lunedì, maggio 29, 2017

 

Sacerdote irakeno: la solidarietà di AsiaNews contro le distruzioni dell’Isis


In un contesto geopolitico “molto caldo”, in cui le truppe irakene proseguono la loro avanzata nella città vecchia di Mosul e l’emergenza umanitaria si fa sempre più grave, diventa sempre più “importante e significativa” l’opera di assistenza e aiuto ai profughi. Lo Stato islamico è “una realtà di morte, di distruzione, di vergogna” contro il quale “il mondo cristiano si unisce” in una iniziativa comune di solidarietà. È quanto racconta in una lettera inviata ad AsiaNews p. Samir Youssef, parroco della diocesi di Amadiya (Kurdistan), che cura 3500 famiglie di profughi cristiani, musulmani, yazidi che hanno abbandonato le loro case e le loro terre per sfuggire ai jihadisti.
Il sacerdote è in prima linea sin dall’estate del 2014, da quando è iniziata l’emergenza, e vuole ringraziare la nostra agenzia non solo per la campagna di aiuti, ma anche per “il lavoro di cultura e di informazione” a beneficio anche della popolazione irakena, compresi i profughi. “Grazie a voi - afferma p. Samir - la parola di verità e la realtà della Chiesa si rendono testimonianza ovunque”. Di seguito, prosegue, vi invio “una lettera di ringraziamento, con il report finanziario, riguardante l’ultima donazione ricevuta prima della Pasqua, a marzo”. 
Le donazioni possono essere fatte secondo le indicazioni della campagna “Adotta un cristiano di Mosul”.  Le foto presenti in questa galleria sono la testimonianza visiva di come vengono usate le offerte della campagna. Ecco, di seguito, la lettera inviata da p. Samir: 

Carissimo p. Bernardo Cervellera, miei carissimi amici di AsiaNews, 
Innanzitutto prego il Signore che stiate bene. Desidero continuare a ringraziarti p. Bernardo, e per tuo tramite tutti i nostri amici di AsiaNews, per gli aiuti che ci avete mandato durante la festa di Nawroz e per il tempo Pasquale (oltre 20mila euro) per aiutare i profughi cristiani, musulmani e yazidi che sono in difficoltà. 
Voi, con il vostro amore concreto, ci fate sentire una grande gioia e ci fate capire che non siamo soli, ma che siamo un unico corpo. La Chiesa locale senza il vostro sostegno non avrebbe potuto andare avanti, ci avete davvero aiutato ad andare avanti nel nostro impegno a favore degli sfollati. 
La Chiesa cattolica in generale, e la Chiesa italiana in modo particolare, hanno fatto molto per la Chiesa d’Iraq, e questo fatto storico sarà ricordato per sempre. Il terrorismo che oggi colpisce purtroppo in tutto il mondo, ci fa pensare e chiedere: dove siamo, dove è la libertà che ci libera da questo male? 
Io credo che una risposta arrivi dal Padre Nostro, perché quando crediamo che abbiamo un Padre celeste, e lavoriamo per santificare il suo nome con la nostra fede e la nostra carità, rendiamo visibile il suo regno. Attraverso il suo amore, cerchiamo di compiere la missione che egli ci indica; solo così non ci mancherà il pane quotidiano, e il suo amore paterno non ci lascerà e sempre ci perdonerà. Molto riceviamo in cambio, nel dare questo pane quotidiano e questo perdono agli altri, a quanti il Signore metterà sulla nostra vita e sul nostro cammino. 
Ho voluto condividere questi pensieri con voi, perché voi con il vostro affetto mi avete fatto conoscere e vivere in profondità la grandezza di questo “pane quotidiano” che è per me e per tutta l’umanità: il vero Gesù Cristo, il vero pane quotidiano. 
Se l’umanità non si nutre della parola di Gesù come mangia il pane, non troverà mai la pace. Solo quando vivremo come figli del Padre Nostro, avremo la vera Pace, e quando non siamo così rischiamo di cadere nella tentazione. 
Infine, prego il Signore di benedire tutti voi.
Di seguito in questa pagina potrete vedere come sono stati usati i soldi della donazione e una gallery fotografica che testimonia la distribuzione di cibo e aiuti.
P. Samir Youssef
(Parroco della diocesi di Zakho e Amadiya)

Report finanziario: 
  • 11.400 dollari per cesti alimentari distribuiti a 250 famiglie 
  • 5.000 dollari in contanti per 50 famiglie 
  • 2.750 dollari in vestiti, scarpe 
  • 1.450 dollari in mobilia
  • 600 dollari per un generatore
  • 9200 dollari in medicine
  • Il totale è di 21.400 dollari

Leggi tutto!
 

International Conference on Victims of Ethnic and Religious Violence in the Middle East


The Chaldean Archbishops of Basra and the south, Habib Jajou and of Kirkuk, Yousif Toma participated in the International Conference on Victims of Ethnic and Religious Violence in the Middle East held in Madrid, Spain on Wednesday, 24 May. They participated in the conference on behalf of His Beatitude Mar Luis R. Sako. Dozens of political leaders from 59 countries and 16 UN organizations came to adopt an action in support of the Iraqi and Syria Christians, Yazidi and other minorities.
The conference was organized by the Spanish and Jordanian foreign ministries. It was the second version of the Paris conference for the same goal in 2015.
Archbishop Jajou thanked the Western Church groups, UN organizations and all NGOs for their supportive programmes and projects ‘But people needs more humanitarian, legal and political undertakings’ he added.
He highlighted several vital points, namely the bad situation for the displaced people in Nineveh Plain; the dangers posed by ISIS, where he said "because of the extremist mentality of several political and religious leaders ‘we have to monitor the incitement and discrimination and move forward with social resilience and protection of the national fabric of different religious and cultures’. He criticized the poor role of the international community in countering the irrational propaganda of the extremists. He also called for to establishment of an international law to criminalise who finance or encourage terrorism.
He emphasized refusal to use terms like ‘minority or ethnic’ which isolate the communities with lesser rights. He suggested the title ‘multicultural society’ instead of ‘society with culture diversity’.
He, furthermore, confirmed the need to re-draft the Iraqi constitution especially, Article 2 and the Personal Status Law, Article 26, and called for educating the new generation, through reforming the education curriculums in schools; to work for people’s equality and protect the dignity of the human person, namely woman's and children's rights.

Leggi tutto!

giovedì, maggio 25, 2017

 

Meeting with US Vice President Mike Pence

His Holiness Syriac Orthodox Patriarch of Antioch and All the East Mor Ignatius Aphrem II, His Beatitude Syriac Catholic Patriarch of Antioch and All the East Mor Ignatius Youssef III Younan, and His Beatitude Chaldean Patriarch of Babylon Mar Louis Rafael I Sako, met His Excellency US Vice President Mike Pence at the White House in Washington DC.
The meeting was organized and attended by His Eminence Archbishop of Vienna Christoph Cardinal Schonborn and Dr. Christian Von Geusau, President of the International Catholic Legislators Network.
During the meeting, His Holiness and their Beatitudes discussed with His Excellency the Vice President the general situation in the Middle East as well as the Christian presence and what they are suffering of due to the wars and conflicts in the region. They also discussed the persecutions and expulsion that they are facing in their homeland, especially in Iraq, Syria and Lebanon. The three patriarchs confirms that it is extremely important to preserve the Christian presence in their homeland.
Vice President Pence showed sympathy with the cause of the Christians in the Middle East and promised to work to have peace and dialogue in the East.
Their Holiness and Beatitudes commended the outcome of the meeting of Pope Francis and the US President Donald Trump in the Vatican where they confirmed the need for peace especially in the Middle East and the need to protect religious minorities in the region.
His Holiness, their Beatitudes and His Eminence the Cardinal met with officials in the US State Department as well as Congressmen, activists and NGOs concerned about the situation of Christians in the Middle East. They discussed with them the ways to preserve the presence of Christians in their homeland. His Holiness also asked the help of the US officials in the case of the return of the abducted Archbishops of Aleppo Boulos Yaziji and Mor Gregorius Youhanna Ibrahim.
Their Holiness and Beatitudes were the guests of His Excellency Mgr. Christophe Pierre, Apostolic Nuncio for the USA.
The meetings were also attended by His Eminence Archbishop Mor Dionysius John Kawak, Syriac Orthodox Patriarchal Vicar for the Archdiocese of the Eastern USA, His Excellency Mar Francis Kallabat, Chaldean Archbishop of the Archdiocese of St. Thomas in the Eastern USA, Very Rev. Raban Joseph Bali, Syriac Orthodox Patriarchal Secretary and Media Office Director, Rev. Fr. Habib Mrad, Syriac Catholic Patriarchal Secretary, and Mr. Manuel Baghdi, Advisor of HE Cardinal Schonborn for the Immigrants Affairs.

Leggi tutto!
 

10 anni dall'assassinio di Padre Ragheed Ganni a Mosul ACS lo ricorda con un libro


Giovedì 1° giugno alle ore 11 presso la sede di Aiuto alla Chiesa che Soffre (Piazza San Calisto 16, IV piano palazzina a destra) sarà presentato il volume Un sacerdote cattolico nello Stato Islamico. La storia di padre Ragheed Ganni. Sarà presente l’autore, il sacerdote iracheno padre Rebwar Audish Basa.
A dieci anni dalla scomparsa di padre Ragheed Ganni, sacerdote iracheno ucciso il 3 giugno 2007 a Mosul, Aiuto alla Chiesa che Soffre lo ricorda con un libro, scritto dal suo amico padre Rebwar Audish Basa.
Un volume che racconta la vita di padre Ganni e include suoi scritti e testimonianze inedite. «La splendida testimonianza di fede di padre Ragheed deve rimanere presente nella memoria della Chiesa», scrive nella prefazione il cardinale Fernando Filoni, prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, che ha incontrato il sacerdote durante il proprio mandato come nunzio apostolico in Iraq.
Nato a Karemles, nella Piana di Ninive nel 1972, nel 1996 padre Ragheed si trasferì a Roma per studiare teologia ecumenica – grazie ad una borsa di studio di ACS – presso l’Università di San Tommaso d’Aquino (Angelicum). Al termine dei suoi studi, nel 2003, in Iraq era già scoppiata la guerra, ma padre Ganni decise ugualmente di ritornare nel suo paese. Un’esperienza terrificante, racconterà lui stesso, quella di servire Dio «in un Iraq dove ogni giorno la violenza e il “terrorismo” privano decine di esseri umani della loro vita».
Da segretario del vescovo di Mosul, monsignor Faraj Rahho e parroco della Chiesa dello Spirito Santo, padre Ganni si misurò più volte con la crudeltà degli islamisti e assistette alle violenze sistematiche ai danni dei cristiani in Iraq. Nel 2004 il sacerdote martire si salvò miracolosamente dall’attentato all’arcivescovado di Mosul. Poi i numerosi attacchi alla sua chiesa e le tante minacce. Fino al 3 giugno del 2007. «Ti avevo detto di chiudere la chiesa, perché non l’hai chiusa?», disse il suo assassino. «Non posso chiudere la casa di Dio», rispose il sacerdote prima di essere ucciso da una raffica di proiettili.
Da allora purtroppo l’Iraq ha continuato ad essere una terra di persecuzione e la barbarie islamista ha raggiunto il proprio apice con l’invasione della Piana di Ninive da parte di ISIS nel 2014. Invasione che non ha risparmiato neanche la tomba del sacerdote martire, sepolto nel suo villaggio natale, Karemles.
Una delegazione di ACS, in visita nei villaggi cristiani della Piana di Ninive dopo la liberazione dallo Stato Islamico, ha ritrovato la pietra tombale, sulla quale era stata riassunta la vita di padre Ragheed, in pezzi. «Apparentemente – scrive padre Rebwar Basa nel volume – quanto scritto non è piaciuto ai terroristi dell’ISIS. In questo libro noi raccontiamo, quello che loro hanno provato a cancellare per sempre».

Leggi tutto!

martedì, maggio 23, 2017

 

Seminarian who once saved the Eucharist from ISIS returns as a priest


Martin Baani was just 24 years old when he risked his life as a seminarian to rescue the Blessed Sacrament from the imminent invasion of Islamic State terrorists in his hometown.
Now, he is returning to his native village as a priest, ready to serve the people through the Eucharist.
On August 6, 2014, Baani received a call from a friend who warned that a nearby village had fallen into the hands of ISIS, and that his hometown of Karamlesh would be next. 
Baani promptly headed to the San Addai church and took the Blessed Sacrament, to prevent the jihadists from desecrating it. That day, he fled in a car along with his pastor, Fr. Thabet and three other priests.
“I was the last one to leave Karamlesh, with the Blessed Sacrament in my hands,” he told the pontifical foundation Aid to the Church in Need.
Despite threats from ISIS, Baani chose to stay in Iraq instead of fleeing with his family to the United States. He continued his studies at Saint Peter's Seminary in Erbil, the capital of Iraqi Kurdistan.
In September 2016, Baani was ordained a priest along with six other men.
Around 500 people attended the ordination, which was presided over by the Patriarch of the Chaldean Catholic Church, Louis Raphael Sako. 
A few months before his ordination, Baani told Aid to the Church in Need: “Every day I go to the refugee camps to accompany the families. We are Christian refugees. ISIS wants to eliminate Christianity from Iraq but I have decided to stay. I love Jesus and I don't want our history to disappear.”
Almost a year later, following the liberation of the villages of the Plain of Nineveh from ISIS control, Fr. Banni confirmed his decision to stay in Iraq in order to “serve my people and our Church.”
“Now I am happy to celebrate Holy Mass in Iraq,” he said.
Aid to the Church in Need has currently planned the reconstruction of about 13,000 Christian homes that were destroyed by ISIS.
Several weeks ago, the foundation held an “olive tree ceremony” where they delivered an olive plant to the homeowners of 105 Christian homes in the villages of Bartella, Karmalesh and Qaraqosh as a symbol of peace and reconciliation.

Leggi tutto!
 

Arab Christians voice hope, concern over Trump's speech to Muslim leaders


Arab Christians voiced hope and concern over U.S. President Donald Trump's first foreign visit and his speech in Saudi Arabia to the Muslim world, in which he urged a peace-focused Islam as a counter movement to extremism.
"I hope that President Trump will remind us that we have to think about youth and the future of the Middle East and its countries," Chaldean Catholic Archbishop Yousif Mirkis of Kirkuk, Iraq, told Catholic News Service. He spoke on the sidelines of the World Economic Forum meeting on the Jordanian shores of the Dead Sea May 19-21 as Trump traveled to neighboring Saudi Arabia.
Youth make up the majority of most Middle Eastern countries, and they face a bleak socio-economic future, with youth unemployment hovering around 30 percent. Mirkis cited it as one of the drivers laying the groundwork for extremist violence — frustration over little socio-economic prospects.
"Differences are a part of our culture. We cannot resolve the problem of differences, but dealing with these differences in a meaningful way can make our lives more peaceful, like here in Jordan," he said, also pointing to the region's rich mosaic of ethnic and religious diversity.
Over the past three years, his parishes have aided some 500,000 Iraqi Christian and other religious minorities fleeing persecution of so-called Islamic State and sectarian violence that has engulfed Mosul and the Ninevah Plain.
He said Iraq has been on the front line of the Islamist extremism and terror that has become "very dangerous for the world." Yet he expressed hope for reconciliation to prevail in his war-torn homeland.
"We are so happy to see so many people from different countries here," he said. "They are together like brothers and sisters. We can and want to do that in Syria and Iraq," Mirkis said.
A high-profile speech by Trump from the home of Islam's two holiest sites urged Muslim unity with the U.S. to fight Islamist militants and terrorism.
"If we do not stand in uniform condemnation of this killing, then not only will we be judged by our people, not only will we be judged by history, we will be judged by God," he said, addressing 55 leaders from predominantly Muslim countries gathered in the Saudi capital, Riyadh.
"This is not a battle between different faiths, different sects or different civilizations," Trump said in an about-face from his campaign rhetoric. "This is a battle between barbaric criminals who seek to obliterate human life and decent people, all in the name of religion, (and) people that want to protect life and want to protect their religion. This is a battle between good and evil."
Trump said the U.S. is prepared to stand with those leaders in the fight against extremists, but those countries must take the lead. He urged them to drive extremists "out of your places of worship. Drive them out of your community. Drive them out of your holy land."
He urged the leaders to "honestly confront the crisis of Islamic extremism and the Islamists and Islamic terror of all kinds."
"It means standing together against the murder of innocent Muslims, the oppression of women, the persecution of Jews, and the slaughter of Christians. Religious leaders must make this absolutely clear — barbarism will deliver you no glory. ... And political leaders must speak out to affirm the same idea. Heroes don't kill innocents; they save them," he added.
Trump's speech attempted to set the U.S. and himself on new footing with the 1.6 billion Muslims worldwide after he frequently criticized Muslims on the campaign trail last year and tried to ban many from entering the United States.
Father Rafic Greiche, spokesman for the Egyptian bishops, welcomed Trump's remarks, calling them "very, very frank," especially in light of several recent bombings, beheadings and other attacks claimed by the so-called Islamic State on Egyptian Christians and churches.
"It's not a normal political speech. The Muslim leaders had to hear these words at last, especially when he said, 'You have to get the terrorists out,'" the priest told Catholic News Service by phone from Cairo.
"This struck me most because there were leaders sitting in the meeting from countries that patronize terrorists or give them support," he said, underscoring the frustration and vulnerability many Egyptian Christians feel in the wake of deadly terror attacks. However, Greiche said he believes Trump and Egyptian President Abdel-Fattah el-Sissi share similar views on confronting the menace.
In their speeches at the Arab Islamic American Summit, both Trump and Saudi King Salman rebuked the Sunni Muslim kingdom's regional rival, Shiite-majority Iran, as a terror backer. The U.S. president called on the Muslim world to help isolate Iran.
But Arab Christian businessman Michael Morcos, commenting on Trump's visit, saw a "marriage of convenience" between Washington and Riyadh over their $110 billion arms deal, which preceded the speeches. Morcos said the renewed partnership can endanger the overall peace in the Middle East.
"Both sides need each other. Money talks, so the Saudis are about to commit a significant amount of money to the U.S., so it will build some bridges," Morcos told CNS. "But it will wind up in isolation of other Muslim countries, including Iran, and that will fuel war in the region."
Saudi Arabia and Iran are already engaged in proxy wars in Syria, Yemen and Iraq to destructive effect.
"The Sunni and Shiite parts of the Arab world are separating, and the gap is becoming wider. I think Trump's actions will widen the gap," Morcos said.
Some analysts believe that by making lucrative arms deals with Saudi Arabia, Washington will find it hard to pressure Riyadh to reform its own brand of fundamentalist Islam, known as Wahhabism. In 2013, the European Parliament published a report citing Wahhabism as a main cause of global terrorism.
Meanwhile, the son of the late Israeli peacemaker Shimon Peres expressed hope that Trump would be "committed to a (Mideast peace) process that will move peace forward, realize and implement it by working very closely with Israel and the Palestinians, so it will be long-lasting."
Chemi Peres, chairman of the Peres Center for Peace, spoke to CNS on the sidelines of the World Economic Forum ahead of Trump's second stop in Jerusalem.
"There is a sense of urgency on both sides," Peres said. "Everybody understands the parameters of the solution. What we need now is the determination on all sides to reach a final agreement."

Leggi tutto!
 

Armageddon in Iraq? US Pastor Details ISIS Destruction of Christian City

By The Christian Post
Stoyan Zaimov
 
With churches destroyed and desecrated, crosses distorted, and Jesus statues beheaded by ISIS, it looks as if "Armageddon" happened in Qaraqosh, said a U.S. pastor who recently visited the formerly thriving Christian city in Iraq's Nineveh Plain.
"One would have thought Armageddon had already taken place," Pastor William Devlin of Infinity Bible Church in the Bronx, New York, and president of REDEEM, which provides funds to persecuted people across the world, told The Christian Post late last week.
Devlin, who saw firsthand the devastation earlier this month, recounted:
"Stately stone homes, thousands of them burned by the Islamic State beginning in August 2014 and continuing through October 2016; every business gutted, its metal drop down doors, each littered with Arabic graffiti -- 'We are the sons of Muhammad; Christians and Jews are the sons of apes, monkeys and pigs;' every cross and crucifix distorted, bent or ravaged into a dystopic mess.
"Every church in this city -- Syriac Orthodox, Chaldean Catholic, Assyrian Church of the East -- had their wooden pews piled into a heap and set on fire. Blackened soot coated the entire ceilings and inside of these formerly beautifully maintained houses of worship; church bell towers blown up and toppled, church courtyards transformed into firing ranges, used for training of Islamic militants, sporting now headless mannequins filled with bullet holes."
Additionally, stone reliefs of martyred saints on walls had been "hammered to oblivion."
The pastor, who has been to Qaraqosh twice now, told CP that that the city, which once had the country's largest Christian population of 50-60,000 people, has been left without water and electricity, and called it a "modern-day ghost town."
"The destruction is total -- in the sense of buildings, businesses, homes and churches -- but the destruction is far wider in the hearts, souls and minds of those Christians who fled this city on August 6, 2014," he commented.
Devlin has visited Iraq multiple times now, helping provide relief for displaced Iraqis, and partnering with a network of underground rescuers that are assisting women and girls to escape the clutches of the radical terror group.
Speaking with former Qarakosh residents who now reside in Erbil, the capital of Kurdistan, he recalled their words:
"There is no future for Christians in Iraq; should we go back to our burned homes, our decimated businesses, our destroyed churches? How will we start a new life back there when there is no guarantee of safety for our children, for our families?"
Though statistics vary, reports all point to the dramatic exodus of Christians from Iraq.
Iraqi Christian lawmaker Josef Sleve told Anadolu Agency earlier in May that over the past 14 years, some 1.5 million Christians have emigrated to other countries, with somewhere between 500,000 and 850,000 followers of Christ remaining.
Devlin said that the Nineveh Plain, which hosted the largest part of the country's Christian population for almost two millennia, now only has 200,000 Christians.
"Armageddon has arrived for our Nineveh Plain and Iraqi sisters and brothers," the pastor stated.
Still, there have been reports showing that some former Qarakosh residents have decided to return to the ravaged city to assess the damage, and figure out if rebuilding their lives there is possible.
The Atlantic article revealed that a handful of families moved back to the city, despite security concerns still high over Islamic State and its battle for control of nearby Mosul.
Organizations such as Aid to the Church in Need and others have been helping in rebuilding efforts across the Nineveh Plain, Fox News reported earlier this month. Some 13,000 houses are to be built in a venture that will cost close to $250 million.
"For a long time people have been saying that Iraqi Christians don't want to return home," said Robert Nicholson, executive director of The Philos Project.
"Having spoken to many of them, both inside Iraq and around the world, I can tell you that's absolutely untrue. Many of them would love to come back, and some of them actually are."
Devlin told CP that many other Christians are deciding not to return, however, because there is no promise of security to protect them.
"Many former residents of Qaraqosh I have personally spoken with, are distrustful of KRG-Kurdistan Regional Government and particularly the Peshmerga of protecting them, establishing societal infrastructure [such as] water, sewer, electricity," he said of people's political concerns.
"Some feel that KRG, the Kurds want the land of the Nineveh Plain, to take it from the Christians. Even though there are now Christian militias -- NPU, NPF -- they could not stand up to Peshmerga if there was a battle for the ultimate control of Qaraqosh and other Christian cities in the Nineveh Plain."
Devlin noted that for some, the emotional and psychological question of how many of their Muslim neighbors are either open or secret sympathizers of IS also remains a big factor.
"There have been multiple reports of Christian and Yazidi homes/businesses being pilfered/ransacked by Muslim neighbors and even the Peshmerga," the pastor explained.
"The fear factor among the Christians returning to their ancient homeland is high due to the above reasons."

Leggi tutto!
 

Ninive, rifugiati cristiani fra l’attesa del rientro e l’appello per una visita del Papa


La nostra identità appartiene “alla nostra terra” e solo quando “saremo tornati nelle nostre case” potremo dire di essere di nuovo felici e pacificati. Nel frattempo “i nostri figli partecipano alle attività del campo”, che servono a risvegliare e a mantenere viva la voglia di tornare, che "nutrono l’attesa” del rientro a Karamles. 
È quanto racconta ad AsiaNews Naseem Kuder Sulaiman, 47enne ingegnere originario della cittadina della piana di Ninive occupata nell’estate del 2014 dallo Stato islamico (SI). In attesa del completamente dei lavori per poter ritornare “nella mia casa, nella mia terra”, egli lancia un appello a papa Francesco perché “una sua visita in Iraq vorrebbe dire fortificare la Chiesa qui, sentire di non essere dimenticati”.
Naseem è sposato con la 42enne Wafaa Quruaqos Toma, casalinga. La coppia ha quattro figli: Sulaiman, di 15 anni, studente alle scuole medie, San, 12 anni, anch’egli alle medie, Sizan, 7 anni, che frequenta le elementari e la piccola Rahaf, di 3 anni, che va all’asilo. Essi hanno lasciato la loro casa e i loro beni nella notte del 6 agosto 2014, quanto le milizie jihadiste dopo aver conquistato Mosul (a giugno) hanno esteso il loro controllo su gran parte della piana di Ninive.
Da tempo vivono in un complesso affittato dalla Chiesa irakena a Erbil e hanno potuto superare difficoltà e ristrettezze grazie all’opera di don Paolo Thabit Mekko, 41enne sacerdote caldeo di Mosul, responsabile del campo profughi “Occhi di Erbil”, alla periferia della capitale del Kurdistan irakeno. Nell’area hanno trovato nel tempo rifugio centinaia di migliaia di cristiani, musulmani e yazidi in seguito all’ascesa dello SI. La struttura ospita 140 famiglie, circa 700 persone in tutto, con 46 mini-appartamenti e un’area per la raccolta e distribuzione di aiuti. A questo si sono aggiunti un asilo nido, una scuola materna e una secondaria.
L’offensiva sferrata nell’ottobre scorso dall’esercito irakeno, sostenuto da milizie curde, ha permesso di liberare i villaggi e le cittadine della piana; ora la battaglia si concentra sul settore occidentale di Mosul, dove permane una sacca di resistenza jihadista. Di contro, a Karamles come in molte altre cittadine di Ninive è iniziata la lenta e faticosa opera di ricostruzione, testimoniata anche dalla celebrazione della messa delle Palme nella chiesa devastata dall’Isis.
Nelle scorse settimane la Chiesa caldea ha redatto un bilancio dei danni causati dai miliziani fondamentalisti sunniti: 241 case bruciate, 95 abitazioni distrutte, danni ad altre 431 case oggetto di ruberie e saccheggi. Ultimato il lavoro di documentazione, i vertici cristiani hanno avviato la ricostruzione partendo dalle case che avevano subito i danni minori. Le risorse sono scarse, mancano i fondi e le infrastrutture scarseggiano. Per questo nessuna famiglia ha potuto fare ancora un ritorno stabile a Karamles, anche se la speranza è quella di poterlo fare a breve.
“L’attesa è difficile, stancante, snervante - racconta Naseem Kuder Sulaiman - la fuga è stata pesante e la situazione di stallo non aiuta”. “Viviamo tutti in una stanza - prosegue l’uomo - e condividiamo l’appartamento con un’altra famiglia. Quindi c’è una pressione su di noi, piccola o grande, come si può ben immaginare”. Il pieno recupero dell’identità, prosegue, passa anche attraverso “il ritorno nelle nostre case”. In un secondo momento si affronterà poi il problema della convivenza con i musulmani, sebbene il radicalismo islamico abbia “cambiato molte cose e la sfiducia verso i musulmani è aumentata”. “Speriamo - aggiunge - di trovare una intenzione sincera da parte loro, che vi sia un reale desiderio di convivere senza discriminazione, mettendo al bando gli atteggiamenti aggressivi” del passato.
Per il futuro il desiderio è quello del rientro di tutti i profughi nelle loro case, la pace e la ricostruzione di infrastrutture e servizi. Oggi si continua a vivere, e a sopravvivere, grazie all’aiuto della Chiesa “senza la quale non ce l’avremmo mai fatta. La Chiesa ha compiuto un’opera grande in questo arco di tempo”. “Nonostante le sofferenze - sottolinea Naseem - e proprio in virtù di ciò che abbiamo patito, la nostra fede si è fatta più salda e forte. Questo è ciò che conta per noi”. Ai cristiani in Occidente e nel mondo l’appello perché “si muovano attivamente, come già fatto in passato, per contribuire a questa nuova tappa della ricostruzione, perché i cristiani possano continuare a restare qui in Iraq”.
Da ultimo, il desiderio di una visita di papa Francesco in queste terre segnate dal terrorismo e dalla violenza. “Noi cristiani orientali - afferma - abbiamo una grande stima dei capi religiosi. Lanciamo un appello al Santo Padre: Benedetto chi viene nel nome del Signore, perché una sua presenza qui avrebbe effetti positivi”. “Noi vi aspettiamo - conclude - perché siete nostri fratelli. Continueremo a restare qua, se voi sarete accanto a noi”.

Leggi tutto!

lunedì, maggio 22, 2017

 

Iraq's Christians demand reconstruction of religious sites

By Al Monitor
Wassim Bassem

A new era has started in the northern Ninevah Plains, known for its ethnic and religious diversity, following the expulsion of the Islamic State (IS). IS took over the area in June 2014 and forced the Christians living there — estimated at more than 100,000 — to abandon their farms and towns and head to the neighboring Kurdistan Region and other areas in the country, or to leave Iraq altogether.
On May 16, the heads of the Christian churches told the media of their “concerns over the possible return of terrorism and demanded that “the areas of the Ninevah Plains be protected by the United Nations and enjoy autonomy.” This fear, however, has not prevented many Christians from returning to their farms and cities and practicing religious rites in their monasteries and churches. During the Easter mass April 15 at the Mar Mattai Syriac Orthodox Monastery in Ninevah, Christians prayed for the safe return of the displaced to their homes and the spread of peace.
IS reduced several monasteries and churches to ruins, and Christians in the Ninevah Plains are demanding that plans be made for their reconstruction, especially for the monastery of Mar Behnam. It dates to the fourth century; IS occupied it in 2014 and bombed it in 2015. They are also calling for the reconstruction of the Mar Mattai Monastery, founded more than 1,600 years ago.
Yonadam Kanna, a Christian member of parliament, told Al-Monitor, “IS besieged the Mar Mattai Monastery in 2014 and prevented people from getting to it. So the first thing I did after the liberation of the Ninevah Plains was to restore the road leading to this monastery through the slopes of Mount Maklub, on top of which the monastery is built. [The monastery] extends over about 1 kilometer [0.6 miles] at a height of 2,400 meters [7,874 feet] above sea level."
Kanna said, “The security forces along with some volunteers have started to remove the words engraved by IS on the walls of the monastery of Mar Behnam and other churches inciting the killing and displacement of Christians. The monks' rooms are being renovated after IS turned them into rooms for the detention of civilians. Crosses have also been raised [on the grounds].”
He added, “IS destroyed about 40% of the Mar Behnam Monastery; this calls for government support and funding to turn these sites again into places of worship and religious tourism centers. The government needs to develop a strategic program to restore Mar Behnam and Mar Mattai in conjunction with the return of visitors.”
However, Faleh al-Shammari, the director of antiquities in Ninevah, told Al-Monitor, “It is still premature to think of a strategic reconstruction project due to the war and the financial crisis.”
Still, he said, “Local volunteer teams have begun to remove the debris in the monasteries and churches and started to paint the facades of the Mar Behnam Monastery. The Directorate of Antiquities is preparing a special program to redevelop Mar Mattai Monastery, which is a historic site of interest to humanity and is frequented by visitors from all over the world.”
Shammari said, “Ecclesiastical organizations from Europe visited Mar Mattai Monastery this month and expressed their willingness to participate in the restoration of Christian monuments in the Ninevah Plains. In addition, during a UNESCO meeting last month in France held in the presence of the Iraqi minister of culture, an agreement was reached over the reconstruction of Mar Behnam and Mar Mattai.”
Shammari said, “The main objective is to have tourists from all over the world return to visiting these places like they used to before the IS invasion of Ninevah.”
Christian Bet-Nahrain Democratic Party leader Yousif Yacoub told Al-Monitor, “The government should swiftly reconstruct Mar Behnam Monastery in Qarqosh, which had been turned into a training camp by IS. It should also reconstruct the churches of Mosul that were turned into IS headquarters and the Mar Mattai Monastery, which was besieged after the historical road leading to it was threatened. These places have become a national symbol and not only a religious one; victory over IS will only be completed once these symbols are reconstructed.”
Yacoub said, “The Christian institutions in Europe have to fund the reconstruction of these churches to maintain the Christian presence in the Middle East.”
As for the role of the Christian Waqf Foundation, Media Director Hani Kasto told Al-Monitor, “The waqf formed committees to study the reconstruction projects of the Mar Mattai and Mar Behnam monasteries."
He added, "Before the start of the reconstruction process, it is the duty of the government to restore confidence in the hearts of the Christians in their homeland and state by focusing on strengthening security in the Ninevah Plains and reassuring the population that the state is strong and that terrorist and extremist organizations will no longer return to the region.”
Yacoub said, “The security authorities reinforced security guard posts at the entrance to the Mar Mattai Monastery and reinforced security measures around Mar Behnam and the other churches. There are international promises to rebuild the churches in Ninevah. These promises remain within the context of symbolic support rather than real reconstruction projects.”
So long as the extremist ideas planted by IS remain rooted in the behavior and beliefs of many people in the Ninevah Plains, the situation of the Christians in the area will be of concern, even amid tightened security measures.
Before the reconstruction of the monasteries, churches and places of worship in the Ninevah Plains, cultural and intellectual rehabilitation is required, so that a culture of moderation, coexistence and tolerance can emerge.

Leggi tutto!

venerdì, maggio 19, 2017

 

Iraq: a Ninive i sacerdoti diventano ingegneri


Non è raro che un sacerdote debba improvvisarsi in altri ruoli. In Iraq, nei territori fino a poche settimane fa occupati dallo Stato Islamico, molti sacerdoti si vedono oggi impegnati come ingegneri, architetti e geometri. Non appena celebrata la messa, padre Georges Jahola smette i paramenti e prende immediatamente il cellulare per ricominciare a coordinare i lavori.
Il sacerdote siro-cattolico è membro del Nineveh Reconstruction Committee (NRC), un organismo creato da Aiuto alla Chiesa che Soffre per coordinare la ricostruzione dei villaggi della Piana di Ninive distrutti da ISIS. «Qui in Iraq se non ci pensa la Chiesa a far fronte alle necessità di questa povera gente non lo farà nessuno».
Nel villaggio di Qaraqosh le case dei cristiani da ricostruire sono 6.727, 115 delle quali totalmente distrutte. La ricostruzione è stata attentamente pianificata. «Abbiamo classificato le diverse abitazioni e cominceremo a ricostruire da quelle parzialmente danneggiate, così da permettere alle famiglie di rientrarvi al più presto», dichiara ad ACS padre Jahola. La Chiesa ha coinvolto 40 ingegneri volontari e oltre 200 operai. «Ci vorrà del tempo ma siamo ottimisti».
Il costo del Marshall Plan varato da ACS per la ricostruzione della Piana di Ninive è stimato in oltre 250 milioni di dollari e la Fondazione ha già messo a disposizione un contributo iniziale di 450 mila euro che permetterà di ricostruire le prime cento case. «Ci stiamo concentrando sui villaggi che sono stati per meno tempo nelle mani dello Stato Islamico», spiega padre Salar Boudagh, vicario generale della diocesi di Alqosh e membro dell’NRC. “A Telskuf e Bakofa la ricostruzione richiederà meno tempo, al contrario di Badnaya, dove oltre l’80 percento delle case è stato distrutto».
Il sacerdote riferisce come prima dell’arrivo di ISIS, 1450 famiglie vivessero a Telskuf, 110 a Bakofa, 950 a Badnaya, più di 700 a Telkef e 875 a Karemles. «La prima condizione per il ritorno di queste famiglie è la sicurezza e fortunatamente quest’area è pattugliata dalla Zeravani, una milizia cristiana di cui ci fidiamo ciecamente».
Accanto alla sicurezza, il piano di ricostruzione non può prescindere da un importante impegno economico. Le case sono state suddivise in base ad un “coefficiente di danno”. Per riparare una casa incendiata servono 25mila dollari, mentre per una totalmente distrutta ne occorrono almeno 65mila. «Preghiamo Dio – afferma padre Boudagh – affinché i benefattori di ACS continuino a sostenerci e permettano alle famiglie cristiane di tornare nella terra dei profeti».

Leggi tutto!
 

Iraqi archbishop appeals for help rebuilding Christian communities after IS persecution


Bashar Warda is leading a mission to revive ancient communities torn apart when self-styled Islamic State extremists tore through them in 2014.
Catholics in the north and north-east raised tens of thousands of pounds to support those who fled the Nineveh Plain to Kurdish-controlled Irbil.
Families have been living in camps and church-funded accommodation, amid fears the rest of the Christian population might abandon the region entirely.
At least four fifths of the estimated 1.5million Christians who lived in Iraq in 2003 have left.
But now that IS have been forced out of their villages, work has begun on the £200million-plus task of rebuilding homes, as signs grow that many want to stay.
Archbishop Warda, the leader of the Chaldean Christians in Irbil, set out the position when he visited the Granite City yesterday to pay his thanks.
“It is really a very critical time,” he told the Press and Journal as he met the Bishop of Aberdeen Hugh Gilbert.
“There is a hope coming back again but we all know that it is a fragile hope, a hope that really needs to be supported and strengthened.
“We have passed the most difficult faith test.
“Now we are looking for people to continue their support, to continue their prayers, to continue their efforts of raising awareness.
“Wherever we find people who show sympathy and solidarity and who are willing to hear our story and help us, it is an act of justice to come and say thank you and share more details about what is happening.”
He arrived fresh from a private meeting with Prince Charles, who has spoken out on the issue on the past and who he found “engaged and fully informed”.
The visit has been organised by the Aid to the Church in Need, a key player in the recovery effort.
The charity’s UK national director Neville Kyrke-Smith praised the “outstanding” fundraising efforts of the region’s congregations.
Bishop Hugh said he was delighted to welcome the archbishop and “see all the ways in which we can help and support”.
“There is a great deal of work still to do,” he said.
“Many thought that they would be leaving for good and not come back but there is now quite a groundswell that they would like to come back.
“But there is both material and social reconstruction needed and it is a big enterprise.
“We are very happy to be a part of that.”

Leggi tutto!

giovedì, maggio 18, 2017

 

Un profugo al Salone del Libro di Torino: Il libro sacro della chiesa siriaca-cattolica di Qaraqosh

By AISE






Viene presentato per la prima volta, in occasione del Salone Internazionale del Libro di Torino presso lo Stand Progetto PRODIGE un antico Libro Sacro della Chiesa siriaca-cattolica proveniente dalla più importante città cristiana del Kurdistan iracheno, Qaraqosh, nell'antica Piana di Ninive. Un manoscritto che racconta e ricorda le migliaia di profughi in fuga dalla guerra, il processo di annientamento delle diverse popolazioni, la distruzione di interi territori ed il "genocidio culturale" in atto in tutto il Medio-Oriente.
Un'iniziativa nata, grazie alle tecnologie di Realtà Virtuale sviluppate con il Progetto PRODIGE, dalla collaborazione fra SiTI e FOCSIV – Volontari nel mondo, questa ultima presente in Kurdistan da oltre tre anni, e volta al recupero e la tutela del patrimonio culturale come parte integrante del processo di ricostruzione del tessuto umano e sociale delle persone coinvolte dal conflitto.
"Estirpare le radici profonde della cultura di un popolo significa recidere in modo definitivo i legami complessi che si intrecciano nel tessuto sociale di una società umana", afferma Gianfranco Cattai, presidente FOCSIV. "Non a caso la Storia ci ricorda che spesso il distruggere le vestigia, il dare fuoco ai libri ha provocato la definitiva scomparsa di alcuni popoli, delle loro tradizioni, della loro lingua. È cancellare la memoria degli uomini".
"Da tre anni",
ricorda Cattai, "siamo a fianco ai tanti sfollati nel campi di Ankawa 2 e Aishti ad Erbil, a Kirkuk e Al Kosh e ora in quelli spontanei nati sulla strada per Mosul. Un lavoro condotto ugualmente in Libano, Siria, in Turchia dai volontari delle 7 ONG socie FOCSIV aderenti alla Campagna Humanity – essere umani con gli esseri umani. Oltre a creare le condizioni per una vita dignitosa ed a pensare alla ricostruzione del futuro di queste persone, siamo consapevoli che mesi di occupazione, di violenze, di guerra e di condizionamento ideologico hanno inciso profondamente nel loro animo. Dobbiamo, quindi, volgere il nostro impegno soprattutto alla ricostruzione del tessuto sociale con l'educazione, la formazione grazie alle quali si possono recuperare le tradizioni e la cultura millenaria di accoglienza e tolleranza di tutto il Medio Oriente. Per questo", conclude Cattai, "crediamo che il recupero del Manoscritto, possa simbolicamente rappresentare per tutti che un altro futuro è possibile".
Il Manoscritto, individuato lo scorso gennaio dai giornalisti Laura Aprati e Marco Bova, successivamente consegnato dall'arcivescovo di Mosul, nelle mani dei volontari FOCSIV ed è giunto in Italia grazie all'impegno diretto del ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Dario Franceschinie di Giulia Silvia Ghia presidente di Verderame progetto cultura.Oggi è ricoverato presso ICRCPAL – Istituto Centrale per il Restauro e della Conservazione del Patrimonio Archivistico e Librario che ne effettuerà il restauro nei prossimi mesi, studiandone i contenuti e dandone una datazione e collocazione storica.
Al termine del restauro il Libro Sacro tornerà nelle mani del legittimo proprietario l'Arcivescovo di Mosul.
Il Libro, probabilmente attribuibile al XVI secolo, è scritto in aramaico con un carattere siriaco in nero e rosso, a sottolineare con questo colore le interruzioni, il cambio di lettura o di lettore. è un testo dedicato al rito liturgico e alle preghiere della Chiesa siriaca-cattolica. È costituito di 116 di pagine in carta, con una copertina di legno e cuoio, arricchito con alcuni disegni con simboli religiosi, in parte danneggiati. Il manoscritto era per il sacerdote, a cui era stato affidato, una sorta di manuale per i riti di tutto l'anno liturgico. Non è riportato il nome dell’amanuense, sicuramente sono stati effettuati nei secoli degli interventi di restauro e di inserimento di pagine, che sostituivano le originali forse andate perdute o usurate con il tempo. 

"SiTI da anni è attivo sul tema della sicurezza e della realtà virtuale come strumento destinato alla gestione delle emergenze, incrementando la capacità di eseguire efficaci operazioni di risposta congiunta ai disastri naturali, attraverso la creazione di protocolli innovativi di training degli operatori basati sulla realtà virtuale", sottolinea Romano Borchiellini, presidente di SiTI.
"Le tecnologie sviluppate possono essere utilizzate, oltre che nella gestione delle emergenze, anche per la tutela del patrimonio culturale: esse permettono, tra l'altro, di descrivere le opere d'arte e i monumenti rendendoli fruibili a distanza per studiosi e ricercatori; consentono di conservare la memoria e la fruibilità di siti distrutti da calamità naturali e da attacchi terroristici ed aprono prospettive nuove nel campo del restauro conservativo e ricostruttivo".
A Torino sarà possibile vedere il Manoscritto all'interno di una teca mentre, con degli appositi occhiali, i visitatori potranno con l'utilizzo della realtà virtuale, in modo efficace ed intuitivo, vedere da quale contesto il libro proviene e quali distruzioni abbiano subite le strutture che lo accoglievano da secoli. 

Un sistema quello della realtà virtuale che può, grazie alle sue grandi potenzialità, migliorare l’efficacia e l’efficienza dei processi di protezione del patrimonio culturale fondamentali, in questo momento nelle diverse aree del Medio Oriente coinvolte dai conflitti. 

Leggi tutto!

This page is powered by Blogger. Isn't yours?