di Giuseppe Dossetti
“È difficile vivere in un paese in guerra”, mi dice il patriarca caldeo
mons. Louis Sako all'indomani dell'ordinazione episcopale di don Saad
Sirop e di altri due vescovi, uno per Kirkuk nel nord e uno per Bassora
nel sud.
Il padre Aysar, della chiesa siro-cattolica, è più drastico. Alla mia
domanda, se vede qualche prospettiva per la Chiesa in Iraq, risponde:
“Nessuna”.
Baghdad è una grande città: qualcuno dice di cinque milioni, qualcun
altro di sette milioni di abitanti. Unisce antico e nuovo: palazzi
moderni e vecchie case, attorno a monumenti di straordinaria bellezza,
come l'antica università Al Mustansiriya, fondata nei primi decenni del
1200, dove vennero tradotti in arabo i classici della filosofia greca,
poi trasmessi all'occidente. Le grandi aule, magnificamente costruite a volta, ospitavano la più
rinomata scuola di medicina, una ricca biblioteca e facoltà di
letteratura e matematica. Ora sono vuote e polverose, abbandonate dopo
essere state depredate.
Baghdad era la seconda città dell'impero ottomano, centro culturale e
commerciale, porta dell'oriente. Lo stesso Saddam Hussein l'aveva
abbellita, con un piano regolatore moderno, lunghi viali e magnifici
lungofiume: infatti il Tigri attraversa la città, largo più di cento
metri.
Ora, però, in gran parte è una città in abbandono, perché la guerra del
2003 e le contese tra i vari partiti hanno distrutto la struttura dello
stato. Molte persone del ceto medio e i rappresentanti della cultura
sono emigrati: non si vede una fine dello scontro tra sunniti (in
minoranza) e sciiti (maggioritari). Ci si prepara alle elezioni di
aprile e gli attentati, quotidiani, fanno parte di una macabra e per noi
incomprensibile campagna elettorale.
La situazione è aggravata dalla permeabilità della frontiera con l'Iran:
mi dicevano, i miei ospiti, che il fanatismo non è caratteristico dei
cittadini di Baghdad, abituati da sempre a una cultura cosmopolita. Ma
ormai centinaia di migliaia di persone sono affluite dall'Iran, in buona
parte iracheni che, in occasione della guerra Iran-Iraq, erano fuggiti
in Iran, perchè sciiti, e ora ritornano indottrinati e faziosi.
Ma anche i sunniti, che sotto Saddam - pur essendo in minoranza -
avevano occupato i posti di governo, non sopportano di essere messi da
parte dal governo centrale e odiano gli sciiti. Sembra di essere
nell'Europa della fine del Cinquecento e del Seicento, all'epoca delle
guerre di religione tra cattolici e protestanti, dove fanatismo
religioso e interessi politici si mescolavano, con gli effetti che
conosciamo.
In questo momento, però, non ci sono attentati contro le minoranze
religiose, in particolare i cristiani. Mi dicono, i miei ospiti, che i
fanatici della guerra santa si sono trasferiti in Siria. La Siria, che
ospitava una volta i profughi dall'Iraq (più di un milione), è percorsa
ora da questa internazionale del terrore e molti siriani sono emigrati
in Iraq: abbiamo visto le loro donne vendere fazzoletti di carta ai
semafori.
Tuttavia le ferite del fanatismo omicida si vedono ancora. Ho visitato
la chiesa siro-cattolica di Sayadet al-Najat (Nostra Signora del
Soccorso, vedi su Google): il 31 ottobre del 2010 quattro terroristi,
giovanissimi, dopo aver eliminato le guardie all'esterno entrarono e
uccisero 47 persone che partecipavano alla liturgia serale, e prima di
tutto i due preti, p. Wasim e p. Thaer.
L'orrore durò dalle 18.30 alle 22.30, quando le forze speciali
finalmente intervennero e i terroristi si fecero saltare in aria.
Settanta persone si erano rifugiate nella sacrestia, un locale di
quattro metri per cinque, sbarrando la porta con i mobili: ciononostante
alcuni morirono, perché i terroristi lanciarono bombe e spararono
attraverso le fessure.
Eppure la Chiesa vive, pur segnata dalla morte. Ho fatto il giro
dell'antico centro della città e ho visitato la vecchia cattedrale,
inaugurata nell'anno 1900 e dedicata a Maria Addolorata. Lì è sepolto
anche mons. Paul Cheiko, patriarca dei caldei, che ricordo protagonista
al Concilio Vaticano II.
Con me c'era il p. Yoshia (Osea), che per trent'anni è stato parroco per
gli emigrati negli Usa: ora, dice con semplicità, è tempo di ritornare
in Iraq. La vecchia cattedrale era la sua parrocchia, circondata da un
quartiere abitato da cristiani e non solo: i suoi amici erano musulmani,
sunniti o sciiti, ma nessuno ci faceva caso.
A Baghdad abitavano 500mila cristiani, ora sono forse 100mila. La sua
chiesa è vuota, lì non abita più nessuno. Alcuni soldati la presidiano
e, mentre la visitiamo, entra un uomo a pregare davanti all'immagine
della madre del profeta Gesù: ma è un musulmano. Segno di povertà o di
grazia, o di tutte e due?
L'emigrazione dei cristiani continua, anzitutto verso l'estero. La
diocesi caldea più numerosa dopo Baghdad è quella di Minneapolis, negli
Usa. Lo stesso mons. Saad ha una sorella in Gran Bretagna, una in Svezia
e un fratello in Germania. Il richiamo a unire le famiglie è forte e
ancora di più lo è la prospettiva di dare ai figli occasioni di studio,
lavoro e sicurezza.
Ma poi c'è la migrazione interna. Molti vanno nelle province del nord,
abitate dai curdi, che sono una popolazione musulmana ma non araba. Essi
accolgono volentieri i cristiani e ormai sono una realtà statuale
indipendente, se non ufficialmente, almeno di fatto. Col mio visto
iracheno non sarei potuto andarvi, avrei avuto bisogno di un altro
permesso.
Anche il seminario e la facoltà teologica si sono trasferiti al nord. Lì
risiede anche il p. Samir, che venne ad aiutarci per qualche anno a San
Pellegrino e che ricordiamo quando commemorò, durante la marcia della
pace del 2008, il vescovo di Mosul, mons. Raho, rapito e ucciso.
Tuttavia la Chiesa vive, anche in queste condizioni drammatiche.
L'ordinazione dei tre vescovi ne è stata una prova: una grande gioia,
una straordinaria comunione tra il popolo e i suoi pastori. Il rito si è
svolto nella chiesa di San Giuseppe: dopo aver superato l'autoblindo e i
soldati di guardia ero come a casa, in un'atmosfera di gioia
coinvolgente.
Alcuni particolari mi hanno colpito: il libro dei Vangeli non è stato
posto sulla testa, ma sulla schiena dei candidati, prostrati a terra:
quasi ad indicare il compito e il peso di portare la Parola di Dio; nel
momento centrale dell'ordinazione i vescovi presenti non si sono
succeduti l'un l'altro a imporre le mani, ma hanno circondato i tre, li
hanno nascosti, come se fossero fusi assieme a loro, assorbiti nel
collegio episcopale.
Il giorno successivo mons. Saad ha presieduto la liturgia di
insediamento, presente il patriarca; il clima era meno ufficiale, il
patriarca ha scherzato ripetutamente con la gente, presentando la storia
di mons. Saad. Poi, dopo la Messa, ci siamo trasferiti in un grande
locale, dov'era apparecchiata la cena.
Lì i giovani della parrocchia si sono lasciati andare: hanno circondato
il loro vescovo, fino a pochi giorni prima loro parroco, poco più
vecchio di loro (mons. Saad ha 41 anni), lo hanno abbracciato, poi lo
hanno lanciato in alto, poi hanno cominciato una danza, quella del
serpentone, che ad ogni giro imbarca qualcuno degli astanti: Saad la
guidava, e a un certo punto anche il patriarca è stato preso dentro, poi
altri vescovi, poi anche me; tutto con una naturalezza e una
familiarità commoventi.
Fuori ci aspettava il nostro autista, per riportarci all'albergo. Ci ha
raccomandato di non allacciare le cinture di sicurezza, altrimenti
eventuali malintenzionati avrebbero capito che eravamo stranieri. In
effetti fermarsi al rosso è una scelta compiuta solo da qualche
originale e il traffico, intensissimo nei grandi viali, richiede
un'abilità che non mi riconosco.
Tuttavia non si può non lasciarsi coinvolgere dalla folla: siamo andati a
un mercato ed eravamo dentro a un popolo, moderno e insieme
antichissimo. Nei negozi c'era di tutto, ma le bancarelle mescolavano
gioielli di poco prezzo a banchetti di venditori di panini e polpette;
in un negozietto potevi trovare autentici pezzi di antiquariato ottomano
assieme a un busto di Papa Wojtyla.
Accanto ai Suv, che neanche qui vediamo, c'era il carretto col cavallino
e il ragazzo che trascinava un bilico, inverosimilmente carico. Girato
l'angolo, siamo entrati nella “via dei librai”: libri nei negozi, libri
sulle bancarelle, libri per terra. Mi dicevano i miei accompagnatori: il
popolo iracheno è un popolo di lettori. Si diceva: “I libri si
compongono in Egitto, si stampano a Istanbul e si leggono a Baghdad”.
Da questi libri si ricava il livello culturale di questo popolo: ho
trovato un catalogo del Museo Nazionale, che non abbiamo potuto visitare
perché in restauro. Il libro è assolutamente di buon livello, scritto
da un autore locale con criteri moderni.
Lì vicino c'è un caffè, un posto affascinante: pieno di uomini (i sessi
sono rigorosamente separati) che educatamente sorbivano il thè,
conversando o leggendo, seduti su panche e davanti a tavolini che
ricordavano i tempi dell'impero ottomano e di Lawrence d'Arabia. Infatti
alle pareti c'erano fotografie di personaggi che certamente erano suoi
contemporanei. Il tutto dava un'impressione di signorilità un po'
severa. Peccato che, vicino alla porta, ci fossero le foto di cinque
fratelli, morti quando un kamikaze si è fatto esplodere all'entrata.
Ora, però, questo paese è sfiancato dall'emigrazione del ceto medio e
intellettuale e dai conflitti etnico-religiosi. Lo Stato non c'è,
restano invece le tribù, l'antichissima forma di mutualità, che anzi ora
è divenuta anche più importante. Poi c'è il popolo, con la sua
vitalità, come quella di una pianta che può essere tagliata, ma che
continuamente ricresce. Poi c'è lo Spirito Santo, c'è il sangue dei
martiri.
§Se, umanamente parlando, la prospettiva è solo quella di resistere,
tutto è possibile a Dio. Certo, è una Chiesa piena di coraggio, come
testimonia il nunzio, mons. Giorgio Lingua, anche lui presente alla
consacrazione e alle feste. Mi ha raccontato dell'affetto che gli
mostrano le comunità, quando le va a visitare, poiché è il
rappresentante del Papa.
Quello che commuove, e forse è anche motivo di vergogna, è che loro si
sentono così profondamente legati alla Chiesa universale e non finiscono
di ringraziare perché un prete italiano è andato a trovarli; da parte
nostra forse non sappiamo neanche che esistono, che hanno una storia
millenaria di fedeltà al vangelo.
Certo, noi occidentali non abbiamo ancora imparato che non tutti gli
arabi sono musulmani e che, quando c'è una guerra in Medio Oriente, chi
ci va di mezzo sono i cristiani. Lo è stato in Israele-Palestina e in
Iraq, e ora accade in Siria. Purtroppo noi dipendiamo da una
disinformazione che si può correggere solo andando e visitando i luoghi,
ma soprattutto le comunità locali. Basta andare in Terrasanta, a patto
che almeno una Messa la si celebri con chi ci ospita.