venerdì, settembre 19, 2014

 

Cristiani ad Erbil. Padre Douglas Bazi: Il nostro futuro sono i bambini. Salviamoli!

By Baghdadhope*
Padre Douglas Bazi, sacerdote caldeo, è uno che nella vita ne ha viste tante. Nato nel 1972 da bambino ha visto la guerra contro l'Iran ed ha vissuto sotto il regime che lo ha controllato fino al 2003 passando per la guerra del 1991 ed i tragici anni dell'embargo internazionale. Una volta "liberato" dagli americani ha condiviso con altri iracheni esperienze terrificanti: gli hanno sparato, hanno fatto esplodere una bomba a fianco della sua chiesa e lo hanno rapito per 9, terribili, giorni. Ha vissuto nella capitale irachena le drammatiche ondate di violenza che hanno colpito i cristiani nel 2004, nel 2006 e nel 2010 e dal 2013 vive e lavora nel Kurdistan iracheno. Dal 2003 ha anche molto viaggiato ed ad onor del vero ha rifiutato di sistemarsi in un paese europeo dove sarebbe stato accolto a braccia aperte perchè: "mi manca la mia gente, mi manca il mio paese" diceva. 
Quel paese cui, a differenza di molti, è sempre tornato ma che ora sente meno suo.
Padre Bazi è responsabile ad Ankawa di due centri che accolgono i cristiani che sono sfuggiti dalle violenze dell'IS.
Baghdadhope lo ha intervistato.
"Centri"
e non "campi" specifica e "parenti" e non "rifugiati" perchè "parole come 'centro' e 'rifugiato' fanno pensare a stranieri mentre invece è la nostra gente, la nostra famiglia." 

Il centro del Santuario di Mar Eliyya ospita 214 famiglie mentre quello chiamato Shlama Mall (Shlama significa pace in aramaico) che si trova vicino alla chiesa di San Giuseppe ne ospitava 111 fino a pochi giorni fa qunado si è riusciti a trasferirne 60 in case prese in affitto. Se si considera una media di 5 persone per famiglia il conto è presto fatto: quasi 1650 persone la maggior parte dovrà affrontare l'inverno nelle tende.
In entrambi i centri, pur con le ovvie difficoltà e le differenze, la situazione è, secondo Padre Bazi, "sotto controllo" .
Nel centro di Mar Eliyya non mancano cibo, medicine per le quali possono anche rivolgersi alla vicina Ankawa Clinic e medici che assistono le persone in un piccolo caravan. I "parenti" come preferisce chiamarli il sacerdote, dormono tutti sotto le tende, e nei primissimi giorni dopo il loro arrivo all'inizio di agosto, quando il centro non era ancora organizzato, hanno potuto contare sulle famiglie cristiane che vivevano già in città che li hanno nutriti, vestiti, ospitati ed offerto loro bagni e docce, aiutati anche dalla comunità cattolica di lingua inglese per il quale Padre Bazi celebrava e celebra la Messa. Ora bagni e docce sono nel centro e bastano per tutti così come il cibo fornito per tutti e due i centri all'80% dalla diocesi caldea di Erbil retta da Mons. Bashar Matti Warda (diocesi che sostiene come dichiara Padre Bazi la maggior parte dei 26 centri nel suo territorio) e per il 20% dalla generosa comunità cristiana di Ankawa. 
A descriverlo così il centro sembra un luogo di disagio, certo, ma anche senza problemi, che invece ci sono, specialmente per quanto riguarda il futuro di quelle persone. "Ogni mattina c'è una riunione" spiega Padre Bazi "con l'altro sacerdote che opera nel campo, Padre Danial al Khoury dell'Antica Chiesa dell'Est, e con i 25 volontari che lavorano con noi. Per prima cosa si stabilisce il programma della giornata e ciò che bisogna procurare per la vita del centro, successivamente si decide, sulla base di quanto osservato, il livello di sicurezza nel centro che va da verde se tutto è tranquillo, ad arancione quando la gente appare annoiata, aggressiva, o si riunisce in gruppi tra i quali può salire la tensione, a rosso quando le tensioni esplodono o, purtroppo, ci sono dei tentativi di suicidio." 
"Per le prime settimane" continua il sacerdote "la nostra priorità sono stati i bambini per i quali abbiamo organizzato varie attività come giochi e proiezioni di film che li tengono occupati tutto il giorno. Qualche giorno fa abbiamo anche iniziato a farli studiare con volontari che insegnano mstematica, inglese, arabo e qualche altra materia. I bambini hanno vissuto esperienze durissime ma non direi che sono traumatizzati, raccomandiamo sempre agli adulti, parenti ed operatori, di non trasferire le angosce sui bambini che meritano una vita quanto più normale, se li perdiamo perdiamo il loro ma anche il nostro futuro."
"Ora che le giornate dei bambini sono organizzate ci stiamo prendendo cura delle giovani ragazze che non possono lasciare il centro e che, troppo grandi per giocare ma troppo piccole per sfuggire al controllo familiare cominciano a risentire dell'isolamento e potrebbero cercare di fuggire o mettersi nei guai."
"A breve termine le prime vittime delle azioni dell'IS possono essere proprio loro mentre a lungo termine ci preoccupa il futuro dei bambini."
"In sostanza posso dire che tutti i problemi materiali possono essere risolti o superati, d'altra parte gli iracheni non sono morti di fame neanche durante l'embargo, ma che quelli psicologici legati ai traumi subiti da chi è stato vittima di violenza o legati alla forzata convivenza in condizioni disagiate sono più difficili da risolvere." 
La situazione nel centro di Shlama Mall è diversa da quella di Mar Eliyya perchè diverse sono le persone che abitano il palazzo ancora in costruzione in alcune sue parti. Al pian terreno abitano famiglie provenienti dal villaggio di Qaraqosh, al primo provenienti da Qaraqosh e Karamles ed al secondo solo da Karamles.
"Sono tutte famiglie imparentate tra loro ed autosufficenti dal punto di vista organizzativo tanto che noi forniamo ciò che loro serve ed ad esempio ognuna cucina per sè e gestisce i propri membri. Certo bisogna controllare anche lì che la tensione non salga e non si formino gruppi ostili agli altri ma nel complesso direi che anche a Shlama Mall la situazione è sotto controllo." Certo non deve essere facile per i due sacerdoti ed i 25 volontari gestire una situazione che per quanto "sotto controllo" è potenzialmente esplosiva come sempre accade quando migliaia di persone sono costrette a convivere "in cattività" senza speranza di poter riavere una vita normale.
Quella che ci vuole è un'organizzazione quasi militare che Padre Bazi già in passato ha dimostrato di poter gestire, ma anche fantasiosa. Con qualche trucco, spiega il sacerdote, "nel centro di Mar Eliyya abbiamo risolto il problema dei rifiuti prodotti da così tante persone" dice ridendo "con un metodo magari poco ortodosso ma efficace: paghiamo i bambini che ce la portano. In questo modo tutto funziona e sono contenti. Il centro è pulito ed i bambini che ricevono uno snack, una bibita o un pacco di biscotti si sentono utili, e lo sono davvero."
Padre, che ne sarà di questa gente?

"Non so quando l'IS sarà sconfitto in Iraq e se e quando queste persone potranno lasciare i centri. Il 50% cercherà di fuggire all'estero e l'altro 50 cercherà di tornare alle proprie case, forse una metà di loro recupererà qualcosa se ancora c'è e si trasferirà in Kurdistan. Magari non ad Erbil che ha un costo della vita altissimo, forse nelle vicinanze. Tutto è da vedere. Penso che il governo e la chiesa potranno sostenere queste persone per il cibo e l'affitto ma rimane il problema del lavoro che in Kurdistan non c'è per tutti."
Molti, secondo la sua opinione, cercheranno di lasciare l'Iraq, ci riusciranno?

"Non lo so. Ho apprezzato la Francia quando si è dichiarata disponibile a concedere visti agli iracheni cristiani, bisognerà vedere se sarà davvero così e se altri paesi saranno disposti ad acccoglierli. 

Nell'ultima omelia ho detto chiaramente alla gente che il loro primo pensiero  devono essere i loro figli ed il loro futuro, e che nessuno ha il diritto di dire loro cosa fare o dove vivere. Spero che il mondo occidentale voglia dare a queste persone l'opportunità di ricostruirsi una vita altrove da qui se lo desiderano.
Che vantaggio c'è nell'essere uccisi in Iraq? Di cosa è meglio parlare, dei cristiani iracheni vivi, magari all'estero, o di quelli morti?
Abbiamo sofferto abbastanza, ora il nostro dovere è di non far soffrire le prossime generazioni.
I nostri antenati hanno fatto la storia della cristianità in questa parte del mondo e noi li ammiriamo per questo, noi ora però fuggiamo dal demonio. Tutti ci auguriamo che queste persone possano tornare alle loro case, al loro lavoro. Ma ci sono ancora quelle case? Ci sono ancora quei lavori per loro? Se consideriamo gli ultimi avvenimenti con la ragione e non con il cuore come possiamo pretendere che queste persone si fidino a tornarvi? Nessuno le ha difese dallo Stato Islamico. Possiamo rassicurali che un domani non sarà lo stesso? Perchè chiedo che l'Occidente apra i confini a chi non ce la fa più a vivere in questa situazione? Perchè penso che se ai cristiani non verrà data questa opportunità potranno essere uccisi, potranno sopravvivere ma pagando la tassa che la legge islamica impone ai non musulmani, qualcuno potrebbe alla fine convertirsi pur di salvarsi e qualcun'altro potrebbe addirittura provare a reagire con la forza innescando l'ennesima spirale di violenza. Sono alternative queste? Voi in Occidente le accettereste? Dico questo soffrendo perchè, da sacerdote, se perdo la mia gente cosa mi rimarrà? Io amo il mio paese e non l'ho mai abbandonato neanche nei periodi più bui, ma queste persone hanno figli ed anche per noi, come per voi, i bambini sono il futuro. Ed il futuro non deve essere negato a nessuno."

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Christians in Erbil. Father Douglas Bazi: Our future is in our children. Let's save them!

By Baghdadhope*

Father Douglas Bazi, a Chaldean priest, had a hard life. Born in 1972, as a child he saw the war against Iran and lived under the regime that controlled his life until 2003, going trough the 1991 war and the tragic years of the international embargo.
Once "freed" by the Americans he shared with other Iraqis terrifying experiences: he was shot, a bomb exploded next to his church and he was kidnapped for 9, terrible days. He lived in the Iraqi capital the dramatic waves of violence that affected the Christians in 2004, in 2006 and 2010 and since 2013 he has been living and working in Iraqi Kurdistan. Since 2003 he also travelled a lot and, to tell the truth, he refused to settle down in a European country where he would be welcomed with open arms because: "I miss my people, I miss my country," as he used to say.
The country to which, unlike many others, he always returned, but that now he feels to be less his.
Father Bazi is responsible in Ankawa of two hospitality centres for Christians who fled from the violence of the IS.
Baghdadhope interviewed him.
"Centres" and not "camps" the priest specifies and "relatives" and not "refugees" because "words such as 'centre' and 'refugee' make people think about foreigners while they are our people, our family."
The centre of the shrine of Mar Eliyya hosts 214 families, while the centre called Shlama Mall, (Shlama means peace in Aramaic) which is located near the church of Saint Joseph, hosted 111 families until some days ago when 60 of them were moved in rented houses. If you consider an average of 5 people per family the account is easily done: almost 1650 people, most of whom will have to face the coming winter living in tents.
In both centres, despite the obvious difficulties and differences, the situation is, according Father Bazi, "under control."
In Mar Eliyya centre there is no shortage of food or medicines, that can be provided also by the near Ankawa Clinic, or doctors who assist people in a small caravan. All the "relatives" as the priest prefers to call the guests, sleep in tents, and in the first few days after their arrival in early August, when the centre was still not organized, they could rely on Christian families already living in the city who fed, clothed and housed them offering them their baths and showers, aided by the English speaking Catholic community for which Father Bazi celebrated and celebrates the Holy Mass. Now bathrooms and showers are in the centre and they are enough for all, as well as the food that is mostly (80%) provided for the two centres by the Chaldean diocese of Erbil managed by Mons. Matti Bashar Warda (diocese that as the Father Bazi declares support most of the 26 centres in its territory) and for the remaining 20% by the generous Christian community of Ankawa.
Such described the centre looks like only a place of discomfort but there are problems too, especially as for the future of these people.
"Every morning there is a meeting," says Father Bazi "with the other priest, Father  Danial Al Khoury of the Ancient Church of the East, and the 25 volunteers who work with us. Firstly we decide the schedule of the day and what we need, then we decide, based on what we observed, the level of safety in the centre that goes from green when everything is quiet, to orange when people appear bored, aggressive, or gather in groups among which the conflicts can arise, to red when there are conflicts or, unfortunately, in case of suicide attempts. "
"For the first weeks," the priest continues, "we focused on children for whom we have organized various activities such as games and films that keep them busy all day. Some days ago we even started lessons for them, the volunteers teach Math, English, Arabic and some other subject. The children lived harsh experiences and we always recommend adults, parents and professionals to not transfer their anxieties to them who deserve a normal life, if we lose the children we lose their and our future."
"Now that children’s days have been scheduled we are taking care of the younger girls who cannot leave the centre and who, too old to play but too small to get away from the control of their families, begin to feel the effects of isolation and may try to escape or get into trouble. "
"In the short term the first victims of the actions of the IS can be these girls, while in the long term we are concerned about children’s future."

"Basically, I can say that all the material problems can be solved or overcome - on the other hand the Iraqis didn’t starve during the embargo - but the psychological ones related to the trauma suffered by those who have been victims of violence, or related to the forced cohabitation in poor conditions are more difficult to solve."
The situation in Shlama Mall centre is different from that of Mar Eliyya because the people who live in the still under construction building are different. The ground floor  is occupied by families from the village of Qaraqosh, on the first floor the families come from Qaraqosh and Karamles and on the second there are only families  from Karamles.
"They are all families related to each other and self-sufficient from the point of view of organization so that we deliver what they need, and for example, they cook the food and manage their members. Certainly we must check to prevent the arising of conflicts among the groups but overall I would say that also in Shlama Mall, the situation is under control."
It is not easy for the two priests and the 25 volunteers to handle a situation that can be "under control" but is potentially explosive as always happens when thousands of people are forced to live together "in captivity" with no hope of being able to get back to a normal life.
What is necessary is an almost military organization capability Father Bazi has previously shown to have, but also imagination. With a few tricks, as the priest says "in Mar Eliyya centre we solved the problem of waste produced by so many people," he laughs, "maybe in an unconventional but effective method: we pay the kids if they take it to us. In this way everything works. The centre is clean and the children who receive a snack, a drink or a packet of biscuits feel useful, and they really are. "
Father, what will be these people’s fate?
"I don't know when the IS will be defeated in Iraq and if and when these people can leave the centres. 50% of them will try to flee abroad and the other 50% will try to go back to their homes, perhaps a half of them will recover something if something is still there, and will be moving in Kurdistan. Maybe not in Erbil that has a high cost of living, perhaps nearby. We will see. I think the government and the church will be able to support these people for food and the rent but there are no jobs for all of them in Kurdistan."
In your opinion many will try to leave Iraq,  will they succeed?
"I don’t know. I appreciated when France declared its willingness to grant visas to Iraqi Christians, we will see if it is really so, and if other countries will welcome them.
In my last homily I've made it clear to people that their first thought should be their children and their future, and that no one has the right to tell them what to do or where to live. I hope that the Western world wants to give these people the opportunity to rebuild their lives elsewhere from here if they wish.
What is the advantage of being killed in Iraq? What is better to talk of: living Iraqi Christians, even if  abroad, or those who died?
We have suffered enough, now it is our duty not to make the next generation suffer.
Our ancestors made the history of Christianity in this part of the world and we admire them for that, but now we flee the devil. We all hope that these people can return to their homes, to their jobs. But are there still those houses? Are there still those jobs for them? If we consider the recent events from a rational point of view and not with our heart how can we expect these people to feel safe in returning to their houses? No one defended them from the Islamic State. Can we assure them that tomorrow it will not be the same? Why do I ask to the West to open its borders to those who can't
live in this situation any longer? Because I think that if Christians will not be given this opportunity they could be killed, they could survive paying the tax that Islamic law imposes to non-Muslims, that someone could eventually be converted in order to save himself, and that someone might even try to respond with force triggering another spiral of violence. Are these alternatives? You in the West, would you accept them? I suffer saying this because, as a priest, if I lose my people what  will I have? I love my country and I never deserted it even in the darkest times, but these people have children and for us, as it is for you, the children are the future. And no one must be deprived of his own future."

 














by World Watch Monitor 

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giovedì, settembre 18, 2014

 

Fleeing Iraqi Christians flood French consulate in Erbil with visa applications

By The Tablet
18 September 2014

Some 10,000 Iraqi Christians have applied for visas at the French consulate in Erbil, capital of the Kurdistan region where they have taken refuge from Islamic State militants who drove them from their homes, according to the France-based Association for Support of Minorities of the East (AEMO).
AEMO secretary-general Elish Yako urged the French Government to speed up visa proceedings for the Christian refugees. Only 55 had been allowed to enter France so far, he told a news conference at the French Senate in Paris.
“We have about 30 families that have offered to receive Iraqis in France and are eagerly awaiting them,” he said. Urging a quick response, he warned: “Winter is coming in a month.”
Joelle Garriaud-Maylam, senator representing French living abroad, said refugees needed to be received with dignity. “We know we can’t take them all in,” she said. “We also can’t forget the other suffering minorities, such as the Yazidis.”
A French church delegation led by bishops’ conference president Archbishop Georges Pontier also discussed the fate of Middle Eastern Christians at an annual meeting with the Government, led this year for the first time by Prime Minister Manuel Valls. Neither side gave further details of the talks, which covered a range of issues of concern to the Catholic hierarchy.
The Muslim Council (CFCM) in France, home to Europe’s largest Islamic minority, urged all mosques across the country to pray for Middle Eastern Christians at their main Friday prayers. It also urged Muslims to help refugees who reached France.
It was the first time the Council took such an initiative, although several of its member mosque networks have issued their own denunciations of Islamic State’s persecution of religious minorities.
In a joint statement with a Christian group defending Eastern Christians, the Council denounced the Islamic State militants, saying “barbarians are perpetrating crimes against humanity" in the region "exploiting Islam as their banner”.
Several French-based Eastern Christian clergy attended the meeting and thanked the Muslim groups for their support." "This is something that had to be done", said Coptic Orthodox Bishop Abba Athanasios.
About 700 people attended a rally in support of Middle Eastern Christians in Bordeaux on 13 September. Cardinal Jean-Pierre Ricard, the city’s archbishop, and other local clergy, including Maronite priests, and a local imam attended the rally.

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mercoledì, settembre 17, 2014

 

Sempre più a rischio i beni dei cristiani costretti ad abbandonare le loro case e le loro attività.

By Baghdadhope*

Alcuni giorni fa è apparsa la notizia secondo la quale i miliziani dello Stato Islamico avrebbero chiesto ai commercianti musulmani sunniti di consegnare loro le quote in denaro dei loro partner cristiani e sciiti. La pena per chi non lo avesse fatto, si diceva, sarebbe stata la confisca totale dei beni 
Ieri si è diffusa invece tra i commercianti cristiani la voce secondo la quale la minaccia dello Stato Islamico altro non sarebbe che un pretesto per i musulmani sunniti per non onorare i debiti verso i loro soci cristiani.
Secondo Ra'uf Sueiman, ad esempio, alcuni commercianti di pezzi di ricambio per auto starebbero usando questo pretesto per non pagare debiti per 150.000 $, un pretesto già usato
per lo stesso scopo secondo Ibrahim Yousef  già prima della presa di Mosul da parte delle milizie dello Stato Islamico.
Se si scoprisse che davvero i commercianti sunniti delle zone ora occupate dallo Stato Islamico si stanno appropriando dei beni dei loro ex soci cristiani ciò confermerebbe le parole di Padre Benham Benoka che ha parlato di mancanza di speranza tra i profughi non solo per colpa dell'Isis ma anche: "...perchè i musulmani della Piana di Ninive, quelli con cui abbiamo sempre convissuto, stanno appropriandosi delle case e delle attività che i cristiani sono stati costretti a lasciare."
In occasione di quella intervista ed alla luce di quei fatti Padre Benoka si chiedeva: "Che significato hanno, quindi, la convivenza o la cittadinanza?" 
Sarà davvero possibile parlare ancora, come sempre si è fatto, dell'Iraq come di un giardino dai mille fiori bellissimi nella loro diversità? Per ora una parte dell'Iraq è nera come la bandiera dello Stato Islamico, e sembra sempre più difficile che il fiore cristiano possa sopravvivervi.  

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Meet Milad, the nurse who connects displaced Iraqis with crucial drugs

By Aquila-Style - Modern Muslim Living
Camille Bouissou AFP

 Milad was an operating theatre nurse in Qaraqosh before ISIS fighters seized Iraq’s largest Christian town. Now he compiles long lists of medicines that his fellow displaced Iraqis sorely lack.
He fled the turmoil in the territory north of Baghdad seized by ISIS since June to take refuge in Iraqi Kurdish territory further north.
After having abandoned all but the bare essentials in the face of the ISIS advance, many of the displaced in the Kurdish regional capital of Arbil have set up camp in public gardens, in schools and outside churches.
The United Nations says an estimated 1.8 million Iraqis have been displaced by violence in the country this year.
In their dash to escape the brutality of the extremists, few had time to gather medical files or prescriptions essential to treating their ailments.
So since his own arrival in Arbil on August 8, Milad spends a good part of each morning touring an assortment of makeshift camps to assess medical needs and shortages.
Children and old people are constantly brought forward with their needs for medication — in scant supply despite countries such as France and Austria having flown in consignments.
Aid organisations have been able to draw up lists and evaluate needs in the large refugee camps that have sprouted up across Iraqi Kurdistan.
Milad homes in on the smaller camps, which can still house as many as 300 displaced people.
He fills sheets of paper with a catalogue of medical complaints: a child with heart problems, another whose parents say has a brain “that’s not working properly”, a blind man … the list goes on and on.
At the end of his tours, Milad delivers the information he has gathered to Dr Laith Hababa, who visits the next day with whatever medicine he can muster up.
Hababa, a fellow Qaraqosh native, also puts in shifts as a volunteer doctor in the afternoons at the Habib Malh Health Centre in Arbil, having been granted permission to use the facility after its operating hours.
Word spread fast of his cost-free consultations, and he and a small team of other volunteers now see between 400 and 600 patients a day.
“The big challenge is to get hold of medication,” said Hababa.
Left everything behind
During Milad’s tour through a hall used in normal times for wedding receptions, several women came forward clutching half-empty packets of pills in their hands and asking for refills.
“When we fled (Qaraqosh) we left everything behind: the examinations, the X-rays… We just took some medicine,” said the grandmother of Sada, a three-year-old girl with a brain disease.
The small child, who is not able to walk, was stretched out in the heat on a mattress on the ground.
Nearby, 46-year-old Sana said she suffers from elephantiasis and showed the documentation to prove it.
Milad took note and tore off another sheet of paper, adding it to a compendium of conditions and requests for medication.
The situation is precarious in the large camps.
“And we are coming up to winter… Everybody will have health issues,” said Valley Edwar, who runs the clinic of St Joseph’s church in Ankawa, a suburb of Arbil.
Edwar said the proximity in which camp dwellers are obliged to live encourages the spread of skin diseases and other sicknesses.
“Fortunately, for now there’s no epidemic,” said Dr Saman Hussein Barzanghy, director general of health services in Arbil province.
But another doctor, Saleh Dabbakeh of the Red Cross, cautioned: “The seasons change and health problems start, especially as these people are living in groups.”

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Peshmerga curdi liberano alcuni villaggi cristiani occupati da jihadisti

By Asia News

Almeno sette villaggi cristiani nel nord dell'Iraq sono stati liberati dopo una serie di scontri fra peshmerga curdi e jihadisti dello Stato islamico.
I sette villaggi si trovano a ovest di Erbil, nella piana di Ninive. I comandi militari curdi sottolineano l'importante aiuto dato dall'aviazione statunitense e affermano che i jihadisti hanno minato molte case prima di fuggire.
Dai primi di agosto, centinaia di migliaia di cristiani, yazidi, sciiti e turkmeni sono fuggiti dalla piana conquistata dalle milizie dello SI, che uccidono chiunque contrasta il loro islam fondamentalista e costringono i cristiani a scegliere fra la conversione all'islam, il pagamento di una tassa di "protezione" o la fuga. I jihadisti hanno conquistato circa un terzo del territorio irakeno, comprese le città di Mosul e Qaraqosh. Gli Stati Uniti sono intervenuti con raid aerei in aiuto ai combattenti peshmerga e hanno varato una coalizione internazionale per sconfiggere lo SI.
I villaggi liberati sono vicini alle città di Bartallah e Qaraqosh. Nei giorni scorsi è stata liberata anche la città di Alqosh a circa 50 km a nord di Mosul. Secondo l'agenzia Aina, il 75% dei cristiani siriaci che erano fuggiti, sono ritornati nella loro città e il 12 settembre scorso hanno celebrato la festa del martire patrono, Mar Qardakh, con una messa e con una processione. Diverse persone affermano che la vita ad Alqosh sta ritornando al ritmo normale, anche se nei villaggi vicini non vi è acqua o elettricità.
L'economia però è disastrosa. Un solo esempio: da oltre tre mesi gli impiegati pubblici non ricevono alcuno stipendio e le loro famiglie vivono con donazioni provenienti dall'estero.

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«Ieri Mosul, oggi Aleppo». I cristiani siriani e il terrore «di essere i prossimi. Si può morire in ogni ora»

By Tempi

«Le famiglie dicono: “Ieri Mosul, oggi Aleppo”».
C’è grande apprensione tra la popolazione cristiana in Siria per l’avanzata del Califfato islamico. Lo spiega oggi al Quotidiano nazionale
monsignor Antoine Audo, vescovo di Aleppo (qui l’intervista a tempi.it) che dice: «Sappiamo di essere nel mirino dei jihadisti dell’Isis e dopo quanto fatto in Iraq abbiamo il terrore di essere i prossimi. Si può morire in ogni ora».
I fedeli vivono nell’angoscia perché sanno che «questi gruppi di fanatici hanno il progetto di cacciare via i cristiani». L’avanzata degli ultimi mesi «verso Mosul e la piana di Ninive, dove hanno fatto razzia delle case e delle comunità locali, derubato, messo in fuga 120 mila cristiani e altre minoranze» fa sì che tutti vivano «nella paura di perdere la propria abitazione» e che tutto accada «da un momento all’altro. Non c’è modo di scampare alla loro furia violenta».
Secondo Audo «bombardare non è la soluzione, ma non si può nemmeno essere ostaggio di un piano internazionale segreto in cui si riforniscono di armi questi terroristi e si fomenta la volontà di destabilizzazione della regione. C’è un progetto politico dietro la loro avanzata che deve essere fermato».
Tutti guardano a papa Francesco come «a una grande autorità morale», anche gli stessi musulmani, «ma allo stesso tempo tempo bisogna dire che nella realtà non vediamo frutti, non ci sono risultati e come cristiani aspettiamo».

PREGHIERE A RIMINI.
Proprio per non dimenticare la tragica realtà vissuta da tanti cristiani, il gruppo “Nazarat” di Rimini ha lanciato un “Appello all’umano” organizzando un momento di preghiera in città. «Continuiamo – scrivono in un comunicato – a fare appello all’umanità di tutti, cristiani di ogni confessione e non credenti, ma a tutti quanti non vogliono passare sotto silenzio questa ferita inferta al cuore dell’umanità e per non restare indifferenti alle violazioni dei diritti fondamentali dell’uomo e alla persecuzione religiosa. Sabato 20 settembre alle ore 21,15 a Rimini in piazza Tre Martiri (di fianco al tempietto di Sant’Antonio) ripeteremo il gesto cui abbiamo dato inizio nel mese di agosto, con un momento semplice di preghiera, il Rosario, e testimonianze che ci avvicinino ai perseguitati, ricordando in particolare le donne calpestate nei loro diritti e nella loro dignità femminile».

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Scandinavian countries: Bishops, "Asylum to Iraqis and Syrians in danger of death"

By SIR

“We call on governments to support generously the United Nations and humanitarian organisations working in the Middle East: the Nordic countries can afford it”: this appeal comes from the Scandinavian Bishops’ Conference which met in Turku, Finland, from 12 to 15 September.
“We bishops - reads a statement that has just been released - also call on the governments and peoples of our countries to show generosity and allow people to stay where they can find security as well as to welcome refugees”.
They also address a “heartfelt appeal” to their governments (Norway, Sweden, Denmark, Iceland and Finland) to “revoke the decision to repatriate Syrian and Iraqi refugees whose lives are at risk and grant them permanent asylum”. During the meeting the representatives of Scandinavian Caritas provided an overview of the situation of crisis and the Bishops met with the Chaldean Archbishop of Tehran, Ramzi Garmou, a witness to the suffering of Christians in the Middle East. Emphasis was put on the need to “achieve equality for women and fight poverty” and on the importance of “education for young women”.
The Bishops - the final statement reads - “hope that women may feel more and more supported and encouraged to achieve their economic independence in line with the teaching of the Church’s Social Doctrine”.



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Paesi scandinavi: Vescovi, "asilo a iracheni e siriani in pericolo di vita"

By SIR

“Chiediamo ai governi di sostenere con generosità le Nazioni Unite e le organizzazioni umanitarie che lavorano in Medio Oriente: i Paesi nordici possono permetterselo”: l’appello arriva dalla Conferenza episcopale dei Paesi scandinavi, riunita a Turku (Finlandia) nei giorni scorsi (12-15 settembre).
“Noi vescovi - si legge in una nota appena diffusa - chiediamo anche ai governi e ai popoli dei nostri Paesi la generosità di permettere alle persone di restare dove possono trovare sicurezza e di accogliere rifugiati” e rivolgono un “accorato appello” ai propri governi (Norvegia, Svezia, Danimarca Islanda e Finlandia) affinché “sia revocata la decisione di rimpatriare i rifugiati iracheni e siriani in pericolo di vita e sia loro concesso l’asilo permanente”.
Durante l’assemblea i rappresentanti delle Caritas scandinave hanno illustrato il quadro della situazione di crisi e i vescovi hanno incontrato l’arcivescovo caldeo di Teheran, Ramzi Guarmou, testimone delle sofferenze dei cristiani in Medio Oriente.
È emersa in particolare “la necessità che ci sia uguaglianza per le donne nel combattere la povertà” e “l’importanza dell’istruzione per le ragazze”. I vescovi, si legge ancora nel comunicato finale, “auspicano che le donne siano sempre più incoraggiate e sostenute nel raggiungere la propria indipendenza economica, secondo l’insegnamento della Dottrina sociale della Chiesa”.
 

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Patriarca di Baghdad: Nella crisi irakena, essenziale l’intervento degli Stati arabi

Louis Raphael I Sako *

Raccontare la "situazione drammatica" di un popolo che ha vissuto per duemila anni in modo pacifico nella regione e ora, in particolare in Siria e Iraq, è "obiettivo dei criminali" dello Stato islamico per la fede professata. È questo lo spirito che ha animato l'intervento di ieri dei patriarchi e i vescovi delle Chiese del Medio oriente, invitati negli uffici di Ginevra della Missione Permanente della Santa Sede all'Onu. I leader cristiani hanno denunciato una persecuzione sistematica contro la minoranza, condotta "in nome di Dio" e che rappresenta una palese violazione "del diritto fondamentale alla libertà religiosa". L'ideologia alla base dell'Isis (Stato islamico dell'Iraq e del Levante, ora Stato islamico, ndr) è contraria ai diritti umani, affermano i vertici delle Chiese orientali, e conduce "al genocidio, alla morte di persone innocenti e altri gravi abusi". Esso rappresenta una minaccia non solo per i cristiani, ma "per tutti gli altri gruppi ed etnie" e "per l'intera società" del Medio oriente e dell'intera comunità internazionale. Il crimine più grave di fronte a questi abusi, affermano, è "l'indifferenza".
La comunità internazionale, ricordano patriarchi e vescovi, ha il "dovere" e la "responsabilità" di intervenire per proteggere le comunità a rischio, come indicato in passato dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite. Un dovere che subentra, spiegano, quando "lo Stato non è in grado di tutelare i propri cittadini", come avviene oggi in Iraq. Da ultimo, essi auspicano aiuti - cibo, acqua, alloggi, medicine, coperte - in vista dell'inverno, in vista di un rientro nelle proprie abitazioni. Ma la priorità, concludono, resta quella di "sconfiggere l'Isis e ristabilire la possibilità di una coesistenza pacifica". 
Ecco, di seguito, l'intervento di sua Beatitudine Mar Louis Raphael I Sako alla sede Onu di Ginevra, inviato in esclusiva ad AsiaNews:

Gentili Signore e Signori,
Sono commosso e profondamente grato per la vostra presenza qui, oggi. Questo è un segno di quanto voi non siate indifferenti di fronte alla tragedia del nostro popolo.  L'Isis è una organizzazione estremista, guidata da principi che si rifanno alla più cieca brutalità, ben finanziate, equipaggiate a dovere con armi assai sofisticate, ben presente e diffuso all'interno dei social media. La routine quotidiana di ruberie, stupri di gruppo, torture e l'assassinio di quanti sono considerati alla stregua di non credenti è pratica comune. L'Isis è una minaccia potenziale per il mondo intero.
Per questo, a nome di tutte le persone perseguitate io imploro ed esorto tutti i leader [mondiali] a trovare una strategia comune, una road-map per mettere fine a questa tragedia e prevenire minacce analoghe in futuro.
Ecco, di seguito, alcune indicazioni su quanto andrebbe fatto subito e in un secondo momento:
- Continuare a fornire aiuti umanitari ai bisognosi, in particolare alloggi, cibo, acqua, medicine e vestiti necessari a sopravvivere, fino al rientro definitivo della nostra gente nelle proprie case e nei villaggi.
- Liberare non solo la piana di Ninive, ma anche Mosul nel quadro di una soluzione politica generale. È necessaria una coalizione internazionale sotto l'egida delle Nazioni Unite, per proteggere e difendere i diritti delle migliaia di sfollati indifesi della regione. I bombardamenti aerei serviranno solo a uccidere altre persone innocenti. Sarebbero necessarie truppe sul campo e, perché no, anche provenienti dai Paesi arabi. Al riguardo è necessario addestrare l'esercito centrale irakeno in modo professionale e, al contempo, equipaggiarlo in modo adeguato, così come i Peshmerga curdi.
- Sostenere e garantire un rientro sicuro degli sfollati nelle loro case e nei loro villaggi, fornendo loro una protezione internazionale. Tutto questo dovrebbe essere fatto all'interno di una risoluzione Onu, altrimenti sarei destinati ad avere la stessa sorte dei Palestinesi.
- Garantire che agli sfollati siano dati compensi adeguati da parte del governo irakeno per la perdita delle loro proprietà e la distruzione delle case. In questo caso, governi stranieri, enti umanitari e Ong possono fornire un grande contributo.
- Mettere i siti e il patrimonio culturale cristiano, che risalgono ai primi secoli, sotto il patronato e la protezione dell'Unesco.
- Tutte le misure sopra menzionate sono necessarie. Ma la protezione dei diritti umani di ogni singolo cittadino sia la migliore e unica via per assicurare una coesistenza pacifica. La guerra è sempre un male e porta sciagure al popolo. Esaminiamo nel profondo la nostra coscienza, per capire cosa si sta facendo per scongiurare la guerra. E cosa si può dire a riguardo della vendita di armi? Invece di vendere armamenti, dovremmo attivarci per promuovere i diritti umani e la libertà religiosa.
Grazie ancora per avere a cuore il destino del nostro popolo sofferente. Vi chiedo di portare la nostra vicenda ai vostri governi, ai vostri partiti politici, alle vostre istituzioni, alle vostre chiese e moschee.

* Patriarca caldeo di Baghdad e presidente della Conferenza episcopale irakena

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martedì, settembre 16, 2014

 

Rogationists in Iraq. Father Zuhir Nasser, refugee among the refugees in Erbil

By Baghdadhope*

Father Zuhir Nasser R.C.J. is a Rogationist priest born in Qaraqosh (Iraq) who after many years spent in Italy more than one year ago went back to his country with some of his brothers to start a presence of the Order and to put into practice one of its missions: "To be good workers in the Church, engaged in works of charity, education and sanctification of children and young people, especially the poor and uncared-for, in the evangelization, the human promotion and the relief of the poor people."
Until August 6, Father Zuhir used to work between Qaraqosh and Bartella, one of the villages that that night fell into the hands of the militia of the Islamic State.
Here's how Father Zuhir reported the events to Baghdadhope:
"We run away during the night, leaving everything for fear of the troops of the Islamic State. There were Christians, but also Yazidi and Shiites fleeing Qaraqosh, Karamles and Bartella. It was the night between August 6 and 7 and we headed to Erbil. At the beginning Christians slept in churches, squares and streets and after 3 days some schools were opened to house them."
Where do you work today?
"I work at the Hammurabi primary school that compared to other refugee camps is smaller and is home to about 40 families for a total of about 180 people, all Christians. To help me to assist them there is another priest and a nun but unfortunately we can’t accommodate other people. For now the refugees will not be cleared from the building because it is a primary school, while the first that will have to go back to their primary purpose are the middle and high schools; however it is right for the kids to go back to school and maybe also those kids who came here as refugees will have the chance to attend lessons. I realize that it will not be easy and that is why alternative solutions for the thousands of people who arrived in Erbil who soon will face the winter out of their homes are necessary and urgent."
Who helps you?
"In the beginning there were some aid agencies that gave us what we needed to survive and I don’t know if the same agencies supplied a warehouse in Ankawa from where we took what we needed. Schools and camps are run by the church that, for example, through the bishops made the request to the Ministry of Education of Kurdistan to open the schools for the refugees. The situation is tragic, material needs,  also the simple ones, are many and so far we have received no financial support, some family had money by the government office in charge of the refugees, but most of them had and has nothing. Many are not even able to find a place in schools or in the camps and sleep in the streets."
Someone talked about aid offered to refugees by private citizens of Erbil ...
"Some good-hearted people opened the doors of their homes to refugees, and we thank them for this, but there are also those who are taking advantage of the situation. The rent of a completely empty house can cost 1000 Euro per month, in addition to 6 months in advance and more money for the deposit. "
What is your job?
"The management of the school,  from distribution of food to cleaning is entrusted to us and to the people who live in it. We don’t have a medical center but the medical and nursing staff of the Hospital of Qaraqosh,  for example, vaccinated children and young people."
What do the people you care for want?
"Most of them want to flee Iraq and go abroad because there are no guarantees that they can return to their homes and live in peace being sure that what happened in the last few months doesn't happen again. Few are those who want to stay even if they ask: How are we going to rebuild what we have been taken away? For whom should we do it? What will we find once back home? Questions nobody can answer to."
How can you describe the situation?
"I know that in many parts of the world it is difficult to understand the tragedy of 200,000 refugees, but I compare it to the effects of a devastating earthquake or a tsunami, and our case is only one among the others if we consider that the refugees created by the advance of the Islamic State in the world are now 2 million."

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Rogazionisti in Iraq. Padre Zuhir Nasser, profugo tra i profughi di Erbil

By Baghdadhope*

Padre Zuhir Nasser R.C.J. è un sacerdote Rogazionista nato a Qaraqosh (Iraq) che dopo molti anni trascorsi in Italia era tornato nel 2103 nel suo paese con alcuni suoi confratelli per avviare una presenza dell’Ordine e mettere in pratica una delle sue missioni: “essere buoni operai nella Chiesa, impegnati nelle opere di carità, nell’educazione e santificazione dei fanciulli e dei giovani, specialmente poveri e abbandonati, nell'evangelizzazione e promozione umana e nel soccorso dei poveri.”
Fino al 6 agosto Padre Zuhir lavorava  tra Qaraqosh e Bartella, uno dei villaggi caduti quella notte nelle mani dei miliziani dello Stato Islamico.
Ecco come Padre Zuhir racconta a Baghdadhope quell’evento: 
“Siamo fuggiti di notte lasciando tutto per paura delle truppe dello Stato islamico. C’erano cristiani, ma anche yazidi e sciiti che fuggivano da Qaraqosh, Karamles e Bartella. Era la notte tra il 6 ed il 7 di agosto e ci siamo diretti verso Erbil. All’inizio i cristiani si sono accampati nelle chiese, nelle piazze e nelle strade e dopo 3 giorni sono state aperte alcune scuole per alloggiarli.”
Come e dove presta la sua opera oggi?

“Lavoro presso la scuola elementare Hammurabi che rispetto ad altri campi è piccola ed ospita circa 40 famiglie per un totale di circa 180 persone, tutte cristiane. Ad aiutarmi ad assisterle c’è un altro sacerdote ed una suora ma purtroppo non riusciamo ad ospitare altre persone. Per ora i profughi non saranno sgombrati dall’edificio perché si tratta di una scuola elementare, mentre le prime che dovranno tornare allo scopo primario sono quelle medie e superiori; a ben pensare però è giusto che i ragazzi possano tornare a studiare e che magari anche quelli arrivati qui come profughi possano farlo. Mi rendo conto che non sarà per nulla facile, ed è per questo che è necessario pensare a soluzioni alternative per le migliaia di persone arrivate ad Erbil che tra poco dovranno affrontare l’inverno fuori dalle loro case.”
Chi vi aiuta?
“All’inizio c’erano delle agenzie umanitarie a darci il necessario per sopravvivere e non so se sono state quelle agenzie a rifornire un magazzino ad Ankawa dove prendevamo ciò che ci serviva. Le scuole ed i campi sono gestiti dalla chiesa che, ad esempio, attraverso i vescovi ha fatto richiesta al Ministero dell’Istruzione del Kurdistan perché le scuole fossero concesse ai profughi. La situazione è tragica, i bisogni, anche di semplice sussistenza, sono tanti e finora non abbiamo non abbiamo ricevuto fondi, qualche famiglia ha avuto dei soldi dall’ufficio statale che si occupa dei rifugiati ma la maggior parte di esse non ha e non ha avuto nulla. Molti non sono neanche riusciti a trovare posto nelle scuole o nei campi e dormono per strada.” Si è parlato di aiuti offerti ai profughi da privati cittadini di Erbil…
“Alcune persone di buon cuore hanno aperto le porte delle loro case ai rifugiati, e noi le ringraziamo per questo, ma ci sono anche quelle che stanno approfittando della situazione per arricchirsi sulla loro pelle. L’affitto di una casa completamente vuota può arrivare anche a 1000 Euro al mese a cui si aggiungono 6 mesi di anticipo ed altri soldi per la caparra.”
Come è organizzato il suo lavoro?
“La gestione della scuola, dalla distribuzione del cibo alla pulizia è affidata a noi ed alle persone che la abitano e che contribuiscono come possono. Non abbiamo un centro medico ma del personale medico ed infermieristico dell’Ospedale di Qaraqosh che, ad esempio, ha vaccinato i bambini ed i ragazzi.”
Cosa vogliono le persone che assistete?
“La maggior parte di loro vuole fuggire dall’Iraq ed andare all’estero perché non ci sono garanzie che possano tornare alle proprie case e vivere in pace senza che succeda più ciò che è accaduto negli ultimi mesi. Sono pochi coloro che vogliono rimanere anche se si chiedono: Come faremo a ricostruire ciò che ci hanno portato via? Per chi dovremmo farlo? Cosa troveremo una volta tornati a casa? Domande a cui nessuno può dare risposta.”
Come può definire la situazione?
“Mi rendo conto che in molte parti del mondo è difficile capire la tragedia di 200.000  profughi ma la paragonerei agli effetti di un terremoto devastante o di uno tsunami, ed il nostro è solo uno dei casi dato che a ben considerare i profughi creati dall’avanzare dello Stato islamico nel mondo sono ormai 2 milioni.” 


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Isis: Papa Francesco, l'allarme dell'ambasciatore iracheno: "Il Pontefice è in pericolo"


"Bisogna garantire la sicurezza del Papa ovunque, perchè credo che possano cercare di colpirlo durante i suoi viaggi o anche a Roma. Perchè ci sono membri dell'Isis che non sono arabi ma canadesi, americani, francesi, britannici e anche italiani".
Parla l'ambasciatore iracheno presso la Santa Sede, Habeeb M.H. al-Sadr, che intervistato dal Quotidiano Nazionale lancia l'allarme sull'incolumità di Papa Francesco che sarebbe nel mirino del Califfato.
"Non sono a conoscenza di fatti specifici, di progetti operativi. Ma quanto dichiarato dai terroristi dell' autoproclamato Stato islamico è chiaro. Loro vogliono uccidere il Papa. Questa banda di criminali - continua il diplomatico - non si limita a minacciare: in Iraq ha già violato o addirittura distrutto alcuni dei luoghi più sacri dell'islam sciita. Ha colpito luoghi di culto della religione degli yazidi, e del cristianesimo. Loro dicono: chi non è con noi è contro di noi. O ti converti o sono legittimati ad ammazzarti. E lo fanno davvero, è un genocidio".
Nonostante i moniti dell'ambasciatore, rimane chiara la posizione della Santa Sede, che esclude minacce concrete contro il Pontefice: recentemente, riferendosi all'imminente viaggio del pontefice in Albania, il portavoce della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi ha dichiarato: "le notizie che riguardano l'Isis preoccupano tutti ma se la domanda è se ci siano minacce specifiche la risposta è no. Non ci sono rischi e minacce per cui modificare programmi, come il prossimo viaggio in Albania o per cui cambiare il modo in cui il Papa si muove".

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Patriarca di Baghdad: nella crisi irakena serve un "mandato Onu", non "vittime innocenti"


 L'accordo raggiunto a Parigi "è un fatto positivo", anche se "ogni azione" sul campo "deve essere promossa dalle Nazioni Unite, non da un Paese solo". Inoltre, va anche aggiunto che "bombardare non è una soluzione", perché gli ordigni sganciati durante i raid aerei finiscono per uccidere "persone innocenti". Con queste parole Mar Louis Raphael I Sako, Patriarca caldeo d'Iraq, commenta ad AsiaNews l'accordo alla Conferenza di Parigi, che garantisce il via libera agli aiuti militari all'Iraq da parte dei Paesi della coalizione nella lotta contro le milizie dello Stato islamico (SI). Durante la sessione dei lavori, il presidente Francois Hollande ha sottolineato che i combattenti jihadisti costituiscono una "minaccia globale" e per questo è necessario armare e sostenere Baghdad "con tutti i mezzi necessari". Il documento finale della Conferenza internazionale per la pace e la sicurezza in Iraq, presieduta da Hollande e dall'omologo iracheno Fouad Massoum è stato approvato da una coalizione di 25 Stati. Esso invoca una "azione determinata" contro il Daesh (soprannome arabo dello SI). È necessario un migliore coordinamento dei servizi di sicurezza e una maggiore sorveglianza delle frontiere. Al vertice non erano presenti Iran e Siria, nazione in lotta contro le milizie islamiste che hanno occupato una porzione di territorio siriano e irakeno, in particolare nel nord e nel nord-est.
Di contro, nella capitale francese era invece presente la Russia che, per bocca del ministro degli Esteri Serghei Lavrov, ha detto di essere pronta a "partecipare all'elaborazione di misure supplementari per la lotta contro il terrorismo". Nei giorni scorsi il Cremlino è intervenuta a più riprese contro possibili raid aerei Usa in Siria senza il benestare del presidente Bashar al-Assad, alleato di Mosca. Lavrov ha inoltre ricordato che in tema di terrorismo è auspicabile una discussione più ampia in sede di Consiglio di Sicurezza Onu, per dar vita a una risposta globale sotto l'egida delle Nazioni Unite.
Una posizione che trova favorevole il Patriarca di Baghdad, in questi giorni impegnato in una serie di conferenze in Europa, secondo cui è auspicabile un "mandato Onu", non l'iniziativa di un solo Paese o di un gruppo di nazioni. Inoltre è altrettanto importante la partecipazione dei Paesi arabi, perché essi "conoscono la lingua, la mentalità e la geografia" della regione. "L'azione nel suo complesso - avverte Mar Sako - deve partire da un mandato esplicito dell'Onu". Tuttavia, il capo della Chiesa caldea considera positiva l'azione comune dei 30 e sottolinea il lavoro del presidente francese, che proprio di recente ha visitato l'Iraq  dando "un segnale di incoraggiamento ai profughi" e, in particolare, "i cristiani". Il presidente ha detto che si può "contare sulla Francia", e "questo sostegno è molto positivo", secondo Mar Sako.
Il Patriarca di Baghdad è fiducioso anche per la formazione del nuovo governo, anche se avverte che "ci vuole tempo per una vera riconciliazione e tutti devono essere veri partner, non creare muri". La volontà "c'è", conferma, ma "servono anche fatti concreti". Da ultimo  Louis Sako rivolge un pensiero alle centinaia di migliaia di profughi, "non solo i cristiani, ma tutte le minoranze, i sunniti, gli sciiti" che "devono essere protetti dalla comunità internazionale". Fra i molti problemi immediati vi è anche quello che riguarda l'inizio dell'anno scolastico: "La maggior parte - racconta - studia in lingua araba, mentre in Kurdistan si parla il curdo e non vi sono scuole per tutti". E poi vi è il problema degli alloggi, perché le persone "hanno bisogno di un tetto e non possono stare nelle tendopoli", in vista dell'inverno. Infine serve "rinforzare l'esercito irakeno e le milizie peshmerga curde, perché siano in grado di proteggere la gente" dalla minaccia islamista.

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lunedì, settembre 15, 2014

 

A Mosul le case dei cristiani usate dall'IS come rifugi e laboratori per fabbricare armi terroristiche.

By Baghdadhope*

Secondo alcune testimonianze riportate dal sito Ankawa.com elementi delle milizie dello Stato islamico starebbero occupando a Mosul molte case prima appartenenti a famiglie cristiane per nascondersi e sfuggire all'eventuale tentativo di riconquista della città da parte dell'esercito iracheno. Le case dei cristiani sarebbero inoltre usate come laboratori per la costruzione di ordigni esplosivi e di auto bombe, a dimostrazione forse di un cambiamento tattico dello Stato Islamico che passerebbe dalla guerra al terrorismo nel tentativo di respingere la ri-presa della città.  

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Altri profughi cristiani arrivano a Kirkuk

By Baghdadhope*
Fonte della notizia: IshtarTV

Altri 12 profughi cristiani tra i quali una bambina di un solo anno sono arrivati a Kirkuk dopo essere stati scacciati dalle loro case dalle milizie dello Stato Islamico.
Tutti i proughi, tranne una donna che viveva a Sinjar, provengono dal villaggio cristiano di Bartella e sono stati accolti a Kirkuk dalle autorità cittadine preposte all'accoglienza dei profughi e da Padre Qais Mumtaz. Anche questi profughi, come accaduto qualche giorno fa ad altri arrivati a Kirkuk da Qaraqosh saranno trasferiti ad Erbil per riunirli alle rispettive famiglie.
Il sito Ankawa.com precisa che i profughi sono stati tenuti prigionieri in una casa di Bartella, e che di fronte al loro rifiuto della conversione all'Islam sono stati cacciati da ciò che lo Stato islamico ritiene essere il proprio territorio. 



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Iraq, peshmerga reclutano cristiani contro Stato islamico


Le forze peshmerga del Kurdistan iracheno stanno reclutando combattenti cristiani per contrastare l'avanzata dei jihadisti dello Stato islamico (Is) nel nord dell'Iraq. Lo ha dichiarato il presidente del consiglio del quartiere cristiano Ainkawa di Erbil, Jalal Habib Aziz, al sito Rudaw spiegando che ''rappresentati dei peshmerga sono venuti ad Ainkawa a reclutare cristiani''.
Secondo Aziz, il ministero curdo dei Peshmerga ha chiesto ai leader cristiani di rivolgere un appello ai membri della comunità invitandoli a imbracciare le armi a fianco delle forze di Erbil per ''proteggere se stessi e le loro zone''. Aziz prosegue affermando che ''abbiamo chiesto ai giovani caldei e assiri di registrarsi per servire nei ranghi delle forze peshmerga del Kurdistan''. All'addestramento militare possono partecipare gli uomini di età compresa tra i 18 e i 30 anni.
Ad Ainkawa vivono centinaia di migliaia di rifugiati cristiani fuggiti da Mosul e dalla piana di Nineveh a giugno e ad agosto in seguito all'avanzata dello Stato islamico.

Rudaw: Peshmerga Forces Recruit Christian Fighters, says Local Official


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Salem e gli altri cristiani rimasti in Iraq per non perdere la propria vita e la fede. Dieci anni di persecuzioni

By Tempi
Rodolfo Casadei

La recentissima morte da martire cristiano di Salem Matti Kourki, il 43 enne di Bartellah, cittadina della piana di Ninive, trucidato dai miliziani dello Stato islamico per essersi rifiutato di abiurare la sua fede e di convertirsi all’islam, accende un riflettore su due fatti rilevanti ma poco noti dell’agonia dei cristiani iracheni. Il primo riguarda la perdurante presenza di centinaia di loro a Mosul e nelle cittadine della piana di Ninive occupate dai jihadisti dell’Isil il 7 agosto scorso: mentre la quasi totalità delle comunità ha abbandonato quei luoghi (si stima un esodo di 150 mila persone, alle quali ne vanno aggiunte altrettante di religione yazida), alcuni sono voluti restare. Si tratta per la maggior parte di persone anziane o malate, ma anche di adulti che non intendono abbandonare le loro proprietà immobiliari, col rischio di vederle perdute per sempre e, nel caso di Mosul, di cristiani che già da tempo pagavano una sorta di tassa di sottomissione a gruppi islamisti radicali diversi dallo Stato islamico, e che quindi considerano la loro condizione del tutto speciale.
Nell’Iraq settentrionale è molto diffusa l’abitudine di tenere in casa riserve alimentari per fare fronte a imprevisti, e ciò ha permesso a molti di non mostrarsi in pubblico per settimane. Quando, come nel caso di Salem Kourki, le riserve di acqua e cibo finiscono, cominciano i problemi. Secondo la ricostruzione dei fatti resa possibile anche dalla testimonianza di un fratello dell’uomo che ha trovato riparo nella città di Erbil (testimonianza raccolta da Sat2000 nel servizio proposto in fondo a questa pagina), gli uomini armati che lo hanno fermato a un posto di blocco si sono dichiarati disponibili a fornirgli ciò di cui aveva bisogno a condizione che si convertisse all’islam. Al suo deciso rifiuto avrebbero reagito prima prendendolo a botte e poi uccidendolo con colpi di arma da fuoco.
Salem Kourki era un siriaco ortodosso, una Chiesa orientale presente soprattutto in Siria e che in Iraq conta circa 50 mila fedeli. A Erbil i siriaci ortodossi giunti come profughi a causa degli attacchi di luglio e di agosto sono in gran parte ospitati nelle pertinenze della chiesa di Oum el Nour, dedicata a Maria Madre della Luce. Come gli altri cristiani accolti nei 15 centri che le varie Chiese hanno organizzato nella capitale regionale del Kurdistan, si tengono in contatto coi parenti rimasti nelle località di origine attraverso i telefoni cellulari (quando quelli dei parenti non sono stati sequestrati, com’è regola, dallo Stato islamico) o attraverso vicini di casa, conoscenti o amici musulmani che si muovono con relativa libertà. L’apprensione per il loro destino cresce di giorno in giorno, perché man mano che le scorte di viveri si esauriscono, sono costretti a venire allo scoperto e a manifestare la propria condizione ai jihadisti.

Abiurare mai

Il secondo fatto rilevante che il martirio di Salem Matti Kourki mette in evidenza è l’indisponibilità di quasi tutti cristiani iracheni ad abiurare la propria fede anche quando vengono sottoposti alle pressioni più forti e alle minacce più gravi. I casi di cristiani iracheni convertiti all’islam nel corso dell’ultimo decennio si contano in poche decine, e spesso si è trattato di conversioni opportunistiche che poi sono state rinnegate non appena i ricatti che le avevano determinate sono venuti meno. Il riferimento all’ultimo decennio dipende dal fatto che la persecuzione contro i cristiani in Iraq è iniziata esattamente dieci anni fa, l’1 agosto del 2004, quando cinque autobombe esplosero contro altrettante chiese a Baghdad e a Mosul. Contemporaneamente iniziarono i rapimenti mirati di cristiani, che non sono mai cessati.
Prassi standard dei gruppi jihadisti è quella di proporre agli ostaggi la conversione all’islam, come riferiscono tutti coloro che sono stati rilasciati dopo il pagamento di onerosi riscatti e quanti sono sopravvissuti a sequestri di gruppo spesso conclusisi tragicamente. La conversione non è garanzia automatica di rilascio, ma conduce immediatamente al miglioramento delle condizioni di detenzione: cessano gli abusi fisici, migliora il vitto e viene restituito un minimo di libertà di movimento. Tuttavia la quasi totalità dei sequestrati – si tratti di caldei, assiri orientali, siriaci cattolici o ortodossi – si nega alla conversione e riafferma di fronte ai rapitori la propria identità cristiana. Gli aneddoti circa i cristiani iracheni che hanno rifiutato di abiurare la loro fede in occasione di un sequestro di persona sono numerosi.
Nel 2007 un gruppo di jihadisti fermò un’automobile all’altezza di Tikrit per rapinare i passeggeri. Dalla presenza di croci, iconcine e rosari si resero conto che si trattava di cristiani: il conducente era un taxista caldeo della cittadina di Batnaya che stava trasportando verso Baghdad due uomini e una donna provenienti dalla stessa località cristiana della piana di Ninive. I guerriglieri apostrofarono i tre uomini ordinando loro di convertirsi all’islam se volevano avere salva la vita. Questi rifiutarono, ribadendo il loro buon diritto a vivere come cristiani in Iraq. La donna, moglie di uno dei tre, fu mandata libera – ed è lei la fonte di questo racconto – mentre i tre uomini furono portati via e scomparvero nel nulla insieme al taxi.

Nessuna pietà per la sedicenne
Ancora più tragica ed eroica la storia di Surur, ragazza cristiana caldea di 16 anni di Baghdad, che fu martirizzata per il suo rifiuto di indossare il velo islamico. Era figlia di un rivenditore di bevande alcoliche che subiva estorsioni da parte di vari gruppi a cavallo fra criminalità e jihadismo e pagava la “protezione” per non vedere distrutta la sua attività. Fino a quando la famiglia risiedeva nella Zona Verde della capitale, le condizioni di sicurezza erano accettabili. Ma dopo essere stata sfrattata dalla casa in affitto dove viveva per fare posto a una persona legata al primo ministro, aveva dovuto trovarsi un altro domicilio in un quartiere pieno di problemi. A scuola gli insegnanti pretendevano che Surur portasse il velo come le sue compagne musulmane, adducendo i rischi a cui l’intero istituto sarebbe andato incontro se non si fosse sottomesso ai diktat degli estremisti. Dopo molte discussioni Surur aveva cessato di frequentare la scuola, in attesa di trasferirsi in un altro istituto. Non ne ebbe il tempo.
Uno dei giorni seguenti, in piena notte un’auto con le insegne della polizia si fermò davanti a casa sua, ne scesero quattro uomini in divisa che si fecero aprire con violenza la porta. Segregarono in una stanza i genitori, un fratello e una sorella di Surur e condussero la ragazza nel locale adiacente, dove la violentarono per un’ora e alla fine la uccisero tagliandole la gola. La famiglia cercò rifugio a Beirut e gli assassini non furono mai puniti.

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Medio Oriente, per milioni di bambini il ritorno a scuola è un sogno

By Radiovaticana
Fabio Colagrande

Mentre in Italia con il mese di settembre riaprono le scuole, per milioni di bambini in Medio Oriente il ritorno sui banchi è solo un sogno. A Gaza, in Iraq e Siria, guerra e violenze hanno compromesso anche il diritto all'istruzione e un'intera generazione rischia di perdere anni e mesi di scuola. Lo ricorda 'Agire' - l'agenzia italiana per la risposta alle emergenze che riunisce 10 organizzazioni non governative -  che con la Croce rossa italiana continua la raccolta fondi per portare soccorsi alle popolazioni colpite dai conflitti in Medio Oriente.  
"Ci sono bambini a Gaza che nei primi anni di scuola hanno vissuto già tre conflitti. Altri in Iraq e in Siria che negli ultimi anni sono stati spostati da una parte all'altra del loro paese", spiega Marco Bertotto, direttore di Agire. "Contesti difficili in cui l'educazione resta una delle poche possibilità per dare propsettive di ricostruzione alle giovani generazioni e assicurare a quelle regioni un futuro migliore". "Sempre più spesso - aggiunge il direttore di Agire - la scelta di destinare gli edifici scolastici ad alloggio per le comunità di sfollati - diventa, in Medio Oriente, obbligata".
"L'educazione a volte viene sottovalutata e si ritiene che le priorità in situazione di emergenza umanitaria siano solo alloggi, cibo e acqua. E' invece importante cercare di riportare i bambini a scuola o perlomeno a una realtà che assomigli alla scuola", spiega Daniele Grivel, capo missione Intersos ad Erbil, in Iraq. "E non è facile per minori che vivono in campi di diecimila persone. E' una problematica, inoltre, che riguarda gli stessi bambini curdi che hanno dovuto lasciare le loro aule per cederle agli sfollati senza un tetto". “Se non si troverà rapidamente una soluzione adeguata, specie ora che l'inverno è alle porte, - conclude l'operatore di Intersos - si acuiranno le tensioni tra le comunità curde locali e gli sfollati provenienti dalle altre province del paese". 

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Caritas Internationalis: profughi in Medio Oriente, dramma insostenibile

By Radiovaticana

È incentrata sulla crisi in Medio Oriente, in particolare in Siria, in Iraq e a Gaza, la riunione convocata da Caritas Internationalis, da oggi a mercoledì a Palazzo San Calisto, a Roma. Presenti i responsabili delle Caritas della regione, assieme ai partner internazionali, per mettere a punto una strategia comune. La guerra in Siria, l’avanzata degli estremisti dello Stato Islamico (Is), la ripresa del conflitto in Iraq, l’attacco israeliano su Gaza hanno provocato un’emergenza che coinvolge non solo le zone interessate dalle violenze, con un flusso inarrestabile di sfollati interni, ma anche i Paesi limitrofi: il Libano accoglie oltre un milione di rifugiati siriani, la Giordania più di 600 mila, la Turchia supera gli 800 mila. Proprio a causa dei combattimenti in Siria, ci sono 13 milioni di persone bisognose di aiuto. La rete Caritas negli ultimi tre anni ha risposto alle necessità di 965 mila persone in Siria, Iraq e a Gaza fornendo alloggi, assistenza sanitaria, cibo, istruzione. Nel suo intervento, il presidente della Caritas Internationalis, il cardinale honduregno Óscar Andrés Rodríguez Maradiaga, ha ricordato che ogni minuto 4 bambini devono lasciare forzatamente le loro case.

Per un quadro della situazione in Iraq, in particolare per i cristiani,
Giada Aquilino ha intervistato mons. Shlemon Warduni, presidente di Caritas Iraq:

La situazione dei cristiani in Iraq è molto precaria, difficile, specialmente per i cristiani del Nord, di Mosul e della Piana di Ninive, perché sono stati cacciati dalle loro case, dai loro villaggi, hanno perso tutto. Non hanno lasciato che prendessero niente.

Perché sono stati cacciati? E da chi?

Perché sono cristiani. E miliziani dell’Is o Daash hanno questo spirito di fanatismo terribile, non hanno coscienza, fanno degli atti cannibaleschi perché sono inumani contro l’umanità! Cosa hanno fatto ai bambini, alle donne, ai poveri, agli anziani? Li hanno lasciati camminare scalzi e con 48° al sole! Hanno preso le loro macchine, hanno fatto tutto. E come e perché? E da dove? Noi ci chiediamo anche questo. Certamente ci sono Nazioni che li aiutano e questo dovrebbe essere messo in evidenza.

Dove si trovano ora i cristiani, soprattutto quelli del Nord?

I cristiani di Mosul e della Piana di Ninive si trovano ancora più a Nord, nei villaggi cristiani. Anche la Chiesa ha cercato di trovare dei posti, dei luoghi dove farli vivere. In 120 mila sono arrivati dalla Piana di Ninive, in 30-40 mila da Mosul e molti di loro, come dicevo, non avevano niente: dormivano sotto le stelle. E (questi miliziani, ndr) sono stati così cattivi che una donna ha partorito in un giardino.

Come sta operando la Caritas e a quale strategia si punta con la riunione a Palazzo San Calisto?

All’inizio abbiamo detto al direttore, ai funzionari, ai volontari: “Ecco, questo è il tempo di lavorare per la Caritas, per amore. Ascoltiamo la Parola del Signore che dice: “Tutto ciò che avete fatto per uno dei miei piccoli fratelli, lo avete fatto per me”. E abbiamo aiutato più di 7.500 famiglie. Ora, con questa riunione, dobbiamo arrivare a dei risultati, per aiutare queste famiglie non solo in Iraq ma anche in Siria, Gaza, Libano: ovunque c’è bisogno di aiuto, la Caritas deve darsi da fare.

Cosa serve urgentemente?

Prima di tutto i viveri, medicine, anche un po’ di denaro per comprare qualche vestito, qualcosa, poi anche un tetto. Adesso arriva l’inverno: cosa faranno? E per i bambini poveri che vogliono andare scuola? Le scuole, che ospitano i profughi, saranno svuotate e queste persone non avranno più un riparo.


La Caritas è presente anche in Libano, accanto ai profughi. Sentiamo padre Paul Karam, presidente di Caritas Libano, intervistato da Giada Aquilino:

Abbiamo un grande problema: in Libano sono presenti già un milione e 600 mila siriani e ultimamente abbiamo raggiunto quasi 400 famiglie che vengono dall’Iraq e ogni giorno ci sono nuovi arrivi. Inoltre abbiamo il problema dei profughi palestinesi, che sono presenti sul nostro territorio già da 60 anni. Dunque, è emergenza a livello di numeri, soprattutto perché il Libano non è un Paese grande e la nostra popolazione, i nostri fedeli si stanno impoverendo da un giorno all’altro. Facciamo appello alla comunità internazionale affinché si assuma le proprie responsabilità per fermare questo ‘gioco politico’ in atto nella regione.

Cosa raccontano i profughi?

Sono stato in Iraq con la delegazione ufficiale dei Patriarchi. Davvero, è una vera tragedia che ci porta le lacrime agli occhi: quando, per esempio, vedi persone che hanno camminato per circa 70 chilometri, per nove ore al giorno, poi si attaccano alla tua veste, alla tua croce e ti dicono: “padre, prega per me, benedicimi”, oppure ti chiedono: “pace: vogliamo la pace, vogliamo tornare nella nostra terra, nella nostra casa” … questo tocca il nostro cuore. Anche i siriani sono fuori dalle loro case, dalla loro terra. Ma è tutta la problematica politica, che ruota intorno a questa situazione. Inoltre i fanatici sono aumentati tanto. Prima si parlava della rivoluzione, adesso non se ne parla più; abbiamo sentito parlare dell’Esercito libero, adesso non se ne parla più. Adesso si parla soltanto di jihadisti, di fanatici. E questo risolve il problema di tutta una zona ferita?

Quando è andato a Erbil, ma anche quando parla con i profughi in Libano, cosa raccontano di questi combattenti? Perché agiscono così i miliziani dello Stato Islamico?

Quando uno non crede più ai diritti umani, non crede più alla libertà religiosa, non crede più alla convivenza tra i popoli, quando uccidono, cosa possiamo chiedere a una persona così?

Come la Caritas Libano è impegnata affianco di questi profughi?

A livello nazionale, in Libano noi abbiamo già avviato un piano urgente di aiuti che riguarda soprattutto alloggi, kit alimentari e igienici, cerchiamo anche di provvedere - dove possibile - ai luoghi per alloggiare le persone: anche questa è una grande emergenza. E la cosa grave che affrontiamo con i nostri assistenti sociali, è che la maggior parte di questi profughi, fratelli iracheni, entrano in Libano avendo in mente di voler prendere un visto per andare in Occidente. E’ un grande peccato per i nostri fratelli iracheni: non dovrebbero mai lasciare la loro terra.

Cosa vi aspettate dalla riunione della Caritas Internationalis?

Che ci sia un appello molto forte a livello della politica internazionale, perché ci sia una vera giustizia in tutta la zona.

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"Adotta un cristiano di Mosul": il grazie del vescovo per i primi aiuti


Mons. Amel Nona, vescovo caldeo di Mosul, anch'egli rifugiato, ringrazia tutti i donatori della campagna lanciata da AsiaNews. La situazione è sempre più difficile per il numero enorme di profughi e per l'arrivo dell'inverno e della neve, che rendono impossibile alloggiare nelle tende o all'aperto. La crisi, un'occasione che rende attiva la fede dei cristiani.

Mons. Amel Nona, vescovo caldeo di Mosul, anch'egli rifugiato in Kurdistan, ci ha scritto una lettera per ringraziarci della prima tranche di aiuti, giunti a lui come presidente del Comitato dei vescovi responsabili della distribuzione. La lettera è indirizzata ad AsiaNews, ma lo stesso vescovo ringrazia "tutti i donatori" - e sono migliaia - che hanno testimoniato la vicinanza alla loro situazione. Tale solidarietà è importante dal punto di vista economico, ma anche dal punto di vista spirituale, perché comprende l'importanza "che i cristiani di questo Paese abbiano il diritto a vivere come gli altri uomini, con dignità e libertà".
La situazione sul terreno è ancora molto drammatica e diviene sempre più difficile: alla povertà, all'assottigliarsi dei fondi, alla mancanza di alloggi per decine di migliaia di persone, si aggiunge ora il sopravvenire dell'inverno, del freddo e della neve che rende impossibile ai rifugiati poter vivere nelle tende, o all'aperto nelle aiuole spartitraffico, o nelle scuole.
Mons. Nona e la Chiesa in Kurdistan stanno svolgendo un lavoro gigantesco, oltre le proprie forze, non essendo la Chiesa "una potente organizzazione umanitaria internazionale". Il vescovo spera che si possa trovare una soluzione veloce per far tornare i profughi alle loro case conquistate dall'esercito islamico. Ma è soprattutto cosciente che la preghiera potrà trasformare "la nostra crisi" in "un'occasione per unire tutti i cristiani rendendoci attivi nella fede".
Di fronte al perdurare dell'emergenza, è necessario continuare la nostra campagna "Adotta un cristiano di Mosul", con le modalità già indicate (clicca qui). Di seguito, il testo della lettera di mons. Amel Nona:

P. Bernardo Cervellera
Direttore
AsiaNews
                                        Voglio informarla che il 9 settembre 2014 ho ricevuto la somma di 279.219 euro inviata da voi con la campagna "Adotta un cristiano di Mosul", per aiutare i nostri cristiani di Mosul e della piana di Nineveh rifugiati  nella regione Kurdistan-Iraq.
Quale responsabile del comitato dei vescovi che organizza gli aiuti umanitari ai cristiani rifugiati, a nome mio e a nome di tutti i vescovi membri di questo comitato - che sono cattolici e non cattolici - ringrazio lei e tutti i donatori che hanno testimoniato la realtà della fede Cristiana verso la persona umana, tramite il dono che avete offerto per sostenere i cristiani iracheni, nella dignità, nella loro vita.
La nostra situazione è veramente drammatica, perché tutti questi nostri fedeli sono stati spogliati di ogni cosa: case, proprietà, lavoro, chiese,.. E sono arrivati nella regione del Kurdistan senza niente.
Si può sopportare tale situazione per un breve periodo, ma con il passare del tempo, senza una soluzione per l'area controllata dall'Isis, si creano tanti problemi e difficoltà.
La gente ha perso la fiducia nel Paese, nella loro terra, nei vicini, nell'autorità...
Gli aiuti umanitari si riducono di giorno in giorno, e i rifugiati si sentono sempre più bisognosi. Vivere sotto le tende, o nei giardini, oppure nelle scuole non è più possibile perché la stagione sta cambiando e l'inverno bussa alle porte. Abbiamo tantissima gente senza casa e neanche un tetto che li possa coprire.
Stiamo cercando di trovare una soluzione per il problema dell'alloggio, ma non riusciamo a ospitare tutti perché il numero è grandissimo: noi non siamo una potente organizzazione umanitaria internazionale, sebbene tutti i nostri cristiani ci domandino con insistenza di aiutarli.
Le nostre possibilità sono limitate perché tutto il Paese sta attraversando una fase difficile di divisione religiosa ed etnica, accompagnata da una vera guerra civile e dalla sfiducia reciproca tra le parti politiche e sociali.
Fin da primo giorno della crisi la Chiesa sta facendo di tutto per trovare una risposta vera e degna per i suoi figli. E ringraziamo Dio che nonostante tante difficoltà abbiamo organizzato almeno per un po' gli aiuti per i nostri fedeli, cercando di dare loro il minimo per vivere come persone umane, sempre sperando in una soluzione giusta e rapida per la nostra terra.
La vostra partecipazione nella solidarietà, ci dà forza non solo perché ci aiuta materialmente - e ciò è importantissimo - ma anche perché sentiamo che abbiamo fratelli e sorelle cristiani vicini a noi, che comprendono quanto sia importante che i cristiani di questo Paese abbiano il diritto a vivere come gli altri uomini, con dignità e libertà.
Ancora una volta vi ringrazio tutti, pregando il Signore che la nostra crisi sia un'occasione per unire tutti i cristiani rendendoci attivi nella fede.

Il Signore vi benedica

+ Amel NONA
Arcivescovo di Mosul dei caldei
14 settembre 2014

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