fatto una raccolta per i poveri della città e in questi giorni li stiamo distribuendo. La speranza e la solidarietà non sono state ancora sconfitte”.
Guardando al futuro: i bambini. Dall’estate del 2012 Aleppo è una città contesa. Da una parte i ribelli, dall’altra l’esercito governativo. In mezzo la popolazione allo stremo, bisognosa di tutto specie ora che si trova sotto il freddo pungente e sotto le bombe. Come quelle cadute domenica 15 dicembre sui quartieri controllati dai ribelli: 83 le vittime, tra cui molti bambini, secondo attivisti locali. “Una strage impressionante che macchia la festa del Natale, ormai vicina - dice con tono sommesso l’arcivescovo melchita di Aleppo, monsignor Jean-Clement Jeanbart - cerchiamo di fare il possibile per infondere speranza alla gente perché goda di quella gioia che la nascita di Gesù riesce a trasmettere. Ma non è facile”. Mentre nelle zone periferiche della città si combatte duramente a colpi di artiglieria in quelle più centrali la gente si muove di più e cerca di rimediare il necessario per vivere. Non solo materialmente. “I nostri fedeli vengono in chiesa a cercare conforto spirituale. Per Natale ci aspettiamo molta affluenza - dichiara l’arcivescovo - per questo motivo verrà raddoppiata la sicurezza. Le comunità cristiane - spiega - in questi giorni potrebbero diventare obiettivi di attentati terroristici. Pregheremo per la pace e per i nostri fratelli di Maaloula, dove la situazione è drammatica. Per i vescovi, sacerdoti e monache in mano ai rapitori. Non sappiamo cosa sta accadendo nel villaggio. Le ultime notizie risalgono a pochi giorni fa, poi più nulla”. Per il presule “è difficile comprendere le ragioni di così tanta violenza. Ma questo non deve impedirci di guardare con speranza al futuro. Il nostro futuro sono i bambini per i quali stiamo preparando delle feste e le loro madri, spesso dimenticate. Sono loro che si danno da fare per ridare senso e dignità alle famiglie più disperate. Gesù, il Bambino - è la preghiera di mons. Jeanbart - possa donarci la pace. Che la conferenza di Ginevra, di gennaio prossimo, possa portare decisioni utili alla pace e riconsegnare la Siria ai siriani”.

Scuole cristiane in Iraq: Educare alla speranza

by Giorgio Paulucci

Mentre continua a scendere il numero dei cristiani in Iraq (da oltre un milione a 450mila negli ultimi dieci anni), aumentano gli iscritti alle scuole cristiane. Un paradosso solo apparente.
“Il fatto è che le nostre scuole offrono standard superiori alla media sia nella dimensione dell’istruzione sia in quella educativa – spiega monsignor Giorgio Lingua, un piemontese alto e dai tratti signorili che da tre anni è nunzio apostolico a Baghdad -. Per questo molte famiglie musulmane le scelgono per i propri figli, unitamente a quelle cristiane che però rappresentano una minoranza”.
Dopo essere state “statalizzate” durante l’epoca buia del regime di Saddam Hussein, da dieci anni questi istituti hanno ritrovato libertà d’azione e attirano un numero crescente di studenti, pur nella ristrettezza dei mezzi e degli spazi a disposizione.
Non ci sono statistiche complete, ma il nunzio conferma il trend ascendente e sottolinea che “l’educazione è un investimento strategico perché permette di far crescere giovani con valori solidi,con una mentalità aperta all’incontro e al confronto con chi è diverso da sé, supera la tentazione del ghetto e contribuisce alla formazione di una classe dirigente in grado di dare un futuro più solido a un Paese ancora fragile e diviso. E’ la testimonianza che la Chiesa, anche se piccola quanto a dimensioni, svolge un grande compito di servizio alla nazione”.
Lo stesso si può dire di ospedali e centri di assistenza di ispirazione cristiana, che godono di ottima reputazione per la qualità del servizio offerto. Educare a uno sguardo positivo sulla realtà, valorizzare la bellezza, lo spirito critico, la disponibilità all’incontro e al dialogo con tutti; sono elementi preziosi per un Paese che sta faticosamente edificando il suo futuro, tra divisioni politiche e religiose (soprattutto tra le componenti sciite e sunnite) e i guasti provocati dal terrorismo di matrice qaedista che negli ultimi mesi ha ucciso migliaia di persone. 

«I cristiani sono finiti qui in Iraq», ma senza di loro «i musulmani perdono una garanzia per un futuro migliore»

By Tempi.it, 17 dicembre 2013
by Leone Grotti

Padre Temathius Esha è l’ultimo sacerdote rimasto a Doura, sobborgo della capitale dell’Iraq Baghdad. Prima del 2003 «eravamo una delle comunità cristiane più numerose dell’Iraq con circa 30 mila famiglie. Ora ne sono rimaste 2 mila e delle sette chiese presenti nel sobborgo, solo due sono aperte. I cristiani si sentono stranieri a casa loro, la loro partenza ci sta dissanguando».
FUGA DEI CRISTIANI. Prima dell’intervento americano in Iraq, c’erano circa 1,5 milioni di cristiani in Iraq. Oggi la mancanza di sicurezza nel paese, le continue violenze nei confronti delle minoranze e gli attentati contro parrocchie e chiese hanno portato a fuggire i cristiani, che sono rimasti in 200 mila, 300 mila al massimo, e si teme che se le cose non cambiano «nel 2020 non sarà rimasto un solo cristiano».
TUTTI IN DUE FILE. Padre Esha, intervistato dal Telegraph, era abituato a vedere le 22 file di panche nella sua chiesa di san Shmoni sempre piene, «ora al massimo tutte le persone stanno in due file». I fedeli temono gli attentati kamikaze, nonostante a protezione della chiesa ci siano guardie armate e un muro. Negli ultimi dieci anni, tre autobomba sono state scoperte fuori dalla sua chiesa, fortunatamente sempre prima che esplodessero.
DOPO HUSSEIN. Nonostante il nuovo patriarca dei caldei, Mar Louis Raphaël I Sako, usi ogni suo intervento per ricordare di «non abbandonare l’Iraq», i cristiani sono spaventati. «Quando c’era Saddam Hussein i cristiani erano liberi di praticare il loro culto, finché non si occupavano di politica – continua padre Esha – ma dalla guerra in poi sono stati attaccati, derubati, sequestrati, violentati e cacciati dal paese. A volte l’estremismo islamico viene usato solo come scusa per intenti criminali».
«CI RIMETTONO I MUSULMANI». «I cristiani sono finiti qui in Iraq», afferma Isaac Napoleon all’uscita dalla chiesa di padre Esha. «Io me ne andrò appena ne avrò l’occasione». Ma l’estinzione dei cristiani in Iraq sarebbe una grande perdita per il paese, i musulmani e tutto il Medio Oriente come ricordato dal patriarca Sako: «L’emigrazione dei cristiani è una perdita di grande significato storico per i musulmani. Se i cristiani fuggono dal Medio Oriente portano con sé la loro apertura mentale, la loro cultura, le loro qualifiche ed il loro impegno per la libertà religiosa. E non sono pochi quelli che capiscono che i cristiani sono una garanzia per un futuro migliore anche per i musulmani».

Iraq's battle to save its Christian souls: 'Christians are finished here'

Telegraph, 15 dicembre 2013
Elaph, 16 dicembre 2013
 
مسيحيو العراق في موسم الهجرة إلى بلد أكثر أمانًا من بلدهم - See more at: http://www.elaph.com/Web/news/2013/12/858125.html?entry=Iraq#sthash.9a90XGgA.dpuf
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17 dicembre 2013

Lungo la strada di Najaf

by Giorgio Paolucci

E’ davvero impressionante osservare il flusso interminabile di persone che in questi giorni converge su Najaf, 160 chilometri a sud di Baghdad, per partecipare al pellegrinaggio al santuario dell’imam Ali, cugino e genero di Maometto, che gli sciiti considerano la seconda personalità più rilevante dell’islam dopo il fondatore.
Per quaranta giorni dopo la festa dell’Ashura, arrivano da tutto l’Iraq, dall’Iran, dal Pakistan e da altri Paesi dove lo sciismo ha messo radici. E’ un gesto di popolo molto sentito, a cui partecipano intere famiglie, giovani, bambini, anziani, gente di ogni condizione sociale, percorrendo a piedi anche decine di chilometri. Le donne sono tutte rigorosamente coperte dal chador nero, in segno di lutto per ricordare il "martirio" di Ali.
Sulle strade sono state piantate migliaia di bandiere nere, rosse e verdi, molte vengono portate dai pellegrini, si incontrano decine di tende per ospitare chi arriva da lontano, centinaia di punti di ristoro e di bancarelle. Intorno al santuario l’atmosfera è insieme di festa, di lutto, di preghiera e di attesa per entrare in quello che gli sciiti considerano il terzo luogo sacro dell’islam, e che durante il regime di Saddam venne preso di mira dalla Guardia repubblicana a caccia degli oppositori che vi si erano rifugiati.
Negli ultimi anni è stato visitato da 15 milioni di persone, ed è in corso di realizzazione un faraonico progetto di ampliamento che prevede la realizzazione di biblioteche, scuole e luoghi di incontro. All’interno dell’imponente moschea, sovrastata da una cupola d’oro, gli sciiti credono che siano sepolti anche Adamo, Eva e Noè.
Ieri il santuario è stato visitato dagli italiani che, guidati da monsignor Liberio Andreatta, stano compiendo un pellegrinaggio in Iraq che tocca tra l’altro la Casa di Abramo a Ur e si conclude oggi (martedì) con la consegna alle comunità cristiane di Baghdad di alcuni doni, tra cui un frammento della veste indossata da Giovanni Paolo II quando, il 13 maggio 1981, fu vittima di un attentato in Piazza San Pietro.
Nel corso della visita al santuario di Ali, il segretario generale della moschea, Diaa Aldin Zain al Din, ha accolto con grande cordialità i pellegrini sottolineando la necessità di costruire insieme percorsi di pace e ricordando che “gli iracheni sono un popolo solo, pur nelle sue diverse componenti religiose”.
Il vescovo ausiliare di Baghdad, Shleiman Warduni, ha ricordato la felice coincidenza dei due pellegrinaggi: “Il nostro sogno, che oggi trova un piccolo ma significativo riscontro, è vedere tutti gli abitanti del nostro amato Paese lavorare per dare a questa terra martoriata un futuro più umano nel segno della convivenza e della pace”. 

Il diario

البطريرك ساكو: ماذا ستخسر مجتمعاتُ الشرق الأوسط في حال هاجرها المسيحيون؟

By Aleteia.org

محاضرة في مؤتمر "المسيحية والحرية: وجهات نظر تأريخية ومعاصرة"، جامعة جورج تاون الأمريكية

 

 الوضع الحالي:

 أودّ قبل كلّ شيء أن أشكركم لاهتمامكم ورعايتكم لمسيحيي الشرق الأوسط. ونحن لا نزال نأمل أن تتقوى روابط الأخوّة والسلام في أنحاء الشرق الأوسط المنكوبة بصراعاتٍ داخلية وحروب. لكننا نعلم أن الحياة المسيحية مبنية على الرجاء، فكلماتُ يسوع: "لا تخافوا" (متى 10/ 31) تشجّعنا لنكون ونبقى علامةَ رجاءٍ لجميع الناس في الأماكن التي جعلنا الله نولدُ فيها. تبقى الحربُ واحدةً من التحديات الكبيرة في الشرق الأوسط. ونعتقد، مع الأسف، أنّ بعض السلطات تخلق التوترات وتؤزم الوضع. في العراق، بعد عشر سنوات (من سقوط النظام السابق)، لا يزالُ الأمنُ رديئًا، إذ سقط في هذه السنة فقط 6200 قتيلاً. هناك اعتداءات يومية من انفجارات، أعمال خطف وقتل، وهذا ما يحدث أيضًا في سوريا و نحو أقل في مصر. إذ أعلن بطريرك الأقباط الكاثوليك مؤخرًا أنّ الأشهر الثمانية عشر الأخيرة شهدت اعتداءات على أكثر من 100 كنيسة في مصر. وفي سوريا هوجِمَت 67 كنيسة، وترك أكثر من 45000 مسيحي البلاد وخُطِفَ أسقفان وكهنة واثنتا عشر راهبة في معلولا. إنّه عارٌ على العالم كلّه! لا زال الإسلام السياسي المتطرف ينمو في الشرق الأوسط، مما يشكّلُ ظاهرةً مقلِقة للمسيحيين. وعدة اسئلة تطرح نفسها: مَن وراءهم؟ مَن يموّلهم ويعطيهم الأسلحة؟ خلال عام 2013، ازداد الصراع الطائفي بين السنّة والشيعة بصورةٍ مأساوية. ونتيجة هذا الصراع قُتِل آلافُ الناس وهُددت وحدةُ البلاد وتدمرت البنى التحتية. وجميعهم مسلمون، والان يتحتم عليهم ايجاد توافق بينهم واعتماد حوارٍ دائم لأنّ الصراع الطائفي خسارة كبيرة للعراق. نظامُ الأمن في بلدانٍ عدّة غير فعّال وقليل الكفاءة، والحكومات بالعموم غير قادرة على فرض السيطرة على الوضع. فبعد احتلال الولايات المتحدة الامريكية الذي أسقط نظام صدام حسين، ازدادت الاضطراباتُ في العراق ودمّرته، وأخذ العنفُ الطائفي مكانَ الدكتاتورية، وأصبحت المعاناة صراعًا يوميًا لجميع العراقيين، والمسيحيون دفعوا ثمنا باهضا. من المؤكد ان المسلمين دفعوا ايضا ثمنا كبيرا لكنهم يبقون أقوياء بفضل قبائلهم وعيشهم في بلدٍ ديانته الرسمية الاسلام.
 
المسيحيون والأقليات الأخرى
لمسي يعاني المسيحيون والأقليات الأخرى من وضعٍ أمني يزدادُ سوءًا: فمنذ عام 2003 إلى اليوم، قُتِلَ أكثر من 1000 مسيحي في العراق، وآخرون خُطفوا وعُذّبوا، وأُطلِق سراح غيرهم بفديةٍ، وتمّ الاعتداء على 62 كنيسة ودير. عام 1987 تجاوز عددُ المسيحيين في العراق 1.2 مؤمن، وبقي اليوم أقلّ من النصف، ولا زال العدد يتناقص يومًا بعد يوم. أعلنت مفوضية الأمم المتحدة للاجئين مؤخرًا أن 850.000 عراقي مسيحي تركوا البلاد منذ عام 2003. لذلك من الطبيعي أن نقلق على مستقبلنا. فإضعافُ المسيحية المستمر في العراق ليس مأساة لبلادنا فحسب، بل لكل المنطقة.
 
للمسيحية جذورها العميقة في الشرق الأوسط
 تعود أصولُ المسيحية في الشرق الأوسط إلى زمن الرسل الأوائل وقد اتستخدمُ منذ البداية اللغة والثقافة السريانية. واللغة السريانية (سورث)، التي لا تزال منتشرة كثيرًا بين مسيحيي العراق، وهي قريبةٌ جدًا من آرامية يسوع والجماعة المسيحية الأولى. انتشرت المسيحية من هذه المنطقة إلى أنحاء آسيا، إلى التبت والصين، وهي تمثّلُ أوسعَ انتشارٍ للإيمان في التأريخ. والفضل يعودُ للمجهود الثقافي واللاهوتي والروحي الواسع للمرسلين المسيحيين الأولين، وعلينا أن نذكره مع نموّ المسيحية في آسيا في أيامنا. في أنطاكيا، التي كانت جزءًا من المقاطعة الرومانية في سوريا، سُمّي أتباعُ يسوع المسيح مسيحيين للمرة الأولى. كما يعودُ أصلُ الكرسي البطريركي للكنائس الخمس إلى أنطاكيا (السريان الكاثوليك، السريان الأرثوذكس، الموارنة، الروم الأرثوذكس والروم الكاثوليك والملكيين.\
 
أسباب الاعتداء على المسيحيين
 
1-  الصراع الطائفي.
 للصراع بين الأطراف السياسية تأثير سلبي على الوضع الامني، وغالبًا ما يقع المسيحيون ضحيته، ويهدف إلى عزلهم في اقليمٍ معين. وأنا قلق جدًا تجاه المشروع السياسي الذي يريد تأسيس "منطقة مستقلة" للمسيحيين في سهل نينوى؛ فالجزءُ الأكبر من سهل نينوى محاطٌ بالعرب والكورد، وسيكون المسيحيون عندها كمنطقةٍ عازلة، مفيدة ولكن غير مؤمّنة، بين هذين الطرفين. من الأفضل، باعتقادي، العمل على تعديل الدستور لضمان الحرية الدينية والحقوق المتساوية بين المؤمنين من مختلف الأديان في كل البلاد، وبضمنهم المسيحيين الذين كانوا، إلى وقتٍ قريب، يعيشون في أنحاء العراق كافة. ووضعُ المسيحيين في سوريا مشابه لوضع أخوتهم في العراق.
 
2- . الإسلام السياسي
لدى الإسلاميين المتطرفين شوقٌ لأمةٍ واحدة، وهم يخافون أن يخسر المسلمون مبادئهم الأخلاقية بسبب الحداثة والعولمة المُصدَرتين في الغرب. إنهم يرفضون العلمانية والمجتمع متعدد الثقافات وقيم الغرب الأخرى، ويتبعون استراتيجية خاصّة لتأسيس دولةٍ إسلامية ونظام طائفي. انهم يريدون ان تنجح جهود الديمقراطية وبناء نظامٍ حديث. وتُسند معارضةُ الديمقراطية بجيوشٍ وأموالٍ تتوافد من بلدان مختلفة، لأن صورة ديمقراطية ثابتة في العراق أو سوريا أو مصر أو لبنان، تزعج اهتماماتهم واهتمامات البلدان القريبة، والحربُ السورية مثالٌ لهذه المشكلة. لهذه الأسباب، يزداد وضعُ الحرية الدينية سوءًا، سواء في العراق أو في سوريا، مما يثير قلقًا حقيقيًا. واصبح أناسٌ عديدون من مجاميع دينية مختلفة عرضةً للاستهداف بسبب هويتهم الدينية أو ميولهم العلمانية.
 
3- الإجرام المنظم. 
تهدف العمليات الإجرامية إلى الحصول على النقود، والمسيحيون هدفٌ سهل لهذه العمليات لأن ليس لهم ميليشيات أو قبائل تدافع عنهم. ولأن الحكومة غير قادرة على حكم سيطرتها على البلاد، فعانى المسيحيون كثيرًا.
 
موقف الغرب
 لا يفهم الغرب صعوبات ومخاوف المسيحيين في بلدان الشرق الأوسط. فالتطرف الديني ينمو وأصبح عدوانيًا جدًا، والعنف الديني بدأ يزداد هو الآخر ويدمر الجماعات والعلاقات بين اناس من تقاليد دينية مختلفة في الشرق الأوسط، مما يضرّ بنسيجه المجتمعي. يريد المتطرفون الإسلاميون استغلال الوضع الحالي (الفوضى في مناطق مختلفة) بهدف إلغاء الوجود المسيحي في الشرق الأوسط وكأنه عائق أمام مخططاتهم. وهناك بلدان لا تريد ما نسمّيه ديمقراطية "الربيع العربي" لأن الحرية، بالنسبة لهم، خطرة. على المجتمع الدولي أن يفتح عينيه ليرى مخاوف وآمال المسيحيين والأقليات في العراق وسوريا ومصر. يتساءل معظم المسيحيين: أي ضمان لنا بألاّ نُقتل أو نُطرد من بلداننا الآن أو فيما بعد؟ كيف نؤمن بمستقبل أفضل؟ هذه هي التحديات والمسائل الحاسمة. بعض بلدان الغرب، ومع الأسف، تشجّع هجرة المسيحيين. هناك كلّ شهر عوائل عدّة، يعيشون في حالةٍ اقتصادية جيدة، يتركون البلاد إلى الأبد ( يقال ان ما يقارب 10 أشخاص يتركون يوميا). الشباب المسيحي، وخاصّةً المثقف منهم، يتركون العراق. وهذه خسارة كبيرة لمن بقي وللثقافة والمجتمع العراقي. نأمل في خطوات أكثر إيجابية من جانب الغرب تغيّر الوضع نحو الأفضل وتزيد رفاهية الشعب العراقي وبقية شعوب الشرق الأوسط. نأمل بحرارة الوصولَ إلى وسيلةٍ متناغمة للعيش معًا، وتأسيس معيارٍ للمواطنة يسمح للجميع بأن يأخذ مكانه في المجتمع، بغض النظر عن الدين أو القومية، ويُبنى على فكرة أن جميع الناس خُلِقوا متساوين. نحتاج إلى وسيلة تساعد المسلمين في مصالحة الإسلام مع المواطنة المبنية على المساواة الكاملة. وستكون العلمانية الإيجابية التي تحترم الدين والتعاون بين القادة الدينيين والسياسيين، أفضلَ طريقة. فعلى الغرب أن يساعد بلداننا في احترام حقوق الإنسان كما هي محترمة عندهم. يجدر التأكيد أنّ ملايين المسيحيين السريان: الملبار والملنكار، عاشوا في الهند منذ القرون الأولى للمسيحية. هؤلاء المسيحيون مرتبطون بالمسيحيين العراقيين بالإيمان والشركة الكنسية والطقوس، ويساهمون بصورةٍ ملحوظة في حياة الهند هذا البلد الواسع والكثيف بالسكان ويحتضن أديانًا عدّة من اجل بناء نظامٍ ديمقراطي ودستور علماني يساعد على اشاعة الحرية الدينية وتقوية العلاقات بين الأغلبية الهندوسية والأقليات المسلمة والمسيحية. في العراق، من الضروري أن تسند الحكومة والشرطة والجيش والقبائل وجميع المؤسسات، القانونَ وأن يحافظوا على النظام بين جميع المواطنين، وأن يركز النظام التعليمي على الوحدة الوطنية ويلغي من البرامج الدراسية والكتب والمؤسسات الدينية، التعابيرَ التي تثير الكراهية والعنف والتهميش من قبل مجموعة دينية معينة تجاه مجاميع أخرى. ما نرجوه باختصار هو أن يتغير الوضع ويعود الأمن.
 
الإسهام التأريخي للمسيحيين في الثقافة الإسلامية
 في فلسطين، سوريا، لبنان، العراق ومصر كان المسيحيون غالبية قبل مجيء الإسلام بكثير وكانوا منظّمين جدًا. وفي زمن الفتح العربي، كان "أهلُ الكتاب" (اليهود والمسيحيون) في دار الإسلام يُعاملون بتسامح كأقلياتٍ دينية تحظى بحماية الإسلام، ويُعترف بهم كمؤمنين بالله على الرغم من رفضهم الإيمان بالنبي محمد. ولم يكن الذكور الناضجون ملزمين على الاهتداء إلى الإسلام، على الرغم من وجود هذا الخيار امامهم، ولكن كان عليهم دفع الجزية كثمنٍ مقابل هذه الحماية. بالإضافة إلى هذا، كانت تفرض احيانا على المسيحيين بعضُ الشروط كملابس خاصّة تميزهم. وفي القرن الثاني من الإسلام أصبحت الشرائع متشددة أكثر. وكانت الفترة الأولى من الحكم الأموي متسمة بموقفٍ منفتح ومتسامح نحو المسيحيين. وقد تكون إحدى الأسباب الرئيسية هي حاجة المسلمين إلى معرفة الأمور الإدارية والاقتصادية من المسيحيين واستلهام خبرتهم في الحكم وتنظيم الأراضي التي كانوا يأخذونها. كان القديس يوحنا الدمشقي، على سبيل المثال، واحدًا من أوائل اللاهوتيين المسيحيين المؤثرين. إذ خدم هو وأبوه كمديرين في الخلافة الأموية. و يوحنا قديس في الكنيسة الكاثوليكية، درس الحساب، الهندسة، اللاهوت، الموسيقى وعلم الفلك، وفي عام 1883 أعلنته الكنيسة بشخص البابا ليون الثالث عشر معلمًا للكنيسة. يُلاحظ في موقف المسلمين تجاه المسيحيين تناقض معين لأسباب اجتماعية وسياسية؛ إذ كان المسلمون أحيانًا منفتحين ومتسامحين، وفي أحيانٍ أخرى متشددين. يُبررُ هذا الموقف من قراءة بعض الآيات القرآنية. لكن الخلافة العباسية افتتحت فترة تبادلٍ ثقافي واسع وخصب نتيجة لانتشار اللغة العربية. وبتكليف من الخلفاء في بيت الحكمة، تعهد المسيحيون، خاصّة أولئك الذين من أصول سريانية، بعملٍ ضخم من الترجمة من اليونانية إلى السريانية والعربية، وخاصّةً في مجال العلم والفلسفة والطب. وبهذه الطريقة أصبحت معارفُ العالم اليوناني الروماني متوفرةً كجزءٍ أساسي من الثقافة العربية الإسلامية. ووسّع نقلُ الأعمال الكبرى إلى الحضارة الإسلامية المجالات الفكرية في العالم الإسلامي، كما ساهم بصورةٍ ملحوظة في ازدهار الفكر السياسي والديني في الغرب. ويستمر مسيحيو الشرق الأوسط في البحث عن هذا الدور اليوم عاملين كجسرٍ للحوار البنّاء والضروري بين الغرب والإسلام. ولم يكن رجال الدين أصحاب الأدب فحسب، بل أيضًا العلمانيون المثقفون والأطباء. من بينهم الشهير بختيشوع، الطبيب المسيحي في مدرسة الطب في جنديشابور، الذي كان يخدم ويعالج الخلفاء وعائلاتهم. كان هؤلاء المؤلفون لاهوتيين في الوقت ذاته. وكان العرب يستخدمون مصطلح "علم الكلام" عن الله (اللاهوت). وهناك نصوص بالسريانية مخصصة للاستخدام الداخلي للمسيحيين، لتثقيفهم في مبادئ الإيمان ومساعدتهم في الإجابة عن بعض الأسئلة والاعتراضات التي يتقدم بها المسلمون. وهناك نصوص مكتوبة بالعربية، بعضها ذات طبيعة دفاعية وأخرى جدلية، كانوا من خلالها يعرضون العقائد والأخلاق المسيحية للمسلمين. هناك اليوم مسلمون كثيرون لا يعرفون شيئًا عن تأريخ المسيحيين في تنشئتهم الدينية والفكرية واسهامهم في بناء الحضارة الإسلامية. بينما أصبح ضروريًا أن يُعرّف أكثر بهذه العلاقات التاريخية الإيجابية بين المسيحيين والمسلمين وأن تُدرك أهميتها للإسلام بصورةٍ أفضل. في القرنين الثاني عشر والثالث عشر، بعد أن ساهموا في تطوير الحضارة العربية والفارسية، عاش المسيحيون والمسلمون في عالمٍ ثقافي مشترك تقاسموا فيه القيم والثمار. وخلال الفترة العثمانية، دار جوهرُ النقاش حول تطبيق نظام الملة (مجموعة قومية أو دينية غير مسلمة) كمصطلحٍ جديد تُعرف به حالة الجماعات الدينية غير المسلمة. وكان للملة تأثيرًا عميقًا في هوية الجماعات المسيحية المختلفة وتركت أثرًا لا يُمحى في عقول الناس والمؤسسات. ولا تفهم مشاكل عديدة يواجهها المسيحيون في العالم الإسلامي اليوم من دون الأخذ بالاعتبار خبرة نظام الملل التي بقيت بطريقةٍ أو بأخرى في الدول الحديثة ذات الأغلبية المسلمة. مع ذلك يبقى تأثيره غامضًا ويحتاج إلى مزيد من البحوث. وبالنسبة لمسألة العلاقات بين المسيحيين والمسلمين في زمننا، لابدّ من الاستفادة من خبرة الماضي وخبرة الجماعات المسيحية في العراق، سوريا، لبنان والهند الذين طوروا صيغة لقاء مع أقربائهم المسلمين في مجال الحوار والشهادة المسيحية والتعايش والتعاون. نأمل أن يساعد هذا التقليد الطويل المسيحيين في الحفاظ على هذا الإرث الغني والاستمرار بالمساهمة في حضاراتهم. لا يجب أن ننسى بأنّ المسيحية (السريانية) هي الركن الرابع من التقليد المسيحي الأول إلى جانب العبرية واللاتينية واليونانية. المسيحية المشرقية عاملٌ حيوي لرفاهية الدول ذات الأغلبية المسلمة في الشرق الأوسط. وهي إلى جانب الحضارات المسيحية المعاصرة الاخرى في الشرق الأوسط تضفي على المنطقة طابع التعددية والتنوع. وخسارة المسيحية في الشرق الأوسط سوف تحدث تغييرًا جذريًا في معالم الحضارة والمجتمع في بلدان مثل العراق، سوريا ومصر، وتمثل ضربةً قاسية لأي رجاءٍ في التعددية والديمقراطية. عندما ترك اليهود جزءًا كبيرًا من منطقة الشرق الأوسط في عقود ما بعد الحرب العالمية الثانية، تغيرت بصورةٍ جذرية العلاقة بينهم وبين المسلمين. وهذا يصحّ أيضًا بالنسبة للعلاقات بين المسيحيين والإسلام. فهجرة المسيحيين من الشرق الأوسط، كتلك التي تحدث الآن، لها تأثير ذات أبعاد تأريخية في العلاقات الإسلامية المسيحية. وباختصار، المسيحيون جزءٌ مكمّل للنسيج الوطني العربي. ساهم المسيحيون في تحقيق الحضارة العربية الإسلامية إلى جانب إخوتهم المسلمين. ولابدّ أن يكون من صلب اهتمام المنطقة والغرب والجماعة الدولية بكليتها، أن يبقى المسيحيون في الشرق الأوسط كمواطنين يتمتعون بمساواةٍ كاملة أمام القانون وقادرين بالتالي على الاستمرار في المساهمة في حضارات بلدانهم.
 
كيف يستطيع المسيحيون والمسلمون أن يعيشوا سويةً بسلام؟
 دور الجماعات الدينية:
تملك السلطات الدينية دورًا فريدًا لا بديل له في وحدة المجتمع. ومن الضرورة بمكان أن تعمل المجاميع الدينية سويةً على تنمية ثقافة الحوار والسلام و الاعتراف بالآخر المختلف بطريقةٍ ملموسة، لأن "الله خلقنا مختلفين". علينا الوصول إلى توافقٍ واسع واحترامٍ لكرامة الإنسان ولقيم المواطنة والتعايش. وعلى الحديث الديني أن يدافع عن حقوق جميع الناس وعن قدسية كلّ حياة. من غير المقبول أن يقوم إمامٌ بدعوة مؤمنيه الا يسلّموا على غير المسلمين. على هذا الفكر ان يتغيير!
 
الحكومة:
تحتاج الحكومة العراقية، بأطرافها كافة، كما في بلدانٍ أخرى، أن تتوحد وتتعاون بطريقةٍ إيجابية لضمان الأمن ورعاية الحرية الدينية والتنوع العرقي، بالإضافة إلى تعزيز المصالحة والتلاحم الاجتماعي بين جميع العراقيين. لابدّ لـ "ثقافة السلام" أن تكون ثقافة "الرعاية المتبادلة". على جميع المواطنين تبادل الأفكار والمقترحات حول المبادرات الواقعية الواجب تحقيقها لتقوية الحوار وبناء الثقة وتعزيز قيم الكرامة الإنسانية وحقوق الإنسان والمواطنة والعيش المشترك وقيم الحرية الدينية والديمقراطية.
 
الدور المسيحي:
من جانبهم، على المسيحيين في الشرق الأوسط أن يبقوا في بلدهم الأصلي ويحافظوا على وجودهم التأريخي ولا يهربوا إلى الغرب. عليهم أن يتشجعوا بكفاية ليكملوا شهادتهم في بلدانهم. كما عليهم أن يبذلوا جهدهم لتكون صعوباتهم ومعاناتهم علامة رجاء وسلام لأخوتهم في الوطن. على جميع البلدان أن يشجعوا المسيحيين في الشرق الأوسط على الاشتراك بفعالية في الثقافة والعمل الاجتماعي والسياسي في بلدانهم، دون الخوف من المطالبة بحقوقهم المدنية ومساواتهم في المواطنة. أكّد البابا فرنسيس هذا الهدف المهم في لقائه بالفاتيكان، يوم 21 تشرين الثاني الماضي، مع رؤساء كنائس الشرق الأوسط، عندما قال إنّ الكنيسة الكاثوليكية "لا تقبل" شرقًا أوسط بلا مسيحيين "يُجبرون غالبًا على الهروب من مناطق الصراع والنزاع في المنطقة". ولهذا أكرر أن الوقت حان للعبور من التسامح إلى الحرية الدينية والمواطنة الكاملة. وفي هذا الصدد أريد أن استشهد بقول البابا الفخري بندكتس السادس عشر في إرشاده الرسولي "الكنيسة في الشرق الأوسط": "التسامح الديني موجود في العديد من الدول، لكنه لا يؤدي إلى نتيجة ملموسة لأنه يبقى محدودًا في نطاق تطبيقه. من الأهمية بمكان الانتقالُ من التسامح الديني إلى الحرية الدينية. هذا الانتقال لن يتسبب في النسبوية، كما يؤكد بعضهم. فهذه الخطوة الواجبة ليست تصدعًا في المعتقد، لكنها إعادةُ نظرٍ في العلاقة الأنتروبولوجية مع الدين والله. ليست تعدِّيًا على "الحقائق المؤسسة" للمُعتقد، لأنه، على الرغم من الاختلافات البشريّة والدّينيّة، ثمة بصيصٌ من الحقيقة يُنير جميع البشر. نعلم جيدًا أن الحقيقة خارج الله غيرُ موجودةٍ "بحدّ ذاتها" لأنها تصبح صَنَمًا. فالحقيقة لا يمكن لها أن تنمو إلا في العلاقة مع الآخر، الذي يقودنا إلى الآخر (الله). والذي بدوره أن يعرِّفنا على غنى غَيريتيه من خلال أخوتي البشر وفيهم". علينا، نحن المسيحيين، إيجاد الأجوبة عن أسئلة المسلمين كما فعل آباؤنا خلال فترة الأمويين والعباسيين. هذا قد يساعد الكنيسة في البحث عن منهجية جديدة ولغةٍ لاهوتية جديدة ومفهومة بالعربية لمساعدة المسيحيين والمسلمين في فهم إيماننا وأهمية الحرية الدينية لكل إنسان وكل مجتمع. اقترح أن تُصدر الكنيسة وثيقةً جديدة موجّهة للمسلمين حصريًا. ومن المهم فيها توضيح مخاوفنا وآمالنا معهم. ومن بين الأمور الأخرى، على هذه الوثيقة أن تشرح، بلغةٍ تتوافق مع الإسلام، عقيدة الحرية الدينية الرائعة كما جاءت في وثيقة "الكرامة الإنسانية"، إعلان حول الحرية الدينية الذي أصدره المجمع الفاتيكاني الثاني. ومن الطبيعي أن تكتسب الأصواتُ المعتدلة في الإسلام أهمية أساسية، وأن ترتفع حالاً لتقول "كلا" بوجه العنف ضدّ المسيحيين. حان الأوان للمسلمين المعتدلين، الذين يشكّلون الأغلبية، ليعززوا التعايش المدني والحرية الدينية في مجتمعاتهم. عليهم أن يبرزوا للعالم الحقيقة وهي أن الإسلام ليس دين الإرهاب وقتل المدنيين الأبرياء. فأغلبية الشعب المسلم طيب وغير عنيف، وهم لا يوافقون على التطرف، ولكنهم في الوقت ذاته يخافون من ردة فعل علنية. باختصار أدعو أصدقاءنا المسلمين في الشرق الأوسط ليقوموا بعمل مشترك من أجل "كلمة سواء".
 
ختام: 
ماذا ستخسر مجتمعات الشرق الأوسط إذا هرب المسيحيون إن هجرة المسيحيين خسارة كبيرة وتأريخية للمسلمين. إذا هرب المسيحيون من الشرق الأوسط سيأخذون معهم انفتاحهم الفكري وثقافتهم ومهاراتهم وجهودهم في سبيل الحرية الدينية. من الضروري للمسيحيين والمسلمين العمل سوية لرسم صيغة مستقبل لمجتمعاتهم وبلدانهم في وسط التغييرات السياسية التي تهزّ المنطقة. عليهم أن يبنوا تدريجيًا نموذجًا جديدًا للمجتمع في الشرق الأوسط. إن التغييرات واسعة وسريعة للغاية، وعلى المسلمين والمسيحيين مواجهتها سوية بشجاعة ورجاء. المسيحيون مهمون في الشرق الأوسط بفضل ثقافتهم ومستوياتهم العالية من التعليم، روح التعاون التي لديهم ومؤسساتهم مثل المدارس، المستشفيات، دور الأيتام، دور المسنين والفقراء، بالإضافة إلى خبرتهم الاقتصادية والمشاريع الصغيرة التي يديرونها. يقدّر مسلمون عديدون وجودهم وإسهامهم، ويفهم كثيرون منهم أن المسيحيين ضمان لمستقبل أفضل للمسلمين. من جهةٍ أخرى، تمثّل محاولات قمع المسيحيين أو دفعهم للهروب من أراضيهم الأصلية في الشرق الأوسط حيث عاشوا لقرونٍ طويلة، جريمةً نكراء بحقهم وضربة ضدّ الوحدة الوطنية. فشرقٌ أوسط من دون مسيحيين يخسر حتمًا صورته الجميلة متعددة الهويات. ونحن المسيحيين نحاول البقاء في أوطاننا، وتربينا على المحبة والمسلامة الا ان المسيحيين تربوا على العيش في الحرية والسلام، وحيث لا توجد حرية وسلام يهربون بحثًا عن ملجأ ليربوا أولادهم ويعيشوا إيمانهم بحرية. يشعر الذين بقوا الآن بالضعف، فإذا كنّا معزولين فلن نقدر على فعل شيء. ولكن عندما نتوحد، سنكون كنيسة قوية وسيكون لنا تأثير في المجتمع. عاش مسيحيو الشرق الأوسط مدةً طويلة مع أنواعٍ مختلفة من الاضطهادات، لذللك يتطلب الاستقرار والديمقراطية وقتًا وتربية، والفصل بين السياسة والدين في هذا الصدد، مهمٌ للغاية. لا يمكن للديمقراطية أن تعمل إذا لم يتجدد الإسلام. علينا العمل سوية لتأسيس دولة مدنية يكون فيها المعيار الوحيد المواطنة المبنية على المساواة الكاملة أمام القانون. على القادة المسلمين أن يشتركوا في الحوار لبناء مجتمع متعدد الثقافات والأديان، ويقللوا النزاع بين الأديان والصراعات لبناء تعايش حقيقي. الأحاديث الطائفية والاستفزازية لا تساعد في تطوير الإنسانية لا بل تتناقض مع الرسالة الدينية الشاملة: "السلام على الأرض". ولأننا مخلوقين جميعًا من الله، فكل واحد منا يحمل إرثًا يربطنا بعمق مع الآخر. بلدان الشرق الأوسط بحاجة إلى نموذج ثقافي واجتماعي يعزز الوحدة من خلال التعددية والحرية الدينية والتعايش المتناغم بين المجاميع الدينية والعرقية المختلفة. الانغلاقُ علامة موت، والانفتاح علامة نمو وتكامل. على الأديان أن تتصرف بإيجابية وتوجّه الناس ليضعوا حدًا لجوّ الكراهية. وفي الختام اسمحوا لي أن أعطي بعض التوصيات: على الجماعة الدولية تكثيف الجهود لمساعدة البلدان ذات الغالبية المسلمة في الشرق الأوسط لتحديث النظرة عن الاخر والحرية الدينية. وكجزء من هذه الجهود إقناعهم بأنّ قمعهم واضطهادهم للجماعات المسيحية ذات الأقلية لا تضرّ المسيحيين فحسب، بل المجتمعات ذاتها. على الجميع العمل لإيقاف الهجرة القاتلة للمجتمع المسيحي في الشرق الأوسط بأكمله.
 
ترجمة: الأب ألبير هشام / مسؤول إعلام البطريركية الكلدانية

16 dicembre 2013

Iraq's Christian community in struggle for survival

By The Telegraph



For centuries, Iraq has been home to a small but thriving community of Christians. Speaking the same Arabic language as their Muslim neighbours, they can be found in nearly every Iraqi city, and have traditionally prospered as doctors, teachers and academics.
But ten years on the fall of Saddam Hussein, their numbers have dwindled from more than a million to as little as 200,000. Churches have been bombed by Islamic extremists, while the prosperity that the Christian community was seen to enjoy has seen them frequently targeted by kidnappers.
Altogether, 62 churches have been attacked in the decade, and around 1,000 Christians have been killed, according to senior Iraqi churchmen. They have warned that a time may come when there are no longer any Christians in Iraq at all.
In this special report from Baghdad, Telegraph correspondent Colin Freeman and cameraman Julian Simmonds report on new efforts to stem the Christian exodus. 

Related article by Colin Freeman - The Telegraph
Iraq's battle to save its Christian souls: 'Christians are finished here'

15 dicembre 2013

Baquba. Una chiesa chiusa ed un pugno di famiglie cristiane.

By Baghdadhope*

Baquba è una città a circa 50 km a nord est di Baghdad sulla riva sinistra del fiume Dyala da cui prende il nome il governatorato di cui essa è capitale. Abitata prevalentemente da sunniti la città ospita anche una piccolissima comunità cristiana che fa capo alla chiesa caldea della Madre del Buon Consiglio appartenente alla diocesi patriarcale di Baghdad.

Una comunità che come le altre del paese è a rischio.
In un articolo pubblicato da Azzaman a parlare delle condizioni di questi pochi cristiani è Balsam Majid Salim, il custode della chiesa. Pur dichiarando al quotidiano iracheno che le famiglie cristiane non sono state soggette a particolari e mirate vessazioni, Salim riporta come a causa della generale insicurezza nel paese il loro numero si sia ora ridotto a 14, tutte residenti nel centro di Baquba tranne una che vive nella zona vicina di Ka’nan.
Queste famiglie non possono partecipare ai riti religiosi nella chiesa che risale agli anni 60 del secolo scorso ma debbono recarsi a Baghdad. La chiesa, dichiara infatti Salim che vi vive e la custodisce dal 2011 sostituendo suo padre espatriato in Siria con la sorella, è chiusa dal 2003 e non è mai stata restaurata.

A dichiararsi favorevoli alla permanenza dei cristiani a Baquba sono, secondo l’articolo tutte le autorità cittadine. Amer al Kilani, a capo del consiglio provinciale del Comitato per gli affari e le proprietà religiose, ha descritto ad esempio la comunità cristiana come uno dei diversi colori del tessuto sociale iracheno con uguali diritti e doveri di tutte le altre comunità; Izzadin al Kilani, dell’ufficio per gli affari e le proprietà sunnite, ha ricordato la protezione richiesta dal profeta Maometto per i cristiani ed ha fatto appello perché quelli rimasti ricomincino ad esercitare i propri riti nella loro chiesa ed a quelli che hanno lasciato la città a farvi ritorno, e Ghalib al Juburi, portavoce della polizia provinciale, ha confermato l’appello di Al Kilani assicurando ai cristiani la protezione degli organi di sicurezza in vista delle prossime festività natalizie.
Le parole non bastano però e le famiglie di Baquba anche quest'anno dovranno affrontare il rischioso viaggio fino a Baghdad per partecipare alle celebrazioni del Natale.
Interpellato a proposito da Baghdadhope il Patriarca Caldeo, Mar Louis Raphael I Sako, ha confermato che neanche quest'anno un sacerdote andrà a Baquba per il Natale: "Ci sono poche famiglie, meno di 14, la zona è pericolosa ed anche arrivarci lo è, verranno loro a Baghdad, come fanno sempre."  E' ancora triste il Natale per molti cristiani in Iraq e forse ai pochi di Baquba non basterà vedere l'albero di Natale di 5 metri che, come ha scritto Al Sumaria lo scorso 12 dicembre, sarà eretto dal governo nel centralissimo quartiere di Karrada. 

Patriarch: Work with Muslims to promote religious freedom

By Catholic News Agency

The head of the Chaldean Catholic Church is calling on the faithful to reach out to Muslims in order to foster a common understanding of religious liberty and cooperation in supporting it.
“The majority Muslim population is good and not violent,” said Archbishop Louis Raphael I Sako, the Chaldean Catholic Patriarch of Babylon. “They do not agree with the extremists but they are also afraid to react publicly.”
He noted that moderate Muslims are “the majority,” and said that they must promote religious freedom and civil harmony in their societies.
“They must prove to the world through deeds that Islam is not a religion of ‘terror and killing’ of innocent civilians.”
Archbishop Sako, whose Church is in full communion with Rome, delivered a keynote lecture Dec. 14 at a conference on Christianity and freedom, held at the Pontifical Urbaniana University in Rome. The conference is an initiative of the Religious Freedom Project at Georgetown University’s Berkley Center for Religion, Peace, and World Affairs.
The archbishop suggested that the Catholic Church produce a document for Muslims to translate ideas of religious freedom into a language more understandable to Islamic thinking.
“Such an undertaking can help the Church look for a new and more comprehensible theological language in Arabic to help Christians and Muslims to understand our faith, and the importance of religious freedom to every person and every society,” he stated.
This proposed document, he said, should explain “in language compatible with Islam” the idea of religious freedom as articulated in the Second Vatican Council’s religious freedom declaration “Dignitatis Humanae.”
“It is important to clarify with them both our fears and our hopes,” he observed.
“We need a way to help Muslims reconcile Islam with citizenship based on full equality,” he added. “A secular state that entails cooperation between religious and political leaders would be ideal.”
The patriarch invited Muslim friends to show common action as a follow up to “A Common Word Between Us and You,” a 2007 document produced by leading Muslims as part of a dialogue with Pope Benedict XVI.
Archbishop Sako stressed the importance of Christians in the Middle East, citing their history in the region dating back to apostolic times, long before Islam’s arrival. He noted Christians’ culture, their high level of education, their work in business, their “spirit of cooperation” and their institutions such as schools, hospitals, orphanages, and homes for the elderly.
Efforts to repress Christians or to encourage them to flee is “a great crime” against them and “a big loss for Muslims,” he said, calling for an end to the “mortal exodus” of Christians from the Middle East, due to threats including war, a lack of security, “extremist political Islam” and organized crime.
“We Christians are trying to remain in our homelands because we are committed to love each other,” the archbishop explained, stressing the need for religious unity in the quest for peace.
“Because we are all created by God, each of us carries a heritage that profoundly links us all,” he said.
The patriarch urged the West and the international community to increase efforts to help Muslim nations in “modernizing” Islam’s approach to religious freedom, as well as to convince Muslim nations that anti-Christian persecution is harmful both for Christians and their societies as a whole.
Archbishop Sako, who is based in Baghdad, particularly lamented the lack of security in Iraq and the daily attacks, bombings, kidnappings and murders.
“Naturally we are worried about our future,” he said. “The continuing weakening of Christianity in Iraq is not just a tragedy for our country, but the entire region.”
After the 2003 U.S.-led invasion, “turmoil swept Iraq,” he said. Christians and other minority groups have been especially affected.
More than 1,000 Iraqi Christians have been killed since 2003, while others have been tortured or kidnapped and released only after a large ransom. About 62 churches and monasteries have been attacked.
Iraq’s Christian population has halved since 1987, with at least 850,000 having left the country.
A similar scenario is playing out in Egypt, where more than 100 churches have been attacked in the last 18 months. In Syria, 67 churches have been attacked and tens of thousands of Christians have left the country.
Archbishop Sako stressed the “deep roots” of Christianity in the Middle East, dating back to apostolic times. He noted that Syriac Christianity uses a language very close to the Aramaic language of Jesus Christ and the early Christians. This version of Christianity reached Tibet and China.
Furthermore, it was in Antioch in the Roman province of Syria that the followers of Jesus Christ were first called Christians. The patriarchal sees of five churches originated in Antioch.
The archbishop said that many Muslims do not know the historical role of Christians in the religious and intellectual formation of Islamic civilization.
He praised the “long tradition” of Syriac Christians’ encounter and dialogue with their Muslim neighbors, voicing hope that this tradition may help these Christians preserve their heritage and offer their “unique contributions.”
“The loss of Christianity from the Middle East would fundamentally alter the contours of culture and society in nations such as Iraq, Syria and Egypt,” he emphasized. “It would deal a severe blow to any hope of pluralism and democracy.”

Iraqi Catholic leader asks West: 'If they kill us all, will you do something then?'

By National Catholic Reporter
by John L. Allen Jr.

Warning that a Middle East empty of Christians would be “just like the Taliban,” Iraq’s most senior Catholic leader pointedly called on the West to show greater concern for suffering Christians in the region.
“We feel forgotten and isolated,” said Patriarch Louis Raphael I Sako, head of Iraq’s Chaldean Catholic Church.
 “We sometimes wonder, if they kill us all, what would be the reaction of Christians in the West? Would they do something then?”
Sako made clear he’s not asking for a mobilization “to protect Christians,” but rather Western efforts to support “harmonious societies for all human beings”, based on “a civil state in which the only criterion is citizenship grounded in full equality under the law.”
Sako said that at the moment, the influence of Western nations in the region seems to be based primarily on self-interest.
“All they do is create problems, sell weapons and take oil,” he said, adding bluntly, “This is a sin.”
In terms of the Catholic response, Sako proposed that the church produce a new document directed specifically at Muslims to lay out the case for moving beyond tolerance to “religious freedom and full citizenship.”
Sako spoke Dec. 14 as part of a conference in Rome organized by the Religious Freedom Project at Georgetown University, part of the Berkley Center for Religion, Peace and World Affairs.
Sako, 65, became the Chaldean patriarch in January, succeeding Cardinal Emmanuel III Delly. The Chaldean church is one of 22 Eastern rite churches in communion with Rome, and represents the largest Catholic body in Iraq.
Sako pulled few punches in describing what he termed a “mortal exodus” of Christians from the Middle East today, which he said is fueled by sectarian conflict, rising Islamic extremism, and criminal gangs that often see Christians as convenient targets.
According to Sako, more than 1,000 Christians have been killed in Iraq since the U.S.-led invasion in 2003, while scores of others have been “kidnapped and tortured.” He said that 62 churches and monasteries have been attacked.
These realities, Sako said, are driving Christians away in growing numbers. He cited a recent estimate from the U.N. High Commission for Refugees that 850,000 Christians have left Iraq since 2003, by some estimates representing almost two-thirds of the country’s Christian population.
Sako warned that the same trends are currently gathering force in both Syria and Egypt, citing estimates that in the last 18 months some 100 churches in Egypt have been attacked, while 67 churches have been assaulted in Syria and more than 45,000 Christians have left the country.
In effect, Sako warned, what’s happening puts the survival of Syriac Christianity at risk, which he described as one of the great early traditions in the church alongside Hebrew, Latin and Greek.
Amid the violence, Sako said one tendency is to retreat into sectarian ghettoes, but that poses its own risks. He opposed calls to carve out an independent zone for Christians in northeastern Iraq, where the Assyrian population is concentrated.
“The Nineveh plain is largely surrounded by Arabs, and Christians would serve as a useful and undefended buffer zone between Arabs and Kurds,” Sako said.
Instead, he called for “working at the constitutional level to guarantee religious freedom and equal rights for believers of all faiths throughout the land.”
In part, Sako argued that building such societies is in the interests of the Muslim majority– because, he bluntly insisted, they need Christians.
“Christians are important to the Middle East because of their culture, high levels of education, skills, qualifications, openness, their spirit of cooperation and their institutions such as schools, hospitals, orphanages, homes for the aged and the poor, as well as their economic enterprises and small businesses,” he said.
Sako called the Christian presence in the Middle East “a guarantee of a better future for Muslims.”
In that context, Sako proposed that the Catholic church produce a new document “addressed only to Muslims,” laying out the case for religious freedom and a secular state in “language compatible with Islam.”
The idea, as Sako described it, would be to take the vision presented in Dignitatis Humanae, the document of the Second Vatican Council (1962-65) on religious freedom, and phrase it in Islamic concepts and categories.
“Such an undertaking can help the church look for a new and more comprehensible theological language in Arabic to help Christians and Muslims to understand our faith, and the importance of religious freedom to every person and every society,” he said.
Sako did not say whether he wants the document to come from the Vatican or from the local churches of the Middle East, although he appeared to suggest it should come from the highest level of authority possible.
“Dialogue is possible among Christians and Muslims, even with the fundamentalists,” he said. One key, he said, is for Christians to be “strong” in their views.
“Why are we afraid to claim our rights?” he said. “We can do things with the Islamists when we are very strong. I’m an Iraqi just like they are, so why am I a second-class citizen?”
Sako also called on Muslims to embrace “a new reading of their religion,” arguing that moderates ought to be more outspoken in challenging “sectarian and provocative” stances within Islam. As a case in point, Sako cited an Iraqi imam who recently told his followers that they shouldn’t even shake hands with non-Muslims.
Sako called such a stance “simply unacceptable”.
On the sensitive question of Muslim converts to Christianity, Sako appeared to counsel prudence.
“Personally, as a priest or a bishop, I have no right to refuse anyone who wants to be a Christian,” he said, “but the situation is dangerous.”
“We have to find ways to help these people live their faith in a situation in which there’s no freedom,” Sako said.
In turn, he said, the situation illustrates the need for reform at the “constitutional level” to protect the rights not only of converts but also of people living in religiously mixed marriages.