venerdì, settembre 21, 2018

 

Ausiliare di Baghdad: giovani e famiglie, cuore della sfida missionaria della Chiesa caldea


La Chiesa caldea deve farsi missionaria e “andare incontro ai giovani e alle famiglie”, aiutandole in questo momento “di difficoltà” condividendone “i problemi e le sfide” primi fra tutti “la mancanza di lavoro” e “le guerre” che insanguinano la regione. È quanto afferma ad AsiaNews mons. Shlemon Warduni, vescovo ausiliare di Baghdad e braccio destro del patriarca, a conclusione dei lavori del Sinodo patriarcale caldeo dal 17 al 19 settembre ad Ankawa, quartiere cristiano a nord di Erbil, capitale del Kurdistan irakeno. “I problemi sono tanti - avverte il prelato - per questo oggi è ancora più urgente rafforzare l’impegno pastorale”.
In apertura dei lavori i presenti hanno ascoltato il messaggio inviato dal patriarca caldeo card. Louis Raphael Sako, il quale ha chiesto di cercare “nuove linee” per il piano pastorale. Il porporato ha invocato una particolare attenzione al tema dei giovani e delle famiglie, in un momento di profonda crisi storica e sociale che tocca anche l’Iraq dove si moltiplicano casi di separazioni, famiglie divise, di crisi del nucleo fondante della società. Un lavoro che, aggiunge il card Sako, deve guardare al prossimo Sinodo dei giovani in programma a Roma dal 3 al 28 ottobre sul tema: “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”.
Per quanto concerne le sfide della famiglia cristiana, vescovi e sacerdoti hanno sottolineato l’importanza di alimentare la fede nelle case, soprattutto fra i giovani che devono affrontare una cultura del continuo cambiamento, la ricerca di un facile profitto e una immediata soddisfazione. Da qui il proposito di potenziare i centri di ascolto, gli incontri e le conferenze, rafforzando il ruolo dei pastori per la “risoluzione di problemi coniugali”, senza “imporsi” ma “rimanendo al servizio”.
I giovani, davanti al problema della migrazione, devono essere aiutati a costruire il proprio futuro: nel matrimonio, nella vita quotidiana, nella crescita sociale e professionale, nella salvaguardia dei valori che sono alla base della vita. Sacerdoti e laici devono aiutarli nel percorso di formazione, incoraggiandoli a completare gli studi e ribadendo l’importanza del matrimonio e della formazione familiare, abbracciando anche i fedeli della diaspora.
“Giovani e famiglie - sottolinea mons. Warduni - sono un tema centrale e ricorrente nella vita della Chiesa globale, oggi. Per questo il patriarca Sako ha voluto promuovere questo incontro, analizzando i problemi e cercandone le risposte attraverso il confronto fra sacerdoti e vescovi. La famiglia riverse sempre un ruolo centrale nella società, a fronte di sfide e minacce. Ecco perché anche noi dobbiamo cercare nuove vie di incontro e risposte alle necessità. Essa costituisce un elemento di forza per la Chiesa ed è al suo interno che viene coltivata e praticata la fede”.
Oggi, prosegue il prelato, bisogna “sempre più andare incontro alle persone”, in particolare a quanti “si sono allontanati dalla Chiesa e dal Signore”. In questo senso sono “i preti a dover dare, per primi, il buon esempio” ed è anche per questo che il Sinodo caldeo intende rafforzare il criterio di selezione e scelta di “candidati al sacerdozio e alla vita monastica”. Vogliamo “ampliare i momenti di incontro e confronto” sottolinea mons. Warduni, perché “comprendano sempre più che siamo loro vicini, aiutandoli a diventare semi di pace in un contesto troppo spesso di violenze e conflitti”.
La mancanza di lavoro, di sicurezza, le difficoltà economiche, la migrazione rappresentano il cuore della sfida missionaria e la Chiesa è chiamata a “essere sempre più presente e partecipe”. Proprio dai giovani irakeni, conclude il prelato, può partire il messaggio che la famiglia è “la base su cui ricostruire il futuro e la società. E che non bisogna solo parlare, lamentarsi, denunciare le difficoltà ma è necessario agire per affrontare i problemi e trovare soluzioni condivise”.

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Elezioni in Kurdistan, i Partiti si contendono i 5 seggi riservati ai cristiani

By Fides

Sono almeno diciotto i candidati che si contenderanno i cinque seggi riservati ai cristiani alle prossime elezioni della Regione autonoma del Kurdistan iracheno, in programma il prossimo 30 settembre. Ma la corsa dei Partiti maggiori ad accaparrarsi anche la quota di posti in Parlamento riservata ai candidati cristiani sta alimentando polemiche, e crescono tra gli elettori cristiani gli appelli a boicottare la competizione elettorale.
A gareggiare per accaparrarsi i seggi riservati ai cristiani saranno cinque candidati della lista Rafidain, tre candidati della Lista democratico-cristiana, cinque candidati del Consiglio delle nazioni caldee e assire e cinque candidati della Coalizione dell'Unione nazionale. Ma sembrano confermate le indiscrezioni secondo cui i Partiti maggiori, come il Partito democratico del Kurdistan (Kurdistan Democratic Party, KDP) e il Movimento del cambiamento (Movimento Gorran) spingeranno una parte dei propri elettori a votare per i candidati dei seggi riservati ai cristiani, in modo da allargare la loro base parlamentare. In concreto, secondo quanto riportato da Rudaw, il KDP sosterrebbe candidati del Consiglio nelle nazioni caldee e assire, mentre Gorran sosterrebbe candidati della Lista democratico-cristiana.
La maggior parte dei candidati ai seggi riservati ai cristiani proviene dal governatorato di Dahuk. La lista Abnaolnahrain, gestita da militanti politici cristiani, ha deciso di boicottare le elezioni dopo che si erano arenati i progetti di modificare i regolamenti elettorali in modo da garantire l'effettiva elezione di appartenenti alle minoranze religiose nei seggi a esse riservati (tra i quali figura anche un seggio riservato alla minoranza armena).
I seggi del Parlamento della Regione autonoma del Kurdistan iracheno sono 111.
L'assemblea parlamentare uscente era dominata dal KDP dell'ex Presidente Mas'ud Barzani, con 38 seggi, i rivali dell'Unione patriottica del Kurdistan occupavano 18 seggi. Il Movimento Gorran, sempre all'opposizione, nel Parlamento uscente, occupava 24 seggi.



KRG election: 18 Christian candidates compete for 5 quota seats
Rudaw

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mercoledì, settembre 19, 2018

 

H.B. Patriarch Cardinal Sako sent a Letter today 19 September 20018 the New Iraqi Parliament


H.B. Patriarch Cardinal  Sako  sent a Letter today 19 September 20018  the New  Iraqi Parliament
Ladies and Gentlemen, Peace be with you all,

First: I extend my sincere congratulations and blessings to the Presidency of the new Parliament and to the new deputies. I wish you the best of your hard work at this difficult stage.


Second: I found it appropriate to remind you of the frustration and disappointment of Iraqis due to:  the failure of the successive Governments, since 2003 to establish a sound foundations for this country; security problems; the wide-spread corruption; increase of illiteracy up to %8.3; extremism and sectarianism; struggles and divison among different Iraqi ethnic groups; The unemployment rate is % 22.6,  and the deterioration of health, education, and service institutions.


Third: In light of such painful reality, I think you must work in one spirit for the “New Iraq”, so that the current problems enlighten your way to bear the responsibility of overcoming the differences as well as building the future by having a firm determination and thoughtful stances. All this can be achieved through activating dialogue and building bridges to serve reconciliation, harmony and stability, and  not for revenge, relics and deviousness.
In reality, we are one family and Iraq is the “homeland we share”, so we should get rid of all the barriers and preserve our diversity to maintain the “unique” Iraqi beautiful national, humanitarian and religious fabric.

Fourth: This kind of development will be achieved when each one of you will work closely with his/her colleague, sharing with him/her the homeland and citizens’ concerns, so as to heal the wounded hearts. This can be accomplished by realizing community reform that is able to afford a healthy educational environment, openness and pluralism, rather than darkness and exclusion.


I also call upon Christian representatives to unite and cooperate among themselves as well as with their colleagues for the benefit of all Iraqis. They must make every single effort to legislate laws that explicitly recognize our existence and guarantee our full rights, especially that we have suffered a lot.
Finally, we ask God to enlighten your way to choose the path of love, justice, truth and peace, and to give the priority to our beloved country and its’ nation. This is the only way that helps our people to regain some confidence and hope to keep up their aspirations.

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martedì, settembre 18, 2018

 

Card. Sako al clero caldeo: social e pastorale, una nuova via per testimoniare il Vangelo

By Asia News

La Chiesa e i suoi pastori, ai quali è affidato il compito di “comunicare” il messaggio al popolo di Dio, devono trovare “un nuovo approccio” per “adempiere a questa importante missione”, partendo in primis “dall’uso che viene fatto dei social media”. È quanto scrive il primate caldeo, il card Louis Raphael Sako, in un messaggio inviato al clero riunito dal 17 al 19 settembre ad Ankawa, quartiere cristiano a nord di Erbil, capitale del Kurdistan irakeno. Nella missiva, inviata per conoscenza ad AsiaNews, il porporato invita all’uso di una liturgia “espressiva, comprensibile e destinata a diventare occasione di grazia” e “fontana di vita” per i fedeli.
Al Sinodo patriarcale partecipano vescovi e sacerdoti, fra i quali gli ausiliari di Baghdad mons. Shlemon Warduni e Basilio Yaldo, oltre all’arcivescovo di Erbil (padrone di casa) mons. Bashar Warda e al vescovo di Amadiya e Zākho Rabban al-Qas. Prima di iniziare i lavori, mons. Warduni ha letto ai presenti il messaggio del patriarca caldeo che ha tracciato le linee guida e ha indicato alcuni punti di discussione, sui quali preti e vescovi dovranno formulare opinioni e proposte. 
Fra le priorità tracciate dal card. Sako la ricerca di “nuove linee” per il piano pastorale, in particolar modo per i giovani e le famiglie in un momento di profonda crisi storica e sociale. Un lavoro che, aggiunge, deve guardare al prossimo Sinodo dei giovani in programma a Roma dal 3 al 28 ottobre e voluto con forza da papa Francesco sul tema: “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”.
“Oggi la Chiesa - avverte il porporato - dovrebbe essere più consapevole del suo ruolo inclusivo. E deve farlo osservando, ascoltando, analizzando, interagendo e rispondendo alle domande sempre più pressanti del suo popolo”. A questo vanno aggiunge “varie attività” pastorali, che si vanno ad integrare all’ascolto e alla riflessione. In caso contrario, osserva, il rischio è che l’istituzione finisca per “irrigidirsi” su se stessa e non sia più in grado di fornire un “aiuto” reale al suo popolo. 
Vescovi e sacerdoti devono “prendersi cura” delle persone e contribuire al raggiungimento degli obiettivi di “giustizia sociale, uguaglianza e pace”; per far questo la Chiesa, ovunque si trovi, “deve prestare una attenzione totale alla ‘realtà’ del suo popolo: le preoccupazioni, le paure, i timori e le aspirazioni” che ne animano la vita con una “ferma determinazione”. 
Il patriarca caldeo invita i partecipanti a indicare “suggerimenti seri e utili” che sappiano rispondere alle domande “della situazione corrente” ed esaltino “la leadership che ci viene richiesta in quanto pastori, in un momento di grande difficoltà”. È importante, aggiunge il card. Sako, approfondire in questo incontro “alcuni temi che sono centrali per la nostra missione e per la nostra opera pastorale, come vescovi e come sacerdoti”. 
Anche la liturgia, conclude, non può essere una “ripetizione robotica” di parole vuote o un freddo meccanismo di insegnamento “dei principi della fede”, se essa non è accompagnata da un’opera di comprensione e di testimonianza attraverso le opere. “Il Vangelo è un progetto di vita, un messaggio di speranza e noi, in quanto custodi della fede, dobbiamo essere preparati a garantire la ‘continuità’ degli insegnamenti della Chiesa” da modellare sull’attuale contesto sociale, economico, politico e psicologico “in trasformazione”.

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lunedì, settembre 17, 2018

 

The message of Cardinal Patriarch Sako to the Chaldean bishops and priests in Iraq


Patriarch Sako addressed  a message to the Chaldean bishops and priests in Iraq in the occasion of their meeting in Ankawa17-19 September 2018 to look  for new   lines of a pastoral plan for young people and families suitable to  their current circumstances  and  in light of  the next synod of youth in Rome 3-28 October,

Dear Bishops,
Dear Priests,
May the peace of the Lord Jesus Christ fill your hearts.
It is my pleasure to begin with greeting you individually, and to thank you for your participation in this meeting. I hope that each one of us will take his responsibility that enable “this gathering” to come out with serious and useful suggestions that are appropriate for our current situation and reflect strongly on the teamwork and leadership required from “Shepherds” at this time.
I would like to emphasize the importance of this meeting, discussion and consultation on certain themes of our mission and our comprehensive pastoral work as bishops and priests during this difficult circumstances and “totally different” compared to the past.
Today, we can neither recite our liturgical celebration “robotically” nor use the “spoon feeding” mechanism to teach our people the principles of faith away from comprehensive words and life testimony.
Since the Gospel is a life project, and a message of hope, we “as custodians of faith” must be prepared to care seriously and integrally about the “continuity of the teaching of the Church. We should faithfully update it and present it compatible with Tradition, but with the reality and culture of this generation, taking into account the mentality, economic, social, political and psychological transformation. This way we will be able to accompanying our people in these harsh conditions by expressing our closeness, readiness to serve and love to them.
The Church (represented by us, who are entrusted with communicating its’ message to people), must seek a new approach to accomplish this important mission, such as the use of social media. Similarly, Liturgy should be expressive, understandable and destined to become occasions of grace and “fountain of living” for faithful. As you know, it is our Liturgy, which kept our faith along our history even during persecutions.
Today, the Church should be more aware of its inclusive role, by seeing, listing, analyzing, interacting, answering the questions of our people as well as undertaking various activities in order to serve and form them. Otherwise, in the absence of searching, suggesting and renewing, the Church would be rigid and helpless.
Therefore, it is the obligation of the Church (all of us through it) to take care of people’s affairs, including social justice, equality and peace.
The local Church (wherever is located geographically) must pay  total attention to the “reality” of its’ people: their concerns, worries, fears and aspirations to face them with firm determination, with deliberate, thoughtful and unhurried stances. I recall here what St. Paul the Apostle recommended in the letter to Galatians: “They asked nothing more than that we should remember to help the poor, as indeed I was anxious to do in any case” (2/10).
Thank You.

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Sinodo giovani, pubblicato l’elenco dei partecipanti


La Sala Stampa vaticana ha pubblicato l’elenco dei partecipanti alla XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, dal 3 al 28 ottobre 2018, su “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”. Il primo dell’elenco è ovviamente il Papa che presiederà l’assemblea sinodale, seguito dal segretario generale, il cardinale Lorenzo Baldisseri, e dai quattro presidenti delegati: il cardinale Louis Raphaël I Sako, patriarca di Babilonia dei Caldei, capo del Sinodo della Chiesa Caldea (Iraq); il cardinale Desiré Tsarahazana, arcivescovo di Toamasina (Madagascar); il cardinale Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon (Myanmar); il cardinale John Ribat, arcivescovo di Port Moresby (Papua Nuova Guinea).

C’è poi la Commissione per l’Informazione, con presidente Paolo Ruffini, prefetto del Dicastero per la Comunicazione, e come segretario il padre gesuita Antonio Spadaro, direttore della rivista “La Civiltà Cattolica”. Presidente della Commissione per le Controversie è il cardinale Giuseppe Versaldi, prefetto della Congregazione per l’Educazione Cattolica. Due i membri di questa Commissione: monsignor Charles Jude Scicluna, arcivescovo di Malta, e monsignor Godfrey Igwebuike Onah, vescovo di Nsukka (Nigeria).


Segue l’elenco completo dei Padri sinodali provenienti da tutto il mondo, di nomina pontificia, eletti ed ex officio, con i collaboratori, uditori e uditrici, consultori, assistenti e delegati fraterni delle varie Chiese cristiane. Sotto-segretario del Sinodo dei vescovi è monsignor Fabio Fabene, vescovo titolare di Montefiascone. Per quanto riguarda i membri di nomina pontificia si possono ricordare gli italiani, Giuseppe Bertello, presidente del Governatorato dello stato della Città del Vaticano, il cardinale vicario di Roma Angelo De Donatis, l’arcivescovo Vincenzo Paglia, gran cancelliere dell’Istituto Giovanni Paolo II e l’arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi.

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Nell’intervento del cardinale Sandri all’incontro conclusosi all’Urbaniana. La situazione dei cristiani in Medio oriente

By L'Osservatore Romano in Il Sismografo blogspot

C’è uno stile cristiano «di stare in Medio oriente» e bisogna aiutare pastori e fedeli a riscoprirlo e a viverlo. Questo stile è quello che il Papa ha posto come chiave di volta del suo pontificato: Evangelii gaudium. Lo ha sottolineato il cardinale Leonardo Sandri a conclusione dell’incontro di lavoro sulla crisi in Iraq, in Siria e nei paesi limitrofi, promosso dal Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale.
Il prefetto della Congregazione per le Chiese orientali — intervenendo venerdì 14 settembre, alla Pontificia università Urbaniana, con una riflessione sul tema «Nel deserto preparate la via al Signore: percorsi per il ritorno, pellegrinaggio alle sorgenti» — ha ribadito quello che Papa Francesco ha più volte ripetuto: un Medio oriente senza i cristiani non sarà più Medio oriente. Questa affermazione, ha aggiunto, «si fa eco della visione della Santa Sede, che solo nel 2010 aveva dedicato un intero sinodo speciale per il Medio oriente», volendo rilanciare la regione sotto il binomio “comunione e testimonianza”.
Alcuni processi che il sinodo «aveva solo indicato, sono rimasti come congelati». Anche per questo, ha constatato, si è ancora «costretti ad assistere da un lato a forme di imposizione dall’esterno di democrazie molto sterili se non controproducenti», e dall’altro «al sorgere di forme di fondamentalismo, talora combattute solo a parole dagli attori internazionali che avrebbero il potere di arginarne il dilagare».
Purtroppo, è l’analisi del porporato, «sul discernimento delle situazioni concrete c’è stata e a volte rimane almeno qualche perplessità fra la disamina che fanno coloro che abitano quelle regioni» — come testimoniano tanti interventi di patriarchi e vescovi — e «i tanti osservatori internazionali». Di fatto, ogni sofferenza «rimane sofferenza indipendentemente da chi la viva e come tale va evitata o alleviata». Ma alcune di queste sofferenze, ha sottolineato il cardinale, sono state di fatto «provocate da politiche internazionali dissennate e alimentate da schieramenti contrapposti».
«Oltre ad aiutare — ha aggiunto — non possiamo se non portare avanti oggi il “metodo” fortemente voluto e inaugurato» dal Papa con l’incontro di Bari del 7 luglio: «ritrovarsi, pregare, ascoltarsi, non avendo paura di chiamare per nome il male nelle sue diverse forme» ma tenendo insieme una «capacità profetica che offre una parola anche al nostro essere Chiese in e del Medio oriente», senza rinchiudersi quindi soltanto «nel recinto del libro delle lamentazioni». Perché il deserto «può essere inteso in modo soltanto umano: luogo di aridità, di pericolo, di mancanza di risorse e di morte». Ma per i credenti «è il luogo dell’incontro con Dio, del cammino di liberazione, del dono delle dieci parole, della provvidenza di Dio che ci consente di superare le prove e le tentazioni». Il prefetto ha poi ricordato la visita compiuta in Siria lo scorso anno dal segretario del dicastero, l’arcivescovo Cyril Vasil’, che ha incontrato ad Aleppo una famiglia composta da due sposi e tre ragazzi. Tutti avevano il passaporto venezuelano. Gli hanno detto: «Padre, lei conosce la situazione del Venezuela oggi. Abbiamo scelto di tornare a casa, ad Aleppo, per iniziare qui una nuova vita». E grazie al progetto “Aleppo vi aspetta”, circa sessanta famiglie sono già tornate.
In ogni caso, ha chiarito il cardinale, il recupero degli spazi abitativi per «un possibile e auspicato ritorno», benché «in una prima fase forse non potrà evitare di essere protetto anche militarmente», non deve portare in alcun modo «all’istituzione di “zone protette” quasi come le riserve dei nativi americani di una volta». Infatti, il «principio di coabitazione e di comune cittadinanza» — che tra l’altro ha trovato accoglienza almeno formale nel mondo islamico dopo il convegno dell’Università Al-Ahzar cui ha partecipato lo stesso Pontefice — deve «essere salvaguardato come ci chiedono giustamente i pastori del Medio oriente». Certamente si tratta di un cammino lungo, che «volendo essere realisti non farà tornare tutto come era prima, tuttavia è iniziato».
In questo senso, «vanno sostenuti tutti gli sforzi di patriarchi e vescovi», anche se il «solo livello materiale alla lunga si rivelerà fragile e insufficiente». Infatti, secondo il porporato, immaginare di essere «Chiesa in Medio oriente evitando o fuggendo i conflitti, o tentando di risolverli con logiche non evangeliche forse preserverà le nostre strutture» ma non «alimenterà la fede e la speranza dei nostri cristiani». Per questo, ha sottolineato, non possiamo più concepire «il nostro stare in Medio oriente soltanto e semplicemente come un diritto, che ci renderebbe fatalmente parte fragile di un conflitto e di una guerra». Stare e restare nel territorio «delle nostre Chiese, lacerato da ogni forma di violenza e conflitti, sarà sempre più per noi vocazione e scelta». Bisogna dunque partire non tanto «dalla situazione delle nostre Chiese e comunità che può a volte preoccupare», ma dalla vocazione che «le nostre Chiese hanno in questo contesto così difficile».

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venerdì, settembre 14, 2018

 

Spentosi a Beirut l'ex arcivescovo dell'Arcieparchia Armena Cattolica di Baghdad: Mons. Emmanuel Dabbaghian

By Baghdadhope*

Il sito del Patriarcato Caldeo riporta la notizia della morte ieri a Beirut di Mons. Emmanuel Dabbaghian, ex vescovo di Baghdad della chiesa armena cattolica.
Una funzione religiosa in memoria del vescovo ed alla quale hanno partecipato anche il patriarca della chiesa caldea, Cardinale Mar Louis Sako ed il suo vicario, Mons. Basel Yaldo, si è svolta oggi nella chiesa armena di Um al-Zuhur a Baghdad.
L'Arcivescovo Emmanuel Dabbaghian ha retto l'Arcieparchia armena di Baghdad dal 2007 al 2017. Nel giugno del 2018 il santo Padre ha nominato
Amministratore Apostolico di quella sede il Rev.do Nersès (Joseph) Zabbara, del clero di Aleppo degli Armeni. 
Mons. Dabbaghian era nato ad Aleppo (Siria) nel 1933 da una famiglia fuggita dalla Turchia e dalle violenze contro gli armeni. Nel 1961 entrò nel seminario di Bzommar in Libano e successivamente completò i suoi studi presso l'Università Gregoriana di Roma. Ordinato sacerdote il 25 dicembre del 1967 dopo avere svolto molti altri incarichi nel 2007 fu nominato vescovo di Baghdad dove rimase fino al suo ritiro.
Sul sito del patriarcato caldeo lo si descrive come uomo umile, spirituale e dotato di voce melodiosa. 

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Udienza ai Partecipanti al VI Incontro di lavoro sulla crisi in Iraq, in Siria e nei Paesi limitrofi


Alle ore 12.15 di questa mattina, nella Sala del Concistoro del Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza i partecipanti al VI Incontro di coordinamento degli Organismi caritativi cattolici operanti in Iraq, in Siria e nei Paesi limitrofi, promosso dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, in particolare dalla Sezione Migranti e Rifugiati, in collaborazione con la Segreteria di Stato e la Congregazione per le Chiese Orientali, in corso dal 13 al 14 settembre presso la Pontificia Università Urbaniana.
Pubblichiamo di seguito il discorso che il Papa ha rivolto ai presenti all’Udienza:
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
saluto e ringrazio tutti voi che partecipate a questo sesto incontro di coordinamento sulla risposta della Chiesa alla crisi in Iraq, in Siria e nei paesi vicini, incontro che quest’anno coinvolge anche la Sezione Migranti e Rifugiati.
Ringrazio particolarmente il Cardinale Peter Turkson e il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale per aver organizzato questo incontro, in collaborazione con la Segreteria di Stato e la Congregazione per le Chiese Orientali. Ringrazio anche il Signor Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, per la sua presenza e per il lavoro che svolge a favore dei rifugiati. Grazie tante!
Da troppi anni i conflitti insanguinano quella regione e la situazione delle popolazioni in Siria e in Iraq e nei Paesi vicini continua a destare grande preoccupazione. Ogni giorno, nella preghiera, porto davanti al Signore le sofferenze e le necessità delle Chiese e dei popoli di quelle amate terre, come pure di coloro che si prodigano per dare loro aiuto. E questo è vero: ogni giorno.
Con la vostra terza indagine sull’aiuto umanitario delle entità ecclesiali, state apportando un importante contributo per meglio comprendere le necessità e meglio coordinare gli aiuti in favore di queste popolazioni.
Come ho più volte ricordato, esiste il rischio che la presenza cristiana sia cancellata proprio nella terra da cui si è propagata nel mondo la luce del Vangelo. In collaborazione con le Chiese sorelle, la Santa Chiesa lavora assiduamente per garantire un futuro a queste comunità cristiane.
La Chiesa intera guarda a questi nostri fratelli e sorelle nella fede e li incoraggia con la vicinanza nella preghiera e la carità concreta a non rassegnarsi alle tenebre della violenza e a tenere accesa la lampada della speranza. La testimonianza d’amore con cui la Chiesa ascolta e risponde al grido di aiuto di tutti, a partire dai più deboli e poveri, è un luminoso segno per il presente e un seme di speranza che germoglierà nel futuro.
Quest’opera squisitamente cristiana mi ricorda alcuni passaggi della cosiddetta “Preghiera semplice” attribuita a San Francesco d’Assisi: «Dov’è odio, fa’ che io porti l’amore [...]. Dov’è disperazione, che io porti la speranza. Dov’è tristezza, che io porti la gioia».
Tra le molte lodevoli iniziative da voi promosse, mi preme quest’anno citare il grande lavoro per sostenere il rientro delle comunità cristiane nella piana di Ninive, in Iraq, e le cure sanitarie assicurate a tanti malati poveri in Siria, in particolare attraverso il progetto “Ospedali Aperti”.
Cari fratelli, insieme, con la grazia di Dio, guardiamo al futuro. Incoraggio voi, che operate a nome della Chiesa, a continuare a prendervi cura dell’educazione dei bambini, del lavoro dei giovani, della vicinanza agli anziani, della cura delle ferite psicologiche; senza dimenticare quelle dei cuori, che la Chiesa è chiamata a lenire: «Dov’è offesa, che io porti il perdono. Dov’è discordia, che io porti l’unione».
Chiedo infine, con forza, alla Comunità internazionale di non dimenticare i tanti bisogni delle vittime di questa crisi, ma soprattutto di superare la logica degli interessi e di mettersi al servizio della pace ponendo fine alla guerra.
Non possiamo chiudere gli occhi sulle cause che hanno costretto milioni di persone a lasciare, con dolore, la propria terra. Nello stesso tempo incoraggio tutti gli attori coinvolti e la Comunità internazionale a un rinnovato impegno in favore del rientro sicuro degli sfollati alle loro case. Assicurare loro protezione futuro è un dovere di civiltà. È asciugando le lacrime dei fanciulli che non hanno visto altro che macerie, morte e distruzione che il mondo ritroverà la dignità (cfr Parole a conclusione del dialogo, Bari, 7 luglio 2018). A tale proposito, ribadisco il mio apprezzamento per i grandi sforzi a favore dei rifugiati compiuti da diversi Paesi della regione e dalle varie Organizzazioni tra cui alcune qui rappresentate.
Facciamo nostra ancora la Preghiera: «O Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace [...]. Dove sono le tenebre, che io porti la luce». Essere strumenti di pace e di luce: è l’augurio che faccio ad ognuno di voi. Dal profondo del cuore: grazie per tutto quello che fate ogni giorno, insieme a tanti uomini e donne di buona volontà. Grazie, grazie! Il Signore vi benedica e la Madonna vi accompagni.

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U.N. Is Called to Recognize Christian Genocide

By National Review
Marlo Safi

This week, the United Nations Human Rights Council began its third (and last) regular session of the year, where a major ally of persecuted Middle Eastern Christians will again implore the U.N. to recognize the genocide of Syrian and Iraqi Christians.

At the 39th UNHRC session, which runs from September 10 to September 28, the European Centre for Law and Justice will be presenting an appeal to the Council to recognize ISIS's ongoing, rampant persecution of Christians in Iraq and Syria as a "genocide," as it's enshrined in the Convention on the Prevention and Punishment of the Crime of Genocide.
The European Centre for Law and Justice (ECLJ) is the American Center for Law and Justice's European affiliate, and it has been a consistent advocate for persecuted minorities in the Middle East. Their testimony at this session will be their seventh declaring that ISIS is committing genocide against Christians and other religious and ethnic minorities. Before this, their most recent testimony was May 25, when they requested that the U.N. appoint a special adviser to lead an investigative team to collect and preserve evidence of the genocide.
According to their written statement for the September 10th session, the declaration of genocide is necessary because it allows for aid that is otherwise unavailable for the victims, and it allows the U.N. to take the steps necessary to "fully halt the genocide and fulfill its responsibility to protect the victims."
While many ISIS-controlled areas have been liberated in Syria and Iraq, Christians are returning to destitute towns without electricity, water, or a sense of security, with the threat of terror still looming.
"The reality is we cannot stay without the U.S. or the U.N. helping to protect Nineveh directly," Father Afram al-Khoury Benyamen told Fox News after Sunday Mass in 2017 at St. George Cathedral, a 133-year-old church in Bahzani, Iraq. "With international protection, maybe we can remain, but if it doesn't come soon . . . we go."
According to a study by Aid to the Church in Need, the treatment of Christians has worsened substantially in the past two years compared with the two years prior and is more violent now than at any other period in modern time. Between the onset of the Syrian war in 2012 and 2017, the number of Christians dropped from 1.5 million to 500,000. In Aleppo, Syria, which was home to Syria's largest Christian population, numbers fell from 150,000 to 35,000 by the spring of 2017, which is a drop of more than 75 percent. In Iraq, over half of the country's Christians are internal refugees, and the report predicts that Christianity in Iraq could be effectively wiped out by 2020 if the population continues to decline as it has in the past two years.
Aid to the Church also accuses the U.N. and Western media of neglecting persecuted Christians: "At a time in the West when there is increasing media focus on the rights of people regardless of gender, ethnicity, or sexuality, it is ironic that in much of the secular media there should be such limited coverage of the massive persecution experienced by so many Christians."
While the U.N. did appoint the special adviser, as the ECLJ requested, the U.N.'s declaration of the persecution of Christians in the region as "genocide" would be the most consequential step in facilitating and achieving lasting resettlement for the victims.
ISIS's crimes against Christians include beheadings, burning victims alive in caskets, and rape. "No one cares about us, like we are not human," said one Christian survivor about the U.N.'s inaction.
The Christians in Iraq and Syria are considered some of the oldest continuous Christian communities in the world, and in Iraq, the Assyrians and Chaldean Christians are the indigenous people and speak Eastern Aramaic. Thomas the Apostle and Mar Addai brought Christianity to Iraq in the first century. Residents of Syria's ancient Christian town of Maaloula also speak Aramaic, the language of Christ; Maaloula is among the last communities in the world to speak the nearly extinct language.
"The U.N. must defend the rights of all religious minorities, including the Christians in Iraq, Syria, and any other place where ISIS has been engaging in genocide -- without delay," notes the ECLJ testimony for the current session. "The very mission of this organization requires nothing less."

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giovedì, settembre 13, 2018

 

Card. Parolin: ideologia dell'Isis non ancora scomparsa

By Radiovaticana
Amedeo Lomonaco

Intervenendo all’incontro sulla crisi umanitaria in Siria e in Iraq, il cardinale Pietro Parolin ha ricordato che in questi Paesi “si è assistito alla sconfitta militare del cosiddetto Stato islamico”, anche se gruppi isolati “permangono o continuano ad avere il controllo di alcune sacche di territorio”. La Santa Sede- ha osservato - continua a richiamare "i diversi attori politici sulla necessità di trovare una soluzione globale ai problemi del Medio oriente, con particolare attenzione a garantire la presenza dei cristiani e delle varie minoranze nelle loro terre di origine". Cresce intanto l'attesa per l'incontro, domani, di Papa Francesco con i partecipanti alla riunione promossa dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale.

Dialogo e negoziato

A margine della riunione, il cardinale Parolin ha anche detto che “il Papa continuerà a ripetere i suoi appelli perché noi siamo convinti che solo se si sceglie la strada del dialogo e del negoziato si potrà arrivare a una soluzione pacifica e duratura”. “La situazione in Siria dopo tanti anni di guerra – ha aggiunto il porporato - è così deteriorata che non è facile ricominciare ma ci sono anche le premesse positive e queste vanno valorizzate in vista di una soluzione negoziata e pacifica e di una ricostruzione”

Gravi rischi in Siria

Durante la riunione, il segretario di Stato ha poi spiegato che “in Siria si assiste ancora ad un complesso processo politico-militare, i cui esiti rimangono ancora incerti”. “Siamo stati testimoni – ha sottolineato – di violenze inaudite e di una crisi umanitaria senza precedenti”. “La Santa Sede continua ad essere gravemente preoccupata per l’aumento della tensione tra gli attori regionali e internazionali che hanno fatto della Siria territorio di scontro di una guerra per procura”. “In assenza di prospettive di pace e di speranza per il futuro, in assenza di un processo di giustizia e riconciliazione, in assenza di uno sforzo di rimarginazione delle ferite che coinvolga tutte le componenti delle rispettive società, si rischia la riattivazione prima o poi del fuoco che cova sotto le ceneri”.

Luci e ombre in Iraq

In Iraq, ha sottolineato il porporato, è stato possibile avviare “il processo di ricostruzione materiale dei luoghi distrutti, in particolare dei villaggi cristiani della Piana di Ninive, e il progressivo e lento rientro dei cristiani nelle loro case”.  Purtroppo - ha osservato il cardinale Parolin - le tensioni tra il governo centrale di Baghdad e il governo regionale del Kurdistan “continuano ad avere degli effetti sulla normalizzazione della vita delle comunità cristiane con forti preoccupazioni per il futuro e per il pericolo di cambiamenti nell’assetto demografico di quel territorio, culla del cristianesimo in Iraq”.

I dati della crisi irachena e siriana

Il cardinale Peter Turkson, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, ha ricordato gli allarmanti dati che riguardano la crisi siriana e irachena. “A più di sette anni dall’inizio del conflitto in Siria – ha detto il porporato - le Nazioni Unite stimano più di 13 milioni di persone in stato di necessità in Siria, di cui più di 5 milioni di bambini, e quasi 9 milioni in Iraq, di cui più di 4 milioni di bambini. Più di 5.6 milioni sono i rifugiati siriani registrati nei paesi limitrofi, in particolare in Turchia, Libano e Giordania, mentre 6 milioni sono gli sfollati interni in Siria e 2 milioni in Iraq”. Sono dati – ha aggiunto il cardinale Turkson – che “mostrano quanto lavoro sia ancora necessario per aiutare le vittime della crisi. “Per questo la Chiesa nonostante la crisi prolungata – ha concluso il porporato - mantiene un impegno importante e capillare”.

Il nunzio in Iraq: i cristiani iracheni sostenuti dalla fede 

Il processo di ricostruzione, seppur lentamente, in Siria e in Iraq è già iniziato. In quest’ultimo Paese, una ulteriore speranza è alimentata anche dal ritorno dei cristiani nei loro villaggi nella piana di Ninive. Il nunzio apostolico in Iraq e in Giordania, mons. Alberto Ortega Martín, sottolinea a Vatican News che queste persone sono sostenute dalla fede. "La testimonianza di questi cristiani iracheni è un tesoro per tutta la Chiesa". "Noi possiamo imparare da questa fede". Nell'ultimo anno la situazione in Iraq è migliorata. Una visita di Papa Francesco nel Paese - ha poi affermato il presule - sarebbe un grande sostegno per la Chiesa e per la pace in Medio Oriente.
Grazie a Dio la situazione in Iraq è migliorata, soprattutto a partire dall’anno scorso, dal momento in cui è stata dichiarata la vittoria militare contro il cosiddetto Stato islamico. Molti cristiani stanno rientrando nei loro villaggi di origine e questo è un fatto che incoraggia tutti e che ci dà grande speranza: ad esempio nella città di Qaraqosh, la principale città cristiana in Iraq, più di 5600 famiglie sono già rientrate.  E anche in altri paesini e villaggi ci sono altre famiglie che ora sono rientrate. In ogni caso, si tratta di quasi la metà delle famiglie che c’erano prima. Questo è un dato molto positivo. C’è tanto da fare, le condizioni sono ancora un po’ precarie, ma è molto incoraggiante il fatto che siano rientrate.
Come la Chiesa accompagna e favorisce questo ritorno così importante e vitale anche per il futuro dell’Iraq?
Questa è certamente una buona notizia non solo per la Chiesa ma per la società intera, dal momento che i cristiani sono chiamati a svolgere un ruolo di grande importanza come artefici di pace, di riconciliazione, e anche di sviluppo. La Chiesa cerca di aiutarli anche materialmente e di sostenerli spiritualmente. Ed è molto bello il fatto che sia la fede a muovere queste persone: per la fede molti hanno perso tutto, e per la fede adesso rientrano anche se non hanno tutte le garanzie. Questo ritorno è un diritto. E’ un diritto che chi è stato cacciato via per la fede possa rientrare nei villaggi di origine.
Molte di queste persone sono passate anche attraverso l’inferno della persecuzione. Però la fede tocca veramente i cuori e non svanisce mai…
Per questo io dico sempre che la testimonianza di questi cristiani iracheni è un tesoro per tutta la Chiesa. Ci hanno testimoniato il valore della fede, il valore del Signore per il quale hanno perso tutto. E noi possiamo imparare da questa fede. Una fede che adesso li sta incoraggiando a rientrare e a continuare a costruire la società insieme con tutti i loro fratelli dei diversi gruppi.
Queste persone che rientrano nelle loro case dopo aver sofferto tanto sentono anche la vicinanza della Chiesa universale, del Papa, del Vicario di Cristo…
Sì, le parole del Papa – in un Angelus o al termine di un’Udienza – hanno effetti molto positivi. Anche il fatto per esempio che il Papa abbia di recente creato cardinale il Patriarca di Babilonia dei Caldei, il principale rappresentante della Chiesa in Iraq, è stato visto da tutti i cristiani iracheni come un sostegno per loro. E anche i musulmani erano contenti perché si tratta sempre di un gesto di vicinanza con i cristiani iracheni e con tutto il Paese che ha bisogno di più pace e stabilità.
Il Santo Padre ha più volte espresso il desiderio di visitare l’Iraq: ci sono speranze affinché, finalmente, in un tempo prossimo si possa svolgere questa visita?
Vediamo un po’… Finora è stato molto difficile a causa della situazione: c’era lo Stato islamico, una situazione di guerra nel Paese. Adesso ci si potrebbe cominciare a pensare. Vediamo come sono le condizioni e anche l’agenda del Papa: il Papa ha un grande cuore, e ha espresso pubblicamente questo desiderio. Questo sarebbe, senz’altro, un grande sostegno per la Chiesa e per la pace in Medio Oriente.

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Rapporto dell'indagine sulla risposta delle istituzioni ecclesiali alla crisi siriana e irachena - 2017/2018

By Dicastero per lo Sviluppo Umano Integrale in Il Sismografo blogspot

L’attuale situazione umanitaria in Siria e in Iraq configura una crisi prolungata e complessa con un grave impatto sulle popolazioni civili locali e sui paesi limitrofi. Sette anni dopo l’inizio del conflitto in Siria, infatti, i dati delle Nazioni Unite restano allarmanti e dimostrano quanto ancora siano ingenti ed urgenti i bisogni delle persone colpite dalla crisi e quanto lavoro sia necessario nel quadro della risposta ad essa.
In Siria, più di 13 milioni di persone sono in stato di bisogno; vi sono 6,6 milioni di sfollati interni, mentre 5,6 milioni sono i rifugiati registrati nei paesi limitrofi, principalmente in Turchia, Libano e Giordania. In Iraq, 8,7 milioni di persone sono in stato di necessità, di cui più di 4 milioni di bambini. La presente indagine, alla sua terza edizione, copre 7 paesi – Siria, Iraq, Libano, Giordania, Turchia, Egitto e Cipro – e presenta dati relativi alla risposta alla crisi umanitaria delle istituzioni ecclesiali negli anni 2017-2018. I dati raccolti sono stati forniti da 84 istituzioni ecclesiali: 53 agenzie caritative d’ispirazione cattolica, 10 diocesi di Siria e Iraq e 21 istituti religiosi operanti in Siria, Iraq, Libano e Giordania. Essi fanno riferimento a fondi mobilitati, beneficiari raggiunti, settori d’intervento prioritari, difficoltà e problematiche riscontrate, orientamenti identificati per il prossimo futuro. Tra gli obiettivi principali dell’indagine vi è quello di ottenere un quadro complessivo unitario della risposta della rete ecclesiale alla crisi umanitaria siriana e irachena e di identificare linee comuni di riflessione e orientamenti condivisi di azione per il prossimo futuro.
Nell’indagine coesistono e si integrano due dimensioni del lavoro della Chiesa: il lavoro umanitario, svolto nei confronti di tutte le persone in stato di bisogno, in conformità con i principi e gli standard umanitari, e quello specifico di assistenza e supporto alle comunità cristiane locali colpite dalla crisi. Ciascuna istituzione, sulla base del proprio mandato e della propria missione, opera nel contesto di crisi secondo le proprie specificità e priorità d’intervento. Lo studio contiene quindi elementi di riflessione e orientamenti riguardanti entrambi gli aspetti. L’indagine, quindi, da un lato focalizza l’attenzione sui dati relativi all’anno 2017 e su quelli di previsione del 2018, dall’altro analizza le tendenze registrate dal 2014.
L’analisi mostra come il biennio 2017-2018 costituisca un periodo molto significativo per la risposta alla crisi. Con la sua evoluzione, infatti, cambiano e si evolvono anche i bisogni delle popolazioni e il lavoro degli attori umanitari e si rileva una sempre più marcata differenziazione tra i diversi paesi. Nonostante in Siria il conflitto continui in alcune zone del paese – dove si deve far ancora fronte a bisogni di prima necessità -, l’indagine mostra come per la prima volta ci si stia proiettando verso il futuro anche nelle attività di risposta alla crisi, con la fine della fase acuta dell’emergenza nella maggior parte delle aree d’intervento e il passaggio alla fase di early recovery. 2 In continuità con gli anni passati, due elementi caratterizzano l’azione della rete ecclesiale: la multisettorialità e la capillarità. L’azione della Chiesa è infatti distribuita su un’ampia varietà di settori d’intervento e molti programmi coprono più settori contemporaneamente. La capillarità può essere declinata con riferimento alla distribuzione geografica degli interventi – pur con i limiti imposti dalla sicurezza - e all’elevato numero di risorse umane impiegate.
A livello geografico, le azioni della rete ecclesiale hanno un’estensione territoriale molto vasta: in Siria si focalizzano principalmente nelle zone di Aleppo e Damasco, in Iraq nel nord del paese e nella piana di Ninive, in Libano e Giordania e Turchia rispettivamente a Beirut, Amman, Istanbul e nelle aree di confine con la Siria, dove si concentra il maggior numero di rifugiati. I dati raccolti testimoniano inoltre quanto la rete ecclesiale sia in grado di mobilitare un elevato numero di risorse umane impegnate nelle attività di risposta all’emergenza, in continua crescita di anno in anno: vi sono attualmente più di 5.800 professionisti e più di 8.300 volontari nei sette paesi, che si uniscono a sacerdoti e religiosi operanti in loco.

DATI 2017

Secondo le informazioni raccolte, la rete ecclesiale nel 2017 ha allocato più di 286 milioni USD per la risposta alla crisi nei sette paesi e raggiunto all’incirca 4,6 milioni di beneficiari. Il dato è particolarmente significativo perché è il più elevato dal 2014 e testimonia come l’impegno della Chiesa non solo sia rimasto costante, ma si sia consolidato e rafforzato negli anni, adattandosi ai cambiamenti contestuali. Dai dati analizzati si rileva che, nel 2017, il 35% dei fondi (ca. 100 milioni USD) è stato destinato alla Siria, il 30% al Libano, il 17% all’Iraq e il 9% alla Giordania. Nell’anno 2017 i settori d’intervento prioritari risultano essere i seguenti: - Istruzione, con più di 73 milioni USD, di cui 45 milioni allocati in Libano; 

- Aiuto alimentare, con più di 54 milioni USD, fortemente influenzato dalle azioni in Siria, cui è stato destinato l’83% dei fondi di tale settore; 
- Sanità, con circa 30 milioni USD (11% dei fondi totali allocati), di cui il 38% destinato alla Siria. Seppure tali dati siano in continuità con quelli degli anni precedenti, lo studio rileva invece come comincino ad essere evidenti alcuni primi segnali di nuovi orientamenti: percentuali significative dell’aiuto, infatti, sono allocate alle azioni di livelihood (si intendono qui tutte quelle attività atte a fornire e rafforzare mezzi di sussistenza alle famiglie, attività generatrici di reddito, formazione professionale, creazione di opportunità lavorative), al sostegno per gli affitti e la riabilitazione delle case (soprattutto in Iraq), al supporto psicosociale e alla protezione legale (in particolare in Libano).

DATI 2018 (dati di previsione, aggiornati al mese di luglio) 

Il 2018 può essere definito come un anno di sostanziale cambiamento nella risposta alla crisi, parallelamente all’evoluzione del contesto politico in Siria e in Iraq. Diminuisce progressivamente una risposta di tipo puramente emergenziale, mentre si rafforza il lavoro su programmi di resilienza e early recovery, con uno sguardo ad azioni di maggiore impatto nel medio-lungo termine. In Siria vi sono ancora zone dove gli aiuti di prima necessità restano prioritari, ma in altre zone del paese, così come nel nord dell’Iraq e nei paesi limitrofi, l’attenzione si rivolge a come dare alle famiglie maggiore stabilità per riscostruirsi un futuro.
In Iraq diventa centrale il fenomeno dei ritorni volontari nella piana di Ninive, dove si concentrano gli aiuti della Chiesa nel paese. Secondo le informazioni raccolte, nel 2018 la rete ecclesiale ha mobilitato circa 230 milioni USD e raggiunto 3,9 milioni di beneficiari. Sebbene il dato sia inferiore a quello del 2017, va valutato come particolarmente significativo perché è un dato di previsione aggiornato al luglio 2018, che tuttavia già dimostra una tenuta dell’impegno della rete ecclesiale a fronte di una crisi prolungata. La Siria resta il paese in cui sono allocate il maggior numero di risorse (31%), ma con una distribuzione più omogenea rispetto al passato tra i vari paesi: il 25% dei fondi è destinato al Libano, il 22% all’Iraq e il 15% in Giordania. Va tuttavia rilevato come, rispetto al 2017, diminuiscano in valore assoluto i fondi destinati a Siria e Libano, restino pressoché stabili quelli allocati in Iraq e aumentino quelli destinati alla Giordania. L’analisi dei settori d’intervento prioritari mostra chiaramente i cambiamenti in atto, ancora a livello embrionale nel 2017:- L’istruzione resta il settore prioritario, con più di 46 milioni USD allocati, di cui il 50% in Libano; 
- La sanità cresce nel valore dei fondi allocati (18% del totale) e vede la Siria come il paese in cui sono destinati il 50% dei fondi di settore (in crescita rispetto agli anni precedenti): - Crescono i fondi allocati per le attività di livelihood (10% del totale), con programmi realizzati soprattutto in Libano (41%). Diminuiscono invece in modo significativo i fondi allocati per l’aiuto alimentare (31 milioni USD in meno rispetto al 2017, 7% del totale utilizzati in prevalenza in Siria) e per la fornitura di beni non alimentari (5% del totale, prevalentemente destinati a Siria e Iraq).
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mercoledì, settembre 12, 2018

 

A colloquio con Segundo Tejado Muñoz. Di fronte al grido di dolore di Siria e Iraq


«A oltre sette anni dall’inizio del conflitto in Siria, i bisogni sono ancora enormi. Secondo i dati delle Nazioni Unite, nel paese sono oltre 13 milioni le persone che hanno bisogno urgente di aiuto, e in Iraq sono quasi 9 milioni. Gli sfollati interni sono oltre 8 milioni nei due paesi, mentre i rifugiati siriani registrati dall’Unhcr nei paesi confinanti sono 5,6 milioni. E la maggior parte di questi sono bambini e famiglie»: è questa la drammatica istantanea di una crisi che non conosce soste nonostante scivoli spesso nelle retrovie dell’informazione mondiale. A scattarla è monsignor Segundo Tejado Muñoz, sottosegretario del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, che in questa intervista all’Osservatore Romano anticipa i temi della riunione all’Urbaniana, durante la quale viene presentato il terzo rapporto sul lavoro della rete ecclesiale in quei territori martoriati dalla guerra.
Quali sono gli obiettivi dell’incontro?

Si tratta di un percorso iniziato nel 2013. Anzitutto, vogliamo tornare a porre con forza l’attenzione sulla vita delle persone che sono state colpite dal conflitto e dalla crisi. Il Papa non manca di farne menzione pubblica ogni volta che se ne presenta l’occasione. Non basta l’indignazione, che pure è necessaria, quando infuoca una battaglia o scoppia una bomba. Sappiamo tutti che questa crisi investe da tempo non solo Siria e Iraq, ma tutti i paesi limitrofi, e anche oltre. Secondariamente, in linea con quanto fatto in questi anni, vogliamo far sì che questo appuntamento sia un momento di riflessione e comunione tra le Chiese locali e tutte le istituzioni ecclesiali coinvolte nelle opere di carità e di assistenza, al fine di orientare il lavoro nei prossimi mesi. Ci tengo a sottolineare come le presenze dei partecipanti alla riunione aumentino di anno in anno, segno di un interesse sempre crescente.

Proprio in questi giorni gli occhi di tutti sono puntati nella regione di Idlib.
Papa Francesco
ha paventato recentemente il rischio di una catastrofe in quella zona e ha richiamato tutti al rispetto del diritto umanitario internazionale per salvaguardare la vita dei civili. Al di là degli avvenimenti politici, la Chiesa guarda alla tutela della dignità della persona.

In cosa consiste il rapporto che viene presentato dal Dicastero?
Si tratta di una nuova indagine sul lavoro umanitario degli enti ecclesiali operanti nel contesto della crisi. È la terza di questo tipo, frutto, come in passato, del lavoro di un servizio chiamato “Humanitarian Focal Point” condotto dal Dicastero in collaborazione con Caritas Internationalis e altre agenzie. Sono stati raccolti e organizzati dati tra i diversi organismi di carità che operano nell’area siro-irachena, le diocesi e le comunità religiose. L’indagine ha riguardato sette paesi della regione e coinvolto più di ottanta enti ecclesiali.

Può anticipare qualche dato?

Vorrei prima sottolineare un paio di aspetti significativi: anzitutto che tale rapporto costituisce un unicum nel suo genere, perché quantifica in maniera precisa e analitica l’entità dei fondi e dei beneficiari, nonché i settori di intervento in cui la Chiesa è impegnata. Ciò aiuta gli stessi organismi impegnati sul territorio, ognuno dei quali altrimenti avrebbe una visione limitata al proprio ambito di intervento. In secondo luogo quello di quest’anno è anche un bilancio: si tirano le fila delle indagini precedenti e si guarda alle tendenze generali e alle prospettive future. Un dato significativo è senz’altro il fatto che dal 2014 a oggi la Chiesa ha aiutato ogni anno più di quattro milioni di vittime, con centinaia di interventi e progetti per un valore complessivo che supera il miliardo di dollari. Parliamo ovviamente di dati ancora provvisori per il 2018. Viene, inoltre, ribadita la capillarità e la multisettorialità dell’intervento della Chiesa. Mi sta molto a cuore evidenziare che, nonostante le sofferenze subite in questi anni — basti pensare alle violenze del cosiddetto stato islamico — le Chiese in Siria e Iraq continuano ad aiutare tutte le vittime, cristiani e musulmani, senza distinzione. È una testimonianza luminosa di carità cristiana.

Come sarà affrontata la questione dei migranti?

Sul tema quest’anno sarà posto un accento maggiore. A tal proposito, ci fa piacere che abbia accettato di partecipare l’alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, Filippo Grandi. In particolare affronteremo anche la problematica di quanti hanno già fatto ritorno in Siria o in Iraq. Il caso delle migliaia di cristiani e degli appartenenti alle altre minoranze, che con l’aiuto della Chiesa stanno gradualmente ripopolando la Piana di Ninive da dove erano stati cacciati nel 2014, è uno dei segni di speranza raccolti dal rapporto. Quella dei rientri in patria, nel rispetto dei principi umanitari, è una questione importante anche per i paesi vicini, che continuano a profondere enormi sforzi nell’accoglienza di milioni di sfollati.

Si registra anche un notevole impegno sul fronte dell’emergenza sanitaria.
A tale riguardo segnalo il lavoro di aiuto ai malati bisognosi che la Chiesa compie in Siria attraverso il progetto “Ospedali aperti” in tre nosocomi cattolici a Damasco e Aleppo. Secondo il rapporto, educazione, sanità, supporto psico-sociale, mezzi di sussistenza durevoli e lavoro per le famiglie sono le priorità cui far fronte e su cui discuteremo insieme. L’indagine di quest’anno evidenzia un’evoluzione importante: dalla fase della pura emergenza stiamo passando, nella maggior parte dei casi, a quella di early recovery, ossia iniziamo a pensare alla ricostruzione, sia quella materiale che quella dei cuori e della speranza.

Qual è la situazione delle comunità cristiane in Siria e Iraq?

Sicuramente difficile. Ma a chi mi pone questa domanda sono solito citare i patriarchi cattolici della regione che, nel recente documento I cristiani d’Oriente oggi scrivono: «Molti parlano della nostra estinzione o della riduzione drammatica del numero dei nostri fedeli. Noi continuiamo a credere in Dio, Signore della storia, che veglia su di noi e sulla sua Chiesa in Oriente. Continuiamo a credere nel Cristo risorto e nella sua vittoria sul male. In Oriente resteranno sempre dei cristiani che proclameranno il Vangelo di Gesù Cristo, testimoni della sua risurrezione, anche se rimarremo solo un piccolo gruppo. Resteremo “sale, luce e lievito”».

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Sacerdote irakeno: Il Papa e p. Ragheed, testimone di libertà fino al martirio

By Asia News
Rebwar Audish Basa*

P. Ragheed Ganni è “l’emblema della persecuzione anti-cristiana nel nuovo Iraq”. Una spirale di violenza iniziata con l’invasione statunitense nel 2003 e che è culminata nell’ascesa dello Stato islamico. È quanto scrive il sacerdote irakeno p. Rebwar Basa, amico personale del parrocco di Mosul massacrato - insieme a tre diaconi - nel giugno 2007 da un commando estremista islamico. Di recente p. Basa, che svolge la propria missione sacerdotale a Roma, ha accompagnato i parenti di p. Ragheed a Dublino, in Irlanda, dove hanno incontrato papa Francesco in occasione del raduno mondiale delle famiglie
Durante il breve colloquio, il pontefice ha elogiato la scelta coraggiosa dei familiari di p. Ragheed di scegliere “il perdono e la riconciliazione, piuttosto che l’odio e il rancore”. Essi hanno visto, ha aggiunto il papa, “che il male si può contrastare solo col bene e l’odio superare solo col perdono. In modo quasi incredibile, sono stati capaci di trovare pace nell’amore di Cristo, un amore che fa nuove tutte le cose”.
Un amore che si spinge fino al martirio, ricorda p. Basa, e che indica una volta di più che la convivenza fra cristiani e musulmani si deve basare sui diritti umani e sulla libertà religiosa. “Questo - conclude il sacerdote - è l’insegnamento dei martiri che hanno vissuto e hanno dato la loro vita per la loro fede, come il servo di Dio p. Ragheed e i suoi tre compagni suddiaconi”.
Di seguito, il ricordo di p. Rageed che il sacerdote e amico p. Basa ha affidato ad AsiaNews:
La figura di p. Ragheed Aziz Ganni rappresenta l’emblema della persecuzione anti-cristiana nel nuovo Iraq. In seguito all’invasione statunitense del 2003, p. Ragheed è stato il primo sacerdote cattolico ucciso dai terroristi musulmani insieme a tre giovani suddiaconi (Waheed, Bassman e Ghassan) a Mosul il 3 giugno 2007. Prima di lui, l’11 ottobre 2005, era stato ucciso un suo amico sacerdote della Chiesa siro-ortodossa: p. Paulos Eskander.
Con la storia di questi primi martiri del terzo millennio comincia la feroce ondata della persecuzione, che culmina con l’invasione dello Stato islamico (SI, ex Isis) protagonista di un vero e proprio genocidio contro le minoranze religiose irakene. Come è necessario conoscere la splendida testimonianza del santo sacerdote Massimiliano Maria Kolbe nella tenebrosa storia del nazismo ad Auschwitz, così è necessario conoscere la splendida testimonianza di p. Ragheed nella tenebrosa storia di al Qaeda e Daesh [acronimo arabo per l’Isis] a Mosul e nella piana di Ninive.
L’importanza della testimonianza di p. Ragheed supera i confini dell’Iraq. Perché egli e i suoi tre compagni martiri sono testimoni di Cristo, e quindi esempio per tutti i cristiani. Oggi la chiesa li riconosce come servi di Dio e il processo della loro beatificazione è ufficialmente cominciato. 
P. Ragheed ha vissuto per cinque anni il martirio quotidiano per le continue minacce e intimidazione che riceveva e i ripetuti attacchi contro parrocchia e parrocchiani. Ed è stato ucciso in modo barbaro dai terroristi musulmani, perché si era rifiutato di chiudere le porte della parrocchia. Un martirio divenuto oggi ancor più drammatico: nel recente articolo “I cristiani irakeni, confusi fra sopravvivenza e migrazione”, il patriarca caldeo card. Louis Raphael Sako ha dato numeri e statistiche precisi, che rispecchiano questo martirio quotidiano.
Due cose non dimentico di p. Ragheed. Il primo è il suo insegnamento. È stato mio professore di teologia ecumenica a Baghdad nel 2004. Lo ricordo come un giovane docente competente, convinto di quello che insegnava e sempre sorridente. Il suo atteggiamento sull’ecumenismo, l’ha confermato con il suo sangue versato per Cristo. Perciò egli è un grande esempio dell’ecumenismo del sangue. 
Un altro ricordo importante per me è la sua partecipazione alla mia ordinazione sacerdotale a Mosul il 10 settembre 2004. Pensando a come egli abbia vissuto il suo sacerdozio con gioia, coraggio, fede e amore, in una situazione che lui stesso descriveva come “peggio dell’inferno”, il suo esempio è fonte di incoraggiamento e consolazione. 
Oggi il ritorno dei cristiani a Mosul, dopo la tragedia dell’Isis, rappresenta il ritorno alle radici bibliche e cristiane, alla terra del profeta Giona. La continuazione della nostra presenza è anche un atto di fedeltà verso i cristiani che hanno versato il loro sangue per la fede in quella terra in questi duemila anni. In particolare p. Paulos Eskander, il vescovo Paulos Faraj Rahho, i tre compagni martiri Faris, Rami e Samir, e p. Ragheed Ganni con i suoi tre diaconi
Il loro insegnamento è basilare: il diritto di vivere e praticare la propria fede in piena libertà. È inutile, per non dire ridicolo, parlare del dialogo interreligioso mentre non c’è la libertà religiosa e il riconoscimento dei diritti umani. Se le fondamenta non ci sono, pur costruendo il tutto è destinato a crollare con un semplice colpo di vento. La distruzione di Mosul con l’invasione dell’Isis ne è un esempio concreto. Quando non c’è una cultura di convivenza bastata sui diritti umani, la libertà religiosa, l’onesta e il rispetto reciproco, tutto crolla investendo tutti.
Per un vero e autentico dialogo dobbiamo partire dalle esperienze concrete, altrimenti rischia di rimanere teoria. Perciò non bastano gli slogan e le conferenze per garantire una vera convivenza fra i cristiani e i musulmani. La garanzia è il pieno riconoscimento della libertà religiosa. Purtroppo, questa libertà manca nei Paesi a maggioranza musulmana, e manca persino ai musulmani stessi
Vorrei pertanto fare un appello finale a chi si occupa del dialogo fra cristiani i musulmani: per favore, mettete al centro come pilastro fondamentale la libertà religiosa. E se qualcuno rifiuta di riconoscere i diritti umani e la libertà in tutte le sue forme, non crede nel dialogo; egli non è degno di entrare nel dialogo, perché è ipocrita. E chi si adatta a questo tipo di ideologia che ignora i diritti umani e la libertà, contribuisce a creare terreno fertile per l’estremismo e il terrorismo. 
Questo, a mio avviso, è l’insegnamento dei martiri che hanno vissuto e hanno dato la loro vita per la loro fede, come il servo di Dio p. Ragheed e i suoi tre compagni suddiaconi. 

* Sacerdote caldeo irakeno

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