venerdì, novembre 16, 2018

 

Ninive, centinaia di case espropriate ai cristiani

“Il dato sui numeri è incerto, ma il fenomeno è reale e grave. Da tempo case e proprietà cristiane sono vittime di espropri o occupazioni illegali è questo è ingiusto”, perché si va a sommare “alla tragedia” della fuga o dell’emigrazione che hanno dovuto subire.
È quanto sottolinea ad AsiaNews mons. Shlemon Audish Warduni, vescovo ausiliare di Baghdad e braccio destro del patriarca caldeo, commentando l’inchiesta del network irakeno al-Sumaria Tv che denuncia la sottrazione illegale di almeno 350 abitazioni appartenenti a cristiani.
Gli espropri forzati o l’occupazione abusiva sono concentrati nella piana di Ninive, dove in passato migliaia di famiglie sono dovute fuggire in seguito all’avanzata dello Stato islamico (SI, ex Isis). “La Chiesa ha cercato e cerca di affrontare il problema - aggiunge il prelato - nel tentativo di ottenere la restituzione di case e proprietà ai cristiani. In alcuni casi il nostro intervento ha portato alla restituzione degli immobili, in altri non vi è stato nulla da fare. Ci siamo scontrati contro il malaffare di ‘signorotti e potenti locali’ di questo tempo”.
Secondo quanto emerge dall’inchiesta, nella piana di Ninive vi è “il più alto numero di crimini” contro beni cristiani, in particolare le case private. Delinquenti e truffatori hanno approfittato dell’assenza dei legittimi proprietari per impossessarsi degli immobili, falsificando i documenti per rendere difficile il loro recupero. E la componente cristiana della zona è quella finita “più delle altre nel mirino”. 
Una fonte citata nell’inchiesta afferma che “circa 100 proprietà sono state trasferite a persone con nomi falsi”. A queste si aggiungono “decine di proprietà in altre città che sono state sottratte da personalità influenti o capi locali e che non sono più state restituite ai legittimi proprietari”. Il governo si sarebbe attivato per contrastare il fenomeno, interrompendo la compravenda e l’acquisto di beni e proprietà cristiane a Baghdad, Kirkuk, Ninive e a Bassora, nel sud.
Misure deterrenti, unite al rafforzamento dei controlli e alla stretta sulle procedure avrebbe portato alla cancellazione di 50 atti vendita di case e immobili appartenenti a cristiani sparsi per il Paese. Tuttavia, è solo una piccola parte a fronte di una situazione di emergenza ben più ampia e che è in atto da tempo, come aveva già denunciato in passato ad AsiaNews lo stesso vescovo ausiliare di Baghdad parlando di “sequestri e attacchi mirati”. 
“Giocano alle spalle di gente povera e disperata” sottolinea mons. Warduni, in un contesto diffuso di “abusivismo e illegalità”. Questo è il risultato della “mancanza di controllo e di vigilanza” delle autorità preposte. “In molti - prosegue - mi raccontano in lacrime di aver perso la casa e non possono fare più nulla. Il patriarca, i vescovi cercano di intervenire e aiutare ma non sempre si riesce a rimediare a situazioni compromesse”. 
“Questo fenomeno di abusi, di violazioni, di ruberie - avverte l’ausiliare di Baghdad - deve finire ed è compito del governo, delle amministrazioni centrali e locali, delle autorità intervenire per risolvere l’emergenza. Basta con corruzioni e ruberie, una rinascita dell’Iraq passa anche attraverso il corretto funzionamento delle sue istituzioni, dell’amministrazione pubblica e dei funzionari”.

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giovedì, novembre 15, 2018

 

«L'Isis è morto, ma la mentalità estremista sopravvive»

By Famiglia Cristiana
Lorenzo Montanaro

«Alla mia gente dico: “Andante avanti con coraggio”. Il futuro è nelle nostre mani».
Una voce di speranza per la Chiesa irachena, martoriata da anni di conflitti e persecuzioni. Parla Louis Raphaël I Sako, patriarca di Babilonia dei Caldei, nominato cardinale da papa Francesco meno di sei mesi fa. Nella sua terra ci sono tante ferite ancora aperte, più e meno recenti. Impossibile dimenticare l’estate del 2014, quando, dopo anni già difficilissimi, si è scatenata la barbarie dell’Isis, che ha procurato un numero incalcolabile di vittime e costretto migliaia di famiglie alla fuga. Stime recenti, riportate dallo stesso cardinal Sako, parlano di 1.224 cristiani uccisi, 23mila case sequestrate, 61 chiese bombardate negli ultimi 15 anni. Durante il regime di Saddam Hussein nel Paese vivevano circa un milione e mezzo di cristiani. Dopo il 2003 ne erano rimasti circa 500.000, numero poi ulteriormente sceso negli anni successivi. I tempi più recenti sono stati i più atroci (e non solo per i cristiani). Eppure il patriarca della Chiesa cattolica caldea (una comunità di origine antichissime, tanto che tuttora alcune liturgie vengono celebrate in aramaico, la lingua di Gesù) guarda al futuro con fiducia: «Siamo un piccolo gregge, ma il nostro ruolo è fondamentale». Lo incontriamo a Torino, prima di un convegno internazionale sul futuro del Medio Oriente, organizzato dal Centro Studi Federico Peirone.

Eminenza, qual è oggi la situazione dei cristiani in Iraq?
«Negli ultimi tempi la situazione è migliorata. Non solo per i cristiani, ma, in generale, per tutti gli Iracheni. Gli attacchi contro i cristiani sono molto diminuiti e ci sono stati grandi progressi sul fronte della sicurezza».
Qual è, in particolare, la situazione dei cristiani a Mosul e nella piana di Ninive?
«A Mosul quasi cento famiglie cristiane hanno fatto ritorno a casa. Abbiamo ricostruito la chiesa, che aveva subito danni, e abbiamo nominato un vescovo, che mancava da oltre cinque anni. Per quanto riguarda la piana di Ninive, stiamo lavorando per aiutare i cristiani a far ritorno nei loro villaggi e a riparare le loro abitazioni. Di 20.000 famiglie che erano state costrette alla fuga, circa 9.000 hanno fatto ritorno a casa. Il solo villaggio ancora completamente inagibile è quello di Batnaya, ma al nostro ritorno inizieremo a lavorare anche lì e incoraggiare la gente a rientrare. Oggi abbiamo bisogno di una teologia dei rifugiati, persone che tutto hanno dovuto lasciare per la loro appartenenza a Cristo e che esprimono una spiritualità formidabile. Nello stesso tempo dobbiamo pensare a una teologia del ritorno, della ricostruzione, della gioia.  La nostra Chiesa è chiamata a leggere quei segni di speranza che germogliano, pur nelle fatiche, e incoraggiare la gente, come facevano gli antichi profeti ai tempi dell’esodo».
A Baghdad, dove lei vive, quali sono i timori e le speranza della gente delle sue parrocchie?
«Oggi la città sta ricostruendo una vita normale: le persone sono tornate al lavoro, c’è maggior fiducia. La sola cosa che tutti chiedono è la pace. Basta guerra, basta scontri. Oggi i Cristiani godono anche di notevole libertà».
Da qualche settimana l’Iraq ha un nuovo governo, al quale in tanti guardano con speranza. Qual è l’atteggiamento della Chiesa cattolica?
«Conosco molto bene il presidente Barham Saleh e penso sia un uomo aperto ed equilibrato. Il primo ministro, Adil Abdul-Mahdi è un ex allievo dei Gesuiti a Baghdad. Inoltre dei 329 deputati, 290 sono volti nuovi. Anche questo è un segno di speranza. E abbiamo chiesto al governo che venga istituito un ministero per le minoranze».
A proposito di minoranze, numericamente i cristiani in Iraq sono un piccolo gruppo (ora più che mai, dopo gli ultimi anni di esodo forzato). Qual è il loro ruolo nella società?
«Siamo un piccolo gregge, ma siamo un punto di riferimento, per ragioni culturali e sociali. Ed è fondamentale che la presenza cristiana non venga meno nel Paese: è un elemento di stabilità, moderazione, dialogo».
L’Isis fa ancora paura?
«Da noi in Iraq l’Isis come forza militare non esiste più. Tuttavia abbiamo paura che alcuni membri dell’Isis cacciati dalla Siria (dalle regione di Idlib, ma non solo) trovino rifugio nel Paese. Ma soprattutto siamo preoccupati perché permane la mentalità estremista che sta alla base dello stato islamico. Le ragioni sono tante. Certamente l’islam ha bisogno di fare un lungo cammino. Ci vuole un aggiornamento, ci vuole una nuova lettura dei testi, un’esegesi che sappia andare al di là dell’interpretazione letterale per cercare il messaggio. Serve un percorso analogo a quello che il cristianesimo ha fatto nel corso dei secoli. A livello politico, questo significa anche separazione tra Stato e religione. Abbiamo bisogno di costruire un sistema fondato sulla cittadinanza e non sulle differenze religiose».
Quindi, ancora una volta, la presenza dei cristiani si rivela preziosa…
«Certamente. I cristiani possono aiutare questo processo di riforme. Noi siamo chiamati a essere, sale, luce e lievito. Oggi in tanti vengono a chiederci consiglio, ci chiedono di poter dialogare. Abbiamo un ruolo capitale e possiamo avere una grande influenza. Per questo alla mia gente dico di non avere paura. Il futuro è nelle nostre mani, giorno dopo giorno». 

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mercoledì, novembre 14, 2018

 

‘Next time we will not survive’ – Middle East Christian refugee

By World Watch Monitor

As many as 80% of Syria’s Christians have left their country since the start of the civil war in 2011, while 50% of Iraq’s Christians have been uprooted since 2006, according to a report produced by Christian charities Open Doors International, Served and Middle East Concern last year, which said the arrival of IS was only the “tipping point” of a trend already gathering pace as Christians experienced an “overall loss of hope for a safe and secure future”.
Lebanon received the most refugees and in December 2016 the advocacy group ADF International heard some of their stories, which they have shared with World Watch Monitor. In the snippets below, the interviewees are referred to by their initials alone, to preserve their safety.
“We lived in Mosul [northern Iraq] until 2005 [when] bullets were shot into our home. Between June and July, 2005, terrorists tried to kidnap our son three times, but he was able to escape,” said S. H., a Christian father of five, adding that after this he moved with his family, including three disabled children, to Qaraqosh, 30km southeast of Mosul.
But after Islamic State arrived there on 6 August 2014, the family was forced to flee again. “They gave us three options: conversion, death or jizya [a special tax for non-Muslims],” said S. H., adding that this time they fled to Lebanon – because “it is Christian and Arab-speaking”.
Another man, a 43-year-old father of two girls, identified by his first initial, N., fled to Lebanon in February 2015 after IS gave him 24 hours written notice to leave Baghdad, his job and his home, or he and his family would be killed.
“My relatives – my cousin and his grandparents – were killed by bombings at their home, because they didn’t want to quit their job or convert. Colleagues of mine were kidnapped. Some were freed for US$16,000, others were killed. They were told they must deny Jesus or they would be killed,” he said.
It is not possible to know precisely how many people have been killed by IS but mass graves were found last week, some of which contained thousands of bodies.

‘Christians must not be alive’

For 70 years another Christian family, identified as S. and H.K., had resided in the city of Hasakah, northeast Syria, where they had lived at peace with their Muslim neighbours. All that changed with the arrival of Islamic State.
“Our neighbours joined IS [and the group] used [them] to communicate with us [that we had] three options: convert, leave, or die. They burned our farm at night to kill us, but we were not there. We escaped, going from village to village. We have two brothers, but now we don’t know anything about them. We have had no contact since we fled,” S. said.
A 71-year-old Catholic Christian, identified as H. S. H., recalled how he and his brother fled Aleppo, Syria on 27 December 2013, to find refuge at his farm in Raqqa, only to find themselves in further peril. “Our taxi driver was shot in the neck. My brother and I were assaulted and then locked up in the chicken stag pen, a dark room. We were locked up for three days. This was the last time I saw my brother. Our captors wanted to know if we were the owners of the farm. They stole my money. My neighbours later told me that this was IS,” he said.
“We were fed dog food, and they told me that Christians must not be alive. We were told: convert to Islam, or be killed. They told me if I converted, they would give the farm back to me. The jizya was also an option. But some of my neighbours, who were Armenian, were killed after paying jizya.”
He said he was able to escape when the Syrian army attacked IS, with the help of his Muslim neighbours, and that he fled to Lebanon as he had heard the UN could help him. “I have waited three years. The UN has not helped me directly. I had an interview at the French embassy; they told me it would take 20 days to get back to me. It has been two months,” he said.
At the time of the interview he lived with friends in Beirut and had survived three heart attacks. “I do not want to go back to Raqqa or Aleppo,” he said. “I have had too much trauma and could never go back. I don’t want to remember what happened. It is too difficult.”

Psychological trauma

When IS entered the northern Iraqi town of Batnaya in August 2014, a Chaldean Christian family were unable to flee because of illness in the family. Militants came to their house repeatedly, threatening to rape and kill them if they would not convert or if they called on anyone for help, according to 63-year-old G. H. G.
“After 22 days, IS took our whole family into El Sharkat prison in Mosul and stole everything we had,” he said.
“[They] separated my 14-year-old son and me from my wife, daughter and our handicapped child. I thought they would kill my son and me, and I did not know what would happen to my family. After four days they took my son and me to another prison, in Kirkuk, where we were for five days until they released us. In the meantime, [my wife] had been released from prison because of our handicapped child. She took our daughter and our handicapped child to a church in Kirkuk. This is where we were reunited.”
Fearing for their lives, they fled to Beirut, but he said his daughter has psychological trauma and that they will never go back: “We escaped death by a miracle …  Next time we will not survive.”

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Christian Theology: Displacement, Return and Construction

By Chaldean Patriarchate
Patriarch Cardinal Louis Raphael Sako


Photo Chaldean Patriarchate
The Old Testament presents an exquisite experience about the theology of “displacement – captivity”, return and construction. For instance, I would like to mention prophets Micah, Amos, Isaiah and Jeremiah, who strongly expressed the theology of “displacement – captivity”; prophet Ezekiel who dealt with the return and celebration of building and renewal; and some Psalms. Today, we are called to discover the richness of these experiences by reading it carefully with a deep spiritual “faith” in the light of our experience during the “invasion” of Nineveh Plain in August 2014 by the Islamic terrorists (ISIS). Christians suffered from being displaced, having their homes destroyed and living for more than 3.5 years in camps, in addition to facing social, economic, psychological, political and religious challenges. Moreover, and since the liberation of the seized areas in 2017, Iraqi Christians were brave enough to return and start the process of reconstruction, with all its’ complications.This kind of Christian theology encourages all Churches in the region to cooperate in order to “form” the theology of the displaced and emigrants; the theology of return; and the theology of celebrating the process of construction and renewal, since Christian is a person of hope, rather than a person of frustration, surrender, despair, and escape.
This sort of theology originates from the spirituality of hope that we have to adhere to it. It represents the points of light that should grow and spread. This is a fundamental point for us as “shepherds” to be aware of the importance of encouraging young people, and supporting them with faith, love and compassion. Church is invited always to remember its’ role of prophecy, so as to have a clear vision of its’ mission in such circumstances, and also to recognize the signs of times, read and interpret them, including international solidarity with our suffering, aids and visits ….
Every “human being” who suffers from injustice, persecution, social and economic pressure and terrorism, would certainly ask: Why? same as “the persecuted” Jesus asked, when He was nailed on the Cross: “Eli, eli, lama sabachthani?” that is, “My God, my God, why have you forsaken me?” (Matthew 27/46). The theology of displacement and injustice raises many questions: Why all of this happened? Even though, God who is “love” and is capable of doing everything, does not move? People who ask such questions are not actually denying the existence of God, but are simply talking to Him and this is their prayers!
Displaced people lost everything, but their faith. Therefore, they need to be listened to, accompanied and educated in such a way that helps them, not to lose hope and to believe that they can rebuild their society, regain their enthusiasm, prestige and dignity as well as understanding their important role in communication and survival…
Tertlians (died 220) stated that “the blood of the martyrs is a seed of faith for new Christians“, So, the theology of hope is not new to us, since the history showed that injustice and persecution cannot eradicate Christianity from its’ roots.
This is the theology of the “hidden” presence of God among His people. Every human is able to find the meaning of His existence in such theology, the meaning of his sacred history, which is known as a “Plan of Salvation”. Therefore, we should read the Gospel in a quiet and meditative way, that makes our hearts feel the strength of its’ words.
The life of the Christian is an “onset” of his mind and spirit towards the sacramental mystery, in the footsteps of Jesus. This type of spirit should be nourished by liturgical life, which requires further personal and collective preparation and involvement, to understand the theology of His loving nature “Whoever fails to love does not know God, because God is love” (1 John 4: 8).

Return of Displaced: Achieving Justice and Theological Meditation

In addition to the values, concepts, plans and programs previously prepared to improve the lives of citizens in order to achieve the “best” and overcome past failures. Continuation is similarly important as well as the development of state institutions that should work hard and serious for the well-being of people, as is taking place all over the world, except in Iraq.
Therefore, it is recommended to have voluntarily and sustainable activities to ensure that “such thing” will never happen again in the future.

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Patriarca caldeo: aiutiamoci a promuovere una “spiritualità dell'esilio e del ritorno”

By Fides

La Sacra Bibbia contiene un ricco patrimonio di scritti utili a sviluppare una suggestiva e feconda spiritualità in grado di sostenere e confortare le persone che sperimentano l'allontanamento dalle proprie case, l'esperienza di vivere la condizione di esilio, prigionia e persecuzione e poi anche l'esperienza del ritorno ai luoghi della propria vita ordinaria, Una spiritualità che conviene promuovere nelle comunità cristiane del Medio Oriente, che negli ultimi anni, a causa delle guerre e della violenza jihadista, sono state spesso costrette a abbandonare i luoghi del loro radicamento tradizionale. E' questo il suggerimento contenuto in una ampia riflessione sulla “teologia dell'allontanamento e del ritorno” proposta dal Patriarca caldeo Louis Raphael Sako, e diffusa attraverso i canali ufficiali del Patriarcato caldeo.
“I profeti Michea, Amos, Isaia e Geremia” ricorda il Patriarca, soffermandosi n particolare sul profeta Ezechiele “hanno espresso una forte teologia della deportazione e della prigionia", mentre Ezechiele ha offerto riflessioni profonde intorno all'esperienza del ritorno e della ricostruzione delle proprie case e del tessuto di convivenza sociale che era stato lacerato dalle vicissitudini della storia. Le stesse dinamiche esistenziale sono al centro di molti salmi biblici. “Oggi”, sottolinea il Primate della Chiesa caldea, “siamo chiamati a riscoprire la ricchezza di queste esperienze, leggendole attentamente con una profonda "fede" spirituale, alla luce della nostra esperienza durante l 'invasione della Piana di Ninive nell'agosto 2014 da parte dei terroristi islamici di Daesh”, quando tanti cristiani hanno condiviso la condizione di “essere sfollati, avere le loro case distrutte e vivere per più di 3 anni e mezzo nei campi, oltre a dover affrontare sfide sociali, economiche, psicologiche, politiche e religiose”. Dopo la liberazione di quelle aree, completata nel 2017 molti cristiani sfollati sono tornati alle proprie case, e stanno vivendo adesso il tempo della ricostruzione e della ripartenza, con tutte le sue complicazioni.
Un tale contesto, può essere utile alla vita quotidiana il tentativo di sviluppare una vera e propria “teologia” della migrazione forzata, dell'esilio e del ritorno, paragonando la propria esperienza a quelle narrate nella Sacra Scrittura, per aiutare tutti a leggere i segni dei tempi e vivere la virtù teologale della speranza nella condizione in cui si trovano, e non farsi travolgere dalla frustrazione e dalla disperazione.
Ogni essere umano che soffre ingiustizia, persecuzione, pressione sociale ed economica e terrorismo sottolinea tra l'altro il Cardinale Sako “potrebbe chiedersi: Perché? Come fece Gesù stesso, quando fu inchiodato sulla croce: "Eli, eli, lama sabachthani?" cioè "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" (Matteo 27/46)”. “Le persone che fanno queste domande” ha aggiunto il Patriarca caldeo “in realtà non negano l'esistenza di Dio, ma stanno parlando con Lui, e queste sono le loro preghiere”. Oggi – conclude - Louis Raphael Sako – la cura pastorale nell'aiutare la fioritura qu una spiritualità analoga “è responsabilità delle nostre Chiese, dei nostri Patriarcati cattolici e ortodossi e dei nostri fedeli”.

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martedì, novembre 13, 2018

 

Il card. Sako: il Medio Oriente non è finito

By Radiovaticana
Federico Piana

L’intervista con il cardinale Louis Raphael Sako, patriarca di Babilonia dei Caldei e presidente dell’ Assemblea dei vescovi cattolici in Iraq, si apre con una speranza, per lui una certezza: “Il Medio Oriente non è finito. E non finirà”. Lo spunto per il lungo colloquio è arrivato da una conferenza internazionale sul futuro delle minoranze in paesi travagliati e devastati come Siria ed Iraq che si è svolta a Torino e che ha visto anche una raccolta fondi per sostenere i cristiani iracheni fuggiti dalla Piana di Ninive dopo le violenze dell’Isis.

I cristiani devono rimanere, hanno piena dignità

Il cardinale Sako prima di qualsiasi ragionamento politico e sociale premette una condizione, imprescindibile per un Medio Oriente pacificato: i cristiani devono rimanere. “Anche se sono una minoranza, un piccolo gregge. Loro hanno un ruolo ed una dignità” argomenta il patriarca. Hanno una missione: ”Quando Gesù parla del sale, della luce, ecco: sale e luce sono questi cristiani. E noi dobbiamo esserne coscienti”. La domanda, allora, è sul ruolo della Chiesa in questo frangente. Cosa può fare concretamente? Il patriarca ne è sicuro: “Sia in Siria che in Iraq deve diffondere la ‘teologia’ del ritorno, della ricostruzione. Bisogna imparare dalla Bibbia. Guardiamo ai Salmi, ad Ezechia, profeta del ritorno. Tocca a noi pastori incoraggiare le persone a tornare per rilanciare la vita”.

Le potenze internazionali colpevoli dei disastri del Medio Oriente

Come potranno le potenze internazionali aiutare alla pacificazione del Medio Oriente? Il cardinale Sako fa una pausa e un sospiro. Poi risponde : ”Tutto ciò che succede nel Medio Oriente è colpa della politica sbagliata dell’Occidente. Le nazioni occidentali cercano solo i propri interessi. Non pensano a come rispettare questi popoli, a come aiutarli a vivere nella dignità, nella libertà, nel rispetto. In Iraq, ad esempio, a 15 anni dalla caduta del regime dov’è la democrazia, dove sono diritti umani? “. Se si vuole invertire la tendenza occorre iniziare a formare le coscienze dei cittadini e dei politici locali. Questa è la tesi del patriarca che chiede l’effettiva separazione tra stato e religione, di fatto il superamento della teocrazia. “Perché oggi non funziona più”.

Segni di speranza

Il colloquio con il cardinale Sako non poteva non concludersi con parole di speranza. “Il futuro sarà migliore, ne sono certo. Ci sono segni visibili: i nostri fratelli musulmani vogliono la pace, la stabilità. Non vogliono più le guerre. Loro rifiutano questa cultura. Forse non hanno il potere ora per interromperle ma sono la forza sana del futuro”.

Leggi Anche dal SIR:

Iraq: card. Sako, “in 15 anni 61 chiese bombardate, 1.224 cristiani uccisi, 23mila case sequestrate”

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Il Patriarca caldeo a Torino: il futuro dei cristiani in Medio Oriente

By Baghdadhope*

Foto by Baghdadhope
Di seguito il testo completo pervenuto a Baghdadhope del previsto* intervento del Patriarca Cardinale Mar Louis Raphael I Sako al convegno internazionale "La fine del Medio Oriente e il destino delle minoranze" svoltosi a Torino ieri, lunedì 12 novembre.

Fin dalla sua nascita, nei primi secoli dell’era cristiana, la Chiesa irachena ha sofferto persecuzioni e oppressioni. Ciononostante è rimasta salda e fedele alla sua missione, portando il Vangelo in terre lontane, nei paesi del Golfo, in India e in Cina. Spero che la Chiesa irachena abbia anche oggi la forza necessaria per essere fedele alla sua identità e vocazione, resistendo alle terribili sfide di quest’ora.
Foto by Baghdadhope
Nei primi sei secoli la Chiesa irachena è rimasta unita, benché la si chiamasse con vari appellativi: “Chiesa d’Oriente”, “Chiesa al di fuori delle mura” (in riferimento all’impero romano), “Chiesa di Persia” (in riferimento all’impero persiano che ha dominato il territorio prima dell’arrivo dei musulmani). Nel VII secolo è stata denominata “Chiesa Nestoriana”, ma indubbiamente senza alcun collegamento dottrinale con il Nestorianesimo. Come dimostrano vari studi sull’argomento, le differenze col Nestorianesimo sono, in realtà, linguistiche e culturali più che sostanziali. Emblematica, al riguardo, è la Dichiarazione Cristologica Comune tra Chiesa Assira d’Oriente e la Santa Sede, sancita l’11 novembre 1994 con la quale le due chiese “prescindendo dalle divergenze cristologiche che ci sono state” si sono riconosciute “reciprocamente come Chiese sorelle.”
Nel corso della loro lunga storia, i cristiani iracheni hanno servito sempre e in modo encomiabile il loro paese a tutti i livelli: economico, culturale e sociale, convinti che questa sia la loro terra. Vorrebbero solo conseguire ciò che, in senso proprio, finora non hanno ancora ottenuto: pace, stabilità, uguaglianza politica, piena cittadinanza, libertà, dignità.

LA SITUAZIONE ATTUALE: UNA SERIE DI CRISI COMPLESSE
Il numero dei cristiani iracheni nel periodo del regime precedente era di 1.730.000 (secondo le statistiche pubblicate). Dopo la caduta del regime nel 2003, il numero è calato drasticamente a 500.000 (questo numero è approssimativo, perché mancano statistiche ufficiali).
I cristiani iracheni fanno parte di 14 chiese ufficialmente riconosciute dallo Stato. I più numerosi sono i caldei, seguiti dai siro-cattolici e dai siro-ortodossi, mentre altri gruppi, quali gli assiri, gli armeni, i melchiti e i protestanti hanno pochi fedeli. 

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venerdì, novembre 09, 2018

 

Il 12 novembre a Torino: un convegno internazionale sul destino delle minoranze in Medio Oriente ed una cena di beneficenza per i cristiani di Ninive

By Aiuto alla Chiesa che Soffre



La fine del Medio Oriente e il destino delle minoranze. Questo il titolo del Convegno internazionale organizzato il 12 novembre alle ore 17.30 a Torino dal Centro Peirone dell’Arcidiocesi di Torino, in collaborazione con Aiuto alla Chiesa che Soffre, il Consiglio Regionale del Piemonte e il Comitato regionale per i Diritti Umani. L’evento si terrà presso l’aula magna della Facoltà teologica dell’Italia Settentrionale, in Via XX settembre 83.
Dopo i saluti iniziali di Augusto Negri, direttore del Centro Peirone, e di Alessandro Monteduro, direttore Aiuto alla Chiesa che Soffre, interverranno: il Cardinal Louis R. Sako, Patriarca di Babilonia dei Caldei, Salvatore Pedulla, Senior Political Affairs Officer presso l’ufficio dell’Inviato speciale Onu per la Siria- Ginevra, Samir Barhoum, direttore del Jordan Times-Amman, Michel Touma, direttore de L’Orient-Le jour– Beirut, Lucio Caracciolo, direttore di Limes. Modererà il giornalista Paolo Girola direttore de Il dialogo-Al Hiwar.
Un’occasione per approfondire un tema quanto mai attuale e focalizzare l’attenzione sul dramma dei cristiani che anche a causa delle persecuzioni in odio alla fede hanno abbandonato e continuano ad abbandonare numerosi il Medio Oriente.
Al convegno seguirà, alle ore 21.00 a Palazzo Barolo, una Cena d’Onore per beneficienza alla presenza del Patriarca Sako, dei relatori del convegno e di autorità e personalità del mondo culturale, economico e sociale.
 Il ricavato sarà destinato alle popolazioni cristiane fuggite dalla Piana di Ninive (Iraq), che devono ricostruire i loro villaggi distrutti dall’Isis.

Dall’inizio dell’invasione da parte dello Stato Islamico, Aiuto alla Chiesa che Soffre ha donato circa 40 milioni di euro a sostegno dei cristiani iracheni.

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Iraqi church leaders say their unity key to saving Christianity

By Crux
Elise Harris

Faced with the ever-present fear that Christianity could disappear from the Middle East, leaders from both Catholic and Orthodox churches in Iraq have said their unity is key to ensuring their churches are there to stay.
In comments to Crux, Mar Gewargis III, Catholicos-Patriarch of the Assyrian Church of the East in Iraq, said every church leader in the region urges their faithful “to always remember that in the present situation in which all the churches find themselves, and that Christians in general find themselves, that they ought to be close to the Church and close to their pastors.”
“There is an understanding between all the heads of the churches there,” he said, adding that each church and each head of a church “teaches their faithful to be united in spirit, so it’s a unity in spirit, a unity in collaboration between all of the churches.”
Gewargis, 76, was elected head of the Assyrian Church, which belongs to an eastern branch of Syriac Christianity, in 2015. He is currently visiting the Vatican for a two-day meeting with the joint-commission for relations between the Catholic Church and the Assyrian Church of the East, which concluded Thursday.
Though he did not offer specifics of what was discussed, Gewargis said the commission continues to meet annually “in obedience to Christ, that we all might be one, as it says in John 17.”
The Vatican issued a landmark ruling in 2001 approving inter-communion between the Catholic Church and the Assyrian Church of the East in certain circumstances, a decision described by one expert as “the most remarkable Catholic magisterial document since Vatican II,” in part because it represented official Catholic approval for a time-honored Eucharistic consecration rite that doesn’t involve the ‘institution narrative’ of the synoptic Gospels, which Catholic tradition always has regarded as essential.
Closing his time in Rome, Gewargis is scheduled to meet Pope Francis Friday morning. During the meeting, he said he wants to give the pope an update on the situation of Christians in his home region, “continuing the conversation of how the Holy See and the international community can continue to be aware and continue to help the plight of Christians in the Middle East.”
Unity among the different Christian rites in Iraq has been a major priority in recent years, as the number of Christians continues to diminish due in large part to migration, either because of the poor economy and lack of government stability, or because of persecution from extremist groups such as ISIS.
In general, the number of Christians has dwindled throughout the Middle East, not just Iraq, making up just four percent of the region’s overall population, which is down about 20 percent from before the First World War, according to a statement made over the summer by Cardinal Kurt Koch, president of the Pontifical Council for Promoting Christian Unity.
Pope Francis has often spoken when referring to Christian persecution in the Middle East about the “ecumenism of blood,” a phrase indicating that when extremists target Christians, it doesn’t matter what rite they belong to.
However, dialogue among the various churches in the area has not always been an easy task, as those from the region are typically divided on ethnic and religious lines, with a deep sense of identity rooted in cultural or religious traditions.
According to Shlemon Warduni, auxiliary bishop of Baghdad, this task has become more difficult after the 2014 ISIS invasion. The reason, he said, is “egoism,” because the mentality now “is each one for himself.”
In comments to Crux, Warduni said many of the rites are controlled by “personal interests,” and that dialogue generally is “not like before. Before, it was better.”
Speaking generally, he said “we are not so spiritually deep as Christians,” which also has an influence over how they interact. However, if Christianity is to survive in the Middle East, “Christians must work together, not one against another.”
“If they don’t have this, this comes from me, that comes from you, and they go one against the other,” he said, adding that prayer and concrete help for families are also desperately needed to keep people from migrating.
With few jobs and many families already split by migration, the thought of leaving becomes increasingly more attractive, especially when threats such as ISIS arise, Warduni said.
Though ISIS has been defeated and Christians are trickling back to their villages, many are still without homes, “they don’t have anything to do, and they don’t have anything to eat, this is it. So, it’s something very serious. It’s very dangerous, because the Middle East will be without Christians,” he said.
For Christians to achieve unity, Warduni said it will first of all take humility, and a willingness “to choose Christ,” rather than themselves or their own interests.
“What does Christ say? That all are one, and then to love others as I have loved you. He has loved us to the cross, but we want the armchair, that one for you, this one for me. This is not good.”
“Right now, we really need people to pray for us a lot,” he said, because “if we choose God, we can do anything. If not, it will be difficult.”
If Christ is chosen above one’s own ego, then “everything happens, because Christ is for everyone,” he said, adding that in the spiritual life, “personal interests must be closed, not open to four doors.”
Warduni, who was present alongside Gewargis at the launch of a Nov. 8-9 conference in Rome marking the 700th anniversary of the death of Eastern theologian Abdisho bar Brikha, read aloud a statement from Chaldean Patriarch Luis Raphael Sako, who was originally scheduled to attend the gathering but was unable due to other commitments.
In his message, Sako also stressed the importance of unity, saying Christians in the Middle East “must have a unified strategy and vision to defend our presence.”
“To continue our indispensable role, we must be stronger than division and eliminate psychological and historic barriers in order to unite the Church in the east,” he said, adding that in the face of current challenges such as extremism and migration, “our unity will help us to reach a better future.”

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Francesco e Gewargis III: senza i cristiani il Medioriente non esisterebbe più

By Radiovaticana
Adriana Masotti

Papa Francesco
ha incontrato stamattina il Catholicos-Patriarca della Chiesa Assira dell'Oriente, Mar Gewargis III, e il suo Seguito. Al colloquio privato, sono seguiti i discorsi. Poi lo scambio dei doni e un momento di preghiera nella Cappella Redemptoris Mater del Palazzo Apostolico. Infine la firma di una Dichiarazione congiunta. Presenti all'incontro i membri della Commissione mista per il dialogo teologico tra la Chiesa Cattolica e la Chiesa Assira dell'Oriente.

La comune partecipazione alla sofferenza causata dalla violenza

Nel suo indirizzo di saluto, Francesco ricorda il primo incontro con il Catholicos, in Vaticano due anni fa, il 17 novembre 2016, ma anche quello dello scorso 7 luglio a Bari, in occasione della Giornata di riflessione e preghiera per la pace in Medio Oriente e afferma:
Condividiamo infatti la grande sofferenza che deriva dalla tragica situazione che vivono tanti nostri fratelli e sorelle in Medio Oriente, vittime della violenza e spesso costretti a lasciare le terre dove vivono da sempre. Essi percorrono la via crucis sulle orme di Cristo e, pur appartenendo a comunità differenti, instaurano tra loro rapporti fraterni, diventando per noi testimoni di unità.
Il Papa anticipa che insieme pregheranno, al termine del loro incontro, proprio “per la fine di tanto dolore (…) invocando dal Signore il dono della pace per il Medio Oriente, soprattutto per l’Iraq e la Siria”.

I progressi sulla via dell'unità

Motivo di particolare gratitudine a Dio, prosegue il Papa, è il lavoro che la Commissione per il dialogo teologico tra le due Chiese sta portando avanti:
Tale Commissione, frutto del dialogo, mostra che le diversità pratiche e disciplinari non sempre sono di ostacolo all’unità, e che alcune differenze nelle espressioni teologiche possono essere considerate complementari piuttosto che conflittuali.
Un anno fa la firma della Dichiarazione comune sulla “vita sacramentale”. Ora Francesco assicura la sua preghiera perché la terza fase di studio sull’ecclesiologia, avviata in questi giorni dalla Commissione, contribuisca a farci “percorrere un altro tratto di strada, verso la meta tanto attesa in cui potremo celebrare il Sacrificio del Signore allo stesso altare”.

L'insegnamento dei testimoni del passato 

Un cammino in avanti che richiede anche di custodire la memoria, per imparare dai testimoni del passato. E il Papa cita Abdisho bar Berika, Metropolita di Nisibi, uno dei più famosi scrittori della tradizione siro-orientale, di cui quest’anno la Chiesa Assira dell’Oriente e la Chiesa Caldea, celebrano i 700 anni della morte. Che lo studio di questo grande teologo, particolarmente esperto nel campo del diritto canonico, “possa aiutare - conclude Papa Francesco - a far conoscere meglio le ricchezze della tradizione sira e ad accoglierle come un dono per la Chiesa intera”.

Nella Dichiarazione l'impegno per andare avanti insieme

Nel testo, redatto in 8 punti, della Dichiarazione congiunta firmata da Papa Francesco e dal Patriarca cattolico al termine dell’incontro, nella splendida cornice della Cappella Redemptoris Mater, si sottolinea la gratitudine verso il Signore "per la crescente vicinanza nella fede e nell'amore tra la Chiesa assira dell'Oriente e la Chiesa cattolica”, constatando che “negli ultimi decenni, le nostre Chiese si sono avvicinate più di quanto non lo siano mai state nel corso dei secoli. In attesa del giorno in cui sarà possibile celebrare insieme sullo stesso altare, si ribadisce l’intenzione di “andare avanti nel riconoscimento reciproco e nella testimonianza condivisa del Vangelo”.

La sofferenza dei cristiani specie in Iraq e Siria

In questo cammino, si legge ancora nella Dichiarazione, “sperimentiamo una sofferenza comune, derivante dalla drammatica situazione dei nostri fratelli e sorelle cristiani in Medio Oriente, specialmente in Iraq e Siria”. “Centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini innocenti soffrono immensamente di conflitti violenti che nulla può giustificare”, ricorda il testo, conflitti che hanno "aumentato l'esodo dei cristiani dalle terre dove hanno vissuto fianco a fianco con altre comunità religiose fin dai tempi degli Apostoli”. Per tutti loro, senza distinzione, si assicura la comune preghiera e l’impegno caritativo, vedendo nella loro sofferenza che arriva a volte al martirio, “il seme dell’unità dei cristiani”.

Il M.O è terra di accettazione e rispetto reciproco

“Non è possibile immaginare il Medio Oriente senza cristiani”, si ribadisce con forza nella Dichiarazione, poiché i cristiani, insieme ad altri credenti, contribuiscono notevolmente all'identità specifica della regione: un luogo di tolleranza, di rispetto reciproco e di accettazione”. Senza giustizia non esiste pace duratura, per questo l'appello: “Invitiamo ancora una volta la Comunità internazionale ad attuare una soluzione politica che riconosca i diritti e i doveri di tutte le parti in causa”.
La Dichiarazione si conclude con la certezza che “quanto più difficile è la situazione, tanto più necessario è il dialogo interreligioso fondato su un atteggiamento di apertura, verità e amore”.

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Incontro del Santo Padre Francesco con Sua Santità Mar Gewargis III, Catholicos-Patriarca della Chiesa Assira dell’Oriente

By Sala Stampa Santa Sede

Discorso del Santo Padre

Santità,
cari fratelli!
«Pace e carità con fede da parte di Dio Padre e del Signore Gesù Cristo» (Ef 6,23). Con le parole dell’Apostolo Paolo saluto voi e, per vostro tramite, i Membri del Santo Sinodo, i Vescovi, il clero e tutti i fedeli della cara Chiesa Assira dell’Oriente.
Sono passati due anni dal nostro primo incontro, ma nel frattempo, ho avuto la gioia di incontrare nuovamente Vostra Santità lo scorso 7 luglio a Bari, in occasione della Giornata di riflessione e preghiera per la pace in Medio Oriente, anche da Lei tanto auspicata. Condividiamo infatti la grande sofferenza che deriva dalla tragica situazione che vivono tanti nostri fratelli e sorelle in Medio Oriente, vittime della violenza e spesso costretti a lasciare le terre dove vivono da sempre. Essi percorrono la via crucis sulle orme di Cristo e, pur appartenendo a comunità differenti, instaurano tra loro rapporti fraterni, diventando per noi testimoni di unità. È per la fine di tanto dolore che più tardi pregheremo insieme, invocando dal Signore il dono della pace per il Medio Oriente, soprattutto per l’Iraq e la Siria.
Un particolare motivo di rendimento di grazie a Dio che abbiamo in comune è la Commissione per il dialogo teologico tra la Chiesa Cattolica e la Chiesa Assira dell’Oriente. Proprio un anno fa ho avuto la gioia di accoglierne i Membri in occasione della firma della Dichiarazione comune sulla “vita sacramentale”. Tale Commissione, frutto del dialogo, mostra che le diversità pratiche e disciplinari non sempre sono di ostacolo all’unità, e che alcune differenze nelle espressioni teologiche possono essere considerate complementari piuttosto che conflittuali. Prego affinché i lavori che essa porta avanti, e che in questi giorni entrano in una terza fase di studio sull’ecclesiologia, ci aiutino a percorrere ancora un altro tratto di strada, verso la meta tanto attesa in cui potremo celebrare il Sacrificio del Signore allo stesso altare.
Questo cammino ci sospinge in avanti, ma esige pure di custodire sempre viva la memoria, per lasciarci ispirare dai testimoni del passato. Proprio quest’anno la Chiesa Assira dell’Oriente, come pure la Chiesa Caldea, festeggiano il settimo centenario della morte di Abdisho bar Berika, Metropolita di Nisibi, uno dei più famosi scrittori della tradizione siro-orientale. Le sue opere, specialmente nel campo del diritto canonico, sono tuttora testi fondamentali della vostra Chiesa. Mi rallegro della partecipazione di Vostra Santità, come pure dei distinti Membri della Sua delegazione, al convegno internazionale organizzato in questa occasione dal Pontificio Istituto Orientale. Possa lo studio di questo grande teologo aiutare a far conoscere meglio le ricchezze della tradizione sira e ad accoglierle come un dono per la Chiesa intera.
Santità, carissimo Fratello, con affetto desidero esprimere la mia gratitudine per la vostra visita e per il dono di pregare oggi insieme, gli uni per gli altri, facendo nostra la preghiera del Signore: «Che tutti siano una sola cosa [...] perché il mondo creda» (Gv 17, 21).
 

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Meeting of the Holy Father Francis with the Catholicos-Patriarch Mae Gewargis III

By Sala Stampa Santa Sede

Speech of the Holy Father

Your Holiness,
Dear Brothers,
“Peace and love with faith, from God the Father and the Lord Jesus Christ” (Eph 6:23). With these words of the Apostle Paul, I greet you and, through you, the members of the Holy Synod, the bishops, the clergy and all the faithful of the beloved Assyrian Church of the East.
Two years have passed since our first encounter, but in the meantime I had the joy of again meeting Your Holiness in Bari last 7 July, at the Day of Reflection and Prayer for Peace in the Middle East, which you too had so greatly desired. Indeed, we share the great suffering resulting from the tragic situation endured by so many of our brothers and sisters in the Middle East, who are victims of violence and frequently forced to leave the lands in which they have always lived. They tread the via crucis in the footsteps of Christ and, though belonging to different communities, they are forging fraternal relationships among one another and thus becoming, for us, witnesses of unity. Shortly we shall join in prayer for an end to all this suffering and implore from the Lord the gift of peace for the Middle East, above all for Iraq and Syria.
We share a particular reason for thanksgiving to God: the Joint Committee for Theological Dialogue between the Catholic Church and the Assyrian Church of the East. Just one year ago, I had the joy of receiving its members on the occasion of the signing of the Common Statement on ‘Sacramental Life’. The Committee, itself the fruit of dialogue, shows that practical and disciplinary differences are not always an obstacle to unity, and that certain differences in theological expression can be considered complementary rather than conflicting. I pray that the work of the Committee, which in these days enters a third phase of study on ecclesiology, will help us to take one more step on our journey towards the much-desired goal of being able to celebrate the Sacrifice of the Lord at the same altar.
This journey propels us forward, yet it also demands that we continue to preserve our historical memory, in order to draw inspiration from the witnesses of the past. This year the Assyrian Church of the East, together with the Chaldean Church, celebrates the seven-hundredth anniversary of the death of Abdisho bar Berika, Metropolitan of Nisibis, one of the most famous authors of the Syro-Oriental tradition. His works, particularly in the area of canon law, are still fundamental texts of your Church. I rejoice that Your Holiness and the distinguished Members of your Delegation are taking part in the international colloquium organized on this occasion by the Pontifical Oriental Institute. May the study of this great theologian help to make better known the richness of the Syriac tradition and to receive it as a gift for the entire Church.
Your Holiness, dear brother, with affection I wish to express my gratitude for your visit and for the gift of being able to pray together for one another today, making our own the prayer of the Lord: “that they may all be one… so that the world may believe” (Jn 17:21).

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Common Statement of Pope Francis and Catholicos Patriarch Mar Gewargis III

By Sala Stampa Santa Sede

1. Praising the Most Holy Trinity, Father, Son and Holy Spirit, we, Pope Francis and Catholicos Patriarch Mar Gewargis III, raise our minds and hearts in thanksgiving to the Almighty for the increasing closeness in faith and love between the Assyrian Church of the East and the Catholic Church. Our meeting today as brothers echoes the words of the blessed Apostle Paul: “Peace be to the brothers, and love with faith, from God the Father and the Lord Jesus Christ” (Eph 6:23).
2. In recent decades, our Churches have grown closer together than they have ever been over the centuries. From the time of their first meeting in Rome in 1984, our Predecessors of blessed memory, Pope Saint John Paul II and Catholicos Patriarch Mar Dinkha IV, embarked on a journey of dialogue. We are most grateful for the fruits of this dialogue of love and truth, which confirm that a diversity of customs and disciplines is in no way an obstacle to unity, and that certain differences in theological expressions are often complementary rather than conflicting. It is our prayerful hope that our theological dialogue may help us to smooth the path to the long-awaited day when we will be able to celebrate together the Lord’s sacrifice on the same altar. In the meantime, we intend to move forward in mutual recognition and shared witness to the Gospel. Our common Baptism is the solid foundation of the real communion that already exists between us: “in one Spirit we were all baptized into one body” (1 Cor 12:13). Walking together in trust, we seek the charity that “binds everything together in perfect harmony” (Col 3:14).
3. On our pilgrimage towards visible unity, we experience a common suffering, arising from the dramatic situation of our Christian brothers and sisters in the Middle East, especially in Iraq and Syria. The significance of the Christian presence and mission in the Middle East was once more clearly highlighted at the Day of Prayer and Reflection held in Bari on 7 July 2018, when the Heads of Churches and Christian communities of the Middle East gathered to pray and speak with one another. The Good News of Jesus, crucified and risen out of love, came from the Middle East and has won over human hearts down the centuries, due not to worldly power but the unarmed power of the Cross. Yet for decades now, the Middle East has been an epicentre of violence where entire populations endure grievous trials every day. Hundreds of thousands of innocent men, women and children suffer immensely from violent conflicts that nothing can justify. Wars and persecutions have increased the exodus of Christians from lands where they have lived side by side with other religious communities since the time of the Apostles. Without distinction of rite or confession, they suffer for professing the name of Christ. In them, we see the Body of Christ which, today too, is afflicted, beaten and reviled. We are profoundly united in our prayer of intercession and in our charitable outreach to these suffering members of Christ’s body.
4. Amid such suffering, whose immediate end we implore, we continue to see brothers and sisters who tread the way of the cross, meekly following in Christ’s footsteps, in union with him who reconciled us by his cross “and thus put hostility to death in himself” (cf. Eph 2:14-16). We are grateful to these brothers and sisters of ours, who inspire us to follow the path of Jesus in order to defeat enmity. We are grateful to them for the witness they give to the Kingdom of God by the fraternal relationships existing among their various communities. Just as the blood of Christ, shed out of love, brought reconciliation and unity, and caused the Church to flourish, so the blood of these martyrs of our time, members of various Churches but united by their shared suffering, is the seed of Christian unity.
5. In the face of this situation, we stand together with our persecuted brothers and sisters, to be a voice for the voiceless. Together we will do all we can to alleviate their suffering and help them to find ways to start a new life. We wish to affirm yet again that it is not possible to imagine the Middle East without Christians. This conviction is founded not simply on religious grounds, but also on social and cultural realities, since Christians, with other believers, greatly contribute to the specific identity of the region: a place of tolerance, mutual respect and acceptance. The Middle East without Christians would no longer be the Middle East.
6. Convinced that Christians will remain in the region only if peace is restored, we lift up our earnest prayers to Christ, the Prince of Peace, asking for the return of that essential “fruit of justice” (cf. Is 32:17). A truce maintained by walls and displays of power will not lead to peace, since genuine peace can only be attained and preserved through mutual listening and dialogue. We therefore call once again upon the International Community to implement a political solution that recognizes the rights and duties of all parties involved. We are convinced of the need to guarantee the rights of every person. The primacy of law, including respect for religious freedom and equality before the law, based on the principle of “citizenship”, regardless of ethnic origin or religion, is a fundamental principle for the establishment and preservation of a stable and productive coexistence among the peoples and communities of the Middle East. Christians do not want to be considered a “protected minority” or a tolerated group, but full citizens whose rights are guaranteed and defended, together with those of all other citizens.
7. Finally, we reaffirm that the more difficult the situation, the more necessary is interreligious dialogue grounded in an attitude of openness, truth and love. Such dialogue is also the best antidote to extremism, which is a threat to the followers of every religion.
8. As we meet here in Rome, we pray together to the Apostles Peter and Paul that through their intercession God may bestow his abundant blessings on the Christians of the Middle East. We ask the Most Holy Trinity, model of true unity in diversity, to strengthen our hearts so that we may respond to the Lord’s call that his disciples be one in Christ (cf. Jn 17:21). May the Almighty who has begun this good work in us bring it to completion in Christ Jesus (cf. Phil 1:6).



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giovedì, novembre 08, 2018

 

School bells ring again at Mosul's Christian school

By Al Monitor
Adnan Abu Zeed

School bells finally rang at Shimon Safa Elementary School this fall, Mosul’s oldest Christian school that had been closed for four years. 
The school, also called the Shimon Safa Institute, is located next to the 9th century Shimon Safa Church and the monastery, which is known as the Shimon Safa priestly institute. The elementary school used to be one of 20 Christian schools in the multifaith city until the 1980s. Most of these schools were closed gradually in the three turbulent decades that followed the 1990 Gulf War, particularly in 2014-17 when the city was constrolled by the Islamic State (IS).
The return of the 400 students, between the ages of 6 and 12, to the classrooms of Shimon Safa Institute on Sept. 30 illustrates that the city is recovering, after IS displaced the city’s Christians during the 2014 invasion, banned non-Islamic rituals, destroyed churches and imposed its extremist beliefs.
Ibrahim al-Allaf, a professor of modern history at the University of Mosul, told Al-Monitor, “Students’ enrollment in this school is a victory in itself over terrorism and extremism. The school is part of the city’s historical heritage. The first cohort of educated people in Mosul has memories from this school.”
Allaf said, “The school was under the supervision of the Christian monastery but its students were not only Christians; it offered an education to students from all religions."
The school is an annex to the renowned Shimon Safa, or St. Peter’s Church, a Chaldean church that dates back to the 9th century. “The church was restored in 1864 and was named after Shimon Safa. The school was founded as an annex to it and named after the saint as well,” Allaf added.
The reopening of the church is largely due to the efforts of the residents of Mosul, particularly private donors and volunteers who repaired the partially damaged building.
School principal Ahmed Thamer al-Saadi told Al-Monitor that the renovation was due to the efforts of “volunteers and donors from the city,” who collaborated with the Directorate of Education and the school administration.
He said, “The importance given to this project is a lesson in tolerance and in foiling extremism. The school has received over dozens of years pupils without a religious and has been subjected to national and sectarian discrimination; it is now resuming its practical and social mission again.”
Saadi also noted that more work is required. “Further renovation of the school is still underway. The Directorate of Education in Ninevah continues to train teachers. The administration that includes teachers from different confessions, ethnicities and regions has welcomed 400 students in 2018. The number is expected to increase in the coming years, especially since more people are interested in sending their children to this historical school.”
He added, “Graduates of the school have become doctors, artists and writers. The school has become a historical establishment of knowledge. Many of the houses of Mosul’s citizens are decorated with photos of the school that they are proud of.”
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