lunedì, novembre 21, 2011

 

2012, vacanze in Iraq sulle tracce di Abramo

By La Stampa 21 novembre 2011
by Francesco Rigatelli

C’ è tutta l’umanità della nostra gente in questa storia di antichità, ricchezza, religione e cultura.
Ci sono i diplomatici che nel 2003 pensano a come intensificare i rapporti culturali con l’Iraq, per cui nel frattempo partono i soldati. Ci sono gli interessi economici per un territorio ricco di petrolio. Ci sono gli studiosi che stringono i contatti coi corrispondenti locali. E poi ci sono le opportunità che anche un territorio di guerra può offrire. Prima e dopo.
Perché, per esempio, nel 2012 l’irachena Najaf diventa capitale culturale del mondo islamico. Il che significa l’aumento di quel flusso turistico che già ora incredibilmente arriva soprattutto dal mondo sciita. Tanto che gli archeologi italiani ci hanno visto un’opportunità. Dopo il successo del museo virtuale dell’Iraq, forti di rapporti come solo loro hanno saputo costruire, ora intensificano le attività nell’area di Ur, la città di Abramo. Fortuna vuole che il primo patriarca del Cristianesimo come dell’ Ebraismo sia considerato un profeta pure dai musulmani. Insomma, nel 2012 potrebbe diventare una meta turistica per tutti. Inoltre ad Ur voleva venire a pregare Giovanni Paolo II e Benedetto XVI pare interessato a realizzare quel desiderio papale. Così l’antica Mesopotamia ha tutte le potenzialità di diventare luogo di pellegrinaggio interreligioso e multiculturale. Archeologi, sacerdoti d’ogni culto, diplomatici e imprenditori si preparano.
A Najaf, solo per raccontare del caso più eclatante, il ruolo di capitale culturale ha già fruttato la costruzione dell’aeroporto, di alberghi e ristoranti. Non si tratta solo del turismo, infatti, ma delle ricadute sull’occupazione, sull’idea di futuro e sulla stessa identità del paese. Nuovi restauratori, guide turistiche, addetti museali stanno per essere formati dal progetto «Le colline di Abramo» promosso dal coordinatore della Task Force Iraq Massimo Bellelli, dal responsabile scientifico del Museo virtuale di Baghdad Massimo Cultraro, dall’ambasciatore iracheno Saywan Barzani e di cui racconta l’archeologa Stefania Berlioz. L’intenzione degli italiani è di salvaguardare le strutture archeologiche, rendere attrattivo il territorio, ampliare gli itinerari turistici, valorizzare il museo di Nassiriya e promuovere il patrimonio dell’area del Dhi Qar.
«Ci è possibile grazie alla fiducia e ai rapporti costruiti negli anni», spiega Berlioz. L’Italia e l’Iraq - è il vanto di chi lavora tra il Tigri e l’Eufrate - detengono gran parte dei beni archeologici mondiali. «Naturale una cooperazione», sottolinea Berlioz accompagnata dall’antropologa Anna Maria Cossiga, autrice di un libro sull’argomento: «Vogliamo far ripartire la macchina del turismo. Sono interventi richiesti dagli iracheni stessi. Cooperazione significa infatti lavorare insieme. C’è un dare e avere, certo, interessi economici compresi, ma non è negativo. Significa che si fanno dei patti e che ci sono dei buoni motivi per portarli avanti nella reciproca soddisfazione».

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