mercoledì, novembre 26, 2014

 

Aiutiamo i cristiani iracheni. Perchè Natale è "salvare"

By Baghdadhope*

Da quando, a giugno di quest'anno, i cristiani iracheni hanno dovuto abbandonare Mosul perchè costretti dalle milizie dello stato islamico, ed ancor di più dalla notte tra il 6 ed il 7 agosto quando tutta la Piana di Ninive è stata svuotata dalla presenza cristiana, gli aiuti a quella sfortunata popolazione si sono moltiplicati.
Molte organizzazioni si sono attivate perchè i cristiani iracheni arrivati a decine di migliaia nel Kurdistan potessero avere soccorso ed aiuto.
Ora si avvicina Natale ed è quanto mai importante che essi sentano la nostra vicinanza non solo nelle preghiere che si eleveranno in molte chiese ma anche, e soprattutto, nei gesti di concreta solidarietà che compiremo nei loro confronti.
Perchè è bello sapere che qualcuno dall'altra parte del mondo ti sta pensando e ricordando, ma è ancora più bello avere un tetto sulla testa, cibo, vestiti caldi, medicine e, visto proprio che è Natale, giocattoli per i bambini.     

Chiedete alle vostre parrocchie o alle organizzazioni di volontariato che conoscete come e se intendono sostenere i cristiani iracheni, cercate su Internet o visitate questi siti per controllare che i loro progetti a proposito siano ancora attivi.
Insomma, perchè Natale sia una festa in cui donare è anche salvare, aiutiamo i cristiani iracheni!

Aiuto alla Chiesa che Soffre  
Iraq: Salviamo una generazione   
Asia News   
Adotta un cristiano di Mosul 
Avvenire   Emergenza Kurdistan: non lasciamoli soli   
Caritas      

Adotta una famiglia di profughi iracheni!    
Caritas Ambrosiana 
Emergenza Iraq 2014   
Comunità di Sant’Egidio    

Profughi cristiani in Iraq e Siria   
Focsiv  

Emergenza Kurdistan: non lasciamoli soli   
Fondazione AVSI   

Emergenza profughi in Iraq 
Movimento Shalom onlus    
Emergenza Iraq: campagna di raccolta fondi per i cristiani   
Punto Missione onlus    

Emergenza Iraq   
Un ponte per..    

Appello per salvare le minoranze irachene   
Unhcr    

 Emergenza Iraq  
Unicef 
   

Unicef in Iraq 

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No letup in flight of Iraqi Christians into Lebanon

By The Daily Star (Lebanon)

“What did Daesh take from you?” Nour Astifo asked his 3-year-old daughter Sandra, sitting in his lap. “My toys,” she replied.

Astifo, a Syriac Catholic, was huddled with two other families from the community who all hail from Al-Hamdaniya, a village in Nineveh Province not far from Mosul, the city which fell to ISIS militants in June.

They were gathered in a small room in a building in the northern Beirut suburb of Dikwaneh, where they took refuge last month from the ongoing turmoil in Iraq.

Astifo’s tiny apartment is beyond modest, with no beds and just a straw mat to sleep on without protection from the concrete floor. His daughter’s toys are all borrowed, donated by Lebanese neighbors who took pity on a child who left her toys behind as she fled.

Their family is one among thousands of Iraqis who have fled to Lebanon amid unending bloodshed in their homeland – primarily Christians who feared forced conversion and enslavement by Daesh forces, Arabic for ISIS.

“When I was born there was the Iran war, then a war with Kuwait, then a siege, then the 2003 war and then sectarianism,” said Mazen Bulos, one of the Iraqi refugees living in an apartment in the building with four other family members.

“Then bombings, murder, kidnappings, and now this year we have Daesh,” he added. “I swear since we have been born we haven’t had peace, from war to war.”

The flight of Iraqi Christians into Lebanon continues – the families in this house arrived in Lebanon in early October after two months as internal refugees in the Kurdish capital of Irbil. While the U.N. High Commissioner for Refugees projects that Lebanon will have 6,100 Iraqi refugees by the end of the year, Social Affairs Minister Rashid Derbas said the number was up to 8,000 – back in August.

The Chaldean Bishop of Lebanon told The Daily Star in August that his church had assisted 1,350 Iraqi families. Most of Iraq’s Christians are Chaldeans. The Assyrian Church said at the time they had helped between 350 and 400 families.

The families that had fled Al-Hamdaniya did so twice. The first time was in late June when Mosul fell to a lightning ISIS advance, but they returned in August to their village with assurances from the Kurdish paramilitary force, the peshmerga, that they would be protected.

But days later they found themselves in an artillery crossfire barrage that lasted through the night, and news that the peshmerga was planning a retreat in the face of the ISIS assault. Those who could flee to Irbil, by car or foot, did so, fearing slaughter at the hands of jihadi fighters who saw them as infidels.

“How can you not fear a man who beheads?” Bulos said. “And we are 15 minutes away from him.”

“Who was going to protect us?” said Salar Amer Habib, a 52-year-old man who heads a family of six that fled that day.

Their fears appeared founded as stragglers, elderly men and women who were allowed to leave the village days later, told them their churches had been vandalized and desecrated.

Habib’s family stayed in tents and churches in Kurdistan, until they secured six airplane tickets to Beirut for $3,000.

The families sold their jewelry to keep up with the exorbitant rents of largely sparse homes in majority-Christian Dikwaneh, where many other Iraqi Christians live.
“We left only with our clothes,” Bulos said, holding a small wad of bills from selling his wife’s gold. “Once this is gone, we will only have these straw mats.”
The families said they have had little help – as their savings dwindle and they struggle to find employment, they receive little assistance from the UNHCR, hobbled as it is by providing for over a million Syrian refugees in Lebanon. They said the Chaldean Church asked them to seek assistance from the Syriac Church of Lebanon, which was only able to provide them with some blankets and some basic food staples like rice and oil, in addition to the occasional item from generous Lebanese neighbors.

The refugees said they hoped the U.N. would help resettle them. They fled to Lebanon because they believed the country was more moderate, and because it has a sizeable Christian community. They find it hard to contemplate going back to live with their Muslim neighbors.

“If your neighbor takes away your money, how would you live with that person? If he is cooperating with these people, and the one who eats alongside you betrays you, how?” Bulos said.

And for many of the Iraqi Christians who fled to Lebanon, the loss of their ancestral homes sting deeply.

“He had a home, I had a home, this man also had a home, and they’re all gone,” Habib said. “The toil of a lifetime.”

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martedì, novembre 25, 2014

 

Erbil, salviamo le famiglie di cristiani sfollati. Bastano 100 dollari a famiglia. L'appello di padre Benoka

By Huffington Post
Giulia Belardelli


Salviamoli dal freddo e della fame. I cristiani sfollati di Erbil hanno bisogno di cose semplici ma fondamentali: coperte, riso, fave, detersivi. L’inverno è alle porte e non c’è tempo da perdere. Per questo – rispondendo alla lettera inviata all’HuffPost dal sacerdote iracheno Behnam Benoka – abbiamo deciso di aderire alla campagna di Natale dell’associazione “Un ponte per…”, che da anni opera in Iraq. Invitiamo i nostri lettori a effettuare una donazione su uno dei due conti correnti dell’associazione. Ricordando che con l’equivalente di 100 dollari (meno di 80 euro) si può letteralmente salvare una famiglia.
Posta: ccp 59927004 intestato a: associazione Un ponte per
Banca: conto corrente n 100790 Banca Popolare Etica
IBAN: IT52 R050 1803 2000 0000 0100 790
CIN: R ABI:05018 CAB:03200 SWIFT: CCRTIT2T84A
In Iraq oggi sono 5,2 milioni le persone che hanno bisogno di assistenza umanitaria. La guerra nella vicina Siria e l’avanzata dell’Isis hanno creato una situazione drammatica, con una concentrazione di sfollati che sta portando al collasso le zone del Kurdistan iracheno dove cercano rifugio sfollati e minoranze. Nel corso dell’ultimo anno il numero degli sfollati interni costretti è salito a 1 milione e 900 mila. Di questi, oltre 900 mila si sono riversati nell’area del Kurdistan iracheno, e in particolare nei governatorati di Dohuk ed Erbil, dove “Un ponte per…” opera da anni.
La guerra in Iraq rischia di provocare anche la scomparsa delle ultime comunità cristiane, yazide, shabak, turcomanne rimaste nel paese. Comunità che per secoli hanno composto quel mosaico di civiltà unico che era l’Iraq, e che oggi sono le principali vittime di persecuzioni e violenze.
Aderendo alla campagna di “Un ponte per…”, vorremo dare il nostro contribuito per aiutare le famiglie dei cristiani sfollati, che sono circa 12mila. L’elenco che ci ha inviato padre Behnam Benoka – lo stesso della “lettera in lacrime” inviata a Papa Francesco - è drammatico: serve tutto, dalle bombole del gas ai detergenti, dal riso ai fagioli. Secondo padre Behnam, con meno di 80 euro è possibile salvare una famiglia per l’inverno. Pubblichiamo la sua lettera qui di seguito, un appello a fare del Natale un momento di vera solidarietà.

“Nel governatorato di Erbil-Iraq, compresa Ankawa (cittadina cristiana sotto il governatorato di Erbil), ci sono circa 12.000 famiglie cristiane sfollate dalla città di Mosul e dalle cittadine cristiane della piana di Nineve. Sono passati diversi giorni dall'inizio dell'occupazione dell'Isis in questi posti. Siamo alla soglia dell'inverno e la gente deve prepararsi per proteggersi dal freddo. È necessario aiutarli con materiali essenziali per la vita.
Ultimamente la Chiesa, attraverso la commissione dei vescovi, ha potuto trovare alloggio per solo 600 famiglie, bisogna salvare soprattutto tutti coloro che vivono in tendopoli e strutture malfatte o posti impropri. Si devono trovare appartamenti e case per tutte le famiglie che si trovano in scuole, chiese, centri culturali e aule pubbliche e private. E a causa delle difficoltà strutturali ed economiche, non si può trovare una alloggio autonomo per ogni famiglia, perciò pensiamo di mettere 2-3 famiglie in ogni appartamento (15-20 persone). E ogni appartamento costa 600-650 dollari.
Le esigenze sono:
- La chiesa cerca di distribuire a ciascun famiglia un forno, una bombola di gas e un lavatoio per i piatti.
- Ogni famiglia ha bisogno di cibo, acqua e detersivi al pari 100 (cento) dollari al mese come segue:
10 chili riso;
10 chili Burgul (cuscus);
5 chili zucchero;
1 chilo tè;
3 chili fagioli;
3 chili fave;
5 chili lenticchie;
5 confezioni formaggio;
latte;
2 chili carne e pollo in confezioni;
Detersivi e detergenti.
La commissione dei vescovi cerca di rispondere a tutte le esigenze essenziali quali: vitto e alloggio e sanità. Ma, visto il numero delle famiglie, non ha più la capacità di tale lavoro, perciò scriviamo questa lista che contiene le esigenze più urgenti, nella quale non sono indicati vestiti e medicine affinché ciò sia affidato alla generosità dei benefattori. Oltre a questo ogni famiglia avrà, senz'altro, altre esigenze che la chiesa non può affatto dare, perciò preferiamo che sia donato un aiuto a ciascuna famiglia in occasione del prossimo Natale: 100 dollari”.

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Card. Tauran: cristiani e yazidi "veri martiri" vittime di violenze

By Radiovaticana

“Non possiamo rimanere in silenzio o indifferenti di fronte all’estrema, inumana e multiforme violenza subita dai cristiani e yazidi” in Iraq. Lo ha detto il card. Jean Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, al Colloquio Interreligioso tra Cristiani e Musulmani in corso nella capitale iraniana Teheran.
Il porporato ha fatto notare che molte di queste persone soggette a persecuzione “hanno preferito la morte invece che rinunciare alla loro fede”. Dunque il sacrificio di questi “veri martiri”,  espulsi dalle loro case, spesso con i soli vestiti che avevano addosso, non deve essere dimenticato.
“Invocare la religione – afferma il card. Tauran – per giustificare questi crimini, è un crimine contro la stessa religione”. Il porporato poi richiama il fatto che “cristiani e musulmani, e nei fatti tutta l’umanità, hanno bisogno di abbondanti e concreti frutti del loro dialogo”.
D’altronde, fa notare il cardinale, tutti noi siamo consci delle necessità del dialogo tra studiosi, e dovremmo essere consapevoli di quanto sia importante portare i frutti dell’ incontro che si svolge a Teheran in tutti gli ambiti in cui musulmani, cristiani, credenti di altre religioni e non credenti, vivono, lavorano e studiano assieme.

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lunedì, novembre 24, 2014

 

Prime notizie della distruzione di un monastero a Mosul da parte dell'IS

By Baghdadhope*
 
Secondo quanto riportato al sito Ankawa.com da alcuni testimoni i miliziani dello stato islamico avrebbero distrutto, utilizzando delle cariche esplosive, il monastero del Soccorso, costruito nel 1984 ed appartenenete all'ordine delle Suore caldee del Sacro Cuore.
Il monastero, che ospitava le suore e le persone in difficoltà o amnziane che esse assistevano, era stato costruito nel 1984, si trovava (le fonti di ankawa hanno riferito la sua completa distruzione ma non ci sono foto dell'accaduto) nel quartiere arabo di Mosul, e da tempo era stato utilizzato per alloggiare i miliziani dello stato islamico che ne avevano preso possesso dopo la fuga delle suore e degli ospiti.
Nessun danno è stato per ora riportato al monastero di San Giorgio che si trova davanti a quello delle suore.  
Secondo quanto riferito dalla Iraq Press Agency i miliziani dell'IS avrebbero sgombrato la zona  attorno al monastero, avvertito le persone di tenersene lontani e fatto detonare le cariche esplosive con un telecomando a distanza.


AGGIORNAMENTO:
Alle 18.20 il sito Ankawa.com ha pubblicato la prima foto del monastero. Qualche minuto dopo però Ishtar TV ha riportato che secondo alcune voci da Mosul ad essere stato distrutto con cariche esplosive sarebbe stato il Monastero di San Giorgio e non quello della suore caldee, e secondo altre addirittura tutte e due le strutture sarebbero state minate e distrutte. 



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Isis in Iraq: The trauma of the last six months has overwhelmed the remaining Christians in the country

Patrick Cockburn

Two years ago Jalal Yako, a Syriac Catholic priest, returned to his home town of Qaraqosh to persuade members of his community to stay in Iraq and not to emigrate because of the violence directed against them.
"I was in Italy for 18 years, and when I came back here my mission was to get Christians to stay here," he says. "The Pope in Lebanon two years ago had established a mission to get Christians in the East to stay here."
Father Yako laboured among the Syriac Catholics, one of the oldest Christian communities in the world, who had seen the number of Christians in Iraq decline from over one million at the time of the American invasion in 2003 to about 250,000 today. He sought to convince people in Qaraqosh, an overwhelmingly Syriac Catholic town, that they had a future in Iraq and should not emigrate to the US, Australia or anywhere else that would accept them. His task was not easy, because Iraqi Christians have been frequent victims of murder, kidnapping and robbery.
But in the past six months Father Yako has changed his mind, and he now believes that, after 2,000 years of history, Christians must leave Iraq. Speaking at the entrance of a half-built mall in the Kurdish capital Irbil where 1,650 people from Qaraqosh have taken refuge, he said that "everything has changed since the coming of Daesh (the Arabic acronym for Islamic State). We should flee. There is nothing for us here." When Islamic State (Isis) fighters captured Qaraqosh on 7 August, all the town's 50,000 or so Syriac Catholics had to run for their lives and lost all their possessions.
Many now huddle in dark little prefabricated rooms provided by the UN High Commission for Refugees amid the raw concrete of the mall, crammed together without heat or electricity. They sound as if what happened to them is a nightmare from which they might awaken at any moment and speak about how, only three-and-a-half months ago, they owned houses, farms and shops, had well-paying jobs, and drove their own cars and tractors. They hope against hope to go back, but they have heard reports that everything in Qaraqosh has been destroyed or stolen by Isis. Christians who fled Mosul pray at a church in Qaraqosh
Some have suffered worse losses. On the third floor of the shopping mall in Irbil down a dark corridor sits Aida Hanna Noeh, 43, and her blind husband Khader Azou Abada, who was too ill to be taken out of Qaraqosh by Aida, with their three children, in the final hours before it was captured by Isis fighters. The family stayed in their house for many days, and then Isis told them to assemble with others who had failed to escape to be taken by mini-buses to Irbil. As they entered the buses, the jihadis stripped them of any remaining money, jewellery or documents. Aida was holding her three-and-a-half month old baby daughter, Christina, when the little girl was seized by a burly IS fighter who took her away. When Aida ran after him he told the mother to get back on the bus or he would kill her. She has not seen her daughter since.
It is not the savage violence of Isis only that has led Father Yako to believe that Christians have no future in Iraq. He points also to the failure of both the Iraqi government and the Kurdistan Regional Government (KRG) to defend them against the jihadis. Christians in Iraq have traditionally been heavily concentrated in Baghdad, Mosul and the Nineveh Plain surrounding Mosul. But on 10 June some 1,300 Isis fighters defeated at least 20,000 Iraqi army soldiers and federal police and captured Mosul. The army generals fled in a helicopter. In mid-July Christians in the city were given a choice by Isis of either converting to Islam, paying a special tax, leaving or being executed. Almost all Christians fled the city.
Kurdish peshmerga moved into Qaraqosh and other towns and villages in the Nineveh Plain. They swore to defend their inhabitants, many of whom stayed because they were reassured by these pledges. Father Yako recalls that "before Qaraqosh was taken by Daesh there were many slogans by the KRG saying they would fight as hard for Qaraqosh as they would for Irbil. But when the town was attacked, there was nobody to support us." He says that Christian society in Iraq is still shocked by the way in which the Iraqi and Kurdish governments failed to defend them.
Johanna Towaya, formerly a large farmer and community leader in Qaraqosh, makes a similar point. He says that up to midnight on 6 August the peshmerga commanders were assuring the Syriac Catholic bishop in charge of the town that they would defend it, but hours later they fled. Previously, they had refused to let the Christians arm themselves on the grounds that it was unnecessary. Ibrahim Shaaba, another resident of the town, said that he saw the Isis force that entered Qaraqosh early in the morning of 7 August and it was modest in size, consisting of only 10 vehicles filled with fighters.
At first, IS behaved with some moderation towards the 150 Christian families who, for one reason or another, could not escape. But this restraint did not last; looting and destruction became pervasive. Mr Towaya says that the Isis authorities in Mosul started "giving documents to anybody getting married in Mosul to enable them to go to Qaraqosh to take furniture [from abandoned Christian homes]."
As so many had fled, there are few who can give an account of how IS behaved in their newly captured Christian town. But one woman, Fida Boutros Matti, got to know all too well what Isis was like when she and her husband had to pretend to convert to Islam in order to save their lives and those of their children, before finally escaping. Speaking to The Independent on Sunday in a house in Irbil, where they are now living, she explained how she and her husband Adel and their young daughter Nevin and two younger sons, Ninos and Iwan, twice tried to flee but were stopped by Isis fighters.
"They took our money, documents and mobile phones and sent us home," she says. "After 13 days they knocked on our door and the men were separated from the women. Thirty women were taken with their children to one house and told they must convert to Islam, pay a tax or be killed. We told them that since they had taken all our money, we could not pay them." Four days later, some fighters burst into the house saying they would kill the women and the children if they did not convert.
Soon afterwards, Mrs Matti was taken to Mosul in a car with three other women and a guard who, she recalls, threw a grenade into a house on the way to frighten them. In Mosul they were taken first to al-Kindi prison, formerly an army camp, but did not enter it and then their guard got a phone call to bring them to a house in the Habba district of the city.
In the house, she and the three other Christian women were put in one room, next to another in which there were 30 Yazidi girls between 10 and 18 who were being repeatedly raped by the guards. Mrs Matti says that "the Yazidi girls were so young that I worried about Nevin and told the guards that she was eight years old though she is really 10".
They told her that her husband, Adel, had converted to Islam. She asked to speak to him on the phone, saying she would do whatever he did. They spoke, and agreed that they had no choice but to convert if they wanted to survive.
When they appeared before an Islamic court in Mosul to register their conversion, their three children were given new, Islamic names: Aisha, Abdel-Rahman and Mohammed. They went to live in a house in a Sunni Muslim district and from there – here the husband and wife are circumspect about what exactly happened – they secured a phone and contacted relatives in Irbil. They said that they needed to take one of their children for medical treatment in Mosul city centre, and, once there, they had a pre-arranged meeting with a driver who took them by a roundabout route through Kirkuk to the protection of the KRG.
The trauma of the last six months has been overwhelming for the remaining Christians in Iraq. The Chaldean Archbishop of Irbil, Bashar Warda, heads an episcopal commission to help displaced Christians whom he says number 125,000, or half the total remaining Christian population. Unlike other displaced people in Iraq, the Christians are mostly cared for by the churches. He says that there will always be a few Christians remaining in Iraq, but overall "they have lost their trust in the land. Some 80 or 90 are leaving every day for Turkey, Lebanon and Jordan." Others would go if they had money and visas.
Mounting persecution since 2003 and now the final calamity of Isis taking Mosul and the Nineveh Plain has convinced many that they can no longer stay. The archbishop suspects that, even if IS is driven back and Christians can return to their homes, half of them will only stay long enough to sell their property. Almost exactly a hundred years after the Armenian Christians in Turkey were slaughtered or driven into exile, the end has come for the Christian community of Iraq. "Have no doubt," concludes Archbishop Warda, "that here is massacre, here is a tragedy."

Iraq’s Christian heritage
The Christian communities in Iraq can trace their history back to the early days of their faith. Most are Chaldeans, a small sect which is autonomous from Rome but which recognises the authority of the Pope. There are an estimated 500,000 ethnic Assyrians indigenous to northern Iraq, south-east Turkey, north-east Syria and north-west Iran. This group is so ancient that some of its members still speak Aramaic, the language of the New Testament.
The country’s other major Christian community is also Assyrian, and its Ancient Church of the East, having embraced Christianity in the first century AD, is believed to be the oldest Christian denomination in Iraq.
In addition to these groups, there are small communities of Syrian Catholics, Armenian Orthodox and Armenian Catholic Christians, as  well as Greek Orthodox and Greek Catholic communities.   
Jamie Merrill

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Iraq: vescovo Bagdad, sostenere i cristiani perseguitati

By AGI

"Uomini, donne e bambini di fede cristiana sono le vittime di un genocidio che si sta consumando in Iraq ad opera dell'Isis". Cosi' monsignor Shlemon Warduni, vescovo ausiliare di Bagdad, a Perugia per l'incontro: 'Sperando contro ogni speranza - la testimonianza dei Cristiani iracheni', promosso dal Centro culturale 'Maesta' delle Volte' con la collaborazione dell'Archidiocesi e del Comune di Perugia.
Il presule iracheno, accolto dal vescovo ausiliare monsignor Paolo Giulietti, ha lanciato un appello a "pregare incessantemente perche' si fermi il genocidio dei cristiani in Iraq, ma anche in Siria, Egitto, dove sono sempre piu' gli episodi di violenza contro quanti non professano la religione islamica".
"Il messaggio che ha lasciato a Perugia il vescovo ausiliare di Bagdad
- ha sottolineato il direttore della Caritas Daniela Monni - e' stata proprio la speranza fondata nella carita'. Ha parlato del 'sangue dei cristiani' che 'e' frumento', il seme dal quale deve germogliare la speranza per un futuro di pace. Cio' e' possibile anche in tutto il Medio Oriente, in quanto la gran parte dei musulmani non e' dell'Isis, perche' sono loro stessi a dire: 'se uccidi degli innocenti questo non e' Islam'".
"Nell'apprestarci a vivere l'Avvento di fraternita', che la Caritas ripropone ogni anno nell'attesa del Santo Natale, non possiamo non pensare alle tante famiglie in difficolta', famiglie vicine, qui a Perugia, famiglie piu' lontane, in Iraq, Siria, ma tutte facenti parte della piu' grande famiglia umana"

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A messa coi cristiani perseguitati che non hanno perso la fede

By Il Giornale



Il Giornale
Alle spalle un piccolo crocefisso con Gesù che sanguina, come il popolo cristiano dell'Iraq. In 120mila sono scappati dalle loro case davanti all'avanzata dello Stato islamico. E adesso vivono come un popolo in fuga nel Kurdistan in condizioni estremamente precarie. Alcuni sono ancora sotto le tende nonostante l'arrivo della prima neve. Altri sono piazzati come bestie in strutture fatiscente dentro dei moduli abitativi che assomigliano a dei loculi.
Però non hanno perso la fede. Anzi si aggrappano disperatamente alle preghiere, anche se sono scappati in ciabatte e non possiedono più nulla. Ed ogni domenica si ritrovano sotto il tendone che fa da chiesa improvvisata per assistere alla messa. Le madri con i bambini piccoli in braccio, gli anziani che snocciolano il rosario ed i giovani che hanno fatto da poco la comunione. Sguardi tristi, ma fieri di chi affronta il calvario con dignità e non ha perso la speranza di tornare un giorno nelle proprie case strappate via del Califfo o di rifarsi una vita all'estero sempre facendosi il segno della croce. Per questo dedichiamo questo piccolo tributo fotografico ai nostri fratelli cristiani perseguitati, che nonostante tutto ogni domenica hanno ancora la spinta per andare a messa. Un insegnamento per tutti noi, che viviamo la fede come un optional.


Clicca sul titolo del post o qui per l'intero reportage fotografico de Il Giornale


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Il vescovo di Mosul: "L'Italia ci aiuti a salvare i cristiani"


Amil Nuna è stato costretto alla fuga con i suoi fedeli davanti all'avanzata del Califfo. Prima di partire per Roma, dove incontrerà il Papa, denuncia la memoria corta dell'Occidente
I cristiani cacciati dal Califfato torneranno mai nelle loro case?
«Io sono uno di loro, come vescovo di Mosul. Bisogna tornare, ma anche avere delle garanzie per vivere in sicurezza».
Quali sono le garanzie per il ritorno dei cristiani?
«Prima di tutto liberare la zona dai militanti dell'Isis e fare giustizia dei collaborazionisti locali, i vicini di casa, che hanno cacciato i cristiani e partecipato al saccheggio delle nostre abitazioni. Poi ci vuole una forza irachena o internazionale che garantisca la sicurezza dei cristiani».
Quasi tutti i rifugiati che abbiamo incontrato vogliono emigrare. Solo la Francia, però, concede qualche visto. Ci siamo di nuovo dimenticati di voi?
«Penso che l'Europa, l'Occidente ci hanno un po' dimenticato. Dopo tre mesi di attenzione bisogna "normalizzare". Prima dello Stato islamico era uguale. Convincere un cristiano dell'Iraq a restare nella sua terra sarà molto difficile perché ha perso tutto. L'Europa ha radici cristiane. Per questo motivo dovrebbe avere la responsabilità morale di garantire una vita degna per i fratelli cristiani in Iraq o all'estero».
Dopo mesi la condizione dei rifugiati è ancora difficile per usare un eufemismo.
Come è possibile?
«Nessuno ci ha aiutato. Anche le Nazioni Unite parlano tanto e combinano poco. Non basta portare un po' di viveri e acqua. Il vero problema è l'alloggio».
Sta dicendo che la comunità internazionale non vi aiuta?
«É proprio così. Solo le Chiese stanno lavorando veramente per aiutare i cristiani».
Dall'Italia cosa si aspetta?
«La Chiesa italiana sta facendo molto, ma il governo poco niente. Un rappresentante del vostro consolato ci ha appena portato un po' di viveri, che abbiamo stoccato nel nostro magazzino per distribuirlo. Si tratta di briciole».
Con l'arrivo dell'inverno l'emergenza riguarda gli alloggi…
«Certamente. Si doveva costruire fin dall'inizio delle case prefabricate. Il governo iracheno o i rappresentanti dei paesi occidentali, che sono venuti quando è cominciata la crisi potevano farlo. Lo abbiamo detto subito che con 120mila rifugiati il grosso problema sarà l'alloggio. Nel primo mese dell'emergenza è stato presentato un nostro progetto per la costruzione di 5mila case all'Unione europea, tramite i ministri degli Esteri di tre paesi, rimasto lettera morta».
Che fine hanno fatto le chiese nelle zone sotto controllo dello Stato islamico?
«Tutte le nostre chiese ed i centri di catechismo sono occupati dai militanti islamici soprattutto dal giorno in cui gli aerei americani hanno cominciato a bombardare. Cercano rifugio nelle chiese per non venir colpiti».

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venerdì, novembre 21, 2014

 

Iraq's Displaced Christians Seek New Identities in Baghdad

By Niqash
Ahmad Mohammed

Many members of Iraq’s Christian minority who fled Mosul have more to worry about than just finding a roof to put over their heads. Often they also need to renew the identity papers and other official documents they left behind. Critics say this process, which usually entails travelling to Baghdad, is still too expensive and complex.
After the extremist organisation known as the Islamic State entered Mosul in early June, it took them several weeks to reveal their true intentions towards religious minorities in the area.
In mid-July, a message from the group was read out at mosques around the northern city of Mosul, which is also the capital of the province of Ninawa. The Islamic State, or IS, group gave the Christians in the town, three choices: Paying them a tax, converting to their version of Islam or death.  
The leaders of the Christian community didn’t trust the IS fighters so they and almost all other Christians left the city. And in doing so, many of them left behind almost everything they owned.
Samir Abdul-Samad, one of the Christians who left Mosul, told Niqash that he left well before the midday-Saturday deadline. But he says he was in such a panic that he and his family left behind some of their official documents. After spending several days in one of the refugee camps set up in nearby Iraqi Kurdistan Abdul-Samad and his family were forced to travel to Baghdad to one of the special offices set up for internally displaced people to get new papers issued.
It’s a common tale. In November the International Organization for Migration, an inter-governmental organization working in the field of migration, estimated that the number of displaced throughout Iraq was coming close to 2 million and that Iraqi Kurdistan was hosting almost half of these, around 47 percent. Many of these individuals left their homes with only the clothes on their backs and many now require new documents in order to claim, not just their identities, but various social welfare services.
Another displaced Iraqi, Haytham Matti, who comes from an area east of Mosul, says that although he managed to bring most of the necessary documents with him, he knows many people who were not able to. The Christians who left later, shortly before the IS group’s deadline, lost nearly everything, from official documents to cash to their mobile phones, he says.
Some Christians in Mosul who refused to leave their homes were rounded up by the IS group and had all their possessions and papers confiscated before being released, says Matti, who is currently living in one of the basements in a church in the Iraqi Kurdish city of Sulaymaniyah.
Once the Christian families had left Mosul, the IS group began confiscating their homes and other property, distributing these to followers and fighters or making plans to sell it.
“We heard that other people were given these houses and that they used the furniture and facilities,” Matti told Niqash, “Other houses were simply looted or even demolished. Even the doors and windows from these houses have gone.”
The troubling thing is, there don’t seem to be any official – or even semi-official – records being made that would say which property belonged to whom, that might clarify things once the IS group are driven out of Mosul.
Nobody has taken the trouble to meet with the displaced people here in order to collect information about their property, says Father Ayman Aziz Hermiz, the priest at St Joseph’s Chaldean Catholic Church in Sulaymaniyah.
“The displaced can get hold of new official papers they lost – such as identity cards or certificates of nationality as well as ration cards,” Hermiz said. “But the problem is they have to go to Baghdad to do this and a lot of them cannot afford to travel there, or stay there, in order to do this. Passports,” he added, “can be replaced in Erbil and Sulaymaniyah.”
A lot of the people who fled their homes are either thinking about leaving the country, or else they already have, says Hermiz. For example, in his church hall, he has around 40 families in residence and their living quarters are separated from the other families by only a sheet. “These conditions are very difficult,” Hermiz said.
MP Shorouq al-Abeji, a member of the coalition of civil society-minded Civil Democratic Alliance in Baghdad who is on a committee to follow up on how displaced Iraqis are faring, believes that the procedures for issuing new identity papers and other documents is not yet good enough.
“These procedures are one of the major dilemmas that many displaced people are facing,” she told Niqash.
In a telephone interview, al-Abeji explained that the government had put in place measures to help those who had lost of all of their official documentation. But these were limited simply to providing direct aid in that realm and that nothing had really been done about collecting information on confiscated properties as a result of the current crisis.
“Baghdad has all the required information to re-issue official documents for the displaced that need them,” says Iraqi Christian MP, Yonadam Kanna.
Kanna says he’s suggested the Iraqi government form a new body that he thought should be called the National Commission for Disasters and the Forcibly Displaced. Its task would be assessing and compensating Iraqis for damages and to rehabilitate affected areas.
Kanna believes that now the situation in Iraq is about more than simply liberating areas occupied by the IS group and their followers. It must also be about reconstruction of destroyed infrastructure and compensating locals for their losses. “We need special projects that aim at civil peace. We need legal and social remedies for this illness,” he asserted. However, he added, “for things to go back to the way they were before the IS group, we’re going to need two to three years.”

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Ma la chiesa 
sull’islam balbetta

By Settimo Cielo - l'Espresso
Sandro Magister









Tra pochi giorni papa Francesco si recherà in Turchia, quindi nel vivo di quella nuova guerra globale “a pezzi” che egli vede imperversare nel mondo. Il califfato islamico che si è insediato sotto il confine turco, tra la Siria e l’Iraq, polverizza le vecchie frontiere geografiche, è per sua natura mondiale. Gli hanno dichiarato obbedienza dall’Egitto, dall’Arabia Saudita, dallo Yemen, dall’Algeria, dalla Libia. In Nigeria e Camerun Boko Haram ha esteso il califfato anche nell’Africa subsahariana. «La marcia trionfante dei mujaheddin arriverà fin a Roma», ha proclamato Abu Bakr al Baghadi, il califfo.
I cristiani sono tra le molte vittime di questo islam puritano, che vuol fare deserto anche di ciò che considera i maggiori tradimenti dell’islam delle origini: l’eresia sciita con epicentro l’Iran e il modernismo laicizzante della Turchia di Kemal Atatürk, dal cui mausoleo papa Francesco inizierà il suo viaggio. A Mosul non c’è più una chiesa dove ancora si celebri messa, come nemmeno era avvenuto dopo l’invasione dei mongoli. Impossibile non ravvisare in ciò i connotati di una “guerra di religione” all’estremo, combattuta nel nome di Allah.
Ma sull'Islam la Chiesa cattolica balbetta, tanto più quanto si sale di grado. A Roma il cardinale Jean-Louis Tauran pubblica la più circostanziata denuncia delle atrocità del califfato e dichiara cessata ogni possibilità di “dialogo” con chi tra i musulmani non estirpi la violenza dalle radici. Ma quando il segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, parla a New York dalla tribuna dell’Onu, evita accuratamente le parole tabù “islam” e “musulmani”. Certo, Parolin eleva la protesta contro la “irresponsabile apatia” dimostrata dal Palazzo di Vetro. Ma è proprio all’Onu che Francesco demanda la sola decisione legittima d’intervento armato sul teatro mediorientale.

Papa Jorge Mario Bergoglio ha restituito ai diplomatici, in curia, quel ruolo che i due pontefici precedenti avevano offuscato. Ma in definitiva è lui in persona a dettare tempi e modi della geopolitica vaticana. Più con i silenzi che con le parole. Ha taciuto sulle centinaia di studentesse nigeriane rapite da Boko Haram. Ha taciuto sulla giovane madre sudanese Meriam, condannata a morte solo perché cristiana e infine liberata per interventi d’altri. Tace sulla madre pakistana Asia Bibi, da cinque anni nel braccio della morte perché “infedele”, e nemmeno dà risposta alle due lettere accorate da lei scrittegli quest’anno, prima e dopo la riconferma della condanna.

Il rabbino argentino Abraham Skorka, amico di Bergoglio da vecchia data, ha detto d’aver ascoltato da lui che «dobbiamo accarezzare i conflitti». Con l’islam, anche il più teologicamente sanguinario, il papa fa così. Non chiama mai per nome i responsabili. Vanno “fermati”, ha detto, ma senza esplicitare come. Prega e fa pregare, come con i due presidenti israeliano e palestinese. Invoca ad ogni passo il dialogo, ma su ciò che unisce e non su ciò che divide.
Benedetto XVI nel 2006, prima a Ratisbona e poi a Istanbul, disse ciò che nessun papa aveva mai osato: che la violenza associata alla fede è l’inevitabile prodotto del fragile legame tra fede e ragione nella dottrina musulmana e nella stessa sua comprensione di Dio. E disse chiaro al mondo islamico che esso aveva davanti a sé la stessa sfida epocale che il cristianesimo aveva già affrontato e superato: quella di «accogliere le vere conquiste dell’illuminismo, i diritti dell’uomo e specialmente la libertà della fede e del suo esercizio». Da lì prese vita quel germoglio di dialogo che trovò espressione nella lettera dei 138 saggi musulmani.
Nei giorni scorsi papa Francesco ha salutato alcuni loro rappresentanti, arrivati a Roma per una nuova tornata di quel dialogo. Ma di quelle questioni capitali non si è parlato. È ormai da un millennio che nell’islam la “porta dell’interpretazione” è chiusa e il Corano non si può discutere se non ad alto rischio, anche della vita.

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giovedì, novembre 20, 2014

 

Il papa in Iraq dopo il viaggio in Turchia?

By Baghdadhope*

Il sito Ankawa.com riporta che il Patriarca caldeo, Mar Louis Raphael I Sako, ha riferito di come il presidente iracheno, Fuad Masum, lo abbia informato di aver inoltrato attraverso i canali diplomatici la richiesta ufficiale di una visita in Iraq del Santo Padre.
Malgrado Mar Sako avesse già invitato varie volte il Santo Padre è prassi comune che prima di un viaggio ufficiale lo stesso riceva un analogo invito da parte del capo dello stato del paese da visitare.
Il patriarca caldeo, nel corso della sua breve visita a Roma del 18 novembre in occasione di un simposio internazionale, ha detto che la visita di Papa Francesco è uno dei desideri degli iracheni cristiani, insieme a quello di tornare nelle case da cui sono stati scacciati dalle truppe dell'IS a giugno ed ad agosto.
Una breve visita del Santo Padre in Iraq potrebbe, secondo Mar Sako, aggiungersi a quella che egli compirà in Turchia alla fine di questo mese. 
Da notare che, interrogato a proposito da un giornalista nel corso del Concistoro per il Medio Oriente tenutosi lo scorso 20 ottobre a Roma Padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa della Santa Sede aveva risposto:
“Quello dei viaggi del Papa è un tema sempre evocato, ma non c’è nulla di preciso, e certamente nulla di imminente, che riguarda la presenza di Papa Francesco in Medio Oriente”.


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Nuovo ricatto jihadista per i cristiani di Mosul: se non pagate, le vostre case saltano in aria

By Fides

Diversi profughi cristiani originari della città di Mosul rivelano di aver ricevuto per telefono ricatti da sedicenti militanti dello Stato Islamico, che minacciano di far saltare le case da cui loro sono stati costretti a fuggire se non sono disposti a pagare prontamente una somma di denaro.
Il ripetersi di questo tipo di ricatti via telefono, denunciato dalle vittime al sito arabo.www.ankawa.com, è solo l'ultima delle violenze subite da quanti sono fuggiti da Mosul dopo che la seconda città dell'Iraq è caduta sotto il controllo dei miliziani jihadisti dello Stato Islamico, lo scorso 9 giugno. Altri profughi cristiani dichiarano di aver subito un diverso e più sofisticato tipo di ricatti: in qualche caso, sono stati raggiunti per telefono da ex vicini di casa che dichiarano di essersi impossessati delle loro foto private lasciate nelle case da cui i cristiani sono stati costretti a fuggire, e minacciano di pubblicarle sui social network dopo averle ritoccate trasformandole in immagini sconvenienti. 


20 novembre 2014 Ankawa.com
Displaced Christian people from Mosul reported to the site of Ankawa.com: ISIS blackmailing and threaten us morally despite we moved away from them

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L'appello dei cristiani in Iraq: "Europei svegliatevi"

By Il Giornale
Fausto Biloslavo

VIDEO: I RIFUGIATI CRISTIANI DIMENTICATI
VIDEO: LA BAMBINA RAPITA DAL CALIFFO

I rifugiati che si trovano a Erbil: "Qui stiamo morendo. Aprite le porte e concedeteci i visti per emigrare da questo Paese orribile". La stragrande maggioranza dei 120mila cristiani fuggiti nel Kurdistan iracheno vuole andarsene 

“Europei svegliatevi! - esorta Douglas Bazi, prete in trincea - I vostri fratelli cristiani in Iraq stanno morendo. Aprite le porte e concedete alla mia gente i visti per emigrare e andarsene da questo Paese orribile”.
La stragrande maggioranza dei 120mila cristiani rifugiati nel Kurdistan iracheno vogliono andarsene dall’inferno che si sono lasciati alle spalle con l’avanzata dello Stato islamico, che li ha cacciati dalle loro case a Mosul e nella piana di Ninive.
La chiesa caldea di Sant’Elia si trova ad Ainkawa, il sobborgo cristiano di Erbil, la capitale della regione autonoma dei curdi, dove si è riversata una fiumana di profughi cristiani. Nell’ampio giardino, in mezzo alle case, padre Bazi organizza come può la tendopoli, che ospita 522 anime. Hana Petros è scappata da Karakosh, a piedi, in mezzo ai combattimenti fra i peshmerga curdi ed i tagliagole dello Stato islamico. Ci fa vedere la tenda dove vivono in sette, compresi i bambini che dormono sui letti a castello. “Vorrei tanto tornare a casa nostra, ma se non sarà possibile accoglieteci voi - sussurra a denti stretti con un piccolo crocefisso di legno in mano - In Iraq, per noi cristiani, non c’è speranza”.
I nostri fratelli in fuga vivono come bestie nel centro commerciale in costruzione di Ainkawa dove gli “alloggi” sono dei loculi con teloni azzurri al posto del soffitto. Il girone dantesco assomiglia molto ai miseri campi per i profughi istriani, che fuggivano dalle foibe di Tito alla fine della seconda guerra mondiale.
Nel centro commerciale sono stipati 1650 rifugiati.
Nel loculo A 203, quattro metri per quattro, sopravvive la famiglia di Cristina Khader Ebada, una bimba di tre anni. Il padre, cieco, si fa il segno della croce quando entriamo. La madre Aida è disperata: “Sono arrivati a Karakosh urlando Allah o Akbar e che i cristiani dovevano andarsene. Il 22 agosto ci hanno caricato su degli autobus. Prima siamo stati derubati e poi un uomo vestito di nero, lo sguardo da diavolo ed i capelli bianchi, si è preso la mia bambina, senza spiegazioni. Non l’ho più vista e non so dove sia”.
La chiesa di San Giuseppe è il quartier generale del vescovo caldeo di Mosul, Amil Nuna, costretto alla fuga con i suoi fedeli.
“L’Occidente ci ha dimenticato - denuncia il prelato, che parla italiano - Abbiamo bisogno di case per l’inverno, ma il progetto di 5mila abitazioni presentato all’Unione europea è rimasto lettera morta”.

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Patriarca di Baghdad ai leader musulmani: Troppi silenzi sullo Stato islamico, un nazismo in nome dell'islam

By Asia News
Louis Raphael I Sako*

 In un Medio oriente e un Iraq "ferito", il "silenzio" degli Stati arabi e dei leader musulmani favoriscono l'ascesa dello Stato islamico, una forza "barbara" e brutale che "distorce" la religione musulmana. È quanto ha affermato il patriarca caldeo Mar Louis Raphael I Sako, intervenendo a una conferenza internazionale a Vienna sul dialogo interreligioso. Sua beatitudine avverte che "gli esperti e i dotti di religione musulmana devono contrastare le ragioni dello SI, confutare le loro argomentazioni con la giurisprudenza e denunciare le loro pratiche criminali", perché "le loro idee e i loro pensieri sono una piaga per la razza umana".

Il patriarca Sako ha letto questa lettera ieri a Vienna, in Austria, in occasione di una Conferenza internazionale organizzata dal centro attivo nella promozione del dialogo interreligioso, ispitato e sostenuto dal re saudita Abdullah bin Abdulaziz. L'incontro si è tenuto dal 18 al 19 novembre e ha registrato la partecipazione di 200 personalità musulmane e cristiane, all'insegna del tema: "Uniti contro la violenza in nome della religione, a sostegno delle differenze culturali e religiose in Iraq e Siria". 
Il patriarca ha anche denunciato la tratta delle donne da parte delle milizie jihadiste, che hanno operato un ribaltamento dei valori riportando il mondo ad un'epoca oscurantista. "Attendiamo con ansia - conclude il patriarca - il giorno in cui i musulmani urleranno con forza [...] che gli attacchi contro persone innocenti, siano essi cristiani o musulmani, credenti o meno, sono contro la religione e contro Dio".
Ecco, di seguito, il testo dell'intervento di Mar Sako inviato ad AsiaNews:

Ai fratelli e alle sorelle musulmane di tutto il mondo, 
             mi rivolgo a voi salutandovi come fratelli, all'interno della stessa famiglia umana e in nome di tutti quei valori comuni che condividiamo. Basandoci sui nostri obiettivi comuni e fiduciosi nella capacità delle nazioni di preservare la vita e di orientare l'opinione pubblica al rispetto delle aspirazioni, mi appello a voi, che rappresentate la maggioranza moderata dei musulmani ovunque vi troviate, per capire se la nostra attuale tragedia sia solo una causa persa, oppure vi siano responsabilità non ancora accertate.  
Mi rivolgo a voi con uno spirito di sincerità, portando nelle mie mani la mappa di un Medio oriente e di un Iraq feriti; proprio quella parte del mondo, che per molti secoli ha rappresentato il centro del mondo; un'area in cui è in atto una crisi storica senza precedenti. Con questa lettera vorrei esprimere tutto il mio dolore e il dolore dei vostri fratelli e sorelle cristiani, di fronte a questa terribile calamità, richiamandomi alla vostra coscienza e alla vostra buona volontà, perché facciate qualcosa per la liberazione delle città, il recupero delle proprietà e la restituzione dei loro diritti. Di conseguenza, sono a chiedervi un cambiamento drastico, perché è vostro dovere trovare una risposta, la quale deve venire da voi e non da altre forze esterne. 
Condividendo la stessa sensibilità umana, credo che anche voi - come noi - siate rimasti ugualmente scioccati dalle gesta barbare che hanno imperversato nelle città di Mosul e della piana di Ninive ai danni dei cristiani, yazidi e altre minoranze, sradicati e cacciati a mani vuote dalle loro case e villaggi in piena notte, spinti verso "un futuro incerto" in preda alla paura e al terrore. 
All'interno di questa assemblea, riunita a nome dell'umanità, vale la pena ricordare che vi è una legge superiore (sharia) di amore e misericordia incisa nel cuore di ogni uomo. Questa legge superiore chiede compassione e carità, per ogni genitore privo di speranza per il proprio figlio che muore di fame fra le sue braccia e misericordia per chiunque sia oggetto di sofferenze. Per questo i crimini commessi dallo Stato islamico (SI) contro questi civili inermi rivelano un'assurda teoria o legge che nulla ha a che vedere con alcuna legge umana, quanto piuttosto con la barbarie. 
Quello che più desta impressione è la violazione da parte dello SI della sacralità delle chiese e dei monasteri, dando fuoco a quello che è racchiuso all'interno fra cui vecchi manoscritti, vendendole o trasformandole in moschee, alcune delle quali fra l'altro sono state costruite nei primi secoli. Ed è al contempo fonte di vergogna assistere alla riduzione legalizzata delle donne in condizioni di prigionia; esse sono vendute al mercato degli schiavi, diventando così "merce di scambio" alla stregua di un "vecchio arnese"! Questo è, di tutti, il male peggiore! Mi fa ricordare i mostri, che vengono descritti nel libro dell'Apocalisse (capitolo 13). 
Difatti, questi gesti barbari che resteranno per sempre una macchia nella storia dell'umanità, sono promossi e perpetrati da organizzazioni e ideologie del tutto simili al Nazismo e alle altre filosofie politiche totalitarie. Tuttavia, la storia umana non mostrerà mai compassione verso quanti pianificano e mettono in atto piani di natura così feroce, che minacciano persino l'esistenza stessa dei cristiani, che sono originari di queste terre. A differenza dei Nazisti e delle altre ideologie mortali del XXmo secolo, lo SI rivendica ogni suo gesto in nome dell'islam.  
Ancor più, sono fonte di inquietudine quelli che hanno negato o sminuito la minaccia rappresentata dallo SI, in particolare quando la nostra gente priva di speranza - i cristiani, gli yazidi, i membri delle altre minoranze - sono stati colpiti in nome della religione islamica. Ed è al contempo fonte di costernazione la risposta del tutto deficitaria della comunità islamica ufficiale, che ha denunciato questi atti solo attraverso dichiarazioni timide e senza alcuna forza, mostrando al tempo stesso la mancanza di una vera guida nell'informare l'opinione pubblica sul pericolo rappresentato dallo Stato islamico, il quale perpetra e legittima i suoi gesti e i suoi atti con il manto della religione. 
Come è possibile restare inerti davanti a questi crimini senza fine, davanti alla repressione e alla cacciata di persone innocenti, secondo comportamenti che per lo SI e i movimenti fondamentalisti sono assolutamente legittimi e legali. Non è forse questa una umiliazione per tutta l'umanità in generale e per le donne, in particolare? Abbiamo forse iniziato a vivere in un'era in cui si registra un ribaltamento dei valori? All'apparenza non vi è alcun rispetto per gli esseri umani, e la vita sembra aver perso ogni valore. 
Noi, in qualità di minoranze senza protezione o cura, siamo oggetto di attacchi, i nostri bambini sono minacciati e rapiti, le nostre case depredate o saccheggiate in pieno giorno, come se tutto questo fosse lecito (Halal) e normale. Abbiamo raggiunto la vetta dell'ingiustizia: le nostre famiglie, che un tempo vivevano nelle loro case con dignità e orgoglio, oggi sono sfollate e sparse in molte città e villaggi, in tende o camper, oppure in stanze provvisorie, che sono fornite a titolo gratuito dalla Chiesa. Le malattie sono in continuo aumento, e fra i profughi cresce con sempre maggior forza un sentimento di ansia e inquietudine. 
Colmi di compassione, vi chiediamo di agire in modo responsabile e di fare la vostra parte se lo Stato mostra poco, se non alcuno, interesse a liberare Mosul e le altre città della piana di Ninive, di modo che migliaia di sfollati possano fare rientro nelle loro abitazioni. È essenziale sottolineare il ruolo fondamentale ricoperto da alcune forze regionali o internazionali, che cercano di garantire la sopravvivenza delle cellule dello SI interferendo in un modo ben calcolato. Siamo preoccupati non solo per la mancanza di speranza circa un ritorno immediato nelle nostre città, cosa che spinge sempre più persone a emigrare all'estero, in una qualsiasi nazione che sappia garantire loro maggiore sicurezza, ma anche perché potremmo restare solo un frammento nella storia, implorando protezione all'Unesco perché la conservi. 
In preda all'inquietudine, vi chiediamo di pensare in modo responsabile alla nostra tragedia e di fare qualcosa per migliorare la sicurezza e garantire stabilità ai cittadini. Lo sviluppo del nostro Paese potrà essere garantito solo restituendo ai suoi abitanti una vita normale. Le vere fondamenta di una vostra responsabilità comune nei nostri confronti si basano sulla vostra consapevolezza di un crescente estremismo religioso e oscurantista di natura takfirista; esso è fonte di minaccia per noi, ma non è certo meno pericoloso per voi. 
Non dimenticate che i cristiani sono nativi di questa terra, e hanno contribuito a lungo allo sviluppo della cultura araba. Gli arabi devono assumere una posizione comune, con un voto univoco contro l'estremismo. E questa coalizione araba unita deve assicurare una soluzione pacifica. L'estremismo è dappertutto e ciò che serve è moderazione e un processo di revisione del pensiero che metta al bando l'oscurantismo, unito alla condanna del terrorismo in nome della religione che va combattuto in ogni sua forma. 
Gli esperti e i dotti di religione musulmana devono contrastare le ragioni dello SI, confutare le loro argomentazioni con la giurisprudenza e denunciare le loro pratiche criminali, affermare che le loro idee e i loro pensieri sono una piaga per la razza umana. Le istituzioni educative e religiose devono promuovere e infondere negli studenti una cultura moderata, che insegni il rispetto della diversità e dia una immagine obiettiva dei vari popoli, che sia connotata dal rispetto e dal valore dell'uguaglianza fra tutti gli esseri umani, perché chiunque deve poter vivere in modo libero e degno. 
Il vostro silenzio non è di alcuna utilità perché lo SI e i suoi seguaci sferreranno altri attacchi in grado di distorcere sempre più l'islam. Ed è pericoloso concedere loro questa possibilità, perché le persone penseranno che l'islam è una minaccia alla pace mondiale. Nutriamo grande fiducia sul fatto che possiate agire prima che sia troppo tardi, per impedire che questo tsunami possa investire una nuova zona. 
Attendiamo con ansia il giorno in cui i musulmani urleranno con forza a loro stessi e quanti sono perseguitati, che gli attacchi contro persone innocenti, siano essi cristiani o musulmani, credenti o meno, sono contro la religione e contro Dio, l'Onnipotente, il solo chiamato a giudicare ogni essere umano e ricompensarlo mediante giustizia. 

* Patriarca di Babilonia dei Caldei e presidente della Conferenza episcopale irakena 


Leggi anche da Fides: Patriarca caldeo ai musulmani: La barbarie compiuta in nome dell'Islam ricorda il nazismo. E le vostre reazioni sono timide

da Radiovaticana: Patriarca sako ai leader islamici: troppi silenzi sulle barbarie dell'IS


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mercoledì, novembre 19, 2014

 

Diocesi: Bari-Bitonto, lettera Arcivescovo su cristiani perseguitati in Iraq

By SIR

“Probabilmente non pensavamo possibile che anche ai nostri giorni si potessero ripetere” persecuzioni e stragi di persone “per il solo fatto di essere cristiane”. Lo scrive monsignor Francesco Cacucci, arcivescovo di Bari-Bitonto, in una lettera all'arcivescovo di Mosul, Amel Shimoun Nona, di fronte alla persecuzione dei cristiani in Iraq.
Come in passato, “non si colpiscono - prosegue la lettera, che è stata fatta propria dal Consiglio pastorale diocesano - crimini commessi da cristiani, che danno invece, oggi come allora, una testimonianza di vita irreprensibile”, ma si colpisce “il nome stesso di cristiani”.
Mons. Cacucci e la comunità diocesana, citando l‘apostolo Pietro, affidano i propri sentimenti alla Parola di Dio, “perché le nostre parole sono incapaci di esprimere il dolore per le prove che sopportate e, insieme, la gioia per la vostra bella testimonianza di fede nella risurrezione del Signore, di speranza per il regno che viene, di carità, sia verso i fratelli” sia verso i persecutori.
La lettera, il cui testo integrale è sul sito www.arcidiocesibaribitonto.it, si conclude con l‘assicurazione della preghiera.
Venerdì 21, infatti, si terrà un incontro diocesano di preghiera per le chiese perseguitate nel mondo, alle ore 19,30, nella cappella del seminario diocesano di Bari.

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Le case dei cristiani saccheggiate anche dalle milizie curde dei Peshmerga

By Fides

I cristiani di Tel Isqof, villaggio della Piana di Ninive a 15 chilometri da Tilkaif, denunciano saccheggi compiuti nelle loro case dalle milizie curde Peshmerga, che controllano la zona dal 17 agosto. Le notizie sui saccheggi compiuti dalle milizie impegnate nella lotta ai jihadisti dello Stato Islamico sono riportate sul sito arabo www.ankawa.com.
La cittadina di Tel Isqof era stata occupata il 7 agosto dalle milizie jihadiste che già a giugno avevano conquistato Mosul. Davanti all'avanzata dei jihadisti, la popolazione civile, in gran maggioranza cristiana, era fuggita verso la Regione autonoma del Kurdistan iracheno, lasciando la città deserta. Dieci giorni dopo, i Peshmerga curdi con una controffensiva avevano ripreso il controllo della città. Ma è proprio da allora che i residenti, nei loro periodici ritorni in città per verificare lo stato delle rispettive abitazioni, hanno dovuto prendere atto che le porte di un numero crescente di case e negozi sono state forzate e i beni in essi contenuti saccheggiati: denaro e gioielli, attrezzature tecniche e strumenti elettronici. L'accesso alla città è controllato da squadre dell'intelligence legate al governo autonomo del Kurdistan iracheno, e gli abitanti devono mostrare i documenti d'identità se vogliono accedere alle proprie case e ritirare i propri beni.
Domenica 9 novembre, come riportato da Fides, la chiesa caldea di Tel Isqof dedicata a San Giorgio era stata riaperta per la celebrazione di una liturgia eucaristica, a tre mesi dalla fuga di massa che ha reso deserta la cittadina. 


15 novembre 2014 AINA

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martedì, novembre 18, 2014

 

Iraq: UNHCR, raccolta fondi per sfollati iracheni e siriani

By Sir

L’Unhcr (Alto commissariato Onu per i rifugiati) ha lanciato una campagna di raccolta fondi per 1,9 milioni di sfollati e rifugiati iracheni che hanno bisogno di assistenza umanitaria. “L’inverno in Iraq è già iniziato - avverte Carlotta Sami, portavoce dell’Unhcr, al rientro da una missione al campo profughi di Erbil, nel Kurdistan iracheno - e siamo profondamente preoccupati per il freddo, destinato ad aumentare velocemente nelle prossime settimane, e a far peggiorare drasticamente le condizioni precarie in cui vivono centinaia di migliaia di sfollati. I più esposti e fragili sono le donne e i bambini, è necessario assicurare soccorso a tutti e rispondere ai bisogni più urgenti”. Ai quasi due milioni di iracheni costretti a lasciare le proprie case si aggiungono 225 mila siriani in fuga, che attraversano la Turchia per mettersi in salvo nel Kurdistan iracheno. Dall’inizio del conflitto, l’Unhcr ha fornito beni di emergenza e protezione a oltre 680 mila persone, attivando voli, navi cargo e convogli via terra. Sono stati costruiti in poche settimane ben 6 nuovi campi e garantiti 559 mila rifugi.

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Iraq: "Un Ponte per..." lancia speciale raccolta fondi per Natale

By SIR

Una speciale campagna di raccolta fondi in occasione del Natale. A lanciarla è l’associazione “Un ponte per…”, per cercare di far fronte ai drammatici i numeri dell’emergenza in Iraq che arrivano dalle principali organizzazioni internazionali. Secondo i dati recentemente diffusi dall’Ocha, in seguito all’esplodere dell’ultimo conflitto nell’estate scorsa sono ad oggi 5,2 milioni le persone che necessitano di assistenza umanitaria. Nel corso dell’ultimo anno il numero degli sfollati interni costretti a fuggire per l’avanzata dello Stato Islamico e a cercare rifugio nelle poche zone sicure del paese è salito a 1 milione e 900mila. Di questi, oltre 900mila si sono riversati nell’area del Kurdistan iracheno, e in particolare nei governatorati di Dohuk ed Erbil, dove “Un ponte per…” opera da anni. Un afflusso che sta portando al collasso l’area, già provata dall’accoglienza di 223mila rifugiati fuggiti dalla guerra nella vicina Siria, e dove nonostante il grande sforzo mancano strutture ricettive in grado di fornire assistenza a tutti. “La guerra in Iraq rischia di provocare anche la scomparsa delle ultime comunità cristiane, yazide, shabak, turcomanne rimaste nel paese, con cui lavoriamo da sempre”, ricorda l’associazione: “Comunità che per secoli hanno composto quel mosaico di civiltà unico che era l’Iraq, e che oggi sono le principali vittime di persecuzioni e violenze”.

“Per loro, e per tutti gli altri - informano gli aderenti ad “Un ponte per…” - all’esplodere dell’ultima crisi ci siamo subito messi a lavoro: grazie all’aiuto delle donazioni arrivate siamo riusciti ad assistere 31.310 persone, distribuendo acqua, cibo, latte in polvere, pannolini, materassi, coperte”. ”Ma la guerra non si arresta, e ogni giorno ci sono nuovi bisogni”, si legge ancora nella nota: “Interi quartieri delle città di Dohuk e Erbil sono pieni di profughi, così come scuole e parchi pubblici. Dopo il caldo estivo, adesso c’è da fronteggiare l’arrivo dell’inverno”. Per questo “Un ponte per…” ha deciso di lanciare una speciale campagna di raccolta fondi in occasione del Natale: sono migliaia le famiglie che hanno bisogno di un alloggio, di assistenza e protezione, di poter mandare i propri figli a scuola. Da oggi e per le prossime settimane sarà possibile sostenere la campagna attraverso il link http://www.unponteper.it/emergenza-iraq
e le pagine Facebook
(https://www.facebook.com/pages/Un-ponte-per/149462018791?ref=aymt_homepage_panel)
e Twitter (@Ponteper
)


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Terrorismo: mons. Sako, fronte comune contro Is, anche Islam è in pericolo

By Adnkronos

L'Islam corre un "serio pericolo". Il Patriarca caldeo di Baghdad, mons. Raphael Louis Sako, ha preparato una lettera in cui invita i musulmani a fare un "fronte comune" per arginare l'Is. La presenterà domani in occasione di un vertice a Vienna. Conversando con l'Adnkronos ai margini di un convegno organizzato da Asianews alla Pontificia Università Urbaniana, mons. Sako afferma: "oggi l'Islam è in pericolo. Ho scritto una lettera forte ai musulmani in cui dico che è necessario lavorare per un fronte comune contro l'avanzata dell'Is".
Parlando della situazione in Iraq, Sako registra che "c'è un nuovo governo, un nuovo Parlamento. Ho avuto modo di fare visita a tutti e ho potuto constatare che da parte di tutti c'è buona volontà. Il problema è che non hanno mezzi". E poi, rileva il Patriarca caldeo, "servono accordi internazionali. Dialogo, basta bombardamenti".
Di fronte all'escalation delle violenze da parte dell'Is c'è ancora una via d'uscita. "C'è ancora la possibilità di distruggere l'ideologia fondamentalista - si dice convinto mons. Sako -. Ci sono ancora spiragli perchè possa prevalere una cultura moderata". Intanto a Mosul, come racconta il Patriarca calde di Baghad "non ci sono più cristiani. La loro speranza è di tornare ma chissà quando accadrà?".

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Patriarca di Baghdad: Francesco venga in Iraq a ridare speranza ai cristiani

By Asia News

"Ciò che desideriamo fortemente dal nostro carissimo papa Francesco è una sua visita in Iraq, anche se breve". Per i cristiani irakeni essa rappresenterebbe "il culmine della vicinanza e della sua presenza"; inoltre, per tutto il Paese "sarà una spinta" per rafforzare la convivenza islamo-cristiana, coinvolgendo l'Occidente in un processo "che favorisca la pace".
È quanto ha affermato Mar Louis Raphael I Sako, Patriarca caldeo d'Iraq, nel suo intervento al
Simposio internazionale 2014 organizzato da AsiaNews, che si svolge oggi a Roma alla Pontificia Università Urbaniana. Tema dell'edizione di quest'anno "La missione in Asia: da Giovanni Paolo II a papa Francesco", che si propone di sottolineare la continuità fra lo slancio missionario del pontefice polacco e i primi passi compiuti da Bergoglio nel mondo asiatico e Mediorientale.
Nel suo intervento il Patriarca caldeo ha ricordato che "Giovanni Paolo II ha sempre condannato la guerra contro l'Iraq" e l'embargo economico voluto dall'Occidente che "ha fatto morire tanti irakeni". Papa Wojtyla "ha desiderato venire in Iraq", ha aggiunto mar Sako, ma "non è stato possibile realizzare il suo desiderio" e ha dovuto "accontentarsi di una celebrazione simbolica" del viaggio ad Ur dei Caldei. Egli ha sempre mostrato "la sua preoccupazione paterna e pastorale per le nostre Chiese, anche se siamo un piccolo gregge", ricorda il Patriarca.
In continuità con Giovanni Paolo II, oggi è papa Francesco a mostrare vicinanza e solidarietà ai cristiani irakeni e di tutto il Medio oriente, "in questo periodo di grandi tribolazioni". Mar Sako ricorda "la campagna di preghiera" che "ha fermato l'intervento militare" in Siria. E ancora, la visita del cardinale Fernando Filoni alle famiglie di sfollati, in rappresentanza del Pontefice e la "lettera speciale" che  "ora sta scrivendo per noi".
Mar Sako ha ringraziato per gli aiuti e le iniziative di solidarietà, come la campagna "Adotta un cristiano di Mosul" promossa da AsiaNews; l'esodo dei cristiani è "la sfida più grande" da affrontare e risolvere, partendo dalla "liberazione di Mosul e dei villaggi cristiani della piana di Ninive" caduti nelle mani delle milizie dello Stato islamico. Infine ha chiesto protezione e tutela per il patrimonio cristiano in Iraq: "Si tratta - avverte il Patriarca caldeo - di chiese antiche del quinto, sesto, settimo secolo, di monumenti e di manoscritti ancora inediti".
"Non mi rassegno a pensare ad un Iraq e a un Medio Oriente senza i cristiani, noi che da 2000 anni testimoniamo il nome di Gesù" ha concluso Mar Sako, perché "il nostro contributo resta fondamentale sia nella vita sociale, che nella vita culturale e religiosa del nostro Paese".

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lunedì, novembre 17, 2014

 

Francesco è vicino alle famiglie irachene · Intervista all’arcivescovo di Erbil monsignor Warda

By L'Osservatore Romano
Gianluca Biccini

«Papa Francesco ci ha incoraggiati ad andare avanti in questo servizio di accoglienza e di assistenza ai profughi provenienti dalla città di Mossul e dalla piana di Ninive». Lo ha riferito al nostro giornale l’arcivescovo caldeo di Erbil, in Iraq, monsignor Bashar Matte Warda, subito dopo l’udienza pontificia di stamane, sabato 15 novembre, nella biblioteca privata del Palazzo apostolico vaticano. Il presule iracheno era accompagnato da due giovani sacerdoti caldei, padre Samir e padre Basa, e dal cardinale Fernando Filoni, prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, che nell’agosto scorso ha svolto una missione in Iraq come inviato speciale del Pontefice.

Nell’intervista monsignor Warda descrive soprattutto l’attività svolta dalla Chiesa per dare ospitalità ai cristiani, ma anche agli yazidi, in fuga dalle violenze delle milizie dello Stato islamico (Is), che hanno conquistato ampie porzioni di territorio del Paese e della vicina Siria.

Che cosa vi ha detto il Papa?

Ci ha assicurato la sua vicinanza, incoraggiandoci per tutto quello che stiamo facendo per accogliere questi nostri fratelli. Basti pensare che solo a Erbil abbiamo almeno dodicimila famiglie, alle quali ne vanno aggiunte altre seimila a Duhok e duemila a Kirkuk e Sulaiamnia. Inoltre ci ha domandato notizie sulla situazione attuale.

E lei cos’ha risposto?

Soprattutto ho voluto ringraziarlo per il modo in cui ci fa sentire la vicinanza sua e di tutta la Chiesa. Una prossimità che si esprime anche in aiuti concreti, quelli che giungono attraverso la carità personale del Pontefice e quelli che arrivano attraverso altri organismi come l’Aiuto alla Chiesa che soffre e la Conferenza episcopale italiana (Cei), entrambe particolarmente attive da questo punto di vista.

Per questo nei giorni scorsi è intervenuto ad Assisi all’assemblea generale della Cei?

Sì, ho voluto farmi voce della gratitudine di tutte quelle famiglie, discendenti dei primi cristiani, che nel loro esodo sono giunte a bussare alle nostre porte per chiedere sicurezza, cibo, acqua, alloggio. Infatti dai primi arrivi della sera del 7 agosto, noi abbiamo aperto tutte le chiese, gli oratori, le scuole, ma anche gli edifici in costruzione, i parchi e giardini, accogliendo ben 125.000 profughi in ventiquattr’ore. Questi nostri fratelli hanno attraversato il mare della violenza per arrivare nelle nostre città considerate più sicure e noi vescovi cattolici e ortodossi abbiamo unificato gli sforzi e con la collaborazione di tanti sacerdoti, religiosi, religiose e laici, ci siamo dati da fare per assicurare loro sostegno materiale e spirituale.

Nel concreto in cosa consiste questa opera di aiuto?

Provvediamo al carburante e ai mezzi di trasporto per i loro spostamenti, e alla manutenzione dei centri di raccolta. Inoltre in questi centri abbiamo volontari che si dedicano alla preghiera e altri al sostegno psicologico. Ci sono persino giovani che aggiornano le statistiche e si occupano dei documenti delle famiglie in fuga.

Bastano i centri di raccolta per venire incontro alle necessità della gente?

Fino a un certo punto. Ma bisogna guardare oltre l’emergenza. Per questo ultimamente abbiamo trasferito 407 famiglie dalle tende a case provvisorie, in modo da proteggerle dal freddo e dalla pioggia, che quest’anno in Iraq è arrivata con un certo anticipo. Inoltre abbiamo affittato appartamenti per 1.200 famiglie che prima vivevano nelle scuole. Così su undici edifici inizialmente destinati ai profughi, cinque sono stati restituiti alla loro funzione didattica. Anzi, stiamo anche cercando di costruire nuove scuole a Erbil e a Duhok per far sì che i giovani sradicati dalle loro terre possano riprendere gli studi.

Come fate fronte alle spese?

Tante organizzazioni e benefattori privati hanno donato cibo nei primi due mesi dell’emergenza, ma gli aiuti sono progressivamente diminuiti. Questo ci ha spinto a lanciare un programma di solidarietà attraverso il quale viene garantito almeno il vitto a tutti i profughi. Fra l’altro, stiamo cercando di preparare ancora meglio lo staff che lavora con e per questi rifugiati. E poiché non ci sono finora notizie incoraggianti di una soluzione immediata dell’emergenza, stiamo progettando di costruire delle case per i profughi a Erbil così da offrire loro un’alternativa all’esilio fuori dell’Iraq.

Francesco è vicino
alle famiglie irachene

· Intervista all’arcivescovo di Erbil monsignor Warda ·

«Papa Francesco ci ha incoraggiati ad andare avanti in questo servizio di accoglienza e di assistenza ai profughi provenienti dalla città di Mossul e dalla piana di Ninive». Lo ha riferito al nostro giornale l’arcivescovo caldeo di Erbil, in Iraq, monsignor Bashar Matte Warda, subito dopo l’udienza pontificia di stamane, sabato 15 novembre, nella biblioteca privata del Palazzo apostolico vaticano. Il presule iracheno era accompagnato da due giovani sacerdoti caldei, padre Samir e padre Basa, e dal cardinale Fernando Filoni, prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, che nell’agosto scorso ha svolto una missione in Iraq come inviato speciale del Pontefice. 

Nell’intervista monsignor Warda descrive soprattutto l’attività svolta dalla Chiesa per dare ospitalità ai cristiani, ma anche agli yazidi, in fuga dalle violenze delle milizie dello Stato islamico (Is), che hanno conquistato ampie porzioni di territorio del Paese e della vicina Siria.
Che cosa vi ha detto il Papa?
Ci ha assicurato la sua vicinanza, incoraggiandoci per tutto quello che stiamo facendo per accogliere questi nostri fratelli. Basti pensare che solo a Erbil abbiamo almeno dodicimila famiglie, alle quali ne vanno aggiunte altre seimila a Duhok e duemila a Kirkuk e Sulaiamnia. Inoltre ci ha domandato notizie sulla situazione attuale.
E lei cos’ha risposto?
Soprattutto ho voluto ringraziarlo per il modo in cui ci fa sentire la vicinanza sua e di tutta la Chiesa. Una prossimità che si esprime anche in aiuti concreti, quelli che giungono attraverso la carità personale del Pontefice e quelli che arrivano attraverso altri organismi come l’Aiuto alla Chiesa che soffre e la Conferenza episcopale italiana (Cei), entrambe particolarmente attive da questo punto di vista.
Per questo nei giorni scorsi è intervenuto ad Assisi all’assemblea generale della Cei?
Sì, ho voluto farmi voce della gratitudine di tutte quelle famiglie, discendenti dei primi cristiani, che nel loro esodo sono giunte a bussare alle nostre porte per chiedere sicurezza, cibo, acqua, alloggio. Infatti dai primi arrivi della sera del 7 agosto, noi abbiamo aperto tutte le chiese, gli oratori, le scuole, ma anche gli edifici in costruzione, i parchi e giardini, accogliendo ben 125.000 profughi in ventiquattr’ore. Questi nostri fratelli hanno attraversato il mare della violenza per arrivare nelle nostre città considerate più sicure e noi vescovi cattolici e ortodossi abbiamo unificato gli sforzi e con la collaborazione di tanti sacerdoti, religiosi, religiose e laici, ci siamo dati da fare per assicurare loro sostegno materiale e spirituale.
Nel concreto in cosa consiste questa opera di aiuto?
Provvediamo al carburante e ai mezzi di trasporto per i loro spostamenti, e alla manutenzione dei centri di raccolta. Inoltre in questi centri abbiamo volontari che si dedicano alla preghiera e altri al sostegno psicologico. Ci sono persino giovani che aggiornano le statistiche e si occupano dei documenti delle famiglie in fuga.
Bastano i centri di raccolta per venire incontro alle necessità della gente?
Fino a un certo punto. Ma bisogna guardare oltre l’emergenza. Per questo ultimamente abbiamo trasferito 407 famiglie dalle tende a case provvisorie, in modo da proteggerle dal freddo e dalla pioggia, che quest’anno in Iraq è arrivata con un certo anticipo. Inoltre abbiamo affittato appartamenti per 1.200 famiglie che prima vivevano nelle scuole. Così su undici edifici inizialmente destinati ai profughi, cinque sono stati restituiti alla loro funzione didattica. Anzi, stiamo anche cercando di costruire nuove scuole a Erbil e a Duhok per far sì che i giovani sradicati dalle loro terre possano riprendere gli studi.
Come fate fronte alle spese?
Tante organizzazioni e benefattori privati hanno donato cibo nei primi due mesi dell’emergenza, ma gli aiuti sono progressivamente diminuiti. Questo ci ha spinto a lanciare un programma di solidarietà attraverso il quale viene garantito almeno il vitto a tutti i profughi. Fra l’altro, stiamo cercando di preparare ancora meglio lo staff che lavora con e per questi rifugiati. E poiché non ci sono finora notizie incoraggianti di una soluzione immediata dell’emergenza, stiamo progettando di costruire delle case per i profughi a Erbil così da offrire loro un’alternativa all’esilio fuori dell’Iraq.
di Gianluca Biccini
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