lunedì, giugno 29, 2015

 

Quale intervento per salvare i profughi

Angelo Scola *  

Caro direttore, era il primo giorno di Ramadan dell’anno scorso (29 giugno) quando l’Isis proclamava il califfato. Il venerdì successivo, al-Baghdadi si mostrava in pubblico nella grande moschea di Mosul e nei mesi successivi si compiva la cacciata dei cristiani dai villaggi della piana di Ninive, il massacro degli yazidi e l’espansione jihadista in Iraq e Siria.
Una coincidenza ha voluto che proprio nel primo venerdì di Ramadan, quindi a un anno esatto (secondo il calendario islamico) dalla prima apparizione pubblica del «neo-califfo», visitassi brevemente i campi profughi allestiti a Erbil, capitale del Kurdistan iracheno, su invito dei Patriarchi Bechara Raï, libanese, e Louis Sako, iracheno. I sentimenti tra i sacerdoti e gli operatori oscillavano tra la rabbia e l’esasperazione. Le priorità della guerra si sono spostate altrove e la riconquista di Mosul e della piana di Ninive è stata rinviata a data da destinarsi. Nel frattempo sono 125 mila i rifugiati cristiani in Kurdistan — una parte soltanto dello sterminato popolo degli sfollati — e anche se qualche progresso è stato fatto, come la riduzione delle tendopoli da 26 a 7, le condizioni, nei vari campi profughi, rimangono tragiche, in particolare con l’arrivo della calura estiva. Ma soprattutto mancano le prospettive per l’avvenire.
Gli incontri a Erbil sono stati letteralmente un pugno nello stomaco. Nessuna carta geografica, nessun’analisi geopolitica regge il paragone con la testimonianza delle vittime. Impossibile eludere la loro insistente domanda: «Che cosa state facendo per noi?».
Mi pare che il primo livello della risposta debba essere quello umanitario. Sono stati compiuti grandi sforzi, ma il bisogno è sterminato. Per questo è necessario un impeto di solidarietà ancora più grande. Non lasciamo più nessuno nelle tendopoli! Allestiamo scuole per permettere ai bambini e ai ragazzi di non passare in ozio la giornata! Restituiamo ai profughi luoghi di socializzazione e di occupazione!
C’è poi un secondo livello della questione. Molti vorrebbero tornare ai loro villaggi, oggi controllati da Isis, ma questo non è realisticamente possibile senza un intervento militare. In questo caso credo debba valere il principio dell’ingerenza umanitaria, della protezione delle vittime e anche dei loro carnefici, perché, come ha ricordato papa Francesco, «fermare l’aggressore ingiusto è un diritto dell’umanità, ma è anche un diritto dell’aggressore, di essere fermato per non fare del male». Come ha richiamato il Patriarca Sako, questo intervento, sotto l’egida dell’Onu, dovrà appoggiarsi sulle forze locali, superando la stasi di una coalizione internazionale inconcludente e sfilacciata.
Altrettanto importante è il livello politico. Nel discutere degli assetti futuri del Medio Oriente, molti hanno sottolineato come sia necessario uscire dal discorso della protezione delle minoranze per imboccare decisamente la strada della cittadinanza e dei diritti per tutti. La causa non è soltanto cristiana, è di tutti quelli che hanno a cuore un Medio Oriente moderno e pacificato. Per questo sarà dunque fondamentale un lavoro educativo che richiederà decenni per sradicare, come diceva il Patriarca Sako, i germogli del jihadismo fin dalla loro origine.
Dimensione umanitaria, militare, politica, educativa: l’Iraq — e la vicina Siria ove si sta consumando il martirio di Aleppo, nuova Sarajevo — richiedono un’azione coordinata a più livelli, impegnativa e difficile. Ma una certezza s’impone per l’Europa ripiegata su di sé: occorre uscire dal narcisismo miope che ci imprigiona in calcoli spesso vuoti. Bisogna agire e agire subito, semplicemente perché non è accettabile che ancora oggi centinaia di migliaia di persone siano cacciate dalle loro case o uccise per ragioni religiose. Questo deve bastare per suscitare un impegno degno della miglior storia del nostro continente.
* Cardinale, Arcivescovo di Milano
Presidente del Centro Oasis

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venerdì, giugno 26, 2015

 

Le cardinal Barbarin inaugure l’école Saint-Irénée à Erbil


Dimanche 28 juin à 17h, sera officiellement inaugurée l’école Saint-Irénée, à Erbil, au Kurdistan irakien, par le cardinal Philippe Barbarin, en présence de Michel Récipon, président du directoire de la Fondation Raoul Follereau, et de représentants de la Fondation Saint-Irénée et de la Fondation Mérieux. Lors de cette cérémonie, les 900 futurs écoliers recevront leurs cartables garnis de fournitures scolaires. Les locaux seront bénis par le cardinal Philippe Barbarin, archevêque de Lyon, Mgr Petros Mouché, archevêque syriaque-catholique de Mossoul (en résidence à Erbil) et Mgr Louis-Raphaël Sako 1er, patriarche de Babylone des Chaldéens. Trois Fondations partenaires
La construction de cette école a été rendue possible grâce à la mobilisation et à la générosité des Français ainsi qu’à l’engagement de la Fondation Saint-Irénée, de la Fondation Mérieux et de la Fondation Raoul Follereau. Il s’agit du second projet mené en partenariat par ces trois fondations. Cet hiver, elles avaient financé le relogement de familles déplacées à Erbil dans un immeuble appelé Al Amal (l’espoir).
Au profit des populations déplacées
900 élèves de primaire et de secondaire seront ainsi accueillis dans 18 salles de classe à la rentrée. Depuis leur départ de Mossoul et de la plaine de Ninive en juin 2014, les minorités réfugiées, principalement chrétienne et yézidie, ont trouvé refuge dans des camps ou des immeubles d’Erbil. Les enfants y sont peu ou n’y sont pas aujourd’hui scolarisés. C’est pour remédier à ce manque, identifié lors du voyage des 6 et 7 décembre 2014 que le projet de l’école s’est imposé comme une nécessité, ainsi qu’un pari pour l’avenir de ces populations.
3ème voyage du cardinal Barbarin
Le cardinal Philippe Barbarin sera donc en Irak les 28 et 29 juin, accompagné d’une petite délégation représentant l’enseignement catholique de Lyon, la Fondation Saint-Irénée et le jumelage Lyon-Mossoul. Il profitera de l’inauguration de l’école Saint-Irénée pour aller rencontrer des réfugiés dans un camp proche d’Erbil. Il participera à une émission spéciale sur Radio Al Salam, au sujet de la situation des chrétiens d’Orient.
Il s’agit de son troisième voyage en Irak en moins d’un an (après juillet et décembre 2014).
Depuis sa rencontre à Lyon en mars 2014 avec Mgr Louis-Raphaël Sako, patriarche des Chaldéens, le cardinal Philippe Barbarin est très interpellé par le drame vécu par des milliers d’Irakiens au nom de leur foi. Il a lancé, lors de son premier voyage en juillet 2014, un jumelage entre les diocèses de Lyon et de Mossoul, pour apporter un soutien spirituel et matériel, spécialement via la Fondation Saint-Irénée.
Genèse d’un nom
Saint Irénée, dont la fête est célébrée le 28 juin – jour de l’inauguration de l’école –, est le deuxième évêque du diocèse de Lyon (177-202). Irénée venait de Smyrne en Asie Mineure (actuelle Turquie). Dans sa jeunesse, il avait été disciple de saint Polycarpe, également venu de Smyrne, qui avait été lui-même un disciple de saint Jean l’Apôtre. Premier grand théologien de l’Eglise d’Occident, ce Père de l’Eglise est un trait d’union entre les Eglises d’Orient et d’Occident.

- Don en ligne sur www.fondationsaintirenee.org et chèque à l’ordre de FSI.

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giovedì, giugno 25, 2015

 

Mar Louis Raphael I Sako's message: "The unity of the Church of the East"

By Baghdadhope*

Below the original English version of the message by the Chaldean Patriarch Louis Raphael I Sako about the proposed reunion of the Chaldean Church, the Assyrian Church of the East, and the Ancient Church of the East for the sake of unity and survival in Iraq received by Baghdadhope a few minutes ago.
The original message in Arabic was published yesterday by the Patriarcate Website and you can read it by clicking here:
Here you can read yesterday interview to Mar Sako by Baghdadhope (Italian)

"The unity of the Church of the East"

I would like to share some personal thoughts with those of others, since they may contribute to achieving the project of "the unity of the Church of the East".
Unity is the commandment of the Lord Jesus, "so that they may be one" (John 17/11), and the demand of Christians who face significant challenges that threaten their existence in diaspora with assimilation, and in the motherland with extinction.
I propose that we adopt a single denomination for the church: The Church of the East as it was for many centuries, and that we not maintain the factional denominations.  The single denomination will give it strength and momentum, and it can become a model for other churches.
The communion of faith and unity with the Holy Roman See is a fundamental base of unity.  It is an increase of power, not a decrease, especially since there is no difference in doctrine, but only in its formal expression.  Therefore, to think of disassembling the link of “the Church of the East” with the See of Rome would be a great loss and cause of weakness. Unity does not mean uniformity, nor the melting of our own church identity into one style, but it maintains unity in diversity and we remain one apostolic universal church, the Oriental Church, that maintains its independence of administration, laws and liturgies, traditions and support through respect for the authority of the Patriarch and the Synod of Bishops.
After deliberation and dialogue between the three branches and the acceptance of this communion with Rome:
1. The current Patriarchs: Louis Raphael Sako, Patriarch of the Chaldean Catholic Church, and Mar Addai II, Patriarch of the ancient Church of the East, would submit their resignations without any conditions, but their desire for unity.
2. The Bishops of the three churches would meet to choose a new Patriarch.
3. The elected Patriarch should have assistants from each branch to enhance the “weft” (the permanent Synod).
4. The Patriarch and the Synod would leave national interests to the laity, because the church should be open to everyone and concerned with the best interests of all.
5. The Patriarch and the Synod would prepare for a General Synod to develop a new road-map for The One Church of the East.

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Le patriarche Sako propose de réunifier l’antique « Église d’Orient »

By La Croix

Face aux « importants défis qui menacent leur existence – celui de l’assimilation dans la diaspora, celui de l’extinction dans leur patrie d’origine » – le patriarche Louis Raphaël Ier Sako des chaldéens a choisi de faire un geste fort.
Dans un communiqué rendu public jeudi 25 juin 2015 et intitulé « L’unité de l’Église d’Orient », il tend la main à ses deux Églises « sœurs » : l’Église assyrienne, et l’ancienne Église d’Orient qui s’en est séparée en 1968.

Une seule dénomination

« L’unité est le commandement du Seigneur Jésus, ’afin que tous soient un’ (Jean 17-11) », rappelle-t-il en préambule, soulignant aussi la « demande des chrétiens » en ce sens, qu’ils soient dans leurs pays d’origine (l’Irak principalement, mais aussi l’Iran, la Syrie) ou dans leurs pays d’émigration (Europe, Amérique du Nord, Australie).
« Je propose que nous adoptions une seule dénomination l'Église de l'Orient, celle qui a prévalu pendant des siècles. Une seule dénomination lui donnera force et élan et pourra en faire un modèle pour d'autres Églises », écrit le patriarche Sako.
L’antique Église de l’Orient - ou Église de Perse - est une des premières Églises chrétiennes. Selon la tradition, elle aurait été fondée par l’apôtre Thomas. Séparée après le concile d’Éphèse (431) qui condamna les thèses de Nestorius, elle a connu un temps un grand développement en Chine et en Inde où elle est toujours très implantée.

Trois Églises pour des racines communes

Trois Églises sont aujourd’hui ses héritières.
L’Église assyrienne, qualifiée d’apostolique » en raison de sa fondation par Thomas, attend actuellement l’élection d’un nouveau patriarche, depuis le décès en mars de Mar Dinkha IV. Son siège patriarcal est actuellement près de Chicago (États-Unis) mais son synode a annoncé récemment son intention de le rapatrier à Bagdad, où il était installé depuis 780.
L’ancienne Église d’Orient, s’est séparée en 1968 de cette Église assyrienne, en raison justement du déménagement du siège patriarcal hors d’Irak et de l’adoption du calendrier grégorien. Son siège patriarcal est à Bagdad et son patriarche actuel est Mar Addai II.
Enfin, l’Église chaldéenne est née au XVIe siècle lors de son union à Rome. Son patriarche est donc Raphaël Louis Ier Sako, installé à Bagdad également.

Proposition audacieuse

La proposition de ce dernier est audacieuse dans la mesure où il propose aux deux premières non seulement « la communion de foi et de l’unité » entre elles mais aussi « avec le Saint-Siège romain ». « Il y aurait une augmentation de la puissance et non une diminution, surtout parce qu'il n’existe pas de différence de doctrine [ndlr  : entre nous] mais seulement dans son expression formelle », assure-t-il. « Par conséquent, démonter le lien de l’Église de l'Orient’ avec le Siège de Rome serait une grande perte et une cause de faiblesse. »
En 1994, un pas important a déjà été fait grâce à une déclaration commune signée par le patriarche Mar Dinkha IV et Jean-Paul II, reconnaissant qu’assyriens et catholiques « peuvent désormais proclamer ensemble devant le monde leur foi commune dans le mystère de l’Incarnation ». L’Église catholique accepte, depuis 2001, l’intercommunion entre les deux Églises.

Le drame de l’Irak

Mais unité ne signifie pas uniformité, ni fusion, prend soin de préciser Louis Raphaël Sako dans son texte. Désireux de réaliser « l’unité dans la diversité », il affirme souhaiter le maintien de l’indépendance de cette Église d’Orient pour son « administration, ses lois et ses liturgies, ses traditions ».
« Une église liée à Rome, mais plus libre de gérer ses propres affaires », ainsi Louis Sako résume-t-il son projet dans une interview accordée en italien au site Internet Baghdadhope.
Conscient des difficultés d’un tel projet, le P. Muhannad Tawil, dominicain, curé de la paroisse chaldéenne de Lyon, salue néanmoins l’initiative. « L’idée du patriarche est de revenir à nos racines communes », fait-il valoir. « Dans une période trouble de notre existence, l’unité fait la force. Le drame de l’Irak, c’est la division ethnique et religieuse  : par cette proposition, le patriarche Sako veut donner le témoignage exactement inverse. »
Concrètement, « après délibération et dialogue entre les trois branches et l’acceptation de cette communion avec Rome », les patriarches actuels démissionneraient « sans conditions », les évêques des trois Églises se réuniraient en synode pour choisir un nouveau patriarche. Le patriarche élu serait aidé par « des assistants de chaque branche ». À charge pour le patriarche et le synode de préparer « une nouvelle feuille de route pour l'unique Église de l'Orient ».
Pour l’heure, aucune réaction n’est encore venue des deux Églises visées.

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Iraq: Sako (Caldei), "Disposto a dimissioni per favorire unità cristiani"

By SIR

Dimettersi dalla carica patriarcale per favorire l’unità delle chiese in Iraq sotto un’unica denominazione, quella di “Chiesa d’Oriente”: è la proposta del patriarca caldeo, Mar Louis Raphael I Sako, che arriva direttamente attraverso il sito ufficiale del Patriarcato. Una proposta che lo stesso Sako, parlando con il sito Baghdadhope, ha così motivato: “in Iraq la nostra presenza come cristiani è minacciata e nessuno sa quando e se l’Isis scomparirà dal nostro territorio e come la situazione evolverà. Negli anni molti nostri fedeli, e non parlo solo dei caldei, hanno lasciato la madrepatria e con il passare delle generazioni saranno sempre più integrati nelle società dei paesi dove ora vivono. L’unità delle chiese in Iraq, chiese di lunga tradizione apostolica ma piccole e schiacciate dagli eventi, è la nostra unica salvezza. Per questa ragione, e alla luce dei tentativi di riunione già in atto tra la Chiesa Assira dell’Est e la Chiesa Antica dell’Est, ho proposto un sinodo congiunto tra queste due chiese e la chiesa caldea per iniziare il cammino verso l’unità”. Sinodo che dovrebbe portare alle dimissioni del patriarca caldeo e a quelle di Mar Addai II, patriarca della Chiesa Antica dell’Est - la carica patriarcale per la Chiesa Assira d’Oriente è attualmente vacante dopo la morte di Mar Dinkha IV - e da qui alla nomina da parte dei tre sinodi congiunti di un nuovo Patriarca.
In quanto all’eventuale riconoscimento dell’autorità del Papa da parte delle due altre chiese, aggiunge il patriarca caldeo, “penso che la fede comune, peraltro già sancita in passato come nel caso della Dichiarazione Cristologica Comune firmata da Papa Giovanni Paolo II e da Mar Dinkha IV, sarà di aiuto. Negli anni passati troppe spinte nazionalistiche ci hanno divisi. Io penso sia arrivato il momento in cui le due chiese, quella Assira e quella Antica dell’Est, siano pronte e desiderino abbandonare queste posizioni nazionalistiche e ritornare alla chiesa originaria”. “Cammino lungo e doloroso” riconosce il patriarca caldeo che in individua nel prossimo settembre il tempo giusto per “discutere e valutare” la proposta. In quel mese, infatti, ci sarà il Sinodo della Chiesa Caldea a Baghdad dove risiede anche Mar Addai II, e nello stesso mese quello della Chiesa Assira dell’Est ad Erbil. “Quello sarà il momento per parlare a cuore aperto tra noi e cercare una soluzione che ci aiuti a non scomparire dall’Iraq e poter testimoniare la gioia del Vangelo del Signore ai nostri fratelli musulmani” conclude Mar Sako.

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Iraq. La proposta del patriarca caldeo: unire tre Chiese per la loro salvezza

By Zenit

Azzerare i tre Patriarcati che adesso si richiamano all’antica Chiesa d’Oriente e ricomporre la piena unità delle tre comunità ecclesiali sotto la guida di un unico Patriarca. È la proposta choc del primate della Chiesa caldea, Mar Louis Raphael Sako I, pubblicata sotto il profilo di "pensieri personali" dal sito ufficiale del Patriarcato Caldeo a firma dello stesso patriarca.
L'idea di Sako - ripresa dal sito Vatican Insider - nasce dalla constatazione oggettiva del momento delicato vissuto dalle tre comunità ecclesiali autoctone della Mesopotamia (caldea, assira e antica dell’Est), che vede la loro stessa esistenza messa a rischio nelle proprie terre d'origine. In particolare la Chiesa caldea, maggioritaria e unita alla Sede apostolica di Roma, è devastata al suo interno dalla emorragia di fedeli dai territori iracheni, a causa delle minacce dello Stato Islamico e dei conseguenti interventi militari guidati dagli Stati Uniti. Un flusso continuo che rischia di provocarne l'estinzione proprio in quelle regioni dove essa si radicò millenni fa.
"In Iraq la nostra presenza come cristiani è minacciata e nessuno sa quando e se l’Isis scomparirà dal nostro territorio e come la situazione evolverà", ha spiegato lo stesso patriarca al sito BaghdadHope. "Negli anni - ha aggiunto - molti nostri fedeli, e non parlo solo dei caldei, hanno lasciato la madrepatria e con il passare delle generazioni saranno sempre più integrati nelle società dei paesi dove ora vivono. L’unità delle chiese in Iraq, chiese di lunghissima tradizione apostolica ma piccole e schiacciate dagli eventi, è la nostra unica salvezza".
Per questa ragione, ed alla luce dei tentativi di riunione già in atto tra la chiesa assira e la chiesa antica dell’Est, Sako ribadisce quindi la sua proposta di "un sinodo congiunto tra queste due chiese e la chiesa caldea al fine di iniziare il nuovo cammino verso l’unità”.
Il progetto, più nel dettaglio, prevede una Chiesa patriarcale, indipendente dal punto di vista giurisdizionale, universale e aperta a tutti, senza riduzionismi "nazionalisti", ma in piena comunione con la Chiesa di Roma, sotto il titolo di "Chiesa d'Oriente". Così unite, secondo mar Sako, le tre chiese potreanno affrontare insieme i pericoli che minacciano la vita stessa delle comunità cristiane autoctone in tutto il Medio Oriente.
A livello pratico, la proposta prevede quindi la rinuncia al titolo patriarcale sia da parte di Sako che di Mar Addai, patriarca della Chiesa Antica dell’Est (la carica patriarcale per la Chiesa Assira d’Oriente è attualmente vacante dopo la morte di Mar Dinkha IV nello scorso marzo ndr). Tutti i vescovi delle tre Chiese attuali dovrebbero poi riunirsi in un Sinodo unitario per eleggere un unico Patriarca, che a sua volta sceglierà come suoi principali coadiutori tre vescovi provenienti dalle tre diverse Chiese "in stato di fusione". 
Tra gli ostacoli al progetto c'è il fatto che si tratterebbe dell’unione di una chiesa (quella caldea), che riconosce l’autorità del Pontefice Romano e di due chiese che invece non la riconoscono. Sako ripete invece che tale comunione si fonda sulla condivisione della stessa fede e dottrina, attestata anche dalla dichiarazione cristologica comune sottoscritta nel 1994 da Giovanni Paolo II e Mar Dinkha, dove si confessa che la Chiesa Assira d’Oriente e la Chiesa cattolica confessano la stessa fede in Cristo, e si riconosce che le controversie cristologiche del lontano passato erano in gran parte dovute a malintesi.
“Penso che se ciò a cui si mira è l’unità che molti fedeli chiedono si potrà realizzare" questo progetto, dice il patriarca a BaghdadHope. "Si tratterebbe, è ovvio, di una chiesa cattolica di cui il Pontefice Romano rimarrebbe a capo, questo deve essere chiaro, ma più forte ed in grado di far valere di più, anche a Roma, il peso delle proprie tradizioni, liturgie ed usi. Una chiesa legata a Roma ma più libera di gestire i propri affari interni. La comunicazione con Roma è a volte lunga e difficile. La rispettiamo, ma le urgenze delle chiese 'a rischio' sono diverse da quelle in paesi in cui la loro esistenza non è minacciata".
Altro ostacolo: le "spinte nazionalistiche", soprattutto in seno alle comunità caldee e assire della diaspora, che già in passato hanno creato divisioni. Anche su questo punto, il primate caldeo è positivo: "Io penso sia arrivato il momento in cui le due chiese, quella assira e quella antica dell’Est, siano pronte e desiderino abbandonare queste posizioni nazionalistiche e ritornare alla chiesa originaria. Io vedo un apertura, lo stesso fatto che il Sinodo della Chiesa Assira svoltosi all’inizio di giugno sia stato rimandato proprio per meglio preparare l’eventuale riunione con la Chiesa Antica dell’Est, che a sua volta si è ripromessa di discuterla nel  prossimo sinodo di luglio,  è segno di  grande apertura. Èstato un bel gesto.”

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L'azzardo del Patriarca caldeo: rifondiamo la «Chiesa d'Oriente»

By La Stampa - Vatican Insider
Gianni valente

Ha usato toni di basso profilo. Ma la proposta lanciata dal Patriarca Louis Raphael, Primate della Chiesa caldea, è comunque spiazzante e fragorosa: azzerare i tre Patriarcati che adesso si richiamano all’eredità dell’antica Chiesa d’Oriente – la prima che portò il cristianesimo in Persia, in India e fino alla lontana Cina - e ricomporre l’unità piena delle tre comunità ecclesiali sotto la guida di un unico Patriarca.
Il momento delicato vissuto dalle tre comunità ecclesiali autoctone della Mesopotamia vede la loro stessa esistenza messa a rischio nelle proprie terre d'origine. La Chiesa caldea, maggioritaria e unita alla Sede apostolica di Roma, sta vivendo dai tempi degli interventi militari occidentali a guida Usa una emorragia di fedeli dai suoi territori iracheni che rischia di provocarne l'estinzione nelle regioni del suo radicamento millenario. La Chiesa assira d'Oriente, ormai da decenni concentrata per lo più nelle fiorenti comunità in diaspora sparse in America, Europa e Oceania, è alle prese con una delicata fase di transizione: dopo la morte – lo scorso 26 marzo – del Patriarca Mar Dinkha IV, l'elezione del successore è stata rimandata a settembre, mentre è ancora in ballo il ri-trasferimento della sede patriarcale da Chicago – dove il Patriarca era emigrato «in esilio» nel 1940 – a Erbil, la capitale del Kurdistan iracheno. Intanto, la minoritaria Antica Chiesa d'Oriente – nata nel 1964 da uno scisma in seno alla Chiesa assira d'oriente, e attualmente guidata dal Patriarca Mar Addai II, residente a Baghdad – è chiamata a confrontarsi con la proposta di riunificazione che le è stata presentata dai vescovi assiri.
In questo scenario in movimento, il Patriarca caldeo Louis Raphael ha pubblicato sul sito del Patriarcato alcuni «pensieri personali» in cui si delinea in via embrionale un vero e proprio progetto di rifondazione della Chiesa d’Oriente, come Chiesa patriarcale indipendente dal punto di vista giurisdizionale, ma in piena comunione con la Chiesa di Roma. Il ritorno all'unità piena tra le tre Chiese di ascendenza nestoriana - sostiene il Patriarca nella sua proposta – serve anche a affrontare insieme i pericoli che minacciano la sopravvivenza stessa delle comunità cristiane autoctone in tutto il Medio Oriente.
A livello pratico, la proposta del Patriarca caldeo prevede la rinuncia senza condizioni al titolo patriarcale sia da parte sua che del Patriarca Mar Addai. Tutti i vescovi delle tre Chiese attuali dovrebbero poi riunirsi in un Sinodo unitario per eleggere un unico Patriarca, che poi dovrebbe scegliere come suoi principali coadiutori tre vescovi provenienti dalle tre diverse Chiese «in stato di fusione». Andrebbero messe da parte le auto-definizioni «etniche» che contraddistinguono attualmente sia la Chiesa caldea che quella assira: la «nuova» Chiesa si chiamerebbe semplicemente Chiesa d'Oriente, universale e aperta a tutti, senza cedimenti a riduzionismi «nazionalisti». Un Sinodo generale programmatico, aperto anche ai laici, dovrebbe poi stabilire la tabella di marcia per implementare concretamente la piena unità gerarchica e strutturale tra le tre diverse compagini ecclesiali.
Riguardo al punto nevralgico della comunione con il Vescovo di Roma, il Patriarca caldeo ripete che tale comunione si fonda sulla condivisione della stessa fede e dottrina, attestata anche dalla dichiarazione cristologica comune sottoscritta nel 1994 da Giovanni Paolo II e Mar Dinkha, dove si confessa che la Chiesa Assira d’Oriente e la Chiesa cattolica confessano la stessa fede in Cristo, e si riconosce che le controversie cristologiche del lontano passato erano in gran parte dovute a malintesi. Quella di Roma – ricorda il Patriarca Louis Raphael, rifacendosi alla ecclesiologia condivisa tra Oriente e Occidente per tutto il primo millennio cristiano – è la Prima Sedes, e la piena comunione con il Vescovo di Roma non comporta uno «scioglimento» della propria identità ecclesiale, ma aiuta a custodire «l'unità nella molteplicità», mantenendo la propria fisionomia a livello liturgico, canonico, disciplinare e giurisdizionale. Tutelando quindi anche le prerogative del Patriarca e del Sinodo.
Il Patriarca caldeo Louis Raphael I già nel settembre 2013 aveva invitato il Patriarca assiro Mar Dinkha a iniziare un cammino di dialogo per ripristinare la piena comunione ecclesiale tra la comunità cristiana caldea e quella assira. All'inizio di ottobre 2013, Mar Dinkha aveva risposto positivamente all'appello, suggerendo la creazione di un “Comitato congiunto” come strumento per affrontare insieme le urgenze condivise dalle due Chiese sorelle, che hanno in comune lo stesso patrimonio liturgico, teologico e spirituale.
In tempi recenti, l’iniziativa del Patriarca caldeo ha un precedente suggestivo ed eloquente, anche per i suoi esiti. Alla metà degli anni Novanta del secolo scorso, il Patriarcato greco-cattolico melchita di Antiochia aveva messo in cantiere un progetto di piena riunificazione sacramentale con il Patriarcato greco-ortodosso di Antiochia, pur mantenendo la piena comunione con la Chiesa di Roma. Tutto aveva preso avvio dall’anziano vescovo melchita Elias Zoghby, già noto per i suoi appassionati interventi pro-unità al Concilio Vaticano II, che nel febbraio 1995 aveva scritto una professione di fede in due punti, in cui confessava di credere «in tutto ciò che insegna l’Ortodossia orientale » e di essere nel contempo in comunione «con il Vescovo di Roma, nei limiti riconosciuti al Primo dei Vescovi dai Santi Padri d’Oriente nel Primo Millennio e prima della separazione». Pochi giorni dopo, tale professione di fede era stata sottoscritta da Georges Khodr, metropolita ortodosso di Byblos: «Io ritengo - aveva scritto Khodr - che la professione di fede di monsignor Elias Zoghby ponga le condizioni necessarie e sufficienti per ristabilire l’unità delle Chiese ortodosse con la Chiesa di Roma». Su tale base, il progetto di ristabilimento dell’unità «antiochena» tra le due Chiese trovò l’appoggio di quasi tutti i vescovi greco-melchiti. Mentre dalla Santa Sede arrivarono nel settembre del ’96 sollecitazioni alla cautela. Secondo i collaboratori del Papa, Roma poteva prendere in considerazione le eventuali decisioni «antiochene» solo se esse non avessero prodotto conflitti e tensioni in seno all’Ortodossia. Si voleva evitare l’accusa di creare divisioni tra le Chiese ortodosse, visto che la Chiesa di Roma aveva già iniziato il dialogo teologico per favorire un riavvicinamento con tutta l’Ortodossia nel suo complesso. E in effetti, alla fine furono proprio i vescovi del Patriarcato greco-ortodosso di Antiochia riuniti in Sinodo a congelare il progetto, ribadendo che il dialogo bilaterale con i «fratelli» greco-melchiti «non poteva essere separato dal ristabilimento della comunione tra la Sede di Roma e tutta l’Ortodossia».
È probabile che anche la proposta del Patriarca caldeo Louis Raphael I sia destinata a trovare opposizioni insormontabili soprattutto in seno alle comunità caldee e assire della diaspora, dove la rivendicazione dell'elemento etnico-nazionale assiro e caldeo è stato coltivato e fomentato anche da alcuni esponenti della gerarchia ecclesiastica come fattore identitario. Nondimeno, la proposta del Patriarca caldeo ha il merito di provare a lanciare il cuore oltre l'ostacolo, riproponendo – come ha fatto più volte anche Papa Francesco - l'esperienza di comunione del primo millennio cristiano come modello a cui guardare per camminare concretamente verso il ripristino della piena comunione sacramentale tra Chiese sorelle.

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mercoledì, giugno 24, 2015

 

Proposta choc del Patriarca Caldeo: l'unione di tre chiese in Iraq per la loro salvezza

By Baghdadhope*

Chiesa d’Oriente. Ecco il nome di quella che potrebbe essere una nuova realtà ecclesiastica in Iraq secondo la proposta oggi pubblicata dal sito ufficiale del Patriarcato Caldeo a firma dello stesso Patriarca: Mar Louis Raphael I Sako con cui Baghdadhope ha parlato.

Beatitudine, ci spieghi. Lei ha proposto di dimettersi dalla carica patriarcale per favorire l’unità delle chiese in Iraq.
“Certo. Si deve partire da alcuni dati di fatto. In Iraq la nostra presenza come cristiani è minacciata e nessuno sa quando e se l’ISIS scomparirà dal nostro territorio e come la situazione evolverà. Negli anni molti nostri fedeli, e non parlo solo dei caldei, hanno lasciato la madrepatria e con il passare delle generazioni saranno sempre più integrati nelle società dei paesi dove ora vivono. L’unità delle chiese in Iraq, chiese di lunghissima tradizione apostolica ma piccole e schiacciate dagli eventi, è la nostra unica salvezza. Per questa ragione, ed alla luce dei tentativi di riunione già in atto tra la Chiesa Assira dell’Est e la Chiesa Antica dell’Est, ho proposto un sinodo congiunto tra queste due chiese e la chiesa caldea al fine di iniziare il nuovo cammino verso l’unità.”
Sinodo che dovrebbe portare alle Sue dimissioni ed a quelle di Mar Addai II, Patriarca della Chiesa Antica dell’Est (La carica patriarcale per la Chiesa Assira d’Oriente è attualmente vacante dopo la morte di Mar Dinkha IV nello scorso marzo) ed alla nomina, da parte dei tre sinodi congiunti di un nuovo Patriarca.
“Proprio così. Ovviamente la mia è una proposta da studiare insieme. Si tratterebbe di unificare queste tre chiese, che a livello di fede già sono unite,  sotto l’autorità di un nuovo patriarca che possa meglio difendere gli interessi delle nostre, o meglio dire, della nostra comunità.”
Beatitudine, si tratterebbe però dell’unione di una chiesa, quella caldea, che riconosce l’autorità del Pontefice Romano e di due chiese che invece non la riconoscono. Lei pensa davvero che sia possibile? E come?
“Penso che se ciò a cui si mira è l’unità che molti  fedeli chiedono si potrà realizzare.  Si tratterebbe, è ovvio, di una chiesa cattolica di cui il Pontefice Romano rimarrebbe a capo, questo deve essere chiaro, ma più forte ed in grado di far valere di più, anche a Roma, il peso delle proprie tradizioni, liturgie ed usi. Una chiesa legata a Roma ma più libera di gestire i propri affari interni. La comunicazione con Roma è a volte lunga e difficile. La rispettiamo, ma le urgenze delle chiese “a rischio” sono diverse da quelle in paesi in cui la loro esistenza non è minacciata. In quanto all’eventuale riconoscimento dell’autorità del Papa da parte delle due altre chiese io penso che la fede comune, peraltro già sancita in passato come nel caso della Dichiarazione Cristologica Comune firmata da Papa Giovanni Paolo II e da Mar Dinkha IV, sarà di aiuto. Negli anni passati troppe spinte nazionalistiche ci hanno divisi. Io penso sia arrivato il momento in cui le due chiese, quella Assira e quella Antica dell’Est, siano pronte e desiderino abbandonare queste posizioni nazionalistiche e ritornare alla chiesa originaria. Io vedo un apertura, lo stesso fatto che il Sinodo della Chiesa Assira svoltosi all’inizio di giugno sia stato rimandato proprio per meglio preparare l’eventuale riunione con la Chiesa Antica dell’Est, che a sua volta si è ripromessa di discuterla nel  prossimo sinodo di luglio,  è segno di  grande apertura. E’ stato un bel gesto.”

Beatitudine, Lei ha parlato di nazionalismo, non pensa che una tale proposta possa irritare i fedeli, specialmente quelli in diaspora più sensibili a questo tema?
“Ciò che conta è che qui, in Iraq, queste differenze nazionalistiche e di appartenenza ad una chiesa o all’altra non contano, ben altri sono i problemi. Oltre a ciò, ad un esame obiettivo della situazione è innegabile che l’unione delle diverse comunità possa anche portare ad un maggior peso politico qui in patria. Dirò di più, una tale unione potrebbe spingere altre chiese minoritarie in Medio Oriente ad unirsi per contare di più. Chi dice che non potrebbe essere la spinta perché, ad esempio, la Chiesa Sira possa unirsi a quella Maronita? Lo ripeto, a mio parere i problemi che potrebbero nascere potranno essere risolti. Bisogna uscire dal passato perché oggi affrontiamo realtà diverse.
Il nome proposto è quello della chiesa di origine di tutti noi, Chiesa d’Oriente, una chiesa cattolica nei fatti che però avrà una sua identità locale. D’altra parte non si dice Chiesa maronita Cattolica, ma solo chiesa Maronita, perché non Chiesa d’Oriente? In questo modo potremo testimoniare la nostra fede ed il nostro amore. Uniti e non divisi. I musulmani ci chiedono sempre: perchè siete divisi visto che il vostro Gesù parla di amore e voi dite che la vostra è una religione d'amore? Penso sul serio, come patriarca, che la divisione sia uno scandalo e sia contro la testimonianza di fede."
Nessun problema in vista, quindi?

“Non dico questo. Dico che con l’aiuto di Dio ogni problema può essere superato se alla base di tutto c’è la Fede in Lui. Certo tutto dovrà essere discusso con Roma. Il processo, se avviato, non sarà breve e forse non indolore. Ci saranno vescovi da accettare nel seno della comunità cattolica, eventuali questioni legate alle giurisdizioni episcopali da appianare. Il problema è che alla luce della continua e gravissima emorragia di fedeli dalla nostra terra è necessario fare qualcosa se non vogliamo che le nostre piccole chiese spariscano."

In un’intervista a Fides lo scorso febbraio Lei ha spiegato il progetto della Lega Caldea di cui Lei stesso ha proposto la formazione con queste parole: “Come caldei” spiega a Fides il Patriarca Sako “viviamo un tempo di confusione e di incertezza. La nostra presenza nella società è debole, frammentata nel campo della politica, della cultura, dell'azione sociale. Una 'Lega caldea' potrà aiutarci a rendere più concreto e efficace il nostro contributo alla vita civile del Paese”.  Un tale discorso come si spiega alla luce dell'attuale proposta di unità e superamento dei nazionalismi?

"Con il fatto che lo scopo ultimo è quello di mantenere l’unità nel rispetto delle diversità. Saremo sempre ciò che siamo ora, ma lotteremo insieme per i nostri diritti comuni. In quell’intervista  si parla di contributo alla vita civile del paese, uniti potremo dare un contributo maggiore anche alla vita politica, una condizione imprescindibile perché siano rispettati. Anche nello stesso ambito della proposta Chiesa d’Oriente essa riconoscerà sì il primato di Roma ma ogni sua componente manterrà le proprie tradizioni, riti, leggi ed amministrazione nel pieno rispetto del Patriarca e del Sinodo."  

Beatitudine, questa proposta appare come uno scossone sia nei rapporti tra le chiese coinvolte sia nei confronti della Santa Sede, una sorta di “forzatura di mano” per contare di più crescendo di numero, in chierici e fedeli.  Questa interpretazione è sbagliata?

“Diciamo che a volte ci sentiamo trascurati. Sia chiaro, siamo grati per l’aiuto che da tutti, e dalla Santa Sede in particolare, è arrivato specialmente  dopo i tragici fatti di Mosul e della Piana di Ninive. Non dimentichiamo le parole di vicinanza nei nostri confronti che Papa Francesco non manca di pronunciare. Il fatto è che, proprio per l’anomala situazione che stiamo vivendo: le violenze, la fuga, la diaspora, lo stesso fatto di avere le radici in paesi problematici per quanto riguarda la presenza cristiana, una maggiore autonomia decisionale, ad esempio per la nomina di un vescovo o il semplice spostamento di un sacerdote in diaspora da una sede all’altra, sarebbe utile. Ripeto, la mia è una proposta da discutere e valutare, a settembre ci sarà il Sinodo della Chiesa Caldea a Baghdad dove risiede anche Mar Addai II, e nello stesso mese quello della Chiesa Assira dell’Est ad Erbil. Quello sarà il momento giusto per parlare a cuore aperto tra noi e cercare una soluzione che ci aiuti a non scomparire dall’Iraq e poter testimoniare la gioia del Vangelo del Signore ai nostri fratelli musulmani."

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Isis: nuovo audio, attaccate cristiani durante il Ramadan

By AGI

In un nuovo messaggio audio diffuso dall'Isis, il portavoce Abu Muhammad al-Adnani esorta i musulmani ad "attaccare durante il Ramadan i cristiani, gli sciiti e i musulmani apostati che sostengono la coalizione internazionale in Iraq e in Siria". "Trasformiamo il mese di digiuno del Ramadan, cominciato la settimana scorsa, in un tempo di calamita' per gli infedeli sciiti e i musulmani apostati, sollecitando nuovi attacchi in Iraq, Siria e Libia", dice la voce registrata nel messaggio diffuso dai siti jihadisti, della durata di 28 minuti.

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martedì, giugno 23, 2015

 

On World Refugee Day, USCCB Migration Chairman calls upon United States to Protect Syrian and Iraqi Refugees and Displaced

By United States Conference of Catholic Bishops

In comments made in conjunction with World Refugee Day, observed June 20, Bishop Eusebio Elizondo, auxiliary bishop of Seattle and chairman of the U.S. Conference of Catholic Bishops’ (USCCB) Committee on Migration, called upon U.S. officials to do more to respond to the ongoing refugee crisis in the Middle East stemming from conflict in Syria and Iraq.
“This is a crisis that continues to grow and has no end in sight,” said Bishop Elizondo. “We can no longer turn our heads away from the human suffering of our brothers and sisters in the Middle East.”
The refugee crisis stemming from conflict in Syria and Iraq has reached historic proportions, with close to 15 million persons forced from their homes, many at risk of death. 7.6 million Syrians are internally displaced and as many as 4 million reside in neighboring countries or have fled to Europe or other parts of the world, while over 3 million Iraqis are internally displaced.
Bishop Elizondo specifically cited the plight of religious minorities fleeing ISIS in both Syria and Iraq, particularly Christians. “It is clear that religious minorities, including Christians and Yazidis, are being targeted and need our moral and material support,” Bishop Elizondo said. “The goal of ISIS is to eliminate these minorities from the region, a goal which should be strongly opposed and defeated.”
Bishop Elizondo cited steps the United States could take to assist the suffering, including an increase in resettlement opportunities for the most vulnerable refugees and additional assistance to displaced populations. To date, the United States has resettled less than 1,000 Syrian refugees.
“These refugees are themselves victims of terror and deserve protection. Our nation must take leadership in protecting them so that the rest of the world follows suit,” Bishop Elizondo concluded. 

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Erbil refugee camp prioritizes education


The ongoing rise of the Islamic State (IS) in Iraq and Syria and the highly unstable security situation in these countries have resulted in the movement of more than 1.5 million internally displaced people and refugees fleeing into the more secure Iraqi Kurdistan.
As camps grew last year, often sheltering people in appalling conditions, one man decided to welcome hundreds of displaced families in his own way: by giving their children the best education he can in a region where many refugees struggle to meet their most basic needs. Father Douglas al-Bazi, the manager of the Mar Elia camp, told Al-Monitor, “We lost the battle, not the war. My generation? We are the losers, but we can provide a future to our kids.”
Inside a crowded library, a young girl sitting on a white leatherette sofa starts playing Christmas songs on her guitar. Next to her, her friend practices his violin skills before his afternoon lesson. “I love this machine,” said Rwaid, a 14-year-old boy from Qaraqosh, an Assyrian town in northern Iraq. “There was nothing like this in my old city,” he said, gripping the instrument that he now plays every day. He wants to become a musician.
When Bazi first opened the gates of the Mar Elia Chaldean church to more than 500 displaced Christians, the lot surrounding his office was nothing but grass and mud. Today, 120 white caravans are nestled around a large playground with a volleyball court, Ping-Pong tables and swings. Near the entrance, in front of two classrooms, the library offers board games like “Baghdad Monopoly,” musical instruments and a wide range of books, including Jules Verne's “Twenty Thousand Leagues Under the Sea” and Alexandre Dumas’ “The Three Musketeers” in their original languages.
In his camp, which he calls a “center” and where refugees are called “relatives,” Bazi believes that education is the only way he can save his youngest guests from their traumas. “Believe me, IS’ next generation will be from our side [Christians] or from the Yazidis’ side,” Bazi said. “When the kids arrived here, they were completely lost for the first two weeks, angry and selfish. I remember the first time we offered them toys; within five minutes they destroyed them all. … Our kids, if they don’t have education, if they don’t have someone to look after them, do you think they are going to work for NASA? I don’t think so. It’s easy for IS to thrive among abandoned people.”
The camp, with its focus on education, seems out of place when compared to the dozens of other camps built in Iraqi Kurdistan when IS seized several cities in northern Iraq during the summer of 2014, including Mosul, Qaraqosh and Sinjar.
Baharka, situated just a few kilometers away from Mar Elia, shelters nearly 4,000 displaced Iraqis, mainly coming from Mosul, in dust-covered tents. There, only one in two children aged between 6 and 11 attend school. Even in Darashakran, a camp for Syrian refugees that Baharka camp manager Ahmad Abdo describes as “five-star,” the rate of school enrollment continues to decline due to pressure from families to send their children to work.
It’s one of the best camps,” said Nissan, a 58-year-old father of six who arrived in Mar Elia from Qaraqosh in the back of an oil truck 10 months ago. “I visited another camp, but it was too crowded. Almost 400 families were living there. It’s better here because we are with our neighbors; everyone knows each other. In other camps, there is no education, no libraries, no organized trips or music and English courses. Only here,” he added. “Jealousy exists. In the other camps, they say we have everything.”
Mar Elia, situated in the Christian neighborhood of Ankawa, regularly receives generous contributions, often in the form of goods like cinema tickets, plasma TVs and even caravans. These gifts from private donors are a scarce commodity in a region flooded with refugees and internally displaced people. The Baharka camp, mainly funded by the United Nations High Commissioner for Refugees and the World Food Program, has so far failed to find non-public supporters, even though it shelters six times more people than Mar Elia.
“It’s very difficult to find them; we are searching,” Abdo said. “Camps in Ankawa do better than the others; I don’t know why,” he added, confirming that competition for funding can be rough between the camps.
With his clean and tidy site that regularly attracts donors, Bazi said he hasn’t made any friends among the other camp managers in the region, as they don’t understand how he can spend so much money on so few. “They tell me, ‘What are you doing? People are dying, looking for food and medicine, and you are looking for books.’ But I don’t accept these remarks, never. I lived my whole life in Baghdad. At that time, people were looking for food and medicine. No one cared about education. But here, we do,” said the priest, who saw his church bombed and was kidnapped when he was still living in the capital.
“It’s not empty stomachs that destroyed my country; it’s empty minds,” he added, pointing his finger to his forehead.
For the summer, Bazi wants to expand the range of courses his camp has to offer, including Spanish and Italian classes. When asked if his project was long-term, Bazi replied that even though he never shares his opinion with his guests, he was prepared for the eventuality that they would stay “at least 15 years.”

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lunedì, giugno 22, 2015

 

‘We Will Not Forget Those Who Helped Us’

By National Catholic Register
Father Benedict Kiely

A U.S. priest gives firsthand account of the plight of Christian refugees in Erbil, Iraq.

Dust covers your clothes and sticks in your throat as you drive into the abandoned sports complex, which now houses more than 120,000 Christians, mainly Syriac Catholic, Chaldean Catholic and Syriac Orthodox, who fled after being driven from their homes last summer by the Islamic State (ISIS). This refugee camp, the Brazilian Sports Center, as it is known, is on the outskirts of Ankawa, the Christian section of the Kurdish capital, Erbil.
The men sit around idly, as they are not able to find work. But there are glimmers of hope: The children are trying to study, proudly carrying their schoolbooks and practicing their English on me, with beautiful smiles.
From the very first moment I arrived in Erbil, Iraq, one thing became abundantly clear: The situation is far more complicated than our sound-bite culture or a 60-second news report would allow.
These Christians, and other religious minorities, are victims of a wider regional conflict between the Shiite and Sunni Muslims. Further, many reports about the effectiveness and support the Kurdish government is providing to the Christians appear quite different after speaking with those directly affected.
Although I asked many questions, the real value was in listening to stories from women religious, priests and ordinary families. It was truly humbling to see, in the 21st century, families giving everything just because they are followers of Jesus of Nazareth. When the Islamic State (ISIS) appeared in their ancient Christian cities and villages, where families have lived since before Islam even existed, they were given three options: Convert to Islam, pay the exorbitant tax on Christians or die.
Their homes were marked with the Arabic “N” for Nasarean or Nasrani, identifying them as Christians. My driver and translator, Yohanna (John), had been a professor of political science in Mosul, Iraq; his family owned a successful farm. ISIS occupied the farm, kidnapped his brother and told them to leave. Miraculously, his brother escaped, and they left everything behind, with only the clothes they were wearing — all this because of their faith in Christ.
Everyone I met, including the Dominican nuns of Mosul, had similar stories. These highly educated women fled with just the habits they were wearing. Later, in Erbil, Sister Nazik, a young nun who has a Ph.D. from Oxford University, was telephoned by ISIS: They had found her mobile number in the convent and were demanding to know where the sisters had “hidden the guns.” Needless to say, Sister Nazik refused to speak to them.
The moving, often harrowing stories of Christian refugees clarified why I had decided to come to Erbil, despite the dangers of the journey.
A few weeks before my scheduled departure from my little parish in Stowe, Vt., a suicide attack had occurred by the U.S. Consulate in Ankawa, Erbil. My traveling companion decided it was too dangerous to go — and a senior figure in the U.S. administration advised against the journey.
Friends, family and parishioners asked why I was putting myself in danger. I knew it was not a desire for excitement or adventure, or even martyrdom. In fact, the inspiration for this trip was far simpler: It was a mission from the Lord, to see the actual situation on the ground, to meet the Church authorities and establish the needs and to ensure that the help already sent by so many agencies was being used.
My journey was the culmination of a pilgrimage that began almost a year ago.
Like so many, I was shocked and moved, last summer, when I heard of the fall of Mosul, Iraq’s second largest city to ISIS. This region, including the Nineveh Plain, has been the home of the Christian community since the time of the apostles.
The Kurdish forces have offered the most effective resistance to ISIS militants. And so tens of thousands of Christians and other minorities, notably the Yazidis, have arrived in Erbil. They live on the streets and in unfinished buildings — in the heat of summer and the freezing temperatures of winter. Many are now living in what they call “containers,” the kind of portable cabins often used here for temporary office space on a construction site.
The Christian refugees are making the very best of a bad situation, but for how long? Moved by their situation, I decided last summer to try to do something to help them, however small — reminded of the Lord’s words that even a cup of water given to a disciple will not be forgotten; important to remember when so many of us feel we are helpless and can do nothing.
Helped by community members in my parish, we founded Nasarean.org — to produce bracelets, lapel pins and car magnets marked with the Arabic “N.” By wearing these items, we remember to pray for them. Confronted with this tragedy, we need to show our solidarity and spur conversations when people ask the meaning of the symbol.
Lastly, all the proceeds from the donations for the items are sent directly to Aid to the Church in Need, a papal agency directly helping the Christians in Iraq and Syria.
What is the future for these brave Christian families who are our brothers and sisters in Christ? How can we forget that it was on the road to Damascus, in Syria, that St. Paul was converted, when Jesus did not say, “Why are you persecuting my Church,” but, “Why are you persecuting me?”
The priests who are running the camps try to put on a brave face for their people and assure them that, soon, they will return home. Privately, most tell me they see emigration as the only possibility.
In fact, I was in Erbil just after the fall of Ramadi, which had terrified the people, because there is nowhere else for them to find shelter if Erbil were to fall. Unfortunately, current U.S. policy is making it extremely difficult to even begin the process of emigration.
“Do you have a message for American Catholics?” I asked one of the Dominican nuns.
She told me, “Please tell them how lucky they are to pray in peace, and please ask them to pray for us. For when we pray for each other, we see each other — we are family.”
We must do more than pray. I am haunted by the words of one of the priests running a camp in Erbil: “We will not forget those who helped us. We will not forget those who kept silent.”

Father Benedict Kiely, the pastor of Blessed Sacrament Church in Stowe, Vermont, is the founder of Nasarean.org, which raises funds for Aid to the Church in Need to help persecuted Christians in Iraq.


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Chaldean Christians who fled Iraq still at Otay Detention Facility

Greg Moran

A group of 20 Chaldean Christians who are seeking political asylum in the U.S. after fleeing Iraq under the threat of persecution have been held at the Otay Detention Facility for at least four months and should be released to their families while their cases proceed, activists say.
About 50 members of the local Chaldean community held a vigil and protest outside the jail last week to draw attention to the plight of the asylum seekers, who fled their country out of fear of persecution by the radical group Islamic State.
Mark Arabo, a spokesman for the local Chaldean community and president of the Neighborhood Market Assn., said 20 people in the facility have relatives in San Diego County who are willing to be sponsors, which would allow the asylum seekers to be released pending the resolution of their claims.
"All we're asking for is for them to be released to their families," Arabo said. "Why they aren't being released now, we don't know."
Lauren Mack, a spokeswoman for Immigration and Customs Enforcement, said there are 27 Iraqi nationals in ICE custody at the jail, which is run by Corrections Corp of America under a contract with the government. She could not say how many are Christians.
Arabo said the asylum seekers have been in custody for at least four months — a far longer period than for those who have relatives willing to take them.
"These are people who escaped a Christian genocide only to be detained for months, with little or no hope of being released to their families," Arabo said.
Mack could not provide details on cases because asylum claims are confidential unless the seeker signs a waiver.
In a statement, the agency said decisions on whom to release are made after a review of each case. Several factors — including a person's criminal history, his flight risk, his immigration history and whether he poses a threat to public safety — are all weighed.
"Given ICE's limited detention resources and the agency's policy of holding those who are public safety threats or flight risks, the vast majority of foreign nationals arrested by ICE are, in fact, released under supervision while their cases are pending," the statement said.
But Bardis Vakili, a lawyer with the American Civil Liberties Union in San Diego, said the agency is detaining far too many asylum seekers on "specious" reasons: that they may flee or pose a threat.
He said the agency's policies state that if there is a credible claim of asylum, then the person should be released "as soon as reasonably practical" under supervision. It's unclear how many of the Chaldeans in the Otay facility have had a determination of their asylum status.
Vakili said scores of asylum seekers are languishing in San Diego and Imperial County detention facilities after their claims were denied. He said a better system would be to get seekers to appear in immigration court early on, where a judge could determine who is a risk and who is not, and "triage" the cases. Under current law, if someone is in custody for six months and hasn't seen a judge, he must have a court hearing, Vakili said.

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L'archevêque de Mossoul appelle à la "résistance" face à Daesh. Pour lui, les chrétiens "doivent rester en Irak".

By BFM TV


Monseigneur Yousif Mirkis, l'archevêque de Kirkouk en Irak, appelle à la "résistance" à Daesh. Sur BFMTV et RMC, il décrit la guerre contre l'Etat islamique comme "une troisième guerre mondiale". "Personne n'est à l'abri, et tout le monde va trembler", ajoute-t-il. Il décrit "une terreur bien orchestrée, mise sur Youtube, qui atteint tout le monde."
Pour lui, les chrétiens d'Orient doivent "résister". "Si nous fuyons, nous cédons, nous donnons raison. Il faut résister! Les Français connaissent ce mot, or aujourd'hui nous avons affaire à quelque chose qui est pire que le nazisme. Il faut résister en restant sur place." 
Des milliers de chrétiens ont dû fuir l'Irak, comme à Mossoul. "En juillet 2014, Daesh a donné un ultimatum aux chrétiens: où ils deviennent musulmans, où ils partent. Ils ont dû partir. Cela fait des années qu'ils avaient commencé à fuir, mais en juillet 2014, les cloches se sont arrêtées. Cela faisait 1700 ans que l'Eglise était à Mossoul." Aujourd'hui, selon Yousif Mirkis, "les chrétiens d'Irak sont encore environ 400.000, soit le tiers de ce qui existait en 2003, avant l'invasion américaine. Il faut qu'ils restent, parce que c'est dommage que des régions comme l'Irak soient vidées de cette mosaïque religieuse."

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Migliaia di profughi cristiani cacciati dall’ISIS dalle loro case

By Eurocomunicazione
Giancarlo Cocco


Una tre giorni ricca di spunti e di riflessioni sui nuovi mezzi di comunicazione quali il web, la rete e i social network: si tratta del secondo meeting nazionale dei giornalisti cattolici svoltosi a Grottammare (Ascoli Piceno) dal titolo “Pellegrini nel Cyberspazio”, organizzato dal settimanale diocesano L’Ancora, della diocesi di San Benedetto del Tronto – Ripatransone – Montalto e alla quale hanno partecipato oltre 150 giornalisti rappresentanti delle testate cartacee e online provenienti da tutta Italia.
Una parterre di grande prestigio con gli interventi di Andrea Tornielli, vaticanista de La Stampa, Andrea Melodia presidente dell’Unione Cattolica Stampa Italiana, Antonio Gaspari direttore di Zenit Agenzia di stampa Internazionale, Francesco Gaeta vicedirettore di Famiglia Cristiana, Daniele Bellasio de Il Sole 24 Ore, Paolo Ruffini direttore di TV 2000, Francesco Zanotti presidente della Fisc, il Cardinale Edoardo Menichelli che ha parlato di come “Comunicare Dio in famiglia”. Tra gli ospiti più attesi Monsignor D’Ercole autore e conduttore da più di venti anni del programma Rai “Sulla via di Damasco”.

Un momento di incontro e condivisione per fare squadra tra tutti i giornalisti cattolici che vivono il mondo della comunicazione ma anche per affrontare il tema di denuncia dello stato di grande pericolo e vessazioni cui sono sottoposti i cristiani in Iraq da parte dell’Isis, fatta dal neo-vescovo ausiliare di Baghdad dei Caldei Mons. Basel Yaldo (è stato nominato vescovo solo cinque mesi fa da Papa Francesco) presente al meeting, che ha raccontato come nel 2006 fu rapito da un gruppo fanatico di miliziani e liberato dopo tre giorni. Il Vescovo, per l’occasione, ha lanciato un appello all’Unione europea perché intervenga per ristabilire la pace nella regione e per il rientro nelle loro case di centinaia di migliaia di profughi cristiani.
Racconta Mons. Yaldo che «i cristiani in Iraq fino a qualche anno fa erano oltre un milione, vivevano in città come Babilonia, Ninive e Ur, ora sono ridotti a poco più di trecentomila. Bisogna rendere noto al mondo di questa comunità che è disposta a pagare con la vita la sua appartenenza alla fede. I cristiani sono presenti in questa regione dalla fine del primo secolo. I monaci Caldei – cristiani sono arrivati dall’Iraq fino in Cina».
«Qui i cristiani» – continua Basel Yaldo – «parlano ancora la lingua di Gesù, l’aramaico. Nel settimo secolo, quando sono arrivati i musulmani, i cristiani con la forza sono stati costretti ad abiurare la loro fede. Nel 1318 esistevano 20 diocesi cristiane e vi erano 80 milioni di fedeli, oggi siamo ridotti a meno di quattrocentomila. Prima di Saddam eravamo un milione. Tanti sono fuggiti, specie lo scorso anno, quando nelle grandi città come Ninive, Baghdad, Babilonia e Ur dei Caldei, la patria di Abramo, è arrivata l’Isis. Prevedo che tutto si concluderà con la divisione dell’Iraq in tre parti sunniti, sciiti e curdi».
«I cristiani» – prosegue Mons.Yaldo – «stanno in mezzo, sono in netta minoranza e sono considerati “ospiti” mentre noi siamo l’origine di questo Paese. L’Isis è entrata a giugno 2014 e in una notte da Ninive sono fuggiti oltre centomila cristiani. Si sono rifugiati in Libano e Turchia. Ora chiediamo la protezione e l’intervento dell’Europa perché si possa incoraggiare il rientro dei cristiani nella nostra terra pacificata».
Un appello che l’Unione Europea non può non accogliere senza mezzi termini.


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Medio oriente “inquieto”. Cittadinanza piena per restituire diritti ai cristiani e aiutare l'islam


In Iraq, Siria e in tutto il Medio oriente la situazione “è inquietante per molte ragioni”, cominciando dall’invasione di Mosul e della piana di Ninive nel giugno scorso per mano dello Stato islamico (SI). Si tratta di un'offensiva che “ha provocato una catastrofe in seno alla comunità cristiana”. È quanto afferma ad AsiaNews Joseph Yacoub, assiro-caldeo originario della Siria, professore di scienze politiche all’Università cattolica di Lione ed esperto di cristianesimo mediorientale. Nell’area “non vi sono più cristiani”, aggiunge, e si registra un esodo continuo verso “Paesi vicini come Libano, Turchia e Giordania”, anche se “mancano garanzie diplomatiche, militari e politiche per restare sul luogo”. Ecco perché la meta finale, per molti di loro, diventa “l’Europa, gli Stati Uniti, il Canada o l’Australia”.  
Lo studioso nei giorni scorsi era a Roma, per partecipare a un convegno internazionale sul genocidio che ha riguardato le comunità assira, caldea e siriaca in Medio oriente negli anni della Prima guerra mondiale. Una tragedia sulla quale Yacoub ha scritto un libro e che si ripete ai giorni nostri, con le persecuzioni perpetrate dai jihadisti dello Stato islamico (SI) verso i cristiani - ma anche yazidi e altre minoranze - in Iraq e in Siria.  
Secondo il prof. Yacoub, per risolvere la crisi è necessario “trovare soluzioni di lungo periodo sul piano umanitario, militare, ma soprattutto politico”. Finora vi è stata una distribuzione puntuale degli aiuti, si è tentato di “contrastare sul piano militare” il movimento jihadista, ma nessuna guerra “ha mai avuto sinora esito positivo, per questo bisogna andare oltre e cercare soluzioni di fondo di natura politica”. E per far questo, aggiunge, è essenziale che “il mondo arabo analizzi in maniera rigorosa il malessere profondo che cova al suo interno a livello politico e ideologico”. 
Egli esorta a “interpellare” il mondo musulmano nelle sue “organizzazioni e strutture politiche”, partendo dal presupposto che “il nazionalismo arabo ha fallito” nel suo compito di garantire “una piena cittadinanza e pari diritti fra persone, senza distinzioni di razza, religione o ideologia”. Al suo interno, sottolinea il professore, “vi sono ambiguità che vanno affrontate sul significato e sulla nozione di cittadinanza, di appartenenza a un Paese a prescindere dall’etnia o dalla religione”. 
Egli ricorda la storia e la presenza millenaria dei cristiani in Medio oriente i quali affondano le loro radici in questa terra oggi così martoriata. Per questo, avverte, oggi è ancora più urgente “il lavoro di studio delle costituzioni e l’introduzione di un diritto di cittadinanza che non sia solo teorico, ma abbia un’applicazione pratica e reale che ponga tutte le persone su uno stesso piano”. 
Violenze e persecuzioni non riguardano solo cristiani e minoranze, ma hanno investito pure i musulmani “anch’essi vittime”, sottolinea lo studioso, secondo cui siamo di fronte a un “problema globale che tocca le ideologie costitutive di questo mondo in termini di uguaglianza”. A suo avviso è “fondamentale la questione riguardante l’istruzione e la parità di trattamento fra cittadini”, un compito che spetta “alle autorità politiche, rispettando le varie sensibilità religiose”. 
Per il docente la pace sarà possibile “se si discute gli uni con gli altri” anche se ad oggi “la situazione sembra senza uscita e priva di soluzione”. I i problemi sono “gravi e profondi”, ma vanno trovate alternative e iniziative “nella società civile e politica” dove vi sono ancora “uomini di buona volontà”, anche fra i musulmani, che “vanno sostenuti”. Fra i tanti, il prof. Yacoub conclude ricordando il centro Massarat a Baghdad, fondato dal leader sciita Saad Salloum, che lavora da tempo per il riconoscimento delle diversità in Iraq. Nel 2014 egli ha redatto un inventario dei luoghi cristiani, a conclusione del quale ha aggiunto un commento: “Se l’albero irakeno è musulmano, le sue radici sono cristiane. Ed è forse possibile per un albero sopravvivere senza le sue radici?”.

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domenica, giugno 21, 2015

 

Iraq, Scola a Erbil fra i profughi cristiani in fuga dall'Isis


«Si muovano, decidano. Le dichiarazioni d'intenti di Europa e Stati Uniti non bastano. Dicano se e cosa vogliono fare e lo facciano, perché tutti devono avere uguali diritti». Usa parole ferme l'arcivescovo di Milano, cardinale Angelo Scola, poco dopo aver incontrato i profughi nei campi di Erbil, Kurdistan iracheno. Ieri ha visto bambini senza braccia, talvolta superstiti di famiglie sterminate, quasi sempre cristiani sfollati da Mosul e dalla piana di Ninive occupati dalle milizie dell'Isis.
«Ho trovato gente provata - racconta il Cardinale che ha accolto l'invito del patriarca di Babilonia dei caldei Louis Raphael I Sako - Hanno sul viso il dolore, ciò che hanno sofferto. Vivono in condizioni di grande difficoltà ma hanno sempre nel cuore il sogno di tornare nelle loro terre. Ciò implica un percorso che deve per forza coinvolgere la politica internazionale e non può basarsi esclusivamente sulle soluzioni messe in campo sul piano umanitario». «Soluzioni, appunto - taglia corto l'Arcivescovo di Milano, che nei giorni scorsi ha iniziato il suo viaggio in Libano - Le trovino e le mettano in atto».
«Nell' ultimo anno - riassume il vescovo di Erbil, Bashar Warda - più di 125mila cristiani sono stati costretti a fuggire dai loro villaggi solo perché hanno scelto di rimanere cristiani, rifiutando le condizioni poste dall'Isis. Meno di un anno fa quelle stesse famiglie vivevano nelle loro case, sostenendosi da sole con entrate, con entrate sufficienti o abbondanti».
La diocesi di Milano intanto non è rimasta a guardare e, attraverso la Caritas ambrosiana, ha lanciato una raccolta fondi straordinaria che al momento ha consentito di arrivare a 110mila euro (oltre ai 145mila già inviati nei mesi scorsi), fondi che Scola ha consegnato ieri a Erbil «per le esigenze di chi sta soffrendo».
Il Cardinale racconta di aver visto negli occhi dei profughi ancora la paura della furia jihadista: «Ricordano fughe in una notte, le case bruciate in pochi minuti, le violenze. Nei campi hanno il minimo, tutto il resto manca. Vivono una situazione pesantemente drammatica ma hanno un ultimo sguardo positivo - ribadisce - che è volto alla speranza di tornare».
Quindi l'appello alla politica internazionale, a Europa e Usa perché si interfaccino con le potenze del Medio Oriente e trovino un'intesa «affinché i diritti di ogni persona siano rispettati, indipendentemente dalle rispettive religioni», visto che, «per fare un esempio, un cristiano curdo da queste parti non ha nemmeno sulla carta gli stessi diritti che hanno i musulmani».
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venerdì, giugno 19, 2015

 

Bleak future for Iraqi refugees in Jordan

By Caritas
Dana Shahin

Jordan hosts 1.4 million Syrians, 500,000 Iraqis, and 500,000 Palestinians, in addition to 35,000 Yemeni. Caritas Jordan provides food, shelter, medical care, counselling, education and other aid. The numbers in need are overwhelming, but every refugee helped is a victory.

Fight for life

Jassam lived well in the Iraqi city of Mosul. He’d gone into the family import business after studying economics and accounting at university. He travelled regularly to China, Turkey and Dubai. He was successful. He was married and had children.
In June 2014, extremists of the so-called ‘Islamic State’ or Daech took control of Mosul. They committed atrocities and forced thousands of Christian and other religious minorities to flee or convert to Islam. Jassam, a Christian, sent his family to Kurdistan for safety. He however returned to Mosul to check on his house and business. On 9 July, there was a knock on the door. He was told an ‘N’ had been painted on it. It stood for Nazarene – a Christian. It meant the house now belonged to the Daech.
Jassam fled, leaving everything behind in Mosul. He went first to Erbil in Iraqi Kurdistan and then to Jordan. By August 2014, he was living in the Saint Charbel Church, supported by Caritas Jordan. His family grew – as his wife had a new baby. His dream was to join his father, who now lives in the USA. He refused to give up hope.
Then recently, his 4 year old daughter Tania fell ill with a severe fever. The family thought it was just a childhood illness. But it was Lymphoblastic Leukaemia. The family were grief-struck. The young girl was once active and a great talker, but no longer speaks and is listless. The other children have gone to live with a relative so the parents can look after their sick child.
Tania needs urgent treatment to stop the illness spreading to her spinal column. Jassam now has only to think of his daughter’s recovery. He is doing all he can to look for support to send her to the US for treatment.  The costs of her treatment might reach 37,000 euros or more and until then Tania’s life is in an imminent danger if her medical treatment is not secured as soon as possible.
To help Tania directly, please contact Caritas Jordan

We were the happiest family in the world

Payman is a 40, a widow who fled to Jordan in October after the Islamic State took Mosul in Iraq. She has four children: Ayoob, thirteen years old, Sarah, ten years, and the twin Afram and Aram seven years.
“We were the happiest family in the world until my village was taken over by ISIS and my husband died in an incident,” she said.
The loss followed by being uprooted from their home land and forced to leave without a thing caused a double trauma for Payman. She started feeling helpless, losing interest in daily activities and feeling down.
“I fear being at home after midnight because the commercial building is empty,” she said. She lives in Hashimi – Amman in a commercial area inside a shopping centre in a small room which isn’t safe for children.
She was diagnosed with depression, but has benefited from Caritas counselling unit services. The field visit team underlined her urgent need to be in a secure home to help her to construct a sense of security and be provided with an appropriate environment to her children.
She received basic food commodities with modest supplemental cash assistance, transferring her to another better prepaid rented house. All that helped her to reduce stress and anxiety, providing her with a secure environment for additional assistance.
Now she is waiting to travel to another country, but in a better condition as she secured the basic needs to maintain a normal life.

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Iraqi Christians Are 'Privileged to Give Their Blood to Witness That Jesus Is Lord and Salvation Is at Hand,' Chaldean Bishop Jammo Proclaims

Samuel Smith

In a passionate speech presenting the historic sacrifice made by Iraqi Christians on Wednesday, Chaldean Catholic Bishop Mar Sarhad Yawsip Jammo said that although Iraqi Christians have been slaughtered in masses by ISIS, Iraqi Christians have been proudly losing their lives in the name of Jesus since before Islam existed.
Speaking at Skyline Wesleyan Church's Future Conference in San Diego, Jammo, who's a native of Baghdad with ancestral ties to the Nineveh Plains and serves as bishop of a Chaldean Catholic Diocese that spans throughout the Western U.S., explained that the Chaldean Christian community's experience of being forced to choose between paying a tax for their faith or being killed predates ISIS' brutal demand.
In fact, Jammo explained that Chaldean Christians were first asked to pay taxes in order to celebrate their faith in the year 339 under the rule of King Shapur II, when he told Christians that they must pay double taxes if they wish to continue worshiping Jesus without being killed.
"[The Chaldean patriarch] said, 'No, this is my land. This is my right given by God to me and Jesus is my Lord and I will not pay taxes for that.' 'Then you will be killed. This is up to you,' Jammo detailed. "He and thousands others [became martyrs]. This is 339, much before Islam, much before ISIS. And then, Islam came."
Jammo also highlighted the kidnappings and murders of two Nineveh pastors in 2008 — one being the Chaldean Bishop of Mosul and the other being a priest who Jammo had the pleasure of teaching in Rome — who were kidnapped, tortured, killed, mutilated and dumped in the street simply because they were Christian.
As countless Christians have been martyred by ISIS in the last year for refusing to deny Jesus, Jammo urged Christians across the world, who are fortunate enough to freely enjoy their faith without it potentially costing them their lives, not to forget the fatal sacrifices that Chaldean Christians have made for the land of Abraham.
"This is the one side of the battlefield that you should observe. We should observe, this reality. It's one thing to be comfortable professing our faith, enjoy, clapping hands, singing, what a grace to have freedom to do that," the 74-year-old asserted. "But don't forget that this is not the whole field. Chaldeans were for 2,000 years and still now they are at the front. We must share our blessings. We don't complain. We are privileged to give our blood to witness that Jesus is Lord and that salvation is at hand."
"We are not disheartened. We are not discouraged. The Lord said that his church, that the gates of hell will not prevail against his church," Jammo continued, followed by resounding applause. "I always wondered a gate does not fight. So Lord Jesus, what do you mean by that — 'the gates of hell will not prevail.' The gate doesn't fight. No, you attack the gates of hell and the gates will collapse."
As over 120,000 Christians have been displaced by ISIS and the militant group continues to maintain a stronghold in Mosul and Christian lands in the Nineveh Plains, the bishop argued that only Jesus will be remedy and the people must repent and share Jesus with the world.
"Where is Jonas? 'Jonas, please go to Nineveh.' So this is the message of Jonas, for us too — that we must repent and purify our soul to the Lord Jesus and share our faith with each other, and that is why I came here to you to share my faith, with pastor Jim [Garlow], with all of you, so that you know Jesus must be the remedy to this sick world," Jammo stated. "He is the remedy. He is the savior. He is the solution, instead of fighting each other. Now go together. Go together and confront the world. Go together and challenge the gates of hell."
San Diego-based Chaldean-American humanitarian, Mark Arabo, also spoke at the conference and was critical of President Barack Obama and Congress for not airlifting the displaced Iraqi Christians out of Iraq to safety.
"It's our disfunction in Washington, It's our dysfunction in Congress and the White House that has put [Iraqi Christians] to death. It's our disfunction. It's Obama's dysfunction," Arabo argued. "When Saigon fell, the United States airlifted 150,000 Vietnamese. In the 1990s, President Clinton saved the folks in Bosnia and Rwanda. This is our moment to save these people."
Arabo, who founded the Minority Humanitarian Organization, has lobbied for the passage of House Resolution 1568, the Protecting Religious Minorities Persecuted by ISIS Act, which would require the State Department to expedite visa processing for Iraqi Christians seeking refuge.
However, Arabo has been disheartened by the lack of concern shown by the president, who has all but completely disregarded Arabo's call to save the Christians.
"I have had the privilege of meeting a few different presidents. In my brief exchanges with President Obama, I said, 'Mr. Obama, this is your legacy. President Ford did it, President Clinton did it,'" Arabo explained to Obama. "You should take Air Force One to Iraq and airlift all the children and all the Christians and bring them over to America.' He gave me a real political answer that was very long-winded and not really deep. I said, 'history is very patient and history is very objective.'"
"Our exchanges with the White House and president have been very direct," he added. "I think Jimmy Carter would have saved the Christians. The president has failed tremendously with the Christians and Congress has equally failed."

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