martedì, luglio 28, 2015

 

Cor Unum per il dramma siro-iracheno e il 10° di "Deus caritas est"

By Radiovaticana

Papa Francesco continua ad indicare al Pontificio Consiglio Cor Unum, le priorità per gli ultimi, i più poveri ed i dimenticati. Per questo il dicastero vaticano per la Carità del Papa sta organizzando due eventi importanti: il 25 e 26 febbraio 2016 un grande incontro a 10 anni dall’enciclica di Benedetto XVI “Deus caritas est”. Il prossimo 17 settembre è previsto un incontro di coordinamento per le opere di carità in Siria e Iraq, come spiega al microfono di Roberto Piermarini il segretario di Cor Unum mons. Dal Toso
Siamo in fase preparatoria, soprattutto in vista del 17 settembre quando per la terza volta ospiteremo qui a Roma un incontro di coordinamento per i grandi organismi di carità cattolici che stanno operando nel contesto della crisi siro-irachena che, come sappiamo, dal punto di vista umanitario, è probabilmente la più grave crisi da 25 anni a questa parte e che vede la partecipazione e l’impegno di tanti organismi cattolici.
Lei ha già avuto la possibilità di recarsi in Siria per coordinare questi aiuti...
Sì, io sono stato in Siria l’ultima volta alla fine di ottobre dell’anno scorso per un incontro con i vescovi della Siria e abbiamo contatti direi quasi quotidiani con i diversi attori. L’idea è quella di cercare il più possibile di tenere insieme tutti questi soggetti che operano. E’ difficile fare un coordinamento operativo perché si tratta di molti soggetti, perché la situazione è molto delicata, perché il Paese non è accessibile in tutte le sue parti e perché sono in gioco questioni molto di rilievo. Però quello che per noi è importante è cercare il più possibile di tenere insieme tutti questi grandi soggetti, in modo che anche si renda visibile che c’è una testimonianza della Chiesa importante in questo momento a favore dei nostri fratelli e sorelle in Siria e in Iraq che stanno soffrendo. Ovviamente l’impegno della Chiesa cattolica non è solamente per i cristiani ma è per tutta la popolazione.
Questo è in linea con la preoccupazione di Papa Francesco per la Siria e per l’Iraq in questo momento per i profughi soprattutto…
Sì, diciamo che il Papa ha parlato moltissime volte della Siria e dell’Iraq e tantissime volte ha chiesto che ci sia la possibilità di trovare delle forme di riconciliazione, di pacificazione. E soprattutto si tratta di finire questa guerra che sta durando da più di 4 anni, e che ha provocato più 220 mila morti, solo in Siria, ha provocato grandi sofferenze, come sappiamo, per i cristiani in Iraq che sono dovuti fuggire perché cacciati dalle loro terre e per la prima volta nella storia in queste parti dell’Iraq non c’è più una presenza cristiana. E’ una situazione gravissima e ovviamente il Papa ripetutamente ha preso posizione perché si trovi prima di tutto una soluzione politica per fermare la guerra. D’altro canto, però, in questo momento quello che la Chiesa cattolica può e deve fare e lo fa il più possibile è dare un segno della sua presenza a fianco delle vittime, quindi di favorire l’assistenza umanitaria, di favorire anche l’assistenza pastorale ai cristiani che sono fuggiti, di cercare di creare anche un ambiente il più possibile accogliente per queste persone. E quindi credo che questa presenza a fianco della popolazione è la testimonianza più grande che la Chiesa può dare in questo momento per arginare almeno il più possibile le ferite che questa guerra ha aperto.
A lunga scadenza quale altra iniziativa da parte di Cor unum?
Noi stiamo preparando, con l’incoraggiamento di Papa Francesco, un grande incontro il 25 e il 26 febbraio dell’anno prossimo, a 10 anni della pubblicazione dell’enciclica “Deus caritas est”. Questa enciclica è veramente una pietra miliare per tutto il settore della carità della Chiesa sia perché ha dato un indirizzo teologico a tutta questa attività, a tutto il servizio di carità Chiesa e perché soprattutto ha sottolineato che questo servizio della carità della Chiesa è centrale per la Chiesa, così come lo sono la predicazione della Parola di Dio, come la celebrazione dei Sacramenti. Allora questa Enciclica ha segnato un momento importantissimo per l’attività caritativa della Chiesa e ha avuto anche dei frutti enormi per la Chiesa nei diversi continenti sia per l’attività concreta sia anche direi proprio per la comprensione, per una visione corretta del servizio della carità, e vorrei dire anche per un coinvolgimento più diretto anche dei pastori della Chiesa in questo settore. In questo senso io amo dire che Papa Benedetto ha dato un quadro teologico che Papa Francesco  testimonia quotidianamente, questo servizio all’umanità sofferente al quale Papa Francesco ci chiama continuamente e che lui in prima persona vive. Mi sembra che abbia una sua preparazione da un punto di vista teologico in questa grande enciclica. Per cui c’è sembrato importante celebrare 10 anni di questa Enciclica non solo però con uno sguardo indietro ma soprattutto con uno sguardo in avanti per le prospettive che continua ad aprire per la nostra attività caritativa. E Papa Francesco ha incoraggiato questa iniziativa che giustamente si colloca bene nel quadro dell’Anno della Misericordia.
Chi verrà invitato a questo grande evento?
A questo grande evento verranno invitati i rappresentanti delle conferenze episcopali, i rappresentanti dei grandi organismi cattolici di carità e di volontariato e università pontificie e anche rappresentanti e titolari di diverse cattedre che ci sono in giro per il mondo di teologia della carità in modo da dare un po’ anche una spinta a questo tipo di riflessione teologica.
Si svolgerà a Roma questo incontro?
Sì, si svolgerà a Roma, qui nel Palazzo San Pio X. Noi contiamo su una grossa partecipazione  e abbiamo anche contattato  relatori di grande rilievo esattamente perché ci sembra che sia importante continuare a tenere presente la centralità del servizio della carità per la vita della Chiesa perché questo dà una testimonianza importante anche oggi di come la Chiesa vive veramente radicata vicino all’uomo e si prende cura delle sue sofferenze qualunque esse siano e l’uomo nella sua integrità, quindi nei sui bisogni corporali ma anche nei suoi bisogni spirituali.

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lunedì, luglio 27, 2015

 

Svezia: in un centro richiedenti asilo profugi musulmani obbligano alla fuga profughi cristiani

By Baghdadhope*

Mönsterås è una cittadina di poco più di 6000 abitanti sita alla sommità di uno dei tanti fiordi svedesi che si affacciano sul Mar Baltico verso sud-est. Le case sono colorate con tinte pastello, le strade pulite e piene di biciclette, la locale municipalità sottolinea come vi si possa godere di maggior numero di ore di sole e di minor numero di ore di pioggia rispetto ad altre città svedesi.
E’ il paradiso dei pescatori, ma anche di chi ama andare a cavallo, giocare a golf o passeggiare nei rigogliosi boschi che circondano l’abitato in cerca di un troll, di un folletto o dei ruderi di un antico monastero.
In questa landa idilliaca c’è anche un edificio che ospita circa 80 richiedenti asilo nell’attesa del disbrigo delle pratiche. Sono quasi tutti siriani. Ed ora sono solo musulmani.
Fino a qualche giorno fa però in quella sistemazione c’erano anche due famiglie cristiane provenienti dalla Siria. Nessuno conosce la loro storia. Nessuno sa da cosa o da chi erano scappate. Se dalla violenza generalizzata della guerra in corso nel paese che spinge anche molti musulmani a lasciarlo, o se da essa e da quella che colpisce specificatamente le minoranze non islamiche. Nessuno sa neanche come quelle famiglie siano finite a Mönsterås, le tappe del loro viaggio e del loro dolore, mitigato forse solo dalla consapevolezza di essere finalmente arrivate al sicuro in un paese che non esclude il dialogo e la convivenza ma che, vivaddio si saranno detti, è ancora a maggioranza cristiana.
Ciò che si sa perché riferito da un giornale locale e ripreso da uno nazionale è che quelle famiglie hanno volontariamente abbandonato l’edificio con le loro poche cose perché minacciate da un gruppetto di musulmani che hanno intimato loro di non indossare la Croce e di non utilizzare le parti comuni quando occupate dai fedeli dell’Islam.
“L’atmosfera era diventata troppo intimidatoria.” ha dichiarato alla testata locale un testimone ben informato sui fatti.
Nessun riferimento diretto è riportato su eventuali prese di posizione a favore di queste famiglie da parte della solita, silente ed inutile “maggioranza silenziosa” dei musulmani presenti.
Ciò che è accaduto è stato confermato da Mikael Lönnegren, vice direttore dell’Ufficio Migrazione della contea di Kalmar in cui si trova la città di Mönsterås, che ha riferito come le famiglie si siano allontanate spontaneamente trovando esse stesse una nuova sistemazione e che, vista la difficoltà a reperire strutture in grado di ospitare i richiedenti asilo, l’Ufficio Migrazione non li smista secondo la religione. Eventi come questo di Mönsterås, ha spiegato, sono comunque rari, ma la loro gravità non sarà sottovalutata anche se, trattandosi di allontanamento volontario la polizia del luogo non è stata allertata. Certo però ha aggiunto: “Siamo del parere che chi fugge per ottenere rifugio nel nostro paese debba seguirne le leggi una volta qui.”
I cristiani siriani, iracheni, palestinesi, e di tutti gli altri paesi che stanno conoscendo un periodo buio a causa della loro fede, sempre più difficile e rischiosa da praticare nelle terre a maggioranza islamica, sembrano non avere speranza. La maggior parte di loro non può e non potrà mai lasciare quelle terre perché troppo povera, anziana e malata e trova, se trova, unica consolazione nel sapersi erede di quella tradizione di “Chiesa dei Martiri” che la trattiene come testimone forzata dell’antichissima cristianità che appare ormai destinata a scomparire. Coloro che riescono a fuggire, perché di fuga si tratta e non di emigrazione, devono invece combattere contro il loro essere non desiderati nei paesi europei ormai decisi a fermare lo straniero, chiunque esso sia e qualsiasi sia la sua storia, “ovunque ma altrove.”
Una volta entrati in Europa però quei cristiani dovrebbero essere protetti, perché se non possiamo (o vogliamo?) salvarli lì dove è “politicamente scorretto e rischioso” farlo, dovremmo farlo almeno qui, perché è impensabile che anche da noi essi possano, ed a maggior ragione considerando che non sono semplici migranti ma profughi di guerra “e” di persecuzione, essere discriminati e maltrattati da musulmani o persone di altre religioni.
Non qui, non dove hanno sofferto per arrivare, e dove speravano di trovare almeno la libertà di essere cristiani tra cristiani. 
  


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Iraqi Christians fleeing ISIL now live in Jordan

By CCTV America



ISIL gave Iraq's Christians an ultimatum: cooperate or suffer harsh consequences. Many of them feared that even if they complied, they would eventually be killed. So they fled. Now living as urban refugees in Jordan, they cling to the church and push away thoughts of returning home.
CCTV's Stephanie Fried met some of them in a suburb of Amman.

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Sako: iracheni sentono vicinanza Papa, ma serve intervento internazionale

By Radiovaticana

Sentiamo la vicinanza del Papa e la preghiera dei cristiani ma abbiamo bisogno di un intervento internazionale per sconfiggere il terrorismo dello Stato islamico: è quanto afferma ai nostri microfoni il patriarca caldeo di Baghdad Louis Raphaël I Sako, che oggi, a Jelsi in provincia di Campobasso, riceve il Premio internazionale “La traglia, etnie e comunità”, istituito a difesa delle minoranze. Ascoltiamo il patriarca Sako nell'intervista di Sergio Centofanti:

 Questo premio non è per me, personalmente, ma per tutti coloro che lavorano per la pace, per il dialogo. Secondo me, è dato a tutti, non solo ai cristiani, ma anche ai musulmani che vogliono un mondo migliore, un mondo in cui tutti possano vivere nella gioia e nella dignità.Qual è la situazione oggi dell’Iraq?

E’ una situazione molto brutta a causa della guerra che fa tanti morti, tanti rifugiati e distruzione.

Qual è la situazione dei cristiani e che Chiesa è oggi quella irachena? 

I cristiani pagano il prezzo di questa guerra settaria fra sunniti e sciiti, ma anche della guerra nel Medio Oriente. L’identità di questa Chiesa è quella di una Chiesa martire.

Ci sono tanti sfollati che vivono una situazione drammatica…

120 mila sfollati. Ma c’è anche un’angoscia psicologica un po’ dappertutto: come sarà il futuro? Ci sarà un’avvenire o no? La risposta è oscura.

I cristiani continuano a lasciare l’Iraq?

Si, purtroppo

La comunità internazionale cosa fa e che cosa può fare di più

E’ una politica alla ricerca degli interessi economici e non del benessere delle persone: loro non cercano la pace. Fabbricare armi vuol dire fabbricare anche guerre. Ci vuole un rinnovamento della politica e dell’economia, ma anche della religione. I musulmani devono fare una lettura all’interno dell’islam per scoprire il messaggio positivo per la vita umana, il rispetto della dignità della persona.
Come combattere il terrorismo dello Stato Islamico?

 Ci vuole un’azione effettiva, internazionale, perché questi Paesi da soli non possono combattere l’Is, che è uno Stato: ha soldi, vende petrolio, ha armi e tanti jihadisti che aumentano.

Che cosa possono fare i cristiani di tutto il mondo per voi?

Possono aiutare, ma ciò di cui noi abbiamo più bisogno è l’amicizia, la solidarietà, la vicinanza. Io direi che la preghiera può fare un miracolo, cambiare il cuore di questi uomini: la conversione, la riconciliazione fra i politici.

I cristiani iracheni sentono la vicinanza di Papa Francesco?

Sì, sì, ma aspettano una sua visita pastorale. Abbiamo bisogno della sua presenza fra noi, in modo che ci dia tanta forza, tanta speranza, non solo ai cristiani, ma a tutti. Il Papa è un simbolo non solo per i cristiani - è un’autorità internazionale, spirituale e morale - e tutti aspettano questa presenza in mezzo a noi. Ci potrà dare tanta forza per perseverare e non lasciare.

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venerdì, luglio 24, 2015

 

Christian Refugees Languish in Camps, Looking for Hope

By Rudaw
Arina Moradi

Marolin Sabri
is angry. The 28-year-old mother of three says she is sick and tired of local officials who have made promises to her community of Assyrian Christian refugees that nestles together in a former church in Kirkuk.
"I have to laugh. So many people have come from the government saying they will help us, but we are only surviving on the help from NGOs and the church," she said.
Sabri is one of thousands of Christian refugees who were brutally driven from their homes by the Islamic State, or ISIS, and sought safety in cities and towns across the Kurdistan region. Sabri's home town of Bartella is still held by ISIS, and she wonders if she'll ever return.
Her frustration is common among displaced Christians, many of whom share the same everyday worries and deep fears for the future of their families.
"Our kids keep asking, 'When will we go home? It is like a prison for them," Sabri told Rudaw.
Sadly, Sabri's story is also all-too-common. Bernan Petros, 47, also fled Bartella with his family as ISIS bore down on the Christian community.
"We were almost the last family to leave. We left everything behind, even our money. Without my money, how can I make plans? Everything I had is under the control of ISIS," Petros said in the single room he shares with his six-member family at the former Qalb Muqaddas (Sacred Heart) Assyrian Church in Kirkuk.
Also like Sabri, Petros and his family first went to Erbil's ancient Christian quarter of Ainkawa but found no room in the camps and churches. He said the price for a hotel room for one night was $150; too much for a family running for their lives.
Now, among the 70 or so families staying at Qalb Muqqaddas, Sabri and Petros worry about attaining the jobs and residency permits they will need to build a new life.
"We don't have work. We just survive on what they give us," Petros said, speaking under a poster of Jesus Christ that had been taped to the wall.
The Kurdistan Regional Government (KRG) reports that 1,160,000 internally displaced Iraqis had arrived in Erbil by June. Life for Christian refugees in overcrowded Ainkawa is little better than in Kirkuk.
Anoutha Ishak is among hundreds of Christian women who spend their lives in Mar Eillia Church at the heart of the Christian neighborhood.
"We became depressed and psychologically unwell," Ishak said. "I was a nurse. I left my job, my belongings, my house, and all our money. Of course after we came here our life changed."
Christians are among the many minorities and Kurds who have flooded the region. The government says all groups have been treated equally.
"We are dealing with refugee issues--Arabs, Christians, Yezidis, and all other minorities--without any discrimination. For those who are living in the Kurdistan region, we are trying to help them stay inside the country," said Shakir Yasseen, general director of the KRG's Bureau of Migration and Displacement.
A sharp increase of Iraqi refugees fleeing ISIS into Europe became a concern for the European Union as well as local governments of Iraq. According to CIA World Factbook, the pre-2003 Christian population in Iraq was as high as 1.4 million. Since the ISIS war, estimates put the population between 260,000 and 350,000.
"We are trying to prevent illegal immigration of all Iraqis including Christians. We want them stay inside the country, but for those who have been given a visa by European embassies in the region, we cannot do anything about it," Yasseen explained.
For refugees like Petros, leaving Iraq and the ongoing violence is all he can think about.
"There is no hope in this country. We have no hope here. We are so tired of this situation, and now we are thinking of leaving--all Christians together--to seek another place in Europe," he said. "That is our only dream: to leave this place forever."

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Ausiliare di Baghdad: la preghiera dei bambini per la pace, nell'Iraq di sangue e violenze


“Questa settimana a Baghdad ogni giorno si sono verificate esplosioni, attacchi bomba, violenze, ogni giorno sentiamo scoppi, anche vicino al patriarcato, e poi morti, feriti, oltre100 nel primo giorno di festa per la fine del ramadan. Una situazione drammatica”. È quanto racconta ad AsiaNews mons. Basilio Yaldo, vescovo ausiliare della capitale e stretto collaboratore del patriarca Louis Raphaël I Sako, secondo cui “il futuro è incerto, oscuro, nessuno sa cosa potrà succedere perché ogni giorno vi è un nuovo episodio di violenza”. Tuttavia, aggiunge il prelato, “il popolo sembra essersi abituato a queste notizie di sangue, che non vengono più nemmeno riportate nei telegiornali, sono considerate una normalità… la gente poco dopo un’esplosione è già in strada, come se nulla fosse”.
In queste ultime settimane si è registrata una nuova ondata di violenze in Iraq, una nazione che appare sempre più divisa al suo interno per etnie e confessioni. Sciiti, sunniti, arabi, turcomanni, curdi sono al centro di una lotta per il potere che viene combattuta a colpi di mitra, bombe e attentati sanguinosi mentre il governo appare incapace di perseguire un progetto di unità.
Anche per questo si moltiplicano le voci e i commenti, alcuni dei quali con intento provocatorio, di una divisione confessionale di una nazione ormai sull’orlo del baratro e priva di una vera “coscienza nazionale”. Tuttavia la presenza cristiana, benché decimata, resta sempre un messaggio di pace, armonia e unione come sottolinea una volta di più il vescovo ausiliare della capitale.
“Noi come cristiani - spiega il prelato - lavoriamo per la riconciliazione, l’unità… perché non abbiamo interessi specifici o sete di potere, vogliamo solo la pace e la convivenza. Spesso il patriarca Sako invita le varie parti in causa a momenti di incontro, discussione, per una vera riconciliazione nazionale. E, in alcuni casi, la risposta è positiva perché sunniti e sciiti hanno fiducia in noi cristiani”. Purtroppo, aggiunge, “ogni parte, ogni partito ha la propria idea ma anche chi, come il governo, non vuole la divisione alla fine non riesce a costruire un vero percorso di unità”.
Intanto continua il dramma dei rifugiati cristiani, che da oltre un anno vivono nei campi di accoglienza dopo che le loro case e le loro terre - a Mosul e nella piana di Ninive - sono state occupate dai miliziani dello Stato islamico. “Ancora oggi non sappiamo quale sarà il loro destino - ammette mons. Yaldo - e alle loro domande non sappiamo dare risposte certe. La situazione sembra peggiorare sempre più, ma noi come cristiani ci diamo coraggio, fede, speranza”.
Fra questi piccoli segnali di speranza, racconta l’ausiliare di Baghdad, c’è il lavoro di preparazione “per una solenne preghiera per la pace nel Paese”. Ogni messa, aggiunge, ha proprio la pace in Iraq come intenzione speciale. “Anche oggi - aggiunge mons. Yaldo - durante la messa per la prima comunione di 28 bambini della capitale, abbiamo voluto pregare per la pace”. Negli ultimi giorni, conferma il vescovo, 182 ragazzi e ragazze hanno ricevuto la prima comunione e “anche questo è un piccolo segno di speranza e la testimonianza di una comunità viva”.
“I bambini hanno la pace come unico sogno, è questo che ci chiedono” sottolinea mons. Yaldo. In questi giorni a Baghdad “fa molto caldo, oltre 50 gradi, mancano elettricità e corrente ed è difficile trovare refrigerio. Tuttavia i bambini chiedono “cose semplici, vogliono giocare con gli altri, partecipare a gite, uscire in strada e divertirsi ma non possono farlo per paura delle bombe, delle esplosioni, delle violenze. Noi però - conclude - insegniamo loro ad essere strumenti di pace, a non usare la violenza, e a guardare al futuro con speranza e fiducia”. 

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Card. Filoni: la preoccupazione del Papa per l'eroica Chiesa irachena

By Radiovaticana

“La Chiesa in Iraq” questo il titolo del libro scritto dal cardinale Fernando Filoni, prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli. Il volume ripercorre la storia, lo sviluppo e la missione della chiesa irachena, dagli inizi ai nostri giorni. “Una Chiesa eroica”, come l’hanno definita Benedetto XVI e Papa Francesco, che anche oggi sta dando una testimonianza di fede a causa delle persecuzioni dei jihadisti dell’Is. Il card. Filoni è stato 5 anni nunzio apostolico in Iraq durante la Guerra del Golfo e Papa Francesco lo ha inviato due volte in missione tra i profughi iracheni. Al microfono di Roberto Piermarini il porporato spiega quanto è viva la preoccupazione del Papa per i cristiani iracheni:
E’ vivissima per vari motivi. Innanzitutto perché i cristiani in questo momento insieme alle altre piccole minoranze sono i poveri, veramente i poveri di questa situazione perché hanno dovuto abbandonare tutto, non solo le proprie case ma anche i propri averi e anche quel poco, rimanendo con quel poco che avevano addosso. Grazie alla solidarietà internazionale e soprattutto all’appello del Papa, quando mi inviava un anno fa in Iraq, soprattutto nel Kurdistan, a visitare i nostri cristiani e le minoranze, che erano state cacciate via da Isis… Il Papa ha avuto un ruolo importante e tutti glielo riconoscono per aver focalizzato l’attenzione internazionale sulla situazione di guerra e comunque dei nostri cristiani, che sono stati cacciati. Quindi grande attenzione perché oggi sono i poveri di questa situazione insieme alle altre minoranze e poi perché la guerra è sempre un’ingiustizia: la sopportano le popolazioni. E qui vediamo che tutte le popolazioni e non solo quelle cristiane, anche quelle musulmane, anche le altre minoranze, portano le conseguenze della distruzione, della morte, delle famiglie divise. Quindi questa grande attenzione per una situazione politica che purtroppo pesa come sempre sulla popolazione e su coloro che sono i più fragili.
Lei è stato nunzio apostolico in Iraq proprio durante la Guerra del Golfo ed è tornato come inviato del Papa due volte in Iraq. Quale è stata la sua esperienza di questi due incontri che lei ha avuto con la popolazione irachena e con i cristiani iracheni?
Il primo è stato un incontro scioccante perché ci trovavamo in mezzo a loro, in mezzo a migliaia di famiglie che erano fuggite e dormivano per terra, dove era possibile, sotto gli alberi, in situazioni assolutamente disumane, con un caldo che - si sa - durante l’estate in Iraq arriva anche a 45, 48 gradi. Quindi immaginiamo questa povera popolazione scappata via senza acqua, senza condizioni tali da poter vivere dignitosamente e decentemente, anche con tutti i problemi legati anche alle malattie, al cibo, all’acqua potabile… Quindi uno choc formidabile per come queste famiglie nel giro di 24 ore si siano venute a trovare. La seconda visita  è stata quasi per far sentire ai nostri cristiani e alle altre minoranze che ho visitato che non ci siamo dimenticati di loro: voleva essere un gesto, come il Papa usa dire spesso, una “carezza”, una carezza che non va fatta una volta, va anche ripetuta perché questa gente senta che noi siamo vicino a loro e non li abbiamo dimenticati. E la cosa bella  in questa seconda circostanza è stata che in questo caso ho potuto portare, era il periodo di Pasqua, la colomba pasquale donata da tante famiglie di Roma. Quindi non c’era solamente la solidarietà del Papa ma c’era anche la solidarietà, l’affetto, la stima, l’incoraggiamento, il pensiero di tante famiglie della diocesi del Papa. Quindi la prima visita è stata una condivisione delle sofferenze. La seconda io l’ho definita un “pellegrinaggio” perché era il periodo della Settimana Santa e quindi vedevo il calvario, la sofferenza, la via crucis di questa gente.
Cosa rappresentano oggi i cristiani in Iraq?
La cosa interessante è non solo ciò che noi pensiamo dei nostri cristiani. E sappiamo bene, poi il mio libro lo descrive, proprio in questa storia, in questo sviluppo loro hanno una parte fondamentale perché hanno contribuito alla vita, alla tradizione, alla cultura di questa terra. Ma non è solo quello che noi pensiamo e che io ho cercato di far vedere attraverso le vicende di quasi 2000 anni di storia ma soprattutto ciò che pensano anche gli altri. Perché sono tanti, alcuni lo dicono, me l’hanno detto, altri lo pensano, altri forse non lo dicono: i nostri cristiani sono parte integrante della storia della vita del Medio Oriente in generale e della vita dell’Iraq in particolare. Io penso che questa sia una cosa molto bella. Anche le stesse autorità, dicono: “Voi avete il diritto nativo di stare qui. Noi siamo venuti dopo, sia come religione dell’islam sia anche come popoli che in questa terra - che è stata sempre una terra di passaggio dove tutti poi si sono innamorati e sono rimasti - abbiamo trovato anche noi, dopo di voi, un posto. Quindi non possiamo non riconoscere questa tradizione che voi avete, questo diritto nativo di stare qui”. Ora, non è una questione puramente accademica ma effettivamente poi i nostri cristiani attraverso l’educazione dei propri figli, attraverso le capacità che hanno saputo esprimere nel contesto anche di una realtà islamica molto più vasta, sia sciita sia sunnita, hanno portato il contributo straordinario delle loro capacità o acquisite, a volte attraverso i figli che studiavano all’estero, ma anche attraverso le loro culture e le loro tradizioni. D’altronde non dimentichiamo che questa è anche la terra dove la cultura occidentale ha messo le radici.
Cardinale Filoni, c’è un capitolo del suo libro che dice: “Quale Iraq oggi?”. Io le chiedo se c’è il rischio di una spartizione settaria del Paese tra curdi, sunniti e sciiti? E qual il futuro per la minoranza cristiana?
Io mi rifaccio, normalmente, un po’ a come è nato l’Iraq e come sono nati tutti gli altri Paesi, compresi la Giordania, la Siria, il Libano e la stessa Turchia: sono nate da un collasso dell’Impero Ottomano, circa 90 anni fa. Era il 1920, quando si stipulava in Europa la divisione dell’Impero Ottamano e si creavano i regni della Giordania, dell’Iraq, dell’Arabia Saudita; la Turchia stessa ne usciva ridimensionata dopo la I Guerra Mondiale. Dunque non è un luogo o una terra in cui c’è una antichissima tradizione nel senso di unità di Stato: c’erano molte nazionalità, molte etnie, molti gruppi che convivevano. Proprio questo fatto ha creato anche tante tensioni, perché la formazione degli Stati è stata una formazione voluta in Occidente e non rispondeva alle esigenze locali. Questo non è mai stato del tutto superato: è stato sempre un elemento che, in vari momenti, è stato ripreso per lotte e per rivendicazioni. Pensiamo anche alla guerra in Kuwait, perché in fondo il Kuwait è una realtà costruita solo dopo: le tribù vivevano e passavano dalla parte del deserto oggi iracheno, alla parte del deserto del Kuwait senza alcuna difficoltà… E così si potrebbe dire anche di altre parti. I curdi si sono sentiti traditi, al momento della formazione di questi Stati, per non essere stati riconosciuti come una entità che aveva il diritto ad uno Stato: questo li ha poi portati a delle lotte. Quindi non parliamo di una realtà omogenea, ma parliamo di tante presenze che hanno dovuto convivere e che quindi, di tanto in tanto, trovano delle frizioni. E’ chiaro che in una concezione moderna di Stato, in cui i confini sono una realtà molto relativa, noi dobbiamo chiederci: che futuro avrà questo Iraq, di cui parliamo, quello cioè uscito dal 1920 in poi? Praticamente dopo l’ultima Guerra del Golfo – 13 anni fa – l’Iraq politicamente è cambiato, ma le entità interne politico-religiose sono rimaste: pensiamo agli sciiti che rivendicano – essendo la maggioranza – il loro ruolo; pensiamo ai sunniti che avevano invece da sempre il potere e che quindi non accettano di essere sotto una leadership sciita che controlla l’economia e la politica; pensiamo anche ai curdi che da sempre hanno rivendicato una loro entità culturale, linguistica, oltre che territoriale; e pensiamo poi alle altre piccole minoranze, come sono i cristiani. E’ chiaro che i cristiani sono sempre vissuti n mezzo a tutti: non hanno mai avuto storicamente – da quando è nato l’Iraq – una rivendicazione territoriale. Hanno sempre rivendicato, per così dire: noi siamo qui – ad esempio – nella Piana di Ninive, vogliamo continuare a vivere secondo le nostre tradizioni. Ma non era politica e nemmeno amministrativa particolare. Dunque le piccole minoranze e gli stessi yazidi, sono praticamente vissuti nella realtà in cui tradizionalmente sono convissuti. Queste piccole minoranze si sono sempre adattate alle grandi maggioranze. Allora, quale futuro ci può essere in una realtà sciita molto forte? In una realtà sunnita molto forte? In una realtà curda molto forte? Dietro di loro ci sono poi altri potentati: pensiamo ai sunniti, pensiamo agli sciiti dell’Iran, pensiamo ai curdi anche di altre parti… Ecco, bisogna allora uscire da una logica in cui ci si identifica solamente con i confini ed entrare nella logica di convivenza nel profondo rispetto gli uni degli altri. E questa non è tolleranza, ma è rispetto dei diritti. La tolleranza è una concessione: “io permetto a te di stare qui o di avere questo o di avere quell’altro”… Se noi passiamo ad una nuova logica, che è quella del diritto di ciascuno di vivere in quanto cittadino, i diritti umani, i diritti sociali, i diritti politici, che tutti devono avere, è chiaro che questo può permettere una convivenza. Ma bisogna anche uscire dalla logica di chi è maggioranza che usa il potere come se fosse poi una dittatura - “comando solo io, solo perché siamo una maggioranza” – che è una rivendicazione rispetto a quanto, per esempio, i sunniti avevano il potere, al tempo del Baath, e praticamente come minoranza usavano il potere soltanto dal loro punto di vista e quindi come una dittatura, come un regime. Ecco, anche lì bisogna cambiare le menti, ma per questo ci vuole ovviamente del tempo. E’ una prospettiva nella quale lavorare, ma se non c’è la pace, se non c’è questa buona volontà, ovviamente anche l’Iraq e il Medio Oriente rimarranno terre difficili dove vivere.

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Iraq: ACS dona viveri a 13mila famiglie di rifugiati cristiani

By Aiuto alla Chiesa che Soffre

Nuovo progetto di Aiuto alla Chiesa che Soffre in Iraq. Alla fine di giugno la fondazione pontificia ha donato pacchi viveri a 13mila famiglie cristiane rifugiate nel Kurdistan iracheno, per un totale di 690mila euro.
Dall’inizio dell’avanzata di Isis nel giugno 2014, ACS ha sostenuto la Chiesa irachena con oltre 7milioni e 300mila euro. Nella sola arcidiocesi caldea di Erbil, dove hanno trovato rifugio i cristiani fuggiti da Mosul e dalla Piana di Ninive, la sola fondazione ha contribuito ad oltre il 60% degli aiuti ricevuti a livello internazionale.
«Il supporto di ACS ha avuto un grande impatto sulla vita della nostra comunità - ha scritto l’arcivescovo caldeo di Erbil, monsignor Bashar Matti Warda, dopo l’invio dei pacchi viveri - Dal profondo del nostro cuore vi ringraziamo per essere vicini alle nostre famiglie in un momento tanto drammatico». I doni sono stati distribuiti da gruppi di volontari di età compresa tra i 15 ed i 18 anni. Ognuna delle famiglie ha avuto di che vivere per almeno un mese: riso, zucchero, olio, fagioli, carne, formaggio e acqua. Aiuto alla Chiesa che Soffre continuerà a raccogliere fondi per garantire il costante invio di viveri nei prossimi mesi.
Nel Kurdistan iracheno i cristiani si preparano al primo triste anniversario della fuga dalla Piana di Ninive. Nella notte tra il 6 ed il 7 agosto 2014, oltre 120mila fedeli sono stati costretti ad abbandonare le proprie abitazioni a causa dell’avanzata dello Stato Islamico. Dopo i primi mesi trascorsi nelle tende, nelle chiese o in palazzi abbandonati, grazie al contributo di Aiuto alla Chiesa che Soffre, le famiglie cristiane hanno trovato alloggio in case in affitto o nelle strutture prefabbricate fornite dalla fondazione. E tra pochi giorni inizierà l’anno scolastico, nelle otto scuole prefabbricate donate da ACS per garantire un futuro ai piccoli rifugiati.
Piccoli segni di speranza che aiutano i cristiani a sopportare l’incertezza e le difficoltà quotidiane, come le alte temperature estive e la mancanza di elettricità anche per 14 ore al giorno. La Chiesa continua a rappresentare l’unico punto di riferimento per le migliaia di famiglie di rifugiati, «assieme – nota monsignor Warda - alla vicinanza e alle preghiere dei cristiani di tutto il mondo».

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mercoledì, luglio 22, 2015

 

Is This the End of Christianity in the Middle East?

By New York Times
Eliza Griswold *

There was something about Diyaa that his wife’s brothers didn’t like. He was a tyrant, they said, who, after 14 years of marriage, wouldn’t let their sister, Rana, 31, have her own mobile phone. He isolated her from friends and family, guarding her jealously. Although Diyaa and Rana were both from Qaraqosh, the largest Christian city in Iraq, they didn’t know each other before their families arranged their marriage. It hadn’t gone especially well. Rana was childless, and according to the brothers, Diyaa was cheap. The house he rented was dilapidated, not fit for their sister to live in.
Qaraqosh is on the Nineveh Plain, a 1,500-square-mile plot of contested land that lies between Iraq’s Kurdish north and its Arab south. Until last summer, this was a flourishing city of 50,000, in Iraq’s breadbasket. Wheat fields and chicken and cattle farms surrounded a town filled with coffee shops, bars, barbers, gyms and other trappings of modern life.
Then, last June, ISIS took Mosul, less than 20 miles west. The militants painted a red Arabic ‘‘n,’’ for Nasrane, a slur, on Christian homes. They took over the municipal water supply, which feeds much of the Nineveh Plain. Many residents who managed to escape fled to Qaraqosh, bringing with them tales of summary executions and mass beheadings. The people of Qaraqosh feared that ISIS would continue to extend the group’s self-styled caliphate, which now stretches from Turkey’s border with Syria to south of Fallujah in Iraq, an area roughly the size of Indiana.
In the weeks before advancing on Qaraqosh, ISIS cut the city’s water. As the wells dried up, some left and others talked about where they might go. In July, reports that ISIS was about to take Qaraqosh sent thousands fleeing, but ISIS didn’t arrive, and within a couple of days, most people returned. Diyaa refused to leave. He was sure ISIS wouldn’t take the town.
A week later, the Kurdish forces, known as the peshmerga, whom the Iraqi government had charged with defending Qaraqosh, retreated. (‘‘We didn’t have the weapons to stop them,’’ Jabbar Yawar, the secretary general of the peshmerga, said later.) The city was defenseless; the Kurds had not allowed the people of the Nineveh Plain to arm themselves and had rounded up their weapons months earlier. Tens of thousands jammed into cars and fled along the narrow highway leading to the relative safety of Erbil, the Kurdish capital of Northern Iraq, 50 miles away.
Piling 10 family members into a Toyota pickup, Rana’s brothers ran, too. From the road, they called Diyaa repeatedly, pleading with him to escape with Rana. ‘‘She can’t go,’’ Diyaa told one of Rana’s brothers, as the brother later recounted to me. ‘‘ISIS isn’t coming. This is all a lie.’’
The next morning Diyaa and Rana woke to a nearly empty town. Only 100 or so people remained in Qaraqosh, mostly those too poor, old or ill to travel. A few, like Diyaa, hadn’t taken the threat seriously. One man passed out drunk in his backyard and woke the next morning to ISIS taking the town.
As Diyaa and Rana hid in their basement, ISIS broke into stores and looted them. Over the next two weeks, militants rooted out most of the residents cowering in their homes, searching house to house. The armed men roamed Qaraqosh on foot and in pickups. They marked the walls of farms and businesses ‘‘Property of the Islamic State.’’ ISIS now held not just Mosul, Iraq’s second largest city, but also Ramadi and Fallujah. (During the Iraq War, the fighting in these three places accounted for 30 percent of U.S. casualties.) In Qaraqosh, as in Mosul, ISIS offered residents a choice: They could either convert or pay the jizya, the head tax levied against all ‘‘People of the Book’’: Christians, Zoroastrians and Jews. If they refused, they would be killed, raped or enslaved, their wealth taken as spoils of war.
No one came for Diyaa and Rana. ISIS hadn’t bothered to search inside their ramshackle house. Then, on the evening of Aug. 21, word spread that ISIS was willing to offer what they call ‘‘exile and hardship’’ to the last people in Qaraqosh. They would be cast out of their homes with nothing, but at least they would survive. A kindly local mullah was going door to door with the good news. Hoping to save Diyaa and Rana, their neighbors told him where they were hiding.
Diyaa and Rana readied themselves to leave. The last residents of Qaraqosh were to report the next morning to the local medical center, to receive ‘‘checkups’’ before being deported from the Islamic State. Everyone knew the checkups were really body searches to prevent residents from taking valuables out of Qaraqosh. Before ISIS let residents go — if they let them go — it was very likely they would steal everything they had, as residents heard they had done elsewhere.
Diyaa and Rana called their families to let them know what was happening. ‘‘Take nothing with you,’’ her brothers told Diyaa. But Diyaa, as usual, didn’t listen. He stuffed Rana’s clothes with money, gold, passports and their identity papers. Although she was terrified of being caught — she could be beheaded for taking goods from the Islamic State — Rana didn’t protest; she didn’t dare. According to her brothers, Diyaa could be violent. (Diyaa’s brother Nimrod disputed this, just as he does Diyaa’s alleged cheapness.)
At 7 the next morning, Diyaa and Rana made the five-minute walk from their home to Qaraqosh Medical Center Branch No. 2, a yellow building with red-and-green trim next to the city’s only mosque. As the crowd gathered, Diyaa phoned both his family and hers. ‘‘We’re standing in front of the medical center right now,’’ he said, as his brother-in-law recalled it. ‘‘There are buses and cars here. Thank God, they’re going to let us go.
It was a searing day. Temperatures reach as high as 110 degrees on the Nineveh Plain in summer. By 9 a.m., ISIS had separated men from women. Seated in the crowd, the local ISIS emir, Saeed Abbas, surveyed the female prisoners. His eyes lit on Aida Hana Noah, 43, who was holding her 3-year-old daughter, Christina. Noah said she felt his gaze and gripped Christina closer. For two weeks, she’d been at home with her daughter and her husband, Khadr Azzou Abada, 65. He was blind, and Aida decided that the journey north would be too hard for him. So she sent her 25-year-old son with her three other children, who ranged in age from 10 to 13, to safety. She thought Christina too young to be without her mother.
ISIS scanned the separate groups of men and women. ‘‘You’’ and ‘‘you,’’ they pointed. Some of the captives realized what ISIS was doing, survivors told me later, dividing the young and healthy from the older and weak. One, Talal Abdul Ghani, placed a final call to his family before the fighters confiscated his phone. He had been publicly whipped for refusing to convert to Islam, as his sisters, who fled from other towns, later recounted. ‘‘Let me talk to everybody,’’ he wept. ‘‘I don’t think they’re letting me go.’’ It was the last time they heard from him.
No one was sure where either bus was going. As the jihadists directed the weaker and older to the first of two buses, one 49-year-old woman, Sahar, protested that she’d been separated from her husband, Adel. Although he was 61, he was healthy and strong and had been held back. One fighter reassured her, saying, ‘‘These others will follow.’’ Sahar, Aida and her blind husband, Khadr, boarded the first bus. The driver, a man they didn’t know, walked down the aisle. Without a word, he took Christina from her mother’s arms. ‘‘Please, in the name of God, give her back,’’ Aida pleaded. The driver carried Christina into the medical center. Then he returned without the child. As the people in the bus prayed to leave town, Aida kept begging for Christina. Finally, the driver went inside again. He came back empty-handed.
Aida has told this story before with slight variations. As she, her husband and another witness recounted it to me, she was pleading for her daughter when the emir himself appeared, flanked by two fighters. He was holding Christina against his chest. Aida fought her way off the bus.
‘‘Please give me my daughter,’’ she said.
The emir cocked his head at his bodyguards.
‘‘Get on the bus before we kill you,’’ one said.
Christina reached for her mother.
‘‘Get on the bus before we slaughter your family,’’ he repeated.
As the bus rumbled north out of town, Aida sat crumpled in a seat next to her husband. Many of the 40-odd people on it began to weep. ‘‘We cried for Christina and ourselves,’’ Sahar said. The bus took a sharp right toward the Khazir River that marked an edge of the land ISIS had seized. Several minutes later, the driver stopped and ordered everyone off.
Led by a shepherd who had traveled this path with his flock, the sick and elderly descended and began to walk to the Khazir River. The journey took 12 hours.
The second bus — the one filled with the young and healthy — headed north, too. But instead of turning east, it turned west, toward Mosul. Among its captives was Diyaa. Rana wasn’t with him. She had been bundled into a third vehicle, a new four-wheel drive, along with an 18-year-old girl named Rita, who’d come to Qaraqosh to help her elderly father flee.
The women were driven to Mosul, where, the next day, Rana’s captor called her brothers. ‘‘If you come near her, I’ll blow the house up. I’m wearing a suicide vest,’’ he said. Then he passed the phone to Rana, who whispered, in Syriac, the story of what happened to her. Her brothers were afraid to ask any questions lest her answers make trouble for her. She said, ‘‘I’m taking care of a 3-year-old named Christina.’’
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Fighting back

By The Catholic Leader

Catholics in Iraq are defying Daesh (Islamic State), not with weapons or violence but with education and learning – and Australian Catholic University is standing with them.

Archbishop Bashar Warda of Erbil, in Kurdish northern Iraq, was a guest at the International Federation of Catholic Universities 25th General Assembly in Melbourne earlier this month where he sought help from delegates.

Archbishop Warda had talks with ACU representatives and Australian Catholic Bishops Conference president Archbishop Denis Hart to muster support for the establishment of a Catholic university in Erbil.

He said establishing a university was “a way of fighting back against Daesh and saying we (Christians) are not going to go away”.

“It’s about saying we want to stay,” Archbishop Warda said.

“We’re not leaving, as they wished we would.”
The Catholic University of Erbil is due to open in October.

ACU’s director of identity and mission Congregation of St Michael the Archangel Father Anthony Casamento said the university was exploring the best ways to help.

Some options included having ACU staff advise members of the Erbil university team, having staff come to Australia for advice and training, and possibly offering scholarships for Iraqi staff to come to ACU to complete masters degrees to qualify to teach at the Erbil university.

“Archbishop Warda said one of the most important things was to pray for the people of Iraq and to raise our voices on their behalf … and we’re committed to doing that,” Fr Casamento said.

“(Archbishop Warda’s visit) put into perspective the universal nature of the Church.

“Christians are still persecuted and we need to stand in solidarity with the Christians of Iraq.”

Archbishop Warda, of the Chaldean Catholic Church, said in his proposal to ACU that the new university “will embrace our Christian and Yezidi young men and women who were forcefully displaced from their areas and homes in the Plain of Nienveh in Mosul”.

“The university will also open its doors wide for Muslims who would learn side by side with Christians and Yezedis with an aim to shape a new and promising future for Iraq and the region,” he said.

More than 135,000 Christians were forced to flee from the violence of Daesh last year.

“Today more than 12,700 families live in the Chaldean diocese of Erbil since June-August 2014, and 7000 families live in different areas in the dioceses of Zakho, Amadiya and Sulaymania,” Archbishop Warda said in a letter to the Australian Catholic Bishops Conference.

He said 572 Christian students had recently completed Year 12 in Erbil and there would be no university placements for them at local universities.

“It is our responsibility to help them help themselves and to open the doors for a reliable future so they will be able to contribute to the well-being of the Iraqi nation,” he said.

Archbishop Warda said in supporting the people forced to flee to seek refuge in Erbil the Church was “focused on shelter, education and health, and giving dignity and helping the people”.

His message for Australia’s Catholics was “to continue praying, (and) to continue to raise awareness of the persecuted people in Iraq”.

He called on Australians to continue their support of the humanitarian and education projects happening in the region.

“(I ask them) to live the Gospel of solidarity as they have done,” Archbishop Warda said.

He was grateful to the Australian Catholic Bishops Conference for a $500,000 donation last year and for sending a delegation of bishops to Erbil.

“They came and met the people and celebrated Mass with us, which was a good example of living that solidarity and what we’d like to continue,” he said.

Archbishop Hart said the Church in Australia was enthusiastic to do whatever it could to support Archbishop Warda’s proposals.

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Priest finds frustrations build among Christians in Iraq camp

By Catholic News Service
Simon Caldwell

When the Islamic State overran the Iraqi town of Qaraqosh last August, one of the priests there jumped into his car and joined the exodus of Christians on the road east in the hope of reaching the safety of Kurdish-controlled territory.
Little did Fr. Bashar Kthea, a Syriac Catholic priest, know that for the next three months that car would be his home, the place where he would sleep, eat and keep his few possessions.
He now lives with fellow priests and is ministering to more than 1,700 predominantly Syriac Catholic families who occupy a part of the refugee camp at Ankawa, near the Kurdish capital of Irbil, which has become known as the “Youth Center.”
It must have struck him that their present situation is little better — and in some ways perhaps worse — than his own nearly a year ago.
The 39-year-old priest’s witness of the squalor and frustrations that Iraqi Christians continue to face after nearly a year in the camp was relayed to Catholic News Service through fellow refugee Sahar Mansour, a Chaldean Catholic from Mosul in a July email.
Fr. Kthea finds that refugees in the Youth Center live in over-crowded single-room caravans, or trailers, usually averaging about eight occupants.
Very often, two smaller families will be made to share one trailer, where all privacy is lost and there is little chance to speak freely among themselves. Most of the occupants sleep on the floor because there are neither enough beds nor any space to put them.
When any of the adults want to change clothes, it usually means that everyone else must leave the trailer.
In situations for families with babies, crying causes nearly everyone to lose sleep unless a parent takes the child outside.
Family members spend most of their daytime and evenings in the caravans because employment opportunities are few. Those who have found work at times complain that the local Kurds who recruited them declined to pay for their labor.
Instead, they remain almost totally dependent on overseas aid and upon the church, though some are beginning to lay out stalls selling goods at prices lower than the local stores, an indication perhaps of a burgeoning black market.
Sahar wrote that Fr. Kthea explained the lack of work, particularly for the young, was creating “moral corruption, which was not known before.”
In such cramped conditions, Fr. Kthea reported that previously strong marriages are increasingly under pressure with husbands and wives “losing patience” with each other, while neighbors begin to grumble, gossip and give in to envy.
A sense of hopelessness has engulfed even the young, including university students who can no longer study and engaged couples who hoped to marry but have effectively found themselves homeless.
“The majority of the young people are thinking to not stay in Irbil anymore and they do their best to flee,” Sahar wrote. “They tell me things like there is no future here and they can see no future, (they say) that ‘we lost one year from our life and that life is important, valuable and it is worth living, but not to live it like this.'”
The caravans have no toilets or running water, meaning the displaced people must use common facilities for showering or using a lavatory.
The arrangement often results in long lines of women dressed in pajamas, with some unable to wait long enough to use a toilet, Sahar reported.
Nor is there air conditioning in the caravans, leaving occupants to swelter in temperatures as high as 125 degrees. They fan themselves with anything they can find — usually a kitchen tray or a wad of paper.
“When you talk to Fr. Bashar, you notice that he is fatigued, exhausted,” Sahar said. “You can easily notice the bitterness in Fr. Bashar’s face or in his voice, but he works with total dedication.”
“He always says that we are created in order to work, that we are soldiers of Christ, that we want to cultivate love and peace, that we want future generations to live better than we lived, and that we do not want to inherit the culture of violence.”

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Una croce nel logo dell’auto? Il Califfo ti multa

By Vatican Insider - La Stampa
Maurizio Molinari

Guidare una Chevrolet può costare assai caro sulle strade del Califfato. Un’apposita disposizione del “Principe dei Credenti” definisce questo modello di vettura come l’”auto degli apostati” in ragione del fatto che il logo della casa produttrice include una croce stilizzata. 
Esporre qualsiasi tipo di croce in un luogo pubblico è severamente vietato sui territori dello Stato Islamico (Isis) e ciò riguarda anche  le Chevrolet perché “percorrono strade dei musulmani” e dunque sono visibili a tutti. Da qui la decisione delle autorità di Isis di stabilire multe severe per chi guida Chevrolet: fino a 200 dinari d’oro. Una cifra considerevole.
Le foto delle multe per chi guida Chevrolet sono state postate su Facebook e Twitter. La vicenda evidenzia l’attenzione dedicata dall’amministrazione dello Stato Islamico ad imporre gli editti del Califfo in ogni aspetto della vita dei circa 8-10 milioni di cittadini che risiedono in uno spazio di circa 250 mila kmq.

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Il governo dispone il trasferimento a Baghdad dei militari della Piana di Ninive; proteste dei politici cristiani

By Fides

La disposizione del governo centrale iracheno di trasferire a Baghdad 4mila militari e poliziotti in precedenza operanti nelle provincie nord-irachene – compresa la provincia di Ninive – sta provocando vivaci reazioni da parte di organizzazioni e politici cristiani. Tale disposizione, a giudizio di chi la contesta, rivela l'ambiguità e la confusione dei dirigenti politici e militari nazionali riguardo alla tante volte annunciata “offensiva” per liberare Mosul, la piana di Ninive e le aree irachene cadute da più di un anno sotto il dominio dei jihadisti dello Stato Islamico (Daesh).
In particolare, i poliziotti e i militari cristiani che erano di stanza nella piana di Ninive – e attualmente sono in buona parte dislocati a Erbil e in altre aree del Kurdistan iracheno – non intendono trasferirsi nella Capitale, proprio perchè hanno intenzione di partecipare in prima linea alla eventuale prossima liberazione dei villaggi dai quali sono dovuti fuggire davanti all'offensiva del Daesh. Anwar Hidayat, membro del Consiglio provinciale di Ninive – riferiscono i media iracheni – ha invitato il governo centrale e il Ministero degli Interni iracheno a riconsiderare la propria decisione, per evitare che i poliziotti e ai militari cristiani siano esclusi dalle annunciate operazioni per la riconquista e la tutela dell'ordine pubblico nella Piana di Ninive, per essere magari coinvolti in campagne militari in altre regioni irachene, che non conoscono. Analoghi argomenti erano già stati usati nei giorni scorsi dal politico cristiano Imad Youkhana, membro del parlamento di Baghdad.
Alle obiezioni di chi considera incongruo il trasferimento dei militari cristiani della Piana di Ninive a Baghdad, ha risposto Ryan al-Keldani, esponente delle cosiddette “Brigate di Babilonia”, secondo il quale il trasferimento a Baghdad è necessario proprio per permettere anche a quasi 350 poliziotti e ai soldati cristiani della Piana di Ninive di partecipare a corsi di addestramento. Inoltre – ha aggiunto al Keldani – i soldati cristiani iracheni possono essere chiamati a difendere il loro Paese in ogni area, e non solo nelle regioni da loro abitate, se davvero vogliono contribuire alla difesa di una nazione plurale, multietnica e multi-religiosa, e contrastare la divisione su base settaria che incombe minacciosamente sul Paese.

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martedì, luglio 21, 2015

 

Patriarcato Caldeo ai fedeli di Vancouver (Canada): non fatevi ingannare dal monaco sospeso dalla vita religiosa

By Baghdadhope*

Da tempo il Patriarca caldeo Mar Louis Raphael I Sako sta combattendo una battaglia contro quei sacerdoti e monaci che hanno abbandonato le proprie diocesi ed il proprio monastero per rifugiarsi all'estero, magari chiedendo asilo politico adducendo gravi pericoli se fossero rimasti in Iraq.
Una battaglia combattuta a suon di avvertimenti più o meno duri, richiami, sospensioni ed interventi anche della Santa Sede, che ha portato alcuni di quei religiosi a tornare sui propri passi, ma non tutti.
Tra chi ha deciso comunque di non tornare la maggior parte ha scelto un "basso profilo" ma c'è anche chi invece ha deciso di passare all'azione.
Il monaco Ayub Shawqat Adoor, già sospeso dalla vita religiosa nell'ottobre del 2014 perchè fuggito senza permesso in Canada chiedendo asilo politico non si è dato per vinto ed ha cominciato ad attirare i fedeli caldei di Vancouver attraverso un sito dedicato alla "Chiesa Caldea della Vergine Maria di Vancouver" nonostante essi possano già contare su una chiesa caldea in città e su un sacerdote "regolari."
A niente sono serviti i colloqui intercorsi tra i vescovi caldei del Canada, Mons. Emmanuel Challita, e di Kirkuk, Mons. Yousif Toma Mirkis ed il monaco che ha dichiarato di "essere canadese e di essere libero" tanto che oggi il Patriarcato Caldeo ha pubblicato sul suo sito l'invito ai fedeli del Canada a non seguire questo monaco, ricordando inoltre a lui ed a tutti gli altri chierici che non hanno obbedito all'ordine di tornare in patria che devono seguire i dettami della chiesa o chiedere di tornare a vita secolare. 


Per approfondire:

30 gennaio 2015
Sinodo caldeo straordinario: alla prova l'unità della Chiesa


25 febbraio 2015
Congregazione per le Chiese Orientali: sostegno agli iracheni cristiani ed al Patriarcato

13 maggio 2015
Lo scontro tra il Patriarcato caldeo e una diocesi caldea negli Stati Uniti continua


25 maggio 2015

Ennesimo rinvio nella soluzione del problema dei sacerdoti e monaci caldei riparati all'estero senza permesso

01 giugno 2015
Sacerdoti e monaci caldei riparati all'estero senza permesso: scomunicati coloro che non hanno rispettato l'ultimatum a tornare in patria.  

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Why it’s time to give up on the idea of an Iraqi nation

By The Conversation
Afshin Shahi *

The end of Iraq is no longer a matter of if, or a matter of when – it has already happened. The country has been on life support for too long, and no matter how hard external players try to save it, Iraq cannot save itself.
One of the fundamental properties of any nation state is some sense a national consciousness, a sense of belonging; shared values regardless of how abstract they may be and, most importantly, a collective commitment to the perpetuation of the nation itself, which is perceived to be organically connected to the state. Without these ingredients, there never can be a stable nation state.
Of course, one could argue that perhaps Iraq never had a cohesive national consciousness anyway. After all, Iraq was only constructed almost on a whim by the colonial masters of the previous century. Even at the height of “stability” under Saddam Hussein, Iraq was a state without a nation.
There was very little effort put into building an Iraqi nation and the obstacles were always huge. The Kurds, who made up about 17-20% of the population, hardly subscribed to an Iraqi identity, and the Shia majority felt deeply marginalised by the political elite who were mainly Sunni.
But what’s happening in Iraq today is different from the realities of a classic multi-ethnic or multi-religious society in the Middle East. Similar situations and grievances exist in much of the region, but what makes the situation hopeless in Iraq is that there is no longer any strong state in power – and, more importantly, no prospect of one emerging any time soon.

Out of the bottle

Until 2003, Saddam’s Hussein’s repressive state at least put a lid on the chaos, but invasion, disastrous post-war policies and the opportunistic interference of regional states and sub-state actors finally let the genie out of the bottle.
The forces unleashed are now beyond control, and old animosities between ethno-sectarian groups are channelled into armed confrontation. This cycle of violence has effectively burned any grassroots bridges between the divided groups, who were supposed to be part of a nation, and these problems are here to stay even if Iraq cleanses itself of transnational jihadism.
The rise of Islamic State (IS) reflects a history of poor nation-building as much as anything else. The international coalition against IS has so far been ineffective but, in any case, cutting down IS without pulling up its roots would be nothing more than cosmetic surgery. IS is not really a threat to Iraq’s nationhood, rather a sign of its failure. The current hyper-sectarian conflict is not the cause, but the symptom of the failed nation-state model.
The country is divided into three parts, each of which centres around strong identities – Kurdish, Sunni and Shia – which predate the modern borders. For each of these groups, self-interest comes first.
The Kurds' loyalty is first and foremost to Kurdistan – and they see an opportunity in the current chaos to realise their long-term dream of a Kurdish state. In many aspects, the Kurdish region is already independent, and given what they have gone through over the years spent resisting IS, it would be inconceivable to imagine them embracing the old system.
Southern Iraq, meanwhile, is effectively a country of its own. The majority of Shia live in the south with a very strong sense of Shia identity. The Shia political elite has dominated what is left of the Iraqi state and has shown little appetite for acknowledging the interests of other ethnic and religious groups – which would have been the only way to save Iraq. After all, in this hyper-sectarian climate being attentive to other minorities could have negative implications for a “state” which is effectively dependent on Shia militia for survival.
Many Sunni tribes, on the other hand, are stuck between the likes of IS or a Shia majority government, which has a track record of discrimination against them. In the same week that there was an anti-IS coalition conference in Paris to try to save Iraq, 50 more Sunni tribes gave their allegiance to Abu Bakr al-Baghdadi because they feared the rise of Shia militia with links to Iran.

Face facts
So what could be the answer? Democracy? Federalism? Iraq’s hyper-sectarian politics would never allow a democratic system to flourish within either a federal or centrist system. Sectarianism destroys the roots of civic culture and undermines the development of any functioning civil society, which is the backbone of any democratic system.
As has been proven time and time again in Iraq, people vote to empower their sect, meaning the Sunni minority will be perpetually disadvantaged. This inevitably feeds the politics of victimisation and, in turn, leads to endless battles over the distribution of power between the haves and the have-nots.
Although there are uncertainties about the result of this painful disintegration process, there is very little chance that an Iraqi nation state like that we knew before 2003 can ever be resurrected.
It’s about time we faced facts: Iraq is dead.

*Director of the Centre for the Study of Political Islam & Lecturer in International Relations and Middle East Politics at University of Bradford

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L'ISIS cancella non solo i non musulmani e la loro arte da Mosul ma anche la loro memoria storica

By Baghdadhope*

Dopo aver svuotato completamente la città di Mosul dalla sua compenente cristiana a partire dallo scorso 16 luglio, aver vandalizzato le chiese o averle trasformate in moschee, ed aver depredato le opere d'arte riconducibili alla storia della cristianità della regione l'ISIS fa un passo avanti.
D'ora in poi, come riferisce Ankawa.com ogni allusione pubblica al cristianesimo dovrà essere cancellata: dalla realtà e dalla memoria.
I negozianti dovranno cambiare le insegne che lo ricordano, ma anche quelle che si rifanno alla storia in genere, usando nomi più in linea con la nuova dittatura instaurata in città.
Anche i quartieri dovranno cambiare nome. Così quello del "Qasr Al Matran" (Palazzo dell'Arcivescovo) si chiamerà "Ghasua" = invasione (militare) quello di Hawi Al Kanisa sulla sponda occidentale del Tigri si chiamerà (Jihad) e quello Di Hush Al Biya' (Cortile della chiesa) dove molti sono gli edifici delle varie chiese cristiane si chiamerà Al Khalifa (Califfo).

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lunedì, luglio 20, 2015

 

Patriarcato caldeo e Caritas Iraq portano aiuti agli sfollati delle provincie di Anbar e Salahuddin

By Baghdadhope*
Fonte della notizia: Patriarcato Caldeo

Lunedì 20 luglio il Patriarca Caldeo, Mar Louis Raphael I Sako, accompagnato dal Vicario Patriarcale Mons. Basel Yaldo, dal suo segretario Padre Thomas Benham e da alcuni esponenti della Caritas Iraq, ha personalmente portato aiuti alimentari e farmaceutici a 250 famiglie di profughi musulmani delle provincie di Anbar e Salahuddin in un campo lungo l'Eufrate nei pressi della città di Ramadi in occasione della festa di Eid el-Fitr che segna la fine del mese di Ramadan.
Dopo aver espresso gli auguri per la festa il Patriarca ha augurato alle famiglie del campo di poter far ritorno alle proprie case.
E' questa la sesta volta che il Patriarcato Caldeo e la Caritas Iraq portano aiuti a famiglie di profughi musulmani. 
 
 




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Plus de 3 000 familles irakiennes chaldéennes au Liban


Au cours d'une messe célébrée hier à l'occasion de la Saint-Élie, l'évêque chaldéen de Beyrouth, Michel Kassarji, a appelé les responsables « à intervenir rapidement pour stopper l'hémorragie de l'exode irakien et améliorer les conditions de vie des réfugiés, dont le nombre a dépassé les 3 000 familles irakiennes chaldéennes au Liban ».
Il a annoncé la création d'un nouveau centre d'accueil pour les familles irakiennes dans la région de Sad el-Baouchrieh.

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UK is denying refuge to Christians fleeing Isil, say church leaders


Church leaders have accused David Cameron of “turning his back” on Christians facing genocide in Syria and Iraq by failing to offer them refuge in the UK.
Lord Carey, the former Archbishop of Canterbury, led criticism aimed at the Government for failing to provide a safe haven to Christians trying to flee the Islamic State of Iraq and the Levant (Isil).
He will sign a petition that is being launched on Monday calling on the Government to “welcome Christian refugees and give them priority as asylum seekers”.
It comes amid growing concern that the Government is ignoring their plight.
Last week, 42 Christian families were smuggled out of Syria to Beirut and then flown to Poland where they received safe haven. The operation was run by the Barnabas Fund, a charity aiding persecuted Christians, and the Weidenfeld Safe Havens Fund, a Jewish-funded organisation founded by Lord Weidenfeld, the publisher
More Christians will be evacuated to the Czech Republic and even as far away as Brazil in coming weeks but, according to the organisers, the Government has so far refused requests to relocate Christians in the UK. Lord Carey said last night: “Syrian and Iraqi Christians are being butchered, tortured and enslaved.
“We need the British Government to work with charities like the Barnabas Fund and others to evacuate those who are in desperate fear of their lives.”
Lord Weidenfeld, 95, who fled Nazi-occupied Austria in 1938 with the help of British Quakers, said: “Why is it that the Poles and the Czechs are taking in Christian families and yet the British government stands idly by?
“This mood of indifference is reminiscent of the worst phases of appeasement, and may have catastrophic consequences. Europe must awake and the Conservative British Government should be leading from the front.
"Most European governments, especially those that are Christian explicitly or implicitly, are failing in their duty to look after their fellow Christians in their hour of need.”
The petition, launched by the Barnabas Fund, calls on governments to work with Middle East countries and “recognise that Christians are especially targeted and uniquely in need of safe refuge”.
The petition points out that the Christian communities in Syria and in Iraq are among the oldest in the world but that they now face “an existential threat to their survival”.
It adds: “They are being killed, enslaved and persecuted by so-called Islamic State and are forced to flee from their homes. Their homes are being destroyed and they have no safe areas in the region.
“The oppression and persecution of Christians, simply for their faith, is leading many Christians to conclude that they have no choice but to leave.”
The Barnabas Fund claims that just over ten years, the numbers of Christians living in Iraq has plunged from 1.5 million to 300,000 while in Syria it is estimated half a million Christians, out of two million, have fled since the beginning of the current conflict.
Dr Patrick Sookhdeo, the Barnabas Fund’s international director, said: “With the rise of Islamic State we are seeing what looks set to become a 'genocide’ of Christians in the Middle East, yet the UK has its doors firmly closed.
“So many British Christians have been in contact with us to tell us that they have a spare room or even a second home in which they want to welcome Syrian and Iraqi Christians. Yet our government seems determined to turn its back on some of the most vulnerable people in the world.”
Canon Andrew White, the former vicar of the only Anglican church in Iraq, said: “I really think it is horrendous that the British have not offered refuge to these Christian refugees.”
The Most Rev Justin Welby, the present Archbishop of Canterbury, has expressed his concern over the plight of Christians in Syria and Iraq and has “offered his full support for them being given protection in the UK and in other Western countries”.
David Cameron drew criticism from charities and aid organisations in June after announcing he would “modestly expand” the number of Syrian refugees allowed into the UK by offering “a few hundred more” places.
The Government has declined to show a preference for Christian refugees. It was reported in June that Britain granted entry to 187 Syrians since Theresa May introduced the Vulnerable Persons Relocation scheme in January 2014.
The Prime Minister said the UK would boost the number of places to resettle the most vulnerable, but Downing Street said the figure would not exceed 1,000.
By comparison, Germany has offered 30,000 places to resettle Syrians, Sweden has committed to resettling 2,700, Switzerland has offered 3,500 places and Austria 1,500.
A source close to the Barnabas Fund said: “The UK government are blocking our evacuations. We are negotiating with governments in eastern Europe and even as far afield as Brazil but the British government is so far not forthcoming.”

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venerdì, luglio 17, 2015

 

As ISIS Corners Christians in the Middle East, Pope Francis Needs to Change His Priorities

By National Review
Father Benedict Kiely

At the very moment that Pope Francis is warning the world that “doomsday predictions can no longer be met with irony or disdain,” doomsday is an imminent reality for the ancient Christian communities of the Middle East, most urgently in Syria and Iraq. “What kind of world do we want to leave to those who come after us?” the pope asks in his encyclical Laudato Si’. “No world at all” is the answer for the 70,000 Christians still left in Aleppo, Syria. ISIS surrounds them on three sides.
Aleppo may fall to the Islamic terrorists within weeks, with Damascus following. The slaughter of Christian men and other religious minorities will be immense. The women and girls face abduction and sex slavery. Similarly, although the 120,000 Christians living in the refugee camps around Erbil in Kurdistan, which I recently visited, are comparatively safe at the moment, an ISIS victory in Syria would leave them exposed to great danger: They would have nowhere left to seek refuge. For the Christians of Aleppo, it may be too late to flee. Part of the problem for the Christians across the region has been that these “doomsday predictions” have been willfully ignored in the West, just as disingenuous dismissals of ISIS as the “JV team” allowed that deadly force to gain large sections of Iraq and Syria.
In March 1937, Pius XI, a predecessor of Pope Francis, promulgated the encyclical Mit Brennender Sorge (With burning anxiety). Pius warned not about the dangers of the London smog but about where National Socialism would lead. It was a timely warning issued just before the full horror was realized.
Pope Francis has indeed spoken many times of the persecution of the Christians of the Middle East. On his recent visit to Latin America, he even acknowledged that “a form of genocide is taking place.” He has said that he is “dismayed” by the persecutions and that they need to be “denounced.” Yet there is a certain lack of logic and consistency in his calls for denunciation. And how has dismay led to any action? Asked by a reporter on one of his recent trips if force might be used to defend the Christians, Francis wisely responded that, yes, force was “licit.” He went on to say, however, “But I don’t mean bomb or make war.” He recently denounced the armaments industry, calling those who work in it “unchristian.”
Dismay and denunciation will not stop the eradication of the Christian population of Syria and Iraq. “Burning anxiety” from the pope should lead to two specific responses: one addressed specifically to the Church, and the other to the whole world. Within the Catholic Church, Francis, not averse to giving orders, should ask all his bishops and priests to publicly lead a weekly rosary, in their cathedrals and parishes, for the safety and security of the Christians of the Middle East. For a “dismayed” pastor, this is the least we could expect. At another time of great crisis in the Church, another pope, Saint Pius V, commanded the Catholic world to pray the Rosary for the defeat of the forces of Islam. The victory of the Christian navy at the Battle of Lepanto saved Western civilization. Pope Francis enjoys uncritical acclamation from media worldwide. He should turn that into an opportunity to call on the nations of the world, before it is too late, to open their borders generously to receive the thousands of Christian refugees who wish to leave Syria, Iraq, Lebanon, and Jordan. This may mean circumventing bishops in those nations. Understandably, they fear the prospect of losing their flocks.
But as one priest said to me in Iraq, “We can rebuild community, we can’t rebuild people.” Some of the hierarchy realize that the time for equivocation has run out. “Help us fight ISIS or get us out!” the refugee Archbishop Moushe of Mosul recently said. It is widely reported that Francis will use his address to the U.N. General Assembly in September to, once again, talk about the environment. What a wasted opportunity. A strong call from the pontiff to the nations of the world — for example, to his own Catholic nation of Argentina — to welcome Christians who face imminent death or sex slavery could make all the difference. If Pope Francis fails to do more than denounce and be dismayed, he will be remembered not as the pope who saved the planet but as the pope who chose not to save his people.

Father Benedict Kiely is pastor of Blessed Sacrament Parish in Stowe, Vt., and director of continuing education for clergy in the Diocese of Burlington. He is the founder of Nasarean.org, which supports persecuted Christians in Iraq, Syria, and around the world.

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Mosul ad un anno da cacciata dei cristiani. Mons. Yaldo: è martirio


l 16 luglio di un anno fa, si ebbe notizia per la prima volta delle case dei cristiani di Mosul, in Iraq, segnate minacciosamente con la lettera araba "Nun" (N), cioè seguaci del "Nazareno". Oggi, nella città occupata dallo Stato Islamico non ci sono più cristiani, le chiese sono chiuse o trasformate in moschee. E la fuga della minoranza cristiana dall'Iraq continua, come testimonia al microfono di Roberta Barbi il vescovo ausiliare del Patriarcato caldeo di Baghdad, mons. Basilio Yaldo:
La situazione è tale per cui tutti gli iracheni soffrono, ma i cristiani in modo particolare, soffrono di più perché sono solo una minoranza nel Paese: non hanno alcun potere né alcuna autorità. Soffrono anche per il fenomeno delle emigrazioni, che divide le loro famiglie e che li porta a spostarsi in diverse parti del mondo: adesso ci sono cristiani iracheni in Giordania, in Siria, in Libano, in Turchia… Forse in Siria meno perché la situazione è anche peggiore della nostra.
La situazione è preoccupante soprattutto a Mosul, che rappresenta una delle comunità cristiane più antiche, con una storia di oltre 1.700 anni, ridotta ora a solo poche persone…
I cristiani erano la maggioranza attorno alla città di Mosul, che è la seconda città più grande dell’Iraq. Dopo Baghdad, che è la capitale, c’è Ninive, il nome antico di Mosul. Quasi tutti i cristiani dell’Iraq appartengono a questa città, Ninive, l’attuale Mosul, dove è presente lo Stato Islamico, il Daesh. I cristiani erano nei villaggi che appartengono a Ninive - tanti villaggi erano interamente cristiani, anch’io sono di lì - un giorno sono scappati e sono diventati rifugiati, hanno lasciato questi villaggi proprio un anno fa, quando è entrato l’Is. Era notte, hanno lasciato i loro villaggi e le loro case più di 120mila cristiani! Nessuno è più nei villaggi che appartengono a Mosul: la maggioranza dei cristiani è andata via.
Molti sono stati costretti a scappare per paura, ma anche perché non possono pagare la tassa di protezione…
Hanno dato loro tre possibilità: pagare la tassa, diventare musulmani o lasciare le loro case e andarsene da un’altra parte…
Dove vanno i cristiani cacciati dalle loro case e come vivono?
Sono andati verso altre città, Erbil e Duhok, che appartengono alla parte del Kurdistan. I primi giorni sono stati molto difficili per loro: la maggior parte di loro hanno dormito in strada. La Chiesa ha subito cercato di aiutare questi cristiani: prima di tutto ha costruito le tende, poi ha messo a disposizione roulotte e van. Dopo alcuni mesi ha pensato anche di affittare alcune case: in ogni stanza vivono tre famiglie. Dividono la stanza con una tenda e vivono tre famiglie: in una sola stanza! Adesso la Chiesa sta cercando di aiutarli anche in altri modi.
Ci sono anche continue notizie di espropriazioni e distruzioni di chiese e conventi…
Da una settimana la situazione è molto peggiorata rispetto a prima. La settimana scorsa hanno preso alcune case dei cristiani e hanno rapito 2 o 3 cristiani a Baghdad, che poi hanno ammazzato; altri 2 hanno pagato il riscatto e dopo una settimana sono stati rilasciati…
Cosa può fare la comunità internazionale? Come vi può aiutare?
La Comunità internazionale può aiutare il nostro Paese facendo pressione sul nostro governo e cercando di creare una sorta di protezione internazionale di questi villaggi. Nonostante mandino aiuti – aiuti sanitari, cibo, vestiario – mancano ancora tante cose. Prima in Iraq c’erano più di un milione di cristiani, questo prima del 2003; il numero poi è cominciato a diminuire e adesso non se ne trovano più di 400mila: meno della metà! Purtroppo noi siamo quel che ne resta, perché il martirio è il carisma della nostra Chiesa: all’inizio è stata perseguitata dai persiani, poi dagli arabi, poi dai mongoli, dagli ottomani. Adesso dal Daesh!

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