"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

15 gennaio 2016

Bassora, viaggio tra le speranze dei giovani cristiani

By Avvenire
Laura Silvia Battaglia

La Chiesa di Mar Toma appare così, come un luogo di vita e di preghiera a cui sia stata tolta licenza di esistere, a partire da un giorno qualunque degli anni Novanta. Il gesto della Vergine che solleva la mano benedicente è cristallizzato sotto coltri di polvere color sabbia; il guano protegge l’altare dal penetrare della luce attraverso le bifore. Rimane un ostensorio a tentare il brillio, tra i raggi della luce obliqua del tramonto mediorientale, che arriva sempre troppo presto. Ma la prima volta che Bassam Alwachi ci entrò fu per tornarci più volte, col permesso del vescovo, del cardinale della diocesi caldeo-cattolica e poi del sindaco e del governatore di Bassora. Una trafila che è durata un anno. Ma che adesso avrà un senso: le autorità irachene hanno acconsentito che questo luogo di culto, non particolarmente pregiato, ma storico, venga restaurato.
«Il problema –
dice Bassam, ventenne cristiano iracheno impegnato da anni con alcune ong, tra cui “Pax”, nel territorio del Sud dell’Iraq – è come restaurarla. Non è un gran momento per il Paese, per via delle spese che l’esercito affronta nel contrasto a Daesh, ma qui a Bassora la sensibilità per il patrimonio culturale è aumentata». Così Bassam e i suoi colleghi, quasi tutti aderenti all’associazione “Pax” e “ambasciatori della cittadinanza”, per un progetto di sensibilizzazione sul tema, decidono di produrre un breve documentario su Mar Toma. «Vogliamo raccogliere del denaro per restaurarla, anche tramite fondazioni straniere o con l’aiuto della Chiesa Cattolica. L’obiettivo per noi è dare un segno tangibile della coesistenza culturale, etnica e religiosa in Iraq, in un momento in cui il settarismo è imperante, i cristiani e altre minoranze vengono messe all’angolo e il Daesh distrugge il nostro patrimonio culturale».

La prima prova tecnica di coesistenza si fa in piazza. A Bassora, la cosiddetta città vecchia (una sorta di piccola Venezia formata da palazzi sfregiati dall’acqua putrida e petrolifera dei canali semi-diruti) da quattro anni è diventata, faticosamente, un luogo dove le associazioni territoriali tentano l’appropriazione civica. Ogni tanto si svolgono convegni della società civile irachena, piccole mostre di pittura. Ma, soprattutto, il giovedì sera, tempo dello struscio e della pseudo movida da paesotto che ha il sogno economico in testa, accade sempre qualcosa. Di solito, il mercato dei libri che scimmiotta il ben più famoso mercato gemello di Baghdad, nel quartiere di Muthanabbi, la famosa via dei caffè e della letteratura che sembra l’ombra di se stessa se paragonata agli anni Settanta e Ottanta. Ma, nonostante ne sia una copia, l’atmosfera è quasi la stessa: sedie di plastica piazzate sull’erba davanti a un proiettore, in attesa di vedere il piccolo documentario sulla chiesa di Mar Toma e centinaia di ragazzi e ragazze che sfogliano libri e, tra un libro e l’altro, si parlano, in cerca di fidanzamento.
A qualcuno è capitato, un paio di anni fa, di sposarsi tramite questi incontri, anche se non sempre i risultati sono stati positivi. È il caso di Mohammad Ibrahim, soprannome Zizi. Mohammad ha 23 anni e appartiene alla minoranza sabea e all’etnia Maidan, quella che negli anni Ottanta Saddam provvide a far fuori sistematicamente nel Sud del Paese. Sposato (galeotto fu un incontro con l’amica di una parente, qui in piazza) e divorziato, per incomprensioni con la famiglia dell’ex moglie che fece di tutto per fare naufragare questo matrimonio “misto”. Ma Zizi non demorde: «Sono membro dell’associazione Pax e credo in questi progetti concreti di coesistenza. Vedo in tutto l’Iraq tante persone attaccate a Mosul e Ramadi, yazidi perseguitati, donne vendute, e voglio che la gente viva in pace. Mi sento parte in causa: anche io sono parte di una minoranza e pretendo la protezione. Desidero rappresentare una èlite intellettuale che deve fare molto di più per far tornare questo Paese un luogo dove ci sia posto per tutti».
Zeinab Waleed, una gradevole ragazzona sunnita con lo sguardo puntuto, si dice «fiera di stare qui». Anche lei è “ambasciatore di cittadinanza” a Bassora, come Bassam, e il suo obiettivo è «la difesa del patrimonio artistico». Ma anche la protezione della diversità che lei chiama «colori» della società di Bassora. «Non dobbiamo più permettere – dice con forza – che gli orrori del passato prendano di nuovo corpo qui e possiamo farlo solo attraverso una cittadinanza attiva». Sia lei che Hassan Salam, giovanissimo sciita di Bassora, potrebbero fare scuola e doposcuola a molti europei annoiati, che danno per scontati i diritti acquisiti dall’esser nati nelle democrazie e dal godere di cittadinanze di serie A. Dice: «Anche se fai parte della maggioranza, non puoi rimanere indifferente di fronte a certe storture e ingiustizie. È tempo di esporsi in prima persona».

Ci pensa Bassam a sottolineare il cuore di questa iniziativa: «Quel che vogliamo far passare è il concetto di cittadinanza. Questo è un Paese dove ci sono passaggi della costituzione che non sono attivi e che penalizzano le minoranze. Speriamo che vengano attivate tutte le leggi nella loro integrità: solo così sarà possibile parlare di un vero diritto alla cittadinanza, identico per tutti».La mancanza di attivazione del principio di cittadinanza nella costituzione irachena è il punto sul quale si adoperano anche i religiosi cristiani. Habib Jajou, arcivescovo dell’arcidiocesi caldeo-cattolica di Bassora, lo spiega con estrema precisione, accogliendoci nella Cattedrale di Nostra Signora: «Le lobby irachene sono formate da musulmani. Noi lo sappiamo e anche la composizione del Parlamento parla da sola. Molti articoli della costituzione andrebbero cambiati e bisognerebbe abolire l’uso di introdurre la fede religiosa tra le informazioni presenti nella carta d’identità. Perché senza questi cambiamenti non c’è vera cittadinanza: la distanza tra il cittadino e il potere deve essere la stessa per tutti. Invece siamo cittadini di serie B; anzi i cristiani sono ormai cittadini di serie C, visto che i sunniti si lamentano di essere divenuti cittadini di serie B. Ma c’è bisogno di molto lavoro e della pressione internazionale per costringere il governo iracheno a modificare gli articoli della costituzione. Da anni sopportiamo un sistema secolare di disuguaglianza e ora un governo tecnocratico. Come Chiesa cerchiamo solo di aprire una porta e dare ai nostri fratelli una ragione in più per restare qui».

Il senso della segregazione della minoranza cristiana in Iraq è semplicemente nell’aria. Nel cortile e nel salone parrocchiale, solo una famiglia prepara i festoni per il battesimo di domani e una sola bambina si diverte a lanciare palloncini, ma sta bene attenta a non scaraventarli al di là dal muro, sulla strada militarizzata.
Gli altri fedeli son chiusi in casa: è sempre meglio non dare troppo nell’occhio.

Chaldean bishop’s stance favoring Christian refugees sparks response

Samer Hijazi

Last month, Bishop Francis Kalabat, the head of the Chaldean Catholic Church for Michigan, testified in front of a U.S. House subcommittee, where he panned the Obama administration for ignoring the suffering of Christian refugees displaced by war in Syria and Iraq, proclaiming that the U.S. should prioritize its refugee programs by focusing on resettling Christians.
The remarks have left some local Muslim leaders unsettled, causing another road bump in what some perceive to be a shaky relationship between the Muslim and Chaldean community in metro Detroit over the last year.
Since the Paris attacks and the San Bernardino shootings, talks of halting the U.S. refugee programs have ensued due to worries that terrorists might infiltrate the country.
According to Kalabat, the U.S. should do more to protect and resettle Christian refugees.
 "There are countless Christian villages in Syria that have been taken over by ISIS and have encountered genocide," Kalabat said. "And the Obama administration refuses to recognize their plight. … I say, shame on you."
He went on to argue that Christians in the Middle East have not been involved in any of the terrorist activities, thus warranting them the right to easy access to the U.S.
"Christians have not been part of any terrorist activity, but instead have been the targets of terrorist activities," he said. "And now they are being looked at as possible terrorists. This is simply unfair."
As for what to do with innocent Muslim refugees, Kalabat suggested that perhaps they should just resettle in other Middle Eastern countries.
 "Here’s my point, where is the best place for a Muslim-Syrian refugee to settle?" he asked. "Kuwait or Germany? Saudi Arabia or Canada? Qatar or America? My point (is) it is much easier for an Arab refugee to start over in a country where the language is the same, the culture is similar and the official religion of that country is the same."
Martin Manna, president of the Chaldean American Chamber of Commerce, shared sentiments similar to Kalabat’s when he appeared on a WJBK FOX 2 News program in December.
The refugee stance the Chaldean leaders have taken have ruffled some local Muslim leaders, who argue that Muslims have been the biggest victims of ISIS. 
Dawud Walid, executive director of the Council on American Islamic Relations (CAIR-MI), said Kalabat’s stance is intolerant and offensive, adding that he is not surprised by the remarks.
"There has been unfortunate tension between the Chaldean and Muslim community in our region," Walid said. "It’s highly disappointing that a Chaldean leader, a man of God, is capitalizing off of what he knows is the flavor-of-the-month rhetoric." 
Walid noted that prioritizing refugees based on religion is a discriminatory practice and one that already occurred during the administration of George W. Bush.
Walid said that following the Iraq war, the U.S. accepted far fewer Muslim refugees than it did Christians. 
"During the Bush administration, Muslims were held up and viewed as potential national security threats," Walid said. "The majority who were resettled in Syria and Jordan were Muslims. The ones who resettled in America and Michigan were Christian Iraqis. This type of discrimination already took place from our government."
Nabil Romayah, a Chaldean American local leader and president of the Iraqi Democratic Union, said the refugee crisis and the genocide targeting Christians in the Middle East are two separate issues that should not be associated with each other by the U.S. government. 
 "Regardless of their country or religion, these refugees are humans," Romayah said. "They have families and they are trying to escape from deaths and bad situations. I am a Chaldean and I understand the issue of the Christians; it’s a huge problem. They are being persecuted because of their religion and identity and this is something that needs to be addressed by the international community. Looking at the refugee issue and deciding what groups need to be saved is wrong."
Nathan Kalasho, founder of Keys Grace Academy Charter School and president of I.N.V.E.S.T. (International Network for Vocational Educational Skills Training), said he would support measures that protect all vulnerable refugees, regardless of religion. 
Kalasho and his family operate multiple schools in metro Detroit that cater to immigrant families and preserve the Chaldean, Assyrian and Syriac cultures through education. He noted that his students are a diverse group from various backgrounds.
"This diversity is important, as it serves as a microcosm of this country's wonderful society, especially in Southeast Michigan," Kalasho said. " In fact, we recently received and enrolled a beautiful refugee family from Syria. We make no distinction of race, religion or nationality; and neither do these wonderful children and teenagers."
He added that many Western leaders are emphasizing the Christian refugees because they are often overlooked in Muslim regions.
 "This issue is very delicate and it's important to have a broader perspective on why His Excellency Bishop Francis feels that way" ,Kalasho said. "The Chaldean/Assyrian community is beginning to think that the region simply no longer accepts us. And since Christians only account for 4 percent of the Middle East population, western leaders surmise that the community members wishing to flee should have equal or greater access to a country like the US. Many point to the idea that Muslim communities would fare better in other Muslim-dominated states. That is not to say such an idea is true, but it lends credence to Bishop Francis's suggestion. I support measures that protect all vulnerable communities."

In Lebanon, Iraqi refugees cast adrift

By The Daily Star (Lebanon) in AINA

Suram Nostar is a 61-year-old Iraqi refugee who fled his country in 2010.
He said that an extremist group threatened to kill him if he didn't shut down his venue in Baghdad which served alcoholic beverages. When he refused, the same group came back and put a gun to his head. "They told me that I had to leave Iraq and never return. I had no choice but to sell all my belongings and escape to Lebanon," Nostar told The Daily Star. "I have been stranded in this country now for almost six years."
Since the 2003 American-led invasion, Iraq has been locked in a cycle of violence. According to Iraq Body Count -- a Web-based project designed to record the number of civilian deaths in the country -- nearly 30,000 people have been killed in the last two years alone.
The power vacuum in a post-Saddam Iraq has consequently forced thousands of people to flee the country. In 2007, international agencies estimated that over 50,000 Iraqis had fled to Lebanon. Newcomers have also arrived as early as last year. And while many have been resettled elsewhere, aid assistance and resettlement spaces have withered for those who remain in Lebanon.
Eliana Haddad, a senior social worker at the Caritas Lebanese Migrant Center, said that the eruption of the Syrian crisis had diverted much of the world's attention from the suffering of Iraqis in Lebanon.
"The lack of funds and resources given to Iraqis in Lebanon from the international community has created tensions between them and Syrian refugees," she told The Daily Star. "We see tensions escalate mostly in schools where kids from both nationalities sometimes abuse each other."
Job opportunities are equally scarce, as many Iraqis, like other refugees, must now compete in an oversaturated black market to earn an income. According to a Human Rights Watch report released Tuesday, this is largely because the government has implemented harsher work restrictions on Syrians, forcing those who are most desperate to accept far below the minimum wage.
Hala Helou, adviser to Social Affairs Minister Rashid Derbas, said the new visa and work regulations enforced on Syrians at the break of January 2015 didn't discriminate against them or hurt other refugees, but merely ensured that Syrians adhered to the same requirements as other foreigners in the country.
"I don't know about any tensions between Syrian and Iraqi refugees," Helou told The Daily Star over the phone. "The real issue though isn't the new working conditions on Syrians, but the complete lack of international and donor support to refugees in Lebanon."
The lack of support Iraqis receive is most apparent by the few resettlement slots available for them. In 2009, the Council of the European Union resettled only 10,000 Iraqi refugees, a number that amounts to a fraction of the total refugee crisis caused from the American occupation.
Resettlement quotas have become even more limited as only Canada and the United States still consider granting Iraqis asylum. However, their conditions for doing so are much more exclusive than the criteria outlined in the 1951 refugee convention -- the key legal document that defines who qualifies as a refugee.
According to this protocol, a refugee is anyone unable to return to their country due to a well-founded fear of persecution for reasons of race, religion, nationality, membership to a certain social group or political opinion. Yet most countries that typically receive refugees have their own additional criteria when granting asylum.
Nostar said that after he applied to the United States through UNHCR, only his three eldest children were admitted in 2013 -- all of whom were over the age of 18 by the time they were granted asylum.
Though separated from his children he expected to join them in America soon. That was until he and the rest of his family were rejected for reasons he couldn't understand. After all, he and his children reported practically the very same story as to why they fled Iraq together.
Dana Sleiman, a public information officer for UNHCR, said that each asylum case for people over the age of 18 is determined on an individual basis. And while their agency only adhered to the 1951 convention, they have to consider the criteria from refugee-receiving countries to accelerate the resettlement process as fast as they can.
"Even if asylum claimants are part of the same family that doesn't mean they always have the same story," Sleiman told The Daily Star over the phone. "But it's true that some countries have very nuanced criteria for accepting refugees."
When the Syrian crisis broke out in 2011, many Iraqis there fled to Lebanon to escape another harrowing war. And though they've been uprooted for a second time, they too have very little recourse to live a dignified life in Lebanon.
The fact that most Iraqis, like Syrian refugees, are unable to fulfill practically impossible visa renewal requirements doesn't help. Instead, it only leaves them more vulnerable to exploitation and imprisonment.
This is an issue that HRW raised in Tuesday's report stating that "these residency regulations are making life impossible for refugees in Lebanon and are pushing them underground." "The last thing Lebanon needs is a large, undocumented community living at the margins of society, at heightened risk of abuse," said Nadim Houry, HRW's deputy Middle East director.
For Nostar, however, that's the last issue he's worried about. And while he struggles to survive in Lebanon, he insists that he won't rely on a human smuggler to leave the country. Brushing his moustache with his wrinkled hands, he continues to wait aimlessly until he can see his children again.
"I entered Lebanon officially and I will leave Lebanon officially," Nostar said. "But right now we feel abandoned by the world. Why did America take our children and leave the rest of us behind?"

13 gennaio 2016

Sacerdote giordano: Dopo il sostegno del papa, la comunità internazionale ci aiuti per i profughi


“Le parole di papa Francesco sono fonte di incoraggiamento per noi e un duplice messaggio alla comunità internazionale: siate come la Giordania, che mantiene aperte le porte ai rifugiati ma, al tempo stesso, aiutate il Paese nell’opera di assistenza e aiuto. Perché queste porte rimangano sempre aperte”.
È quanto afferma ad AsiaNews p. Rifat Bader, direttore del Centro cattolico per gli studi e i media di Amman, commentando le parole di elogio rivolte nei giorni scorsi dal pontefice alla Giordania, durante il discorso al corpo diplomatico presso la Santa Sede.
“Il nostro Paese -
aggiunge - è un modello di convivenza e dialogo grazie a una leadership saggia, i cristiani non sono perseguitati e la fede non costituisce un pretesto per conflitti e violenze”.
Fra i gesti avviati dalla Chiesa vi è il “Ristorante della misericordia”, promosso da Caritas Jordan e che, da fine dicembre, “offre un pasto gratuito a 500 persone bisognose, sia rifugiati che cittadini in difficoltà”. Un'iniziativa, aggiunge il sacerdote, che si inserisce nel solo delle opere attuate rispondendo alla chiamata del papa in occasione dell’anno giubilare. “È un simbolo di ciò che fa la Chiesa - afferma - e ne siamo orgogliosi”.
P. Rifat riferisce che “non si fanno differenze di religione” nell’aiutare i profughi, siano essi cristiani o musulmani, sempre nel solco della politica delle “porte aperte” promossa nel Paese e che fonte di “orgoglio, ma anche una responsabilità”. Fra gli altri esempi di aiuto, le borse di studio (finanziate dalla Cei, la Conferenza episcopale italiana) che “permettono a 2500 studenti, anche in questo caso cristiani e musulmani, di andare a scuola”.
Secondo fonti delle Nazioni Unite, in Giordania vi sono almeno 600mila rifugiati; per Amman la cifra è ancora superiore e pari a 1,4 milioni, circa il 20% del totale. Un quinto dei rifugiati vive nei campi profughi di d’Azraq et Zaatari, nel nord, mentre la grande maggioranza è nelle città. Per quanto concerne i profughi cristiani irakeni, giunti nell’estate del 2014 in seguito all’avanzata dello Stato islamico (SI) a Mosul e nella piana di Ninive, vi è la Caritas locale in prima fila nell’opera di assistenza.
Fra i vari centri che offrono riparo e accoglienza vi è quello di Nostra Signora della Pace ad Amman, diretto da p. Ala Nadim Alamat. “Musulmani e cristiani in Giordania - spiega il sacerdote  - fanno a gara per aiutare i profughi irakeni, che sono fuggiti dalla barbarie e dagli attacchi di Daesh [acronimo arabo per lo Stato islamico]. I cristiani giordani hanno poi la possibilità di incontrare i cristiani d’Iraq che hanno dovuto lasciare tutto ciò che avevano alle spalle, eccettuato la loro fede in Gesù. E noi vogliamo ringraziare il Signore per questa enorme testimonianza”, perché essi sono una “occasione di fede, di incontro e di arricchimento personale”.
In questi giorni è in Giordania il Coordinamento delle Conferenze Episcopali per il sostegno alla Chiesa in Terra Santa (Coordinamento Terra Santa). La visita annuale, iniziata il 7 gennaio scorso, si concluderà domani. La delegazione di vescovi e prelati ha incontrato nei giorni scorsi la Società di St. Yves, a Betlemme, approfondendo a controversia relativa alla valle di Cremisan, compresa l’area di Beir Onah. Per l’occasione, il coordinamento ha incontrato alcuni proprietari le cui terre sono state confiscate in vista della costruzione del Muro di Separazione.
La delegazione, composta da prelati europei, nord-americani e sudafricani, oltre che da diversi rappresentanti ecclesiastici e laici di organizzazioni cattoliche, ha fatto tappa a Gaza e, in questi giorni finali della visita, la Giordania fra i campi profughi. L’obiettivo è testimoniare l’impegno della Chiesa verso le comunità di Terra Santa e di tutto il Medio oriente.

L’impegno della Caritas per i rifugiati in Giordania



“Se l’Europa chiude le porte ai rifugiati e alle popolazioni in fuga dalle guerre, faccia pure. Ma venga qui ad insegnarci come si raggiunge la pace, come riuscì a fare dopo la Seconda Guerra mondiale”.
Lo ha detto all’agenzia Sir il direttore della Caritas Giordania, Wael Suleiman, parlando ieri ai vescovi dell’Holy Land Coordination in visita al centro “Nostra Signora della Pace” di Amman, dove vengono assistite numerose famiglie cristiane irachene fuggite da Mosul, dopo la presa del sedicente Stato Islamico nell’agosto del 2014.

Un milione e 400mila siriani e 130mila iracheni in Giordania
“Attualmente in Giordania accogliamo un milione e 400mila siriani e 130mila iracheni, ma ce ne sono moltissimi altri privi di registrazione Onu. I cristiani siriani – ha spiegato il direttore – sono poco più di 100 famiglie (circa 600 persone), mentre gli iracheni cristiani sono 8.500”.
Per loro la Chiesa locale e la Caritas Giordania da tempo sono in prima linea nell’accoglienza e nell’assistenza. È un dato di fatto che “non ci sono cristiani nei campi profughi giordani, ma sono stati tutti accolti prima in Centri parrocchiali e successivamente smistati in nuclei abitativi per favorirne l’integrazione. Provvediamo loro l’istruzione e le cure sanitarie”.
Più difficile trovare dei lavori: “Molti cercano un lavoro per vivere più dignitosamente, spesso senza avere contratti. Sono ottimi lavoratori e con grandi competenze, ma il mercato giordano non offre molte opportunità. Nonostante ciò non registriamo particolari tensioni sociali popolazione locale e rifugiati”.

Gli aiuti della Caritas italiana grazie all'8x1000
​Si lavora molto nel campo dell’istruzione. In questo ambito, dice Suleiman, “devo registrare l’enorme sforzo della Chiesa italiana che con oltre un milione di euro, dai fondi dell’8×1000, ha permesso di mandare a scuola 1.000 bambini iracheni. Oltre a ciò ha previsto dei finanziamenti per aiutare anche famiglie giordane bisognose. La speranza è che altre conferenze episcopali seguano l’esempio della Cei”.
Lavoro, casa, scuola, nel vocabolario dei rifugiati cristiani in Giordania “manca solo una parola: ‘futuro’. Nessuno – ammette con amarezza il direttore della Caritas – pensa di fare ritorno in Siria e in Iraq. Gli iracheni hanno perso tutto in poche ore, casa, proprietà, affetti, e oggi dicono ‘che torniamo a fare?’. Per loro guardare avanti significa un visto di ingresso per Usa, Canada, Australia. L’Europa, adesso, attira sempre meno”.

12 gennaio 2016

Giordania: p. Nasser (Amman), “conto alla rovescia per cristiani iracheni è cominciato”

By SIR

“Fra cinque o sei anni i cristiani in Iraq potrebbero non esserci più. Per loro il conto alla rovescia è già cominciato”: ne è convinto padre Zuhir Nasser, rogazionista, parroco della parrocchia di Santa Maria Santissima, di Amman e da pochi giorni responsabile per i siro-cattolici di Amman (Giordania).
“A Natale ero a Erbil, tra i rifugiati cristiani di Mosul e della Piana di Ninive – dice il religioso – molti stazionano lì da oltre un anno. Non possono fare nulla, vivono di aiuti e pensano solo ad emigrare in cerca di stabilità e di sicurezza. La loro meta è quella di ricongiungersi con altri familiari emigrati prima”.
Ma c’è anche chi non ha tempo di aspettare un visto che non arriverà mai. “Segnati da una vita di precarietà, sfruttati nel lavoro, privi di casa – sottolinea il sacerdote – che altro possono fare se non salire su qualche barcone traballante per cercare di raggiungere le coste greche o italiane? Penso a quelle due famiglie cristiane di Qaraqosh che sono morte due mesi e mezzo fa al largo della Grecia, con loro anche bambini di appena un anno. Anche restare per attendere tempi migliori e rientrare a casa non è più un’opzione praticabile. “Molte città sono state completamente distrutte. Quanto ci vorrà per riedificarle? E soprattutto, dopo aver ricostruito, quanto tempo saremo in pace prima che scoppi un’altra guerra? Domande cui è difficile rispondere”, ammette il rogazionista.
Tra i cristiani riparati a Erbil comincia a serpeggiare anche un altro timore.
“I curdi – dichiara padre Nasser – stanno scavando una trincea, profonda tre metri e larga due, nel territorio della piana di Ninive, già oggetto di contestazione tra il Governo centrale di Baghdad e quello del Kurdistan. Secondo fonti locali il fossato serve “per motivi di sicurezza contro Daesh” ma, a detta degli stessi abitanti, “è un modo per segnare il confine con Baghdad quando il Kurdistan dichiarerà la sua indipendenza”. “Stanno prendendo molti territori – aggiunge il religioso – e la gente si chiede, ‘se dovessi tornare in quale parte mi troverò a stare? E se dovesse scoppiare una guerra tra Governo centrale e Kurdistan che accadrà di noi?’. Senza dimenticare che oggi i curdi stanno accogliendo, ma un domani che saranno diventati uno Stato indipendente, continueranno ad accogliere? Cosa ne sarà delle minoranze?”.
Non solo Daesh. Anche da Baghdad arrivano segnali inquietanti. “La legge sull’islamizzazione dei figli tanto contestata dalla Chiesa locale, l’espropriazione di case dei cristiani, spazi sempre più ristretti di libertà personale – spiega padre Nasser – fanno sì che molti cristiani lascino il Paese. Vedere tanta gente che parte è triste”.
Si stima che in tutto il paese restino meno di mezzo milione di cristiani (nel 2003 erano un milione e mezzo, ndr). Molti cristiani iracheni, appartenenti a vari riti, oggi sono in Giordania, assistiti dalla Caritas Giordania e dalle parrocchie locali. Secondo padre Nasser quelli siro cattolici sono raggruppati in circa 900 famiglie. “Nel Regno Hashemita sono di passaggio, in attesa del visto necessario per emigrare. Ma c’è anche chi aspetta la stagione calda per salire sui barconi. L’esodo non si ferma”.

Mons. Warduni: A Baghdad atti cannibaleschi, governo debole non dà sicurezza

By Asia News

“Sono violenze contro Dio e contro l’uomo, che non hanno nessuna giustificazione. Sono atti cannibaleschi, nemmeno gli animali commettono gesti così terribili, colpire in un centro commerciale dove ci sono donne, bambini, giovani. Non vi sono giustificazioni”.
usa mezze misure mons. Shlemon Warduni, vescovo ausiliare dei caldei a Baghdad, per condannare gli attentati di ieri delle milizie dello Stato islamico nella capitale irakena, che hanno causato decine di vittime. Ad AsiaNews il prelato sottolinea che “a dispetto dei tentativi e delle buone intenzioni, il governo non riesce a garantire la sicurezza. Si parla molto, ma nei fatti si agisce poco e sono ricominciate le esplosioni, i rapimenti, le violenze”.
Per questo, aggiunge, “chiedo a tutti una preghiera, e che l’Europa, gli Stati Uniti, l’Occidente si risveglino dal proprio torpore e agiscano non per fare la guerra, ma per promuovere una vera pace. Non vendere armi, ma ricostruire assieme. Già due anni fa avevo detto che, senza una azione decisa, [i jihadisti] sarebbero venuti a bussare alle vostre porte, alle porte dell’Europa”. 
Ieri miliziani dello Stato islamico hanno colpito la maggioranza musulmana sciita in Iraq, con un attacco mirato in un centro commerciale della capitale che ha provocato 18 morti. Uomini armati hanno fatto esplodere un’autobomba, poi hanno fatto irruzione all’al-Jawhara shopping centre, nel quartiere di al-Jadida. All’arrivo delle forze di sicurezza, due assalitori si sono fatti saltare in aria; altri due kamikaze sono stati colpiti prima di azionare il dispositivo. 
Sempre ieri, gruppi estremisti hanno colpito in altre due zone della capitale facendo esplodere ordigni rudimentali e causando la morte di almeno 20 persone. Una prima bomba è deflagrata a Muqdadiya, 80 km a nord di Baghdad; una seconda è stata azionata mentre sulla scena dell’attentato stavano sopraggiungendo le squadre di soccorso. Infine, sarebbe di almeno cinque vittime il bilancio di un’autobomba fatta esplodere nel sobborgo di Nahrawan, a sud-est. 
Al momento non si hanno rivendicazioni ufficiali degli attentati a Muqdadiya e Nahrawan, mentre un sito web riconducibile allo Stato islamico afferma che dietro l’attacco al centro commerciale di Baghdad vi è la mano dei miliziani guidati da al-Baghdadi. Nel mirino gli sciiti, definiti con disprezzo dal movimento jihadista sunnita “pagani negazionisti”.
Per il vescovo ausiliare di Baghdad “non vi è traccia di Dio” nelle azioni compiute dai terroristi, ma solo “gesti terribili” che sono causa di “tristezza e pianto”. Nel rispondere a questa spirale di violenza e terrore, la Chiesa caldea rilancia le opere di carità a favore della popolazione, senza distinzioni fra cristiani e musulmani.
“Stamattina - racconta mons. Warduni - sono andato con un gruppo di volontari della Caritas in un campo profughi situato a 20 km dalla capitale, in cui hanno trovato riparo 1600 famiglie fuggite da Ramadi”, teatro di recente di uno scontro durissimo fra esercito e jihadisti. 
Si tratta di famiglie in larghissima maggioranza musulmane, prosegue il prelato, “cui abbiamo distribuito cibo, olio, generi di prima necessità, aiuti… La gente ci ha ringraziato, ha detto che questi sono i ‘veri gesti’ dei cristiani, che tutti dovrebbero agire così, non come Daesh che ha solo in mente violenza e terrore. Si tratta della quinta distribuzione di aiuti in pochi mesi da parte della Chiesa irakena”. 
Intanto un raid dell’aviazione statunitense ha centrato un magazzino al cui interno le milizie dello Stato islamico avevano depositato milioni di dollari in contanti, per finanziare le loro attività criminali e terroriste. Ad affermalo è un alto funzionario della Difesa americana, secondo cui l’edificio colpito nei giorni scorsi conteneva al suo interno una somma (non specificata) di "svariati milioni”. 
Tagliare fondi e finanziamenti ai miliziani di al-Baghdadi (provenienti dalla vendita di petrolio e di reperti antichi trafugati dai territori sotto il loro controllo, oltre a un sistema diffuso e articolato di tassazione al suo interno) è proprio uno degli obiettivi della coalizione internazionale. Sebbene i raid siano riusciti a ridurre la produzione di greggio - stimato attorno ai 450 milioni all’anno - il sistema di tassazione nel Califfato è in grado di garantire molto più denaro. Alla riscossione è preposto un reparto ad hoc dell’esercito jihadista, con un valore complessivo di centinaia di milioni di dollari. 

Il Patriarca caldeo: offriamo il “digiuno di Ninive” per chiedere la fine dei conflitti in Medio Oriente

By Fides

I cristiani caldei, nel rispetto della propria tradizione liturgica, si preparano a osservare il cosiddetto “digiuno di Ninive” (Bautha d'Ninwaye), che precede di tre settimane quello quaresimale. Per tre giorni, a partire da lunedì 18 gennaio, i caldei desiderosi di osservare questa pratica spirituale astenendosi dal cibo e dalle bevande dalla mezzanotte fino al mezzogiorno del giorno successivo, evitano per tutti i tre giorni di mangiare cibi e condimenti di origine animale.
Nell'imminenza del “digiuno di Ninive”, il Patriarca di Babilonia dei Caldei, Luis Raphael I, ha invitato tutti i fedeli della Chiesa caldea a pregare e a vivere l'astinenza dal cibo per chiedere al Signore il ritorno della concordia e il dono della convivenza pacifica in Iraq e in tutta la martoriata regione del Medio Oriente.
La pratica del “digiuno di Ninive” si rifà al digiuno chiesto dal Profeta Giona agli abitanti di quella città corrotta, che sorgeva nell'area dell'attuale Mosul, oggi in mano ai jihadisti del Califfato islamico (Daesh). Quel digiuno – così si legge nella Bibbia - commosse Dio (cfr Gion 3,1) e salvò la città dall'annientamento. Nel comunicato diffuso dai media ufficiali del Patriarcato per suggerire ai fedeli le intenzioni con cui accompagnare il digiuno, il Primate della Chiesa caldea ricorda anche le parole di Sant'Efrem, che indicò in Giona e nel digiuno di Ninive il modello del pentimento sincero. Nel comunicato, pervenuto all'Agenzia Fides, il Patriarca Louis Raphael ripete che l'Iraq si trova alle prese con un “conflitto mortale”, alimentato dal fanatismo religioso, e chiama tutti a preghiere e penitenze per chiedere la conversione e invocare la rinuncia di tutti alla violenza e alla guerra.

11 gennaio 2016

Rappresentanti cristiani e islamici visitano il cimitero cristiano profanato a Kirkuk

By Fides

Una delegazione composta da rappresentanti cristiani e musulmani ha visitato ieri, domenica 10 gennaio, il cimitero cristiano di Kirkuk, fatto oggetto lo scorso 23 dicembre di una profanazione vandalica, con il danneggiamento di diverse tombe e lapidi funerarie.
Alla visita – riferiscono fonti locali contattate dall'Agenzia Fides - hanno preso parte Mons. Yousif Thoma Mirkis OP, Arcivescovo caldeo di Kirkuk, alcuni sacerdoti e anche alcuni rappresentanti della Lega caldea. In segno di solidarietà con la comunità cristiana locale, colpita già in altre circostanze da gravi atti intimidatori, non hanno voluto far mancare la loro presenza rappresentanti della comunità islamica, tra cui lo sheikh Ahmad Hamid Amin, Imam di una importante moschea di Kirkuk. Tutti gli intervenuti hanno condannato la profanazione come atto mirante a fomentare settarismi e a sabotare la convivenza pacifica tra le diverse componenti etniche e religiose della popolazione cittadina. I rappresentanti islamici, nei loro interventi, hanno insistito sulla necessità di fronteggiare uniti le provocazioni di chi tenta di destabilizzare la situazione sociale nella grande città irachena.

«Torno in Iraq per vivere tra i cristiani perseguitati dall’Isis. E non vedo l’ora»

By Tempi
Leone Grotti

Chi, dopo aver vissuto 10 anni in Italia, tornerebbe oggi in Iraq per vivere in mezzo ai cristiani perseguitati a un tiro di schioppo dai territori in mano allo Stato islamico?
Padre Georges Jahola
, ad esempio. Sacerdote siriaco-cattolico, nato e cresciuto a Qaraqosh, città della Piana di Ninive presa dall’Isis nell’agosto del 2014, in Italia per completare gli studi del dottorato in Scienze Bibliche presso la Pontificia Università Lateranense, farà tra pochi giorni ritorno in Iraq. E «non vedo l’ora», dichiara a tempi.it.
Perché “non vede l’ora” di tornare in Iraq, mentre tantissimi cristiani cercano di scappare?
Da tanto tempo desidero farlo, non ho paura. Sono stato in Italia per studiare ma voglio tornare indietro per aiutare la mia gente e prestare servizio tra i profughi che hanno perso tutto. Poi c’è tanta gente che mi chiama e mi chiede: “Quando vieni?”. Questa è una motivazione molto forte. È così tanto che aspetto il giorno del mio ritorno.
Di sicuro non risiederà nella sua diocesi di Mosul, visto che è in mano allo Stato islamico, così come la sua città natale, Qaraqosh.
Sì, è triste. La mia diocesi sta morendo non solo dal punto di vista demografico, ma anche da quello istituzionale. Spero di poter fare qualcosa da questo punto di vista, ripristinare le nostre comunità è una priorità. Non so dove mi manderanno, ma credo tra i profughi di Erbil.
Quanti sono oggi?
Un anno e mezzo fa erano 120 mila. Ora un terzo se n’è andato, chi in Giordania, chi in Libano, chi in Turchia, chi in Europa. È triste che così tanta gente se ne vada, anche da Baghdad, ormai in tutto il paese resteranno appena 250 mila cristiani circa (nel 2003 erano un milione e mezzo, ndr).
Perché se ne vanno?
Per provare a rifarsi una vita. Questo è un fatto preoccupante. Se qualcuno se ne va per qualche anno per poi tornare, allora sarebbe incoraggiante, ma so che senza un piano politico iracheno e internazionale questo non avverrà mai.
Fino ad ora nessuno ha anche solo pensato simili piani.
No, perché a nessuno interessa dei cristiani. Siamo completamente ignorati. A tanti iracheni fa comodo se i cristiani se ne vanno, così si appropriano delle loro case e delle loro terre. È vantaggioso per i curdi, per i sunniti, per gli sciiti. Ecco perché non fanno nulla per difendere le minoranze.
Questa situazione la stupisce?
Dico la verità, io pensavo che dopo la caduta di Mosul la città sarebbe stata ripresa da un momento all’altro. Così come le nostre terre. E lo pensavo perché ce l’avevano promesso prima gli americani, quando dissero che ci sarebbe voluto un anno, poi il governo centrale iracheno, poi il governo del Kurdistan. Ma è passato un anno e mezzo e non è cambiato niente. I cristiani hanno visto che nessuno si preoccupa di riconquistare le loro case. Nonostante questo, sono tanti che ancora sperano di farvi ritorno un giorno.
Avete qualche notizia dalle vostre città d’origine?
No, non è rimasto più nessuno. Ogni tanto qualcuno scappa da Mosul e racconta qualcosa. Ora si dice che l’Isis abbia abbandonato i nostri villaggi e si stia ritirando ma ci sono troppe notizie discordanti per essere certi della verità.
Intanto il terrorismo ha raggiunto e colpito l’Occidente.
Come poteva essere altrimenti? Avete abbattuto tutti i regimi che frenavano il terrorismo: Iraq, Siria, Libia. Era logico che sarebbe arrivato anche da voi. Siete voi occidentali che avete permesso che tutto questo avvenisse con le guerre.
Come valuta la risposta dell’Europa al terrorismo?
È stata davvero timida. Credo che non abbia capito che è davvero in pericolo. I governi sono molto tolleranti ma ci vuole più convinzione. Io sono anni che ribadisco un concetto: la convivenza deve essere regolata dalla legge, gli stranieri che non accettano il sistema europeo devono tornarsene a casa loro. Mi sembra che sia quello che finalmente ha detto anche Angela Merkel dopo i fatti di Colonia.
L’Occidente sbaglia qualcosa in materia di convivenza?
Dovreste cercare di capire le logiche altrui e immedesimarvi. L’Europa ha schemi umanitari e tolleranti che spesso si rivelano sbagliati, perché molti immigrati musulmani, che si ispirano al fondamentalismo, non la pensano allo stesso modo e se ne approfittano.
Come avete fatto a convivere in Iraq?
I precedenti governi in Iraq hanno usato la forza e convivere è stato possibile, ma gli attuali governanti sono deboli, solo apparentemente democratici, e non riescono a imporre delle regole. Purtroppo, dove i governi sono di ispirazione islamica, c’è sempre discriminazione e violenza.
Che cosa spera per questo 2016?
Visto che l’Isis ha subìto alcune sconfitte, spero che le nostre terre saranno riconquistate ma non so quando potrebbe accadere, sinceramente. Il conflitto qui è molto più complicato: sunniti, sciiti e curdi non sono mai d’accordo. Bisogna anche pensare a come queste tre forze potranno gestire il paese, non c’è solo l’Isis. I cristiani sono anche vittime di questo conflitto politico.
Alla Chiesa e alla comunità internazionale cosa chiede?
A Roma chiedo di rafforzare quelle comunità e diocesi che rischiano l’estinzione. Alla comunità internazionale, invece, di mantenere l’impegno di proteggere le minoranze in Iraq.

8 gennaio 2016

Il leader sciita Muqtada al-Sadr: restituire le case sottratte illegalmente ai cristiani

By Fides


La politica cristiana caldea Pascale Warda, già ministro dell'immigrazione nel primo governo di transizione seguito alla caduta del regime di Saddam Hussein, ha espresso pubblicamente il suo compiacimento per la prese di posizione del leader sciita Muqtada al-Sadr, che di recente ha sostenuto la necessità di restituire ai legittimi proprietari le case e i beni immobiliari sottratti illegalmente nei mesi scorsi a famiglie cristiane a Baghdad, Kirkuk e in altre città irachene.
Secondo quanto riferito da media iracheni, compreso il sito ankawa.com, Pascale Warda chiede ha tutti i cittadini iracheni di sostenere la reintegrazione dei diritti dei proprietari cristiani appoggiata dal Muqtada al-sadr e per la quale si sono mobilitate anche organizzazioni della società civile come l'associazione Hammurabi per i diritti umani e il Coordinamento delle Donne irachene.

Il fenomeno della sottrazione illegale delle case dei cristiani ha potuto prendere piede anche grazie a connivenze e coperture di funzionari corrotti e disonesti, che si mettono a servizio di singoli impostori e gruppi organizzati di truffatori (vedi Fides 23/7/2015). Il furto “legalizzato” delle proprietà delle famiglie cristiane è strettamente collegato all'esodo di massa dei cristiani iracheni, seguito degli interventi militari a guida Usa per abbattere il regime di Saddam Hussein. I truffatori si appropriano di case e immobili rimasti vuoti, contando sulla facile previsione che nessuno dei proprietari tornerà a reclamarne la proprietà. Parlamentari e associazioni cristiane hanno da tempo fatto appello alle istituzioni amministrative locali, chiedendo di stroncare il fenomeno delle false certificazioni su cui si regge questo tipo di truffa.
Muqtada al-Sadr è il leader del Movimento sadrista, partito a cui appartengono almeno trenta parlamentari iracheni. E' stato anche il fondatore dell'esercito del Mahdi, la milizia – ufficialmente sciolta nel 2008 - creata nel 2003 per combattere le forze armate straniere presenti in Iraq dopo la caduta del regime di Saddam Hussein.

Iraq: Tv2000 racconta la storia dello Schindler degli yazidi

By TV2000

L’esodo drammatico di migliaia di cristiani, le donne yazide sequestrate, abusate e costrette a subire ogni sorta di violenza da parte dei miliziani dell’Isis, tanto che molti analisti parlano di ‘teologia’ dello stupro e lo Schindler degli yazidi, un ex agente immobiliare che oggi compra donne yazide per sottrarle al Califfato nero.
E’ quanto racconta Tv2000 in un reportage, curato dall’inviato Massimiliano Cochi, sulle persecuzioni che i cristiani sono stati costretti a subire nella Piana di Ninive, nel kurdistan iracheno, in onda sabato 9 gennaio 2016 alle ore 22.35 durante il programma ‘Today’ che dedica la puntata alle minoranze in fuga dall’Isis. In studio con Andrea Sarubbi, mons. Nunzio Galantino, segretario generale della Conferenza episcopale italiana.
Nella Piana di Ninive, tra il 6 e il 10 agosto del 2014, 120 mila persone sono dovute fuggire davanti all’avanzata jihadista. Le telecamere di Tv2000 sono entrate nei villaggi abbandonati e seguito in pattuglia i Peshmerga, i guerriglieri curdi che combattono l’Isis.
“L’ordine del nostro presidente Masud Barzani – ha detto il colonnello Barshke Zerevan, capo della sicurezza –  è chiaro: dobbiamo proteggere i villaggi cristiani. I Peshmerga oggi combattono a nome di tutta l’umanità contro l’Isis. Se arrivasse l’ordine potremmo riprendere tutta la Piana di Ninive in poche ore. Ma per prendere una città come Mosul servono più uomini, serve l’appoggio dell’intelligence, serve la collaborazione dell’Occidente”. Ma questi soldati combattono il Califfato spesso con armi vecchie di trent’anni. Dei moderni armamenti che molti paesi occidentali hanno inviato ai Peshmerga non c’è traccia.
Isis significa anche abusi e violenze contro le donne: “Sono stata sequestrata dall’Isis nel nostro villaggio, Waudia, all’inizio di agosto – ha ricordato una giovane ragazza sotto copertura – I miei parenti che erano riusciti a fuggire hanno raccolto dei soldi, 28 mila dollari, e hanno pagato il riscatto per me, per le mie due figlie e per la sorella di mio marito. C’è un uomo, uno yazida, che ha trattato con l’Isis e il 18 settembre sono stata liberata”. Quest’uomo si chiama Abdullah Abbas era un agente immobiliare. Comprava e vendeva case e terreni tra la Siria e l’Iraq. Ora compra donne yazide, finora ne ha riscattate 163. Gli uomini come Abdullah li chiamano gli Schindler degli Yazidi. Perché proprio come l’imprenditore tedesco Oscar Schindler rischiano la vita per salvare vite umane.
“L’Isis vende le ragazze come schiave sessuali, – ha raccontato Abdullah Abbas ai microfoni di Tv2000 – non perché siano liberate. E sono sempre più diffidenti. Quando noi ci presentiamo come compratori e avviamo una trattativa, loro cominciano ad indagare su di noi. A volte fingono di voler vendere delle ragazze per ingannarci. Venti giorni fa 12 dei miei uomini sono stati uccisi vicino Raqqa, in Siria. Erano andati lì perché avevamo avuto una segnalazione di alcune ragazze che potevano essere riscattate. E invece era una trappola”.
L’inviato di Tv2000 ha infine incontrato un’altra ragazza yazida di 18 anni rapita da uno dei leader dell’Isis, Abu Sayaff: “Ero in un posto con altre ragazze e sapevo cosa sarebbe successo, così ho provato ad uccidermi, tagliandomi i polsi. Da mangiare ci davano pane ammuffito e l’acqua che bevevamo aveva il sapore del petrolio. Voglio che Dio chieda conto di quello che hanno fatto. Se io avessi potuto avrei rifatto loro tutto quello che ho dovuto subire io, per fargli capire quanto è importante l’onore per una donna”.

7 gennaio 2016

Nineveh, U.S.A.

By CNEWA
Joyce Coronel

Zinah Marzana’s blue-green eyes fill with tears as she recalls the moment her life changed forever. It was December, and she was holding her infant son as her husband, Zergo, drove along the road outside Tel Kaif in northern Iraq’s Nineveh Plain. Her brother sat in the front seat beside her husband. Somehow, they’d lost their way.
“My husband asked for directions from another driver,” Ms. Marzana says. At that point, the family discovered the men in the other car were armed. “They asked where we came from and if we were Christian. We told them yes. My husband — he stepped on the gas to try to get away.”
But it was too late. The other car sped after them. Bullets ripped through the air, striking and killing her husband. Ms. Marzana was also badly injured by a bullet that lodged in her spine. Paralyzed for six months, she was unable to care for her son, Fadi. Her voice breaks as she describes the helplessness she felt.
“I was nursing my son at the time and I heard him crying. I heard some ladies at the hospital asking, ‘Who will feed him?’”
It was an agonizing two years before the soft-spoken, petite woman could walk normally. At that time, in 2009, she and her family decided to leave Iraq.
“I couldn’t stay there — it was too hard,” Ms. Marzana says quietly.
Her younger sisters nod, relieved to be far from a place where mortal danger is an everyday fact of life. Vian, 19, sums up their feelings: “Our religion — it means everything to us. We were so scared there.”
Aunts, uncles and cousins of the family number among the tens of thousands of Christians, as well as Yazidi and other Iraqi minorities, forced from their homes by ISIS in August 2014, who now live in makeshift housing or in camps in Iraqi Kurdistan, or further afield. Ms. Marzana and her sisters hope to be reunited one day with their displaced family in their new home: a quiet suburb outside Phoenix, Arizona, a world away from the violence that drove them from their native Iraq.

Sì alla guerra Ma solo per salvare i cristiani.

Gianandrea Gaiani

Le efferatezze compute dallo Stato Islamico in Medio Oriente e Libia e gli attentati terroristici in Francia sembrano aver modificato la percezione dell’opinione pubblica occidentale circa l’opportunità di partecipare a conflitti armati e di muovere guerra a questo nemico. Lo hanno ben dimostrato alcuni sondaggi che dopo la strage di Parigi del 13 novembre hanno fotografato la volontà di buona parte del campione di persone intervistate di accentuare le operazioni belliche contro l’Isis.

Il 15 dicembre gli americani favorevoli all'invio di truppe da combattimento in Siria e Iraq era salito al 42% (dal 31% della precedente rilevazione), mentre il 32% restava contrario e il 22% incerto secondo un sondaggio Ap/Gfk . Il 3 dicembre l'istituto tedesco Infratest Dimap registrò che il 58% degli interpellati si era dichiarato favorevole all'assistenza militare assicurata alla Francia mentre i contrari erano il 37%. Se questa maggioranza condivideva l'impiego di aerei da ricognizione e rifornimento, come stabilito dal governo di Berlino, il 34% sarebbe stato favorevole anche alla partecipazione diretta dell'aviazione tedesca ai bombardamenti mentre il 22% appoggerebbe l'invio di truppe di terra.

Il 19 novembre scorso un sondaggio pubblicato dal Daily Mail evidenziò che il 60% dei britannici era a favore dei raid aerei sulla Siria mentre in Russia il 22 ottobre Vladimir Putin ha raggiunto il record di popolarità dell’89,9% grazie all’intervento militare contro diversi movimenti jihadisti in Siria. In Italia i dati sono un po’ diversi e per molti versi sorprendenti come hanno rivelato i recenti sondaggi della società demoscopica Ferrari Nasi & Associati.

Un primo sondaggio mirato a comprendere la disponibilità degli italiani a combattere lo Stato Islamico ha registrato che solo il 28% di un campione di circa 600 persone di diversa età, provenienza e orientamento politico sarebbe pronto a combattere per aiutare a difendere un Paese europeo e il 39% sarebbe pronti a farlo per difendere l’Italia. Alla domanda se«sarebbe pronto a rischiare la vita in caso di attacco all’Italia» il 48% ha risposto no, il 30% si e il 22% è rimasto incerto.

La scarso spirito combattivo degli italiani sembra però venire smentito quando si tratta di difendere le comunità cristiane perseguitate nei Paesi islamici. La degenerazione delle “Primavere arabe” e alcune delle missioni militari internazionali degli ultimi anni hanno di fatto trasformato Stati formalmente laici, come l’Iraq, la Libia e la Siria, in Paesi dominati o comunque devastati dal fondamentalismo islamico. Dove prima esisteva tolleranza confessionale oggi stiamo assistendo a sempre più frequenti discriminazioni, violenze, devastazioni, massacri e al tentativo di estromettere le comunità cristiane da quei territori. Su questo aspetto, sottolinea l’istituto demoscopico, in Italia e in Europa la politica non ha mai preso una posizione decisa privilegiando interventi militari legati a interessi economici e opportunità politica più che a valori e identità culturale.

Secondo il sondaggio per tre italiani su quattro (73%) «l’Occidente dovrebbe organizzare missioni internazionali per proteggere le comunità cristiane perseguitate nei Paesi islamici». Un dato peraltro trasversale a livello politico, che nel centrodestra raggiunge mediamente quote attorno all’80% e nel centrosinistra attorno al 70%, con la punta minima in Sel che comunque non scende sotto il 60%. In pratica, i cittadini italiani accettano di inviare soldati in Medio Oriente, ma per proteggere i fratelli cristiani (non solo le dighe e i cantieri delle aziende italiane).
  
Un dato interessante tenuto conto dell’eco tutto sommato limitata che hanno avuto in Italia le persecuzioni dei cristiani attuate dai jihadisti in Iraq e Siria. Chiaro però il messaggio: l’opinione pubblica italiana è in gran parte restìa a combattere o a mettere a rischio la propria vita per combattere i jihadisti, ma vorrebbe vedere i nostri militari impiegati per difendere i “nostri simili” sul piano culturale e religioso, colpiti da persecuzioni e da una vera e propria “pulizia cultural-religiosa”. Una risposta basata sui valori rispetto a quello più materialista della classe politica.

Noi e l’Isis. «L’amore cristiano non resta passivo nei confronti del male»

By Tempi
Amel Nona

Monsignor Amel Nona è arcivescovo dell’eparchia caldea di San Tommaso Apostolo a Sydney. È stato arcivescovo di Mosul, in Iraq, fino all’estate del 2014, quando le milizie terroriste dello Stato islamico hanno invaso la città e cacciato tutti i cristiani.
Nella nostra vita odierna, piena di violenze e attacchi terroristici e uccisioni di innocenti, alcuni princìpi fondamentali della nostra fede cristiana ci sfidano di dare una risposta adeguata. Quando siamo davanti a un attentato che ha come unico obiettivo uccidere gli altri solo perché sono diversi, come è possibile pensare di amare coloro che realizzano un simile gesto?
Il dilemma che il mondo cristiano affronta oggi ci costringe a ricordarci dei primi cristiani, quando erano piccoli gruppi perseguitati dalle autorità dell’epoca. Che male avevano fatto per essere oggetto di persecuzione? Erano una minoranza che non faceva male a nessuno, ma il potere li perseguitava e li uccideva. Allora come si può amare chi vuole ucciderci solo perché abbiamo un’altra fede? La bellezza della fede cristiana risiede nell’essere una fede di cuore e non di leggi, un credo che non ha una lista di obiettivi da realizzare nel mondo, ma solo una parola del Maestro divino: «Amatevi gli uni gli altri», tutto il resto gira intorno a questo. Significa che il cristiano non è obbligato a seguire leggi prefissate e fatte per una civiltà precisa o in un tempo diverso di quello in cui vive, ma ha solamente una parola: ama l’altro. Come sia possibile amarlo, la maniera in cui si ama l’altro, dipende tutto da quel cristiano. Perciò la nostra fede ci chiede di essere nel nostro cuore pieni di amore, ma realizzare questo amore concretamente è un nostro compito. L’importante è che ci sia l’amore verso l’altro anche se l’altro è un uomo cattivo.
Davanti un gruppo come l’Isis, uomini pieni di odio verso di noi e di voglia di eliminarci, la nostra sfida è duplice. Da una parte, la loro cattiveria cosa cambia nel nostro cuore? Questo male ha la possibilità di cambiare la pienezza dell’amore di cui la nostra fede riempie il nostro animo? Bisogna stare attenti a non svuotare l’amore che è nel nostro cuore per reazione alle violenze dei terroristi. È proprio quello che vogliono: che diventiamo come loro, senza amore, così possono giustificare meglio l’odio che provano verso di noi. La nostra fede odia il male, ma non chi fa il male.
Dall’altra parte, però, l’amore che abbiamo ci spinge a reagire in modo adeguato al male che compiono i terroristi. Bisogna fare qualcosa contro questo male e non rimanere passivi nei suoi confronti. Abbiamo la necessità di trovare un modo per fermare questo male e sradicare questo pensiero dalle nostre società e in generale dal mondo intero. E questo modo può comprendere qualunque atto necessario, anche aggressivo se c’è bisogno.
Una fede di azione
Non è contro la nostra fede, è la fede stessa che lo richiede. Quando il Signore ci insegna ad amare, ci fa capire che amare l’altro non è solo una cosa personale che debba rimanere dentro di te, ma una forza che ti spinge a rendere anche l’altro pieno di amore. Davanti un gruppo dei terroristi islamici bisogna reagire con forza e coraggio, opponendo una risposta forte alla minaccia. Bisogna far capire loro che il male che praticano verrà sconfitto dalla nostra resistenza, dal nostro coraggio e dalla nostra reazione. Perché noi amiamo tutti gli uomini, e per questo noi combattiamo con le nostre regole e con i mezzi adeguati al male. Occorre cambiare le regole che concedono spazio chi vuole compiere azioni cattive. Il male sarà sconfitto se rimarremo forti e capaci di cambiare tutto quel che serve per combatterlo e sconfiggerlo. Non bisogna aver paura del cambiamento e non dobbiamo essere deboli di fronte ai terroristi. Non permettiamo loro di cambiare la nostra cultura d’amore, quando facciamo ciò che è necessario per far capire loro cos’è l’amore cristiano, e se non vogliono capire dobbiamo metterli in condizione di non riuscire più a fare il male.

La fede cristiana è una fede di azione e non di attesa, una fede che va verso l’altro per cambiarlo e non attende che l’altro faccia quel che vuole contro di noi. Noi amiamo e non odiamo, ma il nostra amore ci fa reagire con forza all’odio, per sconfiggerlo.

1 gennaio 2016

Buon anno ai cittadini di Baghdad dal Patriarcato Caldeo. Il Patriarca senza scorta per incontrare la gente.

By Baghdadhope*

Foto Patriarcato Caldeo per Baghdadhope
Il patriarca caldeo, Mar Louis Raphael I Sako ed il suo ausiliare Mons. Basel Yaldo hanno marcato l'inizio del nuovo anno per le strade di Baghdad. I due prelati hanno percorso a piedi una delle principali arterie del quartiere di Mansour, al centro della città, per recarsi dalla sede del Patriarcato alla chiesa dell'Assunzione della Vergine Maria dove è stata celebrata la Santa Messa.
In una Baghdad affollata di gente nonostante le sempre precarie condizioni di sicurezza Mar Sako e Mons. Yaldo hanno deciso, come dichiarato stamani dallo stesso patriarca caldeo a Baghdadhope "di andare senza scorta per poter scambiare gli auguri di un nuovo anno di pace e serenità con i passanti. Una cosa che se fossimo stati scortati non sarebbe stato possibile."   
Foto Patriarcato Caldeo per Baghdadhope
L'augurio di pace è stato poi ribadito nell'omelia e specialmente rivolto all'Iraq ed alla Siria dove, proprio ieri, un attentato nella città a maggioranza curda di Qamishli ha mietuto 18 vittime, tra le quali alcuni giovani che avevano frequentato l'oratorio dei Salesiani, e causato il ferimento di 30 persone.
Il desiderio di riconciliazione espresso dalle parole del patriarca caldeo è stato concretizzato durante le festività natalizie dalla distribuzione da parte del patriarcato di 70.000 dollari a 2000 famiglie povere e sfollate in maggioranza cristiane ma anche appartenenti alle altre fedi, ed a 40 studentesse e studenti universitari cristiani dell'università di Baghdad.
"Un gesto" ha sottolineato Mar Sako, "che esprime il valore della carità cristiana e della volontà che tutti dovrebbero avere di riconciliare le parti per arrivare finalmente alla pace."     

30 dicembre 2015

Le Patriarcat Chaldéen: Vœux du nouvel an 2016

Vœux du nouvel an 2016

Nous sommes au seuil d'une nouvelle année 2016, et la fin de 2015 nous apporte une belle nouvelle, celle de la ville de Ramadi, ce qui renforce notre espoir pour la libéralisation des villes de Mossoul, de la plaine de Ninive et toutes les autres terres irakiennes. Nos plus sincères félicitations vont à l'armée irakienne, à l’armée de la "foule populaire" et aux peshmergas.
L'Irak aujourd'hui a un grand besoin d'un projet politique pratique et clair, capable d'arrêter la détérioration, réunissant toutes les composantes dans un projet civil qui contribuerait à la stabilité du pays et qui soutiendrait l'unité nationale et rejetterait la division entre les Irakiens en leur faisant sentir qu'ils sont tous des citoyens égaux, et non pas de différents degrés.
Car ceux qui divisent la société contribuent à la démolition de l'Irak, c'est pourquoi nous insistons sur l'importance d'adopter une nouvelle culture et une vision politique claire qui se transformera dans la pratique comme  carte  de route pour rassurer les Irakiens d'un avenir meilleur et d'un pays plus prospère, où les services sont des disponibilités pour l'entraide mutuelle, et ainsi le pays deviendra un pays de gloire, d'abondances et de prospérité pour ses enfants et ses voisins. Nous soulignons également l'importance qui incombe aux hommes de la religion qui ont la responsabilité morale de former les citoyens avec une saine et ouverte, une culture qui surveille ses propos, et présente les vraies significations, et œuvre à la promotion des valeurs de la tolérance, l’acceptation et le respect d’autrui et la convivialité, étant certain que sans cette culture le pays ne retrouvera pas de repos ni la société ne pourra pas se relever.
Que cette nouvelle année soit prospère pour tous.

Le Patriarcat Chaldéen