"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

16 dicembre 2016

Per Natale un ringraziamento pieno di speranza dai cristiani d'Iraq



Libertà religiosa: mons. Camilleri, in Siria e Iraq “atrocità raccapriccianti” contro i cristiani, ma anche “nuove forme di intolleranza”

By SIR

“Le atrocità perpetrate nei confronti dei cristiani in Siria e in Iraq sono talmente raccapriccianti, da non riuscire a trovare le parole adeguate, e la loro sofferenza non deve essere dimenticata”.
È il monito di monsignor Antoine Camilleri, sotto-segretario vaticano per  i rapporti con gli Stati, che intervenendo ieri a Vienna alla riunione dell’Osce ha puntato il dito contro la “barbara persecuzione dei cristiani” che si verifica in molte parti del mondo.
“Negli ultimi giorni, l’ombra mortale dell’estremismo violento e del terrorismo è scesa ancora una volta sulla comunità copta in Egitto”, ha fatto notare l’esponente della Santa Sede, secondo il quale “la discriminazione e l’intolleranza, compresi i crimini d’odio, colpiscono molti cristiani”.
“I continui e ripetuti attacchi a chiese cristiane e a edifici religiosi, confermati dai dati dell’Odihr, smentiscono facilmente l’idea che i cristiani non subiscono intolleranze”, la tesi di Camilleri. Senza contare le “nuove forme di intolleranza e discriminazione”, come la “crescente marginalizzazione della religione, in particolare del cristianesimo”.  “Vi sono alcuni che sostengono che la voce della religione andrebbe messa a tacere, o tutt’al più relegata alla sfera puramente privata”, la denuncia di Camilleri: “Vi sono alcuni che sostengono che la celebrazione pubblica di festività come il Natale andrebbe scoraggiata, secondo la discutibile convinzione che essa potrebbe in qualche modo offendere coloro che appartengono ad altre religioni o a nessuna. E vi sono altri ancora che – paradossalmente con lo scopo di eliminare le discriminazioni – ritengono che i cristiani che rivestono cariche pubbliche dovrebbero, in determinati casi, agire contro la propria coscienza”.  Si tratta, per Camilleri, di un “sentimento anticristiano” che “si basa sul contrapporre la libertà di religione o di credo a qualche nozione generale di tolleranza e di non-discriminazione”.

15 dicembre 2016

Le armi dei cristiani contro l’Isis

Daniela Lombardi

Per difendere la propria famiglia, la propria casa, la propria terra, hanno deciso che non è più tempo di “porgere l’altra guancia”. Ci sono cristiani, in Iraq, che per riappropriarsi delle loro città o semplicemente sorvegliarle, tutelare i propri cari e i propri beni, conservare la fede senza doversi convertire all’Islam estremista imposto dal Daesh, imbracciano il fucile e combattono.
A Manila, come ad Erbil, si presentano a chiedere un addestramento qualificato, come quello fornito dai nostri militari italiani che insegnano le nozioni teoriche e pratiche più importanti ai Peshmerga curdi e alla branca della polizia militarizzata della quale molti cristiani fanno parte, gli Zeravani.
Accanto ai “colleghi” curdi, che combattono l’Isis per inseguire un sogno di futura indipendenza e di riconoscimento delle loro terre, si gettano nel fango durante la simulazione di un’esplosione, imparano a riconoscere gli ordigni improvvisati, ad usare al meglio le armi.
“Qui ad Erbil abbiamo tanti cristiani che entrano tra gli Zeravani e, occasionalmente, li addestriamo anche a Manila. Sono molto motivati, hanno troppo da perdere e non intendono arrendersi”, spiega uno dei militari italiani impegnati nella missione “Inherent resolve”, che in Iraq fornisce il training ai Peshmerga per rendere la loro battaglia contro l’esercito delle “bandiere nere” sempre più efficace.
Molti cristiani hanno già pagato il loro tributo di sangue come combattenti, lasciando dietro di sé vedove e orfani, ma nella convinzione di dar loro un futuro migliore. E, comunque, preferendo morire in battaglia piuttosto che lasciandosi martirizzare senza battere ciglio o sentirsi costretti a pronunciare la formula di adesione all’Islam per non essere uccisi. Si dichiarano sicuri che se a difendere la cristianità non pensano i cristiani stessi, non ci penserà nessuno.
“Non ci fidiamo più di nessuna delle parti in campo. Nella guerra contro il Daesh tutti tutelano i propri interessi. Il governo i suoi. Sciiti e sunniti sono in contrapposizione anche quando fingono di abbracciare la stessa causa contro l’Isis, i curdi sperano che, una volta cacciate le bandiere nere, potranno richiedere terre e indipendenza in cambio del lavoro fatto. Noi cristiani, che siamo una netta minoranza e che vogliamo vivere solo in pace la nostra fede, non interessiamo. La Chiesa ci aiuta come può, ma certo non ha lo strumento della lotta armata da offrirci”, dice senza mezzi termini un ragazzo la cui croce, tenuta al collo con orgoglio, brilla nel sole del primo pomeriggio. Con la forza e la tenacia dei combattenti hanno deciso di opporsi allo scoraggiamento che ha colto molti dei loro amici e parenti, rassegnati a vivere nei campi profughi, nella consapevolezza che tornare alla vita pre-Isis sarà estremamente complicato e, in alcuni casi, impossibile. 
“L’ideologia dei terroristi resisterà a lungo, anche quando li cacceranno dalle nostre città. Ma noi non ci arrendiamo, non ci faremo togliere tutto senza muovere un dito. Può sembrare una contraddizione rispetto a quanto insegna il Vangelo, ma con le armi proteggiamo anche la nostra fede, la libertà di professarla senza che nessuno possa impedircelo. Contro l’odio cieco del Daesh per tutto ciò che siamo e per i nostri simboli, del resto, non sappiamo più cosa fare. La preghiera non basta. Continuiamo ad usare anche quella, ma vogliamo impegnarci in prima persona, portando sempre con  noi la croce che ci rappresenta e morendo indossandola”, dice uno dei ragazzi pronti all’addestramento. Una linea di pensiero diversa da quella “tradizionale” , ma che rivela tutta la sua importanza nel contesto iracheno, nel quale i cristiani si sentono sempre più isolati. 
 Un ambiente descritto alla perfezione dal parroco di Ankawa, fra Ammanoel Hloo
“La situazione dei cristiani in Iraq è disastrosa su tutti i piani. Politico, economico,sociale. L’isis nei prossimi mesi probabilmente verrà sconfitto dal punto di vista militare, o almeno lo speriamo. Ma l’ideologia che lo alimenta non morirà facilmente. La società resterà in pericolo e i cristiani più di tutti. La maggior parte dei cristiani rifiuta l’idea di rimanere qui e tenta di fuggire all’estero. C’è troppa paura di tornare a vivere ciò che si sta già vivendo. Le forze politiche attuali non sanno più guidare questo paese, i servizi sono inefficienti per la corruzione dilagante, i tre quarti della popolazione vivono in povertà. L’Iraq è un campo di contraddizioni e di battaglie tra tanti paesi. Turchia, Iran, Paesi del Golfo. In tutto ciò è logico che ognuno cerchi di pensare a se stesso e i cristiani sono una delle parti più deboli”.  
E’ per questo, dunque, che non può sorprendere se qualcuno tra loro decide di prepararsi nel migliore dei modi a difendersi anche con le armi.

14 dicembre 2016

For a third year: 'No Christmas bells in Mosul,' says Assyrian priest

Peter Kenny

For a third Christmas in a row, the church bells will not ring in Mosul, Father Emanuel Youkhana laments.
He recounts that around June 2014 the numerical religious minorities such as Yazidis and Christian around Iraq's second biggest city began to face a horrific onslaught by the group calling itself IS (Islamic State), or Daesh in Arabic.
Mosul was once one of the major centers of Christianity in Iraq and it had once again become a place of genocide against them, he said.
"Since October this is now the second month of liberation," said Emanuel, but he said much apprehension still remains for what will happen after IS is defeated militarily.
"As pleased as we are that our homelands from which thousands of Christians were forced to flee from the extremists, are being retaken, we are very concerned about what lies ahead," Father Emanuel said at the United Nations in Geneva on 12 December.
Archimandrite Emanuel Youkhana, leader of the Assyrian Christians and head of CAPNI (Christian Aid Programme Northern Iraq), spoke at a 12 December press conference and later at a seminar about a report of the World Council of Churches (WCC) and Norwegian Church Aid (NCA), a member of the ACT Alliance.

'PROTECTION OF MINORITIES' REPORT
The report, which was first released in Oslo on 28 November, is titled, "The Protection Needs of Minorities from Syria and Iraq". It was funded by the Norwegian Ministry of Foreign Affairs.
"We were quite sure that we would one day be enabled to go home to our towns and villages. We live in this hope," Emanuel said.
Many of Iraq's religious minorities live in the north, including Christians and Yezidis.
The Assyrian Christians who constitute the most populous Christian group in Iraq speak their own languages and do not necessarily identify as Arab, the report explains.
Consequently, they regard themselves, and are regarded by others, as a distinct ethnic group.
The Yezidis are predominantly Kurdish speaking, with homelands in Iraq and the Kurdistan region of Iraq. Since 2003, much of the Yezidi homeland of Sinjar has been under the control of the Kurdish Regional Government (KRG), although it officially remains under the jurisdiction of the central government of Iraq.
While many Yezidis are willing to identify as Kurds, they see themselves as a distinct ethnic group but they have faced turmoil under IS and even before that as they have been "totally unjustifiably accused of being devil worshippers".
Emanuel reiterated that Christian leaders in Iraq estimate that, as of November 2016, there are fewer than 250,000 Christians remaining in the country.
According to estimates in the WCC-NCA report around 70 percent of the Christians in Iraq have left the country since 2003 and most of those who remain are internally displaced.
Emanuel showed photos he had taken of damage in Christian areas and he said that regretfully sectarian messages had been painted on some of the walls by members or the Iraqi national arm fighting Iraq.
He even noted there were German messages sprayed on the walls, "put there by German Jihadis".
"As much as we are pleased that the military operation have started we hope there will not be attempts by the victors to change the demographics of the area," said Father Emanuel.
"We may not be able to restore the Christian demography [as it was before] but we can restore the Christian values and add value to this place," said the Assyrian church leader.
He noted that there were a number of main religious and ethnic minorities around Mosul – the Iraqi indigenous community; the Jewish community; the Mandians or followers of John the Baptist, the Yazidis and the Christians.

'IN IRAQ BEFORE ARABISATIZATION'
"They all lived in Iraq before Arabization."
None of these peoples had been introduced in the Iraqi school curriculum.
"We were even neglected before Daesh came to uproot us physically. I don't want this to be repeated."
He said that over 100 years, three generations of his family had faced genocide attempts – first under the Ottomans, then after the formation of the Iraqi State in 1933 and now the latest attempt by IS.
Peter Prove, the director of the WCC's Commission of the Churches on International Affairs said that Iraq faces a "litmus test" after the fighting for Mosul ends. "Society diversity is the best bulwark against sectarianism."

«Serve la presenza di forze di sicurezza internazionale»

Michele Zanzucchi

Abuna Yohanna Petros Mouche, noto a tutti come mons. Boutros, è l’arcivescovo siro-cattolico di Mosul, Kirkuk e Kurdistan. Intervista ad Erbil, capitale della regione dei curdi iracheni.
Mi incontra nell’arcivescovado, alle porte di Ankawa, in un quartiere dove cresce una scuola, quella di Sant’Ireneo costruita col contributo del card. Barbarin e della diocesi di Lione in Francia, e un nuovo centro universitario. Entrambe le istituzioni sono pubbliche, per cui gli studenti sono in maggioranza musulmani. La stessa cattedrale deve essere completata, cosicché pilastri di cemento coronati da un ciuffo di tondini di ferro svettano dinanzi all’ingresso.
 
Quand’è che si libererà anche la sua città di Mosul?
La liberazione è cominciata con Qaraqosh ma manca ancora Mosul all’appello. Il pericolo del Daesh è ancora vicino. Nei cristiani della diocesi della Piana di Ninive c’è però ancora molta esitazione a ritornare alle proprie case. Le loro case sono state non solo distrutte ma anche bruciate: e incendiare una casa per la nostra cultura è un messaggio chiaro, non tornate più qui. Le case sono state bruciate dai vicini: come coabitare ancora con loro?
Allora restate a Erbil o vi rassegnate all’emigrazione all’estero?
No, Cerchiamo delle soluzioni politiche, è necessario avere la piena fiducia del governo iracheno. Per arrivare a una progressiva riconciliazione chiediamo che una forza internazionale, se possibile sotto l’egida dell’Onu, si installi da queste parti per incoraggiare a riprendere la vita di una volta. Con la loro presenza si potrebbe cominciare a sminare, sgomberare le macerie, ricostruire le case, riaprire gli uffici pubblici e gli ospedali, rimettere in sesto le chiese… Certo, non ci sono soldi, bisogna che vengano pattuiti indennizzi e risarcimenti nazionali e internazionali. Altrimenti a Qaraqosh e Mosul non torneremo più.
I giovani sembrano i primi a volersene andare…
Quelli che volevano espatriare lo hanno fatto. Coloro che sono rimasti sembrano invece voler rimanere, sono attaccati alla loro terra, alle loro famiglie. Ma servono progetti concreti per dar loro studio e lavoro. Le case possono essere anche restaurate, ma bisogna dare motivi per rimanere alla nostra gente.
Mantenete i rapporti con chi espatria?
Più che altro sono rapporti familiari. Come Chiesa non li manteniamo più di tanto. Certo, cerchiamo di nominare qualche prete nella diaspora, pur nelle grandi difficoltà logistiche. E i siro-cattolici che vanno all’estero molto spesso si inseriscono nelle Chiese che trovano sul posto.
Dialogo coi musulmani ancora possibile, oltre che necessario?
Se abbiamo un governo che governa, subito possiamo ricominciare a vivere assieme. Certamente non tutti i musulmani lo vogliono, ma se c’è una garanzia governativa il dialogo riprenderà. Daesh non è solo un gruppo di miliziani, è anche una mentalità strisciante che ha preso possesso di larghi strati della popolazione…
Ecumenismo possibile qui in Kurdistan?
Non ci sono problemi con le altre Chiese cattoliche e ortodosse. Le vecchie dispute stanno scemando di fronte ai gravissimi problemi che ci accomunano.
Cosa possono fare gli europei per sostenervi?
Fanno già molto, ne sono certo, con la preghiera e con gli aiuti che arrivano abbastanza regolari. Ci vengono anche a trovare, dal Vaticano e dall’Europa. In Francia ho recentemente incontrato il presidente Hollande, che mi ha assicurato tutto il suo interessamento. Anche papa Francesco ci è vicino, anche se è difficile fare miracoli. Tutti vogliono aiutarci a restare qui, e questo ci conforta. A chi parte non diamo aiuti, mentre li abbiamo per chi vuole restare.
Può immaginare la sua Chiesa tra dieci anni?
Bisogna riuscire a portare anche qui delle forze di interposizione. Prego Maria, mia madre, a cui non chiedo nulla di specifico, ma che prego. Eravamo 53 mila cristiani nella mia diocesi, nel 2003, oggi siamo rimasti in 26 mila. 1300 famiglie siro-cattoliche della mia diocesi sono in Libano, 1500 in Giordania. Capite quanto difficile sia la situazione. La speranza nasce solo da Dio, perché se si guarda alla situazione attuale ogni speranza scompare.
Il Kurdistan vi protegge?
Abbiamo buoni rapporti con le autorità locali. Ci rispettano, ci accolgono in questi anni. Quando ci sono problemi di sicurezza intervengono, ma economicamente fanno poco per la nostra comunità. Vediamo cosa succederà col prossimo governo. Da parte nostra c’è la disponibilità più totale a una forte collaborazione.

12 dicembre 2016

ISIS may be on the run, but Iraqi Christians 'are still afraid'


The Syrian Catholic prelate of Mosul is relieved ISIS is being driven out of the city and from the Nineveh Plain, but he said that enormous challenges continue to confront Iraqi Christians.
Archbishop Yohanna Petros Mouche told international Catholic charity Aid to the Church in Need that Christians are still afraid of returning to their villages. He said that it was “unclear” who would ensure their safety in the liberated villages and that he felt “betrayed” by the Iraqi government.
Despite the fact that ISIS is “finished” militarily and has been driven out of the region, the ideology of extremist Islam is keeping a grip on the country, the archbishop charged. He cited the example of the murder of a Christian seller of alcohol, last October, two days after Baghdad declared ban on alcohol for the entire country.
The archbishop also reported that Christians were “shocked” to discover that about 75 percent of the homes in the liberated Christian villages on the Nineveh Plain had apparently been burned down by local Muslims who had remained there following the ISIS takeover of the territory in summer 2014.
“Why did these people, with whom we were associated, do this? We ask ourselves whether this was their way of telling us that they will burn us to death if we return,” the archbishop said, adding: “We are afraid that we will have to continue to live with these people. We impatiently awaited liberation, and many wanted to return immediately, but there first need to be guarantees for our safety.”
Nonetheless, the prelate expressed his “great joy” that, now after liberation, there is at least the possibility that Christians can return to the Nineveh plains one day and “continue to bear witness for Christ in our own country.”

Iraqi Christians confront painful memories in town's clean-up

Patrick Markey

For decades, the Immaculate Conception Church in Qaraqosh was the heart of Iraq's largest Christian town. After two years under Islamic State rule, it lies scarred and desecrated.
In the church's inner courtyard, Islamic State fighters set up a shooting range for target practice, leaving behind bullet-riddled female mannequins and hardboard figures when they were driven out.
The yard's arches and walls are cratered. At one end, empty shell casings carpet its flagstones near piles of trash and sheets of hymn music; a wooden pulpit for sermons sits pockmarked and cracked by bullets at the other, now with a small pink "Hallelujah" flag posted on top.

More than a month after Iraqi forces regained Qaraqosh, the church's spire cross still hangs at an angle, its inside is blackened by fire and its walls are daubed with Islamic State slogans and militant names scrawled on its pillars.
Mass has been held in the Immaculate Conception for the first time in two years and Christians are visiting to see what remains. But few think of returning for good to Qaraqosh, which once had 50,000 residents but is now all but a ghost town.
"Perhaps they should leave it like this and people visit and see what Islamic State did," said Aram Alqastoma, a student who came from a nearby Christian enclave in Iraq's autonomous Kurdish region with friends to help clean up the church. "They destroyed everything. And it destroyed my heart to see this."
The army retook Qaraqosh in late October as part of the campaign to recapture nearby Mosul, Islamic State's largest Iraqi stronghold, two years after the group swept across the north of the country to form its self-declared "Caliphate" there and over the border in Syria.
Families come briefly to Qaraqosh to check on burned out homes and collect belongings from a town that was one of the earliest sites of Christianity.
Mechanical diggers sit ready in the town centre to help rebuild, and main streets have been cleared of rubble. But many of its shops are burned out and ransacked. Water or electricity have yet to return.
Walls in the town centre are sprayed with "NPU" - the 500-strong Christian paramilitary brigade Nineveh Plains Protection Units that protects Qaraqosh under the auspices of the Iraqi army.
Christianity in northern Iraq dates back to the first century AD. The minority gradually fled the violence after the 2003 overthrow of Saddam Hussein. When Islamic State arrived, many abandoned their homes and fled to Kurdistan.

NEW DEFENCES
General Behnam Aboush, who helped form the NPU to fight for Qaraqosh, said his units were protecting the Christian town to free up the Iraqi forces trying to take back Mosul, 30 km (20 miles) to the northwest.
He said Christians would return to their towns and villages only if Christian forces provided security rather than Iraqi Arab or Kurdish forces like before, and if they had some guarantees of international protection. "Always we have lost our land. We will stay if we guide our own security," he said.
The NPU is funded by the central government and gets its weapons from the Iraqi army.
A newly bulldozed earthen barrier surrounds the town as protection against Islamic State infiltration from the Nineveh plains. Residents say two men on motorbikes were stopped recently, suspected of being Islamic State suicide bombers.
But even victory against Islamic State and the possibility of a permanent Christian force in the town will not be enough for many.
Alhan Mansour returned to Qaraqosh just for a second time to pack more clothes and her son's toys from the family home into their car. Her sister's home was used by the militants and later destroyed, she said. But memories are too much now.
"We're going to emigrate. We just came to see our home and our memories, it's too sad," she said before driving away. "It's hard to leave your memories, but I don't trust living here anymore."
At the Immaculate Conception, one of several churches in the town centre, the clean up is only just beginning inside its charred and wrecked nave.
On one wall black militant graffiti still reads: "Islamic State is here to stay despite the Crusader coalition thanks to the blood of our martyrs."
Nearby someone has scrawled a defiant reply: "Jesus remains in our hearts."
(editing by David Stamp)

Rimanere è difficile ma possibile

By Città Nuova
Michele Zanzucchi

Intervista con mons. Bashar M. Warda, arcivescovo caldeo di Erbil, un uomo deciso. Di fronte alle emergenze sa sostenere la sua comunità, sa dare linee di azione, sa incoraggiare. Insegna e ascolta, pensa e decide. Mi riceve nella sala di ricevimento dell’episcopio di Erbil, nel sobborgo cristiano di Ankawa.

Come ha passato la sua giornata?
Ho cominciato con la Bibbia, poi due ore di insegnamento nel collegio di filosofia e teologia, poi come faccio tre volte alla settimana ho ricevuto la gente, che cerca lavoro, che ha problemi familiari, che ha discussioni di soldi, qualcuno vuole anche confessarsi. Ho pranzato con i preti. Poi due ore di lettura, sto preparando una lettera pastorale sul Natale a partire dal Vangelo di Matteo. Poi ancora ho ricevuto gente. E cenerò con le suore. È la vita intensa di un vescovo in una terra non proprio semplice.
Le sta a cuore la dignità dei rifugiati cristiani qui ad Erbil. Cosa fate?
L’impegno per la dignità di tutti i nostri fedeli è prioritario. C’erano 25 campi profughi dopo la grande fuga da Qaraqosh e Mosul dell’agosto 2014. Oggi ne è rimasto solo uno, quello di Ashti. Abbiamo realizzato una grande operazione di ricerca di appartamenti e case in affitto, spesso obbligandoci a mettere due o tre famiglie negli stessi locali. Ma ora sembra che questa situazione stia migliorando. Una casa è meglio di un container. Aiutiamo i nostri fedeli in due modi: o pagando loro l’affitto, o dando un generico contributo per la loro vita. I soldi li raccogliamo da tante Ong cattoliche o cristiane, ma soprattutto con la comunione dei nostri fedeli.
Da poche settimane la città di Qaraqosh, una delle più cristiane dell’Iraq, è stata liberata dal Daesh. Quali prospettive?
Certamente la comunità cristiana ha accolto con sollievo la notizia della liberazione di Qaraqosh. Ma è stata scoccata nel costatare subito i danni arrecati alle loro case. Non so quante famiglie di Qaraqosh (almeno tremila) siano ora disponibili a tornare sul posto. Le condizioni psicologiche, economiche e di sicurezza non permettono ancora un ripopolamento della città. Ancora per un po’ tutti preferiamo vivere qui ad Ankawa. Il governo certamente cercherà di favorire il ritorno degli abitanti nelle loro case, anche per poter rimettere in moto la macchina dell’economia, ma la gente è veramente impaurita per tornare. Serviranno garanzie certe per l’incolumità della gente, servirà un cambiamento politico atto a rassicurare, forse anche internazionale.
Cambiamenti politici?
Sì. C’è certamente l’incognita Trump, che certamente peserà sul panorama mediorientale. Il Daesh verrà sconfitto prima o poi, ma il grave è l’ideologia di esclusione e violenza che si è diffusa tra un certo numero di musulmani iracheni. La democrazia non funziona appieno, perché qui in Iraq funziona ancora il sistema tribale. Bisognerà agire sull’educazione e sulla cultura per cambiare le mentalità e permettere una vera convivenza pacifica e quindi la sicurezza per i cristiani e per le altre minoranze. Il progetto già avviato di una università cattolica può portare frutti che si vedranno magari tra un secolo, ma vale la pena di dare la propria vita per questo tipo di progetti che porta a una migliore educazione, perché l'educazione è senza dubbio la via per la pace.
Ecumenismo attivo, qui in Kurdistan?
La collaborazione è buona con le altre Chiese cristiane, nonostante talvolta vi siano vedute tradizionali un po’ diverse. Con i musulmani abbiamo rapporti diretti costanti, ci si fa visita ad esempio per le condoglianze, si arriva anche a discutere di educazione, perché sappiamo tutti che per cambiare le mentalità serve la cultura. Di tutto ciò parliamo molto amichevolmente.
È di attualità la questione dell’indipendenza curda?
Secondo la dottrina sociale della Chiesa ogni popolo deve essere padrone della propria terra e del proprio governo. Ma dipende anche dalle condizioni politiche e sociali. I curdi sono circa 25 milioni, ma vivono in quattro Paesi in condizioni molto diverse. Qui in Iraq sono forse i più favoriti, ma la vita da queste parti dipende dall’amicizia con Baghdad, mai dimenticarlo: l’eventuale indipendenza o maggiore autonomia verrà vista assieme agli iracheni di Baghdad.
Come viene vissuto il Vangelo nella Chiesa caldea, oggi, in Kurdistan?
Le persone fedeli al Vangelo oggi si prendono cura degli altri, prega, usa i propri talenti per trovare soluzione ai tanti problemi della guerra, si occupa degli yazidi… E magari ricorda a certi musulmani che contro di essi è stato commesso un tentativo di genocidio. Oggi si evangelizza soprattutto con l’esempio più che con le parole. È difficile cambiare il pensiero altrui con tanti discorsi, non si può convincere un musulmano dell’esistenza di un Dio Trinità, ma si può vivere, per così dire, “trinitariamente”. Ho invitato un musulmano a insegnare nella nostra università cattolica, anche questa è una testimonianza. L’amicizia coi musulmani apre tante strade, e soprattutto diffonde uno spirito di amicizia.
Speranze per un reale cambiamento di clima politico e sociale non sembra che ve ne siano molte…
C’è una speranza di pace, e c’è soprattutto la speranza di educare alla pace. Anche i musulmani più illuminati oggi si rendono conto che senza pace non si può vivere. Si tratta quindi di mettere in atto una operazione di tutte le forze politiche, sociali e religiose dell’Iraq per cercare la vera pace, quella possibile, non quella ideale.
È tempo di riconciliazione, oppure bisognerà aspettare?
È sempre il tempo buono della riconciliazione, del perdono e della pace. La soluzione dell’attuale conflittualità è più religiosa che politica. Per far ciò noi cristiani dobbiamo portare il Cristo, dobbiamo proclamarlo con la nostra vita, e gli altri potranno così vederlo. Siamo sempre meno, noi cristiani, ma possiamo sempre e comunque testimoniare Gesù.
È tempo anche di emigrazione per tanti cristiani…
Quando viene da me una famiglia che vuole emigrare all’estero, gli chiedo sempre se ha fatto bene i suoi calcoli, se ha i mezzi e le risorse psichiche di stare un paio d’anni in Giordania o in Libano per attendere il visto per espatriare in Canada o in Australia, o in Francia. E se poi hanno fatto bene i calcoli per poter vivere laggiù economicamente e cristianamente. Non è una buona decisione quella di emigrare, ma la libertà non può mancare nel prendere queste decisioni, troppa gente è traumatizzata da quanto ha vissuto. Cerco comunque di incoraggiare tutti a rimanere, anche perché poi è difficilissimo tornare indietro. Per chi parte non ho soldi da offrire, ma per chi rimane li trovo sempre. Nella catechesi per il Natale dirò proprio queste cose, cioè perché è bene restare in queste terre.
Rimanere anche se cresce la mentalità integralista?
Sì, rimanere e testimoniare Gesù. Cresce la mentalità fondamentalista, cresce la corruzione, cresce il disagio sociale, non c’è lavoro… Tutto vero. Ma dobbiamo lavorare riportando l’attenzione di politici, uomini di religione, della gente comune sulla persona umana. Ad esempio mettendosi dalla parte delle vittime e dei poveri, sempre.

L'Arcivescovo siro-cattolico di Mosul ad ACS: "I cristiani hanno timore di tornare ai loro villaggi"


"Non è chiaro” chi si prenderà cura dei cristiani nei villaggi liberati, e per questo loro si sentono “traditi” dal governo. È quanto ha affermato l’Arcivescovo siro-cattolico di Mosul (Iraq), Mons. Yohanna Petros Mouche, durante una visita ad Aiuto alla Chiesa che Soffre (Aid to the Church in Need). Il presule ha aggiunto che i cristiani hanno timore di tornare ai loro villaggi nonostante la liberazione della Piana di Ninive.
Anche se l’ISIS è militarmente “finito” e scacciato dalla regione, rimane l’ideologia dei musulmani radicali, ci ha spiegato l’Arcivescovo, uno dei primi a visitare Qaraqosh dopo la liberazione. Qualche prova? In ottobre, due giorni dopo l’approvazione da parte del governo centrale iracheno di un divieto all’uso dell’alcool per tutta la nazione, un cristiano che stava commerciando bevande alcoliche è stato massacrato da fanatici islamici proprio a Qaraqosh. Mons. Mouche ha aggiunto che i cristiani sono rimasti “scioccati” nello scoprire che circa il 75 per cento delle case nei villaggi cristiani liberati sono state incendiate da abitanti locali. “Perché queste persone, con le quali eravamo in relazione, hanno fatto tutto questo? Ci chiediamo se questo è il loro modo di dirci che ci avrebbero bruciati vivi in caso fossimo tornati - ha proseguito l’Arcivescovo - Temiamo di dover continuare a vivere con loro! Attendevamo con impazienza la liberazione, e molti volevano tornare immediatamente, ma ora la prima necessità è la garanzia della nostra incolumità.”. Il presule ha tuttavia aggiunto che è una “grande gioia” che ci sia almeno la possibilità di tornare ad abitare la Piana di Ninive per “continuare a testimoniare Cristo nella nostra nazione.”.  
L’Arcivescovo Mouche ha ringraziato infine tutti i Benefattori di Aiuto alla Chiesa che Soffre, e ha chiesto loro di continuare a sostenerli. “Chiediamo ai Benefattori di continuare ad essere solidali con noi, sostenendoci con le loro preghiere e con l’aiuto materiale, affinché possiamo continuare a dare testimonianza.”. E anche per accogliere questo appello ACS-Italia ha proposto alla comunità italiana tre progetti per l’Iraq e per la Siria.

7 dicembre 2016

Iraq’s Christians Turn to Militia for Protection


Qaraqosh, Iraq—Two years ago, Mubarak Tuwaya fled when Islamic State militants made a triumphant charge through northern Iraq.
Now he is back in his hometown, wearing the uniform of an Iraqi militia that is helping drive out the extremists—and aiming to secure a place for Christians and other local minorities in Iraq’s future.
Capt. Tuwaya’s U.S.-trained force is made up of about 500 troops and 300 unpaid volunteers, most of them Assyrian Christians from Hamdaniya, a district east of Mosul that is home to Qaraqosh, Iraq’s largest Christian town.
The Iraqi army’s 9th Division captured the district with the militia’s support in late October, in the early days of the current U.S-backed campaign to retake Mosul, the Sunni extremist group’s last major stronghold in the country.
The army then largely handed responsibility for holding Hamdaniya to the militia, whose next mission is to persuade other Christians it is safe to return.
“This is the land of our fathers, we have to
defend it,” Capt. Tuwaya, a farmer and retired Iraqi army officer, said as he sat in the militia’s makeshift headquarters, a former veterinary clinic, beneath the group’s flag, a blue cross on a white background.
Iraq’s once sizable Christian population has dropped by as much as half since Saddam Hussein was ousted in 2003, to roughly half-a-million people today.
When Islamic State seized swaths of Iraqi territory in 2014, more than 150,000 Christians fled their homes. Many of them lived in Hamdaniya, which is on the Nineveh Plain, a fertile region that inspired the militia’s name: the Nineveh Plain Protection Units, or NPU.
Members of the Christian community are now pressing the central government to grant Nineveh Plain the status of a province, a step intended to safeguard vulnerable minority groups, which also include Yazidis and ethnic Shabaks.
“It’s a turning point in our history: to be or not to be in our homeland,” said Yunadim Kanna, a Christian member of parliament in Baghdad.
Militia leaders want the force to remain in charge of security in that territory even after Islamic State’s defeat.
The militia was formed in the fall of 2014 by displaced Christians who felt that Iraqi and Kurdish troops had abandoned them during Islamic State’s advance. The militia was initially funded through donations. Members speak a modern version of Aramaic, the language of Jesus.
The NPU reports to the central government, which earlier this year began paying for salaries and supplying assault rifles. The militia hopes to expand to around 1,000 troops and several hundred new recruits are currently in training.
U.S. special operations forces helped train the militiamen over the summer, and recently supplied them with 200 rifles, machine guns and ammunition, said Capt. Tuwaya.
A spokesman for the U.S.-led coalition against Islamic State didn’t comment.
The NPU’s existence is a sign of the Christian minority’s tenacity, and of how Islamic State’s emergence deepened ethnic and religious fractures in Iraq, despite efforts to present a common front against the insurgency.
Troops from the semiautonomous Kurdish region and Iran-backed Shiite militias are playing important roles in the campaign against Islamic State. But those groups have separate command structures, and the various armed forces are sometimes wary of one another.
Several NPU members said Iraqi Sunnis—many of whom initially supported Islamic State—wouldn't be welcome if they returned to the Nineveh Plain.
The militia’s capabilities are limited. Kurdish and U.S. forces had to intervene in May to repel Islamic State militants who attacked a town north of Mosul that the militia was holding, in a battle that left one U.S. Navy SEAL dead.
And its members’ methods can be raw. At a checkpoint outside Qaraqosh, one young militiaman boasted that he beheaded an Islamic State fighter with his pocketknife on his first day of combat. He showed a photo on his phone of the militant’s head.
Qaraqosh, where some 40,000 people once lived, is now a ghost town. The main street is littered with debris and charred furniture, the shops burned and their windows shattered. Airstrikes flattened buildings.
The town’s walls and churches are scrawled with depictions of Islamic State’s black-and-white flag—and now also with graffiti of the NPU.
“It’s from this direction that we are expecting attacks,” said Capt. Nimroud Moma, who commands a company of some 90 NPU militiamen, pointing out at the open desert toward territory still contested by Islamic State.
Militiamen positioned heavy machine guns on the balconies of abandoned homes.
Capt. Tuwaya said he joined the militia because he wants Iraqi Christians to return to their ancestral lands. Two of his six children have left Iraq, and the other family members share a two-bedroom apartment in Erbil.
“I am doing this first for Iraq, and second for Hamdaniya,” he said.
After family members fled Qaraqosh, their house was looted and Islamic State militants moved in. When Capt. Tuwaya returned for the first time, in November, he said almost everything was gone.
But he found a portrait of the Virgin Mary under a sofa, brushed off the broken glass and hung it back on the wall.

Patriarca caldeo: Salvare il patrimonio culturale iracheno minacciato dalla guerra


Alle distruzioni operate dall'Isis, dai talebani e dalle guerre, occorre rispondere creando un “rifugio sicuro” per la conservazione del patrimonio culturale a rischio scomparsa “in collaborazione con il governo” o, in alternativa, stabilire un ufficio “di rappresentanza” delle Nazioni Unite. Formare “personale irakeno” perché sia in grado di “trattare, documentare, proteggere e ripristinare” manoscritti, manufatti ed edifici dalla storia millenaria. È l’appello lanciato dal patriarca caldeo mar Louis Raphael Sako dal palco della “Conferenza internazionale per la salvaguardia del patrimonio culturale nelle aree teatro in conflitto”.
Nel suo intervento, inviato ad AsiaNews, il primate della Chiesa irakena ha anche chiesto “strumenti moderni e sofisticati” per svolgere al meglio “un compito così importante e delicato” come la salvaguardia di un patrimonio a rischio. 
La conferenza si è tenuta il 2 e 3 dicembre scorso ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti (Eau) e ha riunito capi di Stato e di governo, esperti, studiosi, leader religiosi islamo-cristiani e attivisti nei settori della storia, dell’archeologia e della cultura. Il patriarca Sako sin dai tempi in cui era arcivescovo di Kirkuk aveva denunciato i pericoli corsi dal patrimonio culturale irakeno, un “bene universale” da salvaguardare. Di recente ha ricordato come l’archeologia vale “più del petrolio”
Alla conferenza di Abu Dhabi i partecipanti hanno lanciato un appello, finalizzato alla creazione di un fondo da 100 milioni di dollari per la salvaguardia del patrimonio culturale delle aree a rischio. Patrocinata dall’Unesco, l’iniziativa ha riunito rappresentanti da oltre 40 nazioni molti dei quali provenienti da nazioni teatro di guerra. L’obiettivo è sia la cura del patrimonio che la lotta al traffico di manufatti e reperti, oltre che contribuire al restauro dei beni danneggiati. La Dichiarazione di Abu Bhadi, confermano gli esperti, è un primo passo nell’ottica della conservazione del patrimonio. “La creazione di questo Fondo - afferma il direttore generale Unesco Irina Bokova - apre nuovi orizzonti […] un rinnovato impegno per la cultura, l’istruzione, la dignità umana, in cui la tutela del patrimonio diventa parte integrante di una strategia globale contro l’odio e l’estremismo”.

Ecco, di seguito, l’intervento del patriarca Sako inviato per conoscenza ad AsiaNews: 
L’Iraq, l’antica Mesopotamia, ha rappresentato la culla della civilizzazione: a partire dai Sumeri, l’impero di Akkad, i babilonesi, i caldei, gli assiri, i persiani, gli ebrei, i cristiani e gli arabi musulmani. Tutti insieme, essi formano e rappresentano un tesoro nazionale e internazionale. 
Sparsi per tutto l’Iraq vi sono molti siti archeologici, molte chiese antiche e monasteri perché i cristiani hanno costituito a lungo la maggioranza della popolazione, prima dell’arrivo degli arabi musulmani nel settimo secolo. 
La progressiva escalation di conflitti etnici e religiosi in tutta la regione mostra il bisogno urgente di azioni decise da parte della comunità internazionale, al fine di proteggere e preservare questo nostro patrimonio culturale. 
L’invasione statunitense dell’Iraq del 2003 e la caduta di Baghdad hanno originato un traffico di centinaia di manufatti dal valore inestimabile, rubati dal Museo Nazionale irakeno nell’indifferenza generale. Lo stesso è avvenuto con il museo di Mosul, all’indomani della conquista della città da parte degli estremisti dello Stato islamico. Questi episodi hanno rappresentato una perdita gravissima per il nostro patrimonio. 
I jihadisti dell’Isis (ex Stato islamico) hanno dato il via a una vera e propria campagna di distruzione finalizzata alla cancellazione di tutto ciò che ha preceduto l’età islamica. E di tutto ciò che non si adattava alla loro ideologia. 
In seguito alla distruzione delle moschee di Nabi Younis e Nabi Jarjees, così come alle devastazioni di alcuni fra i più significativi e antichi siti come Nimrud e Hatra (Hadhar), unito al rogo di centinaia di manoscritti prelevati da molte chiese e monasteri, la comunità internazionale dovrebbe coinvolgere il governo irakeno e gli altri governi della regione, per assicurare la preservazione e la protezione di questo patrimonio multi-millenario. E dar vita un gruppo di esperti che possano avviare le necessarie opere di restauro. 
Tuttavia, fra i segnali che sono fonte di incoraggiamento vi è l’iniziativa lanciata da p. Najib Mussa, un frate domenicano, che ha fondato il “Centro digitale di manoscritti orientali” a Mosul nel 1990 e ha iniziato a documentare e classificare manoscritti di chiese e monasteri. Egli ha anche filmato 7500 manoscritti e restaurato altri, che si erano danneggiati nel tempo. Grazie alla sua opera sono disponibili cd e cataloghi, oggi raccolto nel centro domenicano di Erbil. 
Auspichiamo con rinnovata speranza che questi siti antichi, queste vecchie chiese, i monasteri e le moschee siano presto ricostruiti nel modo giusto e seguendo le forme originarie. 
Oggigiorno, la situazione è ancora insicura e anche quando lo Stato islamico sarà sconfitto, la sua ideologia continuerà a generare un nuovo tipo di conflitti. Per questo vorrei sottoporre alla vostra attenzione i seguenti progetti, connotati da un carattere di concretezza e, al tempo stesso, di urgenza. 
1) Creare un rifugio sicuro per la conservazione e lo stoccaggio del patrimonio culturale a rischio di scomparsa, con l’accordo (sotto forma di convenzione) del governo irakeno o, quantomeno, stabilire una rappresentanza delle Nazioni Unite preposta al monitoraggio per assicurarne la sorveglianza. 
2) Portare esperti che siano preposti alla formazione del personale irakeno su come trattare questo patrimonio culturale, che è qui da migliaia di anni. E formare il personale su come documentare, proteggere e ripristinare i manoscritti, i siti storici, i manufatti antichi, le chiese, i monasteri, le sinagoghe e le moschee nel modo giusto. 
3) Equipaggiare questi team irakeni con strumenti moderni e sofisticati, per svolgere un compito così importante e delicato. 

The intervention of Patriarch Louis Sako during “The International Conference for the Safeguarding of Cultural Heritage in Conflict areas” Abu Dhabi / The Arab United Emirates