martedì, giugno 27, 2017

 

Ninive chiama Bruxelles. Manca un novello profeta Giona

Gianfranco Marcelli

«La vostra presenza è un pugno in faccia a chi è convinto che l'Occidente è morto e l'Europa è fallita. E qui, vi assicuro, sono in tanti a pensarlo». Questa confidenza veniva fatta nell'aprile di un anno fa dal Patriarca cattolico caldeo, Louis Raphael Sako, a una delegazione italiana in visita a Erbil, Kurdistan iracheno, dove si concentrava gran parte dei cristiani fuggiti quasi due anni prima dalla piana di Ninive, dopo la conquista di Mosul da parte dell'Isis. Ad ascoltarlo c'erano tra gli altri i vescovi italiani Francesco Cavina (Carpi) e Antonio Suetta (Ventimiglia), assieme al responsabile di Aiuto alla Chiesa che soffre, Alessandro Monteduro.
Neanche due mesi prima, in febbraio, il Parlamento europeo aveva approvato all'unanimità una mozione che marchiava come "genocidio" la sistematica persecuzione delle minoranze religiose nel territori che dal 2014 formavano il "califfato" del Daesh. Un gesto politico solenne, quello di Strasburgo, al quale tuttavia non erano seguiti grandi iniziative concrete. È vero, nel maggio seguente, il presidente dell'Esecutivo di Bruxelles, Jean-Claude Juncker, aveva nominato il commissario all'Istruzione, lo slovacco Ján Figel', inviato speciale «per la promozione della libertà di religione e di credo al di fuori dell'Unione». Ma nonostante il forte impegno personale, la sua prima vera missione in loco si è potuta realizzare solo il 1° marzo di quest'anno.
Insomma, tempi lenti, mentre per fortuna con ben altri ritmi andava avanti l'azione umanitaria di sostegno di organizzazioni come Aiuto alla Chiesa che soffre. La quale ora prova a rilanciare in grande stile, dopo aver proposto un vero "Piano Marshall" per il ritorno dei cristiani nella piana di Ninive. Il progetto è già partito e i primi cantieri sono aperti da metà maggio. Prevede la ricostruzione di oltre 12mila abitazioni e comporta una spesa di 230 milioni di euro. Nei giorni scorsi l'iniziativa è stata presentata agli ambasciatori dei Paesi dell'Unione presso la Santa Sede e i primi segnali di attenzione ci sono. L'Ungheria ha già stanziato due milioni di euro. La Polonia sembra stia muovendosi. E a inizio autunno Acs spera di poter promuovere a Roma una "conferenza" di donatori, che produca il colpo di reni necessario.
Quello che ancora non si vede è una reale mobilitazione unitaria del Vecchio continente, che sulle rive dell'Eufrate tutti attendono con ansia, come lo stesso Figel' ha potuto verificare di persona, constatando che, a differenza degli Stati Uniti, contro l'Europa non c'è ostilità preconcetta. Ma c'è quello scetticismo di fondo confidato dal Patriarca Sako, da dissipare certo con l'impegno economico, ma soprattutto con una presenza costante, visibile e duratura. Il nodo è anzitutto culturale e geopolitico. A tre anni dalla conquista di Mosul da parte dei tagliagole di al-Bagdhadi, tre anni contrassegnati da un immobilismo diplomatico deprimente, la Ue deve capire che non avrà molte altre occasioni per accreditarsi come un'entità credibile e significativa, proprio adesso che l'ora della liberazione della città sembra scoccata.
Più o meno ventisette secoli fa, un profeta biblico dal carattere riottoso e irascibile, di nome Giona, rifiutò fino all'ultimo di obbedire al comando divino di predicare a Ninive. Dopo peripezie marittime con tanto di tempesta e "soggiorno" nel ventre di un grosso pesce, si convinse infine ad annunciare nella capitale degli Assiri che una catastrofe incombeva sul popolo. Con sua sorpresa – in verità con suo scorno – la predicazione fu accolta, i niniviti fecero penitenza e la città si salvò. Viene da pensare che forse oggi anche Bruxelles avrebbe bisogno di una forte voce profetica, capace più che di minacciare, di richiamare al dovere di far rinascere un grande sogno. Prima che sia troppo tardi.

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Leader cattolico: la liberazione di Mosul dall’Isis è vicina. Poi la ricostruzione

By Asia News

La liberazione di Mosul dalle milizie dello Stato islamico (SI, ex Isis) che nel giugno 2014 hanno assunto il controllo della città “sarà completata entro i prossimi giorni”, perché al momento “restano solo poche aree” presidiate dall’ultimo bastione jihadista. È quanto afferma ad AsiaNews Duraid Hikmat Tobiya, cattolico, già consigliere per le minoranze del governatorato di Ninive e membro della Hammurabi Human Rights Organization, che prefigura una riconquista a breve della ex roccaforte del “Califfato”. Al momento vi sono poche centinaia di uomini, al massimo 350 combattenti [stime dell’esercito irakeno, ndr] concentrati nella Città Vecchia. “Vi è un notevole grado di distruzione - aggiunge il leader cristiano - soprattutto nel lato destro. Ma con l’infuriare della battaglia, il timore è che vi possano essere nuovi, e gravi danni alle infrastrutture”.
Il leader cattolico è in contatto con le fonti (per le quali chiede l’anonimato) che sono rimaste a Mosul per tutto il periodo in cui la metropoli del nord dell’Iraq è rimasta sotto il dominio di Daesh [acronimo arabo per lo SI]. Il timore, spiega, è che nello scontro finale fra jihadisti e coalizione arabo-curda “possano morire molti civili innocenti”. Ad oggi, aggiunge, “vi sono fino a 100mila persone sotto assedio, la maggior parte delle quali donne, bambini e anziani” che vengono usati dai miliziani fondamentalisti “come scudi umani” per coprirsi la fuga.
Nel fine settimana i miliziani dello Stato islamico (SI) hanno lanciato una contro-offensiva, per rispondere ai crescenti attacchi della coalizione arabo-curda che, dopo aver liberato il settore orientale di Mosul, ora punta al controllo completo della città. I jihadisti hanno dislocato un gran numero di kamikaze in alcuni punti strategici, pronti a farsi esplodere. Testimoni locali sottolineano che, a dispetto dei tentativi di opposizioni la sconfitta finale si fa sempre più vicina.
Gli scontri hanno interessato i distretti occidentali di Al-Tanak, Rajm Hadid e Al-Yarmouk, provocando morti e feriti. L’avanzata dell’esercito è rallentata dai cecchini, in grado di colpire anche al buio grazie all’uso di visori notturni. Tuttavia, secondo quanto affermato alti ufficiali irakeno da una “prospettiva militare” lo Stato islamico “è finito”. I timori maggiori riguardano la sorte dei civili, ancora intrappolati dietro le linee jihadiste con poco cibo, medicinali e acqua a disposizione. Il numero degli sfollati ha superato quota 800mila.
Musulmani e cristiani fuggiti dalla città condividono le medesime difficoltà e preoccupazioni, spiega Duraid Hikmat Tobiya, cui si aggiungono le devastazioni, lo sfollamento e la mancanza di lavoro. “Il futuro di Mosul - aggiunge - è ancora assai vago. Aspettiamo la liberazione completa, per vedere ciò che accadrà. La priorità resta però la ricostruzione, di modo che la gente possa tornare e riprendere le proprie attività di un tempo”. Secondo il leader cattolico è ancora presto per parlare di “piena coesistenza pacifica” fra i fedeli delle due religioni, anche perché “l’ideologia estremista permea una parte della popolazione” e anche con la sconfitta dell’Isis i timori di nuove violenze non saranno dissipati. In questo senso è compito delle autorità centrali a Baghdad adoperarsi per sradicare queste sacche di fondamentalismo. E sarà possibile farlo valutando “i sermoni del venerdì nelle moschee” e colpendo quanti predicano odio e divisioni. A questo si aggiunge la modifica dei curriculum scolastici, “perché - conclude - non vi può essere coesistenza senza un cambiamento radicale del pensiero, eliminando alla radice l’ideologia che Daesh ha instillato nelle menti delle persone, soprattuto i giovani, negli ultimi tre anni”.
Intanto nell’area di Mosul liberata dall’offensiva arabo-curda - in cui permangono i segni delle gravi e sistematiche violenze compiute dallo SI - la popolazione musulmana ha festeggiato per la prima volta senza la minaccia jihadista la festa di Eid al-Fitr per la fine del Ramadan. I bambini (nella foto) si sono riversati nelle strade e piazze del settore orientale; alcuni di loro hanno festeggiato con riproduzioni di pistole e fucili, gli unici “giocattoli” ammessi sotto il Califfato, mentre altri ne hanno approfittato per rispolverare i vecchi balocchi.
Da Mosul parte infine un appello alla comunità internazionale per la ricostruzione del minareto pendente [la “Hadba”] che affiancava la moschea di al-Nouri, devastata nei giorni scorsi dallo SI durante gli scontri con l’esercito irakeno. Promosso dal popolare blogger Mosul Eye, che da tempo racconta in forma anonima la vita sotto il Califfato, l’appello spiega che “far rinascere il minareto di al-Hadbaa” vuol dire al tempo stesso “rilanciare l’identità di Mosul”. Il minareto rappresenta un patrimonio “culturale e umano” per tutto il popolo della città, cristiani e musulmani; la sua distruzione ha rappresentato “la distruzione della nostra identità umana”. Una sua ricostruzione costituirebbe un segnale di “attenzione” della comunità internazionale per le sorti della regione e una dura risposta “contro il terrorismo che ha distrutto un patrimonio umano”.

Mosul Eye
Revive Mosul’s identity – Rebuild Al-Hadbaa

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lunedì, giugno 26, 2017

 

Assyrian Groups to Boycott EU Conference on Future of Nineveh Plains


Three Assyrian political parties and the Chaldean Church in Iraq have announced their boycott of a conference to be held in the EU Parliament in Brussels. The conference, titled A Future for Christians for Iraq and organized by EU parliamentarian Lars Adaktusson from the Swedish Christian Democratic Party, has been touted by Adaktusson as a decisive event for the survival of Assyrians in the war torn country.
The Chaldean Catholic Church announced it will boycott the conference in a statement posted on its official website on Thursday. Boycotts were also announced by the Abnaa al Nahrain Assyrian political party, the Assyrian Patriotic Party and the Assyrian Democratic Movement (ADM), the largest Christian Political Party in Iraq.
In a four page letter sent to Mr Adaktusson, which AINA has examined, ADM explained the reasons for its decision not to attend the conference. ADM has also issued a public statement in its decision to boycott the conference. The objections of ADM expressed in the letter are shrouded in diplomatic language yet amount to a scathing critique of the way the conference has been prepared. According to ADM, the conference is set up in a way that makes it inherently pro-Kurdish and pro-Kurdish Regional Government. ADM is indirectly accusing the organizers of giving support for greater Kurdish control of the Nineveh Plains. Most of the critique centers around a policy document outlining the steps to be taken in regard to the future of the Nineveh Plains. The policy document is expected to be formally adopted at the conference, and ADM points out several serious flaws in it.
According to ADM the security arrangement proposed in the policy document will revert the security situation in the Nineveh Plains back to the disastrous reality that existed prior to ISIS, when the area was controlled by the Kurdish peshmerga, Iraqi army units and local forces loyal to the KDP political party headed by the president of the Kurdish led region, Massoud Barzani. ADM is also critical of the lack of time frame for when the inhabitants of the Nineveh Plain will decide on the future alignment of their region, stating that:
Any elections, and by extension any decisions, about what governmental structure the Nineveh Plains falls under are illegitimate until a period of time has passed whereby demographics are restored to some approximation of the average between 2005 and pre-ISIS 2014 levels. Without any sequencing and timeline for certain conditions to be met, the policy document enables the agenda of those seeking to control our political, social and economic future by compelling our people to make decisions when we are at our weakest and most vulnerable. We need the European Union to provide a shield against such pressures, not assist in enabling them.
Apart from criticism against the policy document, ADM also raises issues concerning the structure and preparation of the conference. The party accuses Lars Adaktusson and his staff of intentionally excluding certain political representatives and NGOs, stating in the letter "There are many NGOs which have been excluded whose participation is necessary to properly reflect the diversity of views and discourses in our people whereas the current invitation list preferences some voices over others."
ADM proposed to the conference that it discard the policy document in favor of a joint agreement reached between the majority of the Assyrian political parties in Iraq on March 6 of this year, and to adjust the list of invited representatives and NGOs to better reflect the diversity of views among the Assyrians. In his reply to The Assyrian Democratic Movement, Lars Adaktusson regrets the decision of the ADM to boycott the conference and admits that the non participation of a major actor will raise questions about the legitimacy of the conference. Adaktusson doesn't however show a willingness to address the issues raised by ADM.

Patriarcato Caldeo
22 Giugno 2017
Dichiarazione della chiesa caldea sulla conferenza di Bruxelles del 28 giugno 2017

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Il Kurdistan è libero dal Daesh ma non dalla paura del futuro

By Avvenire
Sara Lucaroni

Ci si sono ritrovati a vivere insieme, come prima, cristiani, yazidi, turcomanni, shabak, tutte le minoranze: Avro City sono 20 edifici gialli tirati su nel 2007, una lottizzazione senza geometria alle porte di Douhk. Ismael, cristiano ortodosso, indica il suo palazzo e ne va fiero. È un triangolo coraggioso il governatorato di Dohuk: avamposto dei fuochi turchi, dei gorgoglii dell’Iran, delle fluttuazioni di Baghdad, della Siria sconvolta e denudata. Il futuro della regione autonoma del Kurdistan, che il 25 settembre voterà per l’indipendenza, si gioca anche sulle minoranze, non solo sull’orgoglio della “curdità”.
Dall’estate 2014, le province hanno accolto tra i loro 4 milioni di abitanti due milioni di sfollati da Ninive, Mosul e Sinjar. Ora Daesh è un serpente che dai sobborghi di Kirkuk arriva a Baaij, ha la spina dorsale rotta ma morde e uccide. I peshmerga del presidente Masoud Barzani e l’esercito iracheno presidiano e avanzano, le varie milizie fanno gli interessi dei loro ispiratori. Il fronte è ora nord-ovest, oltre Mosul che in questi giorni sta per essere totalmente liberata, compresa la citta vecchia dove il Daesh è asserragliato. È già il dopo Daesh. Ismael ha 60 anni, vive con moglie, figlio, nuora, nipoti, tutti sfollati di Sinjar. Ha messo in piedi un ristorante: «Noi siamo stati fortunati ma non dimenticherò quel che abbiamo lasciato».
Dal secondo piano in cui vive Ismael, scende Myriam. Suo marito è morto poco tempo fa per un incidente. Piange. Lei il futuro non lo vede. «Se sarà chiaro quale autorità governerà sulle nostre vecchie case, le minoranze non avranno problemi a convivere come prima», spiega Ismael. Nello stesso istante a Erbil il patriarca Louis Raphaël I Sako presiede l’incontro dei vescovi caldei sull’appello all’unità della componente cristiana di fronte alle scelte politiche e nel dialogo con le istituzioni. Istituzioni che per i cristiani assiri del partito Abnaa al Nahrain, i “Figli della Mesopotamia”, spezzano col referendum i tempi (e i fili) con Baghdad e la comunità internazionale: prima tornino a casa gli sfollati. È il pensiero di molti. Poco più di sei mesi fa l’esercito iracheno e quello dei peshmerga liberavano Bartella, Qaraqosh, Bashiqa, Batnaya, Baqofa, Karamlis, Telkeif, Teleskoff e si facevano fotografare mentre rimettevano le croci sui tetti delle chiese.
Gli altari sono vivi, si lavora col cuore, i simboli sono tornati prima delle 12mila famiglie sfollate e dei 200 milioni di dollari che servirebbero alla ricostruzione. Qualcuno, grazie a Ong e reti solidali, è tornato o si prepara a tornare. Ma la Piana, che non è Kurdistan e neppure più Iraq, è senza controllo e l’identità della minoranza è stata il primo fattore del de- stino scelto per ognuna da Daesh: va ricostruita la fiducia, appianati i presunti tradimenti.
«Siamo confinanti e abbiamo avuto un destino simile con i cristiani, ora dovremmo avere il controllo diretto delle nostre provincie, Ninive e Shin- gal, come prevede l’art. 140 della Costituzione » spiega il principe Breen Thasen, con il padre guida politica della comunità yazida. Niente è facile: i 30mila a Sinjar denunciano tentativi di «curdizzazione», e il restante è sfollato Turchia, in Siria, in Grecia, in Germania, in Canada. Il riconoscimento del genocidio da parte della comunità internazionale aprirebbe alla creazione di un’area autogestita e sotto protettorato.
Mentre Breen snocciola le cifre sugli orfani (sono 2.700) da un hotel di lusso ad Erbil, la disperazione del premio Sacharov, Nadia Murad, che per la prima volta entra nella casa a Kojo dove fu rapita, fa il giro del mondo. Poche ore e via di nuovo in Europa. È tra gli ultimi villaggi liberati il suo, mentre a Sinjar città, presidio di retrovia sul Daesh in fuga, le poche famiglie rientrate fanno i conti con l’assenza di servizi e le bombe artigianali. Sulla montagna, la vivacità delle attività commerciali di Sinuni, lungo la strada principale, naufraga sulle case povere dei pastori. Resiste anche il grande campo dentro la valle più alta, dove tra le 10mila famiglie, qualcuno ha dismesso la tenda per costruirsi la casa.
Ci sono divisioni. Anche le zone sono divise tra i gruppi combattenti curdi in lotta, come i Pkk-Ypg e i peshmerga siriani Rojava. Ora anche la milizia sciita di Hashd al-Shaabi recluta gli yazidi. «È la terza forza di terra nella liberazione di Ninive e Mosul, e poche settimane fa era entrata nei villaggi a sud-est, Kojo compreso» spiega il principe, ricordando come l’accoglienza degli sfollati non cancelli l’idea che si sia consumato un tradimento sulla pelle della sua comunità.
«Daesh ha ucciso oltre 1.400 shabak», dice uno dei capi della comunità che contava a Ninive 60mila persone, suddivisi tra sunniti e sciiti. Il 35 per cento di Bartella era shabak, ma è nata una diffidenza sul loro presunto appoggio alle truppe paramilitari sciite arrivate dopo la liberazione. «La nostra sorte viene ignorata, dai tempi di Saddam Hussein. Noi vivremo con tutti se il governo centrale assumerà il controllo della zona» incalza, accomunando la necessità di un sostegno più corposo a quelle di un’altra minoranza, i Kakai.
Curdi, templi distrutti, 250mila persone in Iraq, la necessità di un riconoscimento religioso effettivo. A Beshir, tutta macerie, 700 turcomanni sciiti sono stati massacrati dai jihadisti, e nella vicina Amerli in migliaia furono assediati. Le ragazze, come quelle yazide, vendute. Kirkuk, di cui si discute l’annessione alla regione autonoma del Kurdistan alla luce del referendum, è la loro capitale. «Non abbiamo problemi di convivenza, ci hanno difesi e ci hanno ascoltato. Ora vorremmo avere più peso nelle decisioni politiche» argomenta chiusa nel suo ufficio al Parlamento curdo Duna Nani Kahveci, vice presidente del Turkman Reform Party. Nella vicina Suleymaniyah, dai campi di Ashti 1 e Ashti 2 non si vede l’immensa vela di vetro dell’hotel Grand Millennium, ma il via vai della statale verso l’Iran. Le minoranze sono divise in settori, in 10mila vivono secondo geometria: yazidi, sunniti, cristiani, sciiti e le regole formali del vicinato.
Lo sa il patriarca Nicodemus Daoud Matti Sharaf, vescovo metropolitano della chiesa siriano ortodossa, che si infervora: «Qui si parla l’aramaico, la lingua di Cristo, le radici di ogni comunità vanno protette ad ogni costo – afferma –. Se la legge ci proteggerà sarà possibile vivere con chiunque come sempre: musulmani, yazidi, tutti. Della sicurezza si occupino Onu, Europa, Usa, le potenze vicine. Servono garanzie. Servono radici robuste».

Ecco i numeri del dramma degli yazidi

La battaglia di Mosul ha restituito pochissimi prigionieri alle famiglie sfollate nei campi e nelle città del Kurdistan iracheno. Ma grazie ad attivisti, Organizzazioni non governative e il Comitato istituito dal governo regionale per indagare sulle stragi e censire le vittime del genocidio, le cifre aggiornate e soprattutto i nomi delle vittime danno un contorno sempre più netto ai crimini di Daesh contro la minoranza yazida: 340.000 gli sfollati dall’area di Sinjar, 60.000 quelli dall’area di Bashiqa, a Ninive. Ben 1.300 uccisioni in un solo giorno, 6.417 i8 prigionieri e 3.001 persone liberate. Sono invece 2.745 minori rimasti orfani di uno o entrambi i genitori. Trentatré le fosse comuni scoperte alle porte dei villaggi con una media di 35-40 cadaveri. I luoghi sacri e i templi distrutti sono 70, mentre 80.000 yazidi hanno lasciato in questi tre anni l’Iraq settentrionale.

La secessione: il compito a tre comitati elettorali di sondare le nazioni confinanti

La domanda a cui gli elettori risponderanno con «Sì» o «No» è riportata sulla scheda di voto in lingua curda, araba e turkmena sarà: «La Regione del Kurdistan e le aree curde al di fuori dell’amministrazione della regione dovrebbero essere un Paese indipendente?». Il prossimo 25 settembre la regione autonoma del Kudistan deciderà sulla sua indipendenza dall’Iraq, un progetto politico ora accelerato dalla necessità di rivedere gli equilibri regionali politico-etnici all’indomani della sconfitta di Daesh. Dopo la riunione straordinaria a cui hanno preso parte i maggiori partiti della regione, il Pdk del presidente Massoud Barzani, il Puk di Jalal Talabani e il Gorran, il cui leader è recentemente scomparso, è stata decisa la creazione di tre comitati elettorali che avranno il compito di sondare il terreno con i paesi confinanti, in primis Turchia e Iran. Per il 6 novembre invece sono state fissate le elezioni parlamentari. Tra le questori più complesse legate alla consultazione referendaria c’è quella sui confini: annettere o meno Kirkuk, strappata a Daesh dai peshmerga e in cui ancora si combatte, e la provincia di Ninive, esclusa Mosul, riconquistata negli ultimi mesi.

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Contro il rimpatrio forzato di rifugiati iracheni

23 giugno 2017

Dimostrarsi coerenti con la grande vocazione degli Stati Uniti che hanno sempre saputo dare protezione a quanti fuggono dalla persecuzione religiosa: è quanto chiedono i vescovi statunitensi che in una lettera indirizzata al segretario per la Sicurezza interna, John Francis Kelly, intervengono formalmente sul paventato rimpatrio forzato in Iraq, soprattutto dal Michigan e dal Tennessee, di numerosi cattolici caldei che si sono macchiati di crimini più o meno gravi e per i quali hanno già scontato le pene loro inflitte. Una questione da diversi giorni già sul tappeto e che ha suscitato molto clamore nella comunità caldea in nord America ma anche nello stesso Iraq.
Nella lettera si chiede di sospendere il provvedimento di espulsione almeno fino a quando la situazione politico-militare nel paese mediorientale non si sarà stabilizzata e il governo di Baghdad non sarà in grado di garantire il rispetto della libertà religiosa.
Il documento è firmato dal presidente dell’episcopato, il cardinale arcivescovo di Galveston-Houston, Daniel N. DiNardo, insieme ai presuli responsabili della Commissione episcopale per le migrazioni, Joe Steve Vásquez, e del Comitato giustizia e pace internazionale, Oscar Cantú.
Nel testo si esprime appunto «grave preoccupazione» per la sorte di alcuni cristiani, soprattutto cattolici caldei, che in Michigan e in Tennessee sono stati indicati come destinatari di provvedimenti di deportazione. «La restituzione delle minoranze religiose all’Iraq, senza particolari piani di protezione, non sembra coerente — avvertono i vescovi — con le nostre preoccupazioni riguardo al genocidio e alla persecuzione dei cristiani in Iraq». In tale prospettiva, l’episcopato statunitense sollecita il segretario per la Sicurezza interna, Kelly, a «esercitare il potere discrezionale di cui avete diritto per rinviare la deportazione delle persone in Iraq, in particolare i cristiani e i cattolici caldei, che non costituiscono minacce alla sicurezza pubblica statunitense fino a quando la situazione in Iraq non si stabilizza e il suo governo si dimostrerà disposto e capace di proteggere i diritti delle minoranze religiose».


Indipendent Catholic News
June 22, 2017

US Bishops urge authorities not to deport Christian refugees fleeing persecution


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venerdì, giugno 23, 2017

 

"The Christians of Iraq return good for evil, and have no desire for revenge"

By Rome Reports


Jumana arrived in Baghdad when the self-proclaimed Islamic State began to sow terror throughout Iraq. During her time in the country, she has seen firsthand the unshakable faith of Iraqi Christians.

Jumana Trad: President, Fundación Promoción Social de la Cultura
"There is a saying in Iraq: 'They throw stones at us and we throw bread at them. ' It means that they always return good for evil, and the truth is that I have been able to see it with my own eyes. The Iraqi Christian is a Christian. A Christian does not seek revenge on anyone. This is how they are."
She has also seen the example of the Missionary Sisters of the Sacred Heart of Jesus, who had to flee persecution from the jihadists in Mosul. Now, they have returned to Baghdad to open a medical clinic that helps Muslims and Christians in a country where terrorism is an almost daily occurance.
"Iraq is the country most affected by terrorism. In 2016 alone, 17,000 people died of terrorist attacks. In a city like Baghdad, every day there is an attack."

One of the most terrible was in the shi'ite district of Karrada, where these sisters give refuge to families in their school. Here last year, a car bomb killed 300 people in this mall. At the end of May of this year, another attack claimed by ISIS killed almost 20 people in an ice cream parlor. This group of Christians prayed a few days ago at the scene of the attack. They did it for peace and for their country, which has been immersed in an intermittent war since the late 1970s.
Jihadism, war and economic precariousness have led to the exodus of hundreds of thousands of Christians from this land, evangelized by Thomas the apostle in the first century. It is estimated that in 2003, there were about one million Christians in Iraq. Today there are no more than 200,000.
"A lady from the parish told me she had a total of 600 in her family. Now there are three. But I am still optimistic, because I have lived through the war in Lebanon, where many people also left, and then many have returned. Now that there is more peace, and people - if they do not return - continue to help rebuild the country from their new country."

Just as Jumana is doing, the Fundación Promoción Social de la Cultura, an NGO that has been providing support in the Middle East since 1987, is providing special strength now with the two on-going crises in Syria and Iraq.
They do so by helping persecuted Christians in places like the Virgin Mary Camp in Baghdad or those victims of the Syrian war in places like Zaatari in Jordan, one of the largest refugee camps in the world.

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Iraqi Christians should not be deported to become victims of ISIS

By The Hill
Bawai-Soro* op-ed
June 15, 2017

In 1939, the Cuban government, and then the U.S. government refused entry to hundreds of Jewish refugees fleeing Germany. They were forced to return to Europe, and many perished in the Holocaust.
The story of the S.S. St. Louis – popularly known as the “voyage of the damned” – remains one of the darkest episodes of the Roosevelt administration. And it should serve as a cautionary tale for the Trump administration today.
It has been eight decades since the United States returned refugees facing genocide to countries where they might perish in it. Now, we are about do so again.
As many as 300 Iraqi Christians are slated for deportation to Iraq, some as early as this week. They would return to a country where they face genocide.
Though the circumstances differ somewhat from those in 1939, what our country stands on the cusp of doing is, in many ways, even worse. In 1939, we refused entry to people fleeing Hitler. We did not forcibly return them to Germany. Upon their return to Europe, the passengers went to many countries such as Belgium, France and Britain. Of course, two of those countries subsequently fell to the Nazis, who continued persecuting – and in many cases killing – those who had fled in 1939 and could have had been saved had the United States admitted them.
History has never forgiven us.
In this case, the government has stated that it plans to deport individuals who live in the United States and are members of a tiny religious group facing genocide in their home country.
That Christians face genocide in Iraq at the hands of ISIS has been well documented. Both houses of Congress unanimously declared this last year. So did the secretary of state on March 17, 2016. And so have both the president and the vice president when speaking at prayer breakfasts this year.
God only knows who gave this specific order. Whether it is the “deep state” at work, or a political order, however, the effect remains the same. The American government, for the first time ever, is about to deport to a country undergoing an active genocide the very people targeted in that genocide.
When many of those being threatened with deportation came to America, Iraq had a strong Christian population of 1.5 million. Today, only 200.000 remain, and many of them are living as refugees. We are not returning these Christians to the country they knew, we are returning them to a post-apocalyptic situation in which Christian towns, villages and neighborhoods have been totally destroyed by ISIS.
No one, Christian or otherwise, should be forced to return to a country with an ongoing genocide that targets them specifically. And yes, ISIS is still in Iraq, and yes, it is still killing religious minorities. In fact, it executed almost twenty women from a religious minority just this month.
And ISIS has not been shy about targeting Christians. It has recently referred to us as its “favorite prey,” and urged the destruction of Christianity on the cover of its magazine less than a year ago.
The Trump administration should find a solution that does not include returning people to a country with an ongoing genocide targeting them. It should do this not because the Iraqi Christian community supported the president and was the margin of victory in Michigan. It should do this because it is the right thing to do.
Several months ago, I was one of the few voices that spoke out publicly in support of President Trump’s executive order on immigration. I understand, as I wrote then, how important it is to keep Americans safe.
Having grown up in Iraq, and having come here as a refugee myself, the impulse to protect this country from the kind of violence so prevalent in the land of my birth has long struck a chord with me. It still does.
It also strikes a chord with many in the Iraqi Christian community. Our community knows what happens when terrorists overrun a country. We know what happens when they hate us for our faith and try to exterminate us. Many of us came here to avoid just that.
It is precisely for this reason that I believe the administration must stop the deportation back to Iraq of Christians now living in the United States. We have a duty to keep those in this country safe from terrorism. We have an even greater duty when we know they are the specific targets of that terrorism. 
The world needs American leadership in promoting human rights and combatting terrorism. This deportation would violate every principle of protecting the victims of the genocide, the “crime of crimes.” It would also be a win for ISIS, as we send their “favorite prey” back to them.

* Most Rev. Bawai Soro is a bishop of San Diego's Chaldean Catholic Diocese of St. Peter.

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Race Is On to Save Chaldean Christian Culture From ISIS Destruction

By Christian Post
Felix N. Codilla III

The dwindling number of Chaldean Christians in Iraq has raised concerns about the need to preserve the culture of the once thriving religion which the Islamic State is bent on wiping out. Dr. Shawqi Talia, a lecturer on Semitic and Egyptian Languages and Literatures at the Catholic University of America is on the quest to preserve the history and culture of Chaldeans Catholics before it completely vanishes so that their meaning can be passed on to the succeeding generations.
This he does by asking the community to share their memories and descriptions through the rich Middle Eastern tradition of storytelling delivered in their own native Arabic and Neo-Aramaic languages -- some of them singing and speaking the same language Christ himself used.
Talia, who is himself a Chaldean, wanted young people "to know how life was and what life was all about for the Christians -- not just up north but in Iraq as a whole -- in the '50s and the '40s and the '30s, and to know that our history goes back for 2,000 years."
This will be done by putting together materials and records of various kinds of the life of Christian communities in the Middle East. The objective is to let Chaldeans, who are now beginning to scatter around the world, to still be able to see the stories, songs, histories and memories of the faith that they observed in their home country.
Iraq's Chaldeans are considered one of the oldest communities. About 1.5 million of them thrived at the time of Saddam Hussein's overthrow. In the wake of church burnings, kidnappings and the slaughter of Christians by Muslims, their numbers have shrunk to 300,000. They now account for 40 percent of Iraq's refugees.
Talia's team has begun interviewing Iraqi Christians communities in Washington D.C. where some 150,000 Chaldeans live. They plan to do the same to communities in Europe and elsewhere. The interviews will be compiled in a documentary which will be funded by the Michigan Humanities Council.

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Il Patriarca caldeo: “tristezza e preoccupazione” per la vicenda dei cristiani iracheni che il governo USA vuole espellere

By Fides

La Chiesa caldea segue da vicino, “con tristezza e preoccupazione”, gli sviluppi della misure giudiziarie con cui gli Stati Uniti d'America si apprestano a allontanare dai propri confini 114 iracheni, in gran parte cristiani caldei, arrestati e colpiti dalla disposizione di espulsione, nel quadro delle nuove misure messe in atto dall'amministrazione Trump per contrastare i flussi migratori provenienti da Paesi del Medio Oriente, considerati a rischio di infiltrazione terroristica.
I sentimenti del Patriarcato sono espressi in una lettera che il Patriarca Louis Raphael ha inviato al Vescovo caldeo Frank Kalabat, alla guida dell'Eparchia di San Tommaso Apostolo a Detroit, il Patriarca esprime solidarietà e vicinanza alle famiglie degli iracheni colpiti dalle disposizioni di espulsione, e auspica che il governo statunitense trovi adeguata soluzione all'emergenza umanitaria provocata dalle misure di allontanamento, rivolte anche contro padri di famiglia con figli piccoli, che vivono del lavoro svolto negli USA. Il Patriarca fa notare che molti degli iracheni sottoposti a misure di allontanamento vivevano negli USA da molto tempo, e non possono essere in alcun modo sospettati di rappresentare un pericolo per la sicurezza nazionale statunitense. Nella lettera patriarcale, si riferisce anche che il governo di Baghdad ha dichiarato la propria impossibilità a interferire su quella che rappresenta una “decisione sovrana” di un altro Paese. La vicenda – aggiunge il Patriarca nella sua lettera – può comunque aiutare tutti a cogliere l'importanza di possedere documenti legali che garantiscano il proprio status dal punto di vista giuridico, sottraendo i singoli e le famiglie a ritorsioni e discriminazioni.
I cristiani caldei di origine irachena colpiti da disposizioni di espulsione sono stati arrestati a Detroit dai poliziotti dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice) lo scorso 12 giugno. Si tratta per lo più di uomini residenti negli States da decenni. L'operazione fa seguito all'accordo tra Stati Uniti e Iraq, con cui il governo di Baghdad ha accettato di accogliere un certo numero di cittadini iracheni sottoposti all’ordine di espulsione, pur di essere tolto dalla lista nera delle nazioni colpite dal cosiddetto “muslim ban”, il bando voluto del Presidente Donald Trump per impedire l'accesso negli USA ai cittadini provenienti da sei Paesi a maggioranza musulmana considerati come potenziali “esportatori” di terroristi. Alcuni degli arrestati cristiani avevano avuto in passato problemi con la giustizia, elemento che secondo le forze di polizia giustificherebbero la decisione di sottoporli alla misura del reimpatrio forzato in Iraq. Nella giornata di giovedì 22 giugno, il giudice distrettuale Mark Goldsmith ha sospeso per 14 giorni le procedure di espulsione, durante il quale dovrà decidere se il suo tribunale è competente per deliberare in merito all'intera vicenda. 


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giovedì, giugno 22, 2017

 

Dichiarazione della chiesa caldea sulla conferenza di Bruxelles del 28 giugno 2017


La chiesa caldea non parteciperà alla conferenza che si terrà a Bruxelles il prossimo 28 giugno e che avrà come argomento il futuro dei cristiani in Iraq perchè convinta che esso sia legato al futuro di tutti gli iracheni che deve essere esaminato e discusso all'interno del paese attraverso il dialogo sincero, la prudenza e la visione globale, e non al di fuori di esso.  
Se l'Occidente ha l'intenzione autentica di aiutare l'Iraq dovrà sostenerlo nella lotta contro il terrorismo e negli sforzi a favore della riconciliazione necessaria a ristabilire la sicurezza e la stabilità, e contribuire alla ricostruzione delle città liberate per favorire il ritorno dei profughi e degli sfollati alle proprie case.   
Ci auguriamo inoltre che i partiti politici cristiani si assumano le proprie responsabilità ed adottino un atteggiamento concreto e razionale nel presentare richieste che siano realistiche e non irrealizzabili. 
Chiediamo a Dio di proteggere l'Iraq e gli iracheni. 



Traduzione, adattamento e nota di Baghdadhope 

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US Bishops urge authorities not to deport Christian refugees fleeing persecution


The President of the US Conference of Catholic Bishops (USCCB), Cardinal Daniel N DiNardo of Galveston-Houston as well as the Chairman of the USCCB Committee on Migration, Bishop Joe S Vásquez of Austin, and Chairman of the USCCB Committee on International Justice and Peace, Bishop Oscar Cantú of Las Cruces, have sent a letter to US Secretary of Homeland Security, John F Kelly, urging him to defer deportation of those persons to Iraq, particularly Christians and Chaldean Catholics, who pose no threat to US public safety.
The letter has been sent to specifically address the pending deportation of dozens of Christian and Chaldean Catholics in Michigan and Tennessee.
While the bishops recognize that some of the individuals may have orders of deportation because they have committed criminal offenses in the past, they are gravely concerned that they would then be sent back to a country where religious persecution and persecution against ethnic minorities remains an ongoing threat. The letter states that "the fact that they have a significant risk in experiencing persecution, and even possible bodily harm because of their faith is, from our moral perspective, an important factor to be weighted in the calculation to deport."

The full letter to Secretary Kelly can be found here: https://justiceforimmigrants.org/uncategorized/1287/

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Papa Francesco: alla Roaco (Chiese orientali), “accogliere i cristiani che soffrono”. No “alla tentazione dello status sociale” tra i preti

By SIR

Le Chiese orientali “in Siria, Iraq ed Egitto vedono i loro figli soffrire a causa del perdurare della guerra e le insensate violenze perpetrate dal terrorismo fondamentalista”, una esperienza di “turbamento e sofferenza”, ma al tempo stesso “fonte di salvezza”: sono le parole che Papa Francesco ha riservato ai partecipanti all’Assemblea della “Riunione delle opere per l’aiuto alle Chiese orientali” (Roaco), ricevendoli oggi in udienza in occasione della 90ma sessione plenaria. La Roaco è attiva dal 1968 per sostenere le attività pastorali, educative ed assistenziali e i bisogni delle Chiese, orientali e latina. Il Papa ha esortato anche le comunità ad accogliere “nei luoghi dove giungono” i cristiani orientali “costretti ad emigrare”: “non importa se cattolici, ortodossi e protestanti”. “Possano continuare a vivere secondo la tradizione ecclesiale loro propria”, ha detto.
L’assemblea di questi giorni è stata dedicata alla formazione dei seminaristi e dei sacerdoti: “Siamo consapevoli infatti della scelta di radicalità espressa da molti di loro e dalla eroicità della testimonianza di dedizione a fianco delle loro comunità spesso molto provate – ha affermato il Papa -. Ma siamo pure coscienti delle tentazioni che si possono incontrare, come la ricerca di uno status sociale riconosciuto al consacrato in alcune aree geografiche, o un modo di esercitare il ruolo di guida secondo criteri di affermazione umana o secondo schemi della cultura e dell’ambiente”. Perciò ha invitato la Congregazione per le Chiese orientali e le agenzie a continuare a “sostenere i progetti e le iniziative che edificano in modo autentico l’essere Chiesa”, alimentando “lo stile di prossimità evangelica” nei vescovi, nei seminaristi e nei sacerdoti. “Le Chiese orientali – ha sottolineato Papa Francesco – custodiscono tante venerate memorie, chiese, monasteri, luoghi di santi e sante: essi vanno custoditi e conservati, anche grazie al vostro aiuto, favorendo così il pellegrinaggio alle radici della fede. Ma quando non è possibile riparare o mantenere le strutture, dobbiamo continuare ad essere tempio vivo del Signore”.

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Mar Sako: contro le distruzioni Isis, i piani di ricostruzione e convivenza per Mosul e Ninive

By Asia News

Il Patriarcato caldeo “condanna con fermezza” la distruzione della moschea Al-Nouri e del minareto pendente, perché questi atti “non devastano solo la storia” di una città e di un Paese, ma anche “la memoria della gente, la sua cultura”. È quanto sottolinea ad AsiaNews il patriarca caldeo mar Louis Raphael Sako, commentando la distruzione di uno dei più importanti luoghi di culto di Mosul ad opera dei jihadisti dello Stato islamico (SI, ex Isis). “Daesh [acronimo arabo per lo SI] è come la bestia dell’Apocalisse” prosegue il primate caldeo, che deplora la cancellazione di un “luogo di culto antico” e invita “il mondo intero a muoversi e agire” per sconfiggere questa cultura della morte.
Dopo le gravi e sistematiche violenze compiute dallo SI [arroccato nel settore ovest di Mosul], nelle ultime settimane l’area orientale della città e i villaggi della piana di Ninive liberati grazie all’offensiva arabo-curda hanno avviato un lento processo di ritorno alla normalità. Per consentire il pieno rientro degli sfollati bisogna ricostruire le case e mettere in sicurezza i terreni, disseminati di mine dai jihadisti. L’obiettivo è sostenere la ricostruzione in una prospettiva di unità e pluralismo fra le diverse fedi, etnie e culture. E ancora, l’auspicio è che Mosul e Ninive possano essere, nel futuro, un vero modello del vivere comune e di libertà religiosa.
Interpellato da AsiaNews, il patriarca Sako parla di un “clima diverso fra i profughi rispetto a un anno fa”. Oggi prende sempre più piede “una nuova cultura, che è quella della convivenza, della fiducia fra cristiani e musulmani”. Nei giorni scorsi mar Sako si è recato nel settore orientale di Mosul e ha incontrato non solo i vertici militari e civili, ma anche la popolazione da poco liberata dall’Isis. “Tutti, anche i musulmani - racconta - dicono che i cristiani devono tornare. che senza di loro la città non sarà la stessa. E ho trovato una vita quasi normale, nonostante le sofferenze”.
A Mosul il primate caldeo ha visitato anche la chiesa del Santo Spirito, dove proprio 10 anni fa veniva ucciso p. Ragheed Ganni, insieme a tre diaconi, morti per la fede. “Abbiamo pregato - sottolinea - per i nostri martiri. Per me è stato uno shock tornare in città, perché è davvero cambiata. Ho voluto visitare anche la mia casa paterna, a lungo nelle mani dell’Isis. Ora ospita due famiglie musulmane, ho detto loro che potevano restare. E ancora le chiese, tutte rovinate, una realtà cambiata… anzi, profanata. Daesh ha voluto cancellare la memoria cristiana. Ora ho paura per la Città Vecchia, dove sorgono i luoghi di culto più antichi della storia cristiana della regione”
Bisogna aiutare l’Iraq, la sua gente, per “mettersi alle spalle la cultura di morte dell’Isis” sottolinea mar Sako. “Abbiamo sofferto tutti molto, cristiani, musulmani, curdi, arabi, turcomanni e non deve rimanere nulla di questa ideologia. È un lavoro enorme da fare e tutti devono collaborare assieme, per aprire una nuova pagina”. “Non bisogna sconfiggere le persone - precisa il prelato - ma l’ideologia, perché è ancora presente. E lavorare per l’unità del Paese, ricostruendo i rapporti di amicizia e i legami fra le persone”. “Per questo, approfittando del periodo estivo di vacanza - prosegue - invito i cristiani in Europa e Occidente a venire da noi, nel Kurdistan irakeno, per fornire un aiuto che non sia solo materiale, ma anche e soprattutto umano e spirituale”. Al momento “vi sono gruppi di francesi” che hanno aderito alla richiesta, ma è fondamentale che un numero maggiore di persone “accompagnino questa gente” insegnando loro “ad avere più fiducia nel futuro”. “La presenza di stranieri qui - sottolinea mar Sako - può creare un’altra atmosfera, di fiducia e speranza” dopo un lungo periodo di “paura e disperazione”. “Non abbiamo bisogno solo di denaro - afferma - ma anche di rapporti umani, di scambi e di conoscenze. E anche di un contributo nella ricostruzione, in una rinascita che passa attraverso case pulite, chiese ripristinate alla loro funzione originaria, di opere manuali da completare”. La presenza di cristiani occidentali può aiutare a sentirci meno soli e diventa uno stimolo perché “la gente qui si metta in gioco in prima persona e sia essa stessa la prima protagonista nella ricostruzione di case e città. Non si può solo aspettare un aiuto, in denaro o in opere, dall’esterno e rimanere inerti”.
Da qualche tempo una piccola parte della popolazione è già tornata nei villaggi e nelle cittadine della piana di Ninive; altri, da pendolari, vanno tutti i giorni nell’area per ripristinare le attività lavorative, per far ripartire l’agricoltura risistemando i campi. “La vita - afferma il primate caldeo - seppur con molta calma è rinata” e i numeri lo confermano:  a Teleskuf vivono già 635 famiglie, a Baqofa ci sono 30 famiglie delle 70 di origine, a Qaraqosh le famiglie rientrate nelle loro case sono 126 (su una popolazione originaria di circa 40mila persone). I lavori riguardano anche altre realtà come Batnaya, Bartella e Karamles. “I profughi stanno rientrando - conclude mar Sako - anche se molto lentamente. Vi sono le scuole da finire, l’anno scolastico da completare, gli esami. E poi in estate è più difficile operare, in alcuni villaggi manca ancora l’elettricità. Infine, molti degli sfollati possono ancora contare su due mesi e mezzo di affitto pagato a Erbil e nel Kurdistan irakeno”.

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Mons. Ortega: La sofferenza dei cristiani in Iraq è un dono per noi. Tempo di ricostruire

21 giugno 2017

“La testimonianza di fede di questi cristiani stupendi è un tesoro per noi”. Con queste parole, mons. Alberto Ortega Martín, nunzio apostolico in Giordania e Iraq, commenta l’esperienza dei cristiani iracheni. Un “sì a Dio” che a loro è “costato tutto” e che la Chiesa è chiamata a sostenere. L’occasione della sua testimonianza è stata la recita del Santo Rosario per i cristiani perseguitati, organizzato dal comitato Nazarat ieri sera nella chiesa di Santa Maria delle Fornaci.
Dall’inizio del millennio, i cristiani in Iraq si sono ridotti in modo drastico, passando da un milione e mezzo a 300mila. Una “grave perdita non soltanto per la Chiesa, ma per la società, perché i cristiani possono e svolgono un ruolo fondamentale nella vita del Paese”.
Nel 2014, con l’arrivo dello Stato islamico, essi sono stati costretti a scegliere fra convertirsi, pagare una tassa e andarsene per sfuggire alla morte: “Hanno lasciato tutto per non rinnegare la fede. Non so di nessuno che abbia rinunciato alla fede, neanche per finta”, racconta mons. Ortega. “Da un giorno all’altro hanno preso poche cose e sono partiti”. Ma anche il poco che si erano portati nella fuga è andato perduto, confiscato dai militanti dell’Isis all’uscita dalla città.
Ora tanti di questi cristiani vivono nel Kurdistan, per lo più in case affittate con l’aiuto della Chiesa universale e in un campo profughi “dignitoso” che ospita 4mila persone. Le abitazioni sono pensate per una famiglia, ma vengono condivise da due o tre a seconda di quanti bambini hanno: “[Vivono in] una stanzetta piccola, con i materassi da una parte, che la notte mettono per terra per dormire, un armadio di plastica con tre cose, una piccola televisione, e sempre l’immagine di Gesù, della Madonna, o un altare”.
Nonostante le difficoltà, essi non si lamentano perché “hanno perso tutto, ma non la fede”.
“È commovente come queste persone non abbiano rancore nel cuore”, ha continuato mons. Ortega. “Sono capaci di perdonare quelli che li hanno cacciati via, che hanno fatto loro del male. Addirittura pregano per quelli che li hanno perseguitati, perché si convertano perché il Signore domini il loro cuore”.
Una fede, secondo il prelato, rinata nelle difficoltà: alcuni di loro che non erano molto praticanti, si dichiarano addirittura grati per quanto accaduto perché “è stata occasione per riscoprire ciò che è più importante, che è la fede”.
“Il Signore permette queste cose per un bene più grande. La loro testimonianza di fede per noi in occidente è stato un regalo”.
Nei pensieri del prelato vi è il futuro di Mosul, dove è in corso la battaglia per la liberazione della città: “Non basta la vittoria militare, bisogna agire dal punto di vista politico, economico e soprattutto dal punto di vista dell’educazione. Bisogna introdurre una nuova mentalità del dialogo, della collaborazione”.
Alcuni cristiani stanno tornando ai loro villaggi, ma si scontrano con la delusione di trovare le case distrutte e bruciate “senza nessun motivo” se non “per far del male”: “Si deve ricostruire, perciò abbiamo bisogno dell’aiuto di tutta la Chiesa, delle Nazioni unite, della comunità internazionale. In alcuni paesini, per esempio a Teleskuf dove l’Isis è stato per poco tempo, le case non sono state tanto danneggiate e ci sono già 500 famiglie che sono rientrate”. A Karamles alcuni gruppi stanno tornando entro la fine del mese.
Un ritorno che ha bisogno di essere sostenuto non solo con la preghiera e l’aiuto concreto di campagne come “Adotta un cristiano di Mosul” lanciata da AsiaNews, ma soprattutto con il sostegno del “nostro sì al Signore” perché “loro per dire sì al Signore hanno perso tutto”. Per il prelato, è degno di nota che alla domanda “cosa vi aspettate dai cristiani di occidente?” essi rispondano “che vivano la fede”.
I cristiani devono tornare perché la loro missione è essere “la presenza di Cristo, un bene per tutti”.
In un commento esclusivo per AsiaNews, mons. Ortega ha raccontato che i giovani iracheni hanno “una mentalità più unitaria, sono cresciuti con più valori: la fede, la famiglia. I giovani vivono la fede, si cercano per stare insieme nelle parrocchie. Quando si può fanno delle attività per loro”. Egli ha ricordato Miriam, la bambina che in un filmato di due anni fa aveva detto di voler perdonare tutti: “L’ho vista durante un incontro di catechesi per la comunione di venerdì, c’erano 400 bambini. Mi dava tanta speranza pensare ‘ma guarda un po’, ci saranno sicuramente tanti bambini così. Questa l’ho conosciuta per il filmato, ma quanti ce ne saranno ancora?’. Bisogna curarli perché quel tesoro che hanno possano coltivarlo”.

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mercoledì, giugno 21, 2017

 

Il Patriarca assiro Gewargis III visita Telkaif e incontra il capo delle “Brigate Babilonia”

By Fides

Mar Gewargis III, Patriarca della Chiesa assira d'Oriente, ha visitato i territori della Piana di Ninive liberati dall'occupazione delle milizie del sedicente Stato Islamico (Daesh). Durante la sua visita, avvenuta sabato 17 giugno, il Primate della Chiesa assira ha incontrato a Telkaif anche Ryan al Keldani, capo delle cosiddette “Brigate Babilonia”, formazione delle milizie di protezione popolare che negli ultimi mesi hanno cercato di ritagliarsi un ruolo nelle operazioni militari anti- jihadiste, richiamando in maniera insistente la presenza nei propri ranghi di miliziani cristiani. Secondo informazioni diffuse dalle stesse “Brigate Babilonia”, e rilanciate dai media locali, il Patriarca assiro avrebbe espresso parole di elogio e di ammirazione per il “coraggio” mostrato dalle milizie di protezione popolare e per il contributo da esse fornito alla liberazione della Piana di Ninive.
In passato, a più riprese, il Patriarcato caldeo aveva espresso inequivocabili prese di distanze nei confronti delle “Brigate Babilonia” e dei tentativi di accreditare la presenza di milizie “cristiane” sugli scenari di guerra iracheni.
Nel marzo 2016, il Patriarca caldeo Louis Raphael Sako aveva ribadito con forza che la Chiesa caldea “non ha nessun legame, né diretto né indiretto, con le cosiddette 'Brigate Babilonia', né con nessun'altra milizia armata che si presenta come cristiana”. Nel febbraio scorso (vedi Fides 16/2/2017) il Patriarcato caldeo aveva preso le distanze anche dallo stesso Ryan al Keldani, dopo che il miliziano, in un programma televisivo, aveva sostenuto che anche gruppi armati cristiani si erano organizzati per partecipare alla battaglia di Mosul e vendicarsi dei musulmani sunniti. In quell'occasione, il Patriarcato caldeo aveva dffuso immediatamente un comunicato ufficiale in cui si sottolineava con forza che Ryan 'il caldeo' “non ha alcun legame con la morale insegnata da Cristo, messaggero di pace, amore e perdono”, e non può “fare tali affermazioni coinvolgendo i cristiani”, in quanto “non li rappresenta in alcun modo”.

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martedì, giugno 20, 2017

 

Patriarca caldeo: per far rinascere i villaggi della Piana di Ninive non bastano gli aiuti dall'esterno. I cristiani non rimangano passivi

By Fides

Le città e i villaggi della Piana di Ninive un tempo abitati da cristiani, dopo tre anni di occupazione jihadista, provano a ripartire anche grazie al sostegno generoso e concreto di organizzazioni e volontari stranieri, desiderosi di aiutare i cristiani iracheni in questo passaggio storico difficile. Ma una reale rinascita sarà possibile solo se le popolazioni locali si affrancheranno dall'atteggiamento di chi si lamenta costantemente e rimane passivo, “in attesa di ricevere tutto dallo Stato e dalle organizzazioni caritative”.
E' questo il richiamo che il Patriarca caldeo Louis Raphael Sako ha voluto rivolgere a tutti i fedeli della propria Chiesa, prendendo spunto da vicende e situazioni che lui stesso ha potuto sperimentare di persona, nelle sue recenti visite a Mosul e in diversi villaggi della Piana di Ninive. In un breve rapporto, diffuso dai media ufficiali del Patriarcato, il Primate della Chiesa caldea rivolge espressioni piene di gratitudine per i volontari di organizzazioni soprattutto francesi – come SOS Chrétiens d'Orient e Fraternité en Irak – che “stanno lavorando sodo nella Piana di Ninive, nonostante la durezza del clima, mentre le nostre comunità soffrono frustrazione e senso di vuoto, e molti si aggirano lamentandosi, criticando e mostrando le cifre di denaro di cui hanno bisogno, a volte senza nemmeno ringraziare chi li sta aiutando”.
Il Patriarca Sako, nel suo contributo, suggerisce a tutti di mettere da parte consuetudini e atteggiamenti sbagliati, e di lasciarsi ispirare dal dinamismo operoso in cui si manifesta la carità dei volontari, impegnati anche nella ricostruzione di case e chiese danneggiate o distrutte durante gli anni di occupazione jihadista. La gratuità dei volontari- rimarca il Patriarca – può aiutare tutti a assumersi le proprie responsabilità e a prendere spontaneamente iniziative per il ripristino della vita sociale nelle città e nei villaggi della Piana di Ninive, nella consapevolezza che nessun aiuto esterno sarà di per sé sufficiente a far rifiorire quei centri abitati rimasti per tre anni deserti, durante l'occupazione delle milizie dell'autoproclamato Stato islamico.

Patriarcato Caldeo

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lunedì, giugno 19, 2017

 

Karamles: i dati del Patriarcato caldeo

By Baghdadhope*

A seguito dell'articolo "Caldei in Iraq: numeri allarmanti" il Patriarcato Caldeo ha pubblicato una scheda riguardante la cittadina di Karamles sulla base dei dati forniti dal parroco Padre Thabet Habib

Foto Patriarcato Caldeo

Karamles è una cittadina cristiana caldea situata a circa 25 km ad est di Mosul. La chiesa caldea è dedicata a Sant'Addai ma la cittadina ha diverse chiese e santuari che risalgono al sesto secolo come le chiese di San Giorgio e Santa Barbara. Caratterizzata da intensa attività ecclesiastica, sociale e culturale la città ha preservato nei secoli la tradizione, i riti e la lingua della chiesa orientale. Nel censimento canonico del 2011 erano registrate circa 820 famiglie per un totale di circa 3000 persone. Il 6 agosto 2014 la cittadina è caduta nelle mani dell'ISIS e la sua popolazione è stata costretta a fuggire verso il Kurdistan e Baghdad. Le famiglie che hanno lasciato Karamles per gli stati vicini e l'Occidente sono circa 200. Le altre 600 famiglie attendono la ricostruzione della città ed il ripristino della sicurezza e dei servizi per farvi ritorno. Il Patriarcato ha creato un comitato guidato da Padre Thaber Habib incaricato di restaurare le case in attesa della fine dell'anno scolastico ed il ritorno delle famiglie alla loro amata città.    

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Caldei in Iraq: numeri allarmanti

By Baghdadhope*

Il Patriarcato caldeo ha pubblicato i dati che riguardano la popolazione di fede cristiana e di rito caldeo in Iraq.
Di seguito la traduzione e l'adattamento di Baghdadhope.

I cristiani caldei costituiscono una parte integrante delle diverse realtà che formano l'Iraq al cui progresso hanno grandemente contribuito attraverso le numerose scuole ed istituzioni da essi dirette, il loro apporto culturale e le loro competenze spese lavorando con altri cristiani e con i musulmani per consolidare e supportare i valori della tolleranza, della cittadinanza e della coesistenza. 
Sfortunatamente le ondate di emigrazione che si sono succedute hanno ridotto il numero dei caldei: la guerrra Iraq-Iran, gli anni dell'embargo, la sconfitta e la caduta del regime, il loro essere bersaglio di violenza in particolar modo da parte prima di organizzazioni criminali e successivamente da parte delle bande del Da'esh hanno portato al loro sradicamento da Mosul e dalla Piana di Ninive nel 2014, processo a cui hanno contribuito forze esterne che li hanno incoraggiati e facilitati nell'emigrazione.

PRESENZA NELL'AREA
I caldei sono presenti in diverse aree dell'Iraq: Bassora, Nassiriya, Wasit, Amarah, Hilla, Baghdad, Baquba, Kirkuk, Sulemaniya, Kosanjak, Armutah, Shaqlawa, Erbil, Ankawa, Karamles, Mosul, Telkaif, Batnaya, Baqofa, Tellesqof, Sharfiye, Alqosh, Ayn Sifni, Janbour, Bandwaya, Dohuk, Zakho ed Aqra, oltre a 40 villaggi interamente da loro abitati.
I caldei non usano la loro presenza nell'area nè i dati che li riguardano per ambizioni politiche perchè sin dalla formazione dello stato iracheno negli anni 20 del 900 hanno dimostrato la loro lealtà verso la patria. Non ambiscono a creare organizzazioni politiche o di parte se si esclude l'apertura di circoli sociali negli anni 80.  

DATI:
E' praticamente impossibile fornire dati riguardanti il numero dei caldei in Iraq e le statistiche sono incerte ed inaccurate.
I dati statistici del governo iracheno risalgono al 1987 e stimavano il numero dei cristiani in 1.262.000 persone, il 4% della intera popolazione, di cui un milione di caldei ed il resto appartenenti alle altre chiese.
William Khamo Warda
nella sua dissertazione di laurea "Protezione Internazionale delle Minoranze Irachene" ha indicato, citando il Ministero della Pianificazione, che secondo il censimento generale del 1997 i cristiani erano 1.400.000, e che secondo le stime americane il loro numero è sceso oggi a 500.000 persone. (nota)
Nello stesso 1997 l'Annuario Pontificio ha pubblicato le statistiche riguardanti i cattolici nel mondo. Per quanto riguarda l'Iraq i dati erano basati sui rapporti mancanti di accuratezza scientifica e statistica forniti dai vescovi che sembrano tutt'oggi riferirsi agli stessi numeri (i dati dei battesimi sono accurati perchè registrati dalle chiese).
Ad essere più affidabili sono quindi i dati pubblicati dal governo!
Secondo l'Annuario Pontificio del 1997, infatti, i dati relativi ai caldei ed ai siro cattolici a Baghdad e Mosul erano i seguenti:
Caldei a Baghdad: 150.500; battezzati: 2082.
Ad essi si aggiungono 2000 persone che vivevano allora ad Hilla, Habbaniya e Baquba.
Caldei a Mosul
18.920; battezzati: 345
La diocesi include Mosul, Telkeif e Karamles
.
La chiesa Siro-Cattolica - la seconda per numero di fedeli - ha due diocesi: Baghdad e Mosul 
A Baghdad vivevano nel 1997 23.900 fedeli siro-cattolici; battezzati 290
Mosul: 27.800; battezzati: 692
La diocesi siro cattolica di Mosul include i centri di Qaraqosh, Bartella, Bashiqa, Zakho e Kirkuk.
Oggi non esistono statistiche accurate. In linea generale si parla di una proporzione del 2% della popolazione cristiana sul totale. Qualcuno parla di mezzo milione di fedeli cristiani ma non ci sono prove certe di ciò e solo il governo iracheno può avere dati certi.

DIOCESI

La chiesa caldea in Iraq ha 8 diocesi: Bassora, Baghdad, Kirkuk, Erbil, Mosul (temporaneamente chiusa), Aqra, (sede vacante) Alqosh e Dohuk (comprendente  le diocesi di Amadhiya e Zakho).
Oggi il numero dei cristiani è diminuito a causa dell'emigrazione dal paese, un fenomeno che ha interessato anche i caldei. Non si è trattato di un'emigrazione di nuclei familiari ma di singoli individui che le famiglie attendono di raggiungere. Una vera tragedia che vede le famiglie divise tra diversi continenti.

CHIESE CALDEE A BAGHDAD
8 chiese di solito molto frequentate sono state chiuse dopo la caduta del regime ed il peggiorare delle condizioni di sicurezza e le violenze contro i cristiani nella maggior parte delle città irachene che hanno causato la migrazione verso il Kurdistan e l'estero. 
Le chiese chiuse sono:
San Giacomo - (Hay al-Asia); San Giuseppe Lavoratore (Nafaq al-Shurta); Sant'Efrem (Shalshiya); Madre dei Dolori (Shorja); Vergine Maria (Camp Kailani); Madre del Soccorso (Saadoun); Santa Trinità (Al-Habibiya); Divina Sapienza (Al Suleikh) appartenente ai Gesuiti. Chiuse sono anche le chiese ad Hilla, Baquba ed Habbaniya.
Le chiese attualmente funzionanti sono 17 e si trovano quasi tutte nella zona di Rusafa (ad est del fiume Tigri): Ascensione; Sant'Elia; San Tommaso; San Giorgio; San Paolo (al-Zafraniya); Felicitazioni della Vergine ; San Pethion (martire caldeo del V secolo)  Maria Vergine; San Mari; Sacro Cuore; San Giuseppe; Regina del Rosario; Sacra Famiglia; Trasfigurazione; Apostoli Pietro e Paolo; Giovanni Battista; Protettrice dei raccolti.
In tutto la chiesa caldea a Baghdad conta, tra chiuse e funzionanti, 25 chiese esclusi i monasteri. Le altre confessioni cristiane hanno ognuna una, due o al massimo tre chiese. Il mantenimento delle chiese caldee è un impegno finanziario molto gravoso per il Patriarcato che negli ultimi 4 anni ha speso allo scopo più di un miliardo di dinari (pari a circa 765.000 di Euro)

PREOCCUPAZIONI PER IL FUTURO
Il nostro futuro ci preoccupa. Per questa ragione coloro che si trovano all'estero dovrebbero condividere la nostra preoccupazione e non alimentarla. Ringraziamo chi ci è moralmente, fisicamente e spiritualmente vicino e chiediamo ad ogni cristiano di riflettere e attivarsi a favore del futuro dei cristiani dell'Iraq per rafforzare e supportare la sua presenza in patria ed arrivare ad una pace duratura, alla stabilità, alla creazione di posti di lavoro ed alla giusta considerazione dei diritti e della dignità umana in modo da assicurarle il rispetto della vita, delle tradizioni, delle aree in cui vive, della lingua e della fede.
Lo stato iracheno dovrebbe trasformare questi concetti in una realtà fatta di un governo forte e rispettoso delle leggi, del raggiungimento dell'eguaglianza e della giustizia sociale attraverso la creazione di uno stato civile e moderno che si rapporti ai suoi cittadini in egual modo, a dispetto della loro religione e della loro etnia.
Ciò rassicurerebbe i cristiani e li spingerebbe a rimanere in patria contribuendo con tutte le loro energie e competenze a ricostruire la loro comunità in Iraq e nel Medio Oriente
senza paura.
Solo così alcuni di coloro che sono emigrati potrebbero essere incoraggiati e tornare ad investire nello sviluppo del paese.   

(1) وليم خمو وردا، الحماية الدولية للأقليات، دراسة حالة الحماية الدولية للمسيحيين العراقية، رسالة ماجستير – سنة 2013 ، ص 221      

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