"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

13 settembre 2018

Card. Parolin: ideologia dell'Isis non ancora scomparsa

By Radiovaticana
Amedeo Lomonaco

Intervenendo all’incontro sulla crisi umanitaria in Siria e in Iraq, il cardinale Pietro Parolin ha ricordato che in questi Paesi “si è assistito alla sconfitta militare del cosiddetto Stato islamico”, anche se gruppi isolati “permangono o continuano ad avere il controllo di alcune sacche di territorio”. La Santa Sede- ha osservato - continua a richiamare "i diversi attori politici sulla necessità di trovare una soluzione globale ai problemi del Medio oriente, con particolare attenzione a garantire la presenza dei cristiani e delle varie minoranze nelle loro terre di origine". Cresce intanto l'attesa per l'incontro, domani, di Papa Francesco con i partecipanti alla riunione promossa dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale.

Dialogo e negoziato

A margine della riunione, il cardinale Parolin ha anche detto che “il Papa continuerà a ripetere i suoi appelli perché noi siamo convinti che solo se si sceglie la strada del dialogo e del negoziato si potrà arrivare a una soluzione pacifica e duratura”. “La situazione in Siria dopo tanti anni di guerra – ha aggiunto il porporato - è così deteriorata che non è facile ricominciare ma ci sono anche le premesse positive e queste vanno valorizzate in vista di una soluzione negoziata e pacifica e di una ricostruzione”

Gravi rischi in Siria

Durante la riunione, il segretario di Stato ha poi spiegato che “in Siria si assiste ancora ad un complesso processo politico-militare, i cui esiti rimangono ancora incerti”. “Siamo stati testimoni – ha sottolineato – di violenze inaudite e di una crisi umanitaria senza precedenti”. “La Santa Sede continua ad essere gravemente preoccupata per l’aumento della tensione tra gli attori regionali e internazionali che hanno fatto della Siria territorio di scontro di una guerra per procura”. “In assenza di prospettive di pace e di speranza per il futuro, in assenza di un processo di giustizia e riconciliazione, in assenza di uno sforzo di rimarginazione delle ferite che coinvolga tutte le componenti delle rispettive società, si rischia la riattivazione prima o poi del fuoco che cova sotto le ceneri”.

Luci e ombre in Iraq

In Iraq, ha sottolineato il porporato, è stato possibile avviare “il processo di ricostruzione materiale dei luoghi distrutti, in particolare dei villaggi cristiani della Piana di Ninive, e il progressivo e lento rientro dei cristiani nelle loro case”.  Purtroppo - ha osservato il cardinale Parolin - le tensioni tra il governo centrale di Baghdad e il governo regionale del Kurdistan “continuano ad avere degli effetti sulla normalizzazione della vita delle comunità cristiane con forti preoccupazioni per il futuro e per il pericolo di cambiamenti nell’assetto demografico di quel territorio, culla del cristianesimo in Iraq”.

I dati della crisi irachena e siriana

Il cardinale Peter Turkson, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, ha ricordato gli allarmanti dati che riguardano la crisi siriana e irachena. “A più di sette anni dall’inizio del conflitto in Siria – ha detto il porporato - le Nazioni Unite stimano più di 13 milioni di persone in stato di necessità in Siria, di cui più di 5 milioni di bambini, e quasi 9 milioni in Iraq, di cui più di 4 milioni di bambini. Più di 5.6 milioni sono i rifugiati siriani registrati nei paesi limitrofi, in particolare in Turchia, Libano e Giordania, mentre 6 milioni sono gli sfollati interni in Siria e 2 milioni in Iraq”. Sono dati – ha aggiunto il cardinale Turkson – che “mostrano quanto lavoro sia ancora necessario per aiutare le vittime della crisi. “Per questo la Chiesa nonostante la crisi prolungata – ha concluso il porporato - mantiene un impegno importante e capillare”.

Il nunzio in Iraq: i cristiani iracheni sostenuti dalla fede 

Il processo di ricostruzione, seppur lentamente, in Siria e in Iraq è già iniziato. In quest’ultimo Paese, una ulteriore speranza è alimentata anche dal ritorno dei cristiani nei loro villaggi nella piana di Ninive. Il nunzio apostolico in Iraq e in Giordania, mons. Alberto Ortega Martín, sottolinea a Vatican News che queste persone sono sostenute dalla fede. "La testimonianza di questi cristiani iracheni è un tesoro per tutta la Chiesa". "Noi possiamo imparare da questa fede". Nell'ultimo anno la situazione in Iraq è migliorata. Una visita di Papa Francesco nel Paese - ha poi affermato il presule - sarebbe un grande sostegno per la Chiesa e per la pace in Medio Oriente.
Grazie a Dio la situazione in Iraq è migliorata, soprattutto a partire dall’anno scorso, dal momento in cui è stata dichiarata la vittoria militare contro il cosiddetto Stato islamico. Molti cristiani stanno rientrando nei loro villaggi di origine e questo è un fatto che incoraggia tutti e che ci dà grande speranza: ad esempio nella città di Qaraqosh, la principale città cristiana in Iraq, più di 5600 famiglie sono già rientrate.  E anche in altri paesini e villaggi ci sono altre famiglie che ora sono rientrate. In ogni caso, si tratta di quasi la metà delle famiglie che c’erano prima. Questo è un dato molto positivo. C’è tanto da fare, le condizioni sono ancora un po’ precarie, ma è molto incoraggiante il fatto che siano rientrate.
Come la Chiesa accompagna e favorisce questo ritorno così importante e vitale anche per il futuro dell’Iraq?
Questa è certamente una buona notizia non solo per la Chiesa ma per la società intera, dal momento che i cristiani sono chiamati a svolgere un ruolo di grande importanza come artefici di pace, di riconciliazione, e anche di sviluppo. La Chiesa cerca di aiutarli anche materialmente e di sostenerli spiritualmente. Ed è molto bello il fatto che sia la fede a muovere queste persone: per la fede molti hanno perso tutto, e per la fede adesso rientrano anche se non hanno tutte le garanzie. Questo ritorno è un diritto. E’ un diritto che chi è stato cacciato via per la fede possa rientrare nei villaggi di origine.
Molte di queste persone sono passate anche attraverso l’inferno della persecuzione. Però la fede tocca veramente i cuori e non svanisce mai…
Per questo io dico sempre che la testimonianza di questi cristiani iracheni è un tesoro per tutta la Chiesa. Ci hanno testimoniato il valore della fede, il valore del Signore per il quale hanno perso tutto. E noi possiamo imparare da questa fede. Una fede che adesso li sta incoraggiando a rientrare e a continuare a costruire la società insieme con tutti i loro fratelli dei diversi gruppi.
Queste persone che rientrano nelle loro case dopo aver sofferto tanto sentono anche la vicinanza della Chiesa universale, del Papa, del Vicario di Cristo…
Sì, le parole del Papa – in un Angelus o al termine di un’Udienza – hanno effetti molto positivi. Anche il fatto per esempio che il Papa abbia di recente creato cardinale il Patriarca di Babilonia dei Caldei, il principale rappresentante della Chiesa in Iraq, è stato visto da tutti i cristiani iracheni come un sostegno per loro. E anche i musulmani erano contenti perché si tratta sempre di un gesto di vicinanza con i cristiani iracheni e con tutto il Paese che ha bisogno di più pace e stabilità.
Il Santo Padre ha più volte espresso il desiderio di visitare l’Iraq: ci sono speranze affinché, finalmente, in un tempo prossimo si possa svolgere questa visita?
Vediamo un po’… Finora è stato molto difficile a causa della situazione: c’era lo Stato islamico, una situazione di guerra nel Paese. Adesso ci si potrebbe cominciare a pensare. Vediamo come sono le condizioni e anche l’agenda del Papa: il Papa ha un grande cuore, e ha espresso pubblicamente questo desiderio. Questo sarebbe, senz’altro, un grande sostegno per la Chiesa e per la pace in Medio Oriente.

Rapporto dell'indagine sulla risposta delle istituzioni ecclesiali alla crisi siriana e irachena - 2017/2018

By Dicastero per lo Sviluppo Umano Integrale in Il Sismografo blogspot

L’attuale situazione umanitaria in Siria e in Iraq configura una crisi prolungata e complessa con un grave impatto sulle popolazioni civili locali e sui paesi limitrofi. Sette anni dopo l’inizio del conflitto in Siria, infatti, i dati delle Nazioni Unite restano allarmanti e dimostrano quanto ancora siano ingenti ed urgenti i bisogni delle persone colpite dalla crisi e quanto lavoro sia necessario nel quadro della risposta ad essa.
In Siria, più di 13 milioni di persone sono in stato di bisogno; vi sono 6,6 milioni di sfollati interni, mentre 5,6 milioni sono i rifugiati registrati nei paesi limitrofi, principalmente in Turchia, Libano e Giordania. In Iraq, 8,7 milioni di persone sono in stato di necessità, di cui più di 4 milioni di bambini. La presente indagine, alla sua terza edizione, copre 7 paesi – Siria, Iraq, Libano, Giordania, Turchia, Egitto e Cipro – e presenta dati relativi alla risposta alla crisi umanitaria delle istituzioni ecclesiali negli anni 2017-2018. I dati raccolti sono stati forniti da 84 istituzioni ecclesiali: 53 agenzie caritative d’ispirazione cattolica, 10 diocesi di Siria e Iraq e 21 istituti religiosi operanti in Siria, Iraq, Libano e Giordania. Essi fanno riferimento a fondi mobilitati, beneficiari raggiunti, settori d’intervento prioritari, difficoltà e problematiche riscontrate, orientamenti identificati per il prossimo futuro. Tra gli obiettivi principali dell’indagine vi è quello di ottenere un quadro complessivo unitario della risposta della rete ecclesiale alla crisi umanitaria siriana e irachena e di identificare linee comuni di riflessione e orientamenti condivisi di azione per il prossimo futuro.
Nell’indagine coesistono e si integrano due dimensioni del lavoro della Chiesa: il lavoro umanitario, svolto nei confronti di tutte le persone in stato di bisogno, in conformità con i principi e gli standard umanitari, e quello specifico di assistenza e supporto alle comunità cristiane locali colpite dalla crisi. Ciascuna istituzione, sulla base del proprio mandato e della propria missione, opera nel contesto di crisi secondo le proprie specificità e priorità d’intervento. Lo studio contiene quindi elementi di riflessione e orientamenti riguardanti entrambi gli aspetti. L’indagine, quindi, da un lato focalizza l’attenzione sui dati relativi all’anno 2017 e su quelli di previsione del 2018, dall’altro analizza le tendenze registrate dal 2014.
L’analisi mostra come il biennio 2017-2018 costituisca un periodo molto significativo per la risposta alla crisi. Con la sua evoluzione, infatti, cambiano e si evolvono anche i bisogni delle popolazioni e il lavoro degli attori umanitari e si rileva una sempre più marcata differenziazione tra i diversi paesi. Nonostante in Siria il conflitto continui in alcune zone del paese – dove si deve far ancora fronte a bisogni di prima necessità -, l’indagine mostra come per la prima volta ci si stia proiettando verso il futuro anche nelle attività di risposta alla crisi, con la fine della fase acuta dell’emergenza nella maggior parte delle aree d’intervento e il passaggio alla fase di early recovery. 2 In continuità con gli anni passati, due elementi caratterizzano l’azione della rete ecclesiale: la multisettorialità e la capillarità. L’azione della Chiesa è infatti distribuita su un’ampia varietà di settori d’intervento e molti programmi coprono più settori contemporaneamente. La capillarità può essere declinata con riferimento alla distribuzione geografica degli interventi – pur con i limiti imposti dalla sicurezza - e all’elevato numero di risorse umane impiegate.
A livello geografico, le azioni della rete ecclesiale hanno un’estensione territoriale molto vasta: in Siria si focalizzano principalmente nelle zone di Aleppo e Damasco, in Iraq nel nord del paese e nella piana di Ninive, in Libano e Giordania e Turchia rispettivamente a Beirut, Amman, Istanbul e nelle aree di confine con la Siria, dove si concentra il maggior numero di rifugiati. I dati raccolti testimoniano inoltre quanto la rete ecclesiale sia in grado di mobilitare un elevato numero di risorse umane impegnate nelle attività di risposta all’emergenza, in continua crescita di anno in anno: vi sono attualmente più di 5.800 professionisti e più di 8.300 volontari nei sette paesi, che si uniscono a sacerdoti e religiosi operanti in loco.

DATI 2017

Secondo le informazioni raccolte, la rete ecclesiale nel 2017 ha allocato più di 286 milioni USD per la risposta alla crisi nei sette paesi e raggiunto all’incirca 4,6 milioni di beneficiari. Il dato è particolarmente significativo perché è il più elevato dal 2014 e testimonia come l’impegno della Chiesa non solo sia rimasto costante, ma si sia consolidato e rafforzato negli anni, adattandosi ai cambiamenti contestuali. Dai dati analizzati si rileva che, nel 2017, il 35% dei fondi (ca. 100 milioni USD) è stato destinato alla Siria, il 30% al Libano, il 17% all’Iraq e il 9% alla Giordania. Nell’anno 2017 i settori d’intervento prioritari risultano essere i seguenti: - Istruzione, con più di 73 milioni USD, di cui 45 milioni allocati in Libano; 

- Aiuto alimentare, con più di 54 milioni USD, fortemente influenzato dalle azioni in Siria, cui è stato destinato l’83% dei fondi di tale settore; 
- Sanità, con circa 30 milioni USD (11% dei fondi totali allocati), di cui il 38% destinato alla Siria. Seppure tali dati siano in continuità con quelli degli anni precedenti, lo studio rileva invece come comincino ad essere evidenti alcuni primi segnali di nuovi orientamenti: percentuali significative dell’aiuto, infatti, sono allocate alle azioni di livelihood (si intendono qui tutte quelle attività atte a fornire e rafforzare mezzi di sussistenza alle famiglie, attività generatrici di reddito, formazione professionale, creazione di opportunità lavorative), al sostegno per gli affitti e la riabilitazione delle case (soprattutto in Iraq), al supporto psicosociale e alla protezione legale (in particolare in Libano).

DATI 2018 (dati di previsione, aggiornati al mese di luglio) 

Il 2018 può essere definito come un anno di sostanziale cambiamento nella risposta alla crisi, parallelamente all’evoluzione del contesto politico in Siria e in Iraq. Diminuisce progressivamente una risposta di tipo puramente emergenziale, mentre si rafforza il lavoro su programmi di resilienza e early recovery, con uno sguardo ad azioni di maggiore impatto nel medio-lungo termine. In Siria vi sono ancora zone dove gli aiuti di prima necessità restano prioritari, ma in altre zone del paese, così come nel nord dell’Iraq e nei paesi limitrofi, l’attenzione si rivolge a come dare alle famiglie maggiore stabilità per riscostruirsi un futuro.
In Iraq diventa centrale il fenomeno dei ritorni volontari nella piana di Ninive, dove si concentrano gli aiuti della Chiesa nel paese. Secondo le informazioni raccolte, nel 2018 la rete ecclesiale ha mobilitato circa 230 milioni USD e raggiunto 3,9 milioni di beneficiari. Sebbene il dato sia inferiore a quello del 2017, va valutato come particolarmente significativo perché è un dato di previsione aggiornato al luglio 2018, che tuttavia già dimostra una tenuta dell’impegno della rete ecclesiale a fronte di una crisi prolungata. La Siria resta il paese in cui sono allocate il maggior numero di risorse (31%), ma con una distribuzione più omogenea rispetto al passato tra i vari paesi: il 25% dei fondi è destinato al Libano, il 22% all’Iraq e il 15% in Giordania. Va tuttavia rilevato come, rispetto al 2017, diminuiscano in valore assoluto i fondi destinati a Siria e Libano, restino pressoché stabili quelli allocati in Iraq e aumentino quelli destinati alla Giordania. L’analisi dei settori d’intervento prioritari mostra chiaramente i cambiamenti in atto, ancora a livello embrionale nel 2017:- L’istruzione resta il settore prioritario, con più di 46 milioni USD allocati, di cui il 50% in Libano; 
- La sanità cresce nel valore dei fondi allocati (18% del totale) e vede la Siria come il paese in cui sono destinati il 50% dei fondi di settore (in crescita rispetto agli anni precedenti): - Crescono i fondi allocati per le attività di livelihood (10% del totale), con programmi realizzati soprattutto in Libano (41%). Diminuiscono invece in modo significativo i fondi allocati per l’aiuto alimentare (31 milioni USD in meno rispetto al 2017, 7% del totale utilizzati in prevalenza in Siria) e per la fornitura di beni non alimentari (5% del totale, prevalentemente destinati a Siria e Iraq).

12 settembre 2018

A colloquio con Segundo Tejado Muñoz. Di fronte al grido di dolore di Siria e Iraq


«A oltre sette anni dall’inizio del conflitto in Siria, i bisogni sono ancora enormi. Secondo i dati delle Nazioni Unite, nel paese sono oltre 13 milioni le persone che hanno bisogno urgente di aiuto, e in Iraq sono quasi 9 milioni. Gli sfollati interni sono oltre 8 milioni nei due paesi, mentre i rifugiati siriani registrati dall’Unhcr nei paesi confinanti sono 5,6 milioni. E la maggior parte di questi sono bambini e famiglie»: è questa la drammatica istantanea di una crisi che non conosce soste nonostante scivoli spesso nelle retrovie dell’informazione mondiale. A scattarla è monsignor Segundo Tejado Muñoz, sottosegretario del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, che in questa intervista all’Osservatore Romano anticipa i temi della riunione all’Urbaniana, durante la quale viene presentato il terzo rapporto sul lavoro della rete ecclesiale in quei territori martoriati dalla guerra.
Quali sono gli obiettivi dell’incontro?

Si tratta di un percorso iniziato nel 2013. Anzitutto, vogliamo tornare a porre con forza l’attenzione sulla vita delle persone che sono state colpite dal conflitto e dalla crisi. Il Papa non manca di farne menzione pubblica ogni volta che se ne presenta l’occasione. Non basta l’indignazione, che pure è necessaria, quando infuoca una battaglia o scoppia una bomba. Sappiamo tutti che questa crisi investe da tempo non solo Siria e Iraq, ma tutti i paesi limitrofi, e anche oltre. Secondariamente, in linea con quanto fatto in questi anni, vogliamo far sì che questo appuntamento sia un momento di riflessione e comunione tra le Chiese locali e tutte le istituzioni ecclesiali coinvolte nelle opere di carità e di assistenza, al fine di orientare il lavoro nei prossimi mesi. Ci tengo a sottolineare come le presenze dei partecipanti alla riunione aumentino di anno in anno, segno di un interesse sempre crescente.

Proprio in questi giorni gli occhi di tutti sono puntati nella regione di Idlib.
Papa Francesco
ha paventato recentemente il rischio di una catastrofe in quella zona e ha richiamato tutti al rispetto del diritto umanitario internazionale per salvaguardare la vita dei civili. Al di là degli avvenimenti politici, la Chiesa guarda alla tutela della dignità della persona.

In cosa consiste il rapporto che viene presentato dal Dicastero?
Si tratta di una nuova indagine sul lavoro umanitario degli enti ecclesiali operanti nel contesto della crisi. È la terza di questo tipo, frutto, come in passato, del lavoro di un servizio chiamato “Humanitarian Focal Point” condotto dal Dicastero in collaborazione con Caritas Internationalis e altre agenzie. Sono stati raccolti e organizzati dati tra i diversi organismi di carità che operano nell’area siro-irachena, le diocesi e le comunità religiose. L’indagine ha riguardato sette paesi della regione e coinvolto più di ottanta enti ecclesiali.

Può anticipare qualche dato?

Vorrei prima sottolineare un paio di aspetti significativi: anzitutto che tale rapporto costituisce un unicum nel suo genere, perché quantifica in maniera precisa e analitica l’entità dei fondi e dei beneficiari, nonché i settori di intervento in cui la Chiesa è impegnata. Ciò aiuta gli stessi organismi impegnati sul territorio, ognuno dei quali altrimenti avrebbe una visione limitata al proprio ambito di intervento. In secondo luogo quello di quest’anno è anche un bilancio: si tirano le fila delle indagini precedenti e si guarda alle tendenze generali e alle prospettive future. Un dato significativo è senz’altro il fatto che dal 2014 a oggi la Chiesa ha aiutato ogni anno più di quattro milioni di vittime, con centinaia di interventi e progetti per un valore complessivo che supera il miliardo di dollari. Parliamo ovviamente di dati ancora provvisori per il 2018. Viene, inoltre, ribadita la capillarità e la multisettorialità dell’intervento della Chiesa. Mi sta molto a cuore evidenziare che, nonostante le sofferenze subite in questi anni — basti pensare alle violenze del cosiddetto stato islamico — le Chiese in Siria e Iraq continuano ad aiutare tutte le vittime, cristiani e musulmani, senza distinzione. È una testimonianza luminosa di carità cristiana.

Come sarà affrontata la questione dei migranti?

Sul tema quest’anno sarà posto un accento maggiore. A tal proposito, ci fa piacere che abbia accettato di partecipare l’alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, Filippo Grandi. In particolare affronteremo anche la problematica di quanti hanno già fatto ritorno in Siria o in Iraq. Il caso delle migliaia di cristiani e degli appartenenti alle altre minoranze, che con l’aiuto della Chiesa stanno gradualmente ripopolando la Piana di Ninive da dove erano stati cacciati nel 2014, è uno dei segni di speranza raccolti dal rapporto. Quella dei rientri in patria, nel rispetto dei principi umanitari, è una questione importante anche per i paesi vicini, che continuano a profondere enormi sforzi nell’accoglienza di milioni di sfollati.

Si registra anche un notevole impegno sul fronte dell’emergenza sanitaria.
A tale riguardo segnalo il lavoro di aiuto ai malati bisognosi che la Chiesa compie in Siria attraverso il progetto “Ospedali aperti” in tre nosocomi cattolici a Damasco e Aleppo. Secondo il rapporto, educazione, sanità, supporto psico-sociale, mezzi di sussistenza durevoli e lavoro per le famiglie sono le priorità cui far fronte e su cui discuteremo insieme. L’indagine di quest’anno evidenzia un’evoluzione importante: dalla fase della pura emergenza stiamo passando, nella maggior parte dei casi, a quella di early recovery, ossia iniziamo a pensare alla ricostruzione, sia quella materiale che quella dei cuori e della speranza.

Qual è la situazione delle comunità cristiane in Siria e Iraq?

Sicuramente difficile. Ma a chi mi pone questa domanda sono solito citare i patriarchi cattolici della regione che, nel recente documento I cristiani d’Oriente oggi scrivono: «Molti parlano della nostra estinzione o della riduzione drammatica del numero dei nostri fedeli. Noi continuiamo a credere in Dio, Signore della storia, che veglia su di noi e sulla sua Chiesa in Oriente. Continuiamo a credere nel Cristo risorto e nella sua vittoria sul male. In Oriente resteranno sempre dei cristiani che proclameranno il Vangelo di Gesù Cristo, testimoni della sua risurrezione, anche se rimarremo solo un piccolo gruppo. Resteremo “sale, luce e lievito”».

Sacerdote irakeno: Il Papa e p. Ragheed, testimone di libertà fino al martirio

By Asia News
Rebwar Audish Basa*

P. Ragheed Ganni è “l’emblema della persecuzione anti-cristiana nel nuovo Iraq”. Una spirale di violenza iniziata con l’invasione statunitense nel 2003 e che è culminata nell’ascesa dello Stato islamico. È quanto scrive il sacerdote irakeno p. Rebwar Basa, amico personale del parrocco di Mosul massacrato - insieme a tre diaconi - nel giugno 2007 da un commando estremista islamico. Di recente p. Basa, che svolge la propria missione sacerdotale a Roma, ha accompagnato i parenti di p. Ragheed a Dublino, in Irlanda, dove hanno incontrato papa Francesco in occasione del raduno mondiale delle famiglie
Durante il breve colloquio, il pontefice ha elogiato la scelta coraggiosa dei familiari di p. Ragheed di scegliere “il perdono e la riconciliazione, piuttosto che l’odio e il rancore”. Essi hanno visto, ha aggiunto il papa, “che il male si può contrastare solo col bene e l’odio superare solo col perdono. In modo quasi incredibile, sono stati capaci di trovare pace nell’amore di Cristo, un amore che fa nuove tutte le cose”.
Un amore che si spinge fino al martirio, ricorda p. Basa, e che indica una volta di più che la convivenza fra cristiani e musulmani si deve basare sui diritti umani e sulla libertà religiosa. “Questo - conclude il sacerdote - è l’insegnamento dei martiri che hanno vissuto e hanno dato la loro vita per la loro fede, come il servo di Dio p. Ragheed e i suoi tre compagni suddiaconi”.
Di seguito, il ricordo di p. Rageed che il sacerdote e amico p. Basa ha affidato ad AsiaNews:
La figura di p. Ragheed Aziz Ganni rappresenta l’emblema della persecuzione anti-cristiana nel nuovo Iraq. In seguito all’invasione statunitense del 2003, p. Ragheed è stato il primo sacerdote cattolico ucciso dai terroristi musulmani insieme a tre giovani suddiaconi (Waheed, Bassman e Ghassan) a Mosul il 3 giugno 2007. Prima di lui, l’11 ottobre 2005, era stato ucciso un suo amico sacerdote della Chiesa siro-ortodossa: p. Paulos Eskander.
Con la storia di questi primi martiri del terzo millennio comincia la feroce ondata della persecuzione, che culmina con l’invasione dello Stato islamico (SI, ex Isis) protagonista di un vero e proprio genocidio contro le minoranze religiose irakene. Come è necessario conoscere la splendida testimonianza del santo sacerdote Massimiliano Maria Kolbe nella tenebrosa storia del nazismo ad Auschwitz, così è necessario conoscere la splendida testimonianza di p. Ragheed nella tenebrosa storia di al Qaeda e Daesh [acronimo arabo per l’Isis] a Mosul e nella piana di Ninive.
L’importanza della testimonianza di p. Ragheed supera i confini dell’Iraq. Perché egli e i suoi tre compagni martiri sono testimoni di Cristo, e quindi esempio per tutti i cristiani. Oggi la chiesa li riconosce come servi di Dio e il processo della loro beatificazione è ufficialmente cominciato. 
P. Ragheed ha vissuto per cinque anni il martirio quotidiano per le continue minacce e intimidazione che riceveva e i ripetuti attacchi contro parrocchia e parrocchiani. Ed è stato ucciso in modo barbaro dai terroristi musulmani, perché si era rifiutato di chiudere le porte della parrocchia. Un martirio divenuto oggi ancor più drammatico: nel recente articolo “I cristiani irakeni, confusi fra sopravvivenza e migrazione”, il patriarca caldeo card. Louis Raphael Sako ha dato numeri e statistiche precisi, che rispecchiano questo martirio quotidiano.
Due cose non dimentico di p. Ragheed. Il primo è il suo insegnamento. È stato mio professore di teologia ecumenica a Baghdad nel 2004. Lo ricordo come un giovane docente competente, convinto di quello che insegnava e sempre sorridente. Il suo atteggiamento sull’ecumenismo, l’ha confermato con il suo sangue versato per Cristo. Perciò egli è un grande esempio dell’ecumenismo del sangue. 
Un altro ricordo importante per me è la sua partecipazione alla mia ordinazione sacerdotale a Mosul il 10 settembre 2004. Pensando a come egli abbia vissuto il suo sacerdozio con gioia, coraggio, fede e amore, in una situazione che lui stesso descriveva come “peggio dell’inferno”, il suo esempio è fonte di incoraggiamento e consolazione. 
Oggi il ritorno dei cristiani a Mosul, dopo la tragedia dell’Isis, rappresenta il ritorno alle radici bibliche e cristiane, alla terra del profeta Giona. La continuazione della nostra presenza è anche un atto di fedeltà verso i cristiani che hanno versato il loro sangue per la fede in quella terra in questi duemila anni. In particolare p. Paulos Eskander, il vescovo Paulos Faraj Rahho, i tre compagni martiri Faris, Rami e Samir, e p. Ragheed Ganni con i suoi tre diaconi
Il loro insegnamento è basilare: il diritto di vivere e praticare la propria fede in piena libertà. È inutile, per non dire ridicolo, parlare del dialogo interreligioso mentre non c’è la libertà religiosa e il riconoscimento dei diritti umani. Se le fondamenta non ci sono, pur costruendo il tutto è destinato a crollare con un semplice colpo di vento. La distruzione di Mosul con l’invasione dell’Isis ne è un esempio concreto. Quando non c’è una cultura di convivenza bastata sui diritti umani, la libertà religiosa, l’onesta e il rispetto reciproco, tutto crolla investendo tutti.
Per un vero e autentico dialogo dobbiamo partire dalle esperienze concrete, altrimenti rischia di rimanere teoria. Perciò non bastano gli slogan e le conferenze per garantire una vera convivenza fra i cristiani e i musulmani. La garanzia è il pieno riconoscimento della libertà religiosa. Purtroppo, questa libertà manca nei Paesi a maggioranza musulmana, e manca persino ai musulmani stessi
Vorrei pertanto fare un appello finale a chi si occupa del dialogo fra cristiani i musulmani: per favore, mettete al centro come pilastro fondamentale la libertà religiosa. E se qualcuno rifiuta di riconoscere i diritti umani e la libertà in tutte le sue forme, non crede nel dialogo; egli non è degno di entrare nel dialogo, perché è ipocrita. E chi si adatta a questo tipo di ideologia che ignora i diritti umani e la libertà, contribuisce a creare terreno fertile per l’estremismo e il terrorismo. 
Questo, a mio avviso, è l’insegnamento dei martiri che hanno vissuto e hanno dato la loro vita per la loro fede, come il servo di Dio p. Ragheed e i suoi tre compagni suddiaconi. 

* Sacerdote caldeo irakeno

11 settembre 2018

Comunicato del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale: Riunione sulla crisi umanitaria siriana e irachena (13-14 settembre 2018)

By Sala Stampa della santa Sede in Il sismografo blogspot

Il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale promuove una riunione sulla crisi umanitaria siriana e irachena, che si svolgerà nei giorni 13-14 settembre presso l’Auditorium Giovanni Paolo II della Pontificia Università Urbaniana.
All’incontro hanno dato adesione oltre 50 organismi di carità cattolici, rappresentanti degli episcopati locali e delle Istituzioni ecclesiali e Congregazioni religiose che operano in Siria, Iraq e nei Paesi limitrofi, oltre ai Nunzi Apostolici in Siria, Iraq, Libano e Turchia.

Il primo giorno, i lavori saranno introdotti da Mons. Segundo Tejado Muñoz, Sotto-Segretario del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, dal discorso del Card. Peter K.A. Turkson, Prefetto del medesimo Dicastero, e dalla presentazione del Rapporto dell’Indagine sulla risposta delle Istituzioni ecclesiali alla crisi umanitaria irachena e siriana 2017-2018, realizzato dal Dicastero. Seguiranno, dunque, l’intervento del Segretario di Stato, Card. Pietro Parolin, e gli aggiornamenti sulla situazione politica e umanitaria da parte del Nunzio Apostolico in Siria, Card. Mario Zenari, e del Nunzio Apostolico in Iraq e Giordania, S.E. Mons. Alberto Ortega Martín.
La giornata si concluderà con la relazione del Dott. Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), che interverrà, in particolare, sulle sfide e le prospettive della situazione migratoria attuale nell’area di crisi.
Nella mattinata del 14 settembre, i partecipanti si riuniranno in gruppi di lavoro per concentrarsi sugli aspetti concreti della collaborazione tra i diversi soggetti impegnati nella risposta alla crisi. La sessione pomeridiana sarà invece dedicata al delicato tema del rientro nelle comunità di origine da parte dei migranti e rifugiati. Dopo il discorso del Card. Leonardo Sandri, Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, e l’intervento di P. Fabio Baggio, Sotto-Segretario del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale – Sezione Migranti e Rifugiati, i partecipanti si riuniranno nuovamente in gruppi di lavoro, dedicati allo specifico tema della sessione.
Dopo il dibattito sui lavori di gruppo, le conclusioni della riunione saranno affidate al Card. Turkson.
Venerdì 14 settembre è prevista l’Udienza con il Santo Padre, presso il Palazzo Apostolico.
Obiettivo della riunione, in continuità con il percorso intrapreso negli ultimi sei anni, è quello di proporsi come un momento di riflessione e comunione fraterna tra tutte le Istituzioni ecclesiali coinvolte nelle opere di carità e assistenza a favore delle popolazioni colpite da questa crisi umanitaria, sulla quale più volte il Santo Padre ha richiamato l’attenzione dell’opinione pubblica; tracciare un bilancio del lavoro svolto finora dagli organismi caritativi cattolici nel contesto della crisi, condividendo le informazioni sull’evoluzione della situazione umanitaria e le risposte della Chiesa; discutere le criticità emerse e individuare le priorità per il futuro; analizzare la situazione delle comunità cristiane residenti nei Paesi colpiti dalla guerra, promuovendo la sinergia tra gli organismi ecclesiali, le Congregazioni religiose e le diocesi. Una riflessione particolare sarà rivolta quest’anno alle prospettive realistiche di un ritorno volontario di sfollati interni e rifugiati nelle comunità di origine.
Il conflitto in Siria e Iraq ha prodotto una delle crisi umanitarie più gravi degli ultimi decenni. La Santa Sede, oltre all’attività diplomatica, partecipa attivamente ai programmi di aiuto e assistenza umanitaria. La rete ecclesiale, complessivamente, dal 2014 ha destinato alla risposta all’emergenza oltre 1 miliardo di dollari, raggiungendo più di 4 milioni di beneficiari individuali per anno. Secondo fonti ONU, attualmente sono più di 13 milioni le persone bisognose di aiuto in Siria e quasi 9 milioni in Iraq; gli sfollati interni sono oltre 6 milioni in Siria e 2 milioni in Iraq, mentre 5.6 milioni sono i rifugiati siriani registrati nei Paesi limitrofi, tra cui Turchia, Libano, Giordania, Iraq ed Egitto. I ritorni volontari in Iraq ammonterebbero al momento a 3.9 milioni di persone.

10 settembre 2018

Iraqi Christian families not returning to Nineveh, more interested in migration

By The Arab Weekly
Oumayma Omar

Under the cover of darkness three years ago, Waed Eishou and his family left their town of Hamdaniya in the Nineveh Plains near Mosul as Islamic State militants were advancing, spreading death and destruction as they passed. Today, a year after the extremist group was defeated, Eishou’s and many other Christian families refuse to return to their homes.
“It was a horrifying journey of survival,” Eishou said. “We moved from one camp to another in Irbil, then lived for a while in a church and finally ended up in Baghdad where we stayed in a Christian school first and then here in the Virgin Mary camp. Although it is no easy life, it is better than returning to the village.”
Few residents have returned to Hamdaniya, one of many Christian towns in Nineveh. Eishou said the Islamic State (ISIS) systematically destroyed the towns, going from home to home, dousing them with chemicals and setting them on fire.
“The place looks like ghost towns. People feel insecure and unstable there even after ISIS exit. That is why the majority prefer to stay in the camp until they get the opportunity to leave Iraq,” he said.
“The authorities have deprived Christians of their equal rights like other communities. It is a situation that many cannot cope with any longer,” Eishou added.
Nahla Khodr, also a refugee at the Virgin Mary camp, which is run by the Assyrian Democratic Movement party, visited her hometown of Qaraqosh secretly two months ago and discovered that her house has been razed.
“Everything is lost, my property, my belongings and all my savings. It was a great shock and such a painful sight,” Khodr said, “but what’s more distressing is that I know that I will not return to the town where I was born and lived all my life. The future of my children is my priority and it is definitely not there.”
While predominantly Muslim towns have begun to rebuild, in mostly Christian places, few residents have returned. Many are afraid of ISIS sympathisers and other extremist groups. In recent months, ISIS sleeper cells attacked in and around Mosul and Kirkuk, as well as in Baghdad.
“We fear for our security,” said Khodr. “All my efforts are focused on leaving Iraq and resettling in Europe with the help of relatives there.”
Like Khodr, Iraqi Christians say they feel insecure, threatened by religious extremism, lawlessness and political instability. Many see immigration as their sole option.
Christians and other minorities such as the Yazidis have been repeatedly targeted and their places of worship attacked by Muslim extremists since the United States toppled Saddam Hussein in 2003. Before the US invasion, there were some 1.5 million Christians in Iraq. Since then, their numbers have dwindled to less than half that figure.
Some 150,000 Christians lived in the Nineveh Plains and 30,000 in Mosul, the country’s second largest city, before ISIS overran the area in 2015, Christian Parliamentarian and head of the Assyrian Democratic Movement party Yonadam Kanna said.
“Political instability, the conflict between Baghdad and Erbil over the so-called disputed areas (in and near Nineveh), in addition to the feeling of insecurity and the lack of services and facilities in the towns from which they were displaced are the reasons why the majority did not return despite the demise of ISIS,” Kanna said.
He said 20% of Nineveh’s Christians have left Iraq, while 40% of their houses were beyond repair and 20 churches, some dating to the 15th century, were destroyed.
“Sectarian and religious fanaticism dealt a big blow to the peaceful coexistence in Mosul and the Nineveh Plains, in particular, creating tensions and fears among Christians,” Kanna said. “Unless the area is really distanced from the scuffles and fights, the return of the Christian population will be extremely difficult despite the big assurances made by the government.”
Hanna Tobia, 55, was displaced from his hometown in Anbar in 2015. He opened a shop in the camp and, unlike the majority of the camp’s residents, he is not keen on leaving Iraq.
“It is out of the question that I quit my country. My roots are here and I will live and die in Iraq even if my whole family wants to leave and I am left alone,” Tobia said.
A recent report by the Iraqi Human Rights Society said Iraqi minorities, such as Christians, Yazidis and Shabaks, are victims of a “slow genocide,” which is shattering those ancient communities to the point of their disappearance.
The report said that 81% of Iraq’s Christians have disappeared from Iraq and 18% of Yazidis have left the country or been killed. Another human rights organisation, Hammurabi, said Baghdad had 600,000 Christians in the recent past; today there are 150,000.

Bassora in fiamme. L'Arcivescovo caldeo descrive la “catastrofe sociale” della città

By Fides

Un appello a pregare per i manifestanti uccisi e per “quelli oppressi e privati dei più elementari diritti umani” è stato diffuso nelle ultime ore da Habib al Naufali, Arcivescovo caldeo di Bassora auspicando che il governo di Baghdad si attenga a criteri morali nello svolgere il proprio compito, prendendo atto della "profonda ingiustizia” che ha alimentato le sollevazioni popolari.
La rivolta, esplosa nella seconda città irachena per numero di abitanti (più di due milioni, dei quali più del 90 per cento musulmani sciiti) ha visto nei giorni scorsi anche l'assalto dei dimostranti ai palazzi governativi, alla tv di Stato Al-Iraqiya, e al consolato iraniano e alle sedi dei partiti di governo e di opposizione.
L'Arcivescovo caldeo fa riferimento al momento drammatico attraversato dalla metropoli dell'estremo sud iracheno, e si sofferma sulle cause sociali che hanno fatto scattare la rivolta, descritta da molti osservatori con i tratti della guerra civile. “Alle messe di ieri” racconta tra l'altro l'Arcivescovo “la metà dei posti tradizionalmente occupati dai fedeli erano vuoti, perché le persone non potevano raggiungere la chiesa per la chiusura delle strade circostanti”, in una città devastata dagli attacchi ai palazzi del potere e dagli interventi repressivi delle forse armate. Ciò - aggiunge l'Arcivescovo caldeo - non ha impedito anche a fratelli e sorelle musulmani di raggiungere la nostra chiesa per chiedere anche loro la misericordia e l'aiuto di Dio davanti a quello che sta accadendo”. Habib al Naufali definisce “disastro umanitario, sociale e culturale” quello in atto nel capoluogo della provincia potenzialmente più ricca dell'Iraq: "Quando senti che accade a Bassora” sottolinea l'Arcivescovo caldeo “senti vergogna come essere umano”.
La rivolta, cominciata a luglio, è riesplosa ora più forte come effetto dello stato di abbandono e delle condizioni di vita insostenibili in cui si trova gran parte della popolazione, alle prese anche con carenze di approvvigionamento idrico e elettrico, in una delle aree più calde del mondo. La città, circondata dai maggiori giacimenti petroliferi nazionali, è travolta da un livello di disoccupazione più alto che nel resto del Paese. I dimostranti chiedono anche che una parte delle entrate dovute al petrolio siano riservate dal governo centrale alla provincia di Bassora, in maniera analoga a quello che avviene già nella Regione autonoma del Kurdistan iracheno.La rivolta, pur sostenuta da settori della popolazione sciita, ha assunto anche una connotazione anti-iraniana, con il governo di Teheran accusato di condizionare e pilotare le scelte della leadership politica irachena.

7 settembre 2018

Bassora, coprifuoco e violenze. Arcivescovo caldeo: situazione ‘pessima’

By Asia News

La situazione “resta pessima: gli uffici governativi sono stati incendiati, in fiamme ieri anche le sedi di partiti politici” e la mancanza cronica “di infrastrutture, acqua potabile ed elettricità” alimenta la protesta. È quanto racconta ad AsiaNews mons. Alnaufali Habib Jajou, arcivescovo caldeo di Bassora, nel sud dell’Iraq, teatro da giorni di gravi violenze. Testimoni oculari confermano l’incendio di locali appartenenti all’organizzazione Badr, le milizie sciite in prima linea contro l’Isis. Nel mirino anche la sede di Firat Tv, vicina al partito sciita Ammar al-Hakim. “Le manifestazioni - sottolinea il prelato - riguardano diversi punti dentro e fuori la città”. 
“Molti leader tribali - afferma l’arcivescovo di Bassora - sono in cerca di vendetta per la morte di almeno una decina di giovani, rimasti uccisi negli scontri dell’ultima settimana. Centinaia i feriti, oltre 22mila persone sono state avvelenate [dall’acqua inquinata] e soffrono di disturbi vari, in particolare dissenteria. Alcune fra loro appartengono alla nostra comunità”.
Da tempo la metropoli del sud dell’Iraq, colpita da una grave crisi idrica, è teatro di manifestazioni di piazza da parte di cittadini che protestano contro la pessima qualità dei servizi pubblici, la disoccupazione (10% secondo i dati ufficiali, ma con punte fino al 60% fra i giovani) e la corruzione endemica.
Gli scontri in atto hanno causato solo negli ultimi giorni almeno 10 morti e decine di feriti. 
Nella regione di Bassora si trova circa il 90% delle risorse di idrocarburi del Paese. Tuttavia, solo l’1% della forza lavoro proviene dalla zona. Nel tentativo di arginare la spirale di violenze, le autorità hanno imposto il coprifuoco in tutta la città. Intanto il Parlamento irakeno ha annunciato per domani una seduta straordinaria per “discutere dei problemi, delle soluzioni e dei recenti sviluppi” a Bassora.
A causa delle sanguinose protese (23 le vittime accertate dall’8 luglio), la Chiesa locale aveva deciso di sospendere le attività culturali e il catechismo. Un provvedimento che rimane in vigore, a tutela dell’incolumità dei fedeli. 
Il prelato conferma le pessime condizioni in cui versano piante e animali, “in continuo peggioramento ogni giorno che passa”. A questo si aggiunge la “mancanza di lavoro e l’assenza dei diritti umani di base!”. In questa situazione, avverte, “la tensione è destinata a perdurare. Il timore è che possa crescere e diffondersi a tutto il sud dell’Iraq”.
Vi sono elementi, osserva il prelato, che “parlano e agiscono a nome dei manifestanti, ma non hanno una personalità così forte da emergere in qualità di leader della protesta”. Anche perché, aggiunge, “qui prevale la logica tribale e si tende a seguire il leader della propria tribù, o i capi delle milizie, qualcuno anche l’esercito”. Una situazione molto frastagliata, in cui non vi sono elementi carismatici in grado di unire. Resta il fatto, conclude mons. Habib, che “da luglio si registra un progressivo peggioramento e le pressioni di nazioni dell’area e potenze mondiali non aiuta”. 
Tensione e violenze hanno coinvolto anche Baghdad: questa mattina tre colpi di mortaio sono caduti nella Green Zone, l’aerea blindata della capitale irachena, dove hanno sede gli edifici delle autorità federali e l’ambasciata degli Stati Uniti. L’attacco non avrebbe causato vittime o danni e non è stato ancora rivendicato da alcun gruppo. Tuttavia, l’episodio desta preoccupazione perché l’area è blindata da imponenti misure di sicurezza ed è raro che accadano incidenti.

6 settembre 2018

Iraqi Current Political and Constitutional Dilemma


During such a political and constitutional “deadlock” caused by the failure of the Parliament to elect a Speaker, which in turn, delayed the process of electing both the Prime Minister and the Iraqi President as well as escalating the difficult and disturbing situation in the country. Therefore, and in order to prevent “chaos” and interference from abroad, we propose that the two “coalitions” who won the majority of votes in the latest election “Tahaluf Elbenaa” and the “Tahaluf El Eslah & Al-Emmar” nominate 3 figures for the 3 important positions in the Government, i.e. President for the Republic of Iraq, Prime Minister and a Speaker for the Parliament.
This will lead to determine a certain date, preferably, as soon as possible and have the first official session for the newly sworn Parliament Members, in which they vote and choose from these nominees “the right person at the right place” in terms of the most appropriate candidate, who should be capable, honest, decision maker and ready to serve people, responding to their daily needs and concerns, for instance, to resolve the problems of Basrah. This is the only way for the decision makers to confront sectarianism and make their choice Iraqi 100 percent.


Ladies and Gentlemen
Now, is the time to learn from previous mistakes, including: conflict tragedies, impact of ISIS invasion, injustice and displacement, sectarian discrimination, corruption, unemployment, uncertainties and worries.
Now, is the time to live in peace, stability, freedom and dignity, so that every Iraqi should contribute to build peace and security.
Now, is the time to respect human rights and “every human being” to achieve equality and social justice, away from double standards to put things in their right way.

5 settembre 2018

Time for an era of respect and openness in Iraq: Cardinal Sako

By Rudaw
Hiwa Jamal
September 4, 2018

It's time for a new era in Iraqi politics, one where Iraqis count on each other and not outsiders, says Patriarch Louis Raphael I Sako, head of the Chaldean church who was elevated to cardinal by Pope Francis at the Vatican in June.
After 15 years of sectarianism, corruption, and accumulation of disasters that led to the rise of terrorism, “Today we need a will that could bring an end to all that,” Sako told Rudaw's Hiwa Jamal in Baghdad.
Sako was born in 1948 in Zakho, Kurdistan Region. He was ordained a priest in Mosul in 1974 and also served in Kirkuk where he worked for peace and reconciliation between peoples. He was elected patriarch in 2013.
He leads a church whose existence is under threat in Iraq. In the 1987 Iraqi census, the most recent, 1.5 million Christians were counted – 1.2 million of whom were Chaldeans. After the ISIS conflict, an estimated half a million remain.
Sako warned that if “aggressive policies” in traditional Christian homelands continues, the minority could disappear entirely.
Though he believes “there isn't really any safe place in Iraq,” including the Kurdistan Region where Christians are “marginalized,” he dismissed the idea of creating a safe zone for Christian in Nineveh, fearing that would make them targets.
“The best solution is to build a state of institutions that will respect and protect everyone and keep the guns in the hands of the army and federal police here and in the hands of the Peshmerga in the north.”
The problems are internal so the solution to restore freedom and democracy in Iraq must come from within the country, he concluded.
“We Iraqis must protect one another and count on each other. We must have civilized dialogue, be open with each other and respect each other. That's the solution.”


We're meeting with Cardinal Louis Rafael Sako, the cardinal of the Chaldeans of Iraq and the whole world. He has in recent says released a message to all politicians of Iraq to turn a new page and move forward with true democracy and freedom for all.
Thank you very much. This is certainly a crucial question for a sovereign Iraq to be on a strong and healthy foundation. In the last 15 years all the successive Iraqi governments have failed in creating a civil state based on citizenship. The notion of sectarian quotas was something completely foreign to us. These governments created big barriers between people. This kind of mindset cannot create a state that would serve the society equally and become a state of the rule of law and rights of all. These were the reasons for the spread of corruption in all institutions and the death of public services. What one calls public serves disappeared. On the contrary all things collapsed and rivalries replaced them with very negative consequences.
The disasters added up so much that it created the ground for terrorist organizations. Before ISIS there was the al-Qaeda. It beheaded people, carried out bombings and ISIS destroyed Iraq's civilization. It beheaded people and forcefully displaced people. All based on identity. It didn't matter Sunni, Christian or Shiites whom they called Rafidha. It didn't matter to them if you were a Christian or any other identity. And I sent out a message for turning a new page and forming a government based on true partnership for the new stage. 15 years have passed and it's for a change.
In one of your messages you say “Our Father has taught us to always tell the truth” even if it means losing our lives saying it. But in today's Iraq where you say it's been failing for fifteen years, is it easy to say the truth. Is there truth?
The truth is bitter and painful. The slogans the Americans brought with them glittered but not all that glitters is gold. They spoke of freedom, democracy, economic prosperity and reconstruction. But fifteen years went by and we're still here. No project was done. Services of water and electricity. I don't understand why there should be no electricity. Unemployment has reached a dangerous rate of more than 22 percent. The health services is shameful. In a week alone I went to the Yarmouk hospital several times and you cannot call it hospital. The same with the schools. How could students sit on the ground and study? The curriculum is also bad and old and need change. Education here has fallen victim to political rivalries.
Politicians are constantly fighting for power not for the people of Iraq. All their efforts are for power and money and the best proof is the past fifteen years. We've seen every kind of suffering and disaster. Today we need a will that could bring an end to all that. Germany was completely destroyed but when the Germans got together they built the strong Germany we see today and advanced socially and economically. Iraq could do the same if forgets about the past and quit the notion of revenge and conspiracy against one another and put join hands instead. If people are given their rights and duties they'll certainly meet the expectations, and I hope that's what's going to happen.
All agree especially the Christians themselves that Iraq is not a safe place for them. But a few days ago you said in a statement that you don't want a safe region for the Christians in the Nineveh plains. Why not
If we speak from reality there isn't really any safe place in Iraq. There are killings, abductions and bombings in Baghdad. The same is happening in other cities. Where could you find safety and stability? Even the military institutions are weak and divided across sectarian lines.
More dangerous still is that militia groups are running this country and that shouldn't be acceptable. There are all kinds of militia groups who occupy people's homes and properties and become their new owners. That's why it makes no sense to ask for a safe zone for the Christians because it will become a de facto region.
I think it is some kind of suicide too because that safe region automatically becomes a target and the Christians will be massacred. The best solution is to build a state of institutions that will respect and protect everyone and keep the guns in the hands of the army and federal police here and in the hands of the Peshmerga in the north. But if we keep having militia groups under Christians, Yezidi, Shaba and Mandeans then there'll only be chaos.
Is Kurdistan not a safe haven for Christians?
Kurdistan changed after the referendum and faced some serious challenges. There is no guarantee for safety and stability. I hope the Kurds become a positive voice for change and become a factor to coordinate with other Iraqi parties for building a strong Iraq. In the Kurdistan Region there is no sectarian divisions. But there is generally no safe haven for the Kurds or Christians. If there isn't a constitution that would encompass everyone's rights and human values there will be no stability and peace. How could you be optimistic? Kirkuk is a good example. We all saw what happened there.
But why is the main congregation of Christians in the Kurdistan Region?
The Christians faced forceful displacement under ISIS. They fled their homes and their land in Mosul and the Nineveh plains. And a decision from the federal court of Iraq decrees that the Nineveh plains aren't part of Article 140, meaning it is not a disputed territory. When the Christians were displaced from the plains they went to the Kurdistan Region, Sulaimani, Erbil and Duhok. They also threw themselves into the embrace of our Christian brothers there. We thank the Kurdistan Region. They protected us and welcomed us. But this is not a solution. These people must return to their homes, cities and villages. The situation isn't ideal at the moment, but may be better in the future.
Is this the decision of the Chaldean Church that you do not want a safe region for the Christians
We've our own central authority and we're the authority for all the Christians of Iraq and Chaldeans abroad. This is the standpoint of all the Chaldean church. We're for dialogue and respecting the rights of all peoples no matter what religious or ethnic group they may be. That's our motto. Also, the reality of the region plays its own role. Living here in Baghdad I know that the situation of a Christian here is different from that of someone living in Erbil. And therefore the opinions may differ, too.
Most of the Chaldeans are in the Kurdistan Region now and mainly in Ainkawa. The chair of the Assyrians was transferred from the US to Kurdistan. How come the Chaldean chair hasn't come to the Kurdistan Region
The Chaldeans live mainly in the Nineveh plains and their numbers were considerably large in the Kurdistan Region until 1973. Then we migrated. My family were from a village near Zakho then we moved to Mosul. Before the fall of the regime (Saddam Hussein's) out of a million Christians two thirds were Chaldean and they lived in Baghdad. That's why the main congregation of Christians was in Baghdad. They still fled from there too due to the security situation and the disasters that befell them in the Nineveh plains, the worsening economic situation, disintegration of families and Christians abroad encouraging the Christians at home to go abroad too and that played a role in the decline of the number of Christians in Iraq. Despite that the majority of Christians are in Baghdad, Kirkuk, Ammara, Basra and Nasiryah.
Do you have numbers and data on how many Christians live where in Iraq?
Before the fall of the regime our numbers were 1.5 million. Out of this number around 1.2 million were Chaldeans. Today only a quarter of the Christians are Chaldean. And around half a million Christians are left in Iraq. I believe they're the majority in Baghdad. If we speak of the majority then most Christians are in Baghdad. And perhaps there are around 200,000 Christians in the Nineveh plains and the Kurdistan Region. There are also political problems. The Chaldeans didn't have a chance to partake in the political process. It was not taken into account that they have skilled and talented people who should be given roles and put in high positions. We're marginalized, in the Kurdistan Region, too. The Chaldeans do not have representatives. There may be one here or there, but it's all to do with politics.
I hope the Chaldeans are given their due rights in the Kurdistan Region and become true partners. I want to reemphasize that Chaldeans make up the majority of Christians in the Kurdistan Region, then comes the Assyrians and an Armenian minority. In the Nineveh plains there are mainly Chaldeans and Assyrians.
Chaldeans, Assyrians and Syrianis speak three different languages and yet all Christians. Are you all one nation and speak these languages?
If we take the Kurds as an example, there are Badini Kurds who speak Badini and Kurds in Sulaimani who speak Sorani and we have Faili Kurds, too. But they all together make up the Kurdish nation. Each one with its own specifications. Here with us it's the same. The Chaldeans have their own qualities and the Assyrians and others the same. But in essence we're all one people and these identities have taken shape in the last 500-600 years.
We cannot all gather under one name and erase the other names and identities. Doesn't matter what name we have or what identity, what's important is to be given our freedom and let us decide what we want and what we do. But when they insult you and give you a name long like a train as Chaldean-Assyrian-Syriani, then it's unacceptable. I'm telling you I'm Chaldean, but I won't allow you to call me Chaldean-Assyrian-Syriani the same way you say you're a Kurd and won't accept to be called Badini-Sorani-Faili. You're a people with three names and we're the same way as one people and we've tried hard to unite but politicians don't let us.
What has been the role of the Kurdistan Region in protecting the Christians?
To this day no serious effort has been made to grant the Christians their rights. In fact there are efforts to break them apart so that they cannot unite and form an entity. But in reality the Christians can play a crucial role political and social progress. As I said, there are efforts to drift the Christians apart. When we look at the Christian political parties we see disintegration and divisions and the cause is politics. For instance, the people's assembly was in the beginning a social organization but now it's become political.
Is it the Christian parties themselves that are divided or others are dividing them?
No, I'm talking about political affiliations. We've understandings between us as three churches the same way the Muslims as Shias and Sunnis have their own higher authority but in the end are all Muslims. We too have Catholic, Assyrian and Orthodox churches, but as higher authority we have one and that's the Catholic Church. It is the culture, language and geography but has no effect on our identity as Christians.
But generally there is a division be it in the Kurdistan Region or here and the cause is always political. Each side tries to use the situation in their own interest and they've formed political parties that can't even be independent.
It is said that there are serious efforts to change the demography of the Nineveh plains and Shiites and others are settled there. Are you aware of this and is this a threat?
Yes, I'm certainly aware of that and it's a serious challenge and a threat to our very existence. Historically that entire region has been Christian. I suggested to the government to form administrative units for the Shabaks and let them have their own entities and in turn leave Alqosh, Bartella, Qaraqosh and Hamdaniyah alone because these are Christian areas. Unless the do that the Christians are going to disappear as they're in danger of disappearance politically already.
If this situation continues Christianity will be no more in Iraq. Due to aggressive politics and religious mottos we've become second-class citizens. This is our land and we've been here since before the advent of Islam. It's important that that mentality is changed.
Also, it's vital that the laws are changed and people are allowed to criticize and speak up when they face trouble. Everything must happen as people will it. I dress like this and you're free to dress as you wish.
Do you want to have an administrative region of your own run by Christians?
No, No, we're aware, and we see the demographic change. If there is true freedom, peace, stability and democracy then it's okay for any Iraqi citizen to buy a house wherever they want and live in it. But this is not true now and this freedom and democracy do not exist. This is all political rivalry. Rivalry over land, over power and money and we Christians have become victims of these rivalries and divided over two fronts.
Why can't the Christian countries of the world whose leaders are Christian too protect and help the Christians of Iraq?
The real solution is here inside the country. Where are those countries who claimed that they would recognize an independent Kurdistan after the referendum? Where are they now? They didn't do anything. They only had their own interests in mind. We do not rely on other countries. We count on those at home and work with them. We work with the Kurds in the Kurdistan Region and with the central government here. Our issue is with these people which means our problems are internal and not external. We do not count on anyone. The Americans, Europeans or Russians haven't come here to protect us or others. They've come to protect their own interests only. That's very clear.
We Iraqis must protect one another and count on each other. We must have civilized dialogue, be open with each other and respect each other. That's the solution. The outside forces only mean trouble for us. World Christians protecting Christians here or the Muslims of Indonesia protecting the Muslims here, so on and so forth, it makes absolutely no sense. If that's the case then there'll be a world war.
Is the Pope aware of the situation of the Christians here?
The Pope is fully aware of the situation. And there is the Iraqi ambassador in the Vatican so is the KRG representative. The Pope has all the information and we talk to him about our situation. But the Pope does in the meantime respect Iraq's sovereignty and believes these problems could be resolved inside Iraq because Iraq is the common home of all of us.
What's the Pope's message for the Christians here?
The Pope encourages all Christians to stay in Iraq and keep communication and dialogue with everybody. This is our land and where our civilization is. These wars and suffering are transient and will one end as history has proven it. God willing the future will be better and I hope a bright future awaits all Iraqis whoever they are and wherever they may be.

3 settembre 2018

Iraq: accordo per un nuovo governo

By Vatican News
Roberto Piermarini

L’accordo chiamato a formare un nuovo governo e raggiunto nella tarda serata di ieri, prevede un importante coalizione parlamentare composta da sedici movimenti e partiti politici irakeni, fra cui la lista populista del leader radicale sciita Moqtada al-Sadr - vincitore delle elezioni del maggio scorso - e la fazione del premier uscente Haider al-Abadi. La coalizione comprende 177 deputati eletti alle legislative di maggio. Un numero superiore alla metà dei 329 seggi di cui è formato il Parlamento e che rappresenta una solida base in aula per il futuro esecutivo.

Presidente Masum: respingiamo corruzione e settarismo
Questa mattina in apertura della prima riunione del nuovo parlamento il Presidente iracheno Fuad Masum ha detto che “vogliamo che l’Iraq sia un Paese che contempli le diversità, l’uguaglianza e la trasparenza”. “Respingiamo manifestazioni di corruzione e di settarismo” ha aggiunto il Presidente. La sessione del nuovo Parlamento dovrà eleggere il Presidente – che, come tradizione dovrà essere un sunnita – che sarà affiancato da altri due vice.

Il Parlamento dovrà eleggere un nuovo Presidente
I deputati entro 30 giorni dovranno poi per eleggere il futuro Presidente della Repubblica, in questo caso un curdo secondo la storia recente del Paese. Egli dovrà ottenere i due terzi dei seggi parlamentari e, una volta eletto, avrà 15 giorni di tempo per affidare l’incarico alla coalizione maggioritaria – in questo caso quella che si è formata ieri - per la formazione del nuovo governo.
I partiti curdi, divisi al loro interno, devono ancora ufficializzare i nomi dei candidati alla carica di Presidente, la più importante del Paese sebbene rivesta un ruolo in larga parte simbolico. Analisti ed esperti ricordano che il sistema politico iracheno è studiato perché nessuno, leader o gruppo politico, possa avere un dominio sulla camera; l’obiettivo è quello di impedire il ritorno di un dittatore o di un uomo (troppo) forte, dopo la caduta nel 2003 di Saddam Hussein.

Card. Sako invoca governo forte
L’avvio dei lavori parlamentari e la nascita di un blocco che ha i numeri per formare il nuovo governo scrive la parola fine a mesi di dubbi e incertezze legate alle accuse di brogli emerse in seguito al voto. Per questo un mese fa il card. Louis Raphael Sako, in una lettera ai politici iracheni e alle rappresentanze diplomatiche presenti nel Paese aveva chiesto con urgenza “un forte governo di coalizione” per fermare le spinte settarie e per far fronte alla crisi economica. Il patriarca Sako ha voluto richiamare tutti i politici iracheni alle loro responsabilità, anzitutto chiedendo di formare “prima che sia troppo tardi” un governo di coalizione capace di intervenire sulla presenza delle milizie organizzate su base etnico-religiosa che ancora dettano legge in ampie aree dell’Iraq.

Il porporato si interroga sul futuro del Paese
“Bisogna ascoltare le richieste della popolazione perchè sono richieste giuste: chiedono elettricità, acqua, lavoro, il rispetto dei bisogni primari delle persone, la loro dignità e libertà” ha scritto Sako. “In Iraq tutto è fermo: l’agricoltura, l’industria, il turismo, abbiamo solo il petrolio e quello viene venduto e i soldi rubati. Che ne sarà del Paese, che ne sarà di 30 milioni di iracheni?», si chiede il primate della Chiesa caldea. Suggerisce quindi, tramite il documento, ai politici di riformare la Costituzione ormai superata e le leggi, tenendo conto del «principio di cittadinanza» per risolvere ogni tipo di affiliazione religiosa o settaria dei cittadini. “Non è la religione il problema, la religione è solo una scusa di alcuni per giustificare i propri interessi - rimarca il card. Sako -. La religione non entra nella politica, ciò che si deve fare è riconoscere l’uguaglianza e la dignità di tutti e fare tutto il possibile per migliorare le condizioni di vita della gente”.

19 luglio 2018

Buone vacanze!


Photo by Ryan McGuire
By Baghdadhope*

Home Office finally grants visa to Iraqi nun after rejecting her twice

By Catholic Herald

An Iraqi nun who was forced to flee Islamic State in 2014 has finally been granted entry into Britain after being denied twice.

Sister Ban Madleen previously applied for a UK visa to visit her sick sister but was refused permission in March. A second application for a month-long trip to see her sister and sister’s family was denied last month.
Fr Benedict Kiely, founder of Nasarean.org, confirmed on Twitter:

@benedict_kiely
Some good news for the day - Sister Ban Madleen from Iraq received her visa to visit her family in Britain for a month. Sad that it needed publicity and the intervention of J. Rees Mogg MP to get a victim of ISIS permission to visit her family in the U.K.

Sister Ban’s case had been taken up by Conservative MPs Jacob Rees-Mogg and Sir Edward Leigh. Sir Edward raised the issue in the House of Commons on Monday, the same day her visa was granted.