mercoledì, febbraio 18, 2015

 

Il Nunzio in Iraq: una forza internazionale per far tornare gli sfollati

By Vatican Insider (La Stampa)
Francesco Peloso

Fermare l'afflusso di Jiahdisti in Iraq, bloccare il commercio di armi, permettere a una forza internazionale di controllare i territori confinanti con quelli occupati dall'Isis per aiutare gli sfollati a rientrare nelle loro case. Sono queste alcune delle priorità che la comunità internazionale dovrebbe adottare per porre un freno alla crisi che sta colpendo l'Iraq e larga parte del Medio Oriente.
È quanto spiega il nunzio in Iraq, monsignor Giorgio Lingua, a Baghadad dal 2010. In questo quadro un intervento militare contro l'Isis sembra inevitabile, ma le armi non basteranno a risolvere una crisi tanto profonda. C'è bisogno di un lungo lavoro di educazione al dialogo e alla convivenza. E anzi, sotto questo aspetto, si vedono pure molti segnali positivi: sono tanti ormai i leader religiosi che sanno come sia necessario costruire una scuola dell'incontro e del rispetto reciproco. La situazione umanitaria però rimane drammatica con 2 milioni di sfollati e una comunità cristiana che si è più che dimezzata.
Monsignor Lingua, partiamo da una considerazione generale. Ci sono elementi di tensione che sussistono fra le varie componenti etnico-religiose o c'è anche qualche segnale positivo da questo punto di vista?
«Sì, molti sono i segnali positivi. Per esempio, ricevo tante visite di leader religiosi, soprattutto musulmani, che sono convinti che solo la religione può risolvere il problema che ha colpito l’Iraq e altri Paesi, a cominciare dalla Siria, per arrivare alla Libia, passando per la Nigeria, l’Egitto, etc.. Sanno che l’Isis non è stato paracadutato dall’alto, è una ideologia che ha avuto una lunga incubazione, una “scuola” dell’intolleranza e dell’odio che non si può fermare con l’intervento militare, pur necessario per difendere la popolazione vittima di ogni genere di soprusi, ma che richiederà una lunga rieducazione, una “scuola”, un’educazione all’incontro e al rispetto».
È possibile dire più o meno quanti cristiani rimangano nel Paese, quanti erano in origine?«Non ci sono statistiche attendibili. Forse sono rimasti circa 300-400mila cristiani dagli oltre 1.000.000 che erano presenti prima del 2003. Ma, ripeto, sono stime più che dati certi».
La componente sunnita come è orientata rispetto alla presenza dell'Isis? Il governo in carica ha mutato atteggiamento verso i sunniti rispetto agli anni scorsi?«Direi che il governo attuale ha cambiato molto, cercando di coinvolgere la componente sunnita in posti chiavi, come il Ministero della Difesa. Purtroppo ci sono regolamenti di conti che continuano a seminare divisione. Quando si creano delle ferite profonde non è facile rimarginarle subito, ci vuole tempo, pazienza, lungimiranza ed educazione. Io credo che i primi che devono dare l’esempio sono proprio i leader religiosi. Loro dovrebbero prendere in mano la situazione. C’è un Ministero per la Riconciliazione nazionale, ma non mi risulta molto produttivo. Penso che la riconciliazione vada promossa dalla società civile e dai leader religiosi più che dai politici».
Quali sono a suo avviso le priorità in base alle quali si dovrebbe muovere la comunità internazionale?«Prima di tutto bisogna bloccare l’afflusso di nuovi jahdisti che arrivano da tutti i paesi a dar man forte all’Isis. Il che è segno, come dicevo prima, che non basta un intervento militare a fermare l’avanzata dell’Isis perché è ormai un fenomeno internazionale e le principali menti sono probabilmente fuori dall'Iraq e dalla Siria. Poi bisogna bloccare la compra-vendita di armi e fermare ogni tipo di commercio con il cosiddetto Stato Islamico. Poi ci vorrebbe una forza di sicurezza internazionale a protezione delle aree limitrofe ai territori occupati dall’Isis per permettere a tanti sfollati di rientrare nelle loro case. Infine, è probabile che tutto ciò non sia sufficiente, tant’è che si prospetta un intervento militare che, dicono, sembra inevitabile».
Quanto pesa il ritiro degli americani in questa situazione?«Non saprei. Io credo che fosse inevitabile, prima o poi doveva accadere, anche per mantenere gli accordi pattuiti. Non so se si poteva organizzare meglio o lasciare un esercito iracheno meglio addestrato… Ci sono troppe cose che mi sfuggono, per esempio: se in dieci anni di presenza non si è riusciti a formare un esercito qualificato, come si può pensare di riuscire a farlo adesso in pochi mesi e con effettivi ridotti?»
C'è il rischio che lo Stato Islamico si possa stabilizzare entro determinati confini?«A guardare come sanno usare bene la propaganda, sfruttando i mezzi più moderni di comunicazione sociale, penso proprio di sì».
Come vive la popolazione civile?
«Quasi 2.000.000 vivono come sfollati, con tutti i disagi che ciò comporta. Altri vivono in quella normalità e, a volte, rassegnazione, che caratterizza la popolazione irachena in questi ultimi anni. Gli iracheni, in genere, sono un popolo gioioso, che ama fare festa. Dopo la vittoria dell’Iraq sull’Iran nella Coppa d’Asia di calcio, per esempio, Baghdad era una città in festa, con botti e spari come a capodanno. L’altra sera, San Valentino, festa qui molto sentita e vissuta da tutti, la Capitale era nuovamente intasata dalle auto. La gente è stanca di tanta violenza, che, purtroppo, è diventata “normale”, nei citati festeggiamenti seguiti alla partita Iraq-Iran, si parla di circa 80 morti a causa delle pallottole vaganti, qualcuna delle quali, forse, non era del tutto “vagante”, ma piuttosto “pilotata”. È triste dirlo, ma mi sembra che molti abbiano imparato a convivere con la violenza. Occorrerebbe una bonifica generale delle armi, anche di quelle leggere».

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