giovedì, maggio 28, 2015

 

Monks won't leave ancient monastery amid ISIL threat


Yousif Ibrahim paces down the 1,600-year-old chamber room of Saint Matthew's Monastery passing rows of empty polished-wood pews. Ornate crystal chandeliers hang from the arched ceiling above him. The room smells of dust and incense, and its silence is peaceful. Outside of the ancient walls, however, the battle for Iraq is raging.
"We can see the battles and the airstrikes from here in front of us, especially at night. The sky lights up at night, but we of course are not scared. God protects us," Ibrahim, one of three monks who resides in the monastery, says.
Situated on the side of Mount Al-Faf in North Iraq's Nineveh Plains, St. Matthew's Monastery is recognized as one of the oldest Christian monasteries in Iraq. Today, the beige stone structure looks down on the rolling hills of one of Iraq's most active frontlines against the Islamic State, less than four miles away.
The horizon is spotted with pluming towers of white and black smoke from U.S.-led coalition airstrikes and heavy artillery fire. From this frontline, Islamic State territory stretches back to Mosul, the group's largest Iraqi stronghold.
The proximity of the Islamic State to St. Matthew's means the monastery is constantly at risk. The extremist group is known for destroying churches, museums and other culturally and historically significant sites.
Last week, the militants seized the Syrian city of Palmyra and its ruins, described by the United Nations as "one of the most important cultural centers of the ancient world." The city's fall left the world holding its breath in anticipation of the UNESCO World Heritage site's destruction.
St. Matthew's is safely under Kurdish Peshmerga military control for now. But Sahar Karaikos, one of six students at the monastery, fears what could happen if the Islamic State advances closer.
"We are not scared, because our teachers give us a feeling of peace here, but we know we are on the frontlines, and in seconds the Islamic State could be here," Karaikos says. "I don't even want to think or speak about the destruction the Islamic State would cause if they took our monastery."
While monks at the monastery say they are confident God and the Peshmerga forces will protect the site, they have removed their most precious relics, including centuries-old Christian manuscripts. The tomb of the monastery's namesake, St. Matthew, lies empty -- the bones have been moved north into the relatively safe territory of the Kurdish Regional Government.
Most of the residents from the villages below the monastery, including Karaikos's family, also sought refuge in that region after fleeing in August, when the Islamic State advanced on the area. The three monks at the monastery and all six students, however, resolved to stay.
From the monastery's stone terraces, Karaikos can see his village, Bartalla, a Christian town that dates back more than 1,000 years. Today, as he points out his abandoned village from high on the mountainside, thick plumes of smoke billow up from Bartalla's skyline.
"(The Islamic State) does not understand what history means, they just understand the breaking of history," he says. "If a people don't have the history of their past, then they will not have a future because they won't know what their origins are, where they came from."
In its hey-day the monastery boasted 7,000 monks in its ranks. The area surrounding the complex was named Al-Faf, meaning "the thousands," in homage to the legion of monks who worshipped, taught and studied on its steep dry slopes. But just like the Christian population in Iraq, that number has dwindled dramatically over the years.
Extremist groups have systematically targeted Christians over the past century, and the Islamic State is only a continuation of that long history, Ibrahim says. Despite holding fort at the monastery, Ibrahim says St. Matthew's, and Christianity in Iraq, are on their last legs.
Iraq's Christians will eventually abandon the nation, Ibrahim says, leaving their history behind them. Only then will he consider fleeing the war-torn country himself. "The shepherd cannot leave his sheep," he says.
Karaikos, however, says it is critical that Iraq's Christians do not flee. Instead, he hopes they stand resilient to preserve their history.
"Saint Matthew ended up here because he was fleeing persecution, but persecution follows us," Karaikos says. "We can't run from it, we have to stand in front of our history."


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Vescovo caldeo, chi sostiene e arma stato islamico si fermi

By MISNA

“A Bagdad la gente comincia ad aver paura e a chiedersi: arriveranno anche qui? Nessuno si sente più al sicuro, e i cristiani sono – inutile dirlo – i più esposti a ritorsioni e violenze”: raggiunto telefonicamente da MISNA il vescovo ausiliare caldeo a Bagdad, monsignor Shlemon Warduni, descrive così l’atmosfera nella capitale che assiste attonita all’avanzata dello Stato Islamico nella provincia di Al Anbar.
La città, osserva il religioso, “sembra essere ripiombata alla situazione di un anno fa, quando addirittura si arrivò a temere la chiusura dell’aeroporto internazionale e diplomatici e stranieri dormivano con le valigie sotto il letto”. Da Ramadi, dove la scorsa settimana hanno inferto una pesante sconfitta alle truppe regolari, i combattenti del califfato guardano verso Fallujah e potrebbero presto dirigersi verso Bagdad.
“Sarebbe una disgrazia” chiosa il vescovo, scegliendo con cura le parole. “Questa gente dice di agire in nome di Dio, ma quale Dio? Sono uomini senza coscienza e senza fede che uccidono i bambini e aggrediscono le donne. Nessun Dio può volere questo”.
Ieri il governo iracheno ha annunciato l’avvio di un’offensiva cruciale per le sorti del conflitto, volta a riprendere la città di Ramadi, a cui partecipano anche le Unità di mobilitazione popolare sciite e tribù sunnite.
“Aspettiamo e preghiamo che l’offensiva vada a buon fine. Perché in questi ultimi tempi l’avanzata di questi nuovi barbari, dalla Siria all’Iraq, sembrava inarrestabile. Anzi, ci sarebbe da chiedersi come possono pochi uomini sconfiggere gli eserciti più equipaggiati della regione? Le loro conquiste sono rese possibili dalle potenze che li sostengono e gli vendono le armi. È a loro che diciamo: fermatevi!”.

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Patriarca di Baghdad: caldei dell’Iran, “luce, sale e lievito” nella Chiesa di Persia

By Asia News
di Louis Raphael I Sako*


Dal 12 al 24 maggio scorso Mar Sako ha compiuto una visita pastorale a Teheran e Urmia, in Iran, incontrando personalità politiche e religiose, cristiane e musulmane. Sua Beatitudine sottolinea la presenza storica dei cristiani in Iran, una presenza che precede l’islam. Egli invita i fedeli a “stare vicini al vostro Paese” e “rafforzarvi per qualità e non per numero”.
"Voi siete iraniani e non i discendenti di una comunità straniera”; per questo “vi invitiamo a stare vicini al vostro Paese”, a quelle terre abitate dai cristiani “ancor prima dell’arrivo dell’islam”. È questo uno dei passaggi della lettera inviata da sua Beatitudine Mar Louis Raphael I Sako alle comunità caldee in Iran, a conclusione della recente viaggio pastorale. Nelle due settimane di visita il patriarca caldeo ha incontrato i fedeli delle diocesi di Teheran e Urmia, incontrando fedeli, sacerdoti e suore locali, i vescovi ma anche autorità politiche e personalità religiose musulmane. 
Nella lettera pastorale, inviata ad AsiaNews, egli parla di una visita fonte di “estrema soddisfazione”, perché “da questo viaggio abbiamo imparato moltissimo”. Il patriarca sottolinea la fede, la fermezza e la speranza delle comunità caldee in Iran, capaci anche di salvaguardare valori e tradizioni, fra cui la lingua stessa. Mar Sako non manca inoltre di notare “la pace e la stabilità” di cui i cristiani iraniani possono godere “nel vostro amato Paese” e il “dialogo positivo” con “il governo e le autorità religiose”.
Ecco, di seguito, la lettera indirizzata da Sua Beatitudine ai cristiani caldei in Iran dopo la visita pastorale dal 12 al 24 maggio 2015. 

Cari vescovi, sacerdoti, religiosi, suore e fratelli tutti,
(Grazia a voi e pace da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo, Romani 1,7)
La nostra visita presso le vostre comunità, dal 12 al 24 maggio scorso, è stata per noi fonte di estrema soddisfazione. Da questo viaggio abbiamo imparato moltissimo. Voi siete sempre nelle nostre preghiere. E ringraziamo Iddio. Gli incontri a Teheran e Umria hanno colmato i nostri cuori di profonda gioia e gratitudine per la vostra fede, la vostra fermezza, la speranza, per l’amore e per aver saputo mantenere i vostri valori cristiani e le vostre tradizioni, fra cui anche la lingua caldea. Grazie. 
Ringraziamo Dio per la pace e la stabilità di cui voi state godendo nel vostro amato Paese, l’Iran, e ringraziamo anche il governo e le autorità religiose che abbiamo incontrato. Vogliamo ringraziarle in particolare per la loro calda accoglienza e il dialogo positivo che è stato instaurato.  Fratelli e sorelle carissimi, 
vi ricordo che voi siete i discendenti di martiri e santi. Nella cattedrale di Umria vi sono i resti di almeno 4mila martiri, massacrati nel 1918. Essi sono per voi fonte di forza e di benedizione. Quello che scrive san Paolo Apostolo nella sua lettera ai Romani, oggi io lo rivolgo a voi: “E se la primizia è santa, anche la messe è santa! E se la radice è santa, anche i rami sono santi”. Voi siate beati. 
Vi invitiamo anche a stare vicini al vostro Paese; voi siete iraniani e non i discendenti di una comunità straniera proveniente da un altro pianeta. Voi eravate in quelle terre ancor prima dell’arrivo dell’islam, i cristiani erano la maggioranza e la vostra Chiesa era chiamata la Chiesa di Persia. Oggi voi siete una minoranza, ma possiamo ben vedere come tutti vi rispettino. Sebbene voi siate una piccola comunità per numero, voi siete forti come forti erano i fedeli della Chiesa primordiale. Siamo fiduciosi del fatto che voi possiate crescere. Rafforzarvi prima di tutto per qualità e non per numero. Voi siete la luce, il sale e il lievito. Il vostro futuro è un atto di fede quotidiano. Come suole ripetere Gesù nel Vangelo, non abbiate paura!
Carissimi, lasciate che la grazia e la pace colmino i vostri cuori, unitamente alle benedizioni del Signore. 

* Patriarca di Babilonia dei Caldei e presidente della Conferenza episcopale irakena


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mercoledì, maggio 27, 2015

 

La diplomazia pol. corr. di Obama non concede asilo ai cristiani

By Il Foglio

Julian Dobbs
, vescovo di una delle quattro diocesi anglicane del nord America, stava perorando presso il dipartimento di stato americano la causa di un gruppo di cristiani assiri del nord dell’Iraq che tentano di fuggire dai loro persecutori, magari per trovare asilo in America, quando si è sentito dare questa risposta dall’ufficio per i migranti di Foggy Bottom: “Non c’è modo che i cristiani vengano sostenuti per via della loro affiliazione religiosa”.
Il governo americano non riconosce l’affiliazione religiosa dei cristiani iracheni e siriani come motivazione sufficiente per concedere asilo, anche se ogni giorno dal medio oriente arrivano sanguinose testimonianze della persecuzione in odium fidei, mentre l’elemento sociale o etnico è soltanto un aspetto secondario. Da Erbil fino alle coste della Libia, da Garissa alla Siria, i cristiani vengono perseguitati per la loro fede, “anche più che nei primi secoli del cristianesimo”, come ha detto Papa Francesco, invitando a più riprese il mondo a non voltarsi dall’altra parte.
L’arcivescovo di Erbil, Bashar Warda, spiega che i cristiani in Iraq “hanno sperimentato lungo i secoli molte difficoltà e persecuzioni, offrendo carovane di martiri, eppure il 2014 ci ha portato i peggiori atti di genocidio contro di noi nella nostra storia”.
L’inaudita gravità della situazione ha portato a cambiare posizione molti leader cristiani che storicamente invitavano i fedeli a rimanere in medio oriente. Ora invece agevolano le procedure per le richieste di asilo e di visti speciali nei paesi occidentali, ma l’Amministrazione Obama non ha intenzione di concedere uno status speciale per i cristiani e le altre minoranze religiose perseguitate dallo Stato islamico e da altri gruppi della galassia del jihad. Probabilmente Washington teme di finire sotto lo stesso fuoco di fila di critiche che si è abbattuto qualche mese fa sul governo canadese, che in alcuni documenti riservati aveva sollevato la possibilità di dare la precedenza ai rifugiati cristiani dell’Iraq, riconoscendo una minaccia specifica. Dalle agenzie dell’Onu e da organizzazioni non governative è arrivata la protesta sulle presunte sporgenze discriminatorie della proposta, subito abbandonata. L’opinionista Kirsten Powers ha scritto che Obama “non sembra avere alcun interesse per le persecuzioni di massa dei cristiani in medio oriente o per lo sradicamento del cristianesimo nei luoghi in cui è nato”, e la denuncia del vescovo anglicano riduce l’affermazione al rango di eufemismo.
“I dati dicono che non soltanto all’interno dell’Amministrazione non c’è interesse per i cristiani che vivono sotto la minaccia del genocidio da parte dello Stato islamico, ma non c’è posto per loro qui. Punto”, scrive Faith McDonnell, direttrice dell’Institute on Religion and Democracy. Le regole del dipartimento di stato dicono che il rischio della persecuzione dei cristiani iracheni non è un elemento sufficiente per garantire richieste di asilo, e la questione non ha nulla a che fare con il costo dell’operazione sulle spalle del contribuente americano. Anche i cristiani sostenuti dai fondi di organizzazioni umanitarie vedono rifiutarsi le richieste d’asilo, mentre l’America accoglie con più facilità altre categorie di rifugiati. Dall’inizio dell’anno oltre quattromila somali hanno trovato asilo negli Stati Uniti, mentre il Sirian e Iraqi Refugee Program non fa distinzioni religiose nel vagliare le richieste, anche se in questo caso la differenza religiosa coincide con una differenza sostanziale sul piano del rischio per la popolazione. McDonnell sostiene che in questo modo l’America “potrebbe anche avere accolto a sua insaputa elementi dello Stato islamico” che si sono spacciati come rifugiati.
Il caso che spiega meglio di tutti l’ostilità della burocrazia governativa per i cristiani iracheni è quello di Diana Momeka, suora dell’ordine domenicano di Santa Caterina da Siena, invitata dal Congresso a dare una testimonianza sulla condizione dei cristiani in Iraq. Alcune settimane prima della partenza per Washington, Momeka ha ricevuto comunicazione che il dipartimento di stato aveva rifiutato la sua richiesta di un visto, perché “non è stata in grado di dimostrare che le sue attività negli Stati Uniti sono compatibili con il tipo di visto che ha richiesto”.
Nina Shea, direttrice del centro per la libertà religiosa dell’Hudson Institute, nell’occasione ha scritto: “Quelli che hanno bloccato suor Diana fuori da questo paese hanno agito coerentemente con il trend di silenzio dell’Amministrazione per quanto riguarda il profilo religioso dei cristiani. Nello stile omertoso tipico del governo americano, i cristiani perseguitati sono identificati soltanto come ‘cittadini egiziani’ o ‘gente kenyota’, ‘vittime innocenti’ oppure ‘iracheni innocenti’”.
Nessun riferimento all’unico motivo per cui cercano rifugio all’estero, cioè la loro fede. Voci come quella di Shea si sono levate in America in difesa del viaggio di Momeka su invito del Congresso, vicenda kafkiana sbrogliata con una repentina concessione del visto. I termini della richiesta non erano cambiati, era cambiato il clima circostante, che aveva fatto trasparire tutta l’assurdità della posizione di Foggy Bottom. Benché esemplificativo della mentalità che pervade l’Amministrazione, il caso non è tipico. Il medio oriente è pieno di cristiani che non vengono invitati a parlare al Congresso e per i quali non si scateneranno campagne di solidarietà ad hoc. Per loro Washington ha una politica burocratica che non fa distinzioni religiose, come se quello non fosse l’elemento centrale della loro fuga.


20 maggio 2015
Bishop Dobbs: U.S. State Department Denies Visa for Assyrian Christians in Iraq Who Face Imminent Threats from ISIS

17 aprile 2015
Vancouver a safe haven for Christian refugees

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martedì, maggio 26, 2015

 

Chiesa Assira dell'Est e Chiesa Antica dell'Est: un altro passo verso la riunione?

By Baghdadhope*

Si è svolta a Chicago (USA) un'importante riunione tra vescovi della Chiesa Assira dell'Est e dell'Antica Chiesa dell'Est.
La riunione, all'insegna delle parole: "Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme!" (Salmi 133:1) e "Perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola" (Gv 17:21) ha affrontato il tema di una possibile riunione delle due chiese separatesi nel 1964 a causa di uno scisma.
La questione sarà discussa separatamente nel corso dei sinodi (1) delle due chiese durante i quali sarà decisa data e luogo di un successivo incontro in cui si valuteranno le reazione dei due sinodi alla proposta di riunione presentata a Chicago.

Lo scisma che portò alla creazione dell'Antica Chiesa dell'Est (2) ebbe inizio nel 1964 quando l'allora Patriarca della Chiesa Assira dell'Est (3) Mar Eshai Shimun XXIII decise di abbandonare il tradizionale uso del Calendario Giuliano a favore di quello Gregoriano.
Questa proposta di cambiamento - a cui si aggiunse la rivalità tribale e politica - fu avversata da alcuni membri della chiesa che si opponevano anche alla tradizione del passaggio ereditario della carica patriarcale da zio a nipote - Natar Kursi (4)- ed auspicavano che la sede patriarcale tornasse ad essere in Iraq dopo che nel 1933 Mar Eshai Shimoun XXIII, a causa della sua precedente politica filo-britannica ed alle sue richieste per l'autonomia assira, era stato privato della nazionalità irachena ed esiliato a Cipro da dove, nel 1940, si era trasferito - e con lui la sede patriarcale - negli Stati Uniti.
Nel 1964 Mar Eshai Shimun XXIII sospese il suo maggiore oppositore, Mar Thoma Darmo, Metropolita della Chiesa Assira dell'Est di Trichur, in India, che nel 1968 si trasferì a Baghdad dove nominò per la Chiesa Antica dell'Est Mar Poulose Poulose vescovo dell'India, Mar Aprem Mooken Metropolita dell'India e Mar Addai Gewargis Metropolita dell'Iraq. I tre vescovi della nuova chiesa a loro volta nominarono Mar Thoma Darmo primo suo patriarca. Nel 1969 però Mar Thoma Darmo morì a Baghdad e fu sostituito dall'attuale patriarca, Mar Addai II Gewargis.

La proposta di riunione elaborata a Chicago potrebbe essere il passo finale di un cammino iniziato da qualche anno con l'adozione nel giugno 2010 del calendario gregoriano per la festività natalizia (ma non per la Pasqua) da parte dell'Antica Chiesa dell'Est, e con diverse dichiarazioni favorevoli alla riunione da ambo le parti.
Resta da vedere cosa intenderanno le chiese per "riunione". Entrambe hanno nel loro Patriarca l'autorità suprema. In caso di una riunione totale chi guiderà la nuova realtà ecclesiastica? E cosa ne sarà dei territori diocesani coincidenti?
Non sono ostacoli da poco, questi, e fanno pensare più ad una riunione di intenti che ad una vera e propria fusione. Una sorta di "alleanza" tra due chiese che in comune hanno molte cose, e tra le altre - tragicamente - il rischio che condividono con le altre chiese - cattoliche e non - in Iraq: quello di vedere giorno dopo giorno sparire i propri fedeli. 

(1)  Il prossimo sinodo della Chiesa Assira dell'Est avrà anche il compito di scegliere il nuovo Patriarca, successore di Mar Dinkha IV deceduto lo scorso marzo.
(2) (Al-Kanisa al-Sharqiya al-Qadima  - الكنيسة الشرقية القديمة)
(3)
(Al-Kanisa al-Mashriq al-Ashuriya -  الكنيسة المشرق الاشورية) 
(4) Lo stesso Mar Shimoun XXIII era stato nominato Patriarca nel 1920 a soli 12 anni succedendo a suo zio Mar Shimun XXII Paulos.




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lunedì, maggio 25, 2015

 

Ennesimo rinvio nella soluzione del problema dei sacerdoti e monaci caldei riparati all'estero senza permesso

By Baghdadhope*

La questione dei sacerdoti e dei monaci caldei che in passato hanno abbandonato le proprie diocesi ed il proprio monastero senza il permesso dei propri superiori in Iraq per rifugiarsi all'estero, sta diventando una vera e propria serie a puntate sempre più difficile da riassumere.
In sintesi sarebbe stata volontà del Patriarca, Mar Louis Raphael I Sako, che questi preti e monaci "fuggiaschi" avessero fatto ritorno in patria già due anni fa, ma soprattutto dallo scorso anno quando il Patriarcato emise un decreto a proposito.
Il rifiuto di molti di essi di obbedire agli ordini patriarcali, e la lentezza con la quale la questione è stata affrontata a Roma da parte della Congregazione delle Chiese Orientali che il Patriarcato non ha mancato di sottolineare, ha fatto sì che essa non sia ancora risolta a nove mesi di distanza dal quel decreto.
Alcuni di quei sacerdoti e monaci nel frattempo hanno deciso di tornare a servire la chiesa ove destinati dal Patriarcato, alcuni hanno promesso di farlo ma ancora non hanno mantenuto la parola data, altri, infine, sono stati sospesi.
Recentemente, era stata stabilita un'ennesima "finestra temporale" per il loro rientro in patria, (dal 4 al 17 maggio) ma al ritorno della sua visita pastorale in Iran il Patriarca ha scoperto che una lettera della Santa Sede ha prolungato tale finestra al 31 di maggio, pena la sospensione, forse questa volta definitiva, dalla vita sacerdotale e monastica.
Sarà la volta buona? Il braccio di ferro tra il Patriarcato e la Diocesi con sede a San Diego (USA) guidata da Mons. Sarhad Jammo che ha accolto la grande maggioranza di questi sacerdoti e monaci si risolverà? E come?
Per adesso, non è dato sapere.

13 maggio 2015

25 febbraio 2015
(Intervista a Mar Louis Raphael I Sako)


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How an Iraqi friar saved ancient Christian manuscripts from IS

By Your Middle East

Bullets whistled overhead, a black Islamic State flag flapping in the distance, but all Friar Najeeb Michaeel could think of as he fled the jihadists was how to save hundreds of ancient Iraqi manuscripts in his possession.
"You are going to get us killed with your archives," Michaeel's assistant Watheq Qassab grumbled as he struggled to carry six boxes of the documents dated between the 13th and 19th century across the border from Iraq into Kurdistan in August last year.
The Roman Catholic Dominican Order arrived in Iraq in the 13th century, and set up a permanent church in the second city of Mosul in 1750.
Michaeel first smuggled his precious library out of Mosul to Qaraqosh -- Iraq's largest Christian town -- during an Islamist insurgency in 2008 which saw thousands of Christians flee the city.
Last year, the friar again felt the tide turning as the Islamic State group seized town after town, destroying priceless artefacts and documents in museums and libraries in their rampage across Iraq and Syria.
As IS on Thursday seized the ancient city of Palmyra in Syria, raising fears of further destruction, Michaeel told AFP in Paris how he became obsessed with saving the remnants of Iraq's 2,000-year-old Christian heritage.
"It was imperative that these manuscripts, conserved in the Dominican library in Mosul and then in Qaraqosh, escape the systematic destruction of the non-Muslim cultural heritage," Michaeel told AFP.
'I thought we were going to die'-
So, when IS seized Iraq's second city of Mosul in June, a short distance from Qaraqosh, Michaeel again took action.
"We loaded a large part of the manuscripts in a truck and drove them to Arbil, in Kurdistan, which is 70 kilometres (40 miles) away," he told AFP.
And when the jihadists descended on Qaraqosh on August 7, forcing the last Dominican friars to flee, he stashed the remaining manuscripts in boxes in his car.
"We were engulfed in the massive exodus of Christians and Yazidis who were fleeing to Arbil", the Kurdish capital, said Michaeel.
"We could see the black flag of Daesh (IS) from a distance. We were protected by armed peshmerga (Kurdish fighters) but they wouldn't let our car cross the border.
"So I started to take the boxes of manuscripts out of the car and hand them to passers by," he said.
Watheq Qassab, an Iraqi working for the Dominican order, helped him.
"Bullets were whistling above our heads and I thought we were going to die," he told AFP.
"Children were crying, women too. I was carrying six boxes, it was heavy, I couldn't run."
Luckily, a car was waiting for them on the Kurdish side of the border, and all the boxes arrived safe and sound and are now hidden in Arbil.
Michaeel's collection includes historical and philosophical texts, documents on both Christian and Muslim spirituality, music and literature written in Aramaic, Syriac, Arabic and Armenian.
They bear testament to the long Christian tradition in former Mesopotamia -- seen as the cradle of Western civilisation -- which survived even as most of the region between the Tigris and Euphrates rivers converted to Islam in the 7th century.
Tens of thousands of Christians have been forced to flee what Pope Francis called the "intolerable brutality" being inflicted on them and other minorities in Iraq and Syria by IS group militants.
 'Bridge between civilisations' -
Historian Francoise Briquel-Chatonnet, a researcher at the French National Centre for Scientific Research, said there were about 50 manuscripts written in the ancient Christian language of Syriac, dated "before the arrival of Islam in the same region."
"Most are conserved in the British Library in London. The oldest dates back to 411."
Michaeel's collection is not that old, but "they are a sort of bridge between civilisations, they bear witness to the past and say a lot about the present," said the friar, adding he sees them as his "children."
In Qaraqosh, Michaeel and his staff have been working for years to collect and digitise the ancient manuscripts, photographing them and storing them on a hard drive.
"Since 1990 we have digitised 8,000 manuscripts from the region. Half of the originals no longer exist as they have been destroyed by the Islamic State," he said.
Copies of seven of these documents are currently being displayed at the National Archives in Paris at an exhibition entitled: "Mesopotamia, a crossroads of cultures."

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Persecuted Iraqis denied church in diocese ‘overwhelmed by demand’

By The Tablet
Abigail Frymann Rouch

Iraqi Catholics who have fled to Britain are looking for a spiritual home where they can save their language and customs from dying out, the head of their mission said. 
Fr Nadheer Dako, who ministers to the 4,000 Chaldeans across Britain who have escaped increasing hostility in Iraq, said that when the Archbishop of Erbil had visited London, he asked Cardinal Vincent Nichols for a church but had been refused.
“We asked the Catholic bishops for a building when Archbishop Bashar Warda was over in February and Cardinal Nichols said none was available.” England and Wales are home to more than 70 ethnic chaplaincies but Fr Nadheer said the Chaldeans were not “just another ethnic chaplaincy” –“we’re facing genocide”.
Two-thirds of Iraq’s 1.4m Christians left their homeland in the ten years since the US-led invasion of 2003, and thousands fled to semi-autonomous Kurdistan after the fall of Mosul to Islamic State last summer. He added: “Jews have a homeland; we have no other homeland.”
Fr Nadheer, who survived two abduction attempts by Al-Qaeda when he was a parish priest in Baghdad, said that especially since IS’s rapid advances in Iraq and Syria, “[in Britain] nobody’s thinking about going back”.
A spokeswoman for the diocese of Westminster said the needs of the ethnic chaplaincies were greater than it could meet, but noted that the cardinal had urged Maronite Catholics, when he celebrated Mass for them in February, to bring the “richness” of their traditions into the life of the diocese.
What was needed, said Fr Nadheer, is a centre where they could carry out catechism, youth work, cultural events and lessons in the language of Chaldean worship – Aramaic, a form of the language Christ spoke. The mission is run from a modest priest’s house where running children’s catechism led to neighbours complaining about the noise. With a stronger sense of cultural identity, people would feel more confident about integrating into British culture, he said.
“I preach in Aramaic or Arabic but most of the community doesn’t understand it. People want me to preach in Arabic; the younger generation want me to preach in English,” he added.
“The mission’s been here since 1986 but we still haven’t integrated. Our people are afraid of losing their culture and traditions. They have friends through work but not in their daily life. The older generation don’t want to integrate, but the younger one does.”
Asked whether he thought Britain should accept Iraqi and Syrian Christians as refugees, he said they would prefer to stay, but that would require the international community to create a safe haven for them.

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giovedì, maggio 21, 2015

 

Remember Iraqi Christians warns Bishops

By Christian Radio
Hannah Tooley

The Bishop overseeing displaced Christian families in the north of Iraq has called on all Christian groups to work as one to ensure Britain does not forget suffering believers in Iraq. 
Chaldean Archbishop Bashar Warda of Erbil made the plea to UK Christian leaders from Catholic, Oriental Orthodox and Anglican communities who were visiting the conflict zone.
Archbishop Warda said: "The needs are huge - the Church has achieved a lot here, but there is such a lot to do.
"Please remember us and please keep telling the story in churches, in the media and to your politicians - don't let them forget the Christians here and in the Middle East."
The visit was attended by Bishop Angaelos, General Bishop of the Coptic Orthodox Church in the UK, and Bishop William Kenney, Auxiliary Catholic Bishop of Birmingham, joined by the Anglican Bishop of Ebbsfleet Jonathan Goodall and Dr Michael Nazir-Ali, the former Anglican Bishop of Rochester.
Bishop Angaelos is the moderator of Churches Together in Britain and Ireland, and said the trip was a sign of solidarity with those had had been forced to flee their homes:
He said it: "was an opportunity for us to tell them that they were not forgotten, that they are in our hearts and in our prayers; that we are not just praying for them from the comfort of being in Britain, but that we are willing to go and stand side by side with them and pray with them, seeing where they live, listening to their experiences, and pledging to do the best we possibly can to help them."
"I was also inspired by their resilience, seeing that there is a lot of need, but also how much good work is being done for them."
Catholic charity Aid to the Church in Need organised the trip, which included visits to centres for displaced people in Erbil, as well as monasteries.

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Card. Sandri: in Iraq ho visto cristiani sofferenti ma pieni di fede

By Radiovaticana
Elvira Ragosta


E' sempre grave la condizione dei cristiani nelle aree di conflitto in Medio Oriente. A questo proposito sentiamo la testimonianza del card. Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, da poco rientrato da una missione in Iraq.

E’ stato per me un viaggio veramente molto significativo, perché ho potuto avvicinare la realtà della Chiesa cattolica in Iraq e la realtà di tanti cristiani e soprattutto di alcuni vescovi delle altre Chiese che vivono e che operano lì e ho potuto portare una parola di vicinanza e di incoraggiamento. Nonostante tutto quello che sta succedendo non bisogna far morire la speranza: bisogna tenerla sempre viva.

Lei ha incontrato anche molti profughi…
Ho visitato diverse case con profughi e ho potuto non solo portare una parola di conforto, ma soprattutto ho potuto apprendere da loro, vedere come loro - nonostante tante sofferenze - mantengano la serenità e la pace: vivono in condizioni precarie e in condizioni molto elementari, ma piene di fede e di speranza. Vedere certi cattolici, cristiani, siro-cattolici sfollati di Qaraqosh di Mosul che vivono con le loro famiglie, con dignità, con povertà, con austerità è veramente un esempio per tutti noi.
Cosa le chiedevano queste persone come prima cosa?
La loro vita era una parola, una richiesta di aiuto, di solidarietà da parte di tutto il mondo e in particolare del mondo cattolico. 

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Mosul: continua la distruzione delle chiese

By Baghdadhope*




Le immagini valgono più delle parole.
Il sito Ankawa.com ha riportato le immagini messe in rete dallo Stato Islamico relative alla sistematica distruzione della croce che adornava la facciata della chiesa siro ortodossa dell'Immacolata nel quartiere Al Shefaa.
Secondo il sito le immagini sarebbero recenti anche se già lo scorso anno lo stesso sito aveva riportato la notizia della distruzione della stessa croce.
In fondo non importa sapere se sia stata distrutta allora o recentemente. Certo è che le immagini affevoliscono la speranza di un eventuale ritorno della popolazione cristiana di Mosul.

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«Prego per l'Is, Dio cambi i loro cuori»

By Avvenire
Arturo Celletti

Non c’è emozione negli occhi di monsignor Petros Mouche. Il suo racconto è asciutto. Senza aggettivi. Senza pause. È la cronaca di un martirio. È la fotografia di un genocidio. «A Mosul nel 2003 i cristiani erano 50mila, nel 2014 tremila, oggi non ce n’è più nemmeno uno». Una pausa leggera. Poi Mouche, dal 2011 Arcivescovo siro-cattolico di Mosul, ripete quell’ultimo dato e lo arricchisce di un’annotazione che fa pensare: «Ufficialmente non ce n’è più nemmeno uno e il mondo non ha ancora capito».
Parla in francese e, di tanto in tanto, stringe il grande crocifisso di ferro che porta al collo legato a una lunga catena. È la storia di una persecuzione. Di donne cristiane che si coprono il capo con il velo per confondersi con le donne musulmane. Di sacerdoti uccisi. Monsignor Mouche li ricorda sottovoce: monsignor Faraj Rahho, Arcivescovo caldeo a Mosul, rapito e ucciso nel 2008; padre Ragheed Ganni ucciso un anno prima perché si era rifiutato di chiudere la chiesa di cui era parroco. La prima domanda al sacerdote è netta, provocatoria: odia i miliziani dell’Is, odia i responsabili di questa persecuzione? «No, non li odio. Prego perché Dio possa cambiare il loro cuore. Il cuore dei miliziani dello Stato islamico».
Un’altra pausa. «E prego anche perché i cristiani iracheni possano perdonare. Possano ritrovare la pace. E possano tornare a vivere e a pregare nelle loro terre».
Siamo a Trastevere, nel cuore di Roma, nella sede italiana di Aiuto alla Chiesa che soffre. Monsignor Mouche è qui perché i cristiani in Iraq «non possono essere abbandonati, perché hanno bisogno di un sostegno morale e materiale. Di donazioni e di media capaci di raccontare».
Per farlo parte da una data: la notte tra il 6 e il 7 agosto del 2014. Le milizie dell’Is occupano Qaraqosh, una città a nord dell’Iraq. Una città di cristiani. La città dove è nato settantadue anni fa. «Migliaia di famiglie hanno lasciato tutto. Anche io sono scappato portando via solo il passaporto. Abbiamo passato giorni per strada. Molti dormivano nei cortili delle chiese, molti nei palazzi abbandonati. La sofferenza si legava alla preghiera, il dolore alla fede».
E ora? «Sono passati dieci mesi è tutto è terribilmente complicato. La mia comunità soffre. Non ha cibo, non ha denaro, non ha assistenza sanitaria. E soprattutto non ha una terra. Una parte è dispersa in 57 luoghi diversi del Kurdistan. Ci vuole forza per andare avanti. Ci vuole fede».
Parla del suo impegno monsignor Mouche. Dei suoi sacerdoti «coraggiosi». Del suo girovagare tra i villaggi del Kurdistan per «tenere unita la sua comunità sempre più scoraggiata, sempre più senza una prospettiva ». Delle sue “trasferte” in Europa per reclamare attenzione e aiuti. «Tanti, troppi non riescono a immaginare un futuro. Il governo iracheno e quello curdo promettono che libereranno le nostre terre dall’Is. Ma i punti oscuri sono più di quelli chiari e la sfiducia spesso ha la meglio».
Una parola rimbomba nel salone sobrio della sede di Acs: Is. Ancora una volta interroghiamo l’Arcivescovo: che direbbe oggi a un miliziano dello stato islamico? «Nulla. Non gli direi nulla. Hanno fatto troppo male e posso perdonare, pregare per loro, non cercare o accettare un confronto». Il sacerdote racconta l’ultima telefonata con un dirigente dell’Is. «Io lo sfidavo: “Perché ci fate questo?”. Lui era netto, quasi spietato: “Potete convertirvi, potete pagare la jizya (la tassa imposta dalla maggioranza islamica ai non musulmani durante l’impero ottomano e reintrodotta dalle milizie islamiche, ndr) o potete andarvene”. Noi ce ne siamo andati e ora Qaraqosh non c’è più. Non c’è più la sua comunità siro cattolica».
Ancora una pausa questa volta più lunga. Poi con la testa tra le mani monsignor Mouche sussurra una frase: «Se non ci sarà più una Qaraqosh cristiana non ci sarà più il cristianesimo in Iraq».
C’è il perdono verso i misfatti dell’Is. ma c’è anche la voglia di ribellarsi. A febbraio Mouche ha visitato un campo di addestramento dell’Unità di protezione della Piana del Ninive e ha benedetto quei giovani che combattono contro lo Stato islamico. È la risposta? «La fede non ci impedisce di difenderci. Attaccare no, difendersi sì. E se torneremo i nostri ragazzi oggi addestrati dall’armata curda proteggeranno i nostri villaggi».
Tornare. Ripete quella parola quasi sillabandola. E intanto l’ultimo pensiero va a papa Francesco. «Tutti i suoi gesti, le sue parole, le sue scelte ci danno forza. Illuminano la nostra fede. E ci aiutano a credere che Qaraqosh si tornerà a pregare. Senza una Qaraqosh cristiana l’Iraq non ha più valore né per me né per i miei fedeli. E allora potremmo cercare un posto in un angolo di mondo dove vivere liberamente la nostra fede e ritrovare la nostra dignità e i nostri diritti. Un angolo nel mondo, e perché no di Europa». 

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Padre Jahola da Mosul: la vostra preghiera ci dà coraggio

By Avvenire
Giorgio Paolucci

n questi mesi decine di migliaia di cristiani iracheni hanno dovuto abbandonare le terre in cui erano nati, a causa delle violenze perpetrate dalle milizie dello Stato Islamico. Molti sono emigrati all’estero, molti altri hanno trovato rifugio in Kurdistan. Georges Jahola, sacerdote siro-cattolico della diocesi di Mosul, testimonia il loro desiderio di fare ritorno nelle case da cui sono stati cacciati. E chiede ai cristiani d’Occidente di avere più coraggio nel testimoniare il tesoro della fede che sostiene la speranza di una vita migliore. Una occasione sarà la Veglia di preghiera indetta dalla Cei per il 23 maggio

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Progetto educativo a favore dei giovani rifugiati cristiani fuggiti dal nord-Iraq

By Fides

Corsi di inglese, informatica e educazione fisica per le ragazze e i ragazzi cristiani iracheni che con le loro famiglie hanno trovato rifugio in Giordania, dopo essere fuggiti da Mosul e dalla Piana di Ninive davanti all'avanzata dei jihadisti dello Stato Islamico (IS). E' l'iniziativa messa in campo presso il Centro Nostra Signora della Pace di Amman, in collaborazione con Caritas Jordan, per rimediare, almeno parzialmente, all'allontanamento forzato dalle normali attività scolastiche che segna la condizione dei giovani rifugiati iracheni e rischia di avere ricadute negative anche sul loro equilibrio psicologico.
Il programma socio-educativo, sponsorizzato dalla Luogotenenza portoghese dell'Ordine Equestre del Santo Sepolcro, rappresenta una delle iniziative assistenziali sostenute dalla Chiesa locale a favore dei rifugiati iracheni.
“I cristiani iracheni che hanno trovato rifugio in Giordania sono circa ottomila - riferisce all'Agenzia Fides l'Arcivescovo Maroun Lahham, Vicario patriarcale per la Giordania del Patriarcato latino di Gerusalemme - e molti sono giunti nel Regno Hascemita senza niente, spogliati di tutto. Queste famiglie cristiane devono affrontare ogni giorno bisogni essenziali: acqua, cibo, medicine, abbigliamento. Gran parte di loro pensavano di poter presto emigrare verso altri Paesi dell'Europa o dell'America, ma ciò non sarà possibile se non in tempi molto lunghi. Questa prospettiva, con l'andare del tempo, è destinata a mettere in difficoltà dal punto di vista finanziario Caritas Jordan. E comunque, alla lunga, lo stato di emergenza non può non pesare negativamente anche dal punto di vista morale e spirituale su tanti nostri fratelli che senza un lavoro rischiano di vivere anni di vuoto esistenziale”.
In questo scenario – assicurano le fonti ufficiali del Patriarcato latino - il progetto educativo iniziato per servire i giovani rifugiati iracheni in età scolare sta registrando risultati positivi anche dal punto di vista psicologico, aiutando molti ragazzi e ragazze a riconquistare fiducia nei confronti del futuro.

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Monsignor Warduni (Baghdad) "Grati per la veglia di preghiera perchè solo la fede e la preghiera possono aiutarci"

By Baghdadhope*

"Le cose vanno sempre peggio"
Con queste parole Mons. Shleimun Warduni, vicario patriarcale caldeo di Baghdad ha commentato in un'intervista a Baghdadhope l'attuale situazione irachena.

"C'è molta paura nel paese e nella capitale. Ramadi, la città presa dal Da'ash (Stato Islamico) è vicina a Baghdad più di quanto lo fosse Tikrit e la paura aumenta, complice le notizie a volte vere ed  a volte false o esagerate che si diffondono tra la gente. Arriveranno? Non arriveranno? Nessuno lo sa ma certo la prospettiva terrorizza"
Almeno nella capitale i cittadini si sentono protetti dalle forze governative?
"Il governo fa quello che può ma certo le divisioni al suo interno non aiutano a fare sentire la popolazione protetta."
Qualcuno dice che con la fine dell'anno scolastico tra pochi giorni si assisterà ad un nuovo esodo dei cristiani dal paese. Avete sentore di tale possibilità?
"Ogni anno è così. Ancora non si sa nulla ma certo è già successo che la fine della scuola spinga molti a fuggire. Certo chi decide di farlo non ha vita facile. I visti per l'Occidente non vengono rilasciati e non resta che rifugiarsi nei paesi arabi limitrofi che però hanno molti problemi e non garantiscono nulla o quasi nulla ai profughi."
"Non ci sono dati precisi ma migliaia di cristiani hanno ormai lasciato Baghdad negli anni scorsi. Qui manca ancora l'erogazione continua dell'elettricità, il lavoro, la sicurezza; se ne parla poco ma ci sono ancora i kamikaze che si fanno esplodere uccidendo innocenti, i rapimenti, le bande. Se a tutto ciò si aggiunge la paura del Da'ash, di queste persone senza coscienza, senza religione e senza Dio, si capisce come sia difficile vivere in un tale contesto."
Monsignore, sabato 23 maggio è stata indetta dalla Conferenza Episcopale Italiana una veglia di preghiera per i cristiani perseguitati....
"Tutto ciò che si fa per favorire la pace è buono, specialmente la preghiera perchè solo Dio può aiutarci a questo punto. Solo chiedere a colui che ha detto "Chiedete e vi sarà dato", la grazia della pace e della sicurezza può darci una speranza. Noi ringraziamo il Santo Padre per le sue parole di affetto, vicinanza ed incoraggiamento, ringraziamo la Conferenza Episcopale Italiana e tutte le realtà che si uniranno alla preghiera per noi e per tutti i cristiani perseguitati nel mondo. Cercheremo di organizzare qualcosa anche qui in Iraq ma certo qui è tutto più complicato. Faremo però il possibile perchè la preghiera e la fede sono le nostre armi contro la violenza ed ad esse ci appelliamo."      

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mercoledì, maggio 20, 2015

 

Bishop Dobbs: U.S. State Department Denies Visa for Assyrian Christians in Iraq Who Face Imminent Threats from ISIS

Isaiah Narciso

The U.S. State Department may have sent a signal to an Anglican bishop in Iraq that despite persecution and harassment from the terror group known as ISIS, Christians in that country will not find any support from the United States government.
According to Faith J.H. McDonnell of Philos Project, the Rt. Rev. Julian M. Dobbs, bishop of the Diocese of CANA East (Convocation of Anglicans in North America), revealed that part of U.S. foreign policy during an interaction with the State Department's Bureau of Population, Refugees and Migration (PRM). Dobbs made his case to the State Department on behalf of a group of Assyrian Christians who are desperate to leave northern Iraq.
"There is no way that Christians will be supported because of their religious affiliation," the State Department said.
McDonnell reported that the Assyrian Christians received both the permission and blessing from their own bishop to leave Iraq. Until recently, church leaders in the region have urged Christians to stay in the Middle East; now they have concluded that their chances of survival are much better if they left.
"Christianity in Iraq is going through one of its worst and hardest stages of its long history, which dates back to the first century," Archbishop Bashar Warda of Erbil said. "Throughout all these long centuries, we have experienced many hardships and persecutions, offering caravans of martyrs. Yet 2014 brought the worst acts of genocide against us in our history."
Warda added that "Christianity as a religion and as a culture from Mesopotamia [ancient Iraq]" now faced "extinction" due to the ongoing threat posed by ISIS.
McDonnell elaborated on the plight of Christians and other minorities in the region since ISIS took over the Iraqi city of Mosul in June 2014.
"Christians, Yazidis, Mandeans and others were targeted for destruction, and within just the first week of ISIS' occupation, more than 500,000 people fled the city," McDonnell wrote. "The homes of Christians were marked with the Arabic letter 'nun,' standing for Nazarene. Christians were threatened with death if they did not convert to Islam, pay jizya and live as a subjected people - 'dhimmi' - or flee immediately."
According to McDonnell, Christians have even been threatened by some Muslims in the refugee camps run by the UN Refugee Agency, or UNHCR. However, the State Department has refused to resettle affected Assyrian Christians in the United States.
"Donors in the private sector have offered complete funding for the airfare and the resettlement in the United States of these Iraqi Christians that are sleeping in public buildings, on school floors, or worse," McDonnell wrote. "But the State Department - while admitting 4,425 Somalis to the United States in just the first six months of FY2015, and possibly even accepting members of ISIS through the Syrian and Iraqi refugee program, all paid for by tax dollars, told Dobbs that they 'would not support a special category to bring Assyrian Christians into the United States.'"
McDonnell contended that the United States government made it clear religious affiliation does not mean support for Christians in the region in the form of asylum.
"The State Department, the wider administration, some in Congress and much of the media and other liberal elites insist that Christians cannot be given preferential treatment," McDonnell wrote. "Even within the churches, some Christians are so afraid of appearing to give preferential treatment to their fellow Christians that they are reluctant to plead the case of their Iraqi and Syrian brothers and sisters."
Such treatment by the State Department has even extended to Christian leaders in Iraq. According to a report on Fox News, the agency recently reversed a decision that denied a visa for an Iraqi Catholic nun who wanted to inform Americans of the persecution directed by ISIS against Christians.
"Sister Diana Momeka is a leading representative of the Nineveh Christians who have been killed and chased from their homes in and around Mosul by ISIS," Fox News wrote. "Momeka, who has been likened to Mother Teresa for her work with the poor and persecuted, was turned down, she said, because she was 'internally displaced' in Iraq, and deemed a risk to stay in the U.S., where she once lived and studied for six years."
McDonnell reported that the nun was able to testify in a full committee hearing before the House Committee on Foreign Affairs on May 13. However, the State Department refused to comment on the decision.
"All visa applications are adjudicated on a case-by-case basis in accordance with the requirements of the Immigration and Nationality Act and other applicable laws," a State Department spokesman told Fox News.
Johnnie Wolfe
, author of the book "Defying ISIS," told Fox News that he advocated for Sister Diana when her visa was initially denied.
"People across the country raised a voice, including members of Congress and Senators, to put enormous pressure to change the decision. I'm glad she will be able to come and speak to leaders and the press, but it's frustrating that it took thousands of Americans reacting in a significant way to make a sensible thing happen," Wolfe said.
The U.S. State Department may have sent a signal to an Anglican bishop in Iraq that despite persecution and harassment from the terror group known as ISIS, Christians in that country will not find any support from the United States government.
According to Faith J.H. McDonnell of Philos Project, the Rt. Rev. Julian M. Dobbs, bishop of the Diocese of CANA East (Convocation of Anglicans in North America), revealed that part of U.S. foreign policy during an interaction with the State Department's Bureau of Population, Refugees and Migration (PRM). Dobbs made his case to the State Department on behalf of a group of Assyrian Christians who are desperate to leave northern Iraq.
"There is no way that Christians will be supported because of their religious affiliation," the State Department said.
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McDonnell reported that the Assyrian Christians received both the permission and blessing from their own bishop to leave Iraq. Until recently, church leaders in the region have urged Christians to stay in the Middle East; now they have concluded that their chances of survival are much better if they left.
"Christianity in Iraq is going through one of its worst and hardest stages of its long history, which dates back to the first century," Archbishop Bashar Warda of Erbil said. "Throughout all these long centuries, we have experienced many hardships and persecutions, offering caravans of martyrs. Yet 2014 brought the worst acts of genocide against us in our history."
Warda added that "Christianity as a religion and as a culture from Mesopotamia [ancient Iraq]" now faced "extinction" due to the ongoing threat posed by ISIS.
McDonnell elaborated on the plight of Christians and other minorities in the region since ISIS took over the Iraqi city of Mosul in June 2014.
"Christians, Yazidis, Mandeans and others were targeted for destruction, and within just the first week of ISIS' occupation, more than 500,000 people fled the city," McDonnell wrote. "The homes of Christians were marked with the Arabic letter 'nun,' standing for Nazarene. Christians were threatened with death if they did not convert to Islam, pay jizya and live as a subjected people - 'dhimmi' - or flee immediately."
According to McDonnell, Christians have even been threatened by some Muslims in the refugee camps run by the UN Refugee Agency, or UNHCR. However, the State Department has refused to resettle affected Assyrian Christians in the United States.
"Donors in the private sector have offered complete funding for the airfare and the resettlement in the United States of these Iraqi Christians that are sleeping in public buildings, on school floors, or worse," McDonnell wrote. "But the State Department - while admitting 4,425 Somalis to the United States in just the first six months of FY2015, and possibly even accepting members of ISIS through the Syrian and Iraqi refugee program, all paid for by tax dollars, told Dobbs that they 'would not support a special category to bring Assyrian Christians into the United States.'"
McDonnell contended that the United States government made it clear religious affiliation does not mean support for Christians in the region in the form of asylum.
"The State Department, the wider administration, some in Congress and much of the media and other liberal elites insist that Christians cannot be given preferential treatment," McDonnell wrote. "Even within the churches, some Christians are so afraid of appearing to give preferential treatment to their fellow Christians that they are reluctant to plead the case of their Iraqi and Syrian brothers and sisters."
Assyrian Christians
Anna Enwia of Detroit chants ''Save our people. Free our land. Jesus is our savior. Stop ISIS now…'' at a rally Friday afternoon at Daley Plaza where Assyrian Christians are protesting their treatment in Iraq and Syria. Michael Schmidt/Sun-Times
Such treatment by the State Department has even extended to Christian leaders in Iraq. According to a report on Fox News, the agency recently reversed a decision that denied a visa for an Iraqi Catholic nun who wanted to inform Americans of the persecution directed by ISIS against Christians.
"Sister Diana Momeka is a leading representative of the Nineveh Christians who have been killed and chased from their homes in and around Mosul by ISIS," Fox News wrote. "Momeka, who has been likened to Mother Teresa for her work with the poor and persecuted, was turned down, she said, because she was 'internally displaced' in Iraq, and deemed a risk to stay in the U.S., where she once lived and studied for six years."
McDonnell reported that the nun was able to testify in a full committee hearing before the House Committee on Foreign Affairs on May 13. However, the State Department refused to comment on the decision.
"All visa applications are adjudicated on a case-by-case basis in accordance with the requirements of the Immigration and Nationality Act and other applicable laws," a State Department spokesman told Fox News.
Johnnie Wolfe, author of the book "Defying ISIS," told Fox News that he advocated for Sister Diana when her visa was initially denied.
"People across the country raised a voice, including members of Congress and Senators, to put enormous pressure to change the decision. I'm glad she will be able to come and speak to leaders and the press, but it's frustrating that it took thousands of Americans reacting in a significant way to make a sensible thing happen," Wolfe said.
- See more at: http://www.gospelherald.com/articles/55612/20150520/bishop-dobbs-u-s-state-department-denies-visa-for-assyrian-christians-in-iraq-who-face-imminent-threats-from-isis.htm#sthash.YUzbb1vR.dpuf

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Cardinal Filoni: Proportional military action is needed in Iraq

By Rome Reports




Cardinal Fernando Filoni has traveled twice to Iraq on behalf of Pope Francis to bring comfort to victims of the Islamic State.
The time to act has come, according to Cardinal Filoni. He said that words and good intentions are no longer enough to protect people in the Middle East. 
"We need political action and proportional military action. This is not killing for killing. It should not be so ever, but defense mechanisms are needed.”
Cardinal Filoni was nuncio in Baghdad from 2001 to 2006. He knows the country well and understands that sectarianism is the root of tension. He asked that Christians be considered full citizens and not merely tolerated in their own country.
"Everyone has told me, 'Christians are the original native population and have the right to be.' The law needs to say it. One of the big problems in Iraq is that individual rights are not based in law. Everything is interpreted according to the law of Islam. It is dangerous.”
During his two trips, the cardinal visited Christian refugees. He says step by step, their material needs are being met. But other intangible problems persist.
"During my visit I was told, 'You are not going to solve our problems, but now we feel like we are not alone.'”
He said that in countries where Islam is the main religion, Muslims must promote peaceful coexistence and religious freedom.
"If there is no historical criticism that questions what jihad means, should we understand the word to mean the use of the sword and violent conquest? Or should we define it as conversion? That is, should people have the right to spread the religion, but also have the right to reject it?”
Pope Francis has expressed on many occasions his desire to travel to Iraq. Cardinal Filoni says that such a visit would stoke the hope of persecuted Christians. However, the deteriorating security situation in the country makes a visit impossible for now.

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martedì, maggio 19, 2015

 

Cristiani perseguitati, la Cei: veglie di preghiera il 23 maggio

By AvvenireVeglie di preghiera per i cristiani perseguitati:
è l'iniziativa lanciata dalla Cei per sabato 23 maggio, vigilia di Pentecoste. Ogni Chiesa locale potrà stabilire le modalità della Veglia.

LE ADESIONI DELLE DIOCESI E DELLE ASSOCIAZIONI

«Esiste un legame forte che già ci unisce, al di là di ogni divisione: è la testimonianza dei cristiani, appartenenti a Chiese e tradizioni diverse, vittime di persecuzioni e violenze solo a causa della fede che professano». Con queste parole il Santo Padre ha ricevuto i membri della Commissione internazionale anglicana-cattolica (30 aprile 2015).
Si tratta solo dell’ultimo intervento del Papa in ordine alla tragedia di tanti cristiani e di tante persone i cui diritti fondamentali alla vita e alla libertà religiosa vengono sistematicamente violati.
Questa situazione ci interroga profondamente e deve spingerci ad unirci, in Italia e nel mondo, in un grande gesto di preghiera a Dio e di vicinanza con questi nostri fratelli e sorelle. Imploriamo il Signore, inchiniamoci davanti al martirio di persone innocenti, rompiamo il muro dell’indifferenza e del cinismo, lontano da ogni strumentalizzazione ideologica o confessionale.
Da qui la proposta di dedicare, in Italia e in tutte le comunità del mondo che vorranno aderire, la prossima Veglia di Pentecoste, sabato 23 maggio 2015, ai martiri nostri contemporanei.

A questo scopo si sta inoltre lavorando ad un progetto di diffusione – attraverso i social media – di testimonianze e storie, dai diversi Paesi: racconti di fede e di amore estremo, eventi di condivisione, fatti di carità. Sono moltissimi i cristiani e gli uomini di ogni confessione capaci di testimoniare l’amore a prezzo della vita. Tale testimonianza non può passare sotto silenzio perché costituisce per tutti una ragione di incoraggiamento al bene e di resistenza al male.

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Il vescovo Sleiman: le preghiere di tutti aiutano noi a Baghdad

By Avvenire
Giorgio Paolucci

 Come vivono i cristiani a Baghdad, capitale di un Iraq sempre più destabilizzato? Come sono i rapporti con i musulmani, in una terra dove una convivenza plurisecolare rischia di saltare, anche per la minaccia sempre più incombente dell’avanzata dei miliziani dello Stato Islamico? Da Baghdad la testimonianza di monsignor Jean Benjamin Sleiman, dal 2001 arcivescovo latino di Baghdad, alla vigilia delle Vegile di preghiere che si svolgeranno in molte diocesi italiane il 23 maggio, su invito della Cei.







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lunedì, maggio 18, 2015

 

«N» e una preghiera per tutti i perseguitati

By Avvenire

Tutto è cominciato nell’agosto del 2014, nel cortile di una casa riminese. Una chiacchierata tra amici, colpiti, feriti dalle notizie e dalle immagini che arrivavano da Mosul e dalla Valle di Ninive. Migliaia di persone in fuga dalle atrocità dei miliziani dello Stato islamico, che avevano marchiato a fuoco i muri delle case abitate dai cristiani con la lettera "N", iniziale di Nazarat nell’alfabeto arabo, a indicare i seguaci di Gesù. Proprio quella lettera, considerata simbolo di maledizione, di esclusione, un marchio d’infamia, era diventata il logo con cui "Avvenire", alcune settimane prima, aveva deciso di accompagnare le notizie pubblicate sulla macelleria che l’autoproclamato Califfato stava perpetrando ai danni della comunità cristiana e di altre minoranze che da secoli vivevano in pace in una regione di biblica memoria. E quella lettera è diventata il simbolo del Comitato Nazarat che dal 20 di agosto dell’anno scorso, il 20 di ogni mese, si raduna per pregare e testimoniare la vicinanza ai cristiani martirizzati nel mondo, eleggendo a palcoscenico un luogo centrale di Rimini: piazza Tre Martiri, intitolata alla memoria di tre partigiani uccisi dai nazisti.
Un gesto semplice, la recita del Rosario accompagnata dal racconto di un testimone che abita o ha visitato le regioni dell’Iraq colpite dalla furia jihadista: volontari, religiosi, giornalisti. Ogni volta qualcuno si aggiunge, e sono ormai migliaia le persone che hanno partecipato all’iniziativa, tra cui anche il vescovo di Rimini Francesco Lambiasi e il vescovo emerito Mariano De Nicolò.
Il 20 maggio, il gesto si ripeterà come ogni mese, alla presenza di Yohanna Petros Mouche, il vescovo siro-cattolico di Mosul che porterà la sua testimonianza, e dell’effigie miracolosa della Madonna del Giglio venerata nella cappella di corso d’Augusto e che nel mese di maggio viene portata in pellegrinaggio nelle chiese del centro storico della città romagnola. Sabato sera, veglia di Pentecoste, il Comitato Nazarat si unirà alla preghiera convocata dalle associazioni laicali nella stessa piazza raccogliendo l’appello lanciato dalla Chiesa italiana in favore dei cristiani perseguitati in tante parti del mondo.
Testimoni disarmati di un Amore che ha accettato la croce per rendere testimonianza alla verità.
C’è da sperare che sabato saranno in tanti, a Rimini e in tutta Italia, ad aderire alla proposta di fare memoria dei fratelli "uccisi perché cristiani", come continua a ricordare papa Francesco, e a chiedere a un Altro di ispirare quella rivoluzione dei cuori, che sola può cambiare il mondo.

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venerdì, maggio 15, 2015

 

Il Patriarca caldeo visita Teheran: “il governo iraniano sostiene il popolo e il governo dell'Iraq”

By Fides

Il governo della Repubblica islamica d'Iran “non esita a sostenere il popolo e il governo iracheni, perchè i due Paesi condividono la stessa storia e la stessa civiltà”. E' questa l'impressione raccolta dal Patriarca di Babilonia dei Caldei, Louis Raphael I, nel corso della sua visita iniziata il 12 maggio in Iran, dove il Primate della Chiesa caldea si tratterrà fino al prossimo 22 maggio. Lo riferiscono le fonti del Patriarcato caldeo consultate dall'Agenzia Fides. A motivare la visita del Patriarca caldeo è stato anche l'invito rivolto a lui e ad altri leader religiosi non musulmani, da Yonsei Ali - Presidente iraniano incaricato per le nazionalità e le minoranze religiose – e da Mohammad Shariamatdari, vice-Presidente iraniano per gli Affari esecutivi. I due rappresentanti del governo di Teheran e il Patriarca Luis Raphael, insieme all'Arcivescovo caldeo di Teheran, Ramzi Garmou, hanno preso parte mercoledì 13 maggio a un incontro che ha visto anche la partecipazione di un rabbino e di rappresentanti della Chiesa armena apostolica, e della Chiesa Assira d'Oriente.
In margine all'incontro, lo Sheikh Yonsei Ali ha ribadito che l'Iran “sostiene l'integrità territoriale e la sovranità nazionale di tutti i Paesi della regione”, messa oggi in pericolo dai “gruppi terroristi e estremisti”, e si è augurato “che il popolo iracheno riesca a espellere i gruppi estremisti e a ristabilire la sicurezza”. Il leader iraniano ha anche confermato l'intenzione del suo ufficio di promuovere periodici incontri con rappresentanti delle diverse comunità religiose. Nell'intervento pronunciato durante l'incontro, il Primate della Chiesa caldea ha contestato le operazioni di propaganda che dipingono l'Iran come un Paese chiuso e retrogrado, ha ricordato il ruolo delle comunità cristiane autoctone nella costruzione della civiltà della regione e ha richiamato il “ruolo influente” che l'Iran potrà assumere a sostegno della stabilità regionale anche sul terreno del dialogo inter-religioso, per favorire la convivenza e la collaborazione tra cristiani e musulmani e soprattutto la riconciliazione tra musulmani sciiti e sunniti. Solo così – ha sottolineato il Patriarca – si potrà uscire dalla spirale di guerre e conflitti che stanno insanguinando la regione e fanno soffrire popoli interi. “Il cristianesimo” ha detto tra l'altro il Patriarca “è una religione di carità, e anche l'islam è una religione di misericordia. Dio ci giudicherà tutti da come saremo stati caritatevoli e misericordiosi gli uni con gli altri”. Al termine dell'incontro Ali Yonsei ha donato al Patriarca un quadro raffigurante Maria che porta in braccio Gesù Bambino.
I cattolici caldei oggi presenti in Iran sono circa 13mila, e la loro cura pastorale è affidata a otto sacerdoti, compresi due di origine iraniana.

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Suora irakena: Lo Stato islamico vuole il genocidio umano e culturale dei cristiani

suor Diana Momeka*

I cristiani in Iraq sono vittime di un “genocidio umano e culturale” che rischia di trascinare “l’intera regione sull’orlo di una terribile catastrofe”. È quanto ha detto ieri suor Diana Momeka, religiosa domenicana irakena, in un intervento davanti al Parlamento statunitense riunito a Washington. La religiosa, cui era stato rifiutato in un primo momento il visto dalle autorità Usa, ha raccontato il dramma della popolazione cristiana, vittima delle atrocità perpetrate dai jihadisti dello Stato islamico. 
La situazione del Paese e del suo popolo è “grave”, conferma la suora, “ma non priva di speranza”. Al termine dell’intervento suor Diana si è rivolta alla comunità internazionale e al governo degli Stati Uniti, perché “la diplomazia e non il genocidio, il bene comune e non le armi” possano determinare “il futuro dell’Iraq e di tutti i suoi figli”.
Intanto continua la campagna promossa da AsiaNews “Adotta un cristiano di Mosul”, che ha permesso sinora la raccolta e l'invio di circa 1,3 milioni di euro per il fabbisogno quotidiano dei profughi irakeni fuggiti da Mosul sotto le minacce dello Stato islamico. Una risposta alla richiesta di papa Francesco a tutti i cristiani di una "preghiera intensa", una "partecipazione concreta" e un "aiuto tangibile" per tutti loro.
La nostra agenzia invita lettori e amici a continuare la campagna "Adotta un cristiano di Mosul”, per fornire ai profughi - superata la prima emergenza - un alloggio più stabile. Il progetto prevede il trasferimento di tutti i rifugiati cristiani - circa 130mila persone, 21mila famiglie - in case da abitare, dove essi possono riprendere responsabilità della loro vita, trovare un lavoro, pensare a un futuro prossimo per i figli. Il costo si aggira sui 3,5 milioni di euro.
Per comprendere la situazione in cui versano questi nostri fratelli e sorelle e per diffondere ancor più la campagna, AsiaNews ha prodotto un video, che potete vedere, scaricare e diffondere a questo indirizzo: http://www.asianews.it/index.php?l=it&page=69.

Ecco, di seguito, l’intervento completo di suor Diana. Traduzione in italiano a cura di AsiaNews:
La ringrazio presidente Royce e voi, distinti membri della Commissione, per avermi invitato qui oggi per condividere con voi la mia riflessione su comunità antiche ora finite sotto attacco: La guerra dello Stato islamico contro le minoranze religiose. Mi chiamo suor Diana Momeka, della congregazione delle Suore domenicane di Santa Caterina da Siena a Mosul, in Iraq. Vorrei anche chiedervi che la mia intera testimonianza venga registrata. 
Nel novembre 2009, una bomba è esplosa nel nostro convento a Mosul. All’epoca vi erano cinque suore all’interno dell’edificio e sono state fortunate a scampare all’attacco, senza riportare alcuna ferita. La nostra priora, suore Maria Hanna, ha chiesto protezione alle autorità civili locali ma la sua domanda è rimasta disattesa. Per questo, non ha avuto altra scelta se non quella di trasferirsi con tutte noi a Qaraqosh. 
In seguito, il 10 giugno 2014, il cosiddetto Stato islamico in Iraq e in Siria (Isis), ha invaso la piana di Ninive, al cui interno è situata Qaraqosh. Iniziando con la città di Mosul, l’Isis si è impadronita di una città dopo l’altra, dando ai cristiani della regione tre alternative: convertirsi all’islam; pagare un tributo (jizya) allo Stato islamico; abbandonare le città (come Mosul), con nient’altro che i propri vestiti. 
Mentre questa ondata di terrore si diffondeva per tutta la piana di Ninive, al 6 agosto 2014 la zona di Ninive era completamente svuotata della presenza cristiana; e, cosa ancor più triste, per la prima volta dal settimo secolo nessuna campana di una chiesa della piana di Ninive ha richiamato i fedeli alla messa. 
Dal giugno 2014 in avanti, più di 120mila persone si sono ritrovate sfollate e senza casa nella regione del Kurdistan irakeno, lasciandosi alle proprie spalle il loro patrimonio e tutto ciò per cui avevano lavorato nel corso dei secoli. Questo sradicamento, la depredazione di ogni bene appartenuto sino ad allora ai cristiani, li ha resi profughi nel corpo e nell’anima, strappando via la loro umanità e la loro dignità. 
Aggiungendo anche l’insulto alla ferita, le iniziative e le azioni intraprese tanto dal governo irakeno quanto dal governo regionale curdo sono state - volendo essere ottimisti - modeste e lente. Oltre a consentire l’ingresso dei cristiani nella regione, il governo del Kurdistan non ha offerto alcun aiuto di tipo finanziario o materiale. Posso capire il grande sconvolgimento che questi eventi hanno provocato a Baghdad ed Erbil, detto questo è passato quasi un anno e i cittadini cristiani irakeni sono ancora in una situazione di piena emergenza e bisognosi di aiuto. Molte persone hanno trascorso intere giornate o settimane nelle strade, prima di trovare riparo in tende, scuole e saloni. Grazie a Dio, la Chiesa nella regione del Kurdistan si è fatta avanti e ha curato in prima persona i cristiani sfollati, facendo davvero del proprio meglio per far fronte al disastro. Gli edifici appartenenti alla Chiesa sono stati aperti e messi a disposizione per fornire un riparo agli sfollati; hanno fornito loro cibo e altri generi di prima necessità, per far fronte ai bisogni immediati della gente; hanno anche fornito assistenza sanitaria gratuita. Inoltre, la Chiesa ha lanciato appelli cui hanno risposto molte organizzazioni umanitarie, le quali hanno fornito aiuti alle migliaia di persone in situazione di estremo bisogno. 
Oggi siamo grati per tutto ciò che è stato fatto, con la maggior parte delle persone che hanno trovato un riparo in piccoli container prefabbricati o in alcune case. Una soluzione di certo migliore rispetto alla prospettiva di vivere in strada o edifici abbandonati, queste piccole unità sono poche e sovraffollate, ciascuna al suo interno contiene almeno tre famiglie, composte da diverse persone, che devono condividere un solo alloggio. Questo, come ovvio, è fonte di tensioni e conflitti, persino all’interno della stessa famiglia. Vi sono molti che dicono “Perché i cristiano non lasciano l’Iraq e vanno in un altro Paese e ricominciano da capo?”. A questa domanda, vorrei rispondere in questo modo: “Perché mai dovremmo abbandonare il nostro Paese, cosa avremmo fatto per meritarcelo?”. 
I cristiani d’Iraq sono le prime persone che hanno abitato questa terra. Potete leggere di noi fin dall’Antico Testamento nella Bibbia. Il cristianesimo ha fatto il suo ingresso in Iraq fin dai primi momenti, attraverso la preghiera e la testimonianza di San Tommaso e degli altri apostoli della Chiesa degli albori. 
Sebbene i nostri antenati abbiano sperimentato ogni genere di persecuzione, essi sono rimasti sulla loro terra, dando vita a una cultura per secoli al servizio dell’umanità. E noi, in quanto cristiani, non vogliamo, né meritiamo di lasciare o essere costretti ad abbandonare il nostro Paese, più di quanto non possiate esserlo voi ad abbandonare i vostri.
La persecuzione che la nostra comunità si trova oggi a fronteggiare è la più brutale della nostra storia. Non solo siamo stati derubati delle nostre case, proprietà e terre, ma è stato distrutto anche il nostro patrimonio. Lo SI ha distrutto e continua a demolire e bombardare le nostre chiese, i reperti archeologici e luoghi sacri come Mar Behnam e Sara, un monastero del quarto secolo e il monastero di San Giorgio a Mosul. 
Sradicati e cacciati a forza, abbiamo capito che il piano dello Stato islamico è di svuotare la terra dai cristiani e ripulire il terreno di ogni minima prova che testimoni la nostra esistenza nel passato. Questo è un genocidio umano e culturale. I soli cristiani che sono rimasti nella piana di Ninive sono quelli che sono stati trattenuti come ostaggi. 
La perdita subita dalla comunità cristiana nella piana di Ninive ha portato l’intera regione sull’orlo di una terribile catastrofe. I cristiani per centinaia di anni sono stati il ponte che ha permesso di unire le culture di Occidente e Oriente. Distruggere questo ponte significa lasciare una zona di conflitto isolata e priva di cultura, svuotata della diversità religiosa e culturale. Attraverso la nostra presenza in quanto cristiani, noi siamo chiamati a essere una forza di bene, pace e connessione tra culture. 
Per ripristinare, riparare e ricostruire la comunità cristiana in Iraq, bisogna adottare con la massima urgenza le seguenti iniziative: 
1 - Liberare le nostre case dalla presenza dello Stato islamico e favorire il nostro rientro. 
2 - Promuovere uno sforzo comune e coordinato per ricostruire ciò che è stato distrutto - strade, acqua, forniture elettriche, ivi compresi i nostri monasteri e le nostre chiese. 
3 - Incoraggiare le imprese per contribuire alla ricostruzione dell’Iraq e del dialogo interreligioso. Questo può essere fatto attraverso le scuole, le accademie e progetti pedagogici ed educativi mirati. 
Sono solo una piccola persona, umile - io stessa vittima dello Stato islamico e delle sue brutalità. Venire qui è stato difficile per me, in quanto religiosa e suora non mi sento a mio agio con i media e con una così grande attenzione. Tuttavia ho voluto essere qui, e sono venuta per chiedervi, per implorarvi per il bene della nostra comune appartenenza al genere umano, di aiutarci. Abbiamo bisogno della vostra vicinanza, perché noi in quanto cristiani siamo accanto a tutti i popoli del mondo. E aiutateci! Vogliamo solo ritornare alle nostre vite di prima; non vogliamo nient’altro che fare ritorno alle nostre case.  
Vi ringrazio e che Dio benedica tutti voi!

* Suora domenicana di Santa Caterina da Siena a Mosul.

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