venerdì, febbraio 17, 2017

 

Meeting of the Latin Bishops of the Arab Regions (CELRA) in Jordan

By Latin Patriarchate of Jerusalem
Myriam Ambroselli

The Conference of Latin Bishops of the Arab Regions (CELRA) met in Jordan on February 13 to 15, 2017. It was an opportunity for the Bishops and Vicars to share the specific challenges in their respective countries and to unify their work. 
Present during the annual meeting were the Latin Bishops of Iraq, Lebanon, Syria, Jordan, Israel, Palestine, Cyprus, Egypt, Djibouti, Somalia, Yemen and the Arabian Peninsula, which was held at the Visitation House of the Rosary Sisters in Dabouq (Amman-Fuheis), Jordan.
The Bishops and Vicars of the Latin Patriarchate: Archbishop  Pizzaballa, Apostolic Administrator; Bishop Shomali, Vicar in Jordan; Bishop Marcuzzo, Vicar in Israel;  Fr. David Neuhaus,SJ, Vicar for Hebrew-speaking Catholics and responsible for the Pastoral among migrants; Fr. Kraj, OFM, Vicar in Cyprus were joined by Bishop Hinder, Apostolic Vicar of Southern Arabia; Bishop Zaki, Apostolic Vicar of Alexandria in Egypt;  Archbishop Sleiman of Iraq; and Bishop Abu Khazen of Syria.  The two Apostolic Nuncios also participated in the meetings:  Archbishop Ortega Martin in Iraq and Jordan, and Archbishop  Lazzarotto in Israel and Apostolic Delegate for Jerusalem and Palestine, who is the Acting President of CELRA since the retirement of Patriarch Twal.
During these three days, the Bishops and Vicars presented and discussed their pastoral ministry in every country and the present socio-political situation.  Among the testimonies were the poignant narratives of Archbishop Slleiman of Iraq, Bishop  Abu Khazen of Syria (resident in Aleppo), Bishop Adel Zaki of Egypt. Bishop Paul Hinder whose jurisdiction covers Yemen, Dubai and Abu Dhabi, spoke of the challenges brought about by the huge community of migrants from Asia and Africa and his concern for the small Christian community that remains in Yemen despite the war.
In the absence of a Latin Patriarch, who is the  President of CELRA, the Bishops elected Archbishop Pizzaballa as Vice President.  The meeting was also an opportunity  for a re-reading of the statutes and regulations of the CELRA established fifty years ago. The Bishops then diligently reviewed the official liturgical texts of the rite of marriage in Arabic and the new altar missal to be sent to Rome for final approval.
The three days of work concluded at the Nunciature in Amman, where the participants were welcomed by Bishop Ortega Martin over lunch.
The next meeting is scheduled for late January – early February 2018, most likely to be held  in Egypt.

Leggi tutto!
 

Qaraqosh: après l’occupation de l’EI

By Liberation
Marta Bellingreri


Des frigos brûlés, des murs incendiés, des ventilateurs fondus. Le squelette d’un berceau abandonné et la maquette intacte d’un voilier dans une chambre pillée. Voilà ce qu’il reste de Qaraqosh, la plus grande ville d’Irak à majorité chrétienne dans la région de Mossoul, après deux ans d’occupation des jihadistes de l’Etat islamique (EI). Une dévastation quasi totale. L’organisation a été chassée par l’armée irakienne en octobre, quelques jours après le début de la grande offensive pour reprendre Mossoul et sa région, toujours en cours. La ville, qui comptait environ 50 000 habitants avant l’occupation de 2014, est toujours déserte. Seulement peuplée par les militaires irakiens qui contrôlent la zone et quelques personnes impatientes de revoir leurs maisons, moyennant un permis spécial.

Les jihadistes ont aussi laissé derrière eux diverses 
traces de leur passage, tel ce drapeau peint au mur. 
(Photo Alessio Mamo pour Libération)
Quelques jours après la libération, lors d’une messe donnée dans une église d’un camp de réfugiés irakiens chrétiens à Erbil, abuna George («père George») a lancé un appel. Prêtre originaire de Qaraqosh, rentré en Irak après des années en Italie, il a proposé de se rendre dans la ville tout juste libérée pour documenter ce que l’EI a laissé derrière lui. C’est ainsi qu’avec abuna George et une dizaine de photographes, nous nous sommes rendus sur place. Toutes les maisons étaient dévastées, comme après une longue bataille. La reprise du lieu a pourtant été relativement rapide. Les jihadistes ont passé deux ans à profaner les églises et tous les signes de foi chrétienne. C’est surtout l’esprit de vengeance des derniers jours qui a poussé l’EI à incendier presque tous les bâtiments, publics ou privés, avant de quitter la ville. Pas seulement les églises, mais chaque demeure, jardin, commerce, monastère, couvent… Même le cimetière. Difficile d’imaginer une telle désolation.
Avec le groupe de photographes, nous avons visité près de 500 bâtiments, dont certains étaient encore récemment habités par l’Etat islamique. L’odeur de poussière et de feu, la cendre partout, les éclats de verre par terre, rendent le passage difficile. Tout comme les mines non explosées ou le risque de tomber nez à nez avec des jihadistes embusqués. Les plafonds menaçaient de s’effondrer, les murs étaient calcinés. Pour les habitants, l’impatience de regagner leur ville se mêle à l’angoisse d’une stabilité difficile à retrouver, en tant que minorité chrétienne en Irak. A Qaraqosh, nous avons été confrontés à la folie destructrice. Mais surtout, à la résilience d’un peuple qui veut reconstituer sa vie, et son foyer.

Leggi tutto!
 

Iraq: patriarca Younan, “è in atto un genocidio dei cristiani. In gioco c’è la nostra sopravvivenza come comunità siro-cattolica”

By SIR

“Non è una questione di persecuzione contro individui, quello che è in atto in Iraq è un genocidio dei cristiani. In gioco c’è la nostra stessa sopravvivenza come comunità siro-cattolica”. È l’accusa lanciata dal patriarca siro-cattolico Ignace Youssif III Younan, in un’intervista pubblicata dal settimanale diocesano novarese “L’Azione” in preparazione agli incontri che nel fine settimana vedranno la partecipazione, nella diocesi di Novara, dello stesso Younan.
“Dal 2014 la nostra comunità vive sradicata dalla Piana di Ninive, ha passato il terzo Natale nei campi profughi con questa atmosfera di desolazione. Non sappiamo quando le varie comunità cristiane potranno tornare nelle loro case”, racconta il patriarca, rilevando che “non sappiamo come convincere la nostra gioventù a farsi coraggio, tornare nelle loro terre e vivere la speranza cristiana”. “La comunità siro-cattolica rischia di scomparire o di vivere completamente sradicata dalla propria terra e di perdere la propria identità”,  prosegue Younan, secondo cui “la gente non vede la possibilità di tornare: se emigreranno in Australia o in Canada, il Medio Oriente resterà privo di una componente fondamentale della sua storia, e questi Paesi saranno deprivati di un fattore cruciale per il pluralismo, il rispetto delle differenze,la moderazione nel mondo islamico”.
I numeri parlano chiaro: “tutta la popolazione della nostra diocesi è stata cacciata ed è la più perseguitata dai miliziani dell’Isis: di 12mila famiglie più della metà sono in Kurdistan come profughi, altre 5mila hanno ripiegato in Libano” dove “abbiamo anche 1.300 famiglie siriane, altrettante in Giordania e circa 700 famiglie in Turchia”.
Il patriarca due mesi fa è tornato in visita in Iraq: “ovunque ho trovato non solo la devastazione che ci aspettavamo ma i segni dell’odio religioso: prima di andarsene i jihadisti hanno bruciato la metà delle case e delle chiese”.
Younan punta il dito contro la coalizione internazionale: “in questi anni l’Occidente ha perseguito solo e unicamente i propri interessi geopolitici. Dobbiamo riconoscere che la Russia è stata più seria di altre nazioni: sono gli unici che hanno realmente contrastato i jihadisti”. “L’ho già detto in passato – conclude – noi cristiani orientali siamo stati traditi e venduti dall’Occidente per il petrolio”.


Leggi tutto!
 

Medio Oriente: mons. Dal Toso, “Chiesa cattolica in Iraq e Siria assiste oltre 4 milioni di persone. Negli ultimi tre anni investimenti per 560 milioni di dollari”

By SIR

Papa Francesco ha molto a cuore la situazione dell’amata Siria”: lo ha ricordato mons. Giampietro Dal Toso, segretario delegato del dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale, durante la presentazione, oggi a Roma, del progetto “Ospedali aperti” in Siria, ideato dalla Fondazione Avsi con la collaborazione della Fondazione Policlinico universitario Agostino Gemelli di Roma. “Sono stato recentemente ad Aleppo – ha affermato mons. Dal Toso – e il Papa al mio ritorno ha voluto vedermi per sapere nel dettaglio la situazione. Il Papa ha una attenzione speciale per la Siria”.
Il progetto prevede il sostegno a tre strutture cattoliche, l’ospedale Saint Louis di Aleppo, quello francese e quello italiano di Damasco. “Da parte nostra – ha aggiunto il segretario – abbiamo sempre cercato di tenere uniti i diversi soggetti cattolici presenti in Siria e in questo progetto vedo un grande segno di speranza, è importante sostenerlo. Se è vero che ci sono tanti disastri è anche vero che ci sono dei segni che danno speranza. Non guardiamo solo a ciò che non va, ma pensiamo a dire che come Chiesa cattolica possiamo aprire una prospettiva verso il futuro. Questo è il nostro compito più importante. Urge ricostruire gli edifici ma anche le persone. L’ospedale è un progetto nato dal Cristianesimo, è il luogo dove si cura il corpo e lo spirito”.
Mons. Dal Toso ha inoltre ribadito l’impegno della Chiesa cattolica in Siria e in Iraq: “negli ultimi due anni abbiamo aiutato oltre 4 milioni di persone. Negli ultimi tre anni abbiamo avuto un investimento di 560 milioni di dollari”.

Leggi tutto!
 

L’Arcivescovo di Mosca Mons. Pezzi: “Occorre dare spazio alla testimonianza dei Cristiani perseguitati”

Un anno fa Papa Francesco e il Patriarca di Mosca Kirill si sono incontrati nell’aeroporto internazionale dell’Avana. Il Card. Kurt Koch e il Metropolita Hilarion Alfeyev a Friburgo, in Svizzera, hanno celebrato il primo anniversario dello storico evento. Nella Dichiarazione comune siglata dal Pontefice Romano e dal Primate Ortodosso si cita fra l’altro la volontà comune di difendere i Cristiani perseguitati in Medio Oriente. ACS-Italia ha chiesto a S.E. Mons. Paolo Pezzi, Arcivescovo cattolico della Madre di Dio a Mosca, quali siano le iniziative più urgenti da assumere per sostenere i fedeli di quell’area, in particolare Siria ed Iraq. “In diversi incontri avuti con rappresentanti del Patriarcato di Mosca, e anche con l’aiuto di ACS, abbiamo verificato anzitutto la necessità di pregare e far pregare per i Cristiani perseguitati in Medio Oriente. In secondo luogo occorre dare spazio alla loro testimonianza. Le informazioni e le testimonianze che riceviamo vengono diffuse. In collaborazione con ACS si vorrebbe anche provvedere a una monitorizzazione della situazione delle comunità cristiane e dei luoghi di culto, al fine di valutare una priorità di urgenze di interventi.”.
In merito al rispetto della libertà religiosa nella Federazione Russa Mons. Pezzi afferma che “alcune modifiche alla legge vigente, avvenute lo scorso anno, ci hanno posto delle serie preoccupazioni, e la necessità di prendere provvedimenti riguardo alla attività missionaria, ma al momento non abbiamo seri segnali di gravi violazioni del diritto alla libertà religiosa.”.
L’Arcivescovo di Mosca ricorda poi i principali progetti pastorali sostenuti grazie ai benefattori ACS: “il Seminario Maggiore Maria Regina degli Apostoli, a San Pietroburgo, l’attività pastorale delle suore e alcuni eventi ecumenici. Il Seminario è l’unico luogo di formazione dei futuri sacerdoti per la Chiesa cattolica in Russia, ed è sostenuto unicamente da offerte. Fin dall’inizio della sua attività nel 1994, ACS si fa carico di una parte considerevole delle spese ordinarie, e negli ultimi anni ci ha aiutato nella riorganizzazione e ristrutturazione del Seminario stesso, che in Russia è uno degli edifici storici più importanti per la Chiesa cattolica e non solo. Per noi è molto importante avere un luogo di formazione in loco” per non essere costretti a “mandare i nostri seminaristi all’estero. La Fondazione, prosegue l’Arcivescovo, “sostiene poi l’attività pastorale ordinaria delle suore nelle parrocchie, e i nostri impegni per una comune testimonianza della fede cristiana soprattutto con la Chiesa ortodossa. Non vanno poi dimenticate altre iniziative, anche di consistente aiuto finanziario, che si sono realizzate in questi anni grazie ad ACS”, come ad esempio “costruzione e ristrutturazione di chiese e cappelle.”.
La Fondazione negli ultimi mesi, e precisamente dal 29 settembre 2016, ha approvato progetti in accordo con le diocesi della Federazione Russa per quasi 485.000 euro.

Leggi tutto!
 

Rapporto-shock di Human Rights Watch: villaggi cristiani della Piana di Ninive saccheggiati e bruciati da milizie anti-jihadiste

By Fides

Milizie armate “spontanee” e gruppi paramilitari impegnati nella lotta contro i jihadisti dell'auto-proclamato Stato islamico (Daesh) sono responsabili di saccheggi, devastazioni e roghi di interi quartieri in almeno quattro villaggi nelle aree adiacenti a Mosul, azioni perpetrate dopo che le cittadine erano state ormai abbandonate dalle milizie del Califfato.
E' questo lo scenario che emerge da un dettagliato report raccolto da Human Rights Watch (HRW). Incrociando i racconti di molti testimoni oculari, e servendosi anche del riscontro di foto satellitari delle aree interessate, l'organizzazione internazionale impegnata nella difesa dei diritti umani ha potuto verificare che a saccheggiare e devastare interi quartieri delle città da poco sottratte al controllo deI Daesh sono stati proprio gruppi armati e milizie di “auto-protezione popolare” che adesso rivendicano il ruolo avuto nella campagna di “liberazione” dall'occupazione jihadista. I saccheggi e le devastazioni sarebbero avvenuti tra novembre 2016 e febbraio 2017, senza apparente giustificazione dal punto di vista militare. Tra i gruppi indicati come responsabili di saccheggi e distruzioni, a giudizio di Human Rights Watch ci sarebbero anche le forze di mobilitazione popolare conosciute come Hashd al-Sha'abi, unità che accreditano contatti diretti con il primo ministro iracheno Haydar al-Abadi.
A sud-ovest di Mosul, Human Rights Watch ha documentato saccheggi ed estesa demolizione di edifici in tre villaggi anche attraverso l'uso di esplosivi e bulldozer. Nel villaggio di Ashwa sarebbe stata distrutta senza motivo anche la moschea più grande. Alle accuse di Human Rights Watch, i rappresentanti di Hashd al-Sha'abi hanno risposto parlando di trappole esplosive che i jihadisti del Daesh avrebbero lasciato innescate per poi provocare distruzioni di case e edifici pubblici dopo la propria ritirata. Ma diversi racconti di testimoni oculari raccolti da HRW sembrano smentire tale versione.
Tra le città saccheggiate e messe a farro e fuoco dopo la ritirata di Daesh c'è anche il villaggio di Qaraqosh, che prima di cadere in mano ai jihadisti era abitato interamente da cristiani, e quello misto cristiano-sunnita di al-Khidir. Nel report di HRW si indicano anche le Unità di protezione della Piana di Ninive – formate in parte da cristiani assiri - tra i gruppi militari di auto-protezione responsabili del controllo di tali villaggi, dopo che essi sono stati abbandonati dai jihadisti. Testimoni ascoltati da HRW, che avevano potuto visitare le proprie case nelle cittadine abbandonate già a novembre dai miliziani di Daesh, hanno confermato di aver ritrovato a febbraio le loro case saccheggiate o distrutte.
Da Qaraqosh e da altri villaggi della Piana di Ninive, circa 60mila cristiani locali erano fuggiti precipitosamente nella notte tra il 6 ed il 7 agosto 2014, quando l’esercito curdo Peshmerga si era improvvisamente ritirato davanti all'avanzare delle milizie dell'autoproclamato Stato Islamico.

By HRW: Iraq: Looting, Destruction by Forces Fighting ISIS 

Leggi tutto!

giovedì, febbraio 16, 2017

 

Iraqi Christian couple despair at sight of house IS destroyed


Hathem and Almas are hoping to be among the first people to return to Karamles, a now-deserted town in the Nineveh Plains of northern Iraq.
“This is our town, where I always lived. I would like to sleep here every day,” says Hathem, who fled with his wife to Erbil when Islamic State (IS) invaded Karamles as part of its August 2014 offensive.
But the Christian couple’s hopes are unrealistic. Although liberated from IS occupation in October 2016, a walk through the town shows why no-one has yet returned.
There are four reasons:

1. Need for security
According to Father Jacoub, a visiting priest from Bartella, another liberated village in the Nineveh Plains, “There needs to be guaranteed security, not only on a local level but nationwide.”
He remains hopeful that people will return, now that Iraqi government forces have retaken the area and removed what he calls the “dark cloud” that covered the Christian villages during IS occupation.
2. Continued military and militia presence in some residential areas
The Nineveh Plains are very close to Mosul, still partially in the hands of Islamic State, and some areas remain out of bounds to civilians.
3. Lack of infrastructure
There is no electricity or water supply – pumps stopped working and there is no access to wells – and there are no shops for even basic provisions.
4. Destruction of homes
IS soldiers set fire to property as they pulled out during the liberation. Many houses collapsed, some are just shells, and families can’t always afford to rebuild them. Father Jacoub says that there is no logic in going back yet.
A glimmer of hope is the Centre for Support and Encouragement, being created by Father Thabet, a colleague of Father Jacoub. Although not yet open, it will be a place where people can stay while they restore their homes. He plans to buy a generator to give people power for their tools and machinery, and will supply visitors with free bottled water.
Hathem and Almas, both in their 30s, are members of Father Thabet’s church. Hathem has been helping the priest with his initiative. The couple bump into Father Thabet and reflect on what happened to Karamles as they walk through some of its ancient streets.
The town of 10,000 people – 6500 families – emptied almost overnight as people fled the jihadists. Looking to the sky, the three see fighter jets as they make bombing runs on IS positions in Mosul, just 20 miles away. They hear the explosions, and see the thick black smoke.
Hathem and Almas show Father Thabet round their former home, now just a blackened shell. They collect a few of their charred belongings in plastic bags.
The couple lived here with their six children and Hathem’s three sisters. They stand in what was once their living room. Everything is black and still smells of smoke. “We had sofas over there,” Almas says, “and beautiful pictures on the walls”. She says it with little emotion, although admits that “somedays I laugh, other days I cry”.
“That was the pram,” Hathem says, pointing to an iron frame. In a bedroom upstairs, only a steel bedframe survives, distorted from intense heat.
Hathem, an experienced builder, knows the house cannot be restored. “The fire has destroyed the structure of the floor; it isn’t safe. The fire must have been strong,” he says.
Outside the house, Hathem explains that he used to keep beehives and points to where he grew flowers. He’d lived in the house since 1988. He says he doesn’t have the money to restore it. “This is all lost because of an ugly war,” he says.
Father Thabet has been keen to give the people of Karamles signs of hope. In December he put a Christmas tree in front of the church and when he visits his church he likes to ring the bells. “To the people of Karamles, the bells of this church will sound even better than those of St Peter’s in Rome,” he says.
Before leaving Karamles to drive home, Father Thabet points out the cross he raised on a nearby hill as a beacon of hope. “Maybe I will replace it with a much bigger cross,” he says. “The people should see that Karamles is a Christian village.”
Some Christian families have started returning to homes once occupied by IS. In the eastern parts of Mosul at least three Armenian families have returned to their houses despite the insecurity caused by the ongoing fighting there between IS and Iraqi forces. Also a Chaldean Catholic family returned to Telskuf in January. Naoiq Quliaqus Atto, his wife, brother and three children were welcomed by Father Salar Bodagh, a local priest in charge of the reconstruction committee, who said: “This is a real sign of hope for many more.”
Global charity Open Doors, with others, has produced a detailed report on the vital contribution that Christians make in Iraq. The report’s co-ordinator, Rami*, (not his real name) said: “We need recognition for the vital role of the Church in rebuilding and reconciliation… Maintaining the presence of Christians is not only about them; it is for the good of society as a whole. In the reports and research we’ve conducted, we have mapped, in a way, all the contributions Christians have given to Iraq.”
The way that Open Doors is tackling these issues, Rami told World Watch Monitor in November, involves working with indigenous church leaders, engaging with governments and decision-makers across the globe, and trying to collect One Million Voices in a petition in support of a campaign to bring “Hope to the Middle East”.

Leggi tutto!
 

For war refugees, sanctuary in the West isn’t always a happy ending

By PRI
Richard Hall


For many thousands of people fleeing wars in their home countries, being granted asylum is a happy end to a sad story.
The chaos and heartache caused by US President Donald Trump’s short-lived immigration ban earlier this month showed just how important the right to resettle is for so many, and how it can change lives forever.
But for others, the promised land is not what they imagined. Even after all they go through to make it there, something draws them home again.
That was the case for Rani Khaled Yaqoub, a 26-year-old Christian mother of two from northern Iraq, who escaped ISIS to seek asylum in France. After about two years in Europe, she turned around and traveled all the way back.
“My friends found it weird, and asked why I would want to go back. They asked me to stay there [in France] in case my situation changes,” she says. “But this is about me and my kids. No one experienced what I went through there [in France].”
Yaqoub is not the only one who made such a choice. The International Organization for Migration (IOM) helped more than 12,000 people return to Iraq in 2016 after they had sought asylum abroad. In the first month of 2017, they assisted 500. The group believes many more are coming back on their own, without IOM assistance.
Yaqoub’s move may seem surprising, especially since for her, going back to Iraq didn’t mean a return all the way home. She settled in Erbil, where many of Iraq’s internally displaced have ended up, some 50 miles from the village where she spent most of her life.
Today, she lives in a two-room office on the fifth floor of a newly built shopping mall in Erbil with her sons, 2-year-old Ranel, and 3-year-old Rawad. The mall's lower floors are all hustle and bustle, with clothing stalls spilling out of shops into the narrow walkways. Yaqoub's floor has a dusty and unfinished feel — it is eerily quiet apart from the children who dash in the hallways, pausing occasionally to peer at shoppers in the atrium below.
She first arrived here in August 2014, after fleeing from her hometown of Qaraqosh, not far from Mosul. ISIS fighters were heading their way; some 100,000 Christians from the area escaped with her in the same direction.
“We were told [by Peshmerga fighters in the city] that ISIS approached the area, and no one can stay in the area. So, like everyone else, we packed our stuff and left,” she says. “We thought we would be back in a couple of days.”
ISIS captured the town and ransacked its churches. Not everyone managed to escape. Yaqoub’s husband, Mourad, was a policeman. He and his brother stayed behind in the town as its last line of defense. Later, they too were ordered to leave, but Mourad got caught up in clashes between ISIS and Kurdish forces along the road to Erbil. He was killed in the crossfire.
Yaqoub was seven months pregnant at the time. She had to face starting a new life as a single mother. But the takeover of her town and the death of her husband had traumatized her. She wanted to leave the strange shopping mall and her country behind.
After five months in Erbil, she left for France, where some of her husband’s family were already living. (French visa rules allow those who have successfully claimed asylum to bring over family members).
When she arrived in Marseille, on France’s southern coast, she claimed asylum as a refugee.
“I went with my brother-in-law. We lived together. We didn’t find a job of course, but we had rights. We had salaries, residency, passports, everything official,” she says.
This might have been the closing of a chapter for Yaqoub and her two boys. But she could never quite settle. It was the first time she had ever left Iraq, and she was torn between the safety and security of her new home and a yearning for her first.
Marseille is often described as Europe’s most ethnically diverse city. It has seen successive waves of immigration from Italy, Eastern Europe and North Africa. More than one-quarter of its 800,000 residents are Muslim. Marseille also bears the unfortunate title of France’s “capital of crime,” due to its high murder rate and gang problems. 
Yaqoub’s Iraqi Christian community is so small and unique, however, that it barely makes a footprint in Marseille. If she felt like a minority in Iraq, in Marseille she felt almost invisible.
“There were Arabs from Algeria, Tunisia and Morocco, but we did not have any contact with them. We were too different,” she says.
And the French people she met were — she searches for the right word — “a little cold.”
There were small things that she just couldn’t get used to, like ready-to-eat food: “If we don’t prepare the food with our own hands, we cannot [eat] it.”
Then there were the bigger things. Iraqi communities are generally tightly knit. Generations of families tend to stay in one place, so everyone knows everyone else. This is especially true in the Christian communities of northern Iraq, which have been brought closer together by their perceived precariousness in a country that has long suffered from Islamist extremism.
“We socialize here [in Iraq]. One can count on the other, we have each other. If you don’t have family, you have your neighbors. If you don’t have a brother, you have a friend. Over there [in Marseille], you feel estranged. You don’t interact with the others, that’s the nature of things there,” Yaqoub says.
She was studying psychology in Qaraqosh. In Marseille, she couldn’t find work. She tried to learn French, but found it very difficult.
“The language is what determines your relationship with someone, isn’t that true? If we can’t speak, how can we interact with others?” she asks.
Her desire to go back home grew every day.
“I missed my country first, and secondly my house,” she says.
But more than that, she didn’t see Marseille as a place for her children to grow up.
“My children and I can live better here [in Iraq]. It’s difficult there. I needed help all the time there. You cannot count on anyone,” she says.
Yaqoub borrowed the money to cover the flights, and against the advice of her friends and family, returned to Erbil — back to the shopping mall.
Her experience is not as rare as one might imagine. The IOM, which assists migrants who wish to return to their own country, conducted research in late 2015 on the reasons why Iraqis were going back home.
They interviewed dozens of returnees, and found that the image they had of life in Europe had been idealized. The main reasons refugees came back, they found, had to do with the time it takes to process an asylum request — during which an applicant can’t work — and cultural differences. Some were forced to return because they were the main breadwinner for a family and could not find work abroad.
Yaqoub’s prospects here are not much better in Erbil than they were in Marseille. Her only means of support comes from the local charities that deliver food to the families living in the mall once a month.
“Honestly, this is hard, you cannot easily find a job. It’s the same for everyone. Whenever I hear about a position, I apply. But nothing has happened yet.”
But despite all the advice she received to stay in Marseille, Yaqoub thinks she made the right choice to come back.
“I’m back to square one,” she says, “but my cousins are across the hall, and my old neighbors too. I’m happier here.”

Leggi tutto!
 

U.N. silent during ISIS genocide of Christians

By OneNewsNow
Michael F. Haverluck


Not living up to its self-proclaimed roll as being global peacekeepers, the United Nations is remaining silent while the notorious Islamic terrorist group ISIS continues it “sickening” genocide of Christians in the Middle East.
Even though the United Nations Human Rights Council (UNHRC) received an urgent testimony detailing ISIS’ genocidal acts against Christians and other religious minorities in Syria and Iraq in a document that was filed by the American Center for Law and Justice (ACLJ) – in partnership with its European affiliate, the European Centre for Law and Justice (ELLJ) – the globalists have continued to look the other way.
Blind eye to genocide
ACLJ’s document urged the U.N. to act immediately by – first of all – officially recognizing Christians and other persecuted minority groups as being victims of brutal genocide at the hands of the notorious jihadist group.
“In the nine long months since we submitted our testimony, ISIS has continued its systematic reign of terror against these groups, while the United Nations has remained silent,” ACLJ’s Palmer Williams stressed. “The victims who managed to survive and escape captivity languish in refugee camps.”
While U.N. officials remain busy by issuing anti-Semitic policies against Israel in favor of the terrorist-run Palestinian Authority (PA), they continue to turn a blind eye to the atrocities ISIS inflicts on innocent Christians in the Middle East and elsewhere.
“In October, when Allied forces began their campaign to liberate the Nineveh region of Iraq from the grips of ISIS, some Christian leaders were able to return to their ancient homeland for the first time in over two years,” the ACLJ reported. “Having fled for their lives when ISIS took over the region in 2014, the leaders returned to piles of rubble.”
Just as the Palestinians seek to wipe the Jewish people off the face of the planet and destroy the state of Israel, ISIS seeks to eradicate Christians from the areas it has taken over in the Middle East.
“The 300,000 Christians who resided in the region when ISIS brutally took over the region has now dwindled to 20 to 30 Christian residents,” the Washington, D.C.-based organization informed. “Their places of worship, ancient texts, and congregations have summarily been wiped out by ISIS.”
Facts are stacking up against ISIS as it continues to lose its strongholds, which is revealing its genocidal activities across the Middle East – massacres and brutal killings that the U.N. has been well aware of for some time, but done nothing about. 
“As more ISIS-held regions are liberated in the coming months, more evidence will undoubtedly reveal the indisputable genocidal acts by ISIS against religious minorities,” Williams pointed out. “The growing body of evidence demonstrates that the inhuman violence at issue is, in fact, genocide. This evidence is well-documented, and it is sickening.”
Calling the U.N. out
Addressing ISIS’s senseless slaughtering of Christians in its new submission to the UNHRC, attorneys with ACLJ are calling upon the globalist group once again to simply recognize Christians and other minority groups as being victims of genocide as defined by The Genocide Convention – in an acknowledgement that would be the initial step toward putting an end to Islamic onslaught on innocent lives.
“Yet, the U.N. has not taken this critical step of acknowledging the genocide taking place in Iraq and Syria,” ACLJ attorneys wrote in their latest document submitted to the U.N. “While the ECLJ calls for swift and decisive action by the international community to stop the genocide and protect the victims, it also recognizes that the first step is for the U.N. to recognize that the atrocities constitute genocide. A declaration by the Human Rights Council that the Islamic State is engaged in genocide and action by this Council calling for the U.N. General Assembly (and other appropriate organs of the U.N.) to follow suit would carry significant weight.”
The ACLJ – which has already collected more than 270,000 signatures on its ”Stop the Genocide, Protect Christians” online petition – is demanding that the U.N. fulfill its obligation to the world as a peacekeeper and do what it can to protect peaceful religious minorities from the notorious Islamic militants mercilessly operating in Iran and Iraq.
“The U.N. must defend the rights of all religious minorities, including the Christians in Iraq, Syria, and any other place where the Islamic State engages in genocide,” the nonprofit Christian legal group asserted. “We respectfully request that this Council declare that the Islamic State and its followers are committing acts of genocide against Christians and other religious and ethnic minorities and to then act accordingly. The very mission of this organization requires nothing less.”
The ACLJ, which is led by chief counsel Jay Sekulow, has no intention of backing down from its demand that the U.N. fulfill its duty by standing up for peaceful people of faith being massacred in a strong stand against the Islamic State.
“We will continue to hold global leaders accountable to the international legal commitments they’ve made to ensure historic atrocities and genocide never occur again,” ACLJ proclaimed. “As Christians and other religious minorities are targeted for extinction by ISIS, the international community must move quickly to recognize the genocide for what it is so that they can then act swiftly and definitively to end the historic human rights crises in areas of the world dominated by jihadists.”

Leggi tutto!
 

Tellesqof. Padre Salar Kajo: aumentano coloro che vogliono tornare. Santa Messa con il patriarca Sako ed il vescovo di Linz.

By Baghdadhope*


Si svolgerà sabato pomeriggio nella chiesa dei Tellesqof dedicata a San Giorgio una grande messa di celebrazione per l'avvenuta liberazione del villaggio dalle forze del Da'esh. Alla messa seguirà una processione che condurrà i fedeli su una collina vicina al villaggio dove sarà illuminata una grande croce eretta per l'occasione, e dove i festeggiamenti saranno sottolineati dai fuochi d'artificio. La messa inizialmente prevista per il pomeriggio precedente è stata rimandata  per attendere l'arrivo da Erbil del patriarca caldeo Mar Louis Raphael I Sako e la delegazione austriaca guidata da Mons. Manfred Scheuer, vescovo di Linz, che proprio venerdì consegnerà al Patriarca il premio intitolato al Cardinale Franz König  e che il giorno dopo compirà un giro nei villaggi cristiani della Piana di Ninive  liberati dal Da'esh.
Subito dopo la liberazione di quei villaggi il patriarca Sako, aveva disposto la formazione di due commissioni per la loro ricostruzione ed il loro ripopolamento. A presiedere quella per i villaggi afferenti alle cittadine di Telkeif ed Alqosh (compreso anche quindi Tellesqof) è stato chiamato Padre Salar Kajo che ha già iniziato a lavorare a proposito coordinando le opere di ristrutturazione e riordino delle case, a cominciare da quelle delle famiglie che hanno espresso il desiderio di tornare a vivere nel villaggio.

Baghdadhope ne ha parlato con Padre Kajo.
Lei è stato incaricato a presiedere la commissione per la ricostruzione dei villaggi che fanno capo alle cittadine di Telkeif ed Alqosh. Può dirci come stanno andando i lavori ed a che punto siete?

Sì, sono stato scelto per presiedere tale commissione che è composta da 14 giovani ragazzi provenienti dai centri liberati dalla presenza dell'Isis. Già quattro mesi fa abbiamo iniziato a raccogliere le informazioni sulle famiglie cristiane che vivevano in quei centri e sulla situazione abitativa delle singole case e degli edifici danneggiati. 
Dopo un studio approfondito su come iniziare il processo di ricostruzione la settimana scorsa abbiamo iniziato i lavori nelle case meno danneggiate, ad esempio ripristinando l'erogazione della corrente elettrica, le porte, gli infissi e ridipingendo le pareti. I lavori coinvolgono gruppi di 50 case alla volta e l'obiettivo è il ripristino totale delle 1450 case di Tellesqof.
Quali erano le condizioni di questi villaggi, e di Tellesqof in particolare, al momento della loro liberazione? Che tipo di danni hanno sibito le abitazioni civili e le strutture religiose?
Le case sono state classificate in tre tipi secondo il grado dei danni subiti  e senza tenere conto del fatto che tutte le case sono state saccheggiate: 
A casa totalmente distrutta 
B casa bruciata 
C casa parzialmente danneggiata 
Tutte le chiese e i luoghi religiosi sono stati invece dissacrati e danneggiati.
Ricostruire in un paese come l'Iraq non è certo compito facile. Quali difficoltà state trovando?

Sono tante: trovare la forza lavoro ed il supporto finanziario ad esempio, ma anche le difficili condizioni di lavoro relative alla mancanza di acqua ed energia elettrica. Quella che non manca però è la
voglia di superare tutti gli ostacoli e le difficoltà per ricominciare una vita normale.
Di che aiuti potete disporre?

Stiamo facendo di tutto per facilitare il ritorno delle famiglie lavorando in molti campi diversi e la Chiesa si sta impegnando molto in questo.

A pochi giorni dalla sua nomina Lei ha accolto a Tellesqof la prima famiglia che ha deciso di tornare a vivere nel villaggio, successivamente il sito del Patriarcato ha citato 12 famiglie che vi hanno fatto ritorno. Può dirci se questa tendenza al ritorno sta aumentando?

Più di 400 famiglie si sono registrate perchè le si possa aiutare a riparare le loro case per poi ritornare. 30 famiglie vivono già a Tellesqof e nei prossimi giorni è previsto il ritorno di altre famiglie.
Dalla sua esperienza quali sono le cose di cui le famiglie che sono ritornate e quelle che lo vorrebbero fare hanno bisogno adesso ed avranno bisogno in futuro?
Di molte cose. Ad esempio dobbiamo concentrarci nel campo dell'istruzione dei bambini e dei giovani per garantire loro una buona preparazione accademica. Dobbiamo ripristinare il sistema dell'assistenza sanitaria per curare le persone ed evitare l'eventuale diffondersi di malattie, e dobbiamo avere dei mezzi di trasporto che permettano agli studenti di raggiungere le università nelle grandi città per riprendere o continuare il loro corso di studi. 

Leggi tutto!
 

Il Patriarcato caldeo sconfessa membri cristiani di gruppi paramilitari che minacciano vendette contro i sunniti

By Fides

Il signor Ryan Salem presentatosi ieri in un programma televisivo iracheno ad affermare che anche i cristiani sono presenti a Mosul per combattere e vendicarsi dei musulmani sunniti, “non ha alcun legame con la morale insegnata da Cristo, messaggero di pace, amore e perdono”, e non può “fare tali affermazioni coinvolgendo i cristiani”, in quanto “non li rappresenta in alcun modo”. E' una vera e propria diffida formale, quella diffusa già ieri sera dal Patriarcato caldeo, subito dopo che una rete televisiva nazionale aveva mandato in onda le sconsiderate dichiarazioni di Ryan Salem, cristiano caldeo di Alqosh, legato a gruppi paramilitari di autodifesa popolare formati in gran parte da musulmani sciiti. Durante l'intervento televisivo, il personaggio in questione, parlando a nome dei cristiani, appariva accanto a prigionieri sunniti, probabilmente catturati come collaborazionisti dell'auto-proclamato Stato Islamico (Daesh).
Il comunicato patriarcale lamenta che tali dichiarazioni hanno l'effetto di esasperare i conflitti settari, e esprime l'augurio che nelle operazioni di riconquista di Mosul siano rispettati da tutti i principi base dell'etica militare. Fonti vicine al Patriarcato caldeo, contattate dall'Agenzia Fides, riferiscono che la sconfessione immediata delle affermazioni del militante mirano anche a stroncare sul nascere equivoci e strumentalizzazioni che potrebbero portare a rappresaglie nei confronti delle locali comunità cristiane.
Già in passato (vedi Fides 16/6/2016) il Patriarcato caldeo aveva preso le distanze nei confronti di miliziani operanti nei gruppi paramilitari che partecipavano a operazioni di guerra ostentando croci, effigi di Gesù e altri simboli cristiani. “Si tratta di singoli individui, che agiscono in maniera cattiva: l'ostentazione dei simboli cristiani è parte della cattiveria, e fomenta scontri di matrice religiosa, spirali di vendetta e nuove sofferenze” aveva riferito in propostito all'Agenzia Fides il Patriarca caldeo Louis Raphael I Sako.
In più occasioni, il Patriarcato caldeo ha voluto rimarcare la propria distanza anche dai gruppi armati attivi sullo scenario iracheno che cercano di rivendicare la propria affiliazione alle comunità cristiane locali. Lo stesso Patriarca Louis Raphael ha più volte suggerito ai cristiani che volevano partecipare alla liberazione delle città occupate dallo Stato islamico di arruolarsi nelle forze militari nazionali o nelle milizie Peshmerga, che fanno capo al governo della regione autonoma del Kurdistan iracheno, evitando in tutti i modi di dar vita a milizie settarie che finiscono per alimentare tutte le forme di “sedizione confessionale”.

Leggi tutto!
 

Premio della Fondazione Cardinale Franz König al patriarca caldeo Mar Louis Raphael I Sako

By Baghdadhope*

Il 17 febbraio ad Erbil sarà assegnato a Patriarca della Chiesa Caldea, Mar Louis Raphael I Sako,  il premio intitolato al premio Cardinale Franz König
La motivazione del premio è il riconoscimento degli "straordinari meriti del Patriarca nella protezione dei diritti dei cristiani orientali, fedeli testimoni del Vangelo di Cristo da 2000 anni." 
A consegnare il premio a Mar Sako sarà il neo presidente  della Fondazione Cardinale

König, Mons. Manfred Scheuer, vescovo di Linz (Austria) che sarà accompagnato in questo viaggio di solidarietà con i cristiani iracheni dal presidente della fondazione viennese Pro-Oriente Johann Marte, e quello della Initiative Christerlicher Orient und Freunde des Turabdin, (ICO) Dechant Slawomir Dadas.Nel corso della sua visita Mons. Scheuer incontrerà rappresentanti politici e delle altre confessioni cristiane e compirà un viaggio nei villaggi cristiani liberati della Piana di Ninive.   

Leggi tutto!

mercoledì, febbraio 15, 2017

 

Analysis: The Nineveh Plains and the Future of Minorities in Iraq

By Rudaw
Yousif Kailan

ISIS’s campaign of genocide against minorities of the Nineveh province spurred urgent dialogue among political leaders across all dominations on a question vital to Iraq’s future:  What can be done to protect Iraq’s vulnerable minorities? The systematic destruction of their homes forced Iraqi Christian, Yezidis and Turkmen off their ancestral lands, leaving them to face an uncertain future.   
The solution for Christians, Yezidis, and other minorities facing persecution in Iraq need not be to choose between emigrating to the West nor suffering in their country.   
Rather, creating a province in the Nineveh Plains for Christians, a Yezidi province in Sinjar and a Tel Afar province for Turkmen could preserve a lasting minority presence in Iraq and help empower local communities. The creation of these protected provinces would better help facilitate compensation for the loss of land, wealth, and belongings.

Part of Kurdistan?
With the Peshmerga announcing it will not withdraw from the Nineveh Plains, it is likely that a prospective Nineveh Plains province would fall under the control of the Kurdistan Regional Government as a semi-autonomous entity. With the KRG standing as the primary example of how decentralization can create prosperity and relative stability, the generally pro-decentralization Kurds could back a Christian-Yezidi province as long as it fell under KRG control. The KRG would also benefit from harvesting any oil found in the Nineveh Plains.
 
Some Christians of Nineveh have longstanding complaints with the KRG regarding land seizures and harassment by regional authorities. Similarly, some Yezidis have voiced concern with the KRG’s categorizing them as Kurds—some Yezidis consider themselves ethnically distinct from Kurds. Both groups are also wary of Peshmerga soldiers who abandoned positions in their villages as ISIS swept through their lands in 2014. Nonetheless, Christians and Yezidis easily chose prejudice in the KRG over persecution in Iraq. KRG attitude toward and treatment of minorities has also evolved--Christians and Yezidis cherish the stability and the freedom to worship they enjoy in KRG.

Security and Reconstruction
If properly trained and equipped, there are local forces that could serve as the framework for police and security forces in a Nineveh Plains province.  There are four main Christian security forces in the Plains: the Nineveh Plains Protection Units (NPUs), Nineveh Plains Forces (NPFs), Dwekh Nawsha, and the Babylon Brigades, who fight under the Hash’d al-Shaabi. Each militia has a different political leaning, but unity amongst Christians has been high since the ISIS attacks began. For the first time in generations, patriarchs and representatives of various churches have gathered to pray and discuss their community’s situation, such as when the non-profit 'In Defense of Christians' facilitated a meeting for the patriarchs with President Obama. Even more recently, an assorted group Christians met at the Chaldean Patriarchal headquarters in Erbil to discuss unity and the daunting task of returning to their destroyed homes after the liberation of Mosul.
 
However, many Iraqi Christians believe they should work towards the well-being of their country as a whole and not section themselves off. The lack of proper numbers or polling among Christians adds to the difficulty of trying to gauge the level of support for self-rule. However, it is clear that many Iraqi Christians, regardless of background, understand the need to take action to preserve their people. 
Yezidis mostly fight under the Sinjar Alliance, composed primarily of the Sinjar Resistance Units (YBS), who have proven to be controversial amongst Yezidis because their relationship with the PKK puts Yezidis in a precarious situation in intra-Kurdish and Kurdish-Iraqi politics. However, with their entire existence as a religious-ethnic group under threat, Yezidis could be unified under a Sinjar province and have a fair say in their own future.  
Establishing a province could expedite the process of sending foreign aid so churches, religious organizations or Yezidi NGOs could direct it to those most in need. With over 70% of towns in the Nineveh Plains destroyed, direct aid is indispensable. Diasporas would likely return to establish businesses or would invest in the province, if they were guaranteed security. This sort of economic stimulus is necessary for people to return to their villages.

A Target? 

One fear is that creating a province will place a target on the backs of minorities and that the same populations who turned on their neighbors will do so again someday. But the reality is that a target already does and will continue to exist no matter what.  
Whatever the future of the Nineveh Plains, it should be decided by the people who have lived there for thousands of years. Until Iraq is politically and economically stable, decentralization may be the only way to save its embattled communities. When stability returns, the diverse mosaic of Iraq’s minorities and ideas will surely return as well. In the meantime, Christians’ and Yezidis’ only chance of survival may be self-determination and self-governance. It is time for their neighbors to help.

*Yousif Kalian is a research assistant in the Arab Politics Program at the Washington Institute for Near East Policy.

Leggi tutto!

This page is powered by Blogger. Isn't yours?