"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014
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2 giugno 2008

Vita a Mosul o a Baghdad.Ma... è vita?

By Baghdadhope

E’ di alcuni giorni fa un articolo pubblicato dall’AFP dedicato ai progressi che si starebbero verificando a Mosul a seguito delle operazioni militare tese a ripulirla dagli elementi terroristici che l’avevano resa uno dei maggiori poli della violenza nel paese. I progressi di cui si parla riguarderebbero la vita quotidiana afflitta da una serie di divieti e norme comportamentali cui la popolazione si è dovuta attenere – un rifiuto sarebbe equivalso alla morte – e che trovavano spiegazione, da parte di chi li imponeva, in una rigidissima e fanatica morale o nel rispetto degli usi e costumi in vigore al tempo del Profeta.
Così, a parte il prevedibile divieto di bere alcolici, che in passato si era sempre potuto eludere usando una certa “discrezione”, l’articolo cita quello di usare rasoi elettrici per i barbieri, di far sedere uomini e donne allo stesso tavolo per i ristoratori, persino di vendere il ghiaccio, sconosciuto nel XVII secolo. C’era poi il divieto che riguardava alcune verdure, nella fattispecie i pomodori ed i cetrioli, impossibili da mettere in esposizione sullo stesso banco per non suscitare pensieri di natura sessuale.
Questo divieto, basato sul presunto sesso delle verdure, appare tra tutti il più surreale. Per prima cosa esso presuppone un grado di perversione sessuale che certamente – se esiste - riguarda una minimissima percentuale della popolazione mondiale che certamente non risiede nella sua maggioranza a Mosul. Secondo perché è improbabile pensare che i suoi abitanti, insicuri di poter anche solo tornare a casa vivi dopo aver fatto la spesa, indugiassero in pensieri peccaminosi dal verdumaio.
Per quanto surreale però questo divieto esisteva, ed in alcune zone esiste ancora, ed è stato“causa della morte di molte donne che per esso sono state uccise senza pietà” come ha confermato da Baghdad a Baghdadhope la stessa fonte che già due anni fa aveva descritto tali divieti.
L’articolo dell’AFP, infatti, mi ha subito ricordato un
post analogo del giugno 2006. A quell’epoca il divieto riguardante le verdure non c’era ancora o la mia fonte aveva dimenticato di citarlo. Ce n’era un altro però altrettanto surreale che riguardava l’aria e le ruote di scorta:

Clicca su "leggi tutto" per il post "Vita a Baghdad. Ma... è vita? o vai direttamente al post consultando l'archivio del giugno 2006

venerdì, giugno 09, 2006
Vita a Baghdad. Ma... è vita?
By Baghdadhope

Parlo al telefono con un amico che vive a Baghdad. Mi sta raccontando le ultime novità. Se non fosse che so che non sta inventando e che a provarlo ci sono altre testimonianze simili, non crederei alle mie orecchie. Da tempo, ai problemi di una realtà assurda che insanguina Baghdad giornalmente molto più di quanto i nostri media ci dicono, se ne sono aggiunti altri che riguardano i comportamenti che la popolazione deve tenere, e che ben sono riportati da uno dei blogger iracheni. Secondo Zeyad, questo il nome del blogger, quelli che lui definisce "islamisti radicali" hanno ormai preso il controllo, totale o quasi, di molti quartieri di Baghdad in cui sono stati distribuiti dei volantini riportanti i codici di comportamento da tenere. I volantini però non sono uguali da quartiere a quartiere, e mentre in quelli di Ghazaliya ed Adhamiya contengono molte direttive, in altri alcune sono mancanti, una situazione che rende la cosa ancor più surreale, se possibile. Come regolarsi? * (vedi nota)
Proviamo ad immaginare di vivere con queste regole: se siamo donne dovremo adeguarci ad usare il velo che copre il capo ogni volta che usciamo di casa, e questo anche se, come cristiane, questa pratica non è nelle nostre tradizioni. Non potremo guidare e meno che mai usare il cellulare in pubblico, una pratica considerata disdicevole. Se siamo uomini saremo obbligati ad indossare pantaloni lunghi a patto che non siano blue jeans, a non tagliarci la barba, a non portare il "pizzetto," a non mettere il gel sui capelli, a non portare collanine nè camicie troppo colorate. A questi divieti/imposizioni che riguardano separatamente i due sessi, si aggiungono quelli che riguardano tutti, alcuni dei quali di difficile interpretazione: è vietato vendere ghiaccio, sigarette per strada, prodotti di origine iraniana, giornali, Cd e DVD. Gli spazzini non possono raccogliere la spazzatura in alcune aree, ed in alcune altre è proibito possedere un generatore elettrico.
I macellai non possono macellare in particolari date legate ad anniversari religiosi e, come poteva mancare? gli Internet Cafè sono minacciati. Zeyad fa notare di non essere stato in grado di trovare uno di questi volantini di "istruzioni" ma che, anche se si trattasse della classica "leggenda metropolitana," gli assassinii legati al non rispetto delle regole sono reali, e comunque nel dubbio è più prudente adeguarsi alle nuove regole. Molte volte, infatti, la paura è peggiore della realtà. Mi viene da pensare alla faccenda dei telefoni sotto controllo nell'Iraq di Saddam Hussein. Fino alla caduta del regime non c'era iracheno che non si dicesse o non fosse sicuro di avere il telefono sotto controllo, e questo portava a delle conversazioni bizarre fatte di frasi in codice e di prontezza nel raccogliere o nel dare l'informazione voluta ma camuffata. Ebbene, per quanto il controllo del regime fosse effettivamente diffuso, non penso che si potesse arrivare ad un controllo "effettivo" di "tutti" i telefoni del paese, e d'altro canto non sarebbe stato necessario: la paura creava una sorta di "autocensura" che garantiva il massimo del risultato con il minimo investimento. Ma torniamo alle regole ed alla mia conversazione con l'amico di Baghdad.
"Vuoi sapere l'ultima regola?"
"Dai, dimmi"
"Non si può portare la ruota di scorta in macchina"
Perché?
Chiedo, dandomi mentalmente la risposta che riguarda la possibilità di nascondervi dell'esplosivo.
"Perché se porti la ruota di scorta dimostri di non aver abbastanza fiducia in Dio. Se ne avessi sapresti che se sarà volere di Dio tu non ne avrai bisogno"
"??????????????"
"E poi qualcuno da anche un'altra spiegazione.."
"??????????????"
"Non puoi portare la ruota di scorta perché l'aria in essa contenuta non è tua, ma di Dio"
"E l'aria che è dentro le altre quattro ruote di chi è?"

Risata. "E chi lo sa?"
Questa è la vita a Baghdad, ma... è vita?
A questo proposito voglio citare altri due scampoli di conversazione esplicativi di una situazione che difficilmente si riesce persino solo ad immaginare, e che ha diffuso tra gli iracheni fatalismo, saggezza, rassegnazione ed anche una sorta di umorismo nero utile alla sopravvivenza mentale.
Si parlava della dose di violenza quotidiana:
Io: "non so proprio come facciate a vivere.."
Risposta: "e chi ti dice che siamo vivi?"
Si parlava della cronica mancanza di elettricità in una città in cui ormai di giorno ci sono 50 gradi centigradi:
Io: "..se solo fosse possibile installare dei pannelli solari non dovreste più dipendere da nessuno con il sole che avete..."
Risposta: "se avessimo i pannelli solari qualcuno farebbe saltare in aria il sole con una bomba!"
* Non cè link diretto all'articolo di Zeyad "7th century Baghdad" che può però essere trovato consultando l'archivio del giugno 2006 di healingiraqblogspot.

9 giugno 2006

Vita a Baghdad. Ma... è vita?

Parlo al telefono con un amico che vive a Baghdad. Mi sta raccontando le ultime novità. Se non fosse che so che non sta inventando e che a provarlo ci sono altre testimonianze simili, non crederei alle mie orecchie. Da tempo, ai problemi di una realtà assurda che insanguina Baghdad giornalmente molto più di quanto i nostri media ci dicono, se ne sono aggiunti altri che riguardano i comportamenti che la popolazione deve tenere, e che ben sono riportati da uno dei blogger iracheni. Secondo Zeyad, questo il nome del blogger, quelli che lui definisce "islamisti radicali" hanno ormai preso il controllo, totale o quasi, di molti quartieri di Baghdad in cui sono stati distribuiti dei volantini riportanti i codici di comportamento da tenere. I volantini però non sono uguali da quartiere a quartiere, e mentre in quelli di Ghazaliya ed Adhamiya contengono molte direttive, in altri alcune sono mancanti, una situazione che rende la cosa ancor più surreale, se possibile. Come regolarsi?
Proviamo ad immaginare di vivere con queste regole: se siamo donne dovremo adeguarci ad usare il velo che copre il capo ogni volta che usciamo di casa, e questo anche se, come cristiane, questa pratica non è nelle nostre tradizioni. Non potremo guidare e meno che mai usare il cellulare in pubblico, una pratica considerata disdicevole. Se siamo uomini saremo obbligati ad indossare pantaloni lunghi a patto che non siano blue jeans, a non tagliarci la barba, a non portare il "pizzetto," a non mettere il gel sui capelli, a non portare collanine nè camicie troppo colorate. A questi divieti/imposizioni che riguardano separatamente i due sessi, si aggiungono quelli che riguardano tutti, alcuni dei quali di difficile interpretazione: è vietato vendere ghiaccio, sigarette per strada, prodotti di origine iraniana, giornali, Cd e DVD. Gli spazzini non possono raccogliere la spazzatura in alcune aree, ed in alcune altre è proibito possedere un generatore elettrico. I macellai non possono macellare in particolari date legate ad anniversari religiosi e, come poteva mancare? gli Internet Cafè sono minacciati. Zeyad fa notare di non essere stato in grado di trovare uno di questi volantini di "istruzioni" ma che, anche se si trattasse della classica "leggenda metropolitana," gli assassinii legati al non rispetto delle regole sono reali, e comunque nel dubbio è più prudente adeguarsi alle nuove regole. Molte volte, infatti, la paura è peggiore della realtà. Mi viene da pensare alla faccenda dei telefoni sotto controllo nell'Iraq di Saddam Hussein. Fino alla caduta del regime non c'era iracheno che non si dicesse o non fosse sicuro di avere il telefono sotto controllo, e questo portava a delle conversazioni bizarre fatte di frasi in codice e di prontezza nel raccogliere o nel dare l'informazione voluta ma camuffata. Ebbene, per quanto il controllo del regime fosse effettivamente diffuso, non penso che si potesse arrivare ad un controllo "effettivo" di "tutti" i telefoni del paese, e d'altro canto non sarebbe stato necessario: la paura creava una sorta di "autocensura" che garantiva il massimo del risultato con il minimo investimento. Ma torniamo alle regole ed alla mia conversazione con l'amico di Baghdad.
"Vuoi sapere l'ultima regola?"
"Dai, dimmi"
"Non si può portare la ruota di scorta in macchina"
Perché? Chiedo, dandomi mentalmente la risposta che riguarda la possibilità di nascondervi dell'esplosivo.
"Perché se porti la ruota di scorta dimostri di non aver abbastanza fiducia in Dio. Se ne avessi sapresti che se sarà volere di Dio tu non ne avrai bisogno"
"??????????????"
"E poi qualcuno da anche un'altra spiegazione?"
"??????????????"
"Non puoi portare la ruota di scorta perchè l'aria in essa contenuta non è tua, ma di Dio"
"E l'aria che è dentro le altre quattro ruote di chi è?"
Risata. "E chi lo sa?"
Questa è la vita a Baghdad, ma... è vita?
A questo proposito voglio citare altri due scampoli di conversazione esplicativi di una situazione che difficilmente si riesce persino solo ad immaginare, e che ha diffuso tra gli iracheni fatalismo, saggezza, rassegnazione ed anche una sorta di umorismo nero utile alla sopravvivenza mentale.
Si parlava della dose di violenza quotidiana:
Io: non so proprio come facciate a vivere..
Risposta: e chi ti dice che siamo vivi?
Si parlava della cronica mancanza di elettricità in una città in cui ormai di giorno ci sono 50 gradi centigradi:
Io: se solo fosse possibile installare dei pannelli solari non dovreste più dipendere da nessuno con il sole che avete...
Risposta: se avessimo i pannelli solari qualcuno farebbe saltare in aria il sole con una bomba!

11 settembre 2013

La vita "blindata" del Nunzio Apostolico in Iraq: Monsignor Giorgio Lingua

By Baghdadhope *


Essere Nunzio Apostolico, praticamente Ambasciatore del Vaticano, non è facile. Vuol dire essere voce della diplomazia papale ma anche portatore dei valori religiosi cattolici, ed in questa doppia veste, di conseguenza, essere particolarmente attenti nel muoversi nei diversi ambienti culturali, politici ed economici.
Specialmente se si tratta di paesi “difficili”, in conflitto con altri o in cui imperversa la guerra civile, dominati da regimi dittatoriali o sprofondati nella povertà, piagati da ricorrenti sciagure o in cui la religione cristiana, cattolica o no, è minoritaria, come nel caso dell’Iraq, “liberato” da un tiranno ma non ancora “libero” e soprattutto ancora lontano da qualsiasi parvenza di normalità.
In un ambiente così difficile il Nunzio Apostolico deve raddoppiare la prudenza che il suo ruolo diplomatico già gli impone ed è quello che Monsignor Giorgio Lingua, Nunzio in Iraq ed in Giordania, fa dal giorno del suo arrivo a Baghdad nel piccolo edificio della Nunziatura di Sha’ra Saadoun. Sempre attento a dare ascolto e voce a tutte le parti, nelle interviste fino ad ora concesse ha dimostrato saggezza e prudenza per non urtarne nessuna, e non potrebbe essere altrimenti.

Ma cosa sappiamo noi, in fondo, della vita del Nunzio Apostolico in uno dei paesi più pericolosi del mondo? Possiamo immaginarlo, o addirittura vederlo, mentre incontra capi di stato, ministri, altri ambasciatori o rappresentanti di tutte le religioni ma com’è una sua giornata tipo?
Baghdadhope
ha voluto chiederglielo.


Monsignore, Lei vive nel centro di Baghdad alternando la sua presenza lì con quella in Giordania, può descriverci la vita nella Nunziatura?

“Direi che è una vita molto ritirata anche se, per il ruolo che ricopro, gli incontri istituzionali sono sempre molti. Sono incontri che si svolgono in Nunziatura o nella Zona Verde, la vasta zona blindata istituita dagli americani dove si trovano le sedi delle istituzioni governative irachene.”

Gli incontri istituzionali non sono però l’unica occasione per lasciare la Nunziatura immagino..

“No. Ci sono gli incontri con i capi religiosi, musulmani, cristiani o delle altre due minoranze, quella yazida e quella mandea, le cerimonie religiose cui partecipo, ad esempio le ordinazioni, le consacrazioni di nuove chiese e le celebrazioni del calendario liturgico, e ci sono poi i ricevimenti per le feste nazionali che si tengono nelle circa cinquanta sedi diplomatiche presenti in città.”

A descriverla così però non sembra una vita molto ritirata. A cosa alludeva definendola come tale?

“Al fatto che nonostante sia arrivato a Baghdad da quasi tre anni non conosco ancora molto bene la città visto che mi è impossibile decidere di uscire a fare una passeggiata e respirarne la vera aria, quella che si può apprezzare solo perdendosi tra le sue strade e facendosi guidare da un odore, un rumore, un uomo che cammina davanti a te. Eppure mi piacerebbe farlo. Baghdad è come una donna con il burka che lascia vedere le proprie bellezze solo a chi la ama e per quel poco che ho visto da dietro i vetri dell’auto è una città che varrebbe le pena scoprire ma dove purtroppo la sicurezza è un bene sconosciuto: a giorni di apparente calma seguono giorni in cui l’eco delle esplosioni delle autobomba ed il suono delle sirene sono udibili in vaste aree della città.”

E la Sua, di sicurezza, da chi e cosa è garantita? La maggior parte di noi fa fatica ad immaginare cosa voglia dire vivere blindati.

“Per quanto riguarda la sicurezza dell’edificio della Nunziatura essa è affidata a guardie armate e fino a pochi mesi fa ad un cane che purtroppo è deceduto, temo per l’atroce caldo di luglio. Per quanto riguarda me quando devo uscire devo avvertire il capo delle guardie che organizza la scorta composta in genere da 7 poliziotti armati fino ai denti che scortano, davanti e dietro, la macchina blindata della Nunziatura su due fuoristrada pick-up. Per disposizione del Ministero degli Esteri non posso uscire senza questa scorta che in caso di visite fuori città viene più raddoppiata ed organizzata con almeno 72 ore di anticipo.
In tre anni mi è stato consentito di uscire a piedi soltanto in pochissime occasioni, ad esempio per la visita alle tombe dei sacerdoti uccisi nella cattedrale siro-cattolica di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso che si trova a soli 400 metri dalla Nunziatura. Per ottenere il permesso di farlo ogni anno faccio presente alle autorità che tale pellegrinaggio, compiuto nel giorno dei defunti, è un obbligo della mia religione ed allora esse non si oppongono. La prima volta, però, fui accompagnato da 5 guardie in divisa, elmetto e kalashnikov e chi mi vide lasciare la nunziatura così scortato disse che sembravo un arrestato condotto in prigione. Da allora ho richiesto, e le autorità hanno sensatamente accettato, di essere accompagnato da guardie in borghese.
A volte la questione della sicurezza ha anche dei risvolti surreali: un giorno sono andato a comprare una pianta ornamentale e ne ho trovata una bella ma troppo grande per entrare nella nostra macchina. Ho chiesto così di caricarla sul pick-up della polizia che ci scortava e gli agenti hanno gentilmente accettato di aiutarmi: uno di essi ha così fatto tutto il viaggio in piedi (circa 5 km attraverso Baghdad!) reggendo con una mano il kalashikov e con l'altra la mia pianta!

Neanche lasciare Baghdad è facile. L’autorizzazione alla compagnia incaricata della sicurezza all’aeroporto  deve essere richiesta almeno 24 ore prima della partenza. Una volta ottenuto il numero di autorizzazione lo si deve esibire al primo check-point che si trova a circa 4 km dall’aeroporto dove chi non ha un pass speciale deve lasciare il veicolo su cui ha viaggiato e prendere un taxi. Quello è il punto in cui la scorta mi lascia. Dopo circa 500 metri i cani anti esplosivo ispezionano l’auto  e dopo altri 2,5 km si trova l’ultimo check point che è gestito da una compagnia di sicurezza diversa da quella che controlla il primo punto di controllo e passato il quale si arriva finalmente allo scalo.

Ritiene che queste misure di sicurezza siano sufficienti?

“Le ritengo un po’ eccessive dato che riducono al minimo i movimenti e la libertà di spostamento. C’è però da dire che tutto ciò è vantaggioso per la salute: una vita regolare, quasi monastica, fa senz’altro bene.”

Ma così non si muove mai, in Nunziatura non c’è una palestra e la mancanza di movimento non fa bene..

In questo mi aiuta la tecnologia. Al pomeriggio se non ci sono visite in Nunziatura o uscite in programma mi dedico allo sport con una corsetta di circa 40 minuti sul tapis roulant. Certo correre al chiuso è piuttosto monotono e così lo faccio guardando in TV qualche partita di calcio o tennis ed illudendomi di star correndo su quei campi. Si fa quel che si può!”

Allora: visite, uscite e sport. Che altro? A che ora comincia la giornata?
“Alle 6 in punto quando il mio smartphone mi annuncia l’ora, mi informa sulla temperatura esterna, mi ricorda gli impegni della giornata e soprattutto il motivo per cui anche quel giorno mi sveglio: vivere per amare Gesù e cercare di essere un’altra Maria. I miracoli della tecnica! Un piccolo aggeggio, se programmato a dovere, può fare molte cose ed il mio smartphone serve anche quando, soprattutto d’inverno, i  generatori sono ancora spenti e manca la luce elettrica, ed io lo uso come breviario alle 6.30.
Tra il momento della sveglia e quello delle preghiere c’è però un momento speciale. Scrollandomi di dosso la pigrizia tipica delle ore mattutine mi trascino giù dal letto molte volte già tutto sudato, visto che nei mesi caldi a quell’ora nella stanza ci sono già 30 gradi, e vado in bagno dove la sera precedente ho provveduto a riempire la vasca di acqua così da darle il tempo di “raffreddarsi” durante la notte visto che con una temperatura esterna che a volte supera i 50 gradi e le cisterne sul terrazzo l’acqua al mattino sarebbe ancora troppo calda.
Dopo la lettura del breviario mi reco nella piccola cappella della Nunziatura dove recito l’Ufficio e dove mi raccolgo in meditazione fino alle 7.30 quando con il Segretario della Nunziatura, Mons.
George Panamthundhil, celebriamo la Santa Messa con le Lodi mattutine alla quale assistono anche due suore
caldee dell’ordine delle Figlie di Maria Immacolata: Suor Hanan e Suor Clara .                     
Lei, il Segretario e due suore. Chi altri vive in Nunziatura?

“Una brava signora di nome Shamiran che si occupa delle pulizie ed un giardiniere con il quale comunico a gesti e che sebbene capisca bene i rimproveri ha l’abitudine, comunque, di fare di testa sua. Una partita persa. Sul retro della Nunziatura c’è un piccolo giardino affidato alle sue cure in cui, dopo la colazione che consumo con Mons. George, faccio una passeggiata per controllare lo stato delle piante ed eventualmente raccogliere qualche fiore per dare il benvenuto agli ospiti; se ho fortuna raccolgo anche qualche uovo fresco dal piccolo pollaio allestito vicino ad un orticello che non definirei proprio florido e se ho tempo incoraggio le papaie nella crescita e guardo con commiserazione i pomodori che non vogliono saperne di spuntare. Alle 9.00 inizia la vera e propria giornata lavorativa con il Segretario e la suora irachena che, visto che parla perfettamente anche l’italiano è costretta a fare di tutto. Due volte alla settimana un sacerdote iracheno viene ad aiutarci con le traduzioni.
I primi impegni sono quelli di controllare la posta elettronica e l’agenda per distribuire le incombenze a seconda delle urgenze e delle competenze ma prima di ciò, per ricordare che la cosa più importante è mettere in pratica la Parola della Scrittura, leggiamo il cartello che la riporta in arabo ed in italiano che abbiamo affisso in cappella e che cambiamo ogni mese. Come ha detto Papa Francesco noi non siamo una ONG e neanche un’ambasciata come le altre: siamo consacrati e deve essere prioritario per noi vivere la Parola che dà senso a tutte le nostre attività, al nostro lavoro ed ai nostri incontri.
Dopo questo incontro organizzativo in genere mi affido ad internet per controllare le notizie nazionali ed internazionali e metto mano alle pratiche che mi aspettano: bozze da correggere, risposte da dare, bilanci da controllare, lettere da firmare, discorsi da preparare, informazioni da comunicare, telefonate da fare e dossier da studiare: la normale amministrazione di una Nunziatura. Al lunedì, quando in genere arriva il corriere diplomatico da Roma, il Segretario si affretta ad aprirlo – non so se per autentico zelo o pura curiosità – per registrare la corrispondenza ufficiale, ordinarla e portarmela. Verso le 11.00 Shamiran “spezza” le mie attività con del thé e qualche biscotto e, se previsto, dopo questa pausa incontro qualcuno, ma solo fino a 12.00 perché a quell’ora il mio Segretario, indiano ma puntuale come uno svizzero, suona la campanellina che ci richiama in Cappella dove recitiamo l’Angelus e preghiamo per la pace nel mondo, specialmente per i paesi in guerra.
Dopo un’ora pranzo con il Segretario con ciò che le brave suore ci preparano ed approfittiamo di quei momenti per fare il punto sull’andamento delle attività. Alle 14.00 circa mi ritiro nel mio studio dove accendo la Tv per seguire le notizie dall’Italia o su Al Jazeera anche se, complice la digestione ed il caldo, al terzo o quarto servizio in genere mi appisolo per risvegliarmi quando sento il telecomando scivolare a terra dalle mie gambe. Verso le 15.00 mi reco in Cappella per la recita dell’ora nona e dopo, devo dire con estremo sforzo di volontà, provo a fare qualche esercizio di arabo per non farmi trovare impreparato quando, al lunedì sera, mi collego tramite Skype com Ahmed, il mio insegnante.
Dopo l’arabo riprendo il lavoro che termina alle 19.30 per la cena che condivido con il Segretario e le suore. Visto che non posso uscire mi concedo una passeggiata in  giardino approfittando così per dare la buona notte alle guardie che vegliano su di noi. Un altro incontro in Cappella per i Vespri e la serata termina con un’accanita sfida tra me e Mons. George a ping-pong simulato dalla Wii. Nessuno di noi due vuole perdere perché la posta in gioco è alta: un cioccolatino, ma non mi chieda chi vince di solito, per rispetto del mio avversario non lo rivelerò!”
Una giornata lunga…

“Che non finisce però con il ping-pong. C’è qualche buona lettura, c’è internet ed i contatti con gli amici sparsi nel mondo, c’è la corrispondenza personale da evadere. Di solito concludo la giornata in terrazzo dove salgo per recitare il Santo Rosario e da dove, di nascosto dalle guardie che non lo permetterebbero, contemplo quel poco di Baghdad che posso vedere. In quei momenti affido la città, i suoi abitanti e tutto il Paese alla protezione della Madonna e guardo, a soli 400 metri, la grande croce della cattedrale siro-cattolica di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso. Con la recita della compieta, in terrazzo o in Cappella, do la buona notte anche a Gesù chiedendo perdono per le mancanze della giornata che, nonostante i buoni propositi, ho l’impressione siano sempre più numerose delle buone azioni che avevo intenzione di compiere. A quel punto c’è ancora un’unica cosa da fare: riagganciare al caricatore lo smartphone che l’indomani mattina mi sveglierà annunciando implacabilmente che “Sono le sei e zero minuti” e che un’altra giornata sta per iniziare per me a Baghdad.”

















* Le foto di Baghdadhope sono state scattate nel 2002 e mostrano la Nunziatura Apostolica recante ancora i simboli del suo status: la targa sull'esterno dell'edificio che ora è nascosta dal muro di protezione, la bandiera vaticana che si intravvede sul tetto e soprattutto lo stemma di Papa Giovanni Paolo II, pontefice in quell'anno, sulla facciata. Simboli che ora, come è chiaro dalla foto scattata da Mr. Zaia, sono nascosti o scomparsi. Nell'altra foto Monsignor Giorgio Lingua ed uno dei soldati di guardia alla Nunziatura.  

12 settembre 2013

Iraq: esplosione a Baghdad.

By Radiovaticana

È di 30 morti e 55 feriti il bilancio dell’esplosione avvenuta questa mattina nella parte nord di Baghdad. L'agenzia di stampa Xinhua, citando una fonte del ministero dell'Interno iracheno, parla di un attacco kamikaze avvenuto vicino alla moschea di al-Temimi, frequentata dalla comunità sciita della capitale irachena.
“La sicurezza in Iraq è un bene sconosciuto”, a lanciare un nuovo allarme è il nunzio apostolico in Iraq e Giordania, mons. Giorgio Lingua, che in un’intervista a Baghdadhope ha affermato: “Nonostante sia arrivato a Baghdad da quasi tre anni non conosco ancora molto bene la città, quando devo uscire devo avvertire il capo delle guardie che organizza la scorta composta in genere da 7 poliziotti armati fino ai denti che scortano, davanti e dietro, la macchina blindata della nunziatura su due fuoristrada pick-up. Per disposizione del ministero degli Esteri - aggiunge il nunzio - non posso uscire senza questa scorta che in caso di visite fuori città viene più che raddoppiata ed organizzata con almeno 72 ore di anticipo”. Neanche lasciare Baghdad è facile. “L’autorizzazione alla Compagnia incaricata della sicurezza all’aeroporto deve essere richiesta almeno 24 ore prima della partenza”.

1 gennaio 2016

Buon anno ai cittadini di Baghdad dal Patriarcato Caldeo. Il Patriarca senza scorta per incontrare la gente.

By Baghdadhope*

Foto Patriarcato Caldeo per Baghdadhope
Il patriarca caldeo, Mar Louis Raphael I Sako ed il suo ausiliare Mons. Basel Yaldo hanno marcato l'inizio del nuovo anno per le strade di Baghdad. I due prelati hanno percorso a piedi una delle principali arterie del quartiere di Mansour, al centro della città, per recarsi dalla sede del Patriarcato alla chiesa dell'Assunzione della Vergine Maria dove è stata celebrata la Santa Messa.
In una Baghdad affollata di gente nonostante le sempre precarie condizioni di sicurezza Mar Sako e Mons. Yaldo hanno deciso, come dichiarato stamani dallo stesso patriarca caldeo a Baghdadhope "di andare senza scorta per poter scambiare gli auguri di un nuovo anno di pace e serenità con i passanti. Una cosa che se fossimo stati scortati non sarebbe stato possibile."   
Foto Patriarcato Caldeo per Baghdadhope
L'augurio di pace è stato poi ribadito nell'omelia e specialmente rivolto all'Iraq ed alla Siria dove, proprio ieri, un attentato nella città a maggioranza curda di Qamishli ha mietuto 18 vittime, tra le quali alcuni giovani che avevano frequentato l'oratorio dei Salesiani, e causato il ferimento di 30 persone.
Il desiderio di riconciliazione espresso dalle parole del patriarca caldeo è stato concretizzato durante le festività natalizie dalla distribuzione da parte del patriarcato di 70.000 dollari a 2000 famiglie povere e sfollate in maggioranza cristiane ma anche appartenenti alle altre fedi, ed a 40 studentesse e studenti universitari cristiani dell'università di Baghdad.
"Un gesto" ha sottolineato Mar Sako, "che esprime il valore della carità cristiana e della volontà che tutti dovrebbero avere di riconciliare le parti per arrivare finalmente alla pace."     

6 settembre 2009

Missione toscana a Baghdad per un centro giovanile


03/09/2009

Non è passato un anno e il vescovo latino di Baghdad, mons. J.B. Sleyman, ha visto realizzato il suo desiderio. Lo incontrammo a Beyrouth dopo la posa della prima pietra dell’Ospedale che la Fondazione Giovanni Paolo II sta costruendo a Ein Ebel (sud Libano). Conosciuti gli obbiettivi della Fondazione ci invitò a Bagdad. Lo abbiamo poi incontrato due volte in Italia per confermare l’invito e precisare il progetto.
Sono state molte le difficoltà per ottenere il visto di ingresso e la posizione dell’Ambasciata e di tutti i suoi rappresentanti è stata sempre di rigorosa prudenza: accettare di restare solo nella cosiddetta «zona verde», spostarsi solo all’interno di questa e sempre con la copertura dei nostri Carabinieri. Era l’unica via possibile. Non potevamo che accettare tali condizioni, sperando che le situazioni non fossero poi così drammatiche.
La delegazione esplorativa Partiamo in quattro: il direttore della Fondazione Angiolo Rossi, Paolo Ricci, impegnato nella cooperazione e membro del comitato scientifico della stessa, il vicedirettore di Famiglia Cristiana, Fulvio Scaglione, e il vescovo Rodolfo Cetoloni, anche lui della Fondazione.
Volo Turkish Airlines: Roma-Istanbul-Baghdad tra il 18 e il 19 agosto. Una sosta sul Bosforo, tra un aereo e l’altro, che ci permette di ammirare nella notte dall’esterno i due grandi monumenti di Aghia Sophia e della Moschea Bleu.
Arriviamo al mattino del 19 e dobbiamo armarci di pazienza per la puntigliosità burocratica di un addetto ai visti di ingresso. «Manca un foglio!... Vi rispedisco in Italia!». Per fortuna dall’ambasciata ci avevano lasciato tutti i punti di riferimento possibili e immaginabili. Dopo più di un’ora un carabiniere di quelli che erano venuti per farci da scorta è potuto entrare e portare anche l’inutile foglio così «importante»!
La scorta dei Carabinieri…
Usciamo all’aperto. Il caldo secco è forte, ma sopportabile, anche con i giubbotti antiproiettile di cui ci hanno rivestito.
Cinque fuoristrada Land Cruiser blindati ci portano fino all’Hotel Al Rasheed in zona verde.
Muraglie di cemento a kilometri, check point uno dopo l’altro, autoblinde, un grosso carro armato e strane manovre delle auto, che ci portano a destinazione, guidate da brevi messaggi in codice: «Terra … Vento … A bolla ….!». Le manovre diversive sono per coprirci, specie agli incroci, sotto i cavalcavia e quando superiamo qualche rara auto.
L’albergo Al Rasheed è una tipica costruzione da tempi di regime: 14 piani, sale, giardino… Gentilezza ossequiosa, orientale. Un impiegato si rende conto che c’è un vescovo e chiama una sua collega, cristiana come lui. Commovente il saluto di quest’ultima che chiede di essere benedetta.
… e il gran botto
Non abbiamo fatto in tempo a disfare le valigie che un’esplosione fortissima fa vibrare tutto l’albergo. Se ne sente qualche altra in lontananza e poi è tutto un crepitìo di colpi di mitraglia, a raffica.
Non è facile capire cosa stia succedendo e dove sia avvenuta l’esplosione. Una nuvola di sabbia finissima invade le stanze dalle finestre aperte. Vorrei riprendere qualcosa con la piccola telecamera, ma la nebbia di sabbia copre tutto e i colpi di arma da fuoco, molto vicini, mi consigliano di rientrare più all’interno della camera.
Scendo nella Hall dove sono anche gli altri. Anche qui tanta polvere entrata attraverso le arcate: le grandi vetrate infatti sono state divelte e sbriciolate dallo spostamento d’aria. I volti di alcuni sono un po’ sconvolti, altri sembrano abituati a questi eventi. In un salone da congressi si sta svolgendo un incontro tra capi tribù nei loro bei vestiti lunghi. Hanno interrotto l’incontro, ma non sembrano molto preoccupati. Nella sala accanto c’è il buffet e molti sono impegnati lì.
Pare strano, la vita continua! Eppure si è trattato come di un grappolo di esplosioni in varie parti della città (10 o 12 pare) e la più forte è quella vicino a noi: un camion-bomba con 2 tonnellate di tritolo lanciato contro il ministero degli esteri iracheno. Sventrato e reso inagibile il palazzo, morti e feriti tra personale e gente di passaggio. Totale delle vittime oltre un centinaio di morti e centinaia di feriti. Le ultime due esplosioni nel mercato: due bici-bomba con pacco di esplosivo legato al portabagagli!
La notizia è volata attraverso le varie agenzie e siamo subissati di telefonate… Abbiamo detto che eravamo in una zona del tutto diversa e lontana dai fatti…
Il grande aiuto dell’Ambasciata Italiana
L’evento ha certamente condizionato il clima di questi giorni e le ripetute raccomandazioni del Primo Consigliere dell’Ambasciata (dott. Renato di Porìa e Brugnera) e del Primo Segretario (dott. Nicola Bazani) hanno avuto una conferma forte da quanto era avvenuto.
L’Ambasciata però, in stretto collegamento coll’Ambasciatore dott. Melani, assente per ferie in Italia, ci è stata accanto con ogni appoggio e consiglio per mettere ugualmente a frutto viaggio e giornate a Bagdad. Ci hanno anzi accolto con due pranzi molto cordiali e piacevoli e ci hanno reso possibile parlare con tutti gli interlocutori più importanti e mettere in moto i primi passi del progetto.
Una «cittadella Giovanni Paolo II a Baghdad»
Si tratta di un centro pastorale per giovani e per tutta la comunità cristiana. In buona parte è già realizzato accanto alla Cattedrale del Vescovo latino, mons. Sleyman carmelitano libanese, noto in Italia per un suo bel libro sui cristiani in Medio Oriente. E’ a Baghdad dal 2001.
I giovani sono tanti, tra i circa 200 mila cristiani che abitano a Bagdad. Partecipano alle iniziative e desiderano incontrarsi. Bisogna formarli alla vita cristiana, ma nella loro realtà irachena di ora, aiutandoli ad affrontare temi nuovi per loro come la libertà, la democrazia, l’impegno civile e sociale, la riconciliazione, la pace, la ricostruzione… A ciò si aggiunga quanto è necessario per i giovani la possibilità di svago e di luoghi ove fare sport… In questi giorni, nei locali esistenti, vi è una specie di campo-scuola estivo per ragazzi (qualche centinaio!).
Le strutture sono ampie, ma alcune hanno bisogno di rifacimenti e di arredamento, specie negli impianti di condizionamento (55 gradi Celsius in questi giorni!).
Il complesso apparteneva ai Padri Carmelitani. Requisito in parte dallo Stato all’epoca di Saddam è ora utilizzato dall’amministrazione civile per una scuola, mentre tutto il resto è stato riconsegnato alla Diocesi latina.
Recentemente, con l’aiuto della Azione Cattolica Italiana è stata acquistata una casa accanto alla sede Vescovile e così quasi tutti gli spazi prospicienti la strada sono gestibili per la comunità cristiana. C’è anche una bella casa di riposo per una quarantina di anziani.
Il vescovo Sleyman viene dall’ambito degli studi accademici, ma si sta dando molto da fare per questa iniziativa pastorale-sociale, che merita interessamento e appoggio.
La zona è sicura… un po’ più delle altre, ma in ogni modo, all’inizio e alla fine della strada, vi sono blocchi di cemento che impediscono l’accesso alle auto e due guardie private armate, giorno e notte. Ma nella zona rossa è un po’ tutto così… E a Baghdad abitano circa 6 milioni di persone che vivono questa situazione da anni…
I punti determinanti del progetto sono stati a lungo discussi alla presenza del Nunzio Apostolico Francis Assisi Chullikatt, molto interessato e personalmente d’accordo sull’iniziativa.
È un impegno della Chiesa latina, ma è per tutta la comunità cristiana e sarà aperto a tutti.
Anche il Patriarca Caldeo Delly, che ci ha incontrato sempre presso l’Ambasciata italiana, ci ha parlato di buoni rapporti con tutti gli iracheni. Tutti vivono la stessa difficile situazione e quanto nasce per favorire incontri e per lavorare insieme è benvenuto!
Ci vuole un piano generale sugli obbiettivi dell’utilizzo dell’esistente e di realizzazione di qualche nuovo intervento. Il vescovo, sollecitato anche dal Nunzio, farà giungere nella prima quindicina di settembre il progetto alla Fondazione che lo esaminerà e si darà da fare per trovare i fondi necessari.
L’impegno per il futuro
Un altro capitolo della storia intensa della Fondazione Giovanni Paolo II, verso zone sempre più difficoltose, ma proprio per questo più bisognose di vicinanza. Economica certo… ma ancor più umana e cordiale, «affettiva ed effettiva» come dice sempre il suo Presidente e ispiratore, mons. Luciano Giovanetti.
Nella sicurezza pesante di tre giorni in zona verde, col desiderio di vedere quello che direttamente vive quella gente… uno sguardo in avanti, confortati da una feconda storia alle spalle e da tanti amici.
Nasce davvero un nuovo capitolo!
Viator

25 giugno 2010

Iraq: Il nemico invisibile.I cristiani a Mosul: parla il loro arcivescovo

By SIR

Venerdi 25 Giugno 2010
Risale al 2 maggio l’ultimo grave attacco contro la comunità cristiana di Mosul. Quel giorno un convoglio di bus che trasportava studenti cristiani dal villaggio di Qaraqosh all’università di Mosul fu oggetto di un attentato terroristico che provocò diversi morti e oltre 150 feriti. Nonostante siano passati circa due mesi senza particolari violenze non si può certo dire che la comunità cristiana di Mosul viva giorni tranquilli almeno a sentire le parole dell’arcivescovo caldeo della città, mons. Emil Shimoun Nona, che il SIR ha intervistato.
“Ogni giorno – dice – dobbiamo fronteggiare quel nemico invisibile che è la paura”.
Mons. Nona, si può parlare di situazione migliorata per i cristiani di Mosul?
“La situazione negli ultimi due mesi si è un po’ calmata, non registriamo particolari episodi di violenza contro i cristiani. Tuttavia la sensazione è sempre quella di essere nel mirino di qualcuno, non sappiamo di chi e perché, che vuole farci del male. La paura di essere colpiti in ogni momento resta elevata”.
Come reagisce la comunità cristiana locale a questa pressione che di fatto la blocca in ogni iniziativa e attività anche quotidiana?
“La paura continua è un nemico invisibile con cui siamo costretti a convivere. Essa instilla il dubbio verso tutti e tutto, verso ogni persona che incontriamo al punto da temere che ci possa far male da un momento all’altro. Passerà molto tempo prima che questa paura cessi del tutto”.
Avete supporto e protezione dalla Polizia e dall’Esercito?
“I luoghi frequentati dai cristiani, come le chiese, sono controllate e protette. Ora più che in passato proprio per il fatto che la situazione è un po’ più calma e per non rischiare di ripiombare nella violenza. Rischio che non è mai cessato del tutto”.
Questa calma relativa sta spingendo le famiglie cristiane fuggite per la violenza da Mosul a fare rientro in città?
“Difficile fare stime, certamente molte famiglie sono tornate. Tuttavia c’è anche chi non fa più rientro preferendo emigrare direttamente all’estero e sono quelli che hanno maggiori possibilità economiche o maggiore istruzione come medici, professionisti e professori. A restare sono le famiglie più povere quelle che hanno maggiormente bisogno di aiuto e sostegno. Questo pone delle difficoltà anche sul piano pastorale avendo una comunità sempre più piccola e a tratti scoraggiata. Oggi a Mosul città ci sono circa 1.000 famiglie cristiane per un totale di poco meno di 5.000 fedeli. Nella diocesi intera le famiglie salgono a circa 3.500 per arrivare a circa 10 mila cristiani. Prima eravamo più del doppio”.
Ad alimentare questa situazione è anche l’assenza di un nuovo governo a circa 4 mesi dal voto del 7 marzo?
“Il vuoto di potere certamente non aiuta la popolazione e non solo quella cristiana. L’Iraq ha estremo bisogno di stabilità. Il vuoto si riflette anche nelle varie province che non hanno la forza di governare, di garantire la sicurezza e i servizi di base necessari alla vita di tutti i giorni, come l’erogazione dell’elettricità, per esempio”.
È di questi giorni la notizia che il premier al-Maliki ha accettato le dimissioni del ministro dell’Elettricità, nell’occhio del ciclone per le interruzioni di corrente che privano gli iracheni dell’aria condizionata e dell’acqua durante l’afa estiva…
“Quello dell’elettricità è un problema grave per gli iracheni. In questa stagione c’è un caldo opprimente che tocca anche i 45°. L’elettricità viene erogata solo per 6-8 ore nell’arco della giornata quindi le famiglie sono costrette a ricorrere a dei generatori o ad acquistare energia elettrica da chi ne possiede con molte speculazioni sul costo della corrente. Il che è incredibile se pensiamo che l’Iraq è un Paese ricco di risorse e di petrolio i cui proventi potrebbero garantire benessere a tutti”.
Da pastore come vive e affronta questa realtà così difficile?
“Incoraggiando i miei fedeli a mantenere la fede e la speranza. Per due anni sono stati senza vescovo, a causa della morte avvenuta durante il suo rapimento di mons. Paulos Farahj Raho, ed hanno vissuto un periodo molto duro. Ho scelto di vivere in città con loro e questa presenza è motivo di coraggio e di speranza”.
Eccellenza, ha paura per se stesso, usufruisce di una scorta?
“No, non ho paura. Vivo nella curia e mi muovo quando c’è da andare per qualche evento o incontro. Non ho una scorta ma adotto delle precauzioni, quando esco cerco di dare il meno possibile nell’occhio affidandomi a Dio”.

15 novembre 2019

Baghdad, parlamentare cristiana: manifestare è un diritto, dal governo servono risposte

Foto Ankawa.com
By Asia News

Le manifestazioni di piazza “sono un diritto legittimo di ogni cittadino irakeno” che viene “garantito dalla Costituzione” ed è compito del governo trovare risposte soddisfacenti ai quesiti sollevati dal popolo “prima che la situazione sfugga al controllo”. È quanto afferma ad AsiaNews Rihan Hanna Ayoub, parlamentare cristiana del collegio di Kirkuk, commentando le violenze di polizia e forze di sicurezza per reprimere le manifestazioni anti-governative che, dal primo ottobre, scuotono il Paese. Un crescendo di repressioni e abusi che hanno provocato oltre 320 morti e migliaia di feriti - in larga parte civili - e spinto la Chiesa caldea a promuovere una tre giorni di digiuno e di preghiera per la pace. 
Le manifestazioni, sottolinea la parlamentare cristiana, sono “un diritto legittimo” a patto che “siano pacifiche e non siano contraddistinte dal caos o dall’invasione della proprietà pubblica o privata”. Come membro della Camera dei rappresentanti e portavoce del popolo, aggiunge, “affermiamo il nostro interesse nel soddisfare queste richieste”, anche e soprattutto perché sono “problemi reali cui il governo avrebbe dovuto dare risposte anni fa”. 
“Per questo - conclude Rihan Hanna Ayoub - mi rivolgo all’esecutivo chiedendo di accelerare l’inchiesta in corso, appurare le responsabilità e fornire risposte efficaci, prima che la situazione sfugga al controllo. In special modo considerando che manifestanti e forze di sicurezza sono stati colpiti in modo grave per il comportamento deviato di alcune persone”.
Nelle ultime settimane una serie di manifestazioni, andate in crescendo, hanno interessato la capitale e le province meridionali. I dimostranti hanno invocato la caduta dell’establishment politico, ritenuto responsabile della attuale situazione di crisi. Ad agitare la piazza la difficile condizione economica in cui versa gran parte della popolazione, a dispetto dei proventi della vendita del petrolio. 
Il greggio finanzia fino all’85-90% delle casse dello Stato. Nel bilancio federale per il 2019 si parla di 79 miliardi legati al petrolio, sulla base di esportazioni previste per 3,88 milioni di barili al giorno al prezzo stimato di 56 dollari. Nell’anno corrente l’economia è cresciuta proprio per l’aumento nella produzione del greggio e l’aumento del Pil dovrebbe attestarsi secondo la Banca mondiale attorno al 4,6%. 
Tuttavia, i frutti di questa ricchezza di rado arrivano fino al cittadino medio a causa di una cattiva gestione delle finanze, di una burocrazia inefficiente e di una corruzione diffusa. Il tasso medio di disoccupazione è dell’11%, con punte di oltre il 20 fra i giovani; il 22% della popolazione vive in condizioni di povertà. 
La crisi ha innescato la protesta, in un primo momento tollerata dalle autorità poi repressa con crescente violenza. Anche ieri si sono registrate almeno quattro vittime e oltre 50 feriti nelle cariche della polizia contro un gruppo di dimostranti nel centro di Baghdad. In piazza vi sono anche diversi giovani cristiani, uniti alla maggioranza musulmana sotto la comune bandiera irakena nel tentativo di dare un nuovo impulso alla nazione e superare divisioni etniche e confessionali. 
Fra i tanti ragazzi e ragazze presenti a piazza Tahrir, il cuore della protesta, vi è Yahya Wartan, che si prodiga assieme a un gruppo di amici nel rifornire i manifestanti con beni di prima necessità, cibo e medicine sulla scorta di quanto fatto a fine ottobre dallo stesso patriarca caldeo. A dispetto dei gas lacrimogeni e delle bombe sonore, i membri del team entrano in piazza per distribuire cibo, acqua, medicinali, articoli per l’igiene e coperte, indossando una maglietta bianca con la scritta “Assemblea dei giovani cristiani irakeni”. L’accoglienza, spiega ad Ankawa, è “incoraggiante e ci ha dato lo slancio per continuare”. Vogliamo lanciare il messaggio, aggiunge, che anche i giovani cristiani irakeni sono presenti in questo momento.

9 gennaio 2020

Iraq, allarme 'Acs': "Se Isis rifiata cristiani più in pericolo"

By La Presse
Maria Elena Ribezzo


Dopo l'appello contro i venti di guerra in Medio Oriente, Papa Francesco si rivolge alla comunità dei cristiani in Iraq, in Siria e in tutta la regione: "Nei momenti più tristi della nostra vita, nei momenti più angoscianti e di prova non dobbiamo avere paura ed essere audaci come lo è stato Paolo, perché Dio veglia su di noi, è sempre vicino a noi".
Aiuto alla Chiesa che soffre, fondazione pontificia che si occupa di cristiani perseguitati, segue da vicino i drammatici sviluppi delle ultime ore. "Siamo preoccupati", ammette a LaPresse il direttore Alessandro Monteduro. Che sul territorio la preoccupazione si avvertisse ancora prima del 3 gennaio lo dimostra che a Baghdad il patriarcato caldeo aveva annullato tutte cerimonie religiose della notte di Natale.
Gli ultimi dati disponibili, del marzo 2019, ci dicono che la popolazione cristiana è ridotta "al lumicino", osserva Monteduro. Se nel 2000 i cristiani in Iraq erano un milione e mezzo, oggi sono tra i 225 e i 230mila. Dalla destituzione di Saddam Hussein, il declino  è strato costante e ha visto il suo momento più drammatico nell'estate del 2014, con l'affermazione degli uomini di al Baghdadi nella piana di Ninive, che ha costretto i 120mila fedeli presenti a spostarsi a Erbil. Dopo la disarticolazione militare dell'Isis, circa 55mila di loro hanno avuto il coraggio e la forza di tornare nelle loro case, sostenuti quasi esclusivamente dalle chiese locali (Caldea, Siro cattolica e Siro ortodossa) e, solo recentemente, dalle istituzioni governative nazionali. Ma senza le organizzazioni di carità le chiese non avrebbero potuto far fronte all'emergenza.
Per il solo Iraq, Aiuto alla Chiesa che soffre ha finanziato iniziative per 46 milioni di euro: "Ci siamo fatti carico del rientro, abbiamo iniziato ristrutturando le case, poi i luoghi religiosi, le chiese, i seminari e i monasteri. Nel 2018 sono arrivati anche i primi contributi dagli Stati Uniti, la Germania e l'Ungheria. Questo aveva creato un clima di speranza (non che disarticolato Isis tutto fosse rose e fiori)", racconta il direttore di Acs.
Qual è la situazione dei cristiani ora?
È certamente come minimo comparabile con quella di tutta la popolazione irachena. I cristiani soffrono come tutti, ma non dimentichiamo che soffrono anche di discriminazione, di persecuzione, di oppressione perché considerati filo-occidentali. E oggi essere considerati filo-occidentali significa essere considerati filo-americani. Il timore è quello di ripercussioni, al quale si aggiunge quello che da questa vicenda possa riprendere fiato la componente più estremista dell'Isis.
Il 10 giugno, parlando ai partecipanti alla Riunione delle opere di aiuto alle Chiese Orientali (Roaco), Papa Francesco aveva annunciato che avrebbe voluto affrontare un viaggio in Iraq, se ci fossero state le condizioni.
Temo che quelle condizioni oggi non ci siano più. Se questo non dovesse accadere, il mio dolore sarebbe pensare all'attesa con la quale i cristiani attendevano la visita. Anche perché l'idea e la voce di un suo viaggio aveva trovato sempre più consistenza, c'erano delle interviste chiare su come si fossero mossi i tasselli organizzativi. Mai come questa volta sarebbe stato il viaggio di un pastore. L'aspirazione del cardinale Sako era che si potesse firmare una sorta di memorandum bis sulla fratellanza umana a Najaf (città santa per gli sciiti, ndr), sulla scorta di quello firmato ad Abu Dhabi col grande imam di Al Azhar (il più grande centro studi dell'Islam sunnita).
La sua ultima visita in Iraq?
Tra febbraio e marzo 2017. Ricordo Qaraqosh deserta, era stata liberata tre settimane prima. Non rilasciava suoni, a parte quello degli uccelli. La cosa drammatica è stata che tutto quello che si richiamava al cristianesimo era stato distrutto, abbattuto o riconvertito. La chiesa madre era stata trasformata in un poligono di tiro. Ricelebrammo la prima messa dopo la liberazione su un tappeto di proiettili, tra statue della Madonna con mani e piedi amputati, e proiettili conficcati nel cuore. Lì si tocca con mano la presenza dello stato islamico. Non è una guerra politica. È una guerra politico-religiosa figlia di un'ideologia deviata e fanatica.

6 ottobre 2008

Mosul, la strage senza fine dei cristiani iracheni

Fonte: Asia News

Mosul, the relentless slaughter of Iraqi Christians

Nuovo attacco contro i cristiani a Mosul: ieri pomeriggio un gruppo armato ha assassinato Hazim Thomaso Youssif, di 40 anni. L’agguato è avvenuto di fronte al negozio di abbigliamento di sua proprietà, a Bab Sarray; non si conosce ancora l’identità del commando omicida, ma si sospetta che vi sia la mano dei fondamentalisti islamici, in una città da tempo teatro di uccisioni contro la comunità cristiana.
Nello stesso giorno è stato ucciso un altro ragazzo di soli 15 anni, Ivan Nuwya, anch’egli di fede cristiana. Il giovane è stato freddato a colpi di arma da fuoco davanti alla sua abitazione nel quartiere di Tahrir, di fronte alla locale moschea di Alzhara.
Una fonte di AsiaNews a Mosul denuncia ad “il clima di panico” nel quale vive la comunità cristiana, le cui stragi continuano “nell’indifferenza” dei media che “non riportano nemmeno i crimini che vengono commessi". Parlando della realtà di Mosul, la fonte sottolinea che la città “è diventata l’olocausto dei cristiani” e non si vedono segni di miglioramento nonostante gli sforzi compiuti nella lotta al terrorismo.
Si fa sempre più grande il tributo di sangue versato dalla diocesi di Mosul in questi ultimi anni, a partire dal tragico rapimento di mons. Paulo Farj Rahho, il cui corpo è stato rinvenuto privo di vita il 13 marzo scorso in un terreno abbandonato poco fuori la città. Durante l’agguato che ha preceduto il sequestro del presule sono morti i tre uomini che erano con lui e fungevano da scorta, massacrati dai terroristi.
Nel 2007 i morti registrati nella comunità cristiana irachena sono stati 47, di cui almeno 13 solo a Mosul: fra di loro ricordiamo p. Ragheed Gani trucidato il 3 giugno, e altri due preti.
Tra il 6 e il 17 gennaio di quest’anno, inoltre, si sono succeduti una serie di attacchi contro beni e proprietà cristiani, quando un’ondata di attacchi bomba ha colpito: la chiesa caldea della Vergine Immacolata, quella caldea di San Paolo, quasi distrutta, l’entrata dell’orfanotrofio gestito dalle suore caldee ad al Nour, una chiesa nestoriana e il convento delle suore domenicane di Mosul Jadida.
L’ultimo episodio di violenza risale invece al 2 settembre scorso, quando si è concluso in maniera tragica il rapimento di un medico 65enne Tariq Qattan, rapito e ucciso nonostante la famiglia avesse sborsato una somma di 20mila dollari per il rilascio. Due giorni prima era stato rapito e ucciso un altro cristiano, Nafi Haddad.

3 marzo 2021

I cristiani di Bartella: «Stanno islamizzando la nostra città. Il Papa ci aiuti»

Leone Grotti

 «Siamo felici che arrivi il Papa perché qui aspettiamo un difensore, qualcuno che dica alle autorità politiche, religiose e militari: basta perseguitare i cristiani. Perché quello che stanno facendo qui ha un solo nome: pulizia etnico-religiosa». La città di Bartella dista appena 15 chilometri da Qaraqosh, ma sembra di entrare in un altro mondo. Gli stessi pali della luce che nella città principale della Piana di Ninive ospitano i cartelloni di benvenuto a papa Francesco, qui sono disseminati di bandiere nere e immagini del generale iraniano Qasem Soleimani, ucciso dagli americani a Baghdad il 3 gennaio dell’anno scorso.
È un chiaro segnale di chi comanda ormai nella città storicamente cristiana: gli shabak, etnia di fede sciita. Come Qaraqosh, anche Bartella ha subìto le angherie e le violenze dell’Isis, e anche qui solo il 30-50 per cento dei cristiani che vi abitavano prima del 2014 ha fatto ritorno. Gli shabak invece sono aumentati di numero e sono riusciti a prendere il controllo della città, sia dal punto di vista amministrativo che militare. La forza di polizia che controlla la città, infatti, è formata dalla 30esima Brigata delle Pmf (Forze di moblitazione popolare), che è formata da shabak e da membri dell’organizzazione Badr (sciiti filo-iraniani del Sud), che non perdono occasione per discriminare e angariare i cristiani.

«Parlano già di uno Shabakistan»
Di fianco alla parrocchia di San Giorgio è di stanza il distaccamento di una milizia cristiana, a guardia della chiesa e della zona circostante. La loro presenza è fondamentale: nel 2018 un commando di shabak si è presentato davanti alla chiesa armato di kalashnikov, sparando in aria, poi ha fatto irruzione dentro i locali della parrocchia, terrorizzando i fedeli. Nessuno è stato ferito, lo scopo era lanciare un avvertimento: dovete andarvene. Chiediamo ai soldati cristiani il permesso di girare la città, per fotografare come gli sciiti se ne sono impossessati, ma non ce lo permettono. La tensione è troppo alta e percorrere le strade con una telecamera è sconsigliato. Accettano solo di farci vedere il quartiere attorno alla chiesa, distrutto dalla guerra, ma solo sotto scorta di un soldato armato. L’impronta dell’Isis, come a Qaraqosh, è dovunque: palazzi sventrati, case diroccate, crateri grandi quanto campi da tennis, polvere e macerie dappertutto immerse in un silenzio surreale. Padre Behnam Benoka è nato nel 1978 a Bartella e denuncia senza mezzi termini quello che sta avvenendo in città: «L’Isis è acqua passata. Qui il nostro incubo peggiore porta un altro nome: Shabak», ci confida accogliendoci in canonica. «Vogliono cacciarci dalla nostra città per islamizzarla. Stanno mettendo in atto un’operazione di pulizia etnico-religiosa. Ormai parlano apertamente di fondare uno Shabakistan. Le loro bandiere nere non hanno scritte, ma sono uguali a quelle dell’Isis. I cristiani hanno paura: si sentono estranei a casa loro».
Saddam, il califfato, l’invasione musulmana
L’invasione degli shabak a Bartella è iniziata negli anni Ottanta sotto Saddam Hussein, che ha creato nelle città della Piana di Ninive dei quartieri per i militari, confiscando la terra ai cristiani e costruendovi sopra case e moschee, laddove prima c’erano solo chiese. Era una strategia ben studiata: «Indebolire i cristiani per arrivare a cacciarli in futuro». La differenza tra Bartella e Qaraqosh è che in quest’ultima città i cristiani hanno subito raccolto un’ingente quantità di denaro per convincere i musulmani a rivendere loro la terra. Così sono riusciti a preservare l’identità cristiana della città: Bartella non è stata altrettanto fortunata o lungimirante. Fino al 2003, però, Saddam Hussein teneva a bada i musulmani stanziati nelle città cristiane. A partire dall’invasione americana, invece, la situazione è cambiata radicalmente. Gli shabak alzano al massimo il volume degli altoparlanti delle moschee, che vengono puntati verso le case dei cristiani e verso le chiese. La polizia molesta apertamente le donne e i bambini, per spaventarli nella speranza di convincerli ad andarsene. Dopo il 2003 l’amministrazione di Bartella, che è sciita, ha spostato da Mosul oltre 5.000 famiglie shabak, anch’esse perseguitate dai jihadisti sunniti, e invece di farle trasferire nei villaggi storicamente appartenenti all’etnia, le ha fatte risiedere in città, dando loro terre da coltivare su cui i musulmani hanno costruito, in barba alla legge, quartieri residenziali.
«Qui non succede come da voi in Europa. Magari dal Sud ci si sposta al Nord per studiare o lavorare, ed è normale. Qui invece i musulmani vengono spostati nella nostra città per invaderci e sbarazzarsi di noi», riassume padre Behnam.
Il risultato è che se fino a 30 anni fa la città era al 100 per cento cristiana, dopo il 2003 è diventata al 60 per cento cristiana e al 40 shabak. Dopo l’invasione dell’Isis, invece, i cristiani sono diventati una minoranza.
L’appello al Santo Padre: «Ci difenda lui»
Il cambiamento demografico è stato così imponente negli ultimi anni che se prima i cristiani riuscivano a eleggere 7 o 8 membri nel Consiglio distrettuale di Al Hamdaniya, che comprende molte città della Piana di Ninive, ora potrebbero non averne più neanche uno. A Bartella i cristiani erano più di 15 mila nel 2014: oggi forse raggiungono la metà. «Prima avevamo peso politico ed economico. Ora i musulmani ci rubano anche il lavoro e siamo diventati quasi dei mendicanti: ecco perché non possiamo ricostruire da noi stessi le case distrutte dall’Isis. L’ultimo elemento che rende gravissima la nostra situazione è l’emigrazione, non solo numerica, ma anche di qualità: a essere fuggiti all’estero sono i nostri medici, professori universitari, ingegneri».
Padre Behnam teme davvero che l’identità cristiana sarà presto cancellata ed è per questo che lancia un appello al Papa: «Noi proviamo sentimenti umani di grande simpatia per la sua visita, ma abbiamo bisogno che ci difenda. La sua visita è fondamentale perché faccia capire al governo e non solo che i cristiani hanno diritto a vivere nella loro terra e hanno il diritto di mantenere intatta l’identità storica delle loro città».
 Anche per questo, ci confida padre Rizkallah, sacerdote siro-cattolico di Bashiqa, città poco distante da Bartella e da sempre teatro di una armoniosa convivenza tra cristiani e yazidi, «l’incontro più importante che farà papa Francesco è quello con l’ayatollah sciita Ali al Sistani. Siccome anche governo e milizie sono sciite, tutti seguono le sue raccomandazioni. Non so cosa gli dirà il Papa, ma dovrebbe ricordargli che gli sciiti devono rispettare i nostri diritti, la nostra identità e le nostre terre
».

19 novembre 2006

Rapito un altro sacerdote in Iraq

Padre Douglas Al Bazi è il parroco della chiesa cattolica caldea di Mar Eliya a Baghdad e dalle 10.00 di domenica 19 novembre non ci sono più sue notizie. I suoi cellulari sono staccati e nessuno, neanche al Patriarcato Caldeo, sa niente di lui, che a quell'ora ha lasciato la chiesa in macchina e senza scorta. La notizia, confermata la stessa sera della sua sparizione da una fonte certa, ha gettato nello sconforto la comunità cristiana irachena. Padre Douglas è il quarto sacerdote caldeo rapito a Baghdad nel giro di cinque mesi e, sebbene gli altri rapimenti si siano risolti con il rilascio degli ostaggi, è ancora fresco il ricordo della barbara uccisione di Padre Paul Iskandar, sacerdote siro ortodosso rapito a Mosul lo scorso ottobre ed ucciso il giorno dopo il suo sequestro. Un rapimento, quello di Padre Paul, apparentemente inspiegabile se non alla luce della ondata di violenza che sta sempre più avendo come vittime i cristiani e specialmente i loro simboli: i sacerdoti. Le richieste fatte dai rapitori di Padre Paul erano state due: che la chiesa siro ortodossa dichiarasse pubblicamente il suo disaccordo con le parole che Papa Benedetto XVI aveva pronunciato a settembre nell'ormai famoso "discorso di Ratisbona" considerato da molti offensivo verso l'Islam, ed un ingente somma di denaro come riscatto.
La prima richiesta fu esaudita subito e più di 30 cartelli di "sconfessione "delle parole papali furono affissi all'esterno delle chiese ortodosse, mentre per la richiesta del riscatto non fu dato neanche il tempo di racogliere il denaro. Il corpo di Padre Paul fu infatti ritrovato il giorno dopo con la testa e gli arti spiccati dal tronco.
In una tale atmosfera la notizia della sparizione di Padre Douglas è quindi particolarmente preoccupante. Padre Douglas, giovane e molto attivo, era già stato toccato dalla violenza che insanguina Baghdad. Il 29 gennaio scorso era scampato ad un attentato alla chiesa di cui era allora parroco, Mar Mari, nella zona settentrionale di Baghdad, (http://baghdadhope.blogspot.com/2006_01_01_baghdadhope_archive.html) ed il 23 febbraio era rimasto ferito da una pallottola vagante esplosa da uomini armati che in alcune auto in corsa avevano preso di mira la stessa chiesa. (http://baghdadhope.blogspot.com/2006/02/violenze-in-iraq-colpito-sacerdote.html)
Viva preoccupazione è stata espressa da Don Fredo Olivero, direttore dell'Ufficio Pastorale Migranti dell'Arcidiocesi di Torino, subito informato telefonicamente dell'accaduto. Padre Douglas Al Bazi, infatti, è stato più volte ospite a Torino ed è il referente iracheno del progetto di sostegno a dieci sacerdoti caldei di Baghdad promosso dall'UPM.
A Baghdad, oltre ad essere parroco della chiesa di Mar Eliya, Padre Douglas è Direttore dell'Istituto di Catechesi annesso al Babel College, l'unica facoltà teologica cristiana in Iraq.

9 febbraio 2014

L’arcivescovo che spiega ai musulmani la Trinità

di Romina Gobbo, 2 febbraio 2014
 
Non c’è pace per l’Iraq. Il Paese nel 2013 ha visto quasi 4.000 morti e migliaia di feriti in attacchi terroristici ed esplosioni, nelle moschee, nei mercati, nei bar.
«È vero. C’è una tensione generale, regionale in Medio Oriente - dice mons. Louis Raphael I Sako, patriarca della Chiesa caldea d’Iraq, raggiunto al telefono a Baghdad - Nel nostro Paese, come in Siria e Libano c’è una lotta intestina nell’Islam, fra gruppi sunniti e sciiti per la conquista del potere. Ma la loro maniera di lottare e, prima ancora, di pensare, è la maniera del Medioevo. Una lotta confessionale oggi è qualcosa di strano. E, come sempre, è la popolazione a pagare, gli innocenti. Uccidere qualcuno perché è cristiano, o sciita, o sunnita, o ebreo..., questa è una vergogna».
E' una questione religiosa o politica?
«Entrambe le cose, perché nell’Islam vanno insieme. Questo poteva avere un senso al tempo del profeta Muhammad, perché bisognava orientare la gente. Oggi religione e politica sono due campi  diversi: la religione si basa sulla fede, sulla morale; la politica ha altri obiettivi. I musulmani devono capire che il mondo è cambiato, che è pluralista e multiculturale. Oggi noi dipendiamo gli uni dagli altri, non è come 2000 anni fa, quando tutto era piccolo e separato».
La gente cosa dice?
«Gli iracheni si rendono conto che la religione è strumentalizzata, usata come una scusa per arrivare al potere. Ma il problema è più grande di loro. Ci vorrebbe un’autorità religiosa o politica riconosciuta che intervenisse sulla questione. Io ammiro la nuova costituzione tunisina, che ha detto che l’uomo e la donna sono uguali, che non c’è un essere umano superiore. Questo è già un passo avanti. La religione musulmana non è l’unica fonte di legislazione».
 I cristiani come vivono?
«In Iraq i cristiani saranno tra i 500 e i 600mila, ma non esistono statistiche precise; sono deboli, non hanno armi, non sono educati per fare la guerra. Per lo più vivono qui a Baghdad, dove noi caldei abbiamo 35 parrocchie, poi ci sono assiri, cattolici, armeni... Le nostre parrocchie in questo periodo non funzionano del tutto, perché ci sono zone pericolose, perciò non si riesce ad espletare il servizio pastorale ordinario, magari il prete va una volta al mese per la messa. Ci sono quartieri dove l’esercito non riesce a garantire la sicurezza: ogni giorno, vi sono attacchi. Alcuni, pur avendo un lavoro, scelgono di andarsene, la vicinanza della Siria fa paura. Le famiglie sono divise, perché magari i figli già se ne sono andati e premono per il ricongiungimento. Quindi, molti, psicologicamente sono già fuori».
Il governo non riesce ad imporsi?
«Sia il governo (guidato da un primo ministro sciita, Nuri al-Maliki), che le forze di polizia sono deboli. Si sente che non c’è unità nel Paese, non c’è un progetto di cittadinanza. Qui, tutto è basato sul confessionalismo: curdi, arabi, turkmeni, cristiani, sono tutti rappresentati nel governo. Ma ognuno vuole tutto, senza lasciare una parte agli altri. Questa mentalità è sorta dopo l’invasione americana, prima non era così. Da quando gli occupanti se ne sono andati, c’è maggiore libertà - noi cristiani possiamo costruire una chiesa, pubblicare un libro, aprire una radio, editare una rivista, possiamo anche avere un partito politico -, ma è peggiorata la sicurezza. Ed è una libertà che la popolazione non è in grado di gestire. Se gli americani volevano la democrazia, dovevano educare la gente, non cercare di cambiare le cose con un intervento militare. Adesso è un guaio, siamo all’anarchia».
Ad aprile ci saranno le elezioni. E' già partita la campagna elettorale?
«No, però solo i cristiani hanno 13 liste, noi cerchiamo di unificare, ma è difficile. Chi si è candidato, non è capace di una tale responsabilità, serve gente competente, che possa contribuire al bene nazionale ».
Nell'agosto 2011, quando una bomba esplose sulla soglia di una chiesa cattolica di kirkuk, ferendo 23 persone, lei chiese agli imam di condannare il gesto perché "contrario a Dio ed alla religione". Continua a credere nel dialogo?
«Il dialogo è fondamentale, anche quello teologico, ed è un’iniziativa che deve venire dalla Chiesa. Io cerco di spiegare ai musulmani l’Incarnazione e la Trinità. Ho realizzato un fascicolo sulla religione cristiana rivolto ai musulmani, ma ho anche spiegato ai cristiani che cos’è l’Islam».
Vi aspettate una visita del papa?
«Io l’ho chiesto. Basterebbe anche un visita breve, per celebrare una messa con i cristiani e incontrare i capi religiosi musulmani, ma la Santa Sede mi ha posto il problema della sicurezza. Ma già la sua venuta a maggio in Terra Santa sarà per noi di grande appoggio. Andrò a salutarlo in Giordania, lo conosco, sono stato il primo a essere ricevuto dopo il suo insediamento. Questo Papa è un dono di Dio».
Ma lei ha mai paura?
«Io no, io vado dappertutto, visito tutti i fedeli, ogni domenica in una parrocchia diversa. E senza scorta».

10 aprile 2009

Cristiani in Medio Oriente: L'angelo e il ladrone. La celebrazione della Pasqua tra riti e tradizioni

Fonte: SIR

di Daniele Rocchi

Secondo una tradizione dei cristiani di lingua siriaca le anime dei defunti che arrivano alla porta del Paradiso non vi trovano san Pietro ma il Buon Ladrone. Quest'ultimo - secondo quanto riferisce il teologo benedettino greco padre Manuel Nin - redento dalla croce di Cristo, che ne è la chiave di ingresso, è stato il primo a entrarvi, dopo una disputa con il Cherubino che dopo l'espulsione di Adamo custodiva l'ingresso del Paradiso. L'apocrifo "Vangelo di Nicodemo", nella seconda parte intitolata "Discesa di Cristo negli inferi", parla di un uomo miserabile, con una croce sulle spalle, che l'angelo guardiano aveva messo alla destra della porta del paradiso. E in molti testi liturgici della Settimana Santa le Chiese orientali celebrano il Buon Ladrone come figura del cristiano, dell'essere umano, che trova nella croce di Cristo la salvezza. La stessa liturgia bizantina insiste sul rapporto tra il ladrone e la croce: è la croce a portare il ladrone alla fede, a farlo divenire teologo, a condurlo in paradiso. Le Chiese di tradizione siro-orientale conservano un "Dialogo tra il Cherubino e il Buon Ladrone", messo in scena la domenica di Pasqua oppure la mattina del lunedì, chiamato "dell'angelo" o, appunto, "del ladrone". È una vera celebrazione liturgica, molto popolare, rappresentata in chiesa da due diaconi, secondo un testo che risale probabilmente al V secolo ed è preceduto dal canto di alcuni Salmi da parte del coro. Di seguito un quadro di come le comunità cristiane mediorientali si stanno preparando alla Pasqua.
Iraq. Pasqua senza coprifuoco in Iraq dove sembrano sensibilmente migliorate le condizioni di sicurezza. "Per questo - dichiara il vescovo ausiliare di Baghdad, mons. Shlemon Warduni - ci sono chiese che hanno chiesto di poter celebrare la veglia pasquale, alle 19 e alle 22. Ci attendiamo chiese strapiene per il Triduo Pasquale che vivrà alcuni dei suoi momenti principali, il Giovedì Santo, dopo la messa, nella veglia con Gesù sofferente; il Venerdì Santo leggeremo il Passio, seguito da una lunga predica, con la processione e il bacio della croce. Sabato Santo la veglia con la rappresentazione del Dialogo tra l'angelo e il buon ladrone. La prima parte della Settimana è dedicata alle Confessioni".
Giordania. In Giordania i cristiani celebreranno tutti insieme la Pasqua il 19 aprile, e non il 12. "Un segno ecumenico di unità dato alla comunità cristiana e alla maggioranza musulmana - dice padre Raymond Moussalli, vicario patriarcale caldeo per la Giordania - la via dell'unità è importante qui dove la convivenza e il rispetto è un dato di fatto. La liturgia della Pasqua della Chiesa caldea differisce leggermente da quella delle Chiese cattoliche non di tradizione orientale. Al Giovedì Santo abbiamo la messa, la lavanda dei piedi ed una cerimonia che ricorda la cattura di Gesù. Al Venerdì Santo ancora una cerimonia ci ricorda la passione, la morte e la sepoltura di Nostro Signore. Il Sabato Santo è caratterizzato dai vespri, (Ramsha) dalla Mmessa che viene celebrata alle 22, e dalla rappresentazione (Gayasa) che precede la messa dell'incontro tra il ladrone redento e il cherubino che non vuole farlo entrare in Paradiso e che viene convinto dalla Croce che il ladrone redento porta con sé". Sarà, come da qualche anno a questa parte, una celebrazione particolare per le migliaia di cristiani iracheni rifugiati in Giordania. "Non vedono ancora la possibilità di ritornare a casa loro. Seppure la sicurezza stia migliorando continuano ad arrivare notizie di uccisioni di cristiani. Le ultime pochi giorni fa a Baghdad, Kirkuk e Mosul. Speriamo - conclude Moussalli - che il Papa nella sua prossima visita in Giordania, Israele e Palestina levi la sua voce per fermare questa emorragia di cristiani".
Siria. È la Liturgia delle Ore a dettare i tempi delle celebrazioni pasquali nelle Chiesa greco-melchita ed in quella siro-cattolica, dove, tuttavia, non mancano le tradizionali messe come quella in Coena Domini e riti come la lavanda dei piedi. "Nella cattedrale patriarcale a Damasco abbiamo uffici e messa vespertina fino al Triduo Pasquale - dichiarano dalla segreteria del patriarca greco melkita, Gregorio III Laham - quando gli uffici di preghiera vengono celebrati mattina, pomeriggio e sera, con una ampia partecipazione di fedeli (si calcola che i greco melkiti nell'eparchia di Damasco siano circa 200 mila, ndr.). Il Giovedì Santo a sera si recitano i 12 Vangeli della Passione, il venerdì mattina l'ufficiatura della sepoltura di Cristo, con la discesa dalla Croce cui segue una processione con l'epitaffios, l'immagine del Cristo morto. Sabato Santo mattina si recitano i vespri, con un'officiatura speciale della Chiesa melkita, che è la benedizione della luce, poi l'Eucarestia. Non celebriamo la sera del sabato la veglia pasquale ma l'ufficio della notte e la liturgia alle cinque del mattino della Domenica di Pasqua". La Settimana Santa per la comunità siro cattolica (circa 30 mila fedeli compresi anche i rifugiati iracheni), si è aperta con la processione della Domenica delle Palme, cui è seguita la sera la rappresentazione della parabola delle "vergini stolte e le vergini sagge", spiega l'arcivescovo siro cattolico, mons. Elias Tabe. "Proseguiremo poi con i riti del Triduo Pasquale fino alla Pasqua che da qualche anno celebriamo con i nostri fratelli rifugiati iracheni in Siria. Celebrare con loro è segno di speranza e di unità con l'auspicio che possano tornare alle loro case una volta che si sarà ristabilita, per loro e per tutto il popolo iracheno, giustizia, diritto e sicurezza".
Egitto. "Per una felice combinazione di date del calendario gregoriano e giuliano quest'anno celebriamo la Pasqua con i copti ortodossi il 19 aprile", dice il vescovo del Cairo dei caldei, mons. Giuseppe Sarraf, che tra i riti più seguiti illustra la discesa dalla Croce, il Venerdì Santo, in cui Cristo viene schiodato dalla Croce, lavato e deposto nella bara, e portato in processione. "Riti molto sentiti ai quali partecipano anche gli ortodossi che fanno anche digiuno dalla mezzanotte". "Emozionante anche la lettura del Passio il Venerdì Santo, gradualmente si spengono le luci della Chiesa con il solo Crocifisso illuminato. Quando Gesù rimette lo spirito tutto è buio e con tamburi ed altri strumenti si creano gli effetti della pioggia e del terremoto". Nel giorno di Pasqua i cristiani sono dispensati dal lavoro. Il giorno di pasquetta, invece, si ferma tutto l'Egitto, in quanto è festa nazionale che richiama alla festa della primavera dei faraoni.
Libano. "Non ci sono particolari riti tra i fedeli cattolici latini libanesi - spiega il loro vicario apostolico mons. Paul Dahdah - il dato che emerge è la grande partecipazione e voglia di pregare. Domenica delle Palme abbiamo celebrato due volte, in arabo e in francese per dare modo a tutti di partecipare. C'era una chiesa straripante di fedeli; dove si sente la fede si sente anche il bisogno psicologico di sfogarsi del clima abbastanza teso che si respira in Libano, e non solo, in questo periodo". La Settimana Santa e la Pasqua possono servire dunque anche a svelenire il clima politico: "Abbiamo angoscia e paura, in vista delle elezioni, i politici si insultano a vicenda creando un clima di tensione tra la popolazione. Il timore è che da questa violenza verbale, peraltro condannata anche da tutti i vescovi libanesi, possa scaturire quella fisica con gravi conseguenze sul piano sociale".
Gerusalemme. "Le celebrazioni pasquali a Gerusalemme hanno un sapore tutto particolare poiché si tengono nei luoghi dove sono avvenute duemila anni fa. Tutti i riti pasquali ruoteranno intorno al Santo Sepolcro dove vige lo Statu quo, ovvero quel regolamento antico che rende la Settimana Santa un po' diversa, vale a dire che le liturgie sono nei tempi previsti dal rito di san Pio V e non corrispondono a quelle della riforma conciliare". Nelle parole del custode di Terra Santa, padre Pierbattista Pizzaballa, tutta la peculiarità della Pasqua vissuta a Gerusalemme. "Per fare un esempio - spiega il francescano - il Giovedì Santo, la Messa in coena Domini e quella crismale si celebrano insieme al mattino, la veglia pasquale si tiene il sabato mattina e non la notte". La Settimana Santa ha, poi, una liturgia "itinerante, passa dal Cenacolo al Sepolcro, dal Getsemani al Cenacolo e viceversa. Dovendo tenere le liturgie nei luoghi originali dobbiamo muoverci e così facendo anche la città di Gerusalemme segue il ritmo delle celebrazioni. Ogni spostamento è fatto in processione, con la scorta della polizia, cui partecipano i fedeli locali ed i pellegrini". La partecipazione dei cristiani locali, in gran parte palestinese abitante nei Territori, aggiunge Pizzaballa, "è stata resa possibile dal rilascio da parte di Israele di un permesso della durata di 4 settimane e non di due, come di solito accade per le grandi festività come Natale e Pasqua. In questo modo i fedeli delle nostre comunità locali possono partecipare sia alle celebrazioni pasquali che a quelle della visita del Papa in maggio. La Pasqua segna in qualche maniera anche l'apertura ufficiale della preparazione a questo atteso viaggio apostolico di Benedetto XVI".
Gaza. Grande partecipazione anche a Gaza per questa Pasqua, la prima dopo la guerra. "Preghiamo anche perché siamo in difficoltà - sottolinea il parroco latino della Striscia, padre Manuel Musallam, Domenica delle Palme c'erano tanti giovani e si sono confessati. In questa Settimana Santa benediremo delle croci da noi stessi fabbricate e le doneremo alle famiglie perché le portino a casa. Con noi sarà il patriarca emerito di Gerusalemme, Michel Sabbah, che guiderà il Triduo Pasquale. È una grande benedizione per la Chiesa in Gaza. Dalla domenica di Pasqua cominceremo a benedire le case e a pregare con le famiglie. Ma Pasqua è anche la festa della parrocchia: mangeremo tutti insieme e abbiamo invitato anche una delegazione di nostri fratelli musulmani".