martedì, aprile 17, 2018

 

Chiesa Latina in Iraq, una missione di minoranza che affronta l’esodo

Andrea Gagliarducci
13 aprile 2018

Quando si parla di Chiesa in Iraq, si parla sempre del Patriarcato caldeo. Ma c’è anche un patriarcato latino, una minoranza nel territorio, che vive da anni gli effetti dell’esodo e si sforza di essere Chiesa di profezia in un territorio da troppi anni martoriato. Ne ha parlato con ACI Stampa Jean Sleiman, carmelitano, Patriarca latino di Baghdad.
Come vive il rito latino in Iraq?
Il rito latino vive come un rito di minoranza. Si può dire che la Chiesa latina in Iraq è una Chiesa sin dall’inizio missionaria. I missionari sono stati inviati dalla Santa Sede nel territorio per aiutare la Chiesa con la cultura e l’educazione. I Carmelitani in Iran e Iraq cominciano subito a lavorare in questo senso. E c’è subito un dialogo ecumenico, perché vengono accolti dagli armeni ortodossi, ma entrano anche in dialogo con i nestoriani e con gli assiri.
Era una presenza importante?
Una presenza molto piccola. I missionari non erano mai più di tre. Hanno anche affrontato i bisogni primari della popolazione. Hanno chiesto un frate medico per aiutare la popolazione che nessuno aiutava, e si sono occupati così della salute mentale e fisica della popolazione. La Chiesa latina in Iraq ha molte scuole, due orfanotrofi, una casa per anziani. Ci sono i domenicani che fanno un apostolato intellettuale. Posso dire che la Chiesa latina non fa molto rumore, ma lavora molto.
Quale è la situazione in Iraq?
Le difficoltà materiali non sono diminuite. Certo, c’è già una certa normalità, ma i problemi sono pratici. Si tratta soprattutto di difficoltà a livello mentale, c’è molta incertezza. La nostra è una situazione di arbitrarietà continua.
Quanto sono difficili le situazioni da affrontare?
La cosa più grave è l’insicurezza sull’avvenire. Non si vede il futuro, non si comprende quello che ci aspetterà. Molti soffrono per questo, mentre altri vanno via. Ci sono molte persone che sono emigrate non perché sono perseguitate, ma perché c’era questo esodo continuo che creava incertezza.
Quante sono le persone che sono partite?
Non abbiamo dati certi, ma abbiamo perso forse un milione e mezzo di fedeli.
Già con l’esortazione apostolica Ecclesia in Medio Oriente si parlava di questo esodo di cristiani, diventato anche più pesante dopo la Seconda Guerra del Golfo. Ma come si ferma questo esodo?
L’esodo dei cristiani non può essere fermato. L’emigrazione è cominciata molto prima. Le prime onde di migrazioni avvengono nella Prima Guerra Mondiale. Quando l’Iraq ottiene l’indipendenza, ci sono due comunità che non lo accettano, e sono i curdi e gli assiri: i curdi perché sono stati distribuiti in quattro Paesi differenti, e gli assiri perché non volevano essere sottomessi al re. Poi, negli Anni Sessanta, dopo l’uccisione del re, molti cristiani si sono sentiti scoraggiati. Il regno iracheno, al di là di tutto quello che si può dire, era molto pacifico e moderato. Per difendere le minoranze cristiane, serve uno Stato super partes.
Quindi cosa succede negli anni Sessanta?
I cristiani subiscono un massacro, soprattutto nella regione di Mosul. E i governi iracheni che si succedono hanno poi bisogno di soldati, e cominciano a chiamare i giovani alla coscrizione obbligatoria. Per questo, molti giovani fuggivano. Nel 2003, poi, con la Seconda Guerra Mondiale, le cose cambiano.
Perché?
Prima si trattava di emigrazioni individuali. Ma quando nel 2004 cominciano gli attacchi contro le chiese, allora si emigra in gruppi. + così che comincia l’esodo.
Come sono i rapporti con i musulmani?
Vanno avanti come sempre. Non siamo necessariamente considerati fratelli. Ufficialmente, il governo non perseguita i cristiani. Ci sono incontri, ci sono dialoghi. Ma le discriminazioni non spariscono facilmente. Il problema è che anche lo Stato è dominato dai partitini, dagli staterelli nati dopo la caduta del regime. E molti cristiani non hanno fiducia nei partiti, restano senza qualcuno che li protegga e che li aiuti a trovare lavoro.
In generale, quale è la situazione?
Si tratta di una situazione di anarchia. Lo Stato è debole, non può controllare tutto e non controlla tutto.
E quale è la vostra speranza?
Speriamo che il Signore trovi una soluzione. Noi siamo tornati indietro, viviamo in una Guerra Fredda che è operata sui territori di Iraq, Siria, Yemen, forse Ucraina. Noi viviamo una situazione in cui siamo impotenti.
La società in Medio Oriente come è cambiata?
Non dobbiamo dimenticare che – malgrado la modernità – le mentalità sono molto arcaiche. È risuscitato il tribalismo, oggi la persona si difende tramite la sua tribù. C’è una regressione a livello di relazioni. Questa guerra tra sunniti e sciiti ha fatto molto male. In Iraq, queste due grandi comunità musulmane non si facevano la guerra, c’erano moltissimi matrimoni misti. Il matrimonio è importante in una società tradizionale in cui sono le due famiglie, le due tribù che si cercano.
Cosa vi aspettate dalla Santa Sede?
Sappiamo che la Santa Sede lavora, e qualcuno ha cercato chiedere alla Santa Sede una mediazione. Ma la situazione è complicatissima, ci sono cose che un cristiano non vede. La Santa Sede è molto attenta e segue tutto, ma le cose sono molto più difficili, perché gli iracheni non decidono più del loro destino da tanto tempo, e così anche i curdi. E poi, l’ISIS, non è semplicemente morto. C’è una cultura dell’ISIS che si è diffusa.

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Chaldean Church Patriarch encourages push for 'moderate Islam’ in Iraq

By Kurdistan24
Nadia Riva
April 13, 2018

The Patriarch of the Chaldean Church in Iraq, Louis Raphael Sako, called for the Federal Government of Iraq to put an end to the practice of including people’s religion on their national identity cards, and urged for greater separation of power and politics to help end discrimination in the country.
Sako stated there exist a strong will and attitude toward a more moderate Islam in Iraq but needs to be encouraged.
Sako’s speech was delivered at a conference on citizenship and justice organized by the French Senate in Paris on Thursday.
He highlighted the suffering of Christians as well as non-Muslim religious groups in Iraq over the past decade which has pushed many to leave the country.
Christians in Iraq have been subjected to violence since the fall of the former dictatorship in 2003. Following the rise of the Islamic State (IS) in 2014 in northern Iraq, hundreds of thousands of Christians were driven out of their homes and moved to the Kurdistan Region, while other emigrated to Europe and elsewhere.
In December last year, Iraq declared victory over the IS after three years of fierce fighting that considerably damaged cities, including Christian-populated areas.
Sako stated that nowadays, a new state of mind prevails among Iraqis, but divisions remain deeply ingrained.
“Nine months after the end of the battle of Mosul and the defeat of Da’esh in Iraq, our country is plagued by a paradox,” the Chaldean Patriarch said, using the pejorative Arabic acronym for IS.
“There is a great aspiration among Iraqis to no longer live out of step with modernity and finally turn the page on war and division. Most people want to move on from sectarianism because it is at odds with the notions of citizenship and human rights.”
Nineveh has been among the most densely populated parts of Iraq. Waves of attacks on Christians since 2003 have reduced its population, especially among the Assyrian and Chaldean communities.
Nineveh province, including Mosul city, remains one of the oldest Christians homeland, namely in the East, with roots dating back to the earliest centuries.
“Iraqi society still seems to be marked by deep divisions of tribal, ethnic, religious or cultural origin,” Sako added.
He explained that it is necessary to adapt to reality as it is and to take into consideration the diversity and pluralism that characterize Iraq’s society.
According to the bishop, unified citizenship is the only way to overcome divisions.
“Citizenship is the only solution for the future of Iraq. Citizenship must be for everyone; all must be integrated. It is under its tent that everyone will be protected, regardless of their ethnic and religious affiliation,” Sako continued.
“The notion of citizenship helps put an end to discrimination and exclusion, as is the case in the democratic West. Citizenship means that there is no longer a religious or ethnic majority or even the notion of minority groups. Citizenship allows everyone to be protected because everyone is subject to the same laws.”
He called on separating religion from politics, stating that it would allow religion to once again focus on its true mission.
Christians, Ezidi, and Sabean have suffered greatly from sectarianism and Islamic extremism in Iraq, according to Sako, but added that they are an important part of the country’s history.
“Yet, in today’s textbooks, there are no mentions of our history and our religion and all that we have given to our Muslim brothers and offered to our country.”
The Kurdistan Region has been a safe haven for hundreds of thousands of Christians. Following the emergence of IS, a large number of Christians settled in the region while other traveled abroad.

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giovedì, aprile 12, 2018

 

Le discours de SB Louis Raphael Sako au Sénat Français à Paris le 12 avril 2018

 
La citoyenneté est la seule solution pour aller au-delà des divisions
Je voudrais avant d'aborder mon sujet souligner trois points importers:

1. Aujourd'hui en face d'un Islam intégriste, il ya au sein de l'Islam un mouvement pour un Islam modéré qu'il faut encourager. L'intégrisme n'a pas d'avenir
2. Il une un désir fort chez la population irakienne pour la citoyenneté et un régime civil.
3. Nous Chrétien et les minorités nous avons une présence influente étant donné notre formation et ouverture.
  1. Aujourd'hui il ya chez les irakiens un nouvel état d'esprit mais les clivages demeurent profondément ancrés.
Neuf mois après la fin de la bataille de Mossoul et la défaite de Daech en Irak, notre pays est traversé par un paradoxe:
Il ya une grande aspiration parmi les irakiens à ne plus vivre en décalage par rapport à la modernité et à tourner enfin la page des guerres et des divisions. La plupart des personnes veulent tourner la page des divisions et du sectarisme parce que le sectisme est en opposition avec la notion de citoyenneté et les droits de l'homme.
Et pourantant, la société irakienne semble être toujours marquée par de profondes lignes de fractures d'origine tribale, ethnique, religieuse ou encore culturelle. Il faut vous imaginer qu'aujourd'hui, dans un certain nombre de régions rurales d'Irak, l'apportionance à une tribu est le premier repère identitaire. Pourtant cela serait trop simple si être membre d'une tribu suffisait à définir votre identité. En réalité ces personnes sont membres d'une famille qui appartient à un clan qui fait lui-même partie d'une tribu.
C cette réalité tribale il faut ajouter l'appartment religieuse: beaucoup de tribus sont-elles mêmes divisées entre chiites et sunnites.
Si vous superposez, l'appartment trale, la religion, les choix politiques et la fierté géographique, vous comprense l'urgence qu'il ya à favoriser une cohésion nationale bâtie sur l'appartment commune à la même Cité.
Mais aussi ne peut organizer la vie de la cité au 21 ème siècle comme on l'a fait après Jésus-Christ ou au premier siècle de l'hégire. Les anciens documents d'il ya 14 siècles comme la convention de Médine ou encore l'accord du calife Umar ne permettent plus de résoudre les problèmes politiques et sociaux d'aujourd'hui.
Il est donc nécessaire de s'adapter à la réalité telle qu'elle est et de prendre en considération la diversité et le pluralisme qui caractérisent nos sociétés.
  1. La citoyenneté est la seule solution pour aller au-delà des divisions
La citoyenneté est la seule solution pour l'avenir de l'Irak. Cette citoyenneté doit être pour tout le monde; tous doivent y être intégrés; c'est sous sa tente que tous seront protégés quelle que soit leur apportionance ethnique et religieuse. La notification de citoyenneté permet de mettre fin aux discriminations et aux exclusions, comme c'est le cas en Occident démocratique. L'appartment citoyenne fait qu'il n'y a plus de majorité religieuse ou ethnique ni même de notice de minorité. La citoyenneté permet que tous soient protégés parce que tous sont soumis à la même loi.
Cependant pour que la citoyenneté devienne réelle et ne reste pas un concept vague, il est nécessaire qu'elle s'incarne concrèement dans le fonctionnement des services publics irakiens. Il est nécessaire que l'Irak s'inspire de la démocratie pour que les postes de fonctionnaires ne soient plus attribués en raison de liens familiaux ou d'apportion mais seulement en raison de compétences. Si les Irakiens savent que leurs enfants ont tous les mêmes chances de réussir, ils se sentiront plus citoyens. Si les Irakiens savent que le policier qui les contrôle est là parce qu'il a réussi un concours sur la base de ses compétences, ils le respecteront plus. C'est toute la relation entre les citoyens et les représentants de l'Etat qui changera de manière positive.
  1. Quelle est l'impact de la religion sur la citoyenneté?
La citoyenneté est un système civil démocratique qui ne va pas à l'encontre des valeurs religieuses.   Dans l'évangile il est dit: "Rendez à César ce qui est à César et à Dieu ce qui est à Dieu" (Mt 22/21). Nos frères musulmans répètent sans cesse: "la patrie est pour tous et la religion pour Dieu". Pour nous citoyens chrétiens, la citoyenneté fait partie intégrante de notre culture aujourd'hui. Nous nous félicitons de la séparation de la religion et de la politique. Le discours religieux devrait se concentrer courageusement sur la défense des droits de l'homme. Les membres du clergé doivent tenir fort leur rôle prophétique courageux dans la société pour défendre la dignité humaine et la justice. Dieu est amour et miséricorde et celui qui n'a pas d'amour dans son curur, ne connaît pas le sens de la religion.
Le conflit interconfessionnel est un scandale. C'est un crime que les gens soient persécutés à cause de leur foi, comme c'est arrivé en Irak, en Syrie, Égypte ou au Nigeria par exemple.
Nous, les citoyens de religion chrétienne, yazidi et sabéenne, avons beaucoup souffert du sectisme et de l'extrémisme islamique. C'est ce qui a poussé une partie de notre peuple à émigrer alors que nous sommes une partie importante de l'histoire de l'Irak. Pourtant aujourd'hui dans les manuels scolaires il n'y pas même pas une ligne qui parle de notre histoire et de notre religion et de tout ce que nous avons donné à nos frères musulmans et offert à notre pays.
Pour que la citoyenneté prenne toute sa place en Irak il est évident qu'il ne faut pas tenter de nier la place qu'occupent les religions dans l'histoire de notre pays. Au contraire, la citoyenneté doit être un moyen pour que les religions et les courants spirituels se libèrent du poids de la politique et puissent se consacrer à veiller au bien des âmes de leurs fidèles et à pratiquer la charité. Libérées du rôle politique que l'histoire de l'Irak les a amenées à avoir, les religions pourront à nouveau remplir leur vraie mission.
  1. Pour qu'une citoyenneté concrète s'impose en Irak il est nécessaire de faire évoluer plusieurs points concerts
Pour sortir des grands discours, voici quelques résolutions concrètes que nous souhaiterions voir appliquées dans notre pays:
- Après Daech, le défi majeur est l'éducation. C'est pour cela Il est nécessaire de réformer les manuels scolaires et les purifier de tout discours de haine, de violence ou de vengeance. Ce travail a déjà été mené dans d'autres pays du Moyen-Orient, comme au Liban, grâce à la fondation Adyan. Cela est donc possible.
- Il est nécessaire de réformer la constitution et les lois pour qu'elles repectent la vie, favorisent la paix et la stabilité et que l'État protège tout le monde, et se tienne à une même distance de chacun pour l'application des lois . Concrètement, pour que chacun se sente citoyen, il est nécessaire de faire disparaître la mention de la religion sur les papiers d'identité et les actes administratifs. Une telle décision est loin d'être anecdotique. Au-delà de la disparition de nombreuses distinctions et discriminations à cause de cette mention sur les papiers d'identité, elle permettrait une plus grande liberté religieuse. Il en découlerait la possibilité pour une femme de garder sa religion si par exemple son mari devenait musulman. Les enfants de ce couple ne seraient plus automatiquement déclarés musulmans.
- D'un point de vue juridique, nous avons besoin d'une autorité pour garantir une interprétation juste du droit et établir une jurisprudence actualisée. Il est aussi nécessaire de sensibiliser le grand public aux droits de l'homme et aux principes de la citoyenneté et de l'égalité.
Toutes ces mesures, si elles étaient mises en place progressivement, permettraient l'avènement d'une véritable démocratie et d'un Etat de droit en Irak comme c'est le cas en Occident. Sur ces bases le pays pourrait s'engager sur la voie du progrès économique, social et politique.

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lunedì, aprile 09, 2018

 

Orthodox Easter marked at world’s oldest monastery

By Rudaw
A.C. Robinson

Christians traveled to the oldest monastery in existence, Mar Mattai, or St. Matthews’ monastery, to celebrate Orthodox Easter with a midnight mass on Saturday night followed by a feast with the resident monks.
Mar Mattai, part of the Syriac Orthodox Church, is located 20 kilometers (12 miles) from Mosul and 97 kilometers (60 miles) northwest of the Kurdish capital of Erbil atop Mount Alfaf in northern Iraq. It is claimed to be the oldest Christian monastery in existence, established in the year 36.
Photo by A.C. Robinson

The monastery offers 35 guestrooms to visitors and provides daily services at 4 p.m. in the Syriac language native to all Christians in Iraq. Syriac is a modern form of the Aramaic tongue which Jesus spoke.
While the Catholic Church has connections with the Chaldeans, the Syriac Orthodox Church is connected to the Egyptian Coptic, Ethiopian church and Armenian churches.
Not only is it claimed that Mar Mattai is the oldest Christian monastery in existence – it is also famous for its library and considerable collection of precious Syriac manuscripts.



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Iraqi churches shoulder burden of reconstruction, for now

By Al Monitor
Judit Neurink


Qaraqosh. “I was the first to repair my house and move back here,” said Archbishop Yohanna Petros Mouche of the Syriac Catholic Church in Qaraqosh. He gestured toward his home in the Christian town on the Ninevah Plains where fresh paint and new religious images now cover the scars of two years under the Islamic State. “We prepared this home and started celebrating religious ceremonies again to encourage people to return with their families. And when they saw it, they came too.”
Though Qaraqosh was liberated 18 months ago, civilians only started returning after the schools reopened in October. Mouche is working to attract as many Christians as possible to bring the town back to life. But it is also a fight against rumors. “When people say it is dangerous, I reply that there are many restaurants and shops, and people are enjoying life again,” he said.
That about 5,000 families, some 22,000 souls, have returned is mostly due to the efforts of the bishop and his church. A church reconstruction commission helps civilians repair houses that were looted and damaged and has been instrumental in reopening shops.
The bishop oversees the process personally. Houses have priority over churches, he said. “We want to have civilians here who can bear witness to the development. And I try to create jobs and offer opportunities for recreation too. Opening parks is important for the younger generation.”

The bishop was opening a small shopping mall the day of his interview with Al-Monitor, which will sell men’s wear, run by local businessman Mohanad Yousef. The center of Qaraqosh is alive again, with shops selling fruit and fresh vegetables, clothes, toys and even bicycles next to teahouses and counters selling traditional bread. On Palm Sunday, thousands gathered in the city center for the first open-air ceremony in three years.
“I love this town and this country,” Yousef said, explaining why he returned from the German state of North Rhine-Westphalia, even though he had become fluent in German and praised the life he had. “Yes, I had a better life there, but my family and friends are here. I have been waiting impatiently for things to improve in Qaraqosh.”
His example makes it clear that the church has been successful in attracting not only people who fled to the neighboring Kurdistan Region when IS arrived in 2014, but also from the West, where approximately half of all the Christians who fled Ninevah eventually emigrated. The bishop pointed to 15 families who have returned from France and 13 from Germany, saying he expects more to follow. Many members of his flock are not happy abroad, he said. “When I visit our families in Europe, many tell me, ‘We cry when we get up and we cry when we go to bed.’”
Before the Iraqi dictator Saddam Hussein was ousted in 2003, the Christian population of Iraq stood at around 1.5 million. After the civil war between the Shiites and Sunnis and the subsequent rise of al-Qaeda, only 600,000 or so remained. And since IS captured large parts of Iraq, half of those are thought to have left the country.
Security is the main concern, the factor that determines whether families stay away or return. Even though Iraqi Prime Minister Haider al-Abadi declared the battle against IS over several months ago, members of the terror group who went underground are responsible for a growing number of attacks like the murder of a Christian doctor, his wife and mother in their Baghdad home in March.
Incidents like this dissuade people from returning and have kept Yousef’s wife and children in Germany. “There are rumors going around that the situation is not good. But that’s not true, because it really is so much better now. God willing, my family will join me at the end of the next school year.” Now that he is back on his feet in Qaraqosh, he is fighting the rumors and trying to convince others to return, too. “I phone people and try to actively persuade them. I am more convinced myself now, which helps me to convince others.”
Even though the Iraqi government has hardly engaged with Qaraqosh at all, Yousef is optimistic for the town of his birth. The state is as markedly absent as it is in other Iraqi towns retaken from IS like nearby Mosul, where civilians have taken the initiative and are bearing the cost of rebuilding their cities themselves. In Qaraqosh, it is the church that is driving the rebuilding process with money and help from foreign donors.
Yousef lost over $400,000 when IS set fire to his shops during the liberation of Qaraqosh in 2016. In the shopping mall, where the smell of paint mingles with that of the fresh Arab sweets on offer for the grand opening, a special room has been dedicated to his loss and contains pictures of the damage. Yousef accepted the church’s offer of help because he feels strongly about the Assyrian Christian heritage of old Mesopotamia. “Our heritage and our culture are here. We have been in this country longer than anyone else. It would be wrong to leave all that behind.”
Iraqi churches have long tried to keep their flock from leaving by pointing out that life would get more dangerous for those left behind if the Christian minority shrinks any further. But this argument lost its power when IS became the deadliest threat in centuries, and the past three years have seen pastors actively helping their people find safety abroad. Mouche refrained from mentioning this motivation for all the hard work he is putting into convincing people to come home. It’s about the historic and religious heritage of Iraqi Christians, he said. “It’s about faith, about bearing witness, about being a Christian here.”
His active approach has led to major differences between Qaraqosh and neighboring towns, where priests are advising Christians not to return because of the danger the Muslims who did resettle are said to pose. Only around 500 families have returned to nearby Bartella. Some of them would like to come live in Qaraqosh, but the bishop does not want them to settle here, saying, “They have to go back home. If they don’t, who will rebuild and who will protect them?” It is a vicious cycle that needs to be broken, he said. He is pointing aid organizations in their direction “so life will return there too.”
While Qaraqosh waits for the government to resume its responsibilities, the church has temporarily taken its place. But it cannot do much more than clear the rubble and rebuild, as investment is badly needed. It's a huge burden, the bishop admitted. “It’s a dilemma. Even abroad, the thought prevails that the church can handle it all easily enough. But the pressure is enormous and we still need a lot of help.”


Judit Neurink is a Dutch journalist and author living in the Kurdistan Region of Iraq, working mainly for Dutch and Belgian media outlets.

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"Sono rimasta, come atto d'amore"

By Giornale del Popolo

«È veramente difficile ricordare l’ultima volta che abbiamo avuto un periodo di pace e tranquillità»,
scrive Anan Alkass Yousif. Parole terribili, se si pensa che Anan è a Baghdad da 36 anni, ossia da quando ne aveva 6. La sua famiglia ha già lasciato l’Iraq per i pericoli in continua crescita, ma lei ha deciso di restare «sapendo che Dio è con me e che faccio parte della sua grande famiglia».
La sua storia è contenuta nell’ultimo libro di don Arturo Cattaneo, in collaborazione con Cristina Vonzun e Alessandro Cristofani, “Inatteso”, che presentiamo in queste pagine.
Anan - che ha conseguito un dottorato in letteratura inglese nel suo Paese e un master in Cultura dell’Unità all’istituto universitario di Loppiano - insegna da 18 anni poesia contemporanea inglese e americana all’Università delle Arti di Baghdad.
«Lavorare come professore nel Dipartimento d’inglese - spiega Anan - dove sono l’unica insegnante cristiana, è l’altra importante via che perseguo come atto d’amore, cercando di promuovere un’atmosfera di coesistenza armoniosa in una comunità non cristiana. Lo faccio tra l’altro insegnando la poesia come modo di vedere la vita, sottolineando la bellezza e incoraggiando il dialogo; questo è il mio metodo per proclamare il Vangelo di Dio tra i miei studenti. Per me ciò significa diffondere un messaggio divino di pace, amore e unità tra molti giovani che non desiderano altro che vivere una vita decente e dignitosa».
Anan è stata anche partecipante ai colloqui organizzati dal Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso e traduttrice volontaria alla Nunziatura apostolica. Attualmente serve la Diocesi quale direttrice del coro e nella pastorale giovanile. Fu nel 2003, durante l’invasione guidata dagli Stati Uniti, che Anan sentì che era arrivato il momento di dire “sì”, di fare un passo avanti verso una nuova vita con Dio, verso una gioia interiore che sfidasse il terrore e il dolore. «Cominciai così il mio itinerario di vergine consacrata», racconta. «Dopo 5 anni mi trovai di fronte al mio vescovo, alla mia famiglia e a tutta la mia Chiesa per l’incontro con il mio Sposo celeste».
Sono state molte le volte che Anan, «in un Paese in cui di solito si gioca a nascondino con il terrorismo, le bombe e le esplosioni», ha rischiato di morire. «Sapere di poter morire in qualsiasi momento non è un motivo per farmi indietreggiare, ma una ragione per continuare ad essere un pane spezzato per gli altri. Non penso che la mia vita valga di più di quella di un qualunque innocente iracheno morto davanti ai miei occhi, e ne ho visti tanti».
Nonostante il dramma quotidiano con cui si trovano confrontati gli abitanti di Baghdad da decenni, Anan si dice grata al Signore per quanto ricevuto: «Se ripenso alla mia vita mi accorgo di avere ricevuto tante benedizioni da parte di Dio, per aver avuto una famiglia amorevole che mi ha trasmesso la fede, il dono più bello che Dio poteva fare a noi, gente del Medio Oriente.
Sono  grata di essere parte della sua Chiesa in Iraq; una Chiesa che mi ha sempre guidata verso Dio. Anche nei momenti più terribili, le porte della Chiesa erano sempre aperte per darmi conforto, protezione, forza spirituale. Ma soprattutto sono grata per la chiamata a diventare sposa di Gesù e vivere questo matrimonio mistico, escatologico ed eterno che, come Maria, mi fa dire ogni giorno: “Ecco, sono la serva del Signore; accada di me secondo la tua parola”».

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IRAQ Baghdad, parlamentare cristiano: violenze e corruzione alimentano alleanze anti-sistema

By Asia News

Guerra, terrorismo, corruzione e povertà sono i fattori chiave che determineranno il risultato delle prossime elezioni politiche che si terranno in Iraq, il 12 maggio prossimo. La prima tornata elettorale dopo l’ascesa dello Stato islamico (SI) che, al momento della sua massima espansione, era giunto a controllare quasi la metà del Paese e che è stato sconfitto - almeno sul piano militare - solo al termine di una imponente offensiva. 
Nelle ultime settimane lo scenario politico del Paese arabo ha registrato l’unione di intenti fra le due principali forze di protesta e anti-sistema: il Partito comunista irakeno (Pci), movimento laico di sinistra, ha deciso di allearsi con la fazione guidata dal leader radicale sciita Moqtada Al-Sadr nel contesto del cartello elettorale ribattezzato Sa’iroun (“In marcia”). 
Dal 10 aprile i due schieramenti daranno vita a una campagna comune per le elezioni legislative e le provinciali, con un programma riformista che intende catturare il voto di protesta. Una alleanza fra falce e turbante che non ha mancato di sollevare perplessità nel Paese, e che ha saputo rafforzarsi nel tempo grazie alla lotta comune contro la corruzione e una politica confessionale e settaria. 
“L’alleanza fra i seguaci di al-Sadr e i comunisti - sottolinea ad AsiaNews Yonadam Kanna, leader della Rafidain Coalition (il Movimento democratico assiro) - è una reazione a condizioni socioeconomiche miserabili e alle [pessime] condizioni di sicurezza”. Il parlamentare cristiano, già membro della Commissione parlamentare sul Lavoro e gli affari sociali, conferma che il terreno comune fra i due movimenti è “la lotta alla corruzione e alla mancanza di un buon governo, che le ha spinte a unirsi”. 
“A mio avviso - prosegue il leader cristiano - superare l’elemento confessionale nel contesto politico del Paese è un elemento assai positivo. È importante spezzare l’alone di impunità che avvolge quanti dicono di parlare in nome di Dio, ma si comportano in modo sbagliato e perseguono il male e la corruzione”. Al contrario, aggiunge, è necessario rilanciare l’impegno volto alla formazione di “istituzioni credibili, uno Stato civile, garantire la supremazia del diritto, combattere la corruzione e garantire per quanto possibile prosperità a tutti i cittadini”. 
La chiave dell’alleanza fra fedelissimi del leader radicale sciita al-Sadr e dei comunisti è la lotta della base comune dell’elettorato, che vive nei quartieri popolari ed è ai margini della vita politica, sociale ed economica del Paese. Tanto i comunisti quanto i radicali sciiti vedono nella lotta popolare, o populista, il terreno attorno al quale riscuotere i maggiori consensi. Un riavvicinamento favorito anche dall’abbandono della lotta violenta promossa a lungo da Moqtada Al-Sadr, a lungo esponente di primo piano della lotta degli sciiti irakeni, a lungo repressi sotto il regime del raìs Saddam Hussein. Oggi, a 44 anni, l’ex leader populista si è riproposto come portavoce della lotta contro il settarismo e il confessionalismo nella politica nazionale e per l’affrancamento dall’Iran. 
Fra comunisti e seguaci di al-Sadr, uniti dalla lotta per l’indipendenza e il nazionalismo, restano però profonde distanze in tema di diritti delle donne e cittadinanza. E sullo sfondo resta sempre presente la divisione che caratterizza l’Iraq, quella fra sunniti e sciiti, il vero scoglio da superare per una reale riconciliazione fra le diverse anime che costituiscono la nazione. 
La lotta a discriminazioni ed estremisti, racconta Yonadam Kanna, è una delle priorità cui deve far fronte la prossima classe dirigente del Paese con un impegno a tutto campo contro le leggi e le norme che favoriscono le fazioni radicali, come “l’imposizione dell’islam alle minoranze”. Al riguardo, resta di attualità la questione per la libera scelta dell’appartenenza religiosa di un minore, il cui genitore si sia convertito alla fede di Maometto [la cosiddetta legge sulla “islamizzazione dei figli”.]
“I cristiani - avverte il parlamentare - devono ritrovare una identità e una lotta comune, insieme a yazidi, sabei e mandiani”. Raggiunto l’obiettivo di costituire un fronte comune, conclude, la lotta deve focalizzarsi sulla “imposizione di uno Stato di diritto, la pace e la sicurezza. La costruzione di una società capace di garantire giustizia a prescindere dalla religione, e di una eguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge”, a prescindere da razza, etnia e religione.

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Iraq, il reportage di don Giorgio Scatto: gli aiuti per la ricostruzione solo dalle organizzazioni internazionali

By Gente Veneta
Giorgio Malavasi

Niente aiuti dal governo iracheno: il sostegno arriva dalle organizzazioni internazionali. È così, con queste forze, che deve misurarsi la ricostruzione nella piana di Ninive.
È un parroco, don Giorgio, che fa da coordinatore per gli interventi di restauro e, in questi undici mesi dal quando l’Isis è stato sconfitto, solo il 20% delle case è stato rimesso a posto: quelle che non avevano bisogno di grandi opere.
Lo può attestare don Giorgio Scatto, priore della comunità di Marango di Caorle, che procede nel suo viaggio nell’Iraq che sta cercando di risollevarsi dopo la stagione tragica dell’Isis.
È domenica 8 aprile: «Alle 6 – descrive don Scatto – cominciano a suonare le campane, come ogni mattina. Messa alle 6.30 nella chiesa di San Benham e Sara, riaperta al culto solo da poco tempo dopo essere stata incendiata. E’ la domenica del Vangelo di Tommaso. Nella grande aula ci sono almeno 400 persone. Presiede il parroco, don Giorgio: ha studiato teologia alla Lateranense, soggiornando diversi anni in Italia».
Dal parroco iracheno arrivano anche le informazioni: la diocesi di rito siro-cattolico ha 28 preti ed una popolazione attuale di circa 30.000 persone. Moltissimi fedeli sono andati via in questi anni. Il 94% dei cristiani di questa Chiesa abitano a Qaraqosh, dove tra l’altro abita il 58% dei cristiani della piana di Ninive.
«Scopriamo – prosegue don Giorgio Scatto che non esiste un piano pastorale ma che ognuno va per la sua strada. Non basta dirsi cattolici per vivere nella comunione…».
La giornata prosegue: «Salutato don Giorgio, ci rechiamo in visita da Shamma, un’anziana signora ammalata, che abbiamo conosciuto l’anno scorso al campo di Ozal. Le è morto il marito, Tobia, un mese fa. Tuttavia c’è un clima di grande accoglienza e Anna, che fa parte del nostro gruppo italiano, viene invitata da Shamma ad indossare il loro abito tradizionale. Un tripudio di colori e di scene della vita quotidiana e delle feste cristiane. Poi pranzo a casa della famiglia di Wesam, tornata solo da pochi giorni dall’esilio».
Segue un’uscita a Karamless, un paese di cristiani caldei, a nord di Qaraqosh: «Al termine della messa ci accoglie padre Paolo, già conosciuto nella prima visita 6 anni fa. Ha studiato Patristica a Roma e oggi insegna negli istituti teologici della regione. Con lui visitiamo il santuario di Santa Barbara, rimesso a nuovo dopo le nefandezze compiute dall’Isis, che lo aveva scelto come sede strategica. La giornata termine con la visita a Sara, una signora tutta dedita alla preghiera e alla carità che segue le famiglie più povere della città, circa 25; e con una lauta cena gioiosa a casa di Amar e Sanja, amici che hanno abitato per qualche tempo da noi, ospiti di Marilé e Maurizio».

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venerdì, aprile 06, 2018

 

Germania: mons. Schick (Conferenza episcopale) in Iraq. “Viaggio di solidarietà” con i cristiani e le popolazioni della regione

By AgenSIR
 
Mons. Ludwig Schick, arcivescovo di Bamberg e presidente della Commissione Chiesa universale della Conferenza episcopale tedesca (Dbk) si trova dal 3 aprile scorso e fino al 7 aprile in Iraq per un “viaggio di solidarietà”, spiega una nota della Dbk diffusa oggi.
Mons. Scick ha visitato Baghdad, incontrato il patriarca caldeo Sako e rappresentanti di varie organizzazioni coinvolte nella ricostruzione.
La minoranza cristiana “continua a vivere nel pericolo di essere coinvolta nei conflitti tra sunniti e sciiti” anche se “è ben accolto il modo in cui la Chiesa lavora” per il bene comune: “è un forte segnale che la Chiesa deve essere nel mondo e non ritirarsi tra le sue mura” ha detto l’arcivescovo Schick. A Bagdad, la cattedrale dove 8 anni fa morirono 46 fedeli, oggi è protetta da alti muri di cemento e recinti di filo spinato: sul sangue di quei martiri “noi continuiamo a vivere. Come minoranza cristiana, dobbiamo restare nel Paese, nonostante il terrore e la paura” ha detto l’arcivescovo siriaco Abba. Questo sforzo la Chiesa tedesca “continuerà a sostenere attivamente anche in futuro” ha dichiarato mons. Schick che è stato anche nel Kurdistan nord iracheno e nella piana di Ninive, a Karemlesh e Karakosh dove lavorano le suore domenicane: il “lavoro dei santi nel quotidiano”, sono le attività delle suore per l‘istruzione, la cura degli anziani e i giovani. Alla regione ora servono “solidarietà e preghiera”, insieme a “un buon coordinamento per la ricostruzione”.

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Iraqi nun displaced by Islamic State denied UK visa

By Catholic Herald
David V. Barrett
April 2, 2018

An Iraqi nun who wants to visit her sick sister in the UK has been denied a visa by the Home Office.
Sister Ban Madleen was driven out of Qaraqosh, the biggest Christian town in the Nineveh plains, by ISIS, who took over her Dominican convent. She settled as a refugee in Erbil, the capital of Iraqi Kurdestand, where she set up kindergartens. The refugees are returning to their home towns now that ISIS have been driven out.
Sister Ban is not the first religious to have problems visiting Britain, according to Fr Benedict Kiely, founder of Nasarean.org, which helps the persecuted Christians of the Middle East. Another Dominican nun with a PhD in Biblical Theology from Oxford has been refused a visa twice.
The letter from UK Visas and Immigration, a division of the Home Office, gives the reasons for refusing Sister Ban a visa: that she had not provided evidence of her earnings as a kindergarten principal, and that she had not provided confirmation that the Dominican Sisters of St Catherine of Siena would fund her visit. For these reasons, the letter says the clearance officer is not satisfied that she is genuinely seeking entry for a permissible purpose.
Rather than allowing Sister Ban to provide the necessary evidence, the letter, a copy of which the Catholic Herald has seen, ends: “In relation to this decision there is no right of appeal or right to administrative review.”
The letter acknowledges the importance of family visits, and accepts that Sister Ban had previously travelled to the UK and complied with the terms of her visa, but points out that she was issued that visa seven years ago in 2011 and comments specifically on her absence of recent travel to the UK. Fr Kiely said: “Do they not know what happened between 2014 and now?”
This is the latest case where foreign religious have been refused entry to Britain. A year ago the Institute of St Anselm, a Catholic institute training priests and nuns in Margate, Kent, was forced to close because of problems with visa applications for foreign students. Institute founder Fr Len Kofler said that a Catholic priest was refused a visa to study at the Institute because he wasn’t married, and a nun was denied entry to the UK because she did not have a personal bank account because she belonged to a religious order.
In December 2016 three archbishops from Iraq and Syria were refused entry into the UK despite being invited by the country’s Syriac Orthodox Church for the consecration of the UK’s first Syriac Orthodox Cathedral, attended by Prince Charles.

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Christian woman kidnapped by IS reunited with father after four years

By Kurdistan 24
Zardasht Hami

A Christian woman from Qaraqosh, who was kidnapped by the Islamic State (IS) in 2014, was reunited with her father on Wednesday, a moment she described as “a dream.”
Kurdistan 24 spoke with the woman, Rita Habib, who said her father was the only remaining member left in her family.
Photo by Kurdistan 24
The rest were killed when the extremist group overran the town of Qaraqosh, southeast of Mosul, killing thousands and kidnapping her and hundreds of other women and girls.
“I am very happy that after three years I reunited with my father. It is a joyous moment because he is the only family I have left,” she said.
Rita said she spent a few months in Mosul—once IS’ major stronghold in the country—before the militants transferred her to Syria where she was repeatedly sold and bought in the group’s sex slave market.
“I was bought and sold four times. They did evil things to us. They beat us and raped us,” she told Kurdistan 24. “The worst of all was girls aged nine who were raped. Girls would be sold for 4,000 to 15,000 dollars.”
She added that the extremists had “kidnapped Christian and Kurdish Ezidi girls and used them for many things, including as sex slaves.”
Rita was rescued five months ago in Syria’s Deir al-Zor Province by the Kurdish-led Syrian Democratic Forces (SDF).
She was handed over to a Christian humanitarian group in Syrian Kurdistan who helped her cross the border into the Kurdistan Region and eventually to Erbil where she was reunited with her father.
After arriving in Erbil, Rita says she is searching for her previous life and wants to share her story to help the other victims still under IS captivity.

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giovedì, aprile 05, 2018

 

Iraq’s Assyrian Christians: persecution and resurgence

By WorldWatch Monitor
Zara Sarvarian


Samir Gedhya
never wanted to leave his home in Qaraqosh for the unknown, even when the Islamic State group was almost at his doorstep, sweeping through the towns of Iraq. As the menace to Qaraqosh loomed, his eldest son Faraj, then 16, decided to flee to France, entering by a hazardous and illegal boat journey with the aim of later seeking to move his family there. Samir and his wife, Shaymaa, decided they would take the longer, safer and legal route to France together with their two younger sons.
Just before IS penetrated Qaraqosh in August 2014, the Assyrian Christian family fled to Erbil Governorate, finding themselves on the streets of the city of Ankawa without a roof over their heads. After a week, they arrived at Mart Shmoni refugee camp, which hosted 15,000 people, then moved onto Ankawa shopping mall, which had opened its doors to 4,000 refugees. Years later, the memory of scabies, a contagious skin infection that had spread throughout the mall, makes Samir’s body crawl, even though he did not contract it.
In February 2016, upon being granted official permission, the family travelled to France and stayed there almost two years. Then, after Qaraqosh was liberated from IS and it was deemed to be safe to return, they packed their bags and made their way home. Faraj chose to remain in France.
“In December 2017 we returned to ‘our Holy Land’, Qaraqosh,” says Samir. “We were expecting to witness a disaster created and left by IS. However, when we entered our city, I was re-born and I still have that feeling. I could not sleep properly even a single night in France. I don’t regret that we returned at all.”
Of 12,000 families that left Qaraqosh, just less than half (5,700) returned. The city, also called Baghdeda in the Syriac language, used to be home to 50,000 Assyrian Christians (97 per cent of the city’s population) before the invasion of IS. Amidst razed churches and ransacked dwellings, these people seek to resurrect their normal lives. Their principal concern has continuously been security.
When IS attacked their towns, this ancient Christian minority in Iraq felt betrayed by everyone, from the Iraqi army to the Kurdish Peshmerga, who abandoned the Nineveh Plains to their Muslim neighbours, many of whom collaborated with IS, Samir believes.
“In the Bible Jesus said: ‘You will be hated because of me’ and they showed that we were hated because we are Christians,” says Samir, “Our Muslim neighbours, who participated in the looting of our houses and who cooperated with IS, now seem to feel guilty. They reassure us that they are not part of it anymore.”
Caught between IS and its supporters, Assyrians realised that the only succour they would receive was from their own people. In the autumn of 2014, the Nineveh Plains Protection Units (NPU), a Christian Assyrian security force, was created to resist IS.

The 500 men                                  

The security of Qaraqosh, the largest Christian city in Iraq, as well as of neighbouring Bartella and Karamles, is now managed by the NPU’s 500 soldiers. All of them are residents of the Nineveh Plains and members of the Chaldean and Syriac Churches. The NPU fought alongside the US-led coalition and Iraqi forces in the liberation of the Nineveh Plains.
“There are thousands who want to volunteer to serve in the army but the Iraqi government does not give permission,” Athra Kado, the Media Director of the NPU, told World Watch Monitor. “If the security of a town or a village is not controlled by our people, we cannot trust them; we don’t trust the government.”
Samir says that his middle son, Yousif, 18, is on his way to join the NPU. The only Christian army unit in Iraq embodies the hope of Assyrians for a safer and more secure future.

Passive persecution

Lack of trust in the Iraqi government and Kurdistan Regional Government (KRG) has always been an issue for the Assyrian community. “If the level of trust towards the authorities was very low even before the IS invasion, now there is no trust whatsoever,” Afram Yakoub, a board member of the Assyrian Confederation in Europe, told World Watch Monitor.
He pointed to the various sectors in which he says Iraqi Assyrians face neglect and discrimination on a daily basis, from education and employment to the judicial system.
“The general trend is that there is no basic democracy: Assyrians and other minorities are left outside of decision-making processes in the Nineveh Plains, even though they are the majority,” said Afram Yakoub. “Assyrians don’t get government jobs; Assyrian schools never receive the full funding they are entitled to or the textbooks they need; the water and electricity supply is weaker for the Assyrian community; foreign aid that is pouring into Northern Iraq is not handled by Christians and is somehow directed to non-Assyrians.”
The areas governed by the KRG see the authorities passively resisting judicial verdicts made in favour of Christians by neglecting to implement them, he says. Alongside its policy of ‘Kurdification’ of Northern Iraq, the KRG also imposes a curriculum upon Assyrian schools, says Yakoub. He describes this as ‘humiliating’: “For example, in history books there is a chapter where the Kurd Simko Agha, who assassinated the Patriarch of the Assyrian Church of the East during the Assyrian genocide immediately after the First World War, is presented as a hero.”
Discrimination against Christian women is not brazen but it does exist: the concept of ‘honour and shame’ and other Islamic practices are indirectly imposed on Assyrian women as well, Yakoub explains.

A dream that unites

Approximately half a million Assyrians, out of a global population of 1.5 million, live in Europe today. The Assyrian Confederation of Europe not only co-ordinates donations and other support from the Assyrian diaspora to Assyrians in Iraq and Syria, but it also pursues a political agenda. This involves attempts to influence powerful countries to put pressure on the Iraqi government to grant the Nineveh Plains the status of an autonomous Assyrian administrative province.
Assyrians believe that only autonomy with an Assyrian governor would guarantee the continued existence of the indigenous Assyrian community in the Nineveh Plains, so that the decisions concerning various aspects of their lives are made by “their people”.
“Our ethnicity and our Christian identity are interconnected,” says Athra Kado of the NPU. “We can’t practise Christianity if we don’t have our language and our land. We don’t want Kurds or Arabs to get involved in deciding our destiny, nor do we want them to fight with each other to get the Nineveh Plain. Historically, it belongs to Assyrians and Yazidis.”
This campaign, however, has stalled. “We have had zero results so far,” says Afram Yakoub of the Confederation. “Influential countries are not interested in us.”
For now, this Christian community clear the rubble from the streets left behind by IS, re-build their houses and outline their plans for the Nineveh Plains.
“My life is now here,” says Samir, a father of three sons. “I wanted to come back so much. I wanted to live my traditions, with my people. There is so much beauty around me, despite the ruins.”

Background

The Assyrian population in Iraq is mainly concentrated in the Nineveh Plains region, Northern Iraq, which is considered the original Assyrian homeland. This distinct, indigenous ethnic group are descendants of the ancient Assyrian Empire, which collapsed between 612 BC and 605 BC, and speak an ancient language termed ‘Assyrian’, ‘Syriac’, ‘Aramaic’ or ‘Neo-Aramaic’.
Christianity spread in the Assyrian nation shortly after its rise. They have established five Eastern Churches at different points in their history: the Ancient Church of the East, Assyrian Church of the East, Chaldean Catholic Church, Syriac Catholic Church, and Syriac Orthodox Church. The majority of Assyrians who live in Iraq today adhere to the Chaldean and Syriac Churches.
An estimated 300,000 Assyrians lived in Iraq before IS’s invasion. They have a significant presence in north-eastern Syria, around 400,000 before the recent civil war started in 2011, mainly concentrated in the Hasaka Governorate.
Under the Arab nationalist Ba’ath Party regime of Saddam Hussein, this Christian minority was intermittently subjected to persecution of varying degrees. This included the targeting of Assyrian towns and villages during the al-Anfal military campaign against Kurdistan in Northern Iraq between 1986 and 1989, and after the US invasion of Iraq in 2003.
The Assyrian Democratic Movement, an ethnic Assyrian political party established in 1979 in Iraq, holds two seats in the KRG parliament and two seats in the Iraq parliament.
A number of forces are involved in the security arrangement of the Nineveh Plains: the Kurdish Peshmerga, the Iraqi army and the NPU.

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