martedì, maggio 29, 2012

 

Anche l'Iraq all'incontro delle famiglie a Milano. Mons. Warduni (Baghdad):" La famiglia è il seme da cui nasce l'albero"

By Baghdadhope*

Mons. Warduni, vicario patriarcale caldeo di Baghdad, a fine aprile aveva annunciato al SIR il desiderio di partecipare con una rappresentanza irachena all'incontro mondiale delle famiglie a Milano che si terrà dal 30 maggio al 3 giugno.
Quel desiderio si è realizzato ed il vescovo è arrivato nel capoluogo lombardo accompagnato da due sacerdoti, 2 laici, una giovane consacrata e 9 coppie provenienti da Baghdad e Mosul in rappresentanza delle famiglie cristiane cattoliche irachene.

Baghdadhope ha parlato con Mons. Warduni dell'importanza della famiglia nella società irachena - in particolar modo nella sua componente cristiana - e delle sfide che si trova ad affrontare. "Per prima cosa" esordisce Mons. Warduni, "sono felice del nostro essere qui a Milano perchè è la prima volta che una rappresentanza irachena partecipa alla giornata mondiale della famiglia. Da pochi mesi è nato in Iraq un Comitato religioso per la famiglia ed il nostro essere qui è il suo primo, grande, risultato.
La famiglia, per gli iracheni cristiani, ha un grande ed importante ruolo perchè ancora, nonostante tutto ciò che è successo, è un nucleo compatto. Certo la famiglia, come insieme di singoli individui, sta vivendo un periodo di grandi difficoltà legate a diversi fattori quali l'emigrazione, l'insicurezza, la mancanza di stabilità e lavoro, in molti casi addirittura di mezzi di sostentamento. Tutti fattori che si traducono nella diminuzione del numero di figli per famiglia ed anche, ad esempio, sulla continuità della stessa istituzione familiare."
Tra i problemi che le famiglie devono affrontare quello che maggiormente ritorna nei suoi discorsi è quello dell'emigrazione. In che termini esso influisce sull'istituzione familiare e come?
"Direi che è il problema più grave. In termini psicologici l'emigrazione crea disgregazione negli affetti, senso di abbandono in chi rimane e di struggente nostalgia in chi parte, rompe l'armonia familiare che è fatta di gesti di affetto tangibili che non possono essere sostituiti dai pur frequenti contatti virtuali. L'ansia di emigrare alla ricerca di sicurezza e lavoro produce giovani frustrati che non possono o non riescono ad immaginare il proprio futuro, e genitori combattuti tra il desiderio di tenere vicini i propri figli e quello di accontentarli fornendo loro i mezzi per partire.
E' difficile tenere unita una famiglia che cinque anni fa ha visto sparire - per rapimento - un padre ed uno zio, un cui figlio è stato ricoverato a Beirut perchè ammalato di cancro, la cui madre ha seguito il figlio in Libano ed i cui altri membri vivono a Baghdad nella speranza di raggiungerli."
Che posizione ha nell'ambito della famiglia irachena cristiana la donna?
"In linea di massima direi che nella comunità cristiana la donna ha un ruolo paritario rispetto all'uomo nell'ambito familiare ma, certo, l'influenza ambientale non manca ed anche alcuni cristiani pensano alla donna come inferiore all'uomo. In questo senso la Chiesa fa di tutto perchè siano rispettati l'uguaglianza tra i sessi e la dignità della donna, e lo fa attraverso le parole dei sacerdoti che ricordano, nei colloqui ma anche nelle omelie, come la donna debba essere considerata ed amata."
Non c'è dubbio che per i traumi vissuti la popolazione irachena avrebbe bisogno di un supporto psicologico che purtroppo non esiste. La Chiesa può essere di aiuto ai suoi fedeli?
"Quello dei traumi subiti dalla popolazione è uno dei problemi più gravi che, come è ovvio, si riflette anche all'interno del nucleo familiare perchè vivere la quotidianità del dolore, della paura, e dell'insicurezza non è facile. La chiesa però non può aiutare in questo senso. Noi siamo sacerdoti, non psicologi. Ciò che possiamo fare è accogliere i nostri fedeli e raccogliere i loro sfoghi e le loro frustrazioni ricordando loro che la speranza non deve morire perchè dove c'è Dio c'è sempre speranza."

La Chiesa quindi come punto di riferimento per le famiglie in difficoltà ma, a parte ascoltare e consolare, cosa fa per preservare la loro unità?
"Come sacerdoti noi parliamo alle famiglie, organizziamo il catechismo, i raduni dei giovani, ci prendiamo cura, per quanto possiamo, delle persone che vivono maggiori difficoltà ad esempio attraverso organizzazioni come "Amore e Gioia" che si occupa di handicappati o la Caritas. In quanto punto di riferimento per molte famiglie abbiamo intenzione di organizzare anche un congresso che le riunisca. Anche la Chiesa vive periodi di difficoltà ma malgrado le insufficienti risorse materiali ed umane cerca di fare il possibile per aiutare la preservazione della famiglia come nucleo vitale della società."
Tutte le difficoltà cui ha accennato come hanno influito sui rapporti interni alla famiglia?
"E' difficile dirlo perchè le situazioni sono molto diverse. Pensiamo ad esempio ai casi di famiglie in cui il padre o la madre hanno lasciato il paese e la loro mancanza ha quindi spostato gli equilibri familiari facendoli a volte crollare. Pensiamo ai genitori che hanno figli in altri continenti e sono rimasti soli, o a quegli stessi figli che erano sicuri di trovare la felicità altrove e che invece soffrono lontani da casa e dagli affetti più cari. La disgregazione della famiglia è ciò che più ne mina la coesione e ne muta i rapporti interni."
Con le difficoltà sono aumentati i casi di violenza domestica?
"La violenza domestica - è doloroso dirlo - c'è sempre stata ed i problemi che stiamo vivendo ne hanno causato l'aumento. Dolore, rabbia, frustrazione, tensione, non sono sentimenti che favoriscono l'armonia familiare anche se si è notato che in alcuni casi, al contrario, proprio le difficoltà hanno unito ancor di più le famiglie che reagiscono compatte contro di esse. Questo ci dà speranza."
Monsignore, per la prima volta l'Iraq è presente con una delegazione all'incontro mondiale della famiglia. In cosa si tradurrà questa presenza?
"Questa nuova esperienza siamo certi darà speranza e coraggio. Le famiglie irachene vogliono, attraverso chi è oggi a Milano, dimostrare di voler vivere come tutte le altre famiglie del mondo, rompere l'isolamento in cui hanno vissuto e nel quale purtroppo ancora vivono, testimoniare la necessità di non perdere la speranza cristiana che è sempre viva, reagire insieme alle altre famiglie agli attacchi cui sono sottoposte in modi e misure diverse in tutto il mondo. La famiglia, istituzione benedetta da Dio, è sotto attacco di chi la vuole disgregare, spezzare, e la fede che ne unisce i componenti è la risposta. La famiglia è un seme da cui nasce un grande albero ed anche laddove ci sono problemi dobbiamo seguire la via che il Signore illumina per restituirle la dignità ed il ruolo centrale che le spetta nella società. Le coppie di Baghdad e Mosul che vivranno l'esperienza di Milano torneranno a casa arricchite da nuove speranze e, ne siamo certi, non mancheranno di trasmetterle perchè la rete delle famiglie cristiane nel mondo diventi più forte e nella coesione e nella fede trovi pace e serenità."

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