venerdì, novembre 17, 2017

 

Christian refugees in Lebanon want to return to Kurdistan

By Rudaw

Driven out of Iraq and the Kurdistan Region by the ISIS war, Christians who fled to Lebanon are now considering returning home due to the situation in the country where they sought shelter.
Minas Khame is a Christian from the city of Duhok. Some of his relatives are refugees in Lebanon, which has a large Christian population.
“Some of our relatives went to Lebanon three months ago. They have registered their names with the UN there and are now awaiting a decision to see whether they can immigrate to the US. But they are now about to lose hope,” Khame told Rudaw.
His relatives tell him they would now feel more secure in the Kurdistan Region due to the current situation in Lebanon.
Lebanese Prime Minister Saad Hariri resigned in a televised address earlier this month. He said there was a plot to kill him and accused Iran and certain groups associated with Iran of causing instability in Lebanon and beyond.
Christians from Mosul and the Nineveh Plains were one of the many groups targeted by ISIS when the group overran parts of Iraq. They had to choose between two options: pay a tax to ISIS or leave. Most chose to leave.
Christians reportedly continue to leave Iraq, as many as three families per day, according to unofficial figures. Many turn to Lebanon where they register with the UN and wait for resettlement in a third country.
“We are aware that the Christians living in Lebanon are afraid and anxious. We have contacted them and reassured them,” Farid Jacob, a Christian MP in Kurdistan’s parliament, told Rudaw.
He estimated there are nearly 20,000 Iraqi Christians living in Lebanon, though he noted the number swells and wanes as more families flee and those in Lebanon are resettled elsewhere.
“We will remain in contact with them and will assist them if something happens,” he said.


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Masrour Barzani: Kurdistan continues to protect Christians


Masrour Barzani, Chancellor of the Kurdistan Region Security Council said on Thursday that Kurdistan would continue to protect Christians in the Nineveh Plain and reiterated the group should remain in their regions.
Chancellor Barzani met the Archbishop of the Chaldean Archbishop Bashar Matte Warda, and stated that "Kurdistan was and will remain a model of coexistence and tolerance for religious and other minorities."
Warda confirmed that "The Kurdistan region is the safest place for Christians to live," and emphasized that the international community should offer greater support for Kurdistan and its Christians.
The two discussed the situation of Christians in Kurdistan and Iraq, especially the Christians of the Nineveh Plain.
Warda pointed out that the displaced Christians cannot return to their homes and that the air embargo imposed on the regional airports is preventing the arrival of aid to the displaced in the safe areas.
Barzani said that Kurdistan will support the Christians and will not stand silent on the situation of Christians in the Nineveh Plain and violations against them and will follow all legal and constitutional ways to protect the rights of all components.
The Nineveh plain is located in the north and north-east of the city of Mosul and includes many towns inhabited by Christians, Shabak, Yazidis and other religious minorities.
Iraqi forces and Iranian-backed Shia militia Hashd Al-Shaabi or PMU launched an offensive in October on the disputed city of Kirkuk and other disputed areas, including the Nineveh plain.
The PMU carried out major abuses against civilians in those areas, according to reports from international organizations.
Barzani called on the Christians to remain steadfast in their areas and not to escape the country and not to submit to schemes that seek to change the identity of the region.
Some 1.5 million Christians used to live in Iraq but almost half of the population escaped the country.
The Christians in Iraq have been subject to violence since 2003, prompting many of them to go to the Kurdistan region while others left to Europe and North America for security.
The Kurdistan Region has been the only safe place in Iraq for all minorities and displaced Muslims and non-Muslims.

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Iraq: Sako (patriarca) a Acs, Lamborghini donata dal Papa “gesto che ha commosso i cristiani iracheni”

By SIR

“Il gesto del Santo Padre ha profondamente commosso i cristiani iracheni”.
Così il patriarca caldeo di Babilonia Raphael Louis I Sako commenta ad Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs) la decisione di Papa Francesco di donare al piano Acs per il ritorno dei cristiani a Ninive parte del ricavato dalla vendita del numero unico della Lamborghini Huracan, donata al Pontefice dalla casa automobilistica lo scorso 15 novembre.

Si tratta di “un gesto che incarna pienamente la carità cristiana, non con parole ma con fatti concreti”. La notizia è stata largamente riportata dai media iracheni e seguita con attenzione dalla comunità cristiana. “Non è la prima volta che, con i suoi doni, il Papa ci mostra la sua vicinanza. Non è ancora potuto venire tra noi, ma a volte la presenza umana e spirituale è più importante di quella fisica”. La notizia di questo ulteriore supporto da parte del vescovo di Roma giunge in un momento delicato per la Piana di Ninive, dopo le tensioni legate al referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno. “Ora la situazione è tranquilla e vi è volontà di dialogo, ma all’Iraq serve di più. Sono necessari una separazione tra Stato e religione, e un nuovo concetto di cittadinanza che garantisca pari dignità a ciascun iracheno a prescindere dall’appartenenza religiosa”.
Nel frattempo il Piano Acs per la ricostruzione dei villaggi cristiani della Piana di Ninive – che Papa Francesco ha voluto sostenere – va avanti e le famiglie continuano a tornare alle proprie case. “Vogliamo testimoniare la fede cristiana in queste terre. La nostra presenza è essenziale per i fedeli di ogni religione, perché noi costituiamo un elemento di apertura capace di contrastare la violenza. Mentre per i cristiani di tutto il mondo, tutto quello che abbiamo sofferto a causa della nostra fede rappresenta un esempio da seguire e condividere attraverso la preghiera”.

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giovedì, novembre 16, 2017

 

Padre Jalal Yako: la mia missione fra i cristiani perseguitati

By Famiglia Cristiana
Sara Manisera

Dalla porta socchiusa della casetta di padre Jalal Yako fuoriesce un inconfondibile profumo di caffè italiano. Lo prepara ogni mattina, dopo la consueta ora di preghiera. «Venite, accomodatevi», dice sorridendo. «Questa casa è piccola e un po’ in disordine, ma sono tornato da un mese soltanto è c’è ancora un gran da fare qui».
L’umile dimora del sacerdote sorge nel quartiere popolare dello Shiqaq, a Qaraqosh, cittadina a maggioranza cristiana, a pochi chilometri da Mosul, nel nord dell’Iraq. La città è stata liberata un anno fa, dopo che i miliziani del sedicente Stato islamico l’avevano conquistata nel 2014 costringendo alla fuga quasi sessantamila abitanti.
Abuna (padre, in arabo) Jalal vive accanto ai cristiani che hanno scelto di ritornare nelle proprie case, dopo tre anni di sofferenza e di esilio. «La mia missione è qui, tra queste persone in difficoltà», dice mentre sorseggia la sua tazza di caffè. «Non potevo abbandonarle. Questa è una zona molto povera e bisognosa, è proprio qui che il Signore ci ha indicato di restare», ripete lentamente e a bassa voce.
Padre Jalal Yako è un missionario della congrezione dei Rogazionisti di Messina. Fondata nella città dello Stretto da Annibale Maria di Francia nel 1878, la congregazione si occupa da sempre degli abitanti delle zone più degradate e malsane della città, cercando di migliorare le condizioni morali e materiali della popolazione attraverso scuole e orfanotrofi. Nel 2011, insieme a quattro sacerdoti, padre Jalal decide di iniziare una missione in Iraq, il suo Paese natale. «È la mia terra, sentivo che dovevamo aiutare questo popolo. Prima dell’arrivo di Daesh facevamo catechismo ai bambini, organizzavamo laboratori didattici con il legno e i colori, scuole estive e altre attività per la comunità, come il cinema all’aria aperta o i corsi di musica, ma oggi è tutto fermo. Serve tempo e tanto lavoro per ricominciare».

Una città libera ma a pezzi


Il sacerdote iracheno ha studiato e vissuto in Italia diciotto anni, ha il passaporto italiano ma, nonostante Daesh, ha scelto di ritornare e restare in questa zona disagiata, senza acqua ed elettricità, per assistere i poveri e i bambini orfani. Il rione è un cumulo di macerie, detriti, elettrodomestici e rifiuti. Le strade sono ancora trafitte dai colpi dei mortai e le fogne a cielo aperto esalano un tanfo nauseante. I fili aggrovigliati dell’elettricità sono collegati a generatori elettrici mal funzionanti e i tubi dell’acqua bucati inondano le stradine già fangose e sporche.
Quasi tutte le case sono bruciate o annerite. La totalità è stata saccheggiata dagli uomini di Daesh. Padre Jalal mostra i tunnel sotterranei scavati dai miliziani nelle case per scappare durante l’offensiva e la distruzione lasciata intorno. «Siamo scappati a piedi, la notte del 7 agosto 2014, quando Daesh era alle porte di Qaraqosh», ricorda. «Avevamo uno zaino in spalla e sentivamo i colpi di mortaio. Quasi tutte le famiglie erano già fuggite verso Erbil il giorno prima, ma io e un altro confratello siamo rimasti fino alla fine».
In città tutti conoscono padre Jalal. C’è chi si ferma a lamentarsi della mancanza di acqua, chi gli domanda un frigorifero nuovo, chi lo invita a pranzo. Da un minuscolo alloggio, recentemente ridipinto, si affaccia un’anziana signora che abbraccia una bambina di pochi mesi. «Siamo contenti di essere ritornati ma abbiamo dovuto ricominciare da capo per l’ennesima volta. Non è facile», racconta.
La maggior parte degli abitanti di questo quartiere è fuggita due volte: nel 2006, dopo le persecuzioni dei cristiani a Bassora e Baghdad, e nel 2014, quando Daesh ha conquistato la piana di Ninive e i territori a maggioranza cristiana. «C’è molta diffidenza e paura tra gli abitanti e lo capisco. I Peshmerga – le milizie curde – dicevano di non preoccuparsi, che ci avrebbero protetti, ma quando sono arrivati quelli di Daesh sono scappati. La stessa cosa ha fatto l’esercito iracheno. Dopo la liberazione da Daesh, questo territorio è conteso. Siamo stretti in una morsa, schiacciati: da una parte ci sono i curdi, dall’altra ci sono gli arabi. Entrambi dicono che ci hanno liberati e ognuno vuole qualcosa da noi. Quando si esce dalla città, iniziano i problemi», interviene il missionario.


Un territorio nel caos

  A ogni check-point abbondano milizie, bandiere ed eserciti. Il passaggio è difficoltoso. Gli arabi vengono fermati ai check-point curdi e viceversa. I villaggi cristiani sono presidiati dall’esercito iracheno ma alcuni sono stati conquistati dalle milizie sciite di Hashd al-Shabi che hanno comprato terre e case, appartenenti storicamente alla comunità cristiana. Benché molte famiglie abbiano scelto di ritornare, il numero dei cristiani nella piana di Ninive è drasticamente diminuito: da tre milioni, nel 1980, a 200.000 persone, nel 2015.
«Qualche volta i bambini chiedono se tornerà Daesh. Io gli dico di no. Non penso che Daesh ritornerà. Abbiamo paura che tornerà altro, magari con un altro nome, e non riusciremo a scappare. Qui non c’è più uno Stato. Ci sono eserciti, milizie e bande che pensano ai propri interessi e nessuno garantisce il più basico diritto umano. Siamo soli, nelle mani di Dio», confessa padre Jalal.
La sala accanto alla minuscola dimora di abuna Jalal è colma di scatoloni riempiti di giocattoli e vestiti, giunti dall’Italia, ancora imballati. Su una lavagna c’è scritto un versetto del Vangelo di Matteo. «Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata deserta. Infatti, vi dico che da ora in avanti non mi vedrete più, finché non direte: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”».
Padre Jalal mostra le foto di quando abitava in Italia, della parrocchia, circondato da fedeli e dai chierichetti. «A volte mi sento solo, ma qui c’è ancora molto da fare», dice con un placido sorriso.

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Non dimentichiamo i cristiani d'oriente: siamo alla fine di un mondo

By Famiglia Cristiana
Andrea Riccardi

Il primo ministro libanese Saad Hariri si è clamorosamente dimesso mentre stava in Arabia Saudita e non è più tornato in patria. Si sospetta che sia ostaggio dei sauditi. Le sue dimissioni (è un musulmano sunnita, figlio di Rafik Hariri, politico e magnate libanese, ucciso dai siriani) mostrano l’innalzamento del livello di scontro tra sunniti e sciiti in Libano. Il conflitto tra le due maggiori componenti dell’islam riguarda l’intero Medio Oriente: dallo Yemen, sconvolto dalla guerra, all’Iraq e alla Siria. Il Libano, che ha conosciuto una lunghissima guerra civile tra il 1975 e il 1990 e poi nel 2006, è decisivo per la presenza cristiana nel mondo arabo. Lì vive la grande comunità cattolica maronita, ma hanno anche sede vari patriarcati e istituzioni dei cristiani mediorientali. Soprattutto, c’è libertà d’opinione, a lungo negata nei Paesi arabi. Infatti il Libano fu creato, dopo la Prima guerra mondiale, per realizzare uno Stato dove i cristiani fossero maggioritari, tanto che il presidente della Repubblica è, per accordo non scritto, sempre un cristiano maronita (il primo ministro è invece un musulmano sunnita).
Dal 1932, però, non si fanno censimenti: i cristiani sono stati superati come numero dai musulmani, divenuti – sembra – il 60% della popolazione. Un conflitto in Libano tra sunniti e sciiti metterebbe in crisi questo “baluardo” della presenza cristiana nel mondo arabo, oltre a rappresentare una tragedia per il Paese. Del resto i cristiani stanno abbandonando tutto il Medio Oriente in questi primi due decenni del XXI secolo. In Siria, dentro una terribile guerra che dura dal 2011, la popolazione cristiana si è almeno dimezzata e rappresenta un milione di persone. Ad Aleppo i cristiani sono un terzo di prima dell’assedio. In Iraq la situazione è drammatica: i cristiani erano 1,3 milioni e ora sono meno di 300 mila, in buona parte profughi in Kurdistan. Hanno subìto la violenza di Daesh. Tutti gli appartenenti alle diverse Chiese si chiedono se ci sarà un futuro in quelle terre per loro. Hanno resistito coraggiosamente negli ultimi anni, dopo secoli duri; ma ora sembrano giunti a un punto limite. Ci sono interventi delle organizzazioni della Chiesa in loro aiuto.
Il problema è però drammatico: un mondo di fede e cultura, durato quasi venti secoli nelle terre d’origine del cristianesimo, sta finendo. Non è allora necessario, da parte dei cristiani del mondo, concentrare più attenzione ed energie su questa storia dolorosa? Non riguarda solo i cristiani della regione, ma il cristianesimo universale. Nessuna Chiesa, specie le fragili comunità orientali, può affrontare problemi così grandi da sola. Ci vorrebbero nuovi gesti e nuovi impegni: i primati delle Chiese cristiane potrebbero riunirsi, risvegliare i cristiani del mondo, lanciare un movimento di solidarietà ecumenica.

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Mons. Warduni: una nuova Costituzione per la nascita di un Iraq laico e unito


Per la rinascita dell’Iraq è necessario ricominciare dai principi cardine “dell’uguaglianza e dei diritti umani”, partendo da una riforma della Costituzione “che è la base per garantire l’unità” del Paese.
È quanto afferma ad AsiaNews mons. Shlemon Audish Warduni, vescovo ausiliare di Baghdad e braccio destro del patriarca caldeo, che rilancia l’impegno dei cristiani “per la pace, la sicurezza e la convivenza civile”. Il terreno in Iraq è “fertile”, aggiunge il prelato, ma “manca la volontà di farlo”; da qui la necessità di un rinnovato “impegno” fra tutte le componenti della nazione, partendo dal principio “dell’uguaglianza: tutti i cittadini devono essere uguali davanti alla Costituzione”.
Non vi sono nazioni al mondo, sottolinea mons. Warduni, che possono “vivere senza la Carta fondamentale” e la ricostruzione dopo anni di guerra e violenze di matrice confessionale deve basarsi sui pilastri “della giustizia e della libertà”. Come è possibile, chiede il prelato, parlare di “libertà di coscienza” quando il criterio di governo “è la sharia, la legge islamica” che garantisce una posizione dominante dei musulmani rispetto alle altre componenti etniche e confessionali.
Anche in passato la leadership della Chiesa irakena si era scagliata contro la (controversa) Costituzione irakena, contestando in particolare l’articolo 37-2 che non tutela i diritti e la libertà religiosa delle minoranze. Nel settembre 2015 il patriarca caldeo mar Louis Raphael Sako aveva inviato una lettera al Parlamento, chiedendo di modificare il comma secondo cui un minore viene registrato come musulmano nel caso in cui uno dei due genitori si converta all’islam.
Nei giorni scorsi il patriarca caldeo, in visita in Francia, aveva invocato una riforma della Costituzione in Iraq, con l’obiettivo di assicurare “l’uguaglianza di tutti i cittadini”, riportando all’ambito di una “scelta personale” la fede professata. Essa, ha aggiunto il prelato, non deve influenzare il normale svolgimento degli affari dello Stato.
“Oggi la priorità degli irakeni - ha sottolineato il primate caldeo - è la sicurezza e la stabilità”. A questo si aggiunge il bisogno di un “aiuto internazionale” perché il Paese possa ripartire secondo una modalità “sana, e non confessionale”. Per questo non basta rimettere pietre e mattoni, se non vi è al contempo una “ricostruzione” delle persone e di una società colpita nel profondo dalle devastazioni dello Stato islamico (SI, ex Isis), sconfitto sul piano militare ma non nell’ideologia. Per fare tutto questo è necessario cambiare una Costituzione che affonda le radici al 2005 e che è radicata ancora all’elemento religioso e confessionale nell’identificazione dei cittadini, come chiedono “anche diverse personalità laiche musulmane”. Al riguardo, mons. Warduni illustra due esempi: nel primo caso, il fatto che i figli minorenni (cristiani) di padre o madre che si converte all’islam, diventano essi stessi musulmani. E solo a 18 anni possono decidere se tornare a dirsi cristiani. “Dove sono - sottolinea il prelato - in questo caso parità, libertà e giustizia”.
La seconda questione riguarda la possibilità di matrimonio per ragazze di minore età; in alcuni casi possono convolare a nozze anche “bambine di nove anni”. Questo è “inaccettabile”, avverte il prelato, ma vi è una componente in Parlamento che vuole votare per approvare la legge. Nelle ultime settimane si è creato un fronte nel Paese costituito da donne, attivisti, personalità della cultura e della religione che si battono con forza per la cancellazione di una norma “vergognosa”.
Infine, il prelato torna sulla drammatica contrapposizione in atto nelle ultime settimane fra Baghdad ed Erbil, fra il governo centrale e la regione autonoma curda che ha investito anche i cristiani, ostacolando il ritorno nelle case tanto auspicata dopo la cacciata dell’Isis. “Noi cristiani siamo elemento di equilibrio - sottolinea il prelato - e vogliamo che tutte le componenti del Paese operino per la riconciliazione. Tuttavia, vi è chi continua ad agire per interessi, per denaro e non va bene. Questo nuovo fronte di violenze fra arabi e curdi rischia di innescare un nuovo, massiccio esodo fra i cristiani già segnati dalla guerra e dalla barbarie dell’Isis”.

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mercoledì, novembre 15, 2017

 

Irak: le patriarche chaldéen veut une réforme de la Constitution pour plus d'"égalité"


Le patriarche de l'Eglise catholique chaldéenne, Louis Raphaël Sako, a plaidé mardi pour une réforme de la Constitution de son pays, l'Irak, afin d'assurer "l'égalité de tous les citoyens", et souligné que la religion relève d'un "choix personnel" qui ne doit pas influer sur les affaires de l'Etat.
"Aujourd'hui, la priorité des Irakiens est la sécurité et la stabilité", a déclaré lors d'une conférence de presse à l'Institut du monde arabe (IMA) à Paris le chef de la principale Eglise chrétienne en Irak.
"Ce dont nous avons besoin, c'est de l'assistance internationale pour la sécurité, la stabilité et aussi d'aider l'Irak à se mettre debout, d'une manière saine et non pas sectaire",
a-t-il martelé alors que le groupe jihadiste Etat islamique (EI) a perdu la quasi-totalité des territoires irakiens qu'il contrôlait depuis 2014.

Pour Mgr Sako, "la reconstruction de la pierre n'est pas suffisante sans la reconstruction de la person
ne humaine", qui passe selon lui par l'éducation et la liberté d'expression et de conscience.
"Pour réaliser
cela il faut changer la Constitution" irakienne, qui date de 2005, a-t-il enchaîné.
"Je suis citoyen irakien, peu importe si je suis chrétien, chiite, sunnite, kurde... La religion ne doit pas me séparer. La religion est un choix personnel: je crois ou je ne crois pas, je suis libre et il ne faut pas l'imposer", a poursuivi le patriarche, en résidence à Bagdad.
"Le monde du Moyen-Orient doit comprendre cela (...). Si ces pays-là veulent avoir un avenir sûr il faut un Etat civil, je n'ose pas dire laïque", a encore dit Mgr Sako, opposé au fait de présenter "une religion", en l'occurrence l'islam, comme "la première et la seule vraie, les autres venant après".

Le patriarche chaldéen a regretté que le référendum d'indépendance organisé fin septembre par le Kurdistan irakien, combattu par Bagdad, ait ouvert une période de troubles dans la plaine de Ninive (nord de l'Irak), qui compte de nombreux villages chrétiens. "Il faut penser à la population, aux civils, ces gens ne sont pas des pions avec lesquels on peut jouer", a-t-il lancé.
Il s'est cependant réjoui du retour, ces dernières semaines, de "1.500 familles chrétiennes" à Telesqof, et plus encore à Qaraqosh. "Les chrétiens ont le devoir moral, historique, mais aussi religieux de retourner et collaborer avec les autres habitants (musulmans notamment, NDLR) pour reconstruire leurs villes", a-t-il estimé.

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Migramed: mons. Ortega (nunzio apostolico Giordania e Iraq), “bello che affrontiate questione rifugiati insieme a persone di diversi Paesi, perché l’azione della Caritas è una missione”


(Amman) “Far parte della Caritas è un privilegio perché è il cuore che anima la Chiesa. Al di là dell’aiuto concreto, la Caritas è presenza rivoluzionaria in quanto personificazione della rivoluzione della tenerezza che cambia le cose e salva il mondo”. Questo il saluto di mons. Alberto Ortega, nunzio apostolico in Giordania e in Iraq, in occasione dei lavori di apertura del Migramed, l’annuale incontro sul tema delle migrazioni organizzato da Caritas Italiana con le Caritas diocesane italiane, che vede la partecipazione di alcuni ospiti delle Caritas europee e del bacino del Mediterraneo. Un incontro sul tema delle migrazioni che si svolge ad Amman, capitale giordana, da oggi al 18 novembre. La presenza del Migramed in Giordania è significativa anche per consolidare il lavoro di Caritas Italiana in collaborazione con la Chiesa giordana per la realizzazione di un programma di reinsediamento di famiglie rifugiate affette da gravi problemi sanitari. “Bello che affrontiate tali questioni insieme a persone di diversi Paesi, perché l’azione della Caritas non è solo lavoro, è una missione”, aggiunge. Sul tema dei rifugiati il nunzio apostolico afferma che la Giordania è un Paese che ha una grande capacità di accoglienza. In base all’ultimo censimento in Giordania vivono 9 milioni di abitanti, di cui 3 milioni sono migranti e all’interno di questi 1 milione e trecento sono costituiti da rifugiati siriani. “È una regione che gode di stabilità nonostante i problemi politici limitrofi”, continua mons.Ortega. Un concetto ribadito anche dal vescovo latino della Chiesa giordana, William Shomali: “La Giordania nonostante tutto è rimasta un’oasi di pace, in cui l’Isis non ha trovato posto; fattori questi ultimi che hanno aiutato la Caritas giordana a fare uno splendido lavoro in favore dei profughi e delle comunità locali. Un lavoro reso possibile grazie all’aiuto e al sostegno solidale della rete Caritas del mondo. Un ultimo concetto che voglio esprimere riguarda la fierezza di far parte della Caritas che non è una ong come altre: perché alla base c’è il Vangelo, l’amare l’altro come noi stessi”.

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Iraq: padre Mekko (Karamles), “grazie, Papa Francesco, per la vicinanza e sostegno materiale. Cristiani pensano al Natale con speranza”


Foto L'Osservatore Romano
“Ringraziamo di cuore Papa Francesco per la sua costante vicinanza e sostegno ai nostri cristiani”: la notizia che oggi Papa Francesco ha ricevuto in dono dalla “Lamborghini” un numero unico del modello Huracan, che ha deciso di vendere all’asta per destinarne parte del ricavato a sostenere Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs) impegnata a garantire il ritorno dei cristiani nella Piana di Ninive, è giunta fino in Iraq. Dal villaggio cristiano di Karamles a ringraziare, attraverso il Sir, Papa Francesco è il sacerdote caldeo padre Paolo Mekko. “Circa 250 famiglie cristiane sono rientrate fino ad oggi a Karamles (erano 160 un mese fa, ndr) – dice il sacerdote –; continuiamo il lavoro di rifacimento delle abitazioni danneggiate e incendiate dallo Stato islamico. Parallelamente stiamo cercando di rimuovere le macerie delle case distrutte e spianando i terreni incolti per poter preparare il tempo della semina. Dobbiamo pensare anche a riprendere le attività agricole, ma in questo ambito ci sono diverse difficoltà, la più importante riguarda lo sminamento dei terreni che richiede manodopera specializzata. Abbiamo finito di recuperare la chiesa antica del villaggio, dedicata a Santa Barbara, che ci servirà per le celebrazioni del 1° dicembre. Vogliamo fare una grande festa che è molto sentita dagli abitanti di Karamles”. “Questi momenti – aggiunge padre Mekko – ci aiuteranno a preparare degnamente il Natale. Per quel giorno stiamo pensando a qualche manifestazione, come accadeva in passato. Guardiamo al Natale con un po’ più di speranza. Abbiamo anche lanciato l’idea per il presepe e un progetto volto alla sistemazione del centro pastorale attiguo alla chiesa. Il nuovo centro potrà rispondere anche alle richieste di tanti giovani che vogliono sposarsi e che non hanno un luogo dove festeggiare. È importante che giovani coppie tornino a progettare il matrimonio, è un segno importante per il futuro. Per realizzare tutto chiediamo l’aiuto delle Chiese sparse nel mondo: aiutateci per riedificare moralmente e materialmente le nostre comunità colpite da tanta violenza. Non abbandonateci. L’esempio di Papa Francesco venga seguito da tutti”.

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Iraq: Acs, “grazie, Papa Francesco, per il sostegno ai cristiani di Ninive”

By AgenSIR

Questa mattina Papa Francesco ha ricevuto in dono dalla casa automobilistica “Lamborghini” un numero unico del modello Huracan, che ha deciso di vendere all’asta per destinarne il ricavato in beneficenza. Parte della somma andrà a sostenere il progetto di Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs) per garantire il ritorno dei cristiani nella Piana di Ninive, in Iraq. Non è la prima volta che il Papa sostiene attraverso la Fondazione pontificia i cristiani perseguitati in Iraq. Nel 2016, infatti, ha donato 100mila euro in favore della clinica Saint Joseph di Erbil, dove sono stati e sono tuttora curati migliaia di rifugiati.
Alla cerimonia di consegna erano presenti Alfredo Mantovano e Alessandro Monteduro, rispettivamente presidente e direttore di Acs-Italia che hanno ringraziato il Pontefice. “Oggi incontrando Francesco – hanno dichiarato Mantovano e Monteduro – gli abbiamo mostrato i primi successi del nostro progetto e le foto delle prime famiglie tornate a casa. Abbiamo inoltre sottolineato come il nostro piano sia figlio di un grande processo di riconciliazione e di perdono, e frutto di un accordo tra le Chiese locali, i cui sacerdoti e religiosi collaborano attivamente e accompagnano la ricostruzione anche attraverso opere concrete”. Parole di incoraggiamento per il cosiddetto “piano Marshall” di Acs per la ricostruzione dei villaggi cristiani della Piana di Ninive, erano state trasmesse dal Papa attraverso il segretario di Stato, il card. Pietro Parolin. Acs ha voluto anche ringraziare la Lamborghini. “Il dono al Papa da parte della casa automobilistica – hanno affermato il presidente e il direttore di Acs – è un valido esempio di come anche le grandi imprese possono aiutare concretamente i cristiani che soffrono”.

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martedì, novembre 14, 2017

 

Sacerdote irakeno: per cristiani di Mosul va peggio di quando arrivò l’Isis

By Asia News

La situazione dei cristiani “è peggiore rispetto all’arrivo dell’Isis” perché sono “coinvolti in questo scontro in atto fra arabi e curdi, fra sciiti e sunniti”, che “ha ostacolato” il rientro dei profughi a Mosul e nella piana di Ninive e “non vi sono più nemmeno gli aiuti”. È quanto spiega ad AsiaNews p. Samir Youssef, parroco della diocesi di Amadiya (Kurdistan), secondo cui parte delle famiglie cristiane “è tornata ad Alqosh e Dohuk” per il timore delle violenze nella piana di Ninive. “Altri ancora - prosegue - hanno trascorso due notti in macchina, o rimandato la partenza per il pericolo di nuovi scontri. Vi sono casi di bambini traumatizzati per le violenze avvenute a Teleskof”.
P. Samir, che cura in prima persona 3500 famiglie di profughi cristiani, musulmani, yazidi fuggiti dalle loro case nell’estate del 2014 con l’ascesa dello Stato islamico (SI, ex Isis) riferisce che “anche i cristiani cominciano ad avere paura”. Il timore è che vi sia una “reazione dei curdi” con “nuovi attacchi” che finiranno per colpire “anche cristiani e yazidi. “Noi non siamo pro o contro una parte - aggiunge il sacerdote - ma vogliamo vivere in pace con tutti”.
I cristiani sono da sempre uno strumento di dialogo, un ponte fra le varie culture ed etnie che caratterizzano l’Iraq. E sono state proprio personalità cristiane del tempo a ricoprire le prime cariche di ministro della Cultura o della Sanità nella storia recente del Paese. Pur essendo solo il 2/3% della popolazione, la minoranza ha giocato un ruolo essenziale “a livello culturale” ma “si trova sempre più invischiata nei conflitti”.
A testimoniarlo vi è la storia personale della famiglia di p. Samir, che ha dovuto cambiare numerose volte casa, città e regione per sfuggire alle violenze. “Prima in Kurdistan - ricorda il sacerdote - poi la rivoluzione curda per l’indipendenza ci ha spinti a Mosul. Con l’inizio della guerra siamo andati a Baghdad, per fare ritorno a Mosul e ancora nel Kurdistan irakeno, con l’arrivo dell’Isis”. “Dal 2006 a oggi - aggiunge - sono andate distrutte 40 chiese fra Mosul, Baghdad e Bassora; più di 1200 persone sono state uccise per il solo fatto di essere cristiane”.
P. Samir, fra i principali sostenitori della campagna di AsiaNews "Adotta un cristiano di Mosul", sottolinea che “in Kurdistan i cristiani avevano ricominciato a vivere” e la sconfitta dell’Isis aveva fatto sperare per un rientro a breve nelle terre di origine. “Adesso siamo ripiombati - confessa - in una condizione di paura, a vivere sotto la minaccia. Di fronte a una nuova instabilità, non sapremmo dove andare, cosa fare…”.
Intanto anche i cristiani - risparmiati dal devastante terremoto che ha colpito la regione - “devono affrontare, come gli altri, i problemi economici” che si fanno sempre più pressanti. “Mancano i salari - racconta p. Samir - e vi sono diverse famiglie di profughi che non hanno soldi per comprare i beni essenziali. Fino a qualche tempo fa i mini-market vendevano merce per 2mila dollari al giorno, oggi faticano ad arrivare a 200. Il personale viene licenziato, intere famiglie sono senza lavoro e diventa tutto più difficile”.
“Con i programmi di aiuto avviati - afferma il sacerdote - cerchiamo di contribuire al sostentamento delle famiglie, ma fatichiamo a trovare fondi. Adesso arriva l’inverno, incomincia a fare freddo; lo scorso anno, di questi tempi, avevamo già distribuito due o tre barili di kerosene, quest’anno ancora nulla. Anche la consegna dei cibi è sospesa, non abbiamo più niente”.
Da un certo punto di vista, ammette, “la situazione è peggiore rispetto all’arrivo dell’Isis, perché allora governi e Ong ci hanno aiutato. La chiusura degli aeroporti nel Kurdistan complica la situazione e solo il 30% dei profughi hanno potuto sinora fare ritorno nelle loro case di un tempo”. Anche i salari sono diminuiti, passando dai mille dollari di prima “agli attuali 300” a causa “della stretta imposta da Baghdad sui fondi destinati alla regione curda. E poi ci sono gli affitti, la scuola… la Chiesa - conclude p. Samir - aiuta molti, ma qui serve davvero un miracolo”.

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lunedì, novembre 13, 2017

 

«Il mondo dia sicurezza alle minoranze a Ninive»

By Avvenire
12 novembre 2017
Luca Geronico

«Il primo problema per chi ritorna è la fiducia. I cristiani sono stati martoriati e gli yazidi hanno lo stesso problema e forse sono ancora più abbandonati perché non hanno un retroterra in Occidente, dove potersi rifugiare», osserva Mario Giro. «L’unica vera risposta – prosegue il viceministro degli Esteri – è che la comunità internazionale se ne faccia carico mentre oggi, comprensibilmente, è ancora preoccupata dalla guerra contro il Califfato e di quanto accade nella vicina Siria. Ancora non c’è un vero programma globale, nemmeno dell’Onu, di “replacement” di tutte queste persone protette ed accompagnate». Una “protezione internazionale”, invocata come un mantra per tre anni dai caldei e dei siro-cattolici sfollati a Erbil, Dohuk e nel resto del Kurdistan iracheno. «È quello che ci vuole, e il più rapidamente possibile. L’Italia lo desidera e non vede altra possibilità: se no se ne dovranno andare tutti». È come un appello la riflessione di Giro che prosegue: «Immagino il dilemma di un capofamiglia cristiano o yazida in questo momento. Una triste realtà da cui non si sfugge senza un sistema internazionale ». Un rientro fra incertezze e paure per chi, in 3 anni di attesa, non ha tentato di emigrare in Occidente o in Australia.
Un rientro quasi obbligato da quanto, fra settembre e ottobre, la diocesi di Erbil non ha più pagato gli affitti per le case agli sfollati. Dismessi pure i campi profughi tranne quello di “Ankawa 2”: ora accoglie solo 150 famiglie cristiane fuggite da Mosul che non si fidano ancora a rientrare. Per gli altri nessuna casa e nemmeno istruzione ai figli: il governo ha chiuso a Erbil le scuole per i profughi e, trasferiti gli insegnanti, iniziato una riapertura a singhiozzo dei corsi nella Piana di Ninive. Impossibile avere una contabilità esatta dei rientri: da Erbil sono ripartiti circa 25mila cristiani a cui si devono aggiungere quelli delle altre province del Kurdistan. Per prima cosa i cristiani chiedono ai sacerdoti già residenti la benedizione della casa, scampata alla distruzione: infissi riparati con mezzi di fortuna e una ripassata di bianco su mura nere di fumo con i mobili devastati accatastati in giardino. Benedizione di una abitazione che spesso è presa in affitto, a prezzi di favore, perché metà delle case sono state devastate. Per 2.500 famiglie cristiane di Qaraqosh – circa 20mila abitanti quando nel 2015 erano più del doppio – questo è il ritorno a Ninive. Ancora più incerto il rientro nei centri più piccoli come Bartalla e Bashiqa, ancora più indifesi e in buona parte rasi al suolo.
Tutto questo in una Piana di Ninive in cui si scontrano – come faglie telluriche – le tensioni fra curdi e iracheni, l’irredentismo jihadista sunnita e, da ultimo, le milizie sciite filo iraniane. «Tutto ciò che accade nel nord dell’Iraq può compromettere un ripristino della vita, già difficilissimo da progettare dopo anni e anni di guerra», spiega il viceministro Mario Giro. La sconfitta, politica e militare, del progetto autonomista curdo ha indebolito chi «si era impegnato, con un interesse non solo umanitario, a difendere le minoranze». Un Kurdistan umiliato e ora diviso, che vive in queste settimane la decisiva resa dei conti con Baghdad, a cui l’Italia ha dato un grande sostegno nell’addestramento militare dei peshmerga: «Continua ora la nostra funzione di mediazione e pacificatrice: tutto ciò che ritarda la costruzione della convivenza è negativo. Rispettiamo molto quello che i curdi hanno fatto, spesso soli, davanti all’avanzata del Daesh. Ora dobbiamo aiutarli a ricucire una convivenza, ma questo riguarda veramente tutti in Iraq», pure i sunniti e gli sciiti in tutto l’Iraq, afferma Giro. 
Ma oltre che la fiducia «ora mancano le condizioni per ritornare», prosegue il viceministro. Molti progetti di Ong, dopo che Baghdad ha chiuso le frontiere e limitato i visti, sono bloccati. Ma l’impegno della Cooperazione italiana prosegue: ricostruzione delle infrastrutture (elettricità, acquedotti, scuole) e le abitazioni nella Piana di Ninive per 1,5 milioni di euro a cui si aggiunge un intervento di 1 milione di euro nei campi profughi di Dohuk a sostegno delle vedove e degli orfani delle vittime del Califfato o delle “schiave del sesso” fuggite. «La situazione è molto delicata, può cambiare di momento in momento: il nostro non è ancora un grande investimento ma volevamo essere tra i primi a lavorare per la ricostruzione concreta », spiega il viceministro.
La Piana di Ninive e i cristiani come “cartina di tornasole” di una convivenza ancora possibile in Iraq e in Medio Oriente. «Significativo che dei musulmani vogliano restaurare a Mosul la seconda chiesa più grande di Iraq. Chi vuole la convivenza vuole pure che i cristiani rimangano », conclude Mario Giro.
Per scacciare i demoni del passato: il premier iracheno Abadi ieri ha annunciato una controffensiva nell’Anbar per sgominare le ultime sacche di resistenza del Daesh. Ma poco oltre il confine siriano i jihadisti hanno ripreso Abu Kamal, «liberata » tre giorni fa.
Demoni pronti a tornare.

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La tenaglia irachena. Cristiani dopo il Daesh

By Avvenire
12 novembre 2017
Fulvio Scaglione 

Sembra un paradosso e non lo è: la situazione dei cristiani iracheni potrebbe peggiorare ora che, dopo oltre tre anni atroci, la sconfitta militare di Daesh è diventata realtà. Per rendersene conto bisogna ricordare alcune dinamiche degli ultimi anni. Dopo l’invasione anglo-americana del 2003, e a causa della successiva ondata di violenze terroristiche e settarie, i cristiani iracheni (poco meno di un milione per tre quarti cattolici caldei, dimezzati nei primi cinque anni dopo l’invasione) scelsero in sostanza due strade: l’emigrazione all’estero (allora andava bene anche la Siria) oppure il trasferimento nel Nord del Paese, verso Mosul e la Piana di Ninive, che erano la culla del cristianesimo iracheno e comunque erano meno tormentate da bombe, sparatorie e rapimenti.
Era l’epoca in cui molti, soprattutto tra i policy makers anglosassoni, ipotizzavano di creare non solo un Iraq federale con tre entità autonome per sunniti, curdi e sciiti, ma anche di costituire un safe haven (porto sicuro) per i cristiani proprio nella Piana di Ninive. Una specie di "riserva indiana" per una minoranza pacifica, disarmata e proprio per questo colpita da tutti.
Gli anni intanto trascorrevano e per i cristiani erano alle porte nuovi cambiamenti. Il Kurdistan, in perenne conflitto con il Governo centrale di Baghdad e sempre legato al sogno dell’indipendenza, estendeva pian piano la propria influenza politica verso Sud e verso Ovest, cioè verso la Piana. Il patto offerto ai cristiani era piuttosto esplicito: tolleranza e protezione in cambio di voti, quelli necessari a far prevalere la causa curda nel sempre annunciato (o minacciato?) referendum sullo status di Kirkuk, il grande centro petrolifero che, con le sue raffinerie e i giacimenti, avrebbe fatto da motore al Kurdistan indipendente.
Poi, nel 2014, è arrivato Daesh. L’atteggiamento dei curdi nei confronti dei cristiani è stato ambivalente. I famosi peshmerga non si sono battuti per Mosul né per la Piana, troppo lontane dai loro territori e dai loro interessi, ma il Kurdistan ha accolto decine di migliaia di profughi cristiani, salvando loro la vita.
E siamo all’oggi. Sembra impossibile che, come dicevamo all’inizio, possa andare peggio dopo un simile tormento. Ma la presenza di Daesh aveva surgelato ogni questione, mentre ora tutto si muove. E tra tanti vasi di ferro che si scontrano, il vaso di coccio dei cristiani, nel frattempo scesi ancora di numero, può finire davvero in frantumi.
Masoud Barzani, padre-padrone del Kurdistan, ha cercato di sfruttare la sconfitta di Daesh per arrivare subito all’indipendenza ma è stato abbandonato da tutti, anche dai tradizionali protettori Usa. Quindi, prima domanda: se i rapporti tra i curdi e il Governo di Baghdad erano già tesi prima, e non meno tesi erano quelli tra i potentati che si spartiscono il Kurdistan, il clan Barzani e il clan Talabani, che succederà ora? E che sarà delle masse di profughi cristiani che ancora sono ospitate tra Erbil, Dahuk e altre località del Kurdistan?
La regione curda non verrà certo invasa, ma rischia di pagare il boicottaggio contemporaneo di Turchia (che controlla il traffico di petrolio), Iran e Iraq (che da anni non versa quanto spetta alla provincia autonoma). Non c’è il rischio che decida di liberarsi di un "peso" come quello costituito dai profughi? E che fine faranno le opere per loro edificate con gli aiuti internazionali, primo fra tutti quello della Chiesa?
Seconda domanda. È chiaro che l’ipotesi di un Iraq federale non ha più corso e che, al contrario, il Governo centrale, dominato dai partiti sciiti e di stretta osservanza pro-Iran, opera per una ri-centralizzazione del Paese. Altrettanto chiaro è che oggi, negli equilibri di potere iracheni, gran peso hanno le Forze di mobilitazione popolare, le milizie a maggioranza sciita (con qualche reparto anche cristiano) che si sono battute contro Daesh e sempre più somigliano a una versione irachena dai pasdaran iraniani, custodi della rivoluzione islamica.
Ora che i curdi sono stati ricacciati nel Kurdistan propriamente detto, i cristiani possono fidarsi di queste milizie, spesso accusate di violenze contro civili inermi e sospettate di scarsa fedeltà alla causa? I cristiani della Piana di Ninive avevano già un grosso problema: come tornare ai villaggi e alle case e incontrare i vicini di casa musulmani sunniti, tra i quali non pochi che si erano scagliati per primi, come narrano diverse testimonianze, contro di loro alle avvisaglie dell’arrivo di Daesh? Forse ora, con le milizie sciite insediate nel territorio e pronte a nuove repressioni, il problema raddoppia? La Chiesa caldea dell’Iraq, con grande coerenza, è sempre stata contraria sia alla spartizione federalista del Paese sia all’ipotesi di un safe haven per i cristiani.
L’idea era che solo uno Stato unitario e laico, cioè uno Stato in cui ogni cittadino gode di eguali diritti perché iracheno e non di diritti variabili in base all’appartenenza etnica e religiosa, potesse garantire anche i cristiani. Giusto così. Ma oggi è quella la prospettiva dell’Iraq finalmente libero da Daesh? O non sta invece spuntando all’orizzonte uno Stato confessionale come il vicino Iran?

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venerdì, novembre 10, 2017

 

Iraqi Muslims urge Christian neighbors to come home

By Anadolu Agency
Serhad Shaker 

Photo Ankawa.com
Scores of young Iraqi Muslims have taken part in the restoration of the Middle East’s second largest church, urging their displaced Christian neighbors to return to their homes.
"Dozens of young Muslim volunteers from the city of Mosul took part in the restoration of the Chaldean Catholic Church* in the center of the Talkif district, the country’s -- and region’s -- second biggest church," Musallam Fadel al-Hayali, a local activist, told Anadolu Agency on Thursday.
Located in Iraq’s northern Nineveh province, the Talkif district stands roughly 18 kilometers north of Mosul.
According to al-Hayali, restoration work on the church, which was first built in 1912, included the removal of rubble, the erasure of the effects of past fires and reconstruction of the church bell.
"This [church restoration] is an invitation to our Christian neighbors who fled the city earlier to return to their homes and practice their faith in peace and security," al-Hayali said.
In mid-2014, the Daesh terrorist group overran Nineveh’s Talkif district, forcing tens of thousands of local residents -- mostly Christians -- to flee the area.
In August of this year, however, the terrorist group was finally expelled from the district -- and from the nearby city of Mosul -- following a nine-month army campaign.

Reporting by Serhad Shaker; Writing by Ali H. M.Abo Rezeg

* According to  Ankawa.com the church is the Chaldean church of the Holy Heart of Jesus 
Note by Baghdadhope

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giovedì, novembre 09, 2017

 

Baghdad, la nuova legge sullo stato civile è ‘simile a quella di Daesh’


Personalità politiche e organizzazioni locali per i diritti umani criticano con forza alcuni emendamenti alla legge sullo stato civile, che rischia di sottomettere il Paese alla sharia. Si tratta degli emendamenti alla legge del 1959 approvata dopo la rivoluzione del 14 luglio 1958, all’epoca del governo di Abdel Karim Kassem e considerata all’epoca una delle leggi più all’avanguardia in materia di diritti della donna e dell’infanzia.
La bozza degli emendamenti è stata approvata “in via di principio” una settimana fa dal Parlamento iracheno, mentre l’opinione pubblica era distratta dalla crisi con il Kurdistan. Secondo alcune personalità, l’Iraq sembra essersi liberato da Daesh, ma la mentalità islamista si diffonde nella legislazione violando i diritti delle donne, dell’infanzia e dei non musulmani (cristiani e sabei in particolare).
Al momento del voto, quindici deputati contrari hanno invano abbandonato l’aula per impedire il raggiungimento del numero legale dei presenti.
La legge del 1959 ha funzionato bene o male per decenni. Nel 2003, per la prima volta, essa è stata messa in discussione dal “Consiglio di Governo” istituito dal liberatore/occupante americano col decreto n. 137 approvato il 29 dicembre 2003. Quel giorno, il Consiglio presieduto da Abdelaziz Al Hakim ha emanato il decreto 137 che nel prima comma sanciva “la necessità di applicare la sharia islamica per quanto riguarda il matrimonio, la dote, i contratti matrimoniali, le eredità, i divorzi, l’affidamento dei figli...”. Il secondo comma sanciva “l’annullamento di ogni legge contraria ai contenuti del primo comma”. Allora il decreto suscitò così tante critiche in Iraq e all’estero che alla fine Paul Bremer dovette annullarlo. Dopo 14 anni gli islamisti iracheni (sunniti e sciiti) tentano ancora di farla passarla.
A prima vista sembra un testo innocente e liberale,  ma nel primo emendamento e nell’ultimo si trovano gli stessi commi 1 e 2 del decreto del 2003. In esso si afferma: “E’ permesso ai soggetti sottoposti a questi giudizi fare richiesta al Tribunale di stato civile competente per far applicare i dettami della sharia inerente allo stato civile secondo la confessione di appartenenza” mentre l’ultimo articolo  il n. 9  (il n. 10 riguarda solo l’entrata in vigore della legge)  riporta che “ Non è applicabile alcuna altra legge in contraddizione con la presente”.
E questo, nonostante l’articolo 41 della Costituzione irachena reciti che “gli iracheni sono liberi di attenersi allo stato civile secondo le loro religioni o confessioni o credo o scelta e questo regolato con una legge”.
In pratica vi è il tentativo di far passare le questioni sullo stato civile agli Awkaf  - come era all’epoca dell’impero ottomano, rendendo i non musulmani cittadini di serie B - oppure ai tribunali religiosi in un Paese dove il secondo articolo della Costituzione predica che
 “ L’Islam è la religione ufficiale dello Stato e fondamentale fonte  di legislazione”.
 Rizan Sheikh Dler, deputata irachena e membro della commissione “Donna, famiglia e infanzia”  afferma: “Si tratta di un disastro per le donne”. E aggiunge: “Applicare questa legge ricorda i comportamenti di Daesh con le ragazze,  quando ha costretto le minorenni a sposarsi con i suoi militanti mentre si trovavano a Mosul ed in Siria”.
Il testo di legge non lo dice, ma ispirandosi alla sharia, diventa legale fissare l’età minima per il matrimonio delle ragazze a 12 anni (identico per le confessioni Jaafarista sciita e per i salafisti sunniti). Alcuni difensori della legge dicono che “i matrimoni con minori avvengono spesso nella vita quotidiana ma non vengono registrati ufficialmente che al raggiungimento dell’età legale”. Altri sottolineano che non si può “vietare il matrimonio con una minore in una società di credenti”.
Un’altra preoccupazione legata all’introduzione del diritto islamico emerge da quanto afferma la deputata Farah El Siraj di Mosul, secondo la quale con la nuova legge “si porta il Paese indietro di 100 anni”, all’epoca dell’Impero Ottomano. “La nuova legge  - dice El Siraj - obbliga la donna divorziata a mantenere la custodia del figlio maschio [solo] fino all’età di due anni” e “alle ragazze è permesso sposarsi all’età di 12 anni” . Per lei, insistere sull’applicazione di questa legge “ è contrario alla legge internazionale ed ai diritti umani... ed è fatta   per accontentare i fanatici religiosi e guadagnare i loro voti”. Per El Siraj questa legge è simile negli effetti “alla legge applicata da Daesh nelle zone recentemente liberate”.
L’attivista democratica Majida Al Jburi vede in essa non solo una violazione dei diritti delle donne e minori, ma anche e soprattutto una discriminazione nei confronti dei non musulmani uomini e donne, quali “il divieto per un non musulmano di ereditare da un musulmano; permettere ai musulmani di ereditare dai non musulmani; i figli considerati musulmani per legge, se hanno un solo genitore musulmano; il divieto ad un non musulmano di avere la custodia del figlio musulmano; il divieto alle musulmane di sposarsi con non musulmani”. Per quanto riguarda la testimonianza, “il rigetto della testimonianza dei non musulmani” e la “non validità di testimonianze fatte da non musulmani in confronto con tesimonianze fatte da un musulmano”, mentre alle donne musulmane “ è del tutto vietato testimoniare eccetto in rari casi”.
Il deputato cristiano iracheno Josef Salyoa ha chiesto al Parlamento di ascoltare la “voce del popolo della strada” e ha condannato il blitz compiuto dal Parlamento per far approvare gli emendamenti nonostante la mancanza di numero legale.
Il pensatore iracheno Abdel Khalek Hussein ritiene la nuova legge “un crimine contro i diritti dell’infanzia” e ha fatto appello a tutte le forze democratiche e laiche del Paese perché uniti firmino una petizione e facciano appello alla Corte Suprema Federale irachena per chiedere l’annullamento della nuova legge perché inconstituzionale.

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mercoledì, novembre 08, 2017

 

Iraq needs 'Marshall Plan', says Kirkuk archbishop


A top Catholic cleric from Iraq says his country has "lost all confidence" despite the rout of the Islamic State group, and needs an economic and cultural "Marshall Plan".
"It's much deeper than simply giving money," Yousef Thomas Mirkis told AFP after addressing a meeting of French bishops in the southwestern French pilgrimage town of Lourdes.
Mirkis, the Chaldean archbishop of the northern diocese of Kirkuk, said the US-led invasion of Iraq in 2003 had "opened a Pandora's Box, and today we see the consequences of the destabilisation of the entire region."
Iraq will long struggle with "many difficulties," said Mirkis. "We know that sectarianism has failed, American-style democracy has failed. The only thing that will succeed is a rebirth arising from the grassroots."
He said that if young people under 30, who make up some 60 percent of the population, "do not rise to the occasion, nothing can be done."
The 68-year-old cleric, who received some of his training in France, thanked the French Catholic Church for its support to hundreds of Iraqi students who fled to Kirkuk from areas that fell to IS during a sweeping 2014 offensive, especially the jihadists' Iraqi bastion Mosul.
He urged the bishops to further their support for Iraq, which has lost more than half of its Christian population in recent years. Today, they number fewer than 350,000.
"One of the world's oldest Christian communities is disappearing in Iraq before our eyes amid widespread indifference," he told them on Tuesday.
Chaldean Christians are the most numerous in Iraq. Before the fall of Saddam Hussein in 2003 they numbered more than one million, including more than 600,000 in Baghdad.

- Emigration 'not the answer' -
The prelate said IS at its peak had many people in its thrall, even if they were "not won over to the ideology".
He added: "The media talk about the defeat of Daesh (an Arabic acronym for IS)... but there is the mentality that Daesh created."
The human, socioeconomic and political situation "must be taken into consideration," he said.
"You cannot ignore the (need for) stability in a country that has lost all confidence in the future, so there's really a lot of work to do," added Mirkis, who is also archbishop of Sulaimaniyah, in Iraqi Kurdistan.
The "yes" vote in an independence referendum in September in the Kurdish region -- opposed not just by Baghdad but also Iran, Turkey and the Kurds' Western allies -- impeded the return of Christians to Mosul and nearby Qaraqosh, he said.
Mirkis said investing in students in Iraq was cheaper than providing scholarships in France, adding: "Emigration is not the answer, it's an uprooting, a loss of identity."
He added: "A Marshall Plan is much, much better than spending 2,000 euros ($2,300) to put a student through a year of university."
Mirkis said Iraqi universities "need the experience of a country like France, which also once needed to rebuild its country" -- in the aftermath of World War II.

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An Iraqi Town Where Muslims, Jews and Christians Coexist, in Theory

By New York Times
Rod Nordland

AMADIYA (IRAQ) This once-pretty picture postcard town, on its own 4,000-foot high mesa nestling between a pair of much higher mountain ranges, is in a bad neighborhood when it comes to tolerance.
So the mystery of the Jewish holy figure Hazana, who is revered here by people of all the local faiths, is even more profound than it might otherwise be.
Amadiya is in the semiautonomous province of Kurdistan, which is the target of a crackdown by Baghdad after aiming to achieve independence from Iraq. This part of northern Iraq has been convulsed by violence since the advance of the Islamic State, which sent Christians fleeing, enslaved Yazidi women and killed Shiites on sight, until finally being wiped out in the area last month.
Today Amadiya's population of 9,000 is overwhelmingly Kurdish Muslim. But in the early 20th century there were said to be about two-thirds that many people, about evenly divided among Muslims, Christians and Jews -- although there were 10 mosques compared with two churches and two synagogues. Everyone was packed into a circumference of a mile and a half.
Amadiya's Jews all left after the creation of Israel in 1948. And so many Christians have left amid successive regional upheavals that the remaining 20 or 30 families can no longer sustain both churches.
All three faiths here are brought together by a longstanding reverence for Hazana, a Jewish religious figure of unknown antiquity -- variously described as a son of David, the grandson of Joseph or just a little-known prophet -- whose tomb is in Amadiya.
"All the religions are going to that grave to pray," said Muhammad Abdullah, a local teacher and amateur historian. "For all three religions, it's a sacred place. Each of them thinks he belongs to them."
Hazana's biography is so hazy that he defeats a Google search. Locals don't have much to add. He was "a really great guy, a pure person," said Bzhar Ahmad, 55, a retired government worker who had just emerged from noon prayers at the town's Amadi Grand Mosque, with a group of other Muslim worshipers nodding agreement.
None of the men found it strange that Muslims and Christians also prayed at Hazana's tomb. "The Jews were always our friends," Mr. Ahmad said. "We never thought about what we were, we were just people living together."
Directions given by locals to find Hazana's tomb varied, but all ended up in a crooked lane narrow enough that in Amadiya's heyday there were footbridges connecting roofs from one side to the other so that residents could use their rooftops to go to the mosque while avoiding the visitors in the overcrowded lanes below. Or so they say.
On the way, opposite a chicken coop with a roof festooned in flowering potted plants, Saran Sabah stood with her 18-year-old daughter, Amal. In the side alley leading to her house was a huge pile of firewood, ready for the coming winter. A Sunni Muslim, Ms. Sabah had prayed to Hazana, and it had worked, she said; there was a daughter to prove it.
The men hadn't mentioned that Hazana's popularity rested on his ability to bring fertility to supplicants, but later confirmed it. Borhan Said, a local Muslim resident and retired government worker, said people asked for other things as well. "He was a religious man who was so clear and so devout," he said.
It almost sounded as if they had met, but it turned out that Mr. Said was not even sure what epoch Hazana came from. "He was before my father's father, that's all I know," he said.
Mr. Said pointed out the nondescript red metal gate of what had been the old synagogue, unlocked and unguarded, and said visitors were welcome. Inside was a garden of fig trees and pomegranates, trumpet creepers and hibiscus, unkempt but well-watered. Purple and blue prayer cloths, used by those who came to ask Hazana's help, were hanging on some of the bushes.
Here and there were piles of rubble, old stone building blocks and sections of walls -- the remains of the synagogue itself. Cut into the earth was a stone staircase leading to an underground tomb.
On the plastered walls inside the tomb was some fairly recent graffiti in Hebrew script, the verses of a religious song, along with an emoji-like smiley face, plus a Star of David sketched over Hazana's plain rectangular sarcophagus.
Just what accounts for the town's communal tolerance, people say they're not sure, except that it has always been so. "We grew up like this," Mr. Said said. "My father always taught me to be like this and I teach my son the same."
Partly the town benefits from its remoteness; even when Kurds engaged in civil war from 1994 to 1997, fighting never arrived here, though both warring factions were present.
Some attribute it to Amadiya's history. Take the Amadi Grand Mosque, for example, the biggest and oldest of the town's 10 mosques. Speculation runs that it was originally a temple for the ancient Romans' Mithraic cult. Then, say locals, the building became a Jewish synagogue for centuries before becoming a Christian church for more centuries and finally, after the arrival of Islam 800 years ago, a mosque.
How much of that is actually true is debatable; Amadiya is such an out-of-the-way place that it seems not to have been much studied.
It would be easy to say that part of the secret of Amadiya's harmony is simply that most of the other faiths have now left town, though some Jews have visited recently to help restore Hazana's tomb and to pray there.
But locals insist that would be unfair. Nafae Paulis is the caretaker of the Chaldean church and a veteran of the Kurdish pesh merga Special Forces who is now retired after years of battling the Islamic State. He talked as if the other faiths were still around in numbers as before.
"That's the beauty of Amadiya," he said. "In this small place you can find Muslims, Jews, Christians."
Even if not actually true, it is a nice sentiment.

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Francesco: non dimenticare testimonianza cristiana in contesti difficili

By Radiovaticana
Giada Aquilino

È una preghiera constate, quella di Francesco, per i martiri cristiani che - ha spiegato in diverse occasioni - oggi sono di più che “nei primi secoli”. Nei saluti all’odierna udienza generale, il pensiero del Papa è andato a domenica prossima, quando in Polonia, per iniziativa dei vescovi locali e di Aiuto alla Chiesa che Soffre, si celebra la nona 'Giornata di solidarietà con la Chiesa perseguitata', un sostegno spirituale e materiale - ha spiegato - ai fratelli e alle sorelle “del Medio Oriente”.
“Le vostre preghiere e le vostre offerte - ha detto ai fedeli polacchi - siano un aiuto concreto e un segno del legame con tutti i sofferenti del mondo nel nome di Cristo”.
Stessa sollecitudine rivolta ai pellegrini di lingua italiana.
“L’odierna memoria dei Santi Martiri, le cui reliquie sono custodite qui nella Basilica di San Pietro, accresca in voi, cari giovani, l’attenzione alla testimonianza cristiana in contesti difficili; aiuti voi, cari ammalati ad offrire le vostre sofferenze per sostenere i tanti cristiani perseguitati; incoraggi voi, cari sposi novelli, a confidare nell’aiuto di Dio e non soltanto nelle vostre capacità”.
E sono proprio i “contesti difficili” ricordati dal Pontefice a rendere quotidianamente la loro testimonianza cristiana. Come l’Iraq, la cui storia da sempre conosce la persecuzione: lo spiega padre Rebwar Audish Basa, sacerdote iracheno che recentemente, con l’impegno di Aiuto alla Chiesa che Soffre, ha dedicato un libro a padre Ragheed Ganni, ucciso da uomini armati nel 2007 a Mosul.
“Prima Al Qaeda, ultimamente l’Is, tutta la nostra storia purtroppo è così drammatica e - sottolinea padre Rebwar - questo vuol dire che ancora c’è più bisogno di testimoniare il Vangelo. Se un cristiano nasce in Iraq significa che è missionario, che - aggiunge il sacerdote - deve testimoniare il Vangelo nella sua vita quotidiana, perché anche andando in chiesa ogni domenica per la Messa vuol dire essere pronti a dare la propria vita per Cristo”.
Proprio perché ancora oggi si è perseguitati in Iraq come in altre parti del mondo - Francesco ha evocato spesso “l’ecumenismo del sangue” - c’è un maggiore “bisogno dei valori del Vangelo”, che sono pace e perdono, soprattutto in zone, conclude padre Rebwar, in cui “sono quasi assenti”.


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