“Baghdad ha perduto la sua bellezza e non ne è rimasto che il nome.
Rispetto a ciò che essa era un tempo, prima che gli eventi la colpissero e gli occhi delle calamità si rivolgessero a lei, essa non è più che una traccia annullata, o una sembianza di emergente fantasma.”
Ibn Battuta
"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."
Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014
Baghdad, 19 luglio 2014
16 dicembre 2016
Libertà religiosa: mons. Camilleri, in Siria e Iraq “atrocità raccapriccianti” contro i cristiani, ma anche “nuove forme di intolleranza”
“Le
atrocità perpetrate nei confronti dei cristiani in Siria e in Iraq sono
talmente raccapriccianti, da non riuscire a trovare le parole adeguate,
e la loro sofferenza non deve essere dimenticata”.
È il monito di monsignor Antoine Camilleri, sotto-segretario vaticano per i rapporti con gli Stati, che intervenendo ieri a Vienna alla riunione dell’Osce ha puntato il dito contro la “barbara persecuzione dei cristiani” che si verifica in molte parti del mondo.
È il monito di monsignor Antoine Camilleri, sotto-segretario vaticano per i rapporti con gli Stati, che intervenendo ieri a Vienna alla riunione dell’Osce ha puntato il dito contro la “barbara persecuzione dei cristiani” che si verifica in molte parti del mondo.
“Negli ultimi giorni, l’ombra mortale
dell’estremismo violento e del terrorismo è scesa ancora una volta
sulla comunità copta in Egitto”, ha fatto notare l’esponente della Santa
Sede, secondo il quale “la discriminazione e l’intolleranza, compresi i
crimini d’odio, colpiscono molti cristiani”.
“I continui e ripetuti attacchi a chiese cristiane e a edifici religiosi, confermati dai dati dell’Odihr, smentiscono facilmente l’idea che i cristiani non subiscono intolleranze”, la tesi di Camilleri. Senza contare le “nuove forme di intolleranza e discriminazione”, come la “crescente marginalizzazione della religione, in particolare del cristianesimo”. “Vi sono alcuni che sostengono che la voce della religione andrebbe messa a tacere, o tutt’al più relegata alla sfera puramente privata”, la denuncia di Camilleri: “Vi sono alcuni che sostengono che la celebrazione pubblica di festività come il Natale andrebbe scoraggiata, secondo la discutibile convinzione che essa potrebbe in qualche modo offendere coloro che appartengono ad altre religioni o a nessuna. E vi sono altri ancora che – paradossalmente con lo scopo di eliminare le discriminazioni – ritengono che i cristiani che rivestono cariche pubbliche dovrebbero, in determinati casi, agire contro la propria coscienza”. Si tratta, per Camilleri, di un “sentimento anticristiano” che “si basa sul contrapporre la libertà di religione o di credo a qualche nozione generale di tolleranza e di non-discriminazione”.
“I continui e ripetuti attacchi a chiese cristiane e a edifici religiosi, confermati dai dati dell’Odihr, smentiscono facilmente l’idea che i cristiani non subiscono intolleranze”, la tesi di Camilleri. Senza contare le “nuove forme di intolleranza e discriminazione”, come la “crescente marginalizzazione della religione, in particolare del cristianesimo”. “Vi sono alcuni che sostengono che la voce della religione andrebbe messa a tacere, o tutt’al più relegata alla sfera puramente privata”, la denuncia di Camilleri: “Vi sono alcuni che sostengono che la celebrazione pubblica di festività come il Natale andrebbe scoraggiata, secondo la discutibile convinzione che essa potrebbe in qualche modo offendere coloro che appartengono ad altre religioni o a nessuna. E vi sono altri ancora che – paradossalmente con lo scopo di eliminare le discriminazioni – ritengono che i cristiani che rivestono cariche pubbliche dovrebbero, in determinati casi, agire contro la propria coscienza”. Si tratta, per Camilleri, di un “sentimento anticristiano” che “si basa sul contrapporre la libertà di religione o di credo a qualche nozione generale di tolleranza e di non-discriminazione”.
15 dicembre 2016
Le armi dei cristiani contro l’Isis
Daniela Lombardi
Per difendere la propria famiglia, la propria casa, la propria terra, hanno deciso che non è più tempo di “porgere l’altra guancia”. Ci sono cristiani,
in Iraq, che per riappropriarsi delle loro città o semplicemente
sorvegliarle, tutelare i propri cari e i propri beni, conservare la fede
senza doversi convertire all’Islam estremista imposto dal Daesh,
imbracciano il fucile e combattono.
A Manila, come ad Erbil, si presentano a chiedere un addestramento
qualificato, come quello fornito dai nostri militari italiani che
insegnano le nozioni teoriche e pratiche più importanti ai Peshmerga
curdi e alla branca della polizia militarizzata della quale molti
cristiani fanno parte, gli Zeravani.
Accanto ai “colleghi” curdi, che combattono l’Isis per inseguire un
sogno di futura indipendenza e di riconoscimento delle loro terre, si
gettano nel fango durante la simulazione di un’esplosione, imparano a
riconoscere gli ordigni improvvisati, ad usare al meglio le armi.
“Qui ad Erbil abbiamo tanti cristiani che entrano tra gli Zeravani e,
occasionalmente, li addestriamo anche a Manila. Sono molto motivati,
hanno troppo da perdere e non intendono arrendersi”, spiega uno dei
militari italiani impegnati nella missione “Inherent resolve”, che in
Iraq fornisce il training ai Peshmerga per rendere la loro battaglia
contro l’esercito delle “bandiere nere” sempre più efficace.
Molti cristiani hanno già pagato il loro tributo di sangue come
combattenti, lasciando dietro di sé vedove e orfani, ma nella
convinzione di dar loro un futuro migliore. E, comunque, preferendo
morire in battaglia piuttosto che lasciandosi martirizzare senza battere
ciglio o sentirsi costretti a pronunciare la formula di adesione
all’Islam per non essere uccisi. Si dichiarano sicuri che se a difendere
la cristianità non pensano i cristiani stessi, non ci penserà nessuno.
“Non ci fidiamo più di nessuna delle parti in campo. Nella guerra contro
il Daesh tutti tutelano i propri interessi. Il governo i suoi. Sciiti e
sunniti sono in contrapposizione anche quando fingono di abbracciare la
stessa causa contro l’Isis, i curdi sperano che, una volta cacciate le
bandiere nere, potranno richiedere terre e indipendenza in cambio del
lavoro fatto. Noi cristiani, che siamo una netta minoranza e che
vogliamo vivere solo in pace la nostra fede, non interessiamo. La Chiesa
ci aiuta come può, ma certo non ha lo strumento della lotta armata da
offrirci”, dice senza mezzi termini un ragazzo la cui croce, tenuta al
collo con orgoglio, brilla nel sole del primo pomeriggio. Con la forza e
la tenacia dei combattenti hanno deciso di opporsi allo scoraggiamento
che ha colto molti dei loro amici e parenti, rassegnati a vivere nei
campi profughi, nella consapevolezza che tornare alla vita pre-Isis sarà
estremamente complicato e, in alcuni casi, impossibile.
“L’ideologia
dei terroristi resisterà a lungo, anche quando li cacceranno dalle
nostre città. Ma noi non ci arrendiamo, non ci faremo togliere tutto
senza muovere un dito. Può sembrare una contraddizione rispetto a quanto
insegna il Vangelo, ma con le armi proteggiamo anche la nostra fede, la
libertà di professarla senza che nessuno possa impedircelo. Contro
l’odio cieco del Daesh per tutto ciò che siamo e per i nostri simboli,
del resto, non sappiamo più cosa fare. La preghiera non basta.
Continuiamo ad usare anche quella, ma vogliamo impegnarci in prima
persona, portando sempre con noi la croce che ci rappresenta e morendo indossandola”, dice uno dei
ragazzi pronti all’addestramento. Una linea di pensiero diversa da
quella “tradizionale” , ma che rivela tutta la sua importanza nel
contesto iracheno, nel quale i cristiani si sentono sempre più isolati.
Un ambiente descritto alla perfezione dal parroco di Ankawa, fra
Ammanoel Hloo.
“La situazione dei cristiani in Iraq è disastrosa su
tutti i piani. Politico, economico,sociale. L’isis nei prossimi mesi
probabilmente verrà sconfitto dal punto di vista militare, o almeno lo
speriamo. Ma l’ideologia che lo alimenta non morirà facilmente. La
società resterà in pericolo e i cristiani più di tutti. La maggior parte
dei cristiani rifiuta l’idea di rimanere qui e tenta di fuggire
all’estero. C’è troppa paura di tornare a vivere ciò che si sta già
vivendo. Le forze politiche attuali non sanno più guidare questo paese, i
servizi sono inefficienti per la corruzione dilagante, i tre quarti
della popolazione vivono in povertà. L’Iraq è un campo di contraddizioni
e di battaglie tra tanti paesi. Turchia, Iran, Paesi del Golfo. In
tutto ciò è logico che ognuno cerchi di pensare a se stesso e i
cristiani sono una delle parti più deboli”.
E’ per questo, dunque, che
non può sorprendere se qualcuno tra loro decide di prepararsi nel
migliore dei modi a difendersi anche con le armi.
14 dicembre 2016
For a third year: 'No Christmas bells in Mosul,' says Assyrian priest
Peter Kenny
For a third Christmas in a row, the church bells will not ring in Mosul, Father Emanuel Youkhana laments.
He recounts that around June 2014 the numerical religious minorities
such as Yazidis and Christian around Iraq's second biggest city began to
face a horrific onslaught by the group calling itself IS (Islamic
State), or Daesh in Arabic.
Mosul was once one of the major centers of Christianity in Iraq and
it had once again become a place of genocide against them, he said.
"Since October this is now the second month of liberation," said
Emanuel, but he said much apprehension still remains for what will
happen after IS is defeated militarily.
"As pleased as we are that our homelands from which thousands of
Christians were forced to flee from the extremists, are being retaken,
we are very concerned about what lies ahead," Father Emanuel said at the
United Nations in Geneva on 12 December.
Archimandrite Emanuel Youkhana, leader of the Assyrian Christians and
head of CAPNI (Christian Aid Programme Northern Iraq), spoke at a 12
December press conference and later at a seminar about a report of the
World Council of Churches (WCC) and Norwegian Church Aid (NCA), a member
of the ACT Alliance.
'PROTECTION OF MINORITIES' REPORT
The report, which was first released in Oslo on 28 November, is
titled, "The Protection Needs of Minorities from Syria and Iraq". It was
funded by the Norwegian Ministry of Foreign Affairs.
"We were quite sure that we would one day be enabled to go home to our towns and villages. We live in this hope," Emanuel said.
Many of Iraq's religious minorities live in the north, including Christians and Yezidis.
The Assyrian Christians who constitute the most populous Christian
group in Iraq speak their own languages and do not necessarily identify
as Arab, the report explains.
Consequently, they regard themselves, and are regarded by others, as a distinct ethnic group.
The Yezidis are predominantly Kurdish speaking, with homelands in
Iraq and the Kurdistan region of Iraq. Since 2003, much of the Yezidi
homeland of Sinjar has been under the control of the Kurdish Regional
Government (KRG), although it officially remains under the jurisdiction
of the central government of Iraq.
While many Yezidis are willing to identify as Kurds, they see
themselves as a distinct ethnic group but they have faced turmoil under
IS and even before that as they have been "totally unjustifiably accused
of being devil worshippers".
Emanuel reiterated that Christian leaders in Iraq estimate that, as
of November 2016, there are fewer than 250,000 Christians remaining in
the country.
According to estimates in the WCC-NCA report around 70 percent of the
Christians in Iraq have left the country since 2003 and most of those
who remain are internally displaced.
Emanuel showed photos he had taken of damage in Christian areas and
he said that regretfully sectarian messages had been painted on some of
the walls by members or the Iraqi national arm fighting Iraq.
He even noted there were German messages sprayed on the walls, "put there by German Jihadis".
"As much as we are pleased that the military operation have started
we hope there will not be attempts by the victors to change the
demographics of the area," said Father Emanuel.
"We may not be able to restore the Christian demography [as it was
before] but we can restore the Christian values and add value to this
place," said the Assyrian church leader.
He noted that there were a number of main religious and ethnic
minorities around Mosul – the Iraqi indigenous community; the Jewish
community; the Mandians or followers of John the Baptist, the Yazidis
and the Christians.
'IN IRAQ BEFORE ARABISATIZATION'
"They all lived in Iraq before Arabization."
None of these peoples had been introduced in the Iraqi school curriculum.
"We were even neglected before Daesh came to uproot us physically. I don't want this to be repeated."
He said that over 100 years, three generations of his family had
faced genocide attempts – first under the Ottomans, then after the
formation of the Iraqi State in 1933 and now the latest attempt by IS.
«Serve la presenza di forze di sicurezza internazionale»
Michele Zanzucchi
Abuna Yohanna Petros Mouche, noto a tutti come
mons. Boutros, è l’arcivescovo siro-cattolico di Mosul, Kirkuk e
Kurdistan. Intervista ad Erbil, capitale della regione dei curdi
iracheni.
Mi incontra nell’arcivescovado, alle porte di Ankawa, in un quartiere dove cresce una scuola, quella di Sant’Ireneo costruita col contributo del card. Barbarin e della diocesi di Lione in Francia, e un nuovo centro universitario. Entrambe le istituzioni sono pubbliche, per cui gli studenti sono in maggioranza musulmani. La stessa cattedrale deve essere completata, cosicché pilastri di cemento coronati da un ciuffo di tondini di ferro svettano dinanzi all’ingresso.
Mi incontra nell’arcivescovado, alle porte di Ankawa, in un quartiere dove cresce una scuola, quella di Sant’Ireneo costruita col contributo del card. Barbarin e della diocesi di Lione in Francia, e un nuovo centro universitario. Entrambe le istituzioni sono pubbliche, per cui gli studenti sono in maggioranza musulmani. La stessa cattedrale deve essere completata, cosicché pilastri di cemento coronati da un ciuffo di tondini di ferro svettano dinanzi all’ingresso.
Quand’è che si libererà anche la sua città di Mosul?
La liberazione è cominciata con Qaraqosh ma manca ancora Mosul
all’appello. Il pericolo del Daesh è ancora vicino. Nei cristiani della
diocesi della Piana di Ninive c’è però ancora molta esitazione a
ritornare alle proprie case. Le loro case sono state non solo distrutte
ma anche bruciate: e incendiare una casa per la nostra cultura è un
messaggio chiaro, non tornate più qui. Le case sono state bruciate dai
vicini: come coabitare ancora con loro?
Allora restate a Erbil o vi rassegnate all’emigrazione all’estero?
Allora restate a Erbil o vi rassegnate all’emigrazione all’estero?
No, Cerchiamo delle soluzioni politiche, è necessario avere la piena
fiducia del governo iracheno. Per arrivare a una progressiva
riconciliazione chiediamo che una forza internazionale, se possibile
sotto l’egida dell’Onu, si installi da queste parti per incoraggiare a
riprendere la vita di una volta. Con la loro presenza si potrebbe
cominciare a sminare, sgomberare le macerie, ricostruire le case,
riaprire gli uffici pubblici e gli ospedali, rimettere in sesto le
chiese… Certo, non ci sono soldi, bisogna che vengano pattuiti
indennizzi e risarcimenti nazionali e internazionali. Altrimenti a
Qaraqosh e Mosul non torneremo più.
I giovani sembrano i primi a volersene andare…
I giovani sembrano i primi a volersene andare…
Quelli che volevano espatriare lo hanno fatto. Coloro che sono rimasti
sembrano invece voler rimanere, sono attaccati alla loro terra, alle
loro famiglie. Ma servono progetti concreti per dar loro studio e
lavoro. Le case possono essere anche restaurate, ma bisogna dare motivi
per rimanere alla nostra gente.
Mantenete i rapporti con chi espatria?
Mantenete i rapporti con chi espatria?
Più che altro sono rapporti familiari. Come Chiesa non li manteniamo
più di tanto. Certo, cerchiamo di nominare qualche prete nella diaspora,
pur nelle grandi difficoltà logistiche. E i siro-cattolici che vanno
all’estero molto spesso si inseriscono nelle Chiese che trovano sul
posto.
Dialogo coi musulmani ancora possibile, oltre che necessario?
Dialogo coi musulmani ancora possibile, oltre che necessario?
Se abbiamo un governo che governa, subito possiamo ricominciare a
vivere assieme. Certamente non tutti i musulmani lo vogliono, ma se c’è
una garanzia governativa il dialogo riprenderà. Daesh non è solo un
gruppo di miliziani, è anche una mentalità strisciante che ha preso
possesso di larghi strati della popolazione…
Ecumenismo possibile qui in Kurdistan?
Ecumenismo possibile qui in Kurdistan?
Non ci sono problemi con le altre Chiese cattoliche e ortodosse. Le
vecchie dispute stanno scemando di fronte ai gravissimi problemi che ci
accomunano.
Cosa possono fare gli europei per sostenervi?
Cosa possono fare gli europei per sostenervi?
Fanno già molto, ne sono certo, con la preghiera e con gli aiuti che
arrivano abbastanza regolari. Ci vengono anche a trovare, dal Vaticano e
dall’Europa. In Francia ho recentemente incontrato il presidente
Hollande, che mi ha assicurato tutto il suo interessamento. Anche papa
Francesco ci è vicino, anche se è difficile fare miracoli. Tutti
vogliono aiutarci a restare qui, e questo ci conforta. A chi parte non
diamo aiuti, mentre li abbiamo per chi vuole restare.
Può immaginare la sua Chiesa tra dieci anni?
Può immaginare la sua Chiesa tra dieci anni?
Bisogna riuscire a portare anche qui delle forze di interposizione.
Prego Maria, mia madre, a cui non chiedo nulla di specifico, ma che
prego. Eravamo 53 mila cristiani nella mia diocesi, nel 2003, oggi siamo
rimasti in 26 mila. 1300 famiglie siro-cattoliche della mia diocesi
sono in Libano, 1500 in Giordania. Capite quanto difficile sia la
situazione. La speranza nasce solo da Dio, perché se si guarda alla
situazione attuale ogni speranza scompare.
Il Kurdistan vi protegge?
Il Kurdistan vi protegge?
Abbiamo buoni rapporti con le autorità locali. Ci rispettano, ci
accolgono in questi anni. Quando ci sono problemi di sicurezza
intervengono, ma economicamente fanno poco per la nostra comunità.
Vediamo cosa succederà col prossimo governo. Da parte nostra c’è la
disponibilità più totale a una forte collaborazione.
12 dicembre 2016
ISIS may be on the run, but Iraqi Christians 'are still afraid'
The Syrian
Catholic prelate of Mosul is relieved ISIS is being driven out of the city and
from the Nineveh Plain, but he said that enormous challenges continue to
confront Iraqi Christians.
Archbishop Yohanna Petros Mouche told
international Catholic charity Aid to the Church in Need that Christians are still
afraid of returning to their villages. He said that it was “unclear” who would
ensure their safety in the liberated villages and that he felt “betrayed” by
the Iraqi government.
Despite the fact that ISIS is
“finished” militarily and has been driven out of the region, the ideology of extremist
Islam is keeping a grip on the country, the archbishop charged. He cited the
example of the murder of a Christian seller of alcohol, last October, two days
after Baghdad declared ban on alcohol for the entire country.
The archbishop also reported that
Christians were “shocked” to discover that about 75 percent of the homes in the
liberated Christian villages on the Nineveh Plain had apparently been burned
down by local Muslims who had remained there following the ISIS takeover of the
territory in summer 2014.
“Why did these people, with whom we
were associated, do this? We ask ourselves whether this was their way of
telling us that they will burn us to death if we return,” the archbishop said,
adding: “We are afraid that we will have to continue to live with these people.
We impatiently awaited liberation, and many wanted to return immediately, but
there first need to be guarantees for our safety.”
Nonetheless, the prelate expressed
his “great joy” that, now after liberation, there is at least the possibility
that Christians can return to the Nineveh plains one day and “continue to bear
witness for Christ in our own country.”
Iraqi Christians confront painful memories in town's clean-up
Patrick Markey
For decades, the
Immaculate Conception Church in Qaraqosh was the heart of Iraq's largest
Christian town. After two years under Islamic State rule, it lies
scarred and desecrated.
In
the church's inner courtyard, Islamic State fighters set up a shooting
range for target practice, leaving behind bullet-riddled female
mannequins and hardboard figures when they were driven out.
The
yard's arches and walls are cratered. At one end, empty shell casings
carpet its flagstones near piles of trash and sheets of hymn music; a
wooden pulpit for sermons sits pockmarked and cracked by bullets at the
other, now with a small pink "Hallelujah" flag posted on top.
More
than a month after Iraqi forces regained Qaraqosh, the church's spire
cross still hangs at an angle, its inside is blackened by fire and its
walls are daubed with Islamic State slogans and militant names scrawled
on its pillars.
Mass has
been held in the Immaculate Conception for the first time in two years
and Christians are visiting to see what remains. But few think of
returning for good to Qaraqosh, which once had 50,000 residents but is
now all but a ghost town.
"Perhaps
they should leave it like this and people visit and see what Islamic
State did," said Aram Alqastoma, a student who came from a nearby
Christian enclave in Iraq's autonomous Kurdish region with friends to
help clean up the church. "They destroyed everything. And it destroyed
my heart to see this."
The
army retook Qaraqosh in late October as part of the campaign to
recapture nearby Mosul, Islamic State's largest Iraqi stronghold, two
years after the group swept across the north of the country to form its
self-declared "Caliphate" there and over the border in Syria.
Families
come briefly to Qaraqosh to check on burned out homes and collect
belongings from a town that was one of the earliest sites of
Christianity.
Mechanical
diggers sit ready in the town centre to help rebuild, and main streets
have been cleared of rubble. But many of its shops are burned out and
ransacked. Water or electricity have yet to return.
Walls
in the town centre are sprayed with "NPU" - the 500-strong Christian
paramilitary brigade Nineveh Plains Protection Units that protects
Qaraqosh under the auspices of the Iraqi army.
Christianity
in northern Iraq dates back to the first century AD. The minority
gradually fled the violence after the 2003 overthrow of Saddam Hussein.
When Islamic State arrived, many abandoned their homes and fled to
Kurdistan.
NEW DEFENCES
General Behnam Aboush, who helped form the NPU to fight for Qaraqosh, said his units were protecting the Christian town to free up the Iraqi forces trying to take back Mosul, 30 km (20 miles) to the northwest.
General Behnam Aboush, who helped form the NPU to fight for Qaraqosh, said his units were protecting the Christian town to free up the Iraqi forces trying to take back Mosul, 30 km (20 miles) to the northwest.
He
said Christians would return to their towns and villages only if
Christian forces provided security rather than Iraqi Arab or Kurdish
forces like before, and if they had some guarantees of international
protection. "Always we have lost our land. We will stay if we guide our
own security," he said.
The NPU is funded by the central government and gets its weapons from the Iraqi army.
A
newly bulldozed earthen barrier surrounds the town as protection
against Islamic State infiltration from the Nineveh plains. Residents
say two men on motorbikes were stopped recently, suspected of being
Islamic State suicide bombers.
But even victory against Islamic State and the possibility of a permanent Christian force in the town will not be enough for many.
But even victory against Islamic State and the possibility of a permanent Christian force in the town will not be enough for many.
Alhan
Mansour returned to Qaraqosh just for a second time to pack more
clothes and her son's toys from the family home into their car. Her
sister's home was used by the militants and later destroyed, she said.
But memories are too much now.
"We're
going to emigrate. We just came to see our home and our memories, it's
too sad," she said before driving away. "It's hard to leave your
memories, but I don't trust living here anymore."
At
the Immaculate Conception, one of several churches in the town centre,
the clean up is only just beginning inside its charred and wrecked nave.
On
one wall black militant graffiti still reads: "Islamic State is here to
stay despite the Crusader coalition thanks to the blood of our
martyrs."
Nearby someone has scrawled a defiant reply: "Jesus remains in our hearts."
(editing by David Stamp)
Rimanere è difficile ma possibile
Michele Zanzucchi
Intervista con mons. Bashar M. Warda, arcivescovo
caldeo di Erbil, un uomo deciso. Di fronte alle emergenze sa sostenere
la sua comunità, sa dare linee di azione, sa incoraggiare. Insegna e
ascolta, pensa e decide. Mi riceve nella sala di ricevimento
dell’episcopio di Erbil, nel sobborgo cristiano di Ankawa.
Come ha passato la sua giornata?
Ho cominciato con la Bibbia, poi due ore di insegnamento nel collegio
di filosofia e teologia, poi come faccio tre volte alla settimana ho
ricevuto la gente, che cerca lavoro, che ha problemi familiari, che ha
discussioni di soldi, qualcuno vuole anche confessarsi. Ho pranzato con i
preti. Poi due ore di lettura, sto preparando una lettera pastorale sul
Natale a partire dal Vangelo di Matteo. Poi ancora ho ricevuto gente. E
cenerò con le suore. È la vita intensa di un vescovo in una terra non
proprio semplice.
Le sta a cuore la dignità dei rifugiati cristiani qui ad Erbil. Cosa fate?
Le sta a cuore la dignità dei rifugiati cristiani qui ad Erbil. Cosa fate?
L’impegno per la dignità di tutti i nostri fedeli è prioritario.
C’erano 25 campi profughi dopo la grande fuga da Qaraqosh e Mosul
dell’agosto 2014. Oggi ne è rimasto solo uno, quello di Ashti. Abbiamo
realizzato una grande operazione di ricerca di appartamenti e case in
affitto, spesso obbligandoci a mettere due o tre famiglie negli stessi
locali. Ma ora sembra che questa situazione stia migliorando. Una casa è
meglio di un container. Aiutiamo i nostri fedeli in due modi: o pagando
loro l’affitto, o dando un generico contributo per la loro vita. I
soldi li raccogliamo da tante Ong cattoliche o cristiane, ma soprattutto
con la comunione dei nostri fedeli.
Da poche settimane la città di Qaraqosh, una delle più cristiane dell’Iraq, è stata liberata dal Daesh. Quali prospettive?
Da poche settimane la città di Qaraqosh, una delle più cristiane dell’Iraq, è stata liberata dal Daesh. Quali prospettive?
Certamente la comunità cristiana ha accolto con sollievo la notizia
della liberazione di Qaraqosh. Ma è stata scoccata nel costatare subito i
danni arrecati alle loro case. Non so quante famiglie di Qaraqosh
(almeno tremila) siano ora disponibili a tornare sul posto. Le
condizioni psicologiche, economiche e di sicurezza non permettono ancora
un ripopolamento della città. Ancora per un po’ tutti preferiamo vivere
qui ad Ankawa. Il governo certamente cercherà di favorire il ritorno
degli abitanti nelle loro case, anche per poter rimettere in moto la
macchina dell’economia, ma la gente è veramente impaurita per tornare.
Serviranno garanzie certe per l’incolumità della gente, servirà un
cambiamento politico atto a rassicurare, forse anche internazionale.
Cambiamenti politici?
Cambiamenti politici?
Sì. C’è certamente l’incognita Trump, che certamente peserà sul
panorama mediorientale. Il Daesh verrà sconfitto prima o poi, ma il
grave è l’ideologia di esclusione e violenza che si è diffusa tra un
certo numero di musulmani iracheni. La democrazia non funziona appieno,
perché qui in Iraq funziona ancora il sistema tribale. Bisognerà agire
sull’educazione e sulla cultura per cambiare le mentalità e permettere
una vera convivenza pacifica e quindi la sicurezza per i cristiani e per
le altre minoranze. Il progetto già avviato di una università cattolica
può portare frutti che si vedranno magari tra un secolo, ma vale la
pena di dare la propria vita per questo tipo di progetti che porta a una
migliore educazione, perché l'educazione è senza dubbio la via per la
pace.
Ecumenismo attivo, qui in Kurdistan?
Ecumenismo attivo, qui in Kurdistan?
La collaborazione è buona con le altre Chiese cristiane, nonostante
talvolta vi siano vedute tradizionali un po’ diverse. Con i musulmani
abbiamo rapporti diretti costanti, ci si fa visita ad esempio per le
condoglianze, si arriva anche a discutere di educazione, perché sappiamo
tutti che per cambiare le mentalità serve la cultura. Di tutto ciò
parliamo molto amichevolmente.
È di attualità la questione dell’indipendenza curda?
È di attualità la questione dell’indipendenza curda?
Secondo la dottrina sociale della Chiesa ogni popolo deve essere
padrone della propria terra e del proprio governo. Ma dipende anche
dalle condizioni politiche e sociali. I curdi sono circa 25 milioni, ma
vivono in quattro Paesi in condizioni molto diverse. Qui in Iraq sono
forse i più favoriti, ma la vita da queste parti dipende dall’amicizia
con Baghdad, mai dimenticarlo: l’eventuale indipendenza o maggiore
autonomia verrà vista assieme agli iracheni di Baghdad.
Come viene vissuto il Vangelo nella Chiesa caldea, oggi, in Kurdistan?
Come viene vissuto il Vangelo nella Chiesa caldea, oggi, in Kurdistan?
Le persone fedeli al Vangelo oggi si prendono cura degli altri, prega,
usa i propri talenti per trovare soluzione ai tanti problemi della
guerra, si occupa degli yazidi… E magari ricorda a certi musulmani che
contro di essi è stato commesso un tentativo di genocidio. Oggi si
evangelizza soprattutto con l’esempio più che con le parole. È difficile
cambiare il pensiero altrui con tanti discorsi, non si può convincere
un musulmano dell’esistenza di un Dio Trinità, ma si può vivere, per
così dire, “trinitariamente”. Ho invitato un musulmano a insegnare nella
nostra università cattolica, anche questa è una testimonianza.
L’amicizia coi musulmani apre tante strade, e soprattutto diffonde uno
spirito di amicizia.
Speranze per un reale cambiamento di clima politico e sociale non sembra che ve ne siano molte…
Speranze per un reale cambiamento di clima politico e sociale non sembra che ve ne siano molte…
C’è una speranza di pace, e c’è soprattutto la speranza di educare alla
pace. Anche i musulmani più illuminati oggi si rendono conto che senza
pace non si può vivere. Si tratta quindi di mettere in atto una
operazione di tutte le forze politiche, sociali e religiose dell’Iraq
per cercare la vera pace, quella possibile, non quella ideale.
È tempo di riconciliazione, oppure bisognerà aspettare?
È tempo di riconciliazione, oppure bisognerà aspettare?
È sempre il tempo buono della riconciliazione, del perdono e della
pace. La soluzione dell’attuale conflittualità è più religiosa che
politica. Per far ciò noi cristiani dobbiamo portare il Cristo, dobbiamo
proclamarlo con la nostra vita, e gli altri potranno così vederlo.
Siamo sempre meno, noi cristiani, ma possiamo sempre e comunque
testimoniare Gesù.
È tempo anche di emigrazione per tanti cristiani…
È tempo anche di emigrazione per tanti cristiani…
Quando viene da me una famiglia che vuole emigrare all’estero, gli
chiedo sempre se ha fatto bene i suoi calcoli, se ha i mezzi e le
risorse psichiche di stare un paio d’anni in Giordania o in Libano per
attendere il visto per espatriare in Canada o in Australia, o in
Francia. E se poi hanno fatto bene i calcoli per poter vivere laggiù
economicamente e cristianamente. Non è una buona decisione quella di
emigrare, ma la libertà non può mancare nel prendere queste decisioni,
troppa gente è traumatizzata da quanto ha vissuto. Cerco comunque di
incoraggiare tutti a rimanere, anche perché poi è difficilissimo tornare
indietro. Per chi parte non ho soldi da offrire, ma per chi rimane li
trovo sempre. Nella catechesi per il Natale dirò proprio queste cose,
cioè perché è bene restare in queste terre.
Rimanere anche se cresce la mentalità integralista?
Rimanere anche se cresce la mentalità integralista?
Sì, rimanere e testimoniare Gesù. Cresce la mentalità fondamentalista,
cresce la corruzione, cresce il disagio sociale, non c’è lavoro… Tutto
vero. Ma dobbiamo lavorare riportando l’attenzione di politici, uomini
di religione, della gente comune sulla persona umana. Ad esempio
mettendosi dalla parte delle vittime e dei poveri, sempre.
L'Arcivescovo siro-cattolico di Mosul ad ACS: "I cristiani hanno timore di tornare ai loro villaggi"
"Non è chiaro” chi si prenderà cura dei cristiani nei villaggi
liberati, e per questo loro si sentono “traditi” dal governo. È quanto
ha affermato l’Arcivescovo siro-cattolico di Mosul (Iraq), Mons. Yohanna
Petros Mouche, durante una visita ad Aiuto alla Chiesa che Soffre (Aid
to the Church in Need). Il presule ha aggiunto che i cristiani hanno
timore di tornare ai loro villaggi nonostante la liberazione della Piana
di Ninive.
Anche se l’ISIS è militarmente “finito” e scacciato dalla regione,
rimane l’ideologia dei musulmani radicali, ci ha spiegato l’Arcivescovo,
uno dei primi a visitare Qaraqosh dopo la liberazione. Qualche prova?
In ottobre, due giorni dopo l’approvazione da parte del governo centrale
iracheno di un divieto all’uso dell’alcool per tutta la nazione, un
cristiano che stava commerciando bevande alcoliche è stato massacrato da
fanatici islamici proprio a Qaraqosh. Mons. Mouche ha aggiunto che i
cristiani sono rimasti “scioccati” nello scoprire che circa il 75 per
cento delle case nei villaggi cristiani liberati sono state incendiate
da abitanti locali. “Perché queste persone, con le quali eravamo in
relazione, hanno fatto tutto questo? Ci chiediamo se questo è il loro
modo di dirci che ci avrebbero bruciati vivi in caso fossimo tornati -
ha proseguito l’Arcivescovo - Temiamo di dover continuare a vivere con
loro! Attendevamo con impazienza la liberazione, e molti volevano
tornare immediatamente, ma ora la prima necessità è la garanzia della
nostra incolumità.”. Il presule ha tuttavia aggiunto che è una “grande
gioia” che ci sia almeno la possibilità di tornare ad abitare la Piana
di Ninive per “continuare a testimoniare Cristo nella nostra nazione.”.
L’Arcivescovo Mouche ha ringraziato infine tutti i Benefattori di
Aiuto alla Chiesa che Soffre, e ha chiesto loro di continuare a
sostenerli. “Chiediamo ai Benefattori di continuare ad essere solidali
con noi, sostenendoci con le loro preghiere e con l’aiuto materiale,
affinché possiamo continuare a dare testimonianza.”. E anche per
accogliere questo appello ACS-Italia ha proposto alla comunità italiana tre progetti per l’Iraq e per la Siria.
7 dicembre 2016
Iraq’s Christians Turn to Militia for Protection
Margherita Stancati and
Ali A. Nabhan
Qaraqosh, Iraq—Two years ago,
Mubarak Tuwaya
fled when Islamic State militants made a triumphant charge through northern Iraq.
Now he is back in his hometown, wearing the uniform of an Iraqi militia that is helping drive out the extremists—and aiming to secure a place for Christians and other local minorities in Iraq’s future.
Capt. Tuwaya’s U.S.-trained force is made up of about 500 troops and 300 unpaid volunteers, most of them Assyrian Christians from Hamdaniya, a district east of Mosul that is home to Qaraqosh, Iraq’s largest Christian town.
The Iraqi army’s 9th Division captured the district with the militia’s support in late October, in the early days of the current U.S-backed campaign to retake Mosul, the Sunni extremist group’s last major stronghold in the country.
The army then largely handed responsibility for holding Hamdaniya to the militia, whose next mission is to persuade other Christians it is safe to return.
“This is the land of our fathers, we have to defend it,” Capt. Tuwaya, a farmer and retired Iraqi army officer, said as he sat in the militia’s makeshift headquarters, a former veterinary clinic, beneath the group’s flag, a blue cross on a white background.
Now he is back in his hometown, wearing the uniform of an Iraqi militia that is helping drive out the extremists—and aiming to secure a place for Christians and other local minorities in Iraq’s future.
Capt. Tuwaya’s U.S.-trained force is made up of about 500 troops and 300 unpaid volunteers, most of them Assyrian Christians from Hamdaniya, a district east of Mosul that is home to Qaraqosh, Iraq’s largest Christian town.
The Iraqi army’s 9th Division captured the district with the militia’s support in late October, in the early days of the current U.S-backed campaign to retake Mosul, the Sunni extremist group’s last major stronghold in the country.
The army then largely handed responsibility for holding Hamdaniya to the militia, whose next mission is to persuade other Christians it is safe to return.
“This is the land of our fathers, we have to defend it,” Capt. Tuwaya, a farmer and retired Iraqi army officer, said as he sat in the militia’s makeshift headquarters, a former veterinary clinic, beneath the group’s flag, a blue cross on a white background.
Iraq’s once sizable Christian population has dropped by as much as half since
Saddam Hussein
was ousted in 2003, to roughly half-a-million people today.
When
Islamic State seized swaths of Iraqi territory in 2014, more than
150,000 Christians fled their homes. Many of them lived in Hamdaniya,
which is on the Nineveh Plain, a fertile region that inspired the
militia’s name: the Nineveh Plain Protection Units, or NPU.
Members
of the Christian community are now pressing the central government to
grant Nineveh Plain the status of a province, a step intended to
safeguard vulnerable minority groups, which also include Yazidis and
ethnic Shabaks.
“It’s a turning point in our history: to be or
not to be in our homeland,” said Yunadim Kanna, a Christian member of
parliament in Baghdad.
Militia leaders want the force to remain in charge of security in that territory even after Islamic State’s defeat.
The militia was formed in the fall of 2014 by displaced Christians
who felt that Iraqi and Kurdish troops had abandoned them during Islamic
State’s advance. The militia was initially funded through donations.
Members speak a modern version of Aramaic, the language of Jesus.
The
NPU reports to the central government, which earlier this year began
paying for salaries and supplying assault rifles. The militia hopes to
expand to around 1,000 troops and several hundred new recruits are
currently in training.
U.S. special operations forces helped
train the militiamen over the summer, and recently supplied them with
200 rifles, machine guns and ammunition, said Capt. Tuwaya.
A spokesman for the U.S.-led coalition against Islamic State didn’t comment.
The
NPU’s existence is a sign of the Christian minority’s tenacity, and of
how Islamic State’s emergence deepened ethnic and religious fractures in
Iraq, despite efforts to present a common front against the insurgency.
Troops from the semiautonomous Kurdish region and Iran-backed Shiite militias are playing important roles in the campaign against Islamic State. But those groups have separate command structures, and the various armed forces are sometimes wary of one another.
Several
NPU members said Iraqi Sunnis—many of whom initially supported Islamic
State—wouldn't be welcome if they returned to the Nineveh Plain.
The militia’s capabilities are limited. Kurdish and U.S. forces had to intervene in May to repel Islamic
State militants who attacked a town north of Mosul that the militia was
holding, in a battle that left one U.S. Navy SEAL dead.
And
its members’ methods can be raw. At a checkpoint outside Qaraqosh, one
young militiaman boasted that he beheaded an Islamic State fighter with
his pocketknife on his first day of combat. He showed a photo on his
phone of the militant’s head.
Qaraqosh, where some 40,000 people
once lived, is now a ghost town. The main street is littered with debris
and charred furniture, the shops burned and their windows shattered.
Airstrikes flattened buildings.
The town’s walls and churches are
scrawled with depictions of Islamic State’s black-and-white flag—and
now also with graffiti of the NPU.
“It’s from this direction that we are expecting attacks,” said Capt.
Nimroud Moma, who commands a company of some 90 NPU militiamen, pointing
out at the open desert toward territory still contested by Islamic
State.
Militiamen positioned heavy machine guns on the balconies of abandoned homes.
Capt.
Tuwaya said he joined the militia because he wants Iraqi Christians to
return to their ancestral lands. Two of his six children have left Iraq,
and the other family members share a two-bedroom apartment in Erbil.
“I am doing this first for Iraq, and second for Hamdaniya,” he said.
After
family members fled Qaraqosh, their house was looted and Islamic State
militants moved in. When Capt. Tuwaya returned for the first time, in
November, he said almost everything was gone.
But he found a portrait of the Virgin Mary under a sofa, brushed off the broken glass and hung it back on the wall.
Patriarca caldeo: Salvare il patrimonio culturale iracheno minacciato dalla guerra
Alle distruzioni operate dall'Isis, dai talebani e dalle guerre,
occorre rispondere creando un “rifugio sicuro” per la conservazione del
patrimonio culturale a rischio scomparsa “in collaborazione con il
governo” o, in alternativa, stabilire un ufficio “di rappresentanza”
delle Nazioni Unite. Formare “personale irakeno” perché sia in grado di
“trattare, documentare, proteggere e ripristinare” manoscritti,
manufatti ed edifici dalla storia millenaria. È l’appello lanciato dal
patriarca caldeo mar Louis Raphael Sako dal palco della “Conferenza
internazionale per la salvaguardia del patrimonio culturale nelle aree
teatro in conflitto”.
Nel suo intervento, inviato ad AsiaNews, il primate della Chiesa irakena ha anche chiesto “strumenti moderni e sofisticati” per svolgere al meglio “un compito così importante e delicato” come la salvaguardia di un patrimonio a rischio.
Nel suo intervento, inviato ad AsiaNews, il primate della Chiesa irakena ha anche chiesto “strumenti moderni e sofisticati” per svolgere al meglio “un compito così importante e delicato” come la salvaguardia di un patrimonio a rischio.
La conferenza si è tenuta il 2 e 3 dicembre scorso ad Abu Dhabi,
negli Emirati Arabi Uniti (Eau) e ha riunito capi di Stato e di governo,
esperti, studiosi, leader religiosi islamo-cristiani e attivisti nei
settori della storia, dell’archeologia e della cultura. Il patriarca
Sako sin dai tempi in cui era arcivescovo di Kirkuk aveva denunciato i
pericoli corsi dal patrimonio culturale irakeno, un “bene universale” da salvaguardare. Di recente ha ricordato come l’archeologia vale “più del petrolio”.
Alla conferenza di Abu Dhabi i partecipanti hanno lanciato un
appello, finalizzato alla creazione di un fondo da 100 milioni di
dollari per la salvaguardia del patrimonio culturale delle aree a
rischio. Patrocinata dall’Unesco, l’iniziativa ha riunito rappresentanti
da oltre 40 nazioni molti dei quali provenienti da nazioni teatro di
guerra. L’obiettivo è sia la cura del patrimonio che la lotta al
traffico di manufatti e reperti, oltre che contribuire al restauro dei
beni danneggiati. La Dichiarazione di Abu Bhadi, confermano gli esperti,
è un primo passo nell’ottica della conservazione del patrimonio. “La
creazione di questo Fondo - afferma il direttore generale Unesco Irina
Bokova - apre nuovi orizzonti […] un rinnovato impegno per la cultura,
l’istruzione, la dignità umana, in cui la tutela del patrimonio diventa
parte integrante di una strategia globale contro l’odio e
l’estremismo”.
Ecco, di seguito, l’intervento del patriarca Sako inviato per conoscenza ad AsiaNews:
Ecco, di seguito, l’intervento del patriarca Sako inviato per conoscenza ad AsiaNews:
L’Iraq, l’antica Mesopotamia, ha rappresentato la culla della
civilizzazione: a partire dai Sumeri, l’impero di Akkad, i babilonesi, i
caldei, gli assiri, i persiani, gli ebrei, i cristiani e gli arabi
musulmani. Tutti insieme, essi formano e rappresentano un tesoro
nazionale e internazionale.
Sparsi per tutto l’Iraq vi sono molti siti archeologici, molte chiese
antiche e monasteri perché i cristiani hanno costituito a lungo la
maggioranza della popolazione, prima dell’arrivo degli arabi musulmani
nel settimo secolo.
La progressiva escalation di conflitti etnici e religiosi in tutta la
regione mostra il bisogno urgente di azioni decise da parte della
comunità internazionale, al fine di proteggere e preservare questo
nostro patrimonio culturale.
L’invasione statunitense dell’Iraq del 2003 e la caduta di Baghdad
hanno originato un traffico di centinaia di manufatti dal valore
inestimabile, rubati dal Museo Nazionale irakeno nell’indifferenza
generale. Lo stesso è avvenuto con il museo di Mosul, all’indomani della
conquista della città da parte degli estremisti dello Stato islamico.
Questi episodi hanno rappresentato una perdita gravissima per il nostro
patrimonio.
I jihadisti dell’Isis (ex Stato islamico) hanno dato il via a una
vera e propria campagna di distruzione finalizzata alla cancellazione di
tutto ciò che ha preceduto l’età islamica. E di tutto ciò che non si
adattava alla loro ideologia.
In seguito alla distruzione delle moschee di Nabi Younis e Nabi
Jarjees, così come alle devastazioni di alcuni fra i più significativi e
antichi siti come Nimrud e Hatra (Hadhar), unito al rogo di centinaia
di manoscritti prelevati da molte chiese e monasteri, la comunità
internazionale dovrebbe coinvolgere il governo irakeno e gli altri
governi della regione, per assicurare la preservazione e la protezione
di questo patrimonio multi-millenario. E dar vita un gruppo di esperti
che possano avviare le necessarie opere di restauro.
Tuttavia, fra i segnali che sono fonte di incoraggiamento vi è
l’iniziativa lanciata da p. Najib Mussa, un frate domenicano, che ha
fondato il “Centro digitale di manoscritti orientali” a Mosul nel 1990 e
ha iniziato a documentare e classificare manoscritti di chiese e
monasteri. Egli ha anche filmato 7500 manoscritti e restaurato altri,
che si erano danneggiati nel tempo. Grazie alla sua opera sono
disponibili cd e cataloghi, oggi raccolto nel centro domenicano di
Erbil.
Auspichiamo con rinnovata speranza che questi siti antichi, queste
vecchie chiese, i monasteri e le moschee siano presto ricostruiti nel
modo giusto e seguendo le forme originarie.
Oggigiorno, la situazione è ancora insicura e anche quando lo Stato
islamico sarà sconfitto, la sua ideologia continuerà a generare un nuovo
tipo di conflitti. Per questo vorrei sottoporre alla vostra attenzione i
seguenti progetti, connotati da un carattere di concretezza e, al tempo
stesso, di urgenza.
1) Creare un rifugio sicuro per la conservazione e lo stoccaggio del
patrimonio culturale a rischio di scomparsa, con l’accordo (sotto forma
di convenzione) del governo irakeno o, quantomeno, stabilire una
rappresentanza delle Nazioni Unite preposta al monitoraggio per
assicurarne la sorveglianza.
2) Portare esperti che siano preposti alla formazione del personale
irakeno su come trattare questo patrimonio culturale, che è qui da
migliaia di anni. E formare il personale su come documentare, proteggere
e ripristinare i manoscritti, i siti storici, i manufatti antichi, le
chiese, i monasteri, le sinagoghe e le moschee nel modo giusto.
3) Equipaggiare questi team irakeni con strumenti moderni e sofisticati, per svolgere un compito così importante e delicato.
The intervention of Patriarch Louis Sako during “The International Conference for the Safeguarding of Cultural Heritage in Conflict areas” Abu Dhabi / The Arab United Emirates
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