"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

13 giugno 2014

Avanzata ribelle: Monsignor Sleiman, "paura a a Baghdad"

By MISNA

“Nella capitale si percepisce un clima di apprensione e di grande paura. Molti servizi pubblici sono bloccati e la circolazione è stata chiusa in alcune strade”: lo dice alla MISNA monsignor Benjamin Sleiman, arcivescovo di Baghdad dei Latini, mentre giungono notizie di nuove conquiste per gli insorti dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isil) e di scontri con l’esercito nella vicina provincia di Diyala.
“In realtà la ribellione è presente già da tempo a Baquuba, quindi non c’è da stupirsi per i combattimenti in corso” aggiunge monsignor Sleiman, chiedendo ai leader iracheni di “lavorare e assumersi le proprie responsabilità per il bene del paese e della gente”.
Nelle ultime ore gli insorti sono riusciti a prendere il controllo di altre località abbandonate dalle truppe regolari nella provincia di Diyala, in particolare le località di Saadiyah e Jalawla e alcuni villaggi dei monti Himrine, già terra di rifugio dei miliziani. Anche in quella zona si starebbero posizionando forze curde dei Peshermega, che hanno il controllo della città petrolifera di Kirkuk (nord). Questi sviluppi sul terreno hanno costretto alla fuga altri civili diretti verso Khanikin, nei pressi del confine con l’Iran. Inoltre dalle prime ore del giorno circolano informazioni relative a scontri tra l’Isil e l’esercito iracheno alle porte di Mouqdadiyah, 35 km a nord-ovest del capoluogo di Baquuba.
Sull’avanzata lampo degli insorti – che in pochi giorni hanno conquistato Mosul e la provincia di Ninive (nord), Tikrit e altre località della provincia di Salaheddine (nord), alcuni settori delle province di Diyala (est) e Kirkuk (nord) – l’arcivescovo di Baghdad riferisce alla MISNA che “purtroppo i militari non hanno fatto il loro dovere, non hanno combattuto”.Guardando alla storia recente dell’Iraq monsignor Sleiman fa notare che “la situazione creatasi in questi giorni è la conseguenza diretta di più fattori: da una parte le annose contraddizioni e problematiche degli iracheni che i dirigenti non riescono a risolvere, dall’altra il coinvolgimento diretto di alcuni paesi della regione impegnati negativamente anche in Egitto e in Siria e infine – conclude l’interlocutore della MISNA – le connivenze locali a vari livelli che hanno sfruttato il malessere dei sunniti, in particolare a Mosul, e stanno consentendo il successo di un’operazione militare ben organizzata, già da tempo”.
Intanto, “alla luce del deteriorasi della sicurezza”, gli Stati Uniti, che stanno valutando “tutte le opzioni per venire in aiuto dell’Iraq”, stanno procedendo all’evacuazione dei dipendenti di società statunitensi che lavorano per il governo di Baghdad nel settore della Difesa. Il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha deplorato il “disintegrarsi dell’esercito iracheno”, assicurando che la capitale è ben protetta e invitando il governo dello sciita Nouri al Maliki ad aprire un dialogo nazionale con le altre componenti della società, in particolare sunniti e curdi.

L’occupazione di Mosul mette i brividi al popolo di Baghdad

By SIR
Daniele Rocchi

“Papa Francesco segue gli eventi che si stanno susseguendo in Iraq e nella zona di Mosul. Viene informato costantemente. Da tutto il mondo ci giungono telefonate di sostegno, di preghiera e di solidarietà per la popolazione che soffre”. Dalla Nunziatura apostolica in Iraq, situata a Baghdad, ci tengono a far sapere della vicinanza del Pontefice alla sofferenza delle popolazioni di Mosul, seconda città del Paese, conquistata dai miliziani dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (Isil), la fazione jihadista attiva anche nel conflitto siriano. Si calcola che siano oltre 500mila gli sfollati, Mosul si sta svuotando di ora in ora. La gente, secondo quanto riferiscono agenzie umanitarie presenti sul territorio come “Un ponte per”, sta fuggendo in qualsiasi modo, in macchina, a piedi, in autobus, sui carri, portandosi dietro spesso soltanto lo stretto necessario. E d’istinto si riversa verso il Kurdistan iracheno, considerato area più sicura, ma dove risiedono già circa 220mila siriani in fuga dalla guerra nel loro Paese.
 
Popolazione in fuga. L’11 giugno sono state 1.000 le persone che ogni ora hanno attraversato i checkpoint verso Erbil. Il giorno prima, il 10 giugno, almeno in 100mila sono riusciti a entrare nell’area del capoluogo curdo. Più a Nord, nelle stesse ore, gli iracheni che hanno raggiunto la provincia del Kurdistan iracheno di Dohuk sono stati almeno il doppio: 200mila. “Stiamo raccogliendo testimonianze da persone rimaste in città e anche sfollate - riferiscono ancora dalla Nunziatura apostolica - queste ultime sono uscite a piedi da Mosul sotto il caldo per raggiungere a fatica i villaggi circostanti. Le agenzie umanitarie come quelle per i rifugiati delle Nazioni Unite stanno monitorando con attenzione l’evolversi della vicenda e si stanno adoperando per dare supporto e aiuto alle famiglie stremate e impaurite. I cristiani, circa 1.200 famiglie, si trovano soprattutto a Kramles, Karakosh, Bashiqa e Tilkif. Con loro ci sono anche tantissimi musulmani”. Per chi è rimasto in città le notizie parlano di “situazione, almeno in apparenza calma. I ribelli sembrano voler mostrare un volto benevolo nei confronti degli abitanti. Non si registrano scontri a fuoco e gli occupanti mantengono una certa pace”. Ci sarebbero anche nuclei che rientrano a Mosul, circa 4mila famiglie, secondo “Un ponte per”, anche nella parte occidentale (200 famiglie) sotto il totale controllo dell’Isil. Solo le minoranze cristiane e yazide non rientrano per paura di essere perseguitate. Come affermato dall’arcivescovo di Mosul, monsignor Emil Shimoun Nona, “in città le Chiese sono tutte chiuse. Qualcuna presa di mira da sciacalli è stata difesa da famiglie musulmane residenti nei dintorni che hanno chiesto pure l’intervento delle milizie islamiste”.
 
Baghdad, gente terrorizzata. “Uno scontro armato tra miliziani dell’Isil ed esercito regolare iracheno, tuttavia, è prevedibile - dicono dalla Nunziatura - stando alle dichiarazioni del premier al Maliki che ha ribadito di voler riconquistare la città. Uno scontro violento - che sarebbe molto esteso - non farà che peggiorare le condizioni di vita della popolazione. Ora si dice che i ribelli stiano avanzando verso Baghdad ma la reazione dell’esercito li ha ricacciati indietro da Kirkuk e da Tikrit. Nella capitale si percepisce la preoccupazione nei volti delle persone. Nessuno vuole più violenza qui, i problemi da risolvere sono tanti e la guerra non farebbe che aggravarli”. Percezione confermata anche dall’arcivescovo latino di Baghdad, monsignor Jean Benjamin Sleiman, che parla di “gente terrorizzata nella Capitale. La paura è alimentata anche da tante notizie false che circolano, l’ultima è stata quella - rivelatasi poi infondata - del coprifuoco decretato dal ministro dell’Interno. In questo modo si genera solo confusione che è l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno. Tuttavia non credo che la capitale corra molti rischi anche perché i miliziani hanno preso città dove i sunniti sono largamente presenti. Qui abbiamo urgenza di ricostruire il Paese, nelle sue infrastrutture, nei suoi servizi basilari come sanità e istruzione e soprattutto nelle diverse anime”. Ma il pensiero dell’arcivescovo latino va oltre il momento presente: “Quello che sta avvenendo oggi è una minaccia per l’Iraq, ma potrebbe presto diventarla per tutta la regione e quindi per il mondo. Non siamo davanti a un semplice conflitto ma al rischio di una destabilizzazione la cui colpa non è solo degli iracheni ma dei Paesi internazionali. Gli interessi dell’Occidente sono sempre bagnati dal sangue di altri. Le popolazioni sono più importanti del gas, del petrolio, delle risorse energetiche o della vendita di armi. Papa Francesco lo ripete spesso. Ciò che sta accadendo non può spiegarsi senza fare riferimenti alla guerra nella vicina Siria”. Chiaro il rimando al progetto di califfato che i miliziani dell’Isil perseguono. Un’idea che, per mons. Sleiman, “si sta concretizzando in un territorio che prende pezzi della Siria, dell’Iraq e magari vedremo anche della Giordania e di altri Paesi. Ciò è pericoloso per tutti”.

Chiesa irakena: una parola di Papa Francesco, passo “importante” per la pace nel Paese


"Papa Francesco è un uomo di pace, per questo noi aspettiamo una sua parola per il nostro Paese. Il Santo Padre è attento alle situazioni di crisi e di violenza, qualsiasi cosa possa fare o dire per contribuire alla pace per noi sarà molto importante". È quanto racconta ad AsiaNews mons. Emil Shimoun Nona, arcivescovo caldeo di Mosul, nel nord dell'Iraq, dove circa 500mila persone, cristiani e musulmani, sono fuggite dalle loro case. In queste ore la Chiesa irakena segue con attenzione gli sviluppi della situazione, dal nord alla capitale l'attenzione ruota attorno all'emergenza profughi e al proposito di contribuire a creare una via per la pace e il dialogo. Anche il vescovo ausiliare di Baghdad, mons. Saad Sirop Hanna, parla di "situazione molto critica e preoccupante" caratterizzata da "una grave crisi a livello umanitario e una confusione politica" senza precedenti. "Il timore - aggiunge - è che questa guerra fra sunniti e sciiti ricadrà ancora una volta su noi cristiani". 
I ribelli jihadisti dello Stato islamico dell'Iraq e del Levante (Isis) continuano la marcia di conquista del Paese e ora puntano in direzione della capitale, Baghdad. Dopo aver preso in ordine Mosul, Tikrit e Samarra, il movimento estremista sunnita ha invaso Saadiya e Jalawla, nella provincia di Diyala. Come a Mosul, i miliziani - che considerano "infedeli" gli sciiti, maggioranza in Iraq - non hanno incontrato resistenze da parte dell'esercito. Le autorità kurde, che controllano la parte nord dell'Iraq, hanno dispiegato i combattenti Peshmerga per rafforzare la difesa soprattutto a Kirkuk.
L'Isis, un gruppo legato ad Al Qaeda in passato, progetta lo stabilirsi di un califfato che unisca Siria, Iraq e Medio oriente. Una sua avanzata potrebbe stravolgere gli attuali equilibri dell'intera area mediorientale. Il presidente Usa Barack Obama afferma di "non escludere alcuna opzione", richiamando in modo implicito la possibilità di una nuova operazione militare dopo l'invasione del 2003. L'obiettivo è fermare l'avanzata degli jihadisti che, oggi, sembrano trovare sostegno anche fra gli ex membri del partito Baath del dittatore Saddam Hussein, epurati dal governo sciita all'indomani della caduta del Raìs. Anche l'Iran è pronto a inviare forze speciali ai confini e in territorio irakeno. 
In un quadro di drammatica violenza, la Chiesa irakena guarda ai poveri, alle vittime innocenti del conflitto e invoca una via di pace, di dialogo e di unità per il Paese e i suoi cittadini. Raggiunto da AsiaNews, l'ausiliare di Baghdad riferisce che l'attenzione dei vertici caldei è concentrata "alla gente", che "non è in grado di difendersi". Dietro alle milizie islamiste, spiega mons. Hanna, vi sono "progetti politici e motivazioni di natura religiosa e non è possibile capire ora come andrà a finire". Vi sono, aggiunge, anche "bande di fanatici e fondamentalisti, che potrebbero uccidere per ragioni di natura confessionale".
Il timore è che i membri dell'Isis possano entrare anche a Baghdad e se il Paese cadrà nelle mani di fanatici e combattenti stranieri, "le speranze di pace saranno quasi pari a zero". "C'è una frattura tremenda - aggiunge - ed è spaventoso che l'esercito lasci intere città senza difesa. Siamo spaventati e abbiamo paura". Non vi sono garanzie per il futuro, avverte il prelato, per questo "dobbiamo continuare a "pregare con maggior forza", invitando al contempo la classe dirigente, i politici, il governo e le istituzioni "a mettersi d'accordo per trovare una soluzione comune". 
Intanto continua la crisi umanitaria a Mosul, sotto il controllo dei miliziani. Mons. Nona racconta che "altre famiglie musulmane hanno lasciato la città, sentendo notizie di bombardamenti aerei imminenti dell'esercito". In queste ore, aggiunge il prelato, "siamo stati contattati da alcune Ong per aiuti e beni di prima necessità... restiamo in attesa perché cresce il bisogno di aiuto". Nel dramma, si ripetono gli episodi di solidarietà: "Sono sempre più numerose - racconta l'arcivescovo - le famiglie musulmane che si mettono a difesa delle case cristiane, abbandonate dai proprietari in fuga, da razzie e assalti". "È un segno positivo e di speranza - avverte - perché si vede che, fra la gente semplice, non ci sono divisioni".
La situazione dei cristiani e del Paese sarà uno dei temi principali del prossimo Sinodo della Chiesa caldea, che inizierà il 24 giugno prossimo. "La sfida più importante per noi - avverte mons. Nona - è garantire un futuro e una presenza alla comunità cristiana in Iraq, perché dopo i fatti di Mosul cresce la voglia di fuggire". Il prelato conferma infine l'attenzione della Santa Sede per l'evolversi della situazione in Iraq: "Ieri pomeriggio ho parlato con il card Leonardo Sandri [Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, ndr], informandolo della situazione delle famiglie cristiane e musulmane. Egli mi ha mostrato vicinanza e preghiera. In questo momento abbiamo estremo bisogno di preghiera... e di una parola di Papa Francesco, che è un uomo di pace e ogni suo gesto ha un alto carico simbolico".

12 giugno 2014

Emergenza in Iraq: proteggere le minoranze in fuga


L’Iraq è in piena emergenza. Un ponte per… avvia l’acquisto di beni di prima necessità per le le comunità di Qara Qosh e Bashiqa, dove sono fuggite le minoranze.
Oltre 500.000 sfollati, centinaia (non è possibile essere più precisi dato il continuo evolversi degli eventi) sono i morti tra civili e combattenti, checkpoint e strade bloccate: sono soltanto alcuni numeri delle drammatiche conseguenze dell’occupazione delle città irachene di Mosul e Tikrit da parte delle forze dell’ISIL (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante).
Un ponte per… ha attivi diversi progetti nell’area per tutelare le molte minoranze religiose tra cui cristiani, shabak, yazidi, turcomanni e kaka’i. Il progetto in corso a Mosul per i giovani è stato temporaneamente sospeso. Mentre le attività per le scuole della zona stanno andando avanti a rilento.
La priorità è ora rispondere all’emergenza umanitaria in corso. Secondo i nostri operatori nell’area e  le Nazioni Unite la situazione umanitaria è infatti gravissima. Con 1,5 milioni di abitanti la città di Mosul si sta letteralmente svuotando di ora in ora. La gente sta fuggendo in qualsiasi modo, in macchina, a piedi, in autobus, sui carri, portandosi dietro spesso soltanto lo stretto necessario. E di istinto si riversa verso l’area dei kurdi, considerate aree più sicure, e dato che i combattimenti continuano in direzione di Baghdad, a sud (Tikrit dista soltanto 140 km dalla capitale).
Nel Kurdistan iracheno, già risiedono circa  220mila siriani in fuga dalla guerra nel loro paese. Un ponte per… è al lavoro da tempo per loro, e sta discutendo con l’UNHCR la possibilità di destinare alcuni aiuti anche agli sfollati iracheni.
Nella giornata di ieri erano circa 1000 le persone ad attraversare i checkpoint verso Erbil ogni ora. Il giorno prima, il 10 giugno, almeno 100mila persone sono riuscite ad entrare nell’area del capoluogo curdo. Oltre alla città di Erbil si tenta di arrivare anche a Kirkuk. Più a nord, nelle stesse ore, gli iracheni che hanno raggiunto la provincia del Kurdistan iracheno di Dohuk sono stati almeno il doppio: 200.000. Numeri impressionanti e che purtroppo non possono essere che parziali e che non tengono conto, al momento, delle persone che rimangono al confine in attesa di un permesso, perché privi di uno sponsor o una lettera d’invito (necessari per risiedere in Kurdistan).
Altri invece sono rientrate a Mosul (circa 4mila famiglie), anche nella parte occidentale (200 famiglie) sotto il totale controllo dell’ISIL. In parte perché costrette da operazioni militari, in parte perché hanno saputo del ripristino dei servizi idrici ed elettrici nei loro quartieri.  Solo le minoranze cristiane e yazide non rientrano per paura di essere perseguitate.
A Barttella e Qara Qosh, cittadine alle porte di Mosul, rispettivamente ad est e nord della città, vivono circa 400.000 tra cristiani, shabak, yazidi, turcomanni, kaka’i ed altre minoranze, prese particolarmente di mira in queste ore. Lì si sono rifugiate circa 10.000 famiglie accolte in  7 centri provvisori.
Gli sforzi umanitari si stanno moltiplicando. A Dohuk sono stati aperti due campi rifugiati temporanei, nei pressi dei checkpoint di Shekhan e Badrike, della capienza di circa 2000 tende ciascuno. Attivati immediatamente i fondi centrali di risposta emergenziale (CERFs), gli interventi si stanno basando su protezione, distribuzione di somme di denaro per ogni famiglia e supporto psico-sociale.
Anche i nostri operatori sono al lavoro, offrendo orientamento e assistenza immediata ai checkpoint nell’area di Dohuk dove arrivano gli sfollati. A breve si procederà all’acquisto di beni di prima necessità per le comunità dove sono fuggite le minoranze.
Tuttavia con la situazione in continua evoluzione intervenire con efficacia risulta estremamente complesso, ancora di più date le precarie condizioni operative in cui riversano associazioni e organizzazioni umanitarie.
Per mesi, le Organizzazioni non governative e le agenzie delle Nazioni Unite che operano in diverse parti dell’Iraq hanno cercato di richiamare l’attenzione della comunità internazionale sulla immensa dimensione dei bisogni umanitari nel paese. Invano. Quanto tempo dovrà passare ancora?
Siamo in piena emergenza. Sostienici, dona ora!

Iraq, l'ambasciatore a Baghdad: "Da tempo arrivare a Baghdad era negli obiettivi Isis"

By Il Sole24ore

"L'obiettivo di arrivare a Baghdad è presente negli obiettivi strategici dell'Isis da tempo".
Iraq, l'ambasciatore a Baghdad: "Da tempo arrivare a Baghdad era negli obiettivi Isis" Lo spiega Massimo Marotti, ambasciatore italiano in Iraq, intervenuto a Effetto Giorno. "Quello a cui mirano - aggiunge - è un controllo dalle coste del Libano fino a Baghdad. Sul terreno le notizie sono di un'avanzata abbastanza rapida fino a Samarra, a sud di Tikrit. Abbiamo avuto conferma di una risposta dell'esercito a Samarra e a Tikrit, ma le notizie sono ancora piuttosto confuse. Queste colonne di miliziani hanno spesso sostenitori già in loco, quindi gli scontri che ci sono attualmente coprono una fascia territoriale che arriva anche sul fianco sud di Baghdad. Ci sono focolai di scontri che vanno avanti da mesi, questi nuovi ci risultano concentrati a Samarra, mentre gli scontri di più vecchia data sono a est, a Falluja, a circa 50 chilometri da Baghdad".

Iraq, padre Tooma: «Qui sono arrivati 10 mila profughi. Li abbiamo accolti, senza guardare se erano cristiani o musulmani»

By Tempi
Leone Grotti

Circa 500 mila iracheni sono scappati dalla città di Mosul, ormai in mano ai terroristi dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante, come testimoniato a tempi.it anche dall’arcivescovo Amel Nona. Molti di questi si sono rifugiati nelle città vicine e nel Kurdistan, come afferma a tempi.it padre Waheed Tooma: «Da noi ad Alqosh, che si trova a mezz’ora di auto da Mosul (45 chilometri circa, ndr), e nelle città vicine sono arrivate più di 10 mila persone». Il superiore generale cattolico caldeo del monastero di Ormisda spiega che «siamo molto preoccupati».
Padre Tooma, che cosa vi spaventa?
Per il momento qui non sono arrivati terroristi ma non sappiamo cosa succederà domani. Per fortuna l’esercito del Kurdistan ci protegge, qui nella zona ci sono centinaia di villaggi cristiani e musulmani, ma siamo preoccupati.
Come si spiega la caduta di Mosul?
In 24 ore più di 40 mila soldati sono scappati via lasciando la città in mano ai terroristi. Ormai nessuno ha più fiducia nel governo di Baghdad: ogni giorno succede qualcosa, c’è una guerra tra sunniti e sciiti, tutti vogliono mettere le mani sull’Iraq, i partiti sono sempre in guerra tra loro per avere più potere e le ricchezze dell’Iraq. Ma chi paga il prezzo sono sempre le famiglie innocenti. Dalla caduta di Saddam ad oggi non abbiamo vissuto neanche un giorno di pace.
Qual è la situazione in Kurdistan?
Solo in Kurdistan c’è pace e libertà, c’è rispetto per i cristiani e le altre etnie, si vive sicuri. Polizia ed esercito non consentono l’anarchia e il governo vuole la pace per il suo popolo. Il presidente e il primo ministro sono preoccupati ma lavorano per il popolo curdo, che ha vissuto prima nella miseria e nella persecuzione, poi ha lottato per la sua libertà.
Come avete accolto i profughi?
Da martedì alle quattro di mattina sono arrivate molte famiglie nel nostro monastero e nella città di Alqosh. Abbiamo aperto le scuole per loro, li abbiamo sistemati nelle classi. Nel monastero abbiamo una nostra scuola, l’abbiamo aperta per loro. Nel villaggio del monastero c’erano più di 25 case vuote, gliele abbiamo date senza guardare chi fossero, se musulmani o cristiani o curdi o arabi. Abbiamo accolto tutti con carità e amore. Solo nel nostro villaggio, che appartiene al monastero, abbiamo più di 200 persone. Abbiamo dato loro rifugio, cibo e tanto altro ancora. Anche ad Alqosh sono arrivate più di mille persone, circa 144 famiglie: abbiamo aperto scuole e case. Insieme alla Chiesa di Alqosh ci siamo messi insieme per aiutare questi poveracci scappati da Mosul. Ma i profughi sono arrivati in tantissime altre città qui vicino.
Dalle loro testimonianze sapete se ci sono state violenze da parte dei terroristi contro i civili a Mosul?
Crediamo di no. Ci hanno detto che i terroristi non li hanno attaccati, avevano lo scopo di colpire le sedi del governo e dell’esercito. Però nei bombardamenti restano sempre in mezzo anche dei civili e non sappiamo quante vittime ci siano sotto le macerie delle case distrutte. Le famiglie però non sono scappate perché attaccate ma per paura di rimanere in mezzo alla guerriglia. Molti infatti sono rimasti.
Cosa potrebbe succedere ora?
Nessuno lo sa. Forse l’esercito di Baghdad cercherà di liberare la città, ci sarà una guerra, non si sa. Per fortuna il governo del Kurdistan ha accolto questi profughi e ha preparato un campo profughi dove dare loro riparo, cibo e acqua. Grazie a Dio c’è almeno una buona notizia per queste famiglie.

Arcivescovo di Mosul: anarchia in città; musulmani difendono le chiese da assalti e razzie


La situazione a Mosul "si sta calmando", ma "non si può certo parlare di normalità", perché la città è in una condizione di "completa anarchia"; il blocco più consistente degli assalitori che nei giorni scorsi ha fatto irruzione in città "si è spostato altrove", per "combattere e conquistare altre parti del Paese". Oggi "vi sono persone armate che presidiano strade e piazze", in maggioranza "sono irakeni, ma non è escluso che vi possano essere anche stranieri... non abbiamo conferme". È quanto racconta ad AsiaNews mons. Emil Shimoun Nona, arcivescovo caldeo di Mosul, nel nord dell'Iraq, dove circa 500mila persone, cristiani e musulmani, sono fuggite, originando una crisi umanitaria, oltre che economica e politica. "Alcune famiglie sono rimaste - aggiunge il vescovo - ma restano rintanate in casa e prevale un'atmosfera di paura e di attesa, per quello che succederà dopo". 
Mons. Nona ha trovato rifugio nel villaggio di Tilkif, a tre km dal centro di Mosul, e segue con attenzione - e apprensione - l'evolversi della situazione in città e in tutta la sua diocesi. Una realtà che, già in passato, ha pianto la morte violenta di fedeli e pastori, fra cui il precedente vescovo mons. Faraj Rahho (nel contesto di un sequestro) e di p. Ragheed Ganni.
E proprio la parrocchia di p. Ragheed è teatro di un evento che "è fonte di speranza" e "testimonia la bontà del popolo irakeno", in un scenario drammatico di violenza e terrore: "Ieri - racconta il prelato - alcune persone hanno fatto irruzione nella chiesa di Santo Spirito per rubare e devastare. Tuttavia, i vicini, appartenenti a famiglie musulmane, sono scesi in strada a difesa del luogo di culto cristiano. Alla fine sono riusciti a cacciare gli assalitori. In città tante persone rimaste, anche musulmani, stanno cercando di difendere per quanto possibile case e luoghi di culto cristiani".
Tuttavia, il clima resta teso e difficile soprattutto per i profughi che hanno lasciato Mosul nel tentativo di scampare alle violenze dei miliziani. "Per ora la situazione è sotto controllo - racconta mons. Nona - perché ci sono persone di buona volontà che li aiutano, assieme a piccoli gruppi e organizzazioni attive sul territorio; ma se non cambia qualcosa, nei prossimi giorni la crisi è destinata a peggiorare e non basterà più la solidarietà della comunità cristiana, che ha aperto le porte di case e villaggi per accogliere quanti sono fuggiti. Avremo bisogno di aiuto!".
L'arcivescovo è ancora stupito per la facilità con cui i miliziani hanno preso Mosul: "Per noi - afferma - non è ancora chiaro quanto è successo, all'improvviso è crollato tutto e non è ammissibile. La città era controllata da esercito e polizia, non vi erano segnali che potessero far presagire gli sviluppi delle ore successive". I militari hanno abbandonato armi e postazioni e queste persone sono entrate con facilità". Un altro elemento da chiarire è il fatto che in queste ore riescano a conquistare una dopo l'altra "con estrema facilità" città e villaggi lungo i 400 km che separano Mosul da Baghdad. 
Fra l'altro, la caduta di Mosul e le violenze di questi giorni sono una conferma ulteriore della fallimentare proposta di formare un'enclave cristiana nella piana di Ninive, oggi in mano ai ribelli jihadisti dello Stato islamico dell'Iraq e del Levante (Isis). "Dopo la caduta di Saddam, nel 2003 - conclude mons. Nona - sono state avanzate diverse soluzioni per cercare di garantire pace e sicurezza nel Paese. Quella di Ninive era un'idea come tante altre, ma serviva tempo e impegno per trovare una soluzione efficace e duratura nel tempo. Il punto fondamentale è e resta quello di dare un'idea politica complessiva al Paese, una visione di insieme che è invece mancata".

11 giugno 2014

Riccardi, a Mosul in atto una catastrofe umanitaria


“Nel nord dell’Iraq, e particolarmente a Mosul, un’esplosione di violenza estremista sta compromettendo il successo di un progetto di integrazione religiosa e di sviluppo sociale, basato sulla convivenza e la collaborazione fra cristiani e musulmani, che era un modello per tutto il paese; e dalle notizie frammentarie che giungono da Mosul risulta che sono ancora una volta i cristiani le vittime del terrorismo e delle stragi”. E’ l’allarme lanciato da Andrea Riccardi, fondatore della Comunita’ di Sant’Egidio, che chiede alla comunita’ internazionale e al governo iracheno di “fare il possibile per interrompere la spirale di violenza che sembra perseguire l’obiettivo di dividere in due il paese mediorientale”. Riccardi lancia anche un appello in particolare alle agenzie umanitarie perche’ “intervengano sollecitamente in soccorso delle popolazioni in fuga – si parla di centinaia di migliaia di persone, per lo piu’ famiglie con bambini – che si affollano al confine con il Kurdistan, ostacolati dalle milizie del cosiddetto Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isis)”. Le vittime di cui si e’ avuto notizia sono gia’ numerose e alcuni edifici sacri, chiese e conventi, sono stati dati alle fiamme.
La Comunita’ di Sant’Egidio segue da tempo l’evoluzione della situazione nella provincia di Ninive, dove fino a pochi giorni fa vivevano la meta’ circa dei 400 mila cristiani iracheni. Un mese fa il presidente del Consiglio provinciale Ahmed Bashar Kitti era stato a Roma, ospite della Comunita’ insieme al deputato cristiano Anwar Hadaya, per discutere dei progetti di integrazione e di sviluppo economico elaborati nella regione. “Ora, commenta il prof. Riccardi, tutto rischia di essere definitivamente compromesso, e se non si interviene rapidamente, assisteremo ad un’altra catastrofe umanitaria”. “Siamo vicini – ha concluso il fondatore della Comunita’ di Sant’Egidio – ai cristiani perseguitati e in fuga; in particolare al vescovo caldeo di Mosul, Amel Nona, che ha deciso di restare vicino ai suoi fedeli perseguitati, e al nostro amico, il vescovo siro ortodosso Daoud Shalaf. La loro richiesta di aiuto non deve cadere nel vuoto”.
Questa è una notizia dell’agenzia Asca.

Dopo Mosul, i jihadisti dell'ISIL puntano a Kirkuk. Il Patriarca Sako: serve un governo di unità nazionale

By Fides

Dopo la conquista di Mosul, continua senza freni l’avanzata sul territorio iracheno dei miliziani dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL), la fazione jihadista attiva anche nel conflitto siriano. Nella giornata di martedì 10 giugno sono cadute sotto il loro controllo anche ampie aree del governatorato di Kirkuk e, secondo fonti locali, le milizie dell’ISIL si trovano ormai alle porte della città dislocata a 250km dalla capitale Baghdad. Intanto, secondo informazioni raccolte da Fides, l’Arcivescovo caldeo di Mosul, Amel Shamon Nona, e tutti i sacerdoti della città sono fuggiti dall’area urbana trovando rifugio nei villaggi di Kramles e Tilkif. *
Il Patriarca di Antiochia ** dei Caldei, Louis Raphael I Sako, che insieme ad altri Vescovi caldei stava realizzando una visita alle comunità caldee disseminate in Canada e negli Stati Uniti, ha diffuso una dichiarazione sui drammatici avvenimenti in atto in Iraq, invitando tutti i suoi concittadini a non cedere al panico e ad unirsi davanti alle convulsioni settarie che mettono a rischio la sopravvivenza stessa del Paese. “Noi – scrive il Patriarca Sako nel messaggio pervenuto all’Agenzia Fides – crediamo che la migliore soluzione a tutti questi problemi è la creazione di un governo di unità nazionale al fine di rafforzare il controllo dello Stato e lo Stato di diritto per proteggere il Paese, i cittadini e le loro proprietà e conservare l’unità nazionale”
Il Patriarca caldeo richiama l’importanza di Mosul anche dal punto di vista storico: la seconda città dell’Iraq sorge nell’area dell’antica Ninive, la capitale assira citata anche nella Bibbia. Nella parte finale del messaggio, S. B. Sako invoca l’aiuto di “Dio, fonte di ogni pace”, affinchè tutti gli iracheni possano affrontare le prove con coraggio e sperimentare il dono della pace nella propria vita.

* Karamles e Telkeif
** Patriarca di Babilonia dei Caldei
(note di Baghdadhope)

Iraq, Mosul in mano ai miliziani. L'appello del Patriarcato caldeo

By Radiovaticana
Appello del Patriarcato caldeo all’unità nazionale in Iraq, dopo i tragici eventi che hanno investito Mosul. La città, ormai nelle mani dei miliziani sunniti dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante, è completamente isolata, mentre continua l’esodo dei civili verso i villaggi limitrofi. Per una testimonianza dai luoghi del conflitto, Gianmichele Laino ha intervistato padre Albert Hisham, responsabile delle comunicazioni del Patriarcato caldeo a Baghdad:
"Nella dichiarazione di questa mattina, il patriarca Sako parla della preoccupazione circa la situazione attuale di Mosul, perché la situazione è molto grave. I cristiani sono fuggiti da Mosul per andare verso i villaggi vicini. Non sappiamo che cosa accadrà nei prossimo giorni. Anche l’esercito, la polizia, sono andati via da Mosul perché hanno perso la controllo della città. Il Patriarcato caldeo esprime la sua preoccupazione per questa situazione e vede la soluzione nel governo nazionale - non così unito - che si preoccupa della situazione di sicurezza delle città, non solo di Mosul, ma anche di tutto l’Iraq. C’è la necessità di formare il governo al più preso possibile per trovare, almeno in questo periodo, una soluzione al problema della sicurezza."
Qual è la situazione in questo momento a Mosul?
"La situazione è molto grave perché la città ha perso i controllo: tutti i terroristi sono entrati nella città, hanno preso il controllo, nessuno può entrare nella città per ora. Però, il governo tenta in qualche modo di entrare in città per liberarla. Ma finora non c’è stata una soluzione decisa."
Si parla di circa mezzo milione di civili in fuga da Mosul e di aiuti che i cattolici locali stanno offrendo agli sfollati. Come stanno organizzando i soccorsi i cristiani della Piana di Ninive?
"Anche il vescovo di Mosul sta aiutando i cristiani a uscire dalla città. Tutti i villaggi limitrofi stanno accogliendo i cristiani di Mosul. Nelle case dei cristiani nei villaggi vicini tutte le famiglie cristiane stanno accogliendo questi rifugiati."
Alla luce di questi ultimi dolorosi eventi, qual è il futuro dell’Iraq?
"C’è questa paura anche per tutti noi: quale sarà il futuro dell’Iraq e dei cristiani in Iraq? Perché, con questi eventi che si ripetono ogni tanto, i cristiani perdono la fiducia nel Paese, nel governo. Abbiamo paura dell’emigrazione. Tanti di loro vanno via."
Qual è l’appello che il Patriarcato caldeo vuole lanciare?
"L’appello è a tutti coloro che hanno volontà di fare qualcosa, di andare avanti con il progetto dell’unità nazionale del Paese, affinché tutti possano vivere in un clima di fratellanza.
"

Dominican Fr. Najeeb Asks for Your Prayers


A letter from Mosul
by Gregory Pine, O.P.

As you will have read by now, Sunni militants have driven the Iraqi government from the city of Mosul in a sudden and violent offensive. The non-combatant civilian population has been imperiled as a result, among whom are some Dominican friars. One friar living in Mosul, Fr. Najeeb Michaeel, O.P. composed the following request, which I pass along as relayed and translated for me by a confrere:
Bad news. I write you in a situation of violence in Mosul that is very critical and even apocalyptic. Most of the inhabitants of the city have already abandoned their houses and fled into the villages and are sleeping in the open without anything to eat or drink. Many thousands of armed men from the Islamic Groups of Da’ash have attacked the city of Mosul for the last two days. They have assassinated adults and children. The bodies have been left in the streets and in the houses by the hundreds, without pity. The regular forces and the army have also fled the city, along with the governor. In the mosques, they cry “Allah Akbar, long live the Islamic State.” Qaraqosh is overflowing with refugees of all kinds, without food or lodging. The check points and the Kurdish forces are blocking innumerable refugees from entering Kurdistan. What we are living and what we have seen over the last two days is horrible and catastrophic. The priory of Mar Behnam and other churches fell into the hands of the rebels this morning. . . . and now they have come here and entered Qaraqosh five minutes ago, and we are now surrounded and threatened with death. . . . pray for us. I’m sorry that I can’t continue . . . They are not far from our convent. . . . Don’t reply. . . .
Dominicans have been ministering in Iraq (sponsored by the French Provinces) since 1750. The Order’s presence includes both Dominican friars and sisters (Sisters of St. Catherine of Siena).
Fr. Najeeb (Nageeb Mekhail in some renderings) was born in 1955 in Mosul, known to us as the Biblical Nineveh. He was born to Chaldean Christian parents, and is proud of his family’s ancient Christian heritage.
In 1990, after his return to Iraq, he founded the Center for the Digitization of Oriental Manuscripts (Centre Numérique des Manuscrits Orientaux en Irak or CNMO). Over the years Fr. Najeeb has collected hundreds of priceless Christian manuscripts to preserve them, as well as to make digital copies that they may be made widely available. In both work and word, Fr. Najeeb expressed a strong desire to preserve the Christian heritage in Iraq and remained faithful in his service to the Christian population of his country:
I believe it is better for me to stay with my own population, in my own country. I want to be there to help people—especially the handicapped, the homeless, and families who are in trouble—not just with material things but also to help give them direction, power, and faith. We are there supporting each other, walking together, falling together. (From an interview with the Collegeville Institute for Ecumenical and Cultural Research)
Despite the tenuous political situation in Iraq, Fr. Najeeb and his confreres elected to remain in the country. They drew their strength from the Christians who had suffered before them:
We take the cross, we take the church, and we hold them. We suffer and die as martyrs. The situation is bad. But we have hope. It is not very easy for us to say that we will be saved, but our faith is here and it is strong. (Ibid.)
In an interview with Dominicana from last year, he asked explicitly for prayers for his community and those whom they serve: “We are not protected by anyone, just the prayers . . . we need your prayers . . . I believe in the power of prayers . . . they can change the mind of persons . . . I ask in the name of all Christians in Iraq . . . to pray for us.”
Now more than ever, please remember Fr. Najeeb and all those in danger in Iraq in your prayers.

Christians flee Mosul’s terrorist takeover

By World

“Ninety-nine percent of the Christians have left Mosul,” pastor Haitham Jazrawi said today following the takeover of Iraq’s second largest city—and its ancient Christian homeland—by al-Qaeda-linked jihadist militants.
A mass exodus of Christians and Muslims is underway from the city of 1.8 million after hundreds of gunmen with the Islamic State of Iraq and the Levant (ISIL) overran the city and forced out the Iraqi army and the police. Reports indicate Iraqi army units abandoned their posts, in the process giving up U.S.-provided weapons and vehicles, including Humvees, in what was a key base of operations for U.S. military forces throughout the Iraq war. Long a city of diverse religious and ethnic makeup—with Arabs and Kurds, and a large population of Assyrian Christians—Mosul was a flashpoint during the eight-year conflict.
More than 150,000 residents fled the city today, the BBC reports, and photos on Twitter and elsewhere showed massive traffic jams on roads leading into the desert. 
Iraq’s parliament declared a state of emergency, even asking Iraqi civilians to take up arms against the fighters, but the government of President Nouri al-Maliki seemed impotent to drive back the militants, who have already taken over areas near Baghdad and make up a potent force fighting the government in neighboring Syria.
Locals say ISIL gunmen began arriving in Mosul on Friday, killing 21 policemen along with others, and eventually capturing the airport, along with military helicopters and vehicles. At the University of Mosul, according to local media reports, the insurgents took 70 female students hostage. By Monday, thousands of Christians fled Mosul to nearby enclaves and to cities under the Kurdish Regional Government’s control.
A representative for U.S.-based watchdog Open Doors in Iraq reported that 200 families found shelter at Mar Matti, the fourth-century hillside monastery about 10 miles from Mosul, while about 50 families have taken refuge in a monastery in Alqosh, the ancient home of Nahum the prophet. Surrounding Mosul is Nineveh Plains, an area of scattered Christian villages, and several schools there became sanctuaries for the fleeing Christian families.
“If this continues, Mosul soon will be emptied of Christians,” said a spokesman for Open Doors, not named for security reasons.  “This could be the last migration of Christians from Mosul.”
Already Iraq’s Christian population, once one of the oldest in the world, has been decimated since the 2003 U.S. invasion—cut by most estimates to less than half its size a decade ago. But recent focus has been on the churches in Baghdad, where violence has skyrocketed this year, compared to northern areas like Mosul.
While the Maliki government has struggled to recompose itself following April elections that gave the Shiite president a third term, ISIL has been on the move—taking control of Fallujah in January and moving into Ramadi, only 80 miles from the capital, in March. The resurgent terrorists, once known as al-Qaeda in Iraq, want to overthrow the Iraqi and Syrian governments to establish a Sunni Muslim caliphate in the Middle East.
“Christian families are terrified”, one Iraqi told World Watch Monitor. A Christian man in Mosul reached by phone said, “I was able to make my wife and children leave Mosul, but now I am stuck in the house and can’t move.”
As Iraqi forces scramble to respond, reports are emerging of ISIL fighters moving south toward Kirkuk and the country’s strategic oilfields. That’s where Jazrawi pastors one of the country’s oldest evangelical churches. “No one knows what will happen to us in the next days,” he told me today by email. “Pray for us. We still believe that our Lord wants us to stay in Iraq.” 

Arcivescovo caldeo: cristiani e musulmani in fuga da Mosul, occupata dalle milizie islamiche


La situazione "è molto difficile", per prima cosa "è urgente aiutare questa gente che è fuggita" dalla città, perché "entro due o tre giorni" le scorte di cibo e acqua saranno finite e "generi alimentari e beni di prima necessità" risulteranno introvabili. È il drammatico appello, rilanciato attraverso AsiaNews, di mons. Emil Shimoun Nona, arcivescovo caldeo di Mosul, nel nord dell'Iraq. Nelle ultime ore la città di quasi tre milioni di abitanti è piombata nel caos, in seguito all'irruzione di centinaia di guerriglieri islamici che hanno assunto il controllo di ampie porzioni di territorio. I miliziani non hanno incontrato resistenze lungo il percorso, perché esercito e forze di polizia - seppur presenti in massa - hanno abbandonato armi e postazioni, gettando le divise e mescolandosi alla folla. "Drammatica" la situazione della minoranza cristiana, in una diocesi che già in passato ha pianto la morte violenta di fedeli e pastori, fra cui il precedente vescovo mons. Faraj Rahho (nel contesto di un sequestro) e di p. Ragheed Ganni.
Secondo le ultime testimonianze, sarebbero almeno 500mila le persone che hanno abbandonato la città, situata circa 360 km a nord-ovest di Baghdad e secondo centro per importanza di tutto l'Iraq, in un'area strategica per l'estrazione di petrolio e gas naturale. Mosul è una roccaforte del fondamentalismo sunnita wahabita, che ha intrecciato stretti legami con l'Arabia Saudita. Assalti contro oleodotti e altri obiettivi sensibili sono una prassi comune a opera di gruppi legati ad al Qaeda e al jihadismo.
Ieri il premier irakeno Nouri al-Maliki ha chiesto al Parlamento di dichiarare lo stato di emergenza, dopo che le milizie islamiche hanno assunto il controllo della città. Nella notte fra il 9 e il 10 giugno centinaia di uomini armati, appartenenti alla fazione qaedista dello Stato Islamico dell'Iraq e del Levante (Isil), hanno conquistato la sede del governo provinciale. Nel raid gli estremisti hanno anche devastato diverse stazioni di polizia, prima di occupare l'aeroporto e il quartier generale dell'esercito.
I miliziani controllano gran parte della piana di Ninive, imponendo dazi al passaggio delle merci e chiedendo il pizzo. Il governatore è fuggito e ha lanciato un appello televisivo agli abitanti, invitandoli a resistere all'assalto. Tuttavia, sono visibili su diversi edifici della pubblica amministrazione bandiere nere con l'effige jihadista, mentre alcuni membri hanno diffuso messaggi alla cittadina affermando di essere "venuti per liberare Mosul".
Raggiunto da AsiaNews, mons. Nona parla di una realtà "molto difficile",  acuita dal vero e proprio abbandono di massa "di esercito e polizia che hanno lasciato all'improvviso la città". Il prelato si trova in una cittadina distante tre chilometri da Mosul, "che è sempre parte della mia diocesi, che non intendo abbandonare" aggiunge. "La gente ha avuto molta paura - racconta - i cristiani sono quasi tutti scappati via, anche molti musulmani hanno lasciato le loro case. Una città di quasi tre milioni è ora quasi svuotata, tantissimi sono fuggiti". 
Il vescovo racconta che i miliziani "sono entrati in città senza nemmeno il bisogno di combattere", anche se esercito e polizia erano presenti in massa prima dell'invasione; egli descrive come "molto strano" l'atteggiamento dei militari, che "hanno lasciato tutto il campo libero senza nemmeno un timido tentativo di difesa". Per questo, aggiunge, "la gente ha avuto paura e ha iniziato a fuggire". 
La situazione è "particolarmente difficile" per i cristiani: le famiglie, i sacerdoti, le suore, sono andati via tutti e le chiese sono ormai chiuse. In molti hanno cercato rifugio nel Kurdistan, altri nella piana di Ninive e "questo è il risultato di una politica di progressivo abbandono". A differenza degli anni passati, del 2008, continua mons. Nona, oggi non ci sono ong ed enti umanitari pronti a soccorrere la popolazione, i profughi. Oggi "non c'è nessuno" e gli abitanti di questi paesi "sentono la fatica di dover accogliere altra gente, presto mancheranno cibo e acqua, non è possibile accogliere tutti...".
Il prelato caldeo auspica "una soluzione vera e duratura della crisi irakena", un progetto di lungo periodo "per una nazione divisa fra gruppi religiosi, politici, etnie"; serve uno "Stato forte", conclude, che "metta fine a uccisioni e violenze... Il popolo irakeno è buono, merita una visione comune e una soluzione che sia fonte di pace". 
L'assalto a Mosul giunge in un momento di grave crisi per tutto l'Iraq, nazione macchiata da una violenza confessionale che - secondo stime delle Nazioni Unite - ha fatto registrare almeno 800 morti, di cui 603 civili, nel solo mese di maggio. Lo scorso anno le vittime sono state più di 8.860, come nel biennio critico 2006/7 quando si è registrata la fase più acuta del conflitto in Iraq.

Situazione drammatica Oltre 500mila persone sono fuggite da Mosul

By Sir
Daniele Rocchi

Mosul, seconda città irachena, da ieri è sotto il controllo di jihadisti dello Stato islamico in Iraq e nel Levante (Isil) vicini ad Al Qaeda. Gli jihadisti hanno fatto sventolare la loro bandiera nera anche su gran parte della provincia di Ninive controllando diversi quartieri di Kirkuk, roccaforte curda e centro petrolifero. La notizia è confermata dal locale arcivescovo caldeo, monsignor Emil Shimoun Nona, che, trovato rifugio in una zona a nord di Mosul, parla “di decine di migliaia di persone in fuga”. Ma sarebbero molte di più, visto che, racconta, “la città si è quasi dimezzata”. Dei quasi tre milioni di abitanti si stima che ne siano rimasti “poco più della metà”. Le cifre dell’organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) sembrano confermarlo. Solo nel fine settimana scorso, con l’aumento delle violenze, si sarebbero spostate oltre 500.000 persone dentro e fuori Mosul. A nulla è servito l’invito del premier iracheno, Nouri al Maliki, ai civili a mobilitarsi contro gli jihadisti. Accuse al governo di Baghdad sono arrivate dal premier della regione autonoma del Kurdistan, Nechirvan Barzani. A suo dire il governo centrale “non ha protetto abbastanza Mosul ed ha impedito alle forze di sicurezza curde d’intervenire quando i miliziani qaedisti hanno assaltato la città”. È la prima volta che i fondamentalisti islamici assumono il controllo di un’intera provincia nel Paese, dove l’Isil già controlla Fallujah e zone della provincia occidentale di al Anbar, vicino Ninive.
Eccellenza, quali sono le ultime notizie che giungono da Mosul?

“La situazione è drammatica. Mosul è sotto il controllo degli insorti. Le nostre famiglie hanno abbandonato la città. Abbiamo chiuso tutte le chiese. Ieri sono andati via esercito regolare e polizia. La gente ha molta paura e a decine di migliaia, musulmani e cristiani, stanno ancora uscendo dalla città per trovare rifugio nei villaggi, molti dei quali cristiani, nella pianura di Ninive. In città ci sono persone armate, iracheni e stranieri, che girano ma non sappiamo chi siano”.
I civili rimasti hanno risposto all’appello di al Maliki a combattere?

“La paura è grande e nessuno, a quanto si sa, a Mosul ha raccolto l’invito del premier ad armarsi per fronteggiare i fondamentalisti. Chi può combattere contro questi uomini armati e addestrati? Sappiamo di cosa sono capaci, la loro fama di uccidere senza problemi è nota a tutti”.
Avete notizie di attacchi mirati alla minoranza cristiana?

“I nostri cristiani, circa 1.000 famiglie, sono andati tutti via. Sappiamo che è stata saccheggiata una nostra chiesa, quella del Santo Spirito. Circa 50 fondamentalisti hanno portato via tutto quello che c’era. Altri armati hanno occupato e preso diverse abitazioni”.
Perché l’esercito e la polizia hanno abbandonato la città senza combattere?

“È la domanda che ci poniamo anche noi senza darci, tuttavia, una risposta. L’esercito poteva fronteggiare l’avanzata fondamentalista con carri armati e armi che ha in dotazione. Invece ha abbandonato la città. Abbiamo poi sentito in tv che ci sono state polemiche a livello politico su chi dovesse difendere la città ora in mano ai combattenti”.
Cosa si sta facendo per venire incontro alla popolazione in fuga?

“Credo che la cosa più importante adesso sia ristabilire la sicurezza e fronteggiare i bisogni primari di questa gente. Gli sfollati nella Piana di Ninive sono fuggiti velocemente senza portare dietro molte cose e non possono resistere a lungo. Per ora hanno trovato rifugio nelle scuole e nelle aule di catechismo. Servono subito aiuti di ogni genere. Ieri è arrivata una famiglia con due bambini di 5 e 7 anni, avevano camminato da Mosul per oltre sei ore. Impauriti, assetati, affamati, avevano bisogno di tutto e abbiamo fatto quello che potevamo per assisterli. Ma serve tanto aiuto e soprattutto rientrare nelle proprie case”.

10 giugno 2014

Iraq in fiamme. l'ISIS avanza e gli iracheni fuggono.

By Baghdadhope*

Secondo quanto riferito dal Governatore della provincia di Dohuk, nel nord dell'Iraq, Tamar Fattah Ramadhan Kuchar, il governatorato, con l'aiuto di organizzazioni internazionali come l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR),  Fondo delle Nazioni Unite per l'Infanzia (UNICEF)  e Programma alimentare Mondiale (WFP) si sta organizzando per accogliere circa 200.000 profughi inyterni provenienti soprattutto da Mosul, la seconda città dell'Iraq caduta nelle mani dei combattenti dell'ISIS (Stato Islamico dell'Iraq e del Levante).
Dopo aver fatto appello perchè scuole e moschee venissero aperte per accogliere i profughi il Governatore ha anche annunciato l'intenzione di organizzare tre campi profughi dove poter fornir loro assistenza e che questa accoglienza, unita a quella già offerta ai profughi fuggiti dalla Siria, rappresenta un grosso sforzo per una provincia piccola come quella di Dohuk.      
Brutte notizie arrivano però non solo da Mosul ma anche da Kirkuk dove un giovane cristiano, Laith Hilal Abdul Hahad Krashun, è stato rapito mentre con un collega si recava al lavoro nel distretto industriale a sud della città. Il cadavere del collega del ragazzo rapito è stato ritrovato nella stessa area ma di Laith per ora non ci sono ulteriori notizie. 
Intanto a Kirkuk è stato imposto il coprifuoco dalle 23.00 alle 4.00 del mattino mentre secondo il portavoce del parlamento iracheno
Osama al-Nujaifi i combattenti dell'ISIS stanno avenzando verso la provincia di Salah Al Din che ha come capoluogo Tikrit, avanzata che, malgrado i proclami di vittoria del Tenente Generale al comando delle operazioni di sicurezza nella provincia,
Ali Furaiji, sembra inarrestabile se verrà confermata la notizia secondo la quale l'ISIS ha già preso il controllo della cittadina di Sharqat a nord di Tikrit.   

Iraqi city of Mosul falls to jihadists


Islamic militants overran parts of Iraq's second-largest city, Mosul, on Tuesday, driving security forces from their posts and seizing the provincial government headquarters, security bases and other key buildings. Prime Minister Nouri al-Maliki asked parliament to declare a state of emergency.
The battle for Mosul was a serious blow to Baghdad's attempts to tame a widening insurgency by a breakaway al-Qaida group, the Islamic State of Iraq and the Levant. Earlier this year, the group took over another Iraqi city, Fallujah, in the west of the country, and government forces have been unable to take it back after months of fighting.
In a nationally televised press conference, al-Maliki asked parliament to convene an urgent session to declare a state of emergency. "Iraqi is undergoing a difficult stage," he said, acknowledging that militants had taken control of "vital areas in Mosul," and saying the public and government must unite "to confront this vicious attack, which will spare no Iraqi."
Under the constitution, parliament can declare a 30-day state of emergency on a two-thirds vote by its members, granting the prime minister the necessary powers to run the country.
The insurgents took control of Mosul's government complex for northern Ninevah province - a key symbol of state authority - late Monday after days of fighting in the city, 225 miles northwest of Baghdad. On Tuesday, Mosul residents said the militants appeared to be in control of several parts of the city, raising the black banners that are the emblem of the Islamic State. The residents spoke to The Associated Press by telephone on condition of anonymity, fearing for their safety.
The gunmen overran police stations and several prisons, setting free detainees who were seen running in the streets in their yellow-jumpsuits, the residents said.
The fighters also seized helicopters at Mosul airport and seized heavy equipment and weapons depots, parliament speaker Osama al-Nujaifi - a Sunni from Mosul - said in a televised address. South of Mosul, several villages and a military air base around the town of Shurqat, in Salahuddin province, also fell to militants, al-Nujaifi said.
"What happened is a disaster by any standard," he said. "The presence of these terrorist groups in this vast province ... threatens not just the security and the unity of Iraq, but the whole Middle East."
Al-Nujaifi said the terrorists are now setting their sights on Salahuddin, a province just north of Baghdad.
Al-Nujaifi blamed the fall of Mosul on "negligence" on the part of army forces and their withdrawal from the city. He described the situation there as "a disaster that threatens, not just Iraq, but the whole Middle East region."
Nujaifi said he spoke to U.S. Ambassador Lukman Faily, requesting U.S. support to repel the terrorists' attack by virtue of the Joint Cooperation agreement between the two countries. Ambassador Faily promised to promptly convey our request to the U.S. administration, Nujaifi said.
He also said that President Barzani, the president of Iraqi Kurdistan, expressed willingness to send Peshmerga forces to support the Iraqi army in repelling the invading terrorists, and also promised to offer refuge to thousands of displaced Nineveh residents who fled the city because of the fighting. Mosul - with its surrounding Ninevah province - is a key strategic area, a gateway to neighboring Syria, where Islamic State has also grabbed swaths of territory. The Islamic State of Iraq and the Levant has been behind a wave of violence in Iraq, claiming to be the champion for Iraq's large and disaffected Sunni minority against the Shiite-led government, and it is also considered one of the most ruthless rebel forces fighting to topple President Bashar Assad in Syria.
Umm Karam, a government employee who lives about two kilometers (just over a mile) from the provincial headquarters, said her family decided to flee the city early on Tuesday after hearing about the government building's fall.
"The situation is chaotic inside the city and there is nobody to help us," the Christian mother of two said, using a nickname out of concern for her safety. "We are afraid ... There is no police or army in Mosul."
Another elderly resident, speaking by phone after she and her family fled the city on foot to a nearby village Tuesday, said the city was without electricity and water.

Iraq, Mosul nelle mani dei qaedisti.Il Premier chiede lo stato di emergenza

By Repubblica

Il primo ministro iracheno, Nuri al Maliki, ha chiesto al Parlamento di dichiarare lo stato d'emergenza per fronteggiare l'offensiva dei miliziani jihadisti nel nord del Paese. Lo riferisce la televisione panaraba Al Jazira.
A indurre il premier nella richiesta, la notizia che non solo il capoluogo Mosul, seconda città dell'Iraq, ma l'intera provincia irachena di Ninive, a nord di Baghdad, è caduta sotto il controllo delle milizie qaediste dello "Stato islamico dell'Iraq e del Levante" (Isis) dopo giorni e notti di scontri a fuoco e bombardamenti. Come ha dichiarato il presidente del parlamento iracheno Osama Nujayfi, fratello del governatore di Mosul, città a 400 chilometri a nord di Baghdad, con oltre un milione e mezzo di abitanti, in maggioranza arabi di confessione sunnita, ma in cui sono presenti numerose altre minoranze religiose ed etniche, tra cui turchi, turcommani e cristiani.
Da almeno quattro giorni Mosul era sotto attacco, teatro di quotidiani scontri a fuoco tra le forze di sicurezza e i guerriglieri dell'Isis impegnati in un'offensiva che coinvolge anche la capitale Baghdad e altre province irachene. Solo nel mese di maggio in Iraq sono state uccise in attacchi terroristici ottocento persone.
La spallata dei qaedisti a Mosul è arrivata nelle ultime 24 ore. Stando a quanto riferito da fonti della polizia citate dalla Cnn, gli uomini del gruppo estremista, attivo anche in Siria, si sono impadroniti della sede del consiglio provinciale e di vari quartieri dopo combattimenti che hanno provocato "decine di morti e feriti". I miliziani, hanno precisato le fonti, si sono impadroniti ieri sera dell'edificio governativo nel centro della città e successivamente "hanno preso posizione in aree a est e a ovest" ingaggiando scontri con le forze di sicurezza.
Molti residenti hanno lasciato le loro case per sfuggire alle violenze. Dopo essere stato costretto alla fuga, il governatore di Mosul, Athil al Nujaify, ha lanciato un appello ai cittadini per "formare comitati popolari" e combattere contro i jihadisti.
I miliziani dell'Isis hanno già nelle loro mani la città di Falluja e la settimana scorsa si sono impadroniti per diverse ore di alcuni quartieri di quella di Samarra, sacra agli sciiti. Uno degli obiettivi dell'Isis, infatti, è di assumere un ruolo di riferimento agli occhi dell'insoddisfatta minoranza sunnita.
Sia al-Arabiya che al-Jazeera riportano la notizia che i miliziani hanno assaltato la prigione di Badush, a ovest di Mosul, liberando almeno 2725 detenuti. In precedenza, un'altra fonte della sicurezza aveva confermato all'agenzia turca Anadolu che i miliziani hanno assunto il controllo dell'aeroporto di Mosul e della sede della direzione della polizia situata nel distretto di al-Dawasa.
Pesanti accuse al governo federale di Baghdad arrivano dal premier della regione autonoma del Kurdistan, Nechirvan Barzani, attraverso la tv panaraba al-Arabiya: il governo centrale "non ha protetto abbastanza Mosul" e addirittura ha "impedito alle forze di sicurezza curde di intervenire quando i miliziani qaedisti hanno assaltato" la città.
La Turchia sta verificando le notizie riguardanti il sequestro di 28 camionisti turchi ad opera dei jihadisti. I conducenti trasportavano diesel dal porto di Iskenderun, nel sud della Turchia, alla centrale elettrica di Mosul.
Hasip Kaplan, deputato del partito filo-curdo turco HDP, ha detto di essere stato chiamato al telefono da vari camionisti quando sono stati presi in ostaggio e che lui si è subito messo subito in contatto con il ministero degli Esteri. Secondo l'edizione online del quotidiano Hurriyet, i camion erano appena arrivati nella centrale elettrica, quando l'impianto è stato assalito ed è finito sotto il controllo degli islamisti.

I Quaedisti del'ISIL conquistano Mosul. I cristiani fuggono verso la Piana di Ninive


Gli insorti dello Stato Islamico dell'Iraq e del Levante (ISIL), fazione quaedista attiva anche nel conflitto siriano, hanno conquistato nella tarda serata di lunedì 9 giugno la sede del governo provinciale a Mosul, la seconda città dell'Iraq. Il governatore Athel Nujafi è riuscito a fuggire all'ultimo momento, prima che il palazzo cadesse nelle mani degli assalitori armati di lanciagranate e mitragliatrici montate su veicoli fuoristrada. Adesso la parte occidentale della città è in mano agli islamisti, che hanno già liberato migliaia di detenuti di una prigione e avanzano verso la base dell'esercito con l'intento di espugnarla e conquistare l'aeroporto militare. Nella giornata di lunedì 9, il governatore Nujiafi, con un appello televisivo, aveva esortato gli abitanti di Mosul e della provincia a organizzarsi in gruppi di autodifesa per resistere all'attacco dell'ISIL.
Secondo quanto appreso da Fides, l'assalto dei miliziani quaedisti ha accelerato la fuga di decine di famiglie di cristiani verso i villaggi della Piana di Ninive, a poche decine di chilometri da Mosul, dove negli ultimi giorni si è rafforzata la presenza dei miliziani “Peshmerga” curdi. Quelli che non sono riusciti a fuggire adesso sono intrappolati nelle proprie case, con il coprifuoco e con continue interruzioni dell'energia elettrica e dell'approvvigionamento idrico. Durante l'offensiva dei miliziani quaedisti – che sarebbero diverse migliaia – gli scontri si sono concentrati nei quartieri occidentali dove si trova anche la cattedrale caldea. Ieri il Vescovo caldeo Amel Shamon Nona e gli altri Vescovi di Mosul avevano lanciato un appello a tenere aperte chiese e moschee per pregare per la pace, invitando anche i negozianti a garantire alla popolazione l'accesso al pane e alle derrate alimentari di base.

9 giugno 2014

Preghiera ed agenda per il prossimo sinodo della chiesa caldea

By Baghdadhope*

Dal 24 al 28 giugno si terrà a Baghdad il Sinodo della Chiesa Caldea, il secondo dalla nomina a patriarca di S.B. Louis Raphael I Sako. Come già lo scorso anno il Patriarcato Caldeo ha pubblicato una preghiera da condividere tra i fedeli di tutte le chiese e conventi caldei nel mondo per tutta la durata del Sinodo.   

Signore Gesù, infondi nei nostri vescovi la Tua anima e la Tua vita in modo che essi possano fondersi in Te. Prendi completo possesso del loro cuore perchè esso rifletta il Tuo volto, l'amore e valori come l'entusiasmo, la gioia, la dedizione e l'imparzialità.
Oh! Signore, accompagnali ed illuminali nel corso delle riunioni, delle discussioni e delle decisioni per un servizio migliore e una testimonianza più credibile.
Oh! Signore, ti preghiamo perché l'esito del Sinodo siano i frutti sperati per l'unità della nostra Chiesa, il suo radicamento nella missione e l'autentico rinnovamento. Ogni onore e gloria è Tua per sempre.
(Tr. it. Baghdadhope)

Oltre alla preghiera sono stati pubblicati i punti dell'agenda del Sinodo: 

1.    La situazione delle diocesi caldee in Iraq e nei paesi della diaspora (Le sfide dell'emigrazione) e la riorganizzazione della curia.
2.     Scelta di nuovi vescovi per le sedi vacanti
3.     Beatificazione degli Arcivescovi martiri della prima parte del XX secolo.
4.     Il diritto canonico privato della chiesa caldea
5.    Studio delle bozze per i rituali del Battesimo e del Matrimonio che devono essere unificati e ed adottati in tutte le parrocchie secondo la nuova liturgia e di quelle che riguardano la preghiera mattutina.
6.     Vocazione sacerdotale e monastica: ragioni della sua mancanza e modi per incoraggiarla.
7.   Maggior risalto alle capacità dei laici alla luce delle sfide e delle aspirazioni correnti ed assegnazione ad essi di ruoli all'interno delle commissioni ed istituzioni ecclesiastiche.
8.     Studio per la creazione della Lega Caldea sulle orme delle già esistenti leghe Maronita, Siriaca e Greca.

Nell'ultimo anno molte sono state le nomine che hanno cambiato la composizione del Sinodo Caldeo che ora elenca:
Sako Louis Raphael I - Patriarca di Babilonia dei Caldei
Alqas Rabban - Vescovo di Zakho ed Amadhiya
Alnaufali Habib - Vescovo di Bassora
Audo Antoine -  Vescovo di Aleppo (Siria)

Garmou Ramzi - Vescovo di Tehran e Visitatore Apostolico in Europa
Isaac Jacques - Vicario Patriarcale
Jammo Sarhad Y. - Vescovo USA ovest
Kalabat Frank - Vescovo USA est
Kassab Jibrail - Vescovo di Australia e Nuova Zelanda
Kassarji Michael - Vescovo di Beirut
Maqdassi Mikha P. - Vescovo di Alqosh
Meram Thomas - Vescovo di Urmia - Salmas 
Nona Emile - Vescovo di Mosul
Sirop Saad - Vicario patriarcale 
Soro Bawai - Vescovo titolare di Foraziana
Toma Yousif - Vescovo di Kirkuk

Warda Bashar M. - Vescovo di Erbil
Warduni Shleimun - Vicario patriarcale
Tra questi vescovi 2 hanno già raggiunto nello scorso anno i 75 anni di età: Mons. Jacques Isaac e Mons. Jibrail Kassab.

Il punto 2 del programma tratta la scelta di nuovi vescovi per le sedi vacanti, in particolare, come dichiarato a Baghdadhope da fonti del Patriarcato, il Canada * dopo la rinuncia nello scorso maggio di Mons. Hanna Zora, diocesi per ora retta da Padre Daoud Bafro in qualità di amministratore patriarcale, ed Aqra che, vista la presenza di sole 300 famiglie caldee, potrebbe essere accorpata ad un'altra diocesi. **
Queste decisioni porterebbero a 2 le sedi diocesane vacanti:

-Cairo (Egitto) Dalla morte di Mons. Yousif Sarraf nel 2009. Attuale amministratore patriarcale in Egitto è dal 2010 il Corepiscopo Mons. Philip Najim.  -Diarbakir (Turchia) Dalla morte di Mons. Paul Karatas nel 2005. Attuale amministratore patriarcale in Turchia è Padre François Yakan 

Il
punto 3 del programma riguarda la beatificazione dei vescovi martiri della prima parte del XX secolo: Mons. Addai Sher, nato nel 1867 a Shaqlawa nell'odierno Iraq, ultimo vescovo della diocesi di Sirte (Turchia) ucciso nel giugno 1915;  Mons. Toma Audo, nato nel 1855 ad Alqosh nell'attuale Iraq ed ucciso nel 1918 ad Urmia, la città in Iran di cui era vescovo, e Mons. Yacub Abraham, nato a Telkeif, oggi in Iraq, nel 1848, ultimo vescovo della diocesi di Gazireh, attuale Cirze in Turchia, ucciso nel 1915 insieme al vescovo siro cattolico Flavianus Michael Malke per il quale la causa di beatificazione per martirio è già stata introdotta nel 2010. Tutti vescovi quindi che hanno trovato la morte durante la persecuzione dei cristiani per mano dell'Impero Ottomano.

Per quanto riguarda il punto 8, la creazione, cioè, della Lega Caldea il Patriarca Sako ha già in passato chiarito di cosa dovrebbe trattarsi: "un'associazione per coordinare e favorire il contributo dei caldei alla società civile e aiutare l'Iraq a vincere le derive del settarismo confessionale e etnico" formata da "un'élite di laici - professionisti, intellettuali, esperti, persone che hanno ruoli nella vita pubblica – che si coordini e renda più efficace e visibile il contributo civile e umanitario dei caldei a servizio di tutta la società, per costruire ponti tra i cristiani e con tutti gli iracheni non solo sul piano religioso e spirituale, ma anche su quello sociale e civile”.  

* Il 7 giugno il patriarca caldeo, Mar Louis Raphael I Sako, è arrivato in Canada in visita pastorale alla diocesi di Mar Addai Apostolo prima di recarsi negli Stati Uniti dove è atteso per l'ordinazione vescovile di Mons. Frank Kalabat a vescovo della diocesi di San Tommaso Apostolo che si terrà a Detroit il 14 giugno prossimo.

** Nel 1895 l'Eparchia caldea di Aqra fu unita a quella di Amadiya ma nel 1910 le due diocesi furono nuovamente separate. Da quell'anno la sede rimase vacante
e retta da un amministratore patriarcale fino al 1945 quando fu nominato vescovo il futuro Patriarca della chiesa caldea Paul Cheiko cui seguirono nella carica nel 1957 Mons. André Sana e nel 1980 Mons. Abdul Ahad Rabban che morì nel 1988. L'ultimo amministratore patriarcale della diocesi, Padre Yohanna Issa, è deceduto lo scorso febbraio. La diocesi di Amadhiya nel luglio 2013 è stata accorpata, sotto la guida di Mons. Rabban Alqas, a quella di Zakho. Le diocesi territorialmente vicine a quella di Aqra sono, oltre a quella di Amadhiya, quelle di Alqosh, Mosul ed Erbil. (Note di Baghdadhope)