giovedì, settembre 20, 2012

 

I tramonti e il tipografo d'Amman

by Paolo martino

Amman è la capitale di un paese in bilico tra la fedeltà a una monarchia filo occidentale e l'onda d'urto della Primavera araba. Una comunità di tremila armeni, piccolo astro nel firmamento della diaspora, vive e sopravvive alle contraddizioni del Medioriente. L'undicesima puntata del reportage "Dal Caucaso a Beirut"
“C'è un momento, poco prima del tramonto, in cui il cielo di Baghdad diventa così rosso che devi guardarlo per forza. Ogni giorno la stessa storia. Io ci sono nato e cresciuto, eppure non mi sono mai abituato a quella luce”. Sevag sonnecchia col gomito appoggiato al ciclostilo meno impolverato della sua tipografia. Una bandierina armena pende immobile sulla sua testa, unta e stanca come lui. “Sono passati dieci anni da quando sono scappato”. Per un istante lo sguardo del tipografo è attraversato da un'energia vitale. “Tornerei laggiù solo per riempirmi di nuovo gli occhi con uno di quei tramonti. Ma poi”, torna a sonnecchiare, “andrei via di nuovo. Per noi armeni non c'è futuro in Iraq”.

Giordania, un mese prima di Natale. I viottoli ripidi di Jabal Ashrafieh, la “Collina del Panorama” sono punteggiati da ghirlande di carta e luci colorate. Porta dei deserti arabici del sud, radice delle dinastie beduine, Amman è la capitale di un paese in bilico tra la fedeltà a una monarchia filo occidentale e l'onda d'urto della Primavera araba. Una comunità di tremila armeni, piccolo astro nel firmamento della diaspora, vive concentrata nei quartieri a maggioranza cristiana della città, in alto, dove l'eco delle manifestazioni che ogni venerdì riempiono le strade del centro arriva smorzato.
“Prima che arrivassero gli americani, l'Iraq era un paese tranquillo”. La tipografia di Sevag è aperta, ma per entrare bisogna chinarsi sotto la saracinesca arrugginita. “I bombardamenti delle prime settimane furono un incubo. Noi armeni però siamo rimasti, non volevamo abbandonare casa nostra”. Fino alla seconda guerra del Golfo, l'Iraq ospitava una comunità di venticinquemila armeni, discendenti dei sopravvissuti al genocidio. “La guerra civile però non ci ha lasciato scampo. Autobombe, attentati, rapimenti. Arrivato in Giordania ho continuato a fare l'unica cosa che so fare, il tipografo. Ma gli affari non vanno, ormai spero solo nel visto per il Canada”. Tra i due milioni di rifugiati iracheni arrivati in Siria e Giordania dopo il 2003, circa cinquemila sono armeni. “E' sempre così,” Sevag si passa la mano sulla barba ispida, “in guerra sono le minoranze a pagare il conto più salato”.

L'intero reportage 

Il blu del cielo è accecante. All'orizzonte, oltre la distesa di case che aggredisce i sette colli di Amman, incombe come un presentimento il deserto, l'universo ocra e limpido dove solo i beduini sanno stare in piedi. Sulla sommità del Jabal Ashrafieh, all'ombra di un muro che cinge l'intimità di una chiesa armena, un mercatino natalizio richiama un viavai di persone. Hagop, ex presidente del Club armeno di Amman, accoglie con rispetto la visita di un giornalista straniero. “L'arrivo dei profughi armeni, quasi cento anni fa, fu una benedizione per la monarchia giordana. I nostri padri portarono mestieri nuovi, tecnologia, cultura. Ancora oggi la maggior parte degli orafi, dei fotografi, degli artigiani di Amman sono armeni”. La fedeltà eterna dei nuovi arrivati alla famiglia reale fu sigillata dall'assegnazione della cittadinanza, che innalzò lo status di un gruppo di profughi a quello di membri a pieno titolo della comunità.
“Nel tempo la comunità ha avuto alti e bassi. Negli anni '50 molti attraversarono la Siria per stabilirsi in Libano, un paese che offriva grandi opportunità. All'epoca lo chiamavano la Svizzera del Medio Oriente”. Vent'anni dopo quelle stesse famiglie furono costrette dalla guerra civile libanese a rientrare in Giordania, profughi per la seconda volta in due generazioni.
“Lo ricordo come fosse ieri. Enormi macchine americane con la targa di Beirut, piene di bagagli, da cui scendevano facce disorientate. Molti ripartirono subito, per gli Stati Uniti, per l'Africa o per il sud America”. Ancora una migrazione, ancora un tassello nella poliedrica identità dei figli della diaspora armena.
Intanto il mercatino sta per chiudere. Davanti a un tè, mentre il sole si prepara a cadere oltre il deserto, l'atmosfera nel cortile della chiesa si fa più intima. “La Siria sarà una carneficina, credimi. Peggio del Libano, peggio dell'Iraq. In ballo c'è qualcosa di ancora più grande”. Come se quanto detto finora fosse stato solo una premessa, un prologo di formalità, il discorso vira violentemente sull'argomento che aleggia su questa terra e queste persone col peso di un macigno. “Gli Stati Uniti stavolta hanno trovato un sistema geniale per destabilizzare il Medio Oriente, non hanno dovuto sparare neanche un colpo. Hanno armato direttamente i cittadini siriani contro il loro governo. E il governo è costretto a rispondere al fuoco”.
La teoria che dietro alla Primavera siriana ci sia una ingerenza esterna è comune, soprattutto tra chi percepisce il cambiamento come un salto nel vuoto, chi si sente indifeso al di fuori degli equilibri esistenti. “Ma ci sono in atto massacri di civili. I governi dovrebbero proteggere i loro cittadini.”
La reazione di Hagop alla mia frase è gelida. “Perché”, chiede senza neanche aspettare la risposta, “il governo ottomano nel 1915 difese i suoi cittadini armeni?”.

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