mercoledì, ottobre 01, 2014

 

"Non sono crociati. Difendono solo le donne e i loro figli"

By SIR
Daniele Rocchi

La Croce e il mitra: un binomio improponibile almeno per chi professa la fede cristiana e per chi fa del comandamento dell’amore il proprio stile di vita e di comportamento. Ma quando si è minacciati di persecuzione e di morte come sta accadendo da mesi ai cristiani iracheni dopo l’avanzata dei miliziani dello Stato islamico (Is), allora la situazione può cambiare. È quanto sta accadendo tra i fedeli iracheni, molti dei quali - per il momento stime parlano di circa duemila volontari - hanno deciso d’imbracciare armi e formare gruppi armati per contrastare i jihadisti, per nulla convinti che sia i peshmerga curdi sia l’esercito regolare iracheno abbiano forze e capacità sufficienti per proteggerli.
Risale allo scorso 11 agosto la nascita della Brigata cristiana in Iraq, che secondo alcune fonti locali, è attiva in zone della Piana di Ninive con compiti di controllo e vigilanza nei diversi check point sparsi nel territorio. A distinguere i suoi componenti dai combattenti curdi è lo stemma cucito sul braccio: il drappo assiro con fondo bianco con due fucili di colore nero incrociati e il nome della brigata, “Dwekh Nawsha” che nel dialetto da loro parlato significa “martirio”. Secondo quanto riporta il sito assiryanvoice.net, la brigata per il momento conta sull’apporto di circa 100 volontari. “Non siamo molto numerosi, ma la nostra fede è grande”, afferma uno dei comandanti della Brigata, il luogotenente Odicho, incaricato dell’addestramento. La Brigata “Dwekh Nawsha” non sarebbe, tuttavia, l’unica. Diversi analisti parlano di “battaglioni” cristiani e yazidi addestrati dai curdi. Si tratta, in molti casi, di persone fuggite in Kurdistan dopo la marcia dello Stato islamico su Mosul e sulla Piana di Ninive dove sono situati molti villaggi cristiani. Non si può certamente parlare di milizie confessionali, come quella di “Forze libanesi” che pure ha combattuto nella guerra civile nel Paese dei cedri dal 1975 e il 1990. Il suo leader Samir Geagea ha già comunicato la disponibilità a sostenere le nascenti brigate assire. Minoranza cristiana in armi già dal 2012 anche nella regione curda nel Nord-Est della Siria dove molti fedeli hanno imbracciato il kalashnikov a fianco dell’esercito di Assad per difendersi dai miliziani non solo dell’Is ma anche dai qaedisti di al Nusra. Fonti locali siriane all’epoca parlavano di “sentinelle e non di combattenti” con i vescovi che, dal canto loro, esortavano a rinunciare a combattere e ad avere pazienza.

Oggi sul campo la situazione è peggiorata. L’Is ha occupato ampi territori in Siria e Iraq e solo i raid aerei della coalizione messa in piedi dagli Usa stanno rallentandone l’avanzata. Le conversioni forzate, rapimenti e stupri di donne e bambine, decapitazioni, saccheggi, distruzioni di chiese e luoghi di culto e abusi di ogni tipo contro l’impotente minoranza cristiana e yazida chiedono risposte certe dalle Nazioni Unite e dalla comunità internazionale. Che tardano ad arrivare. Da qui la necessità quantomeno di difendersi, come spiega il vescovo ausiliare caldeo di Baghdad, monsignor Shlemon Warduni, che pure evidenzia il non coinvolgimento della Chiesa nella nascita delle milizie cristiane. “Chi ha deciso di creare milizie o gruppi armati cristiani - avverte subito - non ci ha chiesto pareri né tantomeno ci ha consultato per avere consigli. Va detto che seguendo i principi cristiani contenuti nel Vangelo e nell’insegnamento di Cristo, noi cerchiamo la pace fondata sul comandamento dell’amore, ama il tuo prossimo come te stesso”. Tuttavia, aggiunge subito, “difendere la propria incolumità, i propri familiari, la propria casa da chi vuole strappartela è legittimo”. Per mons. Warduni non si tratta di “armarsi per fare la guerra ma per difendere la nostra vita e proteggere quella di chi amiamo, i nostri figli, le nostre donne, i nostri anziani. Non vogliamo provocare altre ingiustizie, tantomeno se perpetrate ai danni di altri”. “La difesa personale è legittima. Non difendersi in questi casi significa morire” ribadisce il presule. “Ci chiedono di lasciare tutto, di convertirci. I nostri fedeli non rinunceranno mai alla loro fede, per questo è giusto difendersi. È giusto per il bene degli altri, dei nostri cari. Chi ha moglie e figli deve garantire loro rispetto, diritti e soprattutto dignità. Non vogliamo fare la guerra e nemmeno andarcene costretti dalla violenza”.
Forse l’alba di una nuova Crociata? “Chi dice che stanno nascendo dei nuovi crociati - dice con tono fermo il vescovo - sbaglia e così facendo fomenta il conflitto. Sono bugie che incendiano gli animi distruggendo ogni possibilità, anche minima, di dialogo che per noi resta la prima opzione. Se solo la comunità internazionale, il Governo del nostro Paese avessero fatto i passi giusti e necessari per aiutare e difendere la popolazione - conclude mons. Warduni - oggi non staremmo qui a parlare di armi e di milizie. Chiediamo il giusto rispetto e dignità. Gridiamo all’Onu e alla comunità internazionale di aiutarci ad avere i nostri diritti. Urge una forza internazionale che difenda i nostri popoli. Possibile che il mondo non riesca a fermare queste poche migliaia di miliziani con le bandiere nere?”.
27 settembre 2014

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martedì, settembre 30, 2014

 

Syriac-Catholic Patriarch Ignatius III: "Dialogue cannot stop extremists"

By Aid to the Church in Need
Oliver Maksan

 
(With the financial help of ACN, church leaders from the Middle East gathered in Geneva for a conference on the future of Christians in the Middle East. The event was a side event to the session of the Human Rights Council in Geneva on 16.09.2014. Many delegations participated in the conference. During the press conference from left to the right: Mar Ignatius Ephrem Joseph III. Younan (Ignace II. Yousif Yunan) (Patriarch of Antioch and all the East of the Syrians of the Syriac Catholic Church), Archbishop Silvano Maria Tomasi (Apostolic Nuncio), His Beatitude Louis Raphael I. Sako (Chaldean Catholic Patriarch of Babylon and Head of the Chaldean Catholic Church)
© Aid to the Church in Need)

 "We Christians in the Middle East will have a future if the family of nations stand up for their principles, such as democracy and freedom, and especially religious freedom. Then we will be able to live in civilised countries. But this will take time."
With these words the Syriac-Catholic Patriarch Ignatius III Yusuf Yunan addressed the global community. Talking to the Catholic charity Aid to the Church in Need (ACN) the Patriarch, who lives in Lebanon, made clear recently that the nations represented in the UN Security Council in particular had a responsibility to exert political pressure on Middle Eastern states. "They must make clear to countries such as Saudi Arabia who support religious fanaticism that they must stop doing this," the Church leader said. It was Gulf states who had supported extremists such as ISIS. The extremists' ideology went back to Wahhabism, an especially radical form of Sunni Islam which was something like the official teaching in Saudi Arabia, the Patriarch went on to say. "Before it became rich from illegal oil sales, ransom payments or taxes, ISIS was financed from the Gulf states." Ignatius III stressed that in the areas conquered by ISIS there was sympathy for the extremists among Sunni Muslims. "Either they are forced to support the extremists or they support them willingly out of conviction." The Patriarch sees the roots of the broad support for extremism in the education system. "Children and young people are already educated in this spirit. Islam is presented to them as the superior religion. Others would have to follow it and submit to it."The Patriarch did not wish, however, to express a view on whether the US government's anti-ISIS strategy was purposeful. "We bishops are neither military men nor politicians. ISIS must be stopped, by whatever means this may require. The extremists cannot be stopped by dialogue," Ignatius said.
Archbishop Silvano Tomasi, representative of the Holy See at the United Nations in Geneva, made it clear to ACN that the international community bore a responsibility to help the persecuted Christians in Iraq. Literally the Archbishop said: "The international community must do two things. Firstly: we must boost the humanitarian aid as regards food, medications and items of everyday need. We must consider that winter is coming. Secondly, the international community must maintain political pressure so that the displaced persons will be able to return to their homes and possessions. That is why there is an obligation on the part of the world community to work to assert this right. Finally the international community should demand that weapons are not supplied to ISIS, nor should financial or political support be given or should there be economic relations such as that through the oil trade. Otherwise this terrorist gang, who use violence as a means to rule, will be strengthened." In answer to the question how far military force should be part of a strategy to combat ISIS, Archbishop Tomasi said: "Pope Francis said that the international community must stop the unjust aggressor. This is part of the Church's social teaching, according to which an unjust aggressor must be stopped and disarmed. But while the Church has to be a kind of conscience of the world community and demands action, the technical aspect is not part of its task. When we say that even violence may be used to stop the aggressor, this does not mean waging war. When a policeman uses force to safeguard order in a particular area this does not mean that he is declaring war on the people in that area. In the same way the international community should stop and disarm the unjust aggressor in order to bring order and peace to the areas in which these poor Christians are being persecuted."

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Iraqi Christians' Dilemma: Stay or Go?

By Wall Street Journal
 

Fadwa Rabban
stayed in Baghdad after the 2003 U.S. invasion, and after her husband died in 2005. She stayed after a nearby blast blew out the windows of her home, and after friends and relatives left as Christians like herself increasingly became the target of Islamic militants. One Sunday in 2010, she went to church for a morning service with her son and daughter. That evening, the church was attacked by Islamic militants, leaving 58 dead.

"After that, I couldn't stay," said Ms. Rabban, 49 years old. In late 2012, she finally moved to Michigan with her children, joining a growing contingent of Iraqi Christians, known as Chaldeans or Assyrians, fleeing an intensifying campaign against religious minorities in Iraq.
As America again gears up for deeper military involvement in the Middle East, many Chaldeans are engaged in a fateful debate: Either get as many people out of Iraq as possible to safe havens, such as the United States, or stay and fight, possibly with U.S. help.
Iraq's minority groups, including Christians, are more vocally pressing the Iraqi central government to set up militias to protect from Islamic militants. The militias would be part of a U.S.-backed plan for a national guard, but has met with resistance from Iraq's government which fears militias may further destabilize the fragile country.
The Chaldeans, one of the world's oldest Christian communities, number in the hundreds of thousands in Iraq. They survived more than a century of intermittent persecution and a decade of often-brutal fighting since the fall of Saddam Hussein. Now, Iraq's Chaldeans and other Christian communities face an existential threat in the form of the group known as Islamic State, or ISIL, which vows to kill anyone who doesn't share its radical view of Islam.
While the White House and Congress haven't specifically addressed what to do with the Iraqi Christian community, President Obama has made it clear that religious minorities in the region must be protected. "We cannot allow these communities to be driven from their ancient homelands," Mr. Obama said in an early September speech.
The next day, Mr. Obama and National Security Advisor Susan Rice met with Christian leaders from the Middle East, including a representative of the Chaldean Catholic Patriarch, who supports an armed international force to protect Christians in Iraq.
Mr. Obama told them the U.S. "recognizes the importance of the historic role of Christian communities in the region," according to the White House.
A spokesman for the U.S. State Department said officials there are "aware of different proposals for how to best respond to the security needs of members of Iraq's religious and ethnic minority groups." He added that U.S. officials expect Iraq's newly formed government to play an active part in that effort. Meanwhile, thousands of Iraqi Christians face a wrenching personal dilemma.
"The priests and bishops told us, 'Please don't leave, this is our country.' They are right we should be there," said Ms. Rabban, who now lives in western Michigan. "But what can we do when someone comes to threaten you? When someone comes to kill you?"
Ms. Rabban and many other Iraqis are turning to Mark Arabo, an Chaldean-American activist in San Diego, for help getting relatives out of Iraq.
Mr. Arabo, the 31-year-old head of a local grocers' association in the area's Iraqi immigrant hub, is working with the Chaldean Catholic Bishop in San Diego to collect names of Iraqis trying to flee. So far, the list has 70,000 names, he says. Ms. Rabban's brother, Luay, is number 1,271. But Mr. Arabo and others say they are dismayed by the lack of support for emigration from religious leaders back home.
"My biggest obstacle is our Patriarch in Iraq," Mr. Arabo said.
The Chaldean Catholic Patriarch, Louis Raphael Sako, "does not think emigration is the solution," said Bishop Emeritus Ibrahim N. Ibrahim, the Patriarch's representative in the U.S. "We don't want to empty the Middle East of Christians."
Instead, the Patriarch and some Iraqi Christians in the U.S. support sending or creating an armed security force to forge a safe haven for religious minorities within Iraq.
In a letter to Chaldeans last month, the Chaldean Patriarch, who is based in Baghdad, wrote that the church "more than any time in the past…finds itself alone in the battlefield."
"We are very much opposed to having our people uprooted, whether they're driven out [by extremists] or whether it's a one-step-at-time effort by groups in the U.S.," said Robert DeKelaita, an immigration lawyer in Chicago and co-founder of The Chaldean Assyrian Syriac Council of America.
Mr. DeKelaita and others, including Martin Manna, a Chaldean-American and president of the Chaldean-American Chamber of Commerce in Detroit, are pushing for the creation of a protected region for religious and ethnic minorities that would also have a form of self-governance within Iraq.
Both men support the Nineveh Council of America, an advocacy group asking the U.S. to "legitimize and support" an international armed force and a local security force made up of Christians and other religious and ethnic minorities to protect such a province, Mr. Manna said.
Mr. Manna and others tell the Obama administration that a Christian presence in the Middle East is important not only to maintain Chaldean heritage, but to help stabilize the region, he said. "A Middle East without Christians will become a more radicalized Middle East," he says.
Officials with the State Department and White House say they meet regularly with Iraqi Christian groups in the U.S., and note that the U.S. already provides significant humanitarian assistance, including the resettlement of tens of thousands of refugees.
Those who support emigration say most have already made the decision to leave: The Christian population of Iraq stood at around 1.4 million before 2003, but a million Christians have fled in the decade since Saddam Hussein was deposed, according to Iraqi church officials, leaving the number at around 400,000.
Church officials estimate there are around 250,000 Iraqi Christians now in the U.S., concentrated around Detroit and San Diego. Since 2007, more than 45,000 Iraqis from religious minorities, mostly Christians, have come to the U.S. as refugees, according to the U.S. Department of State.
Nearly half of those remaining in Iraq have been displaced, said Chaldean Catholic Bishop Sarhad Jammo, who is based in San Diego and oversees the Chaldean church in the western U.S. "We are watching an unfolding genocide. There is no hope of return to their villages," he said.
"We're trying to respect the wishes of the people," said Father Manuel Boji, vicar general for the St. Thomas Chaldean Catholic Diocese of the U.S., based in Detroit and covering the midwest and eastern states. Christians who flee face an uncertain future, he said. "Who will accept them? No country has opened its doors to such numbers."
Mr. Arabo is lobbying Congress in support of a bill introduced earlier this month by U.S. Rep. Juan Vargas, a California Democrat, that would exempt Iraqi Christians from the limit on the number of refugees allowed into the U.S., and streamline the process for their entry.
"This is a human rights issue, not an immigration issue," said Mr. Vargas.

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I cristiani d'Iraq pronti a combattere

By Corriere della Sera, 29 settembre 2014
Lorenzo Cremonesi

Il progetto di unità armate per difendere dai jihadisti i villaggi nella piana di Ninive Al Nusra incita a colpire l'Occidente. Obama accusa l'intelligence: sull'Isis ha sbagliato

DAL NOSTRO INVIATO SANLIURFA (Turchia)
Che i cristiani iracheni perseguitati dai tagliagole dello Stato Islamico volessero organizzarsi in unità di difesa armate è risaputo da tempo. «Perché nessuno ci protegge? Vogliamo i fucili e le munizioni così possiamo farlo da soli», gridavano a decine la seconda settimana di agosto durante le riunioni con i vescovi e prelati nelle chiese e basiliche di Erbil trasformate in campi profughi dopo la presa di Qaraqosh e di altri importanti centri cristiani. Erano appena sfuggiti alla caccia dei fanatici sunniti. Umiliati, derubati. Alle loro spalle mogli, figli, gli anziani genitori, ammassati con le poche cose che erano riusciti a portare via, esausti tra il caldo e la polvere. Adesso quelle richieste dettate dal diffuso sentimento di frustrata impotenza stanno trovando risposte: i peshmerga, la milizia curda nell'enclave autonoma dell'Iraq settentrionale, stanno organizzando unità combattenti che raccolgano i volontari cristiani. «Dovrebbero venire impiegate specialmente per la difesa dei villaggi cristiani nella piana di Ninive», specifica la stampa irachena, che due volte nell'ultima settimana ha riportato la notizia.
A Einkawa, zona cristiana di Erbil (capitale della regione curda), la municipalità locale ha già raccolto una cinquantina di nomi di aspiranti reclute. «Per il momento si tratta solo di un progetto, di un'idea. Non c'è ancora nulla di concreto. So che parecchi giovani vorrebbero offrirsi volontari. Tra loro siriaci cattolici, siriaci ortodossi, caldei e anche assiri. E' importante capire che non si tratta di una milizia indipendente. L'idea è che i cristiani siano integrati con i militari curdi, che a loro volta sono coordinati con l'esercito iracheno, che fa capo ai comandi centrali di Bagdad», sottolinea per telefono Bashar Warda, arcivescovo della diocesi caldea di Erbil. La preoccupazione delle gerarchie ecclesiastiche locali è evitare di creare milizie confessionali autonome sul modello della Falange cristiana libanese. Warda ribadisce che la Chiesa non ha alcun ruolo nell'iniziativa. Eppure, non nasconde la necessità di garanzie per la difesa della culla storica del cristianesimo orientale, la piana di Ninive e la regione di Mosul. Da agosto queste sono aree cadute sotto il controllo dei jihadisti. Di continuo giungono notizie di danni alle basiliche, ai mausolei e alle proprietà cristiane. Ricorda Warda: «Nella sola Ninive sono situati 14 villaggi cristiani. Sono a meno di un'ora d'auto da Erbil, ma nessuno di noi può ancora andarci. I loro 125 mila abitanti hanno trovato rifugio da noi e presso l'arcivescovado di Dohuq».Non è del resto strano che le minoranze pensino a difendersi. Gli eventi degli ultimi mesi e l'allargamento dei raid della coalizione guidata dagli americani contro le milizie jihadiste in Siria fanno temere un aumento delle violenze. Proprio ieri il presidente Barack Obama ha ammesso: «L'intelligence Usa ha sottostimato quello che stava accadendo in Siria, l'epicentro per i jihadisti di tutto il mondo». I leader di Al Nusra, le brigate filo Al Qaeda in Siria, hanno appellato i militanti all'estero a compiere attentati in tutti i Paesi che compongono la coalizione. Al Nusra, che pure in passato ha periodicamente combattuto contro lo Stato Islamico, è stata ripetutamente bombardata dall'aviazione alleata nell'ultima settimana. Colpite inoltre altre tre raffinerie artigianali controllate dai jihadisti nella Siria orientale e la regione della cittadina di Kobane presso il confine turco.

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Patriarca di Baghdad ai musulmani: Condannate l’estremismo, ricostruite l’Iraq coi cristiani

By Asia News
Louis Raphael I Sako *


In occasione dell’Eid al-Adha, la festa islamica del sacrificio, Mar Sako rinnova l’invito alla “riconciliazione” e al “dialogo coraggioso” per una vera pace. Tolleranza, rispetto e giustizia per mantenere “l’identità nazionale” e “la coesistenza”. Il ricordo dei musulmani che si sono sacrificati per salvare i cristiani. E aggiunge: "Vi amiamo perché Cristo insegna ad amare tutti".
"Desidero inviare ai fratelli musulmani i migliori auguri", chiedendo a Dio "di proteggerli e preservare il nostro Paese da ogni forma di male". È questo l'augurio che sua Beatitudine Mar Louis Raphael I Sako rivolge alla comunità islamica irakena in occasione dell'Eid al-Adha, festa che ricorda la totale sottomissione a Dio dell'uomo. Nel messaggio, inviato ad AsiaNews, il patriarca caldeo rilancia - come già avvenuto in passato - l'invito a condannare "l'estremismo violento di carattere confessionale, perché distorce la religione".  Mar Sako traccia una "road map per la salvezza" che parte dall'educazione e dal rispetto delle "differenze religiose, culturali" pur mantenendo "la nostra identità nazionale e l'unità". Egli ricorda anche l'amore dei cristiani verso "tutti", anche nelle difficoltà e nelle sofferenze. E lancia un appello al governo nazionale e alle autorità del Kurdistan, perché - assieme - liberino Mosul e la piana di Ninive dal giogo oppressivo dello Stato islamico.

Ecco, di seguito, la lettera del Patriarca caldeo alla comunità musulmana in Iraq e del mondo:

Desidero inviare ai fratelli musulmani le mie più sincere felicitazioni e i migliori auguri in occasione della festa di Eid Al-Adha, chiedendo a Dio di proteggerli e preservare il nostro Paese da ogni forma di male. 

Non vi è libertà e non vi è dignità senza una vera e onesta relazione che riconosca e accetti gli altri, in quanto fratelli e compagni in un'unica terra e in un'unica casa. I nostri cittadini hanno sofferto molto a causa di una lunga serie di guerre e conflitti; per questo è necessaria una vera riconciliazione, un dialogo coraggioso, e un approccio politico efficace per garantire il ritorno della pace, della sicurezza e della stabilità. 
Attraverso una presa di coscienza e una educazione capaci di assimilare le differenze religiose, culturali e della nazione e diffondere la cultura della pace, della tolleranza, del rispetto, della giustizia e del dialogo sapremo mantenere la nostra identità nazionale e l'unità, e rimuovere le barriere e promuovere la fiducia e la coesistenza, eliminando qualsiasi tipo di ideologia estremista e chiunque fomenti l'odio e la violenza. Questa è la road map per la salvezza, in una situazione che è fonte di grande preoccupazione. 
Noi, cristiani irakeni, siamo una componente autentica e indispensabile del Paese, e desideriamo stare con voi come compagni e lavorare assieme come un'unica squadra, per il progresso della nazione e il bene del nostro popolo. Lo Stato islamico ci ha strappato dalle nostre città e anche a Baghdad si avverte la pressione su di noi, ma siamo qui a dirvi che vi amiamo perché Gesù Cristo ci ha insegnato ad amare tutti. Noi crediamo con forza che tutti i musulmani NON approvano le azioni dello SI, che vi siano alcuni musulmani buoni e che guardano a noi come a una benedizione. Fra questi vi è il dr. Mohammed Al-Asali, che è stato ucciso mentre difendeva i cristiani di Mosul. Speriamo davvero che voi dichiariate in modo aperto e forte che respingete e condannate l'estremismo violento di carattere confessionale, perché esso distorce la religione. 
In questa occasione ci appelliamo al nostro governo nazionale perché si unisca e cooperi con il governo regionale del Kurdistan per liberare Mosul e le città della piana di Ninive e altre cittadine, affinché il milione e mezzo di sfollati possa rientrare nelle proprie abitazioni il prima possibile e in particolare perché sia possibile riaprire le scuole dopo le festività di Eid al-Adha. L'inverno si sta avvicinando.  
Vi auguriamo buona festa di Eid al-Adha, perché possa restituire il valore del sacrificio per il rispetto dei diritti umani e della dignità, non per il sacrificio della gente. 
* Patriarca caldeo di Baghdad e presidente della Conferenza episcopale irakena

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lunedì, settembre 29, 2014

 

Il Patriarca caldeo: dietro la guerra, giochi politici sporchi

By Vatican Insider - La Stampa
Gianni Valente

«Se non ci aiuta il Signore, per noi non c’è futuro». Si avverte anche sofferenza e apprensione nel Patriarca di Babilonia dei caldei Louis Raphael I. L'apprensione del pastore che vede il gregge in pericolo. La sofferenza del figlio della Chiesa caldea che vede correre verso la dissipazione una lunga storia cristiana, quella che ha irrigato per millenni le terre tra i due fiumi della Mesopotamia. E a angustiarlo non sono soltanto i sanguinari jihadisti dello  Stato Islamico.
Davanti alle sofferenze del suo popolo, cosa si può fare fare? Qual è, adesso, il vostro compito?
La prima cosa è consolare chi soffre e ha paura, aiutare tutti, e soprattutto incoraggiare la gente a perseverare e restare saldi nella loro fede e nella loro terra. A non andar via. A rimanere. Quelli che vogliono, certo. Senza forzare nessuno. Ma è nostro dovere orientare le persone con lo sguardo che ci suggerisce il Vangelo. Quelli che vanno via devono sapere che l'Occidente non è la terra promessa, tantomeno il Paradiso.
Ma tanti vogliono solo scappare.
Il momento che stiamo vivendo è anche una prova. Ognuno di noi è chiamato a guardare nel suo cuore, e può scoprire anche che la consolazione del Signore è l'unica forza e l'unico tesoro. Quello che abbiamo di più caro. Ma molti sono vittime di questa frenesia di fuggire. Non riescono nemmeno a pensare a quello che sta succedendo davvero alle loro vite. Cercano un futuro. Ma la speranza di un futuro migliore, per chi ha il dono della fede, non può ridursi solo alla ricerca di una vita più agevole.
Eppure un vescovo, negli Stati Uniti, sta trattando anche con la Casa Bianca per organizzare il trasferimento negli Usa di decine di migliaia di caldei.
Quel vescovo pensa sicuramente “all'americana”, ma non sembra pensare e agire secondo il Vangelo. E poi è fuori dalla situazione concreta in cui viviamo. In America hanno messo i cesti con le richieste di asilo sopra l'altare, durante la messa. Come se la migrazione di migliaia di cristiani iracheni negli Usa fosse qualcosa su cui invocare la benedizione di Dio. Una scena strana, che non fa che confondere la fede di tanti. Purtroppo alcuni ecclesiatici diventano  businessmen invece di rimanere pastori delle anime. Ragionano in termini di business e non di pastorale evangelica, anche riguardo ai fedeli. Per qualcuno sono soltanto numeri, con cui far crescere sulla carta la quota dei battezzati su cui hanno giurisdizione. Li fanno trasferire da una situazione brutta a un'altra che alla lunga può risultare ancora più miserabile. Lasciati a se stessi, senza una adeguata cura pastorale.
Lei cosa si sente di dire a chi vuole andar via?
Lo ripeto: ogni cristiano, nella sua coscienza, deve pensare a quale futuro cerca. Provare a sentire l'amore di Dio in questa situazione. Interrogarsi su cosa gli sta chiedendo il Signore in questo momento. E magari accorgersi che noi abbiamo un futuro qui, in questa nostra terra martoriata e benedetta. E che tutto il Paese rappresenta la nostra missione.
Il Presidente curdo Barzani, quando è venuto a trovarci con Hollande, ci ha detto: voi dovete avere pazienza, dovete rimanere. Dovete imparare da noi curdi, che abbiamo sofferto ma adesso abbiamo i nostri diritti. Prendere lezioni di perseveranza. A noi cristiani può far bene anche questo.

Intanto, gruppi cristiani con base negli Usa cercano - e dicono di trovare – proseliti nei campi profughi. Anche tra i non cristiani.
È un guaio. Una cosa immorale. Approfittano delle difficoltà e delle sofferenze di un popolo. Anche loro ragionano in termini di business, da manager della religione in cerca di clienti.
Contro i jihadisti dello Stato Islamico si sono costituiti anche gruppi armati che si presentano come “milizie cristiane”. Cosa ne pensa?
Ai politici, anche cristiani, che me l'hanno chiesto, ho detto sempre: se alcuni cristiani vogliono partecipare alla difesa o alla lotta per liberare le terre conquistate dai jihadisti, che entrino nell'esercito curdo o in quello nazionale iracheno. Fare delle “milizie cristiane”, che si connotano in maniera etnico-religiosa, è una follia e un suicidio, oltre a essere illegale.
Gli Usa hanno iniziato l'intervento armato con la “coalizione”. In Iraq, qualcosa del genere lo avete già visto.
Tutto questo mi sembra un gioco politico sporco. Bombardare questi jihadisti non li farà certo sparire. C'è il pericolo di uccidere tanti innocenti. Si distruggono le infrastrutture, che rimarranno distrutte. Gli americani già lo hanno fatto: hanno distrutto il Paese e non lo hanno ricostruito. La cosa più grave è che adesso tutti ripetono: la guerra durerà anni. Così mandano un doppio messaggio, pericolosissimo. Ai jihadisti dicono: tranquilli, avete tempo per organizzarvi con calma, trovare altri soldi, arruolare altri militanti a pagamento. Agli altri, al popolo dei rifugiati dicono: ne avrete per anni, per voi il futuro è possibile solo altrove, lontano dalle vostre case. E' meglio che ve ne andiate, se ci riuscite. Se si vuole davvero farla finita con i gruppi estremisti, si deve lavorare sull’educazione e sulla formazione, con programmi che davvero facciano percepire la falsità e la mostruosità di quell’ideologia sanguinaria.
Intanto, in Occidente, qualcuno ha provato a ritirar fuori lo stereotipo dello scontro di civiltà e degli islamici nemici della cilviltà occidentale.
La realtà è che l'Occidente non ha altri moventi oltre ai propri interessi economici e di potere. Anche quest'ultima entità che si fa chiamare Stato Islamico è stata nutrita per anni con soldi e armi che venivano da Paesi cosidetti “amici” dell'Occidente. Coi servizi segreti, quando vogliono, possono sapere tutto di ognuno di noi. Come mai non sanno da dove passano le armi, o a chi vendono oggi il petrolio? Gli Usa si sono mossi quando hanno decapitato i 2 poveri americani. E tutti quelli - siriani, iracheni, cristiani e musulmani – che avevano ammazzato e sgozzato fino a allora?
In tutto questo, c'è qualcosa che la fa sperare?
La scorsa settimana, a Baghdad, noi sacerdoti abbiamo fatto tutti insieme gli esercizi spirituali. I nostri preti fanno miracoli, malgrado tutta questa situazione: liturgie, catechismo, attività sociali e di carità, teatro, tante cose belle. A questo ci chiama oggi il Signore: consolare le persone, aiutarle a avere pazienza, a non perdere la speranza. Adesso è la cosa più importante.

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sabato, settembre 27, 2014

 

Duemila volontari per la Brigata cristiana in Iraq


Gli iracheni di fede cristiana hanno deciso di imbracciare le armi e formare le proprie milizie per contrastare l’avanzata dei jihadisti dell’Isis, convinti che le forze curde e quelle del governo federale non siano in grado di proteggerli. A Sharafya, a nord della piana di Ninive, i miliziani islamici che avevano conquistato il villaggio sono stati scacciati a metà agosto dai peshmerga, ma un mese dopo, le strade sono ancora vuote. I jihadisti si trovano ancora a pochi chilometri di distanza, nel villaggio di Tel Kef, e solo pochi uomini in uniforme controllano la zona. A prima vista, riferisce un reportage dell’Agenzia France Presse, sembra che si tratti di peshmerga, le forze curde, che indossano uniformi color kaki e hanno il kalashnikov a tracolla. Ma ricamato sulla manica hanno uno scudo che li distingue: il drappo assiro barrato da due fucili.
Questi uomini appartengono a una nuova brigata in via di formazione composta da assiri, popolazione cristiana insediata da millenni nella piana di Ninive. Formata lo scorso 11 agosto a ribattezzata “Dwekh Nawsha”, che vuol dire martirio futuro nel dialetto armeno locale, è composta per ora da un centinaio di uomini.  “Non siamo molto numerosi, ma la nostra fede è grande”, ha detto uno dei comandanti della Brigata, il luogotenente Odicho, incaricato dell’addestramento. Secondo il Movimento democratico assiro, uno dei partiti politici della regione, già duemila uomini si sono presentati come volontari per combattere l’Isis, responsabile di molte violenze nei confronti della minoranza cristiana. I curdi stanno addestrando alcuni battaglioni cristiani e yazidi arruolando profughi fuggiti in Kirdistan dopo l’offensiva estiva dello stato Islamico.
Per rafforzare i ranghi e migliorare l’equipaggiamento delle milizie cristiane una delegazione di assiri iracheni si è recata in Libano a chiedere aiuto alle Forze Libanesi (FL), la principale milizia cristiana che ha combattuto nella guerra civile nel paese, fra il 1975 e il 1990. Samir Geagea, leader delle FL, ha fatto sapere che il suo partito è pronto a “sostenere tutte le decisioni che prenderanno i cristiani in Iraq”. La creazione di “brigate” cristiane in Iraq ricorda da vicino l’ingaggio degli assiri in Siria, dove si battono tuttora insieme al partito dei curdi siriani impegnato in queste settimane a difendere la regione curda del nord est dall’attacco delle forze del Califfato.

con fonte AFP

Foto: Assiryanvoice

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Il patriarca Younan: «Per noi nessuno si muove Quando torneremo a casa?»

By Avvenire
Roberto Zanini

«La domanda più frequente che mi fanno è: “Patriarca, torneremo mai a casa?”. E io non so dare risposte. I loro vicini di casa musulmani, con i quali sono cresciuti e hanno condiviso tutto, li hanno traditi. Qaraqosh, dove abitavano 50mila cristiani, oggi è deserta. Anche i fondamentalisti dell’Is l’hanno abbandonata. I curdi che sono stati forniti di armi dall’Europa dovrebbero riconquistarla, ma per i cristiani non si muove nessuno».
Anzi, i cristiani iracheni fuggiti dalla piana di Mosul che si rifugiano
nei limitrofi territori curdi, nella speranza di tornare, sono costretti a pagare l’affitto per restare. Il Patriarca siro-cattolico di Antiochia Ignatius Youssef III Younan è stato particolarmente severo nel denunciare il precipitare della situazione in Iraq, parlando ieri alla Camera dei deputati in un dibattito per la presentazione del documentario Syria’s christian exodus  sul genocidio dei cristiani in Medio Oriente, realizzato dalla giornalista Elisabetta Valgiusti.
L’incontro è stato coordinato da Pierluigi Castagnetti. Insieme al Patriarca e a Valgiusti c’era il direttore di  Avvenire  Marco Tarquinio. Il filmato oltre a presentare immagini della distruzione di decine di chiese, opere monumentali,  intere comunità e quartieri cristiani in Siria e Iraq, propone molte interviste ai profughi, anche islamici, nei campi di raccolta e davanti ai pochi templi ancora agibili.
Interessanti le testimonianze degli esponenti religiosi delle locali Chiese cattoliche e ortodosse. Come il patriarca di Damasco Gregorio III Laham che sottolinea: «Questo estremismo islamico in Medio Oriente non c’è mai stato e non c’è modo di fare la pace se i musulmani non si riconciliano fra loro». «In questa guerra – ha detto il Patriarca greco melchita cattolico di Aleppo Jean-Clément Jeanbart che vede il crescente martirio dei cristiani sono evidenti i tre segni del “maligno” indicati nel Vangelo: menzogna, denaro e sangue».
Interpellato dagli interventi in sala e dalla sottolineatura di Tarquinio sul fatto che Avvenire  è stato per molto tempo in Italia l’unico giornale a denunciare il perpetuarsi dei massacri di cristiani, il Patriarca Ignatius Youssef III Younan ha rimarcato, con l’intensità propria di chi le cose le vive sulla sua pelle: «L’Occidente ha una responsabilità politica ed etica di fronte al fanatismo islamico in Iraq, in Siria e nei Paesi delle Primavere arabe, ma solo adesso comincia a capire. Il problema è nell’idea di unione di religione e Stato propugnata dai fondamentalisti.
Nei fatti, il programma dell’Is è lo stesso dei Fratelli musulmani: la sharia come strada, il jihad come metodo. Noi cristiani in Medio Oriente non facevamo certo paura a nessuno, non siamo contro l’islam. E oggi dobbiamo aiutare i nostri fratelli musulmani affinché comprendano che non siamo più nel VII secolo, ma nel XXI. Così come l’Occidente deve rendersi conto che quanto accade in Medio Oriente è pericoloso non solo per noi, ma per i nostri figli e per i nostri nipoti».
Riguardo alle responsabilità, anche Castagnetti non è sembrato avere dubbi: «La Siria è il luogo d’incubazione della tragica realtà dell’Is. Lì, e nella sollecitudine in favore delle Primavere arabe è stato il grave errore politico dell’Occidente. Obama non può sfuggire al giudizio della storia: armare chiunque volesse colpire il presidente Assad è stato imperdonabile».
«L’anno prossimo – ha annotato Tarquinioè il centenario dall’Olocausto armeno, il primo genocidio del ’900: oggi si continua sulla stessa strada. Noi sappiamo cosa ha significato il marchio della stella di David nel secolo scorso: oggi in Siria e in Iraq vengono marchiate le case dei cristiani. Mi auguro che i leader islamici parlino con chiarezza e senza ambiguità, altrimenti le nostre parole non basteranno...».

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venerdì, settembre 26, 2014

 

L’ambasciatore dell’Iraq: «Pericolo anche per il Santo Padre»

 
Torna a parlare Habeed Al Sadr, l'ambasciatore iracheno presso la Santa Sede.
L'ambasciatore iracheno presso la Santa Sede Habeeb Al Sadr spiega la strategia mediatica dell'Isis: "Anche se non si può parlare di una vera e propria minaccia verso Papa Francesco, le atrocità commesse dai terroristi verso i simboli sacri, sia musulmani che cristiani, possono indurci a pensare che un pericolo nei confronti del Santo Padre non debba essere escluso. Il clamore internazionale delle loro azioni attira nuovi combattenti". 

Per il video clicca qui

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Una colletta record per i cristiani perseguitati in Iraq

Luciano Salsi  

È impressionante la risposta dei cattolici reggiani all’appello del vescovo Massimo Camisasca per soccorrere i cristiani dell'Iraq. In meno di un mese sono stati raccolti più di 160mila euro, cifra superiore alle previsioni. «È con profonda commozione – scrive il vescovo – che ho assistito e partecipato alla corale raccolta di fondi per i nostri fratelli perseguitati ed esuli dalle loro case in Iraq. Non solo la somma raccolta ha superato ogni mia aspettativa, ma ha anche visto la partecipazione di tantissimi fedeli, sacerdoti, parrocchie, comunità e movimenti».
L’iniziativa era partita dalla Conferenza episcopale italiana che aveva lanciato in tutta Italia una giornata di preghiera per l’Iraq, il 15 agosto, giorno di Ferragosto, in concomitanza con la solennità religiosa dell’Assunta. Camisasca ha colto l’occasione per lanciare nello stesso giorno una colletta straordinaria nell’intera diocesi, rispondendo all’appello di Luis Sako, patriarca dei cattolici irakeni di rito caldeo. Parroci, diaconi e laici hanno trasmesso l’invito nelle domeniche successive, incontrando disponibilità da parrocchie, movimenti e singoli fedeli. Le somme raccolte sono confluite nella processione offertoriale della messa celebrata l’8 settembre nella basilica della Ghiara, a conclusione della Giarèda, che coincide con l’inizio dell’anno pastorale. In totale, 161.626,65 euro.
«Il patriarca dei Caldei monsignor Luis Sako – riferisce il portavoce della Diocesi, Edoardo Tincani ha già ricevuto la somma ed ha a sua volta ringraziato la Diocesi per il gesto di grande generosità». Le tragiche notizie provenienti dall’area mediorientale occupata dagli islamisti dell’Isis hanno contribuito ad aumentare la sensibilità dei cattolici. Tuttavia la Chiesa reggiana ha sempre avuto un occhio di riguardo per le popolazioni martoriate dalla guerra. In Iraq non si trovano missioni della nostra diocesi, ma i sacerdoti caldei sono da tempo in contatto con i confratelli reggiani, in particolare con Giuseppe Dossetti, parroco di San Pellegrino. Padre Saad Sirop Hanna, vescovo ausiliare caldeo di Baghdad, è venuto più volte nella nostra città. I fondi raccolti saranno distribuiti in Iraq tramite la Caritas, che è presente ovunque risieda un vescovo o un patriarca cattolico. «Il popolo reggiano - riferisce Romano Zanni, il sacerdote che guida la Caritas insieme al direttore Isacco Rinaldiè molto generoso. Per la ricostruzione del Kosovo donò circa un miliardo di lire, in favore di una diocesi dell’India colpita dallo Tsunami più di 500mila euro». Viene il dubbio, tuttavia, che ci si dimentichi delle nuove povertà che avanzano nella nostra terra. Non è così: «Registriamo – riferisce don Zanni – una richiesta crescente di aiuto tramite i 54 centri d’ascolto che fanno capo ai vicariati. Aumentano i casi di chi perde il lavoro o subisce uno sfratto. Tre anni fa la Caritas ha raccolto circa un milione di euro per le famiglie povere reggiane. Stiamo valutando la possibilità di lanciare una nuova colletta. Intanto veniamo in soccorso di chi ha subito uno sfratto esecutivo pagandogli qualche mensilità. Quindici persone, inoltre, usufruiscono della borsa lavoro. Percepiscono 400 o 500 euro al mese che ricaviamo dalla vendita di vestiario e mobili gettati tra i rifiuti».

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Patriarca Younan: preoccupazione per i cristiani in Siria e Iraq


L’Iraq e la Siria si stanno svuotando di cristiani e di minoranze, perseguitati solo perchè non professano l’islam. Dopo anni di convivenza nel Medio Oriente, è in pericolo l’idea stessa di “tolleranza”: un disastro umano e spirituale. Questa in sintesi la dolorosa riflessione del patriarca di Antiochia dei siro-cattolici, Ignace Joseph III Younan, in occasione della presentazione, oggi alla Camera dei deputati, del documentario “L’esodo dei cristiani di Siria”, curato da Elisabetta Valgiusti.
Ma ascoltiamo il patriarca Younan al microfono di Gabriella Ceraso:
 Possiamo definirlo esodo, genocidio… una calamità che nel XXI secolo non può essere accettata, né dal punto di vista della Carta dei diritti umani del ’48, né da quello della Costituzione dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Come gente pacifica può essere perseguitata solo perché di una religione differente dall’islam?
Cosa sta scomparendo dall’Iraq e dalla Siria? Abbiamo visto città distrutte, abbiamo visto chiese distrutte…
Diciamo che scompare la nostra sopravvivenza. Finora, abbiamo vissuto quanto più possibile con gli altri, ma adesso vogliono proprio annientarci! E’ una grandissima sfida per noi cristiani rimanere, specialmente riuscire a convincere la nostra gioventù a dare testimonianza della loro fede. Moltissimi sono coloro che dicono: “Come cominciamo il dialogo? L’altra parte non ti accetta, non ti riconosce!”.
All' Onu e in generale a livello internazionale si sta ripetendo di continuo: non vogliamo combattere l’islam, ma vogliamo combattere il terrorismo.E' così? 
E’ sicuro. Noi non possiamo e non dobbiamo assolutamente combattere una religione. Però, abbiamo il diritto e anche il dovere e la responsabilità di dire ai capi religiosi dell’islam di essere chiari, di essere fermi nel dire che uccidere una persona, a qualsiasi religione appartenga, è un crimine grave e non è accettato da Dio. Sono atti proprio contro la civiltà. Lo dicono anche coloro che hanno la responsabilità nei governi dei Paesi arabi, quelli del Golfo, ma finora non abbiamo visto interventi effettivi per dire ai loro cittadini che questo non è accettato. Faccio questo appello, prima di tutto ai nostri fedeli cristiani e a noi, siri-cattolici e siri-ortodossi, che ultimamente siamo stati colpiti più di tutte le altre comunità, dato che i nostri centri sono stati attaccati e abbattuti. Faccio appello ai nostri di ravvivare la loro speranza malgrado tutto: noi faremo di tutto per portare la loro voce al mondo intero.
Come cristiano, però, il messaggio è...?
Continuiamo a pregare e a essere fedeli a Gesù, che è il nostro Maestro della Verità.

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Patriarca di Baghdad: Cristiani irakeni, siate fedeli al Vangelo nella vostra terra


Come i loro padri, così i cristiani irakeni di oggi sono chiamati a "rimanere fedeli" a Cristo e alla loro terra, perché essa "non è solo polvere" ma è fattore di "identità, lingua e costumi", e ancora di "tradizioni, storia, memoria e autenticità. La terra è sacra!".
È questo uno dei passaggi più significativi della lettera inviata alla comunità cristiana d'Iraq dal Patriarca caldeo Mar Louis Raphael I Sako. Nel testo pervenuto ad AsiaNews, sua Beatitudine ricorda ampi passi dei Vangeli e, in particolare, quello di Giovanni in cui sottolinea che Cristo risorto "vive" e agisce nella Chiesa e nel mondo ed è guida "dei nostri passi".
Il Patriarca intende lanciare un messaggio di speranza alla minoranza perseguitata, vittima di abusi, violenze e persecuzioni da parte delle milizie dello Stato islamico. Nei giorni scorsi i terroristi hanno distrutto un altro simbolo della millenaria presenza cristiana nel Paese arabo, radendo al suolo la Chiesa verde di Tikrit (oggi una moschea); i jihadisti hanno piazzato l'esplosivo all'interno, e poi fatto brillare le cariche. 
Davanti a una logica di morte e devastazione, Mar Sako ricorda che "la fede è un percorso nella luce", capace di "indicare la strada" e di portare gioia anche nei momenti più foschi, perché "la pace è l'avvenire" e per tutti vale la prospettiva della risurrezione, come ricorda San Paolo. "La fede, per quanto povera - spiega il Patriarca caldeo - aiuta a liberarci da noi stessi e dal nostro passato, dalla nostra paura e dalle nostre logiche" limitate, per "riportarci alla logica di Dio" che guarda e promette il futuro. 
"La fede è come l'amore - prosegue sua Beatitudine - essa è una fedeltà alle cose profonde, che oltrepassa i problemi e le difficoltà". Essa cresce e cambia, ed è "incentrata sul dono" e non "conserva le cose", ma come una lampada "si consuma e trasforma in luce e gioia che illuminano la nostra notte". Mar Sako non dimentica i problemi che "minacciano di destabilizzare" la presenza cristiana in Iraq e i timori per il futuro della Chiesa locale; a fronte di un esodo massiccio, egli sottolinea che quanti sono rimasti restano "fermi e forti nella nostra vocazione". 
La missione della comunità cristiana - presenza millenaria nel Paese, fonte di ricchezza, cultura e pluralismo - è "portare il Vangelo di gioia e di speranza a tutti i nostri fratelli" sottolinea il Patriarca di Baghdad. E non risparmia toni fori contro quanti, fra laici e sacerdoti, affermano che "non c'è futuro per noi in Iraq". 
Infine, egli esorta a seguire lo Spirito che "aiuta ad ascoltare la parola di Dio" e a "metterla in pratica" in ogni aspetto della vita quotidiana. Solo attraverso la fede, avverte, "si può vedere l'opera dello Spirito Santo e di Cristo che riscatta le nostre vite". Come più volte affermato da san Giovanni, la vita dei fedeli "non è facile" e "ci sono sempre nuove sfide che bisogna affrontare con coraggio e fiducia". "Abbiamo bisogno dello Spirito - conclude mar Sako - per risollevare il nostro morale e per essere consolati, perché noi siamo poveri davanti alla violenza e all'ingiustizia di questo mondo".

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I cristiani rifugiati ad Amman sognano di emigrare

By Sir
Daniele Rocchi

“Tutto in una notte. Tutto è finito in una notte”:
lo ripete in continuazione M., singhiozzando dall’altro capo del telefono. Non vuole essere menzionata, perché dice, “ho paura che qualcuno possa fare del male a me e alla mia famiglia. Non posso fidarmi più di nessuno”. Il suo racconto è quello di decine di migliaia di rifugiati iracheni, cristiani, yazidi, ma anche musulmani, in fuga dalla brutale violenza delle milizie dello Stato islamico (Is).
Oggi M. si trova ad Amman, in Giordania, con i suoi tre figli, accolta dalla rete di accoglienza messa su da anni, ormai, dalla Chiesa caldea e dalle altre chiese cristiane. Il marito, invece, militare dell’esercito iracheno, ha trovato rifugio in Turchia, “per evitare che i ribelli lo uccidessero”. I ricordi la riportano ai primi di giugno quando, racconta, “siamo fuggiti dal nostro villaggio vicino Mosul in piena notte, con quel poco che siamo riusciti a portare con noi. Abbiamo trovato rifugio nei villaggi cristiani della Piana di Ninive, come Qaraqosh. Sulla strada abbiamo visto i cadaveri di un diacono, colpito nella fuga da un colpo di fucile e di un giovane cristiano in procinto di sposarsi”. “Nella fuga abbiamo perso tutto: il lavoro, gli affetti, la casa. Oggi - dice con voce rotta dal pianto - la mia casa è diventata un centro per le famiglie dei miliziani dell’Is, una specie di piccola moschea”. L’avanzata dell’Is non si è fermata a Mosul, ma è dilagata anche nella Piana di Ninive costringendo oltre centomila persone, tra cui M., a fuggire di nuovo, questa volta in Giordania, ad Amman. “Qui abbiamo un tetto sotto il quale dormire, abbiamo di che mangiare, ma non abbiamo soldi, lavoro per mantenerci. Come andare avanti così? Quale futuro ci aspetta?”.
Non pensate di ritornare un giorno al vostro villaggio? “Tornare? E per andare dove? - risponde senza usare mezzi termini - Se decidessi di tornare potrò fidarmi ancora del mio vicino di casa musulmano? Io amo la mia terra, la mia casa, ma non c’è sicurezza e stabilità”. Le notizie che giungono da Mosul non sono rassicuranti. Testimonianze dalla città parlano di donne velate, di uomini lapidati, di leggi imposte con la forza. “La comunità internazionale - denuncia M. - non ha fatto nulla per noi, il Governo centrale sta ancora organizzandosi, i curdi perseguono i loro interessi. Noi invece non abbiamo più nulla. Abbiamo perso tutto”. I bombardamenti americani? “Non so se porteranno a qualche risultato. Ciò che vedo è che la situazione peggiora di giorno in giorno. Le malattie si diffondono sempre di più a causa delle precarie condizioni igieniche e colpiscono soprattutto i bambini che già soffrono la mancanza della scuola e subiscono forti stress emotivi”. “La nostra unica salvezza si chiama emigrazione. Solo all’estero potremo vivere al sicuro e tentare di ricostruirci una vita. Qui abbiamo perso tutto” dice. Ora la preoccupazione per M. è quella di ricongiungersi al marito per emigrare “ma non sarà facile” riconosce, “la situazione è catastrofica, ben peggiore di quella che descrivono i giornali”.
Il racconto di M. trova ulteriore conferma nelle parole di padre Raymond Moussalli, vicario del vescovado caldeo di Giordania che da tempo si occupa delle migliaia di rifugiati cristiani nel regno hashemita, la maggior parte dei quali giunti durante le guerre settarie tra sciiti e sunniti iracheni avvenute negli ultimi anni. Il vicario spiega che dopo la proclamazione del Califfato e la presa di Mosul, “ad Amman sono arrivate oltre 1000 famiglie cristiane. Molte sono state accolte nelle chiese, qualcuna, invece, ha trovato rifugio presso dei familiari. Abbiamo anche qualche centinaio di yazidi”. Il Governo hascemita ha dato loro il permesso per entrare in Giordania, ma questa, avverte padre Moussalli, “non è la loro destinazione finale”. “Tutti - dice - hanno il forte desiderio di emigrare e rifarsi una vita altrove”. Nell’attesa di partire queste famiglie vengono assistite in tutto. “Riusciamo a sostenere il peso dell’assistenza grazie all’aiuto di benefattori, cristiani e non, e soprattutto di enti come la Caritas e la Pontifical Mission. La situazione al momento è difficile perché aumentano gli ingressi e abbiamo sistemato due o tre famiglie per ogni casa disponibile. La Chiesa locale le aiuta per pagare l’affitto, il cibo, i vestiti e qualunque altra cosa necessaria a vivere con dignità. Ci sono anche tanti bambini che purtroppo non possono essere inseriti a scuola, che qui in Giordania è già cominciata. Per loro abbiamo creato una sorta di ‘doposcuola’ in modo che possano recuperare nelle materie principali e magari essere inseriti gradualmente nelle classi con gli altri bambini. Sono arrivati qui che non avevano nulla se non gli abiti che portavano addosso. L’unico pensiero era e resta quello di salvare la propria vita”. Padre Moussalli accoglie con soddisfazione la notizia che la Conferenza episcopale italiana ha stanziato il 24 settembre un milione di euro dai fondi dell’8x1000 a sostegno delle comunità cristiane in Iraq, provate dalla violenza persecutoria scatenata dagli estremisti. “Siamo felici per questo dono. Ma oltre ai soldi serve aiuto per emigrare e costruirsi un futuro migliore per i loro figli. Sarebbe bello che qualche vescovo italiano potesse venire qui, in Giordania, in Libano e in Turchia, Paesi che accolgono milioni di rifugiati per vedere di persona la sofferenza di questa gente. Fino a quando dovranno versare lacrime?”.

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giovedì, settembre 25, 2014

 

Iraq, salta in aria la chiesa verde di Tikrit




L'Isis ha "distrutto completamente" la chiesa verde di Tikrit in Iraq. Lo riferisce l'agenzia Mena citando fonti della sicurezza irachena. Si tratta di uno dei più antichi monumenti cristiani in Medio Oriente.
Incalzati dall'avanzata dell'esercito iracheno, che avrebbe riconquistato la città, i jihadisti hanno piazzato l'esplosivo all'interno dell'antico sito, e poi fatto brillare le cariche, precisa la Mena.
La chiesa verde, assiro-orientale, risale al 700 e si trova nel complesso presidenziale nel centro della città. Tikrit erai la città dell'ex dittatore Saddam Hussein.
 

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mercoledì, settembre 24, 2014

 

Iraq: UN delivers food to over 1 million displaced people; refugee numbers rise sharply

September 23

Despite insecurity and the continuous movement of people, the United Nations said today it has reached more than one million people uprooted by violence across Iraq with food assistance, while also noting a sharp increase in refugees fleeing into neighbouring Jordan and Turkey.
In Jordan, the UN High Commissioner for Refugees (UNHCR) has witnessed a sharp increase in Iraqi refugees in recent weeks with 60 per cent of them citing fears of the Islamic State of Iraq and the Levant (ISIL) as the reason for their flight.
In August and September, on average, 120 Iraqis per day have registered with UNHCR in Jordan, up from 65 per day in June and July and just 30 per day in the first five months of 2014.
“Refugees report their homes being burned, threat of forced conversion to Islam, fears of forced marriage, kidnapping and public threats,” UNHCR spokesperson Melissa Fleming told reporters in Geneva.
So far this year, 10,644 Iraqi refugees have registered with UNHCR in Jordan, with 1,383 registering in August alone – the highest monthly tally of new registrations since 2007. In Turkey, some 103,000 Iraqi refugees have come forward to be registered by UNHCR or its partners, including 65,000 since June 2014 when ISIL forces took over areas of northern Iraq.
Also today, the UN World Food Programme (WFP) said that despite the fact that displaced people are on the move and the ongoing fighting further complicates access, the agency has provided food to more than one million people in 113 of Iraq’s 18 governorates.
“With the help of our partners, we managed to scale up and expand our assistance to additional areas reaching displaced families who fled with nothing but their lives and who were previously inaccessible,” said Jane Pearce, WFP Country Director in Iraq.
Around 1.8 million Iraqis have been displaced by the conflict since mid-June. WFP noted that the humanitarian situation continues to deteriorate because of the fighting and many Iraqis are living in precarious conditions without access to food, water or shelter. Some live under bridges or by the side of roads while others live in camps or find shelter in unfinished buildings.
WFP plans to continue to expand its food operation to assist 1.2 million displaced people by the end of the year. The majority of the one million people assisted by WFP so far received food parcels containing essential items such as rice, cooking oil, wheat flour, lentils, pasta, and salt. Each parcel feeds a family of five for one month.
The agency also provided emergency ready-to-eat rations that include canned food for those still on the move with no access to cooking facilities. 

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Iraq: Presidenza CEI, un milione di Euro dai fondi 8xmille per i profughi

By SIR

A sostegno delle comunità cristiane in Iraq, duramente provate dalla violenza persecutoria scatenata dagli estremisti, la Presidenza della Conferenza episcopale italiana ha deliberato lo stanziamento di un milione di euro. La somma è stata prelevata dai fondi dell’8xmille e affidata alla Nunziatura di Baghdad, perché insieme con i Vescovi del Paese provveda ad affrontare la prima emergenza e a sostenere progetti di solidarietà. Il contributo si aggiunge a quello, analogo per entità, stanziato in luglio per far fronte all’emergenza in Siria. In entrambi i Paesi la Chiesa, anche grazie al contributo di Caritas Italiana, ha messo a disposizione le sue strutture, aprendo le porte per assicurare un’assistenza di base alle centinaia di migliaia di profughi, in grande maggioranza cristiani, costretti a fuggire dai loro luoghi d’origine.

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martedì, settembre 23, 2014

 

‘I Don’t Know What Will Happen Next Time’


“I cannot sleep because of the sound of bombs in my head,” says Evan Faraj-Tobea, an Iraqi who until recently worked as an English teacher in Qaraqosh, widely considered Iraq’s most Christian city.
Evan and his wife of one year fled the city in June, then returned when they thought threat of the Islamic State had abated. But on August 6, he says, the terror group attacked. One bomb killed two young children, as well as a young woman. Now the couple has left again.
“I saw when they took their bodies to the church,” he tells me. “It was like hell that day. We felt afraid because it was a huge sound. We couldn’t stay in that situation.” He might have stayed to defend the city, but “we don’t have guns,” he says. “We cannot stand [against the Islamic State].”
The Washington Post reported this week that around 120,000 displaced Iraqi Christians have fled to the semi-autonomous region of Kurdistan. These refugees have lost everything, also enduring a harrowing flight from their homes.
Evan and his wife fled Qaraqosh in a car until they reached a Kurdish checkpoint, then spent six or seven hours on foot, covering around 40 kilometers. Evan took refuge where he could; today, he sleeps in a half-built building in Ainkawa, a Christian suburb of Erbil in Kurdistan. His wife stays two hours away, in Dohuk, and Evan says he hopes to find a place where they can live together again soon.
Despite his Christian faith, Evan says, hanging on to hope is a struggle. In his 31 years, he has experienced more war than peace, despite his fellow believers’ best efforts.
“Jesus doesn’t teach us to kill — he teaches us to love,” Evan tells me. In addition to English, he speaks Aramaic, “the language of Jesus,” he says proudly, explaining how “even before Islam, Christians were here.” Nonetheless, Qaraqosh’s Christians have long worked hard to build a good relationship with their ethnically Arab neighbors. The town’s Christians excelled in business, exporting poultry across Iraq in the hopes that economic partnership would yield deeper amity.
But today the Islamic State, as well as a whole host of Muslim militants — some of them Evan’s former neighbors — want to extirpate Christian faith and Christian culture from Iraq. Though the Kurdish Peshmerga forces, with the help of U.S. air cover, have since reclaimed some of nearby villages, Qaraqosh remains in the hands of the Islamic State. And even if the city were liberated, many of its Christian former residents would remain reluctant to return.
“The government moved [against the Islamic State] too late,” Evan tells me. Later, he adds, “I think Obama is not so great because when he made a decision, it was too late.”
“We are like animals,” he says, adding that his people are sleeping in caves, in unfinished structures and in tents. “This time, we were smart because we ran away. We saved our lives this time. But I don’t know what will happen next time.”

Jillian Kay Melchior is a Thomas L. Rhodes Fellow for the Franklin Center for Government and Public Integrity. She is also a Senior Fellow at the Independent Women’s Forum.

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Cent cinquante chrétiens d'Irak arrivent en France

By Reuters.fr
20 septembre 2014 11h59
John Irish -  Antony Paone

Leurs valises renfermaient les souvenirs de vies qu'ils ont laissées derrière eux, au moins temporairement, en Irak : quelque 150 chrétiens et une poignée de Yazidis sont arrivés samedi matin en France, où ils viennent retrouver un peu de liberté.
Dans la nuit chaude d'Erbil, au Kurdistan, femmes, enfants et hommes âgés, qui composaient l'essentiel des passagers, ont patienté jusqu'à 03h00 environ, avant d'embarquer à bord de l'A310 qui, vendredi, avait acheminé dix nouvelles tonnes d'aide humanitaire en Irak.
Pris en charge par des militaires, accompagnés médicalement par deux réservistes de l'Etablissement de préparation et de réponse aux urgences sanitaires, rattaché au ministère de la Santé, ils ont été accueillis un peu après 09h00 (07h00 GMT) à l'aéroport de Roissy-Charles de Gaulle par le ministre des Affaires étrangères, Laurent Fabius.
A leur départ, tous portaient le même message : l'Irak ne peut plus faire cohabiter chrétiens et musulmans.
Shakeep, 46 ans, était il y a peu avocat au principal tribunal de Mossoul. Il emmène sa femme, sa mère, sa fille et son neveu à Tours, où vit son oncle. Chacun a eu droit à une seule valise. Ils ont quitté Mossoul il y a six semaines.
"Il n'y a pas d'avenir en Irak. Il ne peut pas y avoir d'avenir entre musulmans et chrétiens. J'ai renoncé à ma vie, je suis partagé entre la tristesse et la joie. Mais avec Daech (l'acronyme arabe pour l'Etat islamique, ndlr), on ne peut pas rentrer", dit Shakeep.
Pour beaucoup, ce nouveau départ est aussi une plongée dans l'inconnu : peu parlent français, la plupart n'avaient jamais pris l'avion, encore moins pour aller en Occident.
"C'est comment ? C'est sûr ? Au moins, il n'y a pas de bombes au moins",
s'enquiert Shakeep.
De nombreux dirigeants politiques ou d'associations ont accentué ces derniers mois la pression sur le gouvernement afin qu'il accueille davantage de réfugiés chrétiens du Moyen-Orient.
Les 150 Irakiens arrivés samedi rejoignent la centaine qui ont trouvé refuge en France depuis le début de l'offensive djihadiste de "l'Etat islamique" en juin dernier.
Une quarantaine d'entre eux, de confession chrétienne, sont arrivés du nord de l'Irak fin août, à Paris, après avoir attesté qu'ils avaient des attaches familiales sur place ou assez de ressources pour vivre en France. Une soixantaine d'autres sont venus par leurs propres moyens.

"ÇA NE MARCHE PAS EN IRAK"

Lors de sa visite à Erbil, il y a une semaine, François Hollande avait rappelé que l'objectif de la France était d'aider les chrétiens à "rentrer chez eux" mais qu'elle pourrait recevoir "les cas les plus douloureux".
Selon l'Association française d'entraide aux minorités d'Orient (AEMO), quelque 10.000 chrétiens irakiens ont déposé une demande d'asile auprès du consulat à Erbil depuis juin dernier.
Des responsables français soulignent qu'en accueillant trop de réfugiés, les Occidentaux offriraient aux djihadistes qui veulent éliminer d'Irak tous ceux qui contestent leur vision rigoriste de l'Islam, un succès symbolique.
Mais pour beaucoup de chrétiens irakiens, la menace est devenue trop grande ces trois derniers mois. Ils ne veulent plus être exposés aux violences quotidiennes dans un pays déchiré par les divergences ethniques et religieuses.
Sami, 28 ans, déroule ainsi une histoire compliquée. Sunnite de Falloudja, il a quitté Bagdad il y a dix ans, à la chute de Saddam Hussein, avec son épouse, chrétienne.
"Je suis musulman et elle est chrétienne. Ça ne marche pas en Irak. Je vois ça comme une chance de commencer une nouvelle vie", dit-il. "J'ai eu de la chance de monter dans cet avion", ajoute celui qui, contrairement à la plupart des 150 réfugiés, n'a pas d'attache en France.
Behnam, médecin de 27 ans, et Sarah, future professeur d'anglais de 19 ans, sont de ceux, parmi des milliers, qui ont tout abandonné à Karakosh, que les djihadistes sont arrivés.
"On a un sac, c'est tout. Dès que la bataille a commencé, on a pris peur. Je ne pense pas qu'on puisse jamais rentrer. On ne peut pas vivre là personne n'a confiance en personne", dit Behnam, qui sentait déjà l'hostilité des sunnites avant même l'explosion de violences.

1,2 MILLION DE DÉPLACÉS

La population chrétienne d'Irak est passé d'environ un million de personnes avant la chute du régime de Saddam Hussein en 2003 à 400.000 en juillet dernier.
Aux chrétiens réfugiés samedi en France se sont joints des Yazidis, des Kurdes dont la religion s'inspire du zoroastrisme et que les activistes de l'organisation baptisée Etat islamique ont massacré en masse en août dans les montagnes du Sinjar.
Si aucune des minorités victimes des islamistes n'est exclue du dispositif humanitaire, les chrétiens sont les plus concernés parce que les plus nombreux à être menacés en Irak.
On estime à 200.000 le nombre de chrétiens qui ont fui leurs maisons dans la province septentrionale de Ninive après les passages dévastateurs des islamistes qui leur ont donné comme choix de se convertir, de payer pour poursuivre leur culte, ou de mourir.
Beaucoup se sont réfugiés au Kurdistan, plus au nord, où la plupart vivent dans des conditions précaires, dans des camps ou des écoles réaménagées.
Selon le Haut commissariat de l'Onu pour les réfugiés (HCR), on compte aujourd'hui 1,2 million d'Irakiens déplacés.
La France s'est jointe à l'offensive internationale contre l'organisation radicale sunnite issue d'Al Qaïda et a effectué vendredi matin une première frappe aérienne.
Mais elle est surtout à l'initiative de l'assistance humanitaire européenne aux minorités persécutées. Les dix tonnes d'aide acheminées vendredi s'ajoutent aux 77 déjà livrées depuis le 10 août, date d'une visite de Laurent Fabius, dans la région d'Erbil.
Cette nouvelle cargaison comprend plusieurs tonnes de couvertures, de jerricanes et de tentes afin de pouvoir affronter l'hiver qui approche, précisait-on au Quai d'Orsay.

(Avec Marine Pennetier, Grégory Blachier, édité par Yves Clarisse)

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Il Patriarca caldeo a sacerdoti e religiosi emigrati senza permesso: tornate per servire chi ha più bisogno

By Fides

Un richiamo perentorio a sacerdoti e religiosi usciti dall'Iraq senza aver chiesto e ottenuto il necessario consenso dei propri superiori è stato diffuso lunedì 21 settembre dal Patriarca di Babilonia del Caldei, Louis Raphael I.
Nel pronunciamento, pervenuto all'Agenzia Fides, il Primate della Chiesa caldea augura a tutti di riscoprire “la gioia assoluta del servizio del Vangelo” e ricorda che, per la loro condizione, i sacerdoti e i monaci non possono decidere “dove servire, come servire e chi servire”, operando scelte in chiave individualistica, senza dare conto a nessuno delle proprie decisioni. “Dobbiamo vivere e morire nel luogo dove Dio ci chiama” ripete il Patriarca caldeo nel suo messaggio. Inoltre – aggiunge - sacerdoti e religiosi non devono avere come aspirazione la ricerca di condizioni di vita confortevoli, ma servire i fratelli seguendo Cristo, anche accettando di portare la croce, quando ciò viene richiesto dalla circostanze. Per questo nessuno può abbandonare la propria diocesi o la propria comunità religiosa senza l'approvazione formale del Vescovo o del proprio superiore, secondo quanto è stato ribadito anche in occasione del Sinodo dei Vescovi caldei tenutosi nel giugno 2013. Già in quell'occasione, per mettere un freno ad un malcostume diffusosi negli ultimi anni, il Sinodo dei Vescovi caldei svoltosi a Baghdad aveva stabilito che nessun sacerdote può spostare la sua residenza da una diocesi all'altra senza il consenso di ambedue i Vescovi.
Adesso, dopo i tragici eventi che nel nord iracheno hanno coinvolto decine di migliaia di cristiani costretti ad abbandonare le proprie case davanti all'avanzata dei jihadisti dello Stato Islamico (IS), il Patriarca Louis Raphael I richiama tutti i sacerdoti e i religiosi caldei che hanno lasciato l'Iraq, trasferendosi presso le comunità della diaspora caldea sparse nel mondo, a rientrare nel proprio Paese e a mettersi al servizio di chi si trova maggiormente nel bisogno. Il Patriarca avverte infine che saranno presi provvedimenti disciplinari per chi, entro un mese, non avrà risposto al richiamo dando conto della sua situazione ai propri superiori.

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Premio Sakharov: tra i candidati Mons. Sako e Aiuto alla Chiesa che Soffre

By SIR

Cristiani perseguitati, attivisti della primavera araba, difensori dei diritti fondamentali e della libertà in varie parti del mondo: durante la riunione odierna a Bruxelles delle commissioni affari esteri e sviluppo e della sottocommissione per i diritti umani dell’Europarlamento, vengono presentati i sette candidati al Premio Sakharov 2014, istituito nel 1988 per sostenere persone, associazioni e istituzioni che si occupano della libertà di pensiero e dei diritti umani. I candidati sono stati proposti dagli eurodeputati (occorrono 40 firme per sostenere una candidatura); il vincitore finale sarà indicato dalla conferenza dei capigruppo dell’Assemblea Ue a ottobre, mentre la premiazione avverrà in seduta plenaria a Strasburgo il 26 novembre.
Tra i nominativi figurano il professore Mahmoud Al Asali, ucciso in Iraq dalle milizie Is, assieme a Louis Raphael Sako, patriarca cattolico iracheno; le organizzazioni Aiuto alla Chiesa che soffre, Open Doors, Chredo, Oeuvre d’Orient impegnate per la difesa dei cristiani in Medio Oriente; tre esponenti della Primavera araba finiti agli arresti, ossia il rapper marocchino Mouad Belghouate, il blogger egiziano Alaa Abdel Fattah, il rapper tunisino Ala Yaacoubi.
Gli altri candidati al Sakharov 2014 sono: Ayaan Hirsi Ali, politica e scrittrice somala naturalizzata olandese, che si batte contro gli estremismi religiosi; il ginecologo congolese Denis Mukwege che si occupa delle donne vittime di violenza; Leyla Yunus, attivista per i diritti umani in Azerbaigian; Mustafa Nayem, Ruslana Lyzhychko, Yelyzaveta Schepetylnykova, Tetiana Chornovo quattro dimostranti di Maidan (Ucraina), in rappresentanza di tutti coloro che si battono per la pace e i diritti nel Paese europeo.

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lunedì, settembre 22, 2014

 

Lo Stato islamico avanza in Iraq. Almeno 130 mila profughi in Turchia

By Radiovaticana
Debora Donnini

Lo Stato islamico riprende in Iraq le città di Saqlawiyah e Alsger mentre in Siria i curdi frenano la loro avanzata verso Kobane anche se gli jihadisti hanno ripreso il controllo di oltre un centinaio di villaggi a maggioranza curda nella zona situata nella provincia di Aleppo. L’offensiva dell’Is verso una delle principali enclave curde della Siria ha dunque messo in fuga migliaia di persone che hanno cercato rifugio in Turchia. Almeno 130mila hanno attraversato il confine e il governo turco ha iniziato a chiudere i passaggi di frontiera. Sul fronte iracheno, un deputato ha accusato l’Is di aver usato il gas asfissiante al cloro in un attacco compiuto oggi a Fallujah, che ha ucciso 300 militari iracheni. Arriva, intanto, un nuovo messaggio audio dell’Is diffuso via Twitter. Vi si minaccia di “conquistare Roma”, intesa come simbolo del cristianesimo. Poco prima, in un altro messaggio, sempre il portavoce degli estremisti Al-Adnani aveva esortato i suoi miliziani a uccidere qualsiasi infedele.
Sui motivi dell’offensiva dei jihadisti in questa zona curda della Siria, Giancarlo La Vella ha intervistato Domenico Chirico, direttore di “Un ponte per…”, rientrato da poco dalla zona:
E’ un’area a maggioranza curda, ma ci sono anche moltissimi cristiani. Nell’area del nord della Siria, infatti, ci sono molti cristiani che avevano avviato un’esperienza di convivenza anche con i curdi siriani, creando un’area autonoma. L’attacco dell’Is è una conseguenza dell’offensiva in Iraq. I jihadisti si stanno concentrando, cioè, molto di più in questi giorni sulla Siria, perché sono alle strette in Iraq, dove l’offensiva internazionale sta puntando a farli uscire dal Paese. Peraltro, va detto che l’area di Kobane, da cui pare siano fuggite 130 mila persone nelle ultime ore, è a 100 km da Raqqa, quartier generale dei miliziani, ed è strategico per l’Is conquistarla.
La Turchia stessa sembra stia trovandosi in difficoltà di fronte all’arrivo di questa ondata imponente di profughi...
Nelle aree curde della Siria, c’erano già tantissime persone sfollate da altre aree. Già era quindi una situazione di estrema fragilità. Queste persone hanno cercato di andare ora verso la Turchia e Ankara ha aperto inizialmente le frontiere, ma poi le ha richiuse. E c’è l’Iraq, l’altra area dove potrebbero in teoria fuggire, ma anche lì le frontiere sono chiuse. Queste persone quindi sono in trappola. E’ una situazione pazzesca e non si capisce bene se ci sia la possibilità di aiutarle, anche perché va detto che l’area nord della Siria è una zona difficilissima da raggiungere, anche per gli aiuti umanitari, ed è stata anche un’area molto negletta, in termini di interventi.
Questa volta, tra l’altro, si fugge non solo per andare a trovare situazioni migliori rispetto ai luoghi di partenza, ma forse anche per salvare la vita, dato che le offensive dello Stato islamico si rivolgono spesso anche contro i civili...
Quello che noi abbiamo visto ad agosto in Iraq è stato terribile, nel senso che i metodi dell’Is sono medievali: sono quelli dell’assedio, del togliere l’acqua, la luce, del rapire donne e bambini. In alcune comunità cristiane, dove lavoriamo da tempo, hanno rapito anche giovanissimi senza una reale ragione, se non quella del terrore, cioè terrorizzare le persone e la popolazione: insomma la crudeltà, proprio, come strumento scientifico di guerra. I profughi fanno fatica a tornare, anche quando questi luoghi vengono progressivamente liberati. Il trauma, infatti, è enorme di fronte ad un nemico di una forza oscura.
E’ immaginabile una via d’uscita da questa situazione?
Sarà necessario nel domani lavorare, come è stato 20 anni fa in Bosnia, con alterni successi, sulla convivenza. Molto spesso, infatti, questo nemico crudele non è una forza venuta dall’esterno, ma può essere anche la persona del villaggio vicino, che è semplicemente di un’altra religione. Quindi c’è paura, soprattutto tra gli appartenenti alle minoranze cristiane e yazide, che dicono: io come faccio domani a tornare nel mio villaggio, quando le persone del villaggio vicino sono state i miei aguzzini?

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Documentario: Syria's Christian Exodus

Salvaimonasteri
presenta

IRAQ - SIRIA, il dramma dei Cristiani

Un’iniziativa promossa dalla Vice Presidente della Camera dei deputati
On.Marina Sereni e dall' On. Pierluigi Castagnetti

Presentazione documentario
SYRIA'S CHRISTIAN EXODUS
di
Elisabetta Valgiusti

Partecipano:
S. B.Ignatius Youssef III Younan
Patriarca di Antiochia dei Siri Cattolici
Marco Tarquinio
Direttore Avvenire

venerdi 26 settembre - ore 9.30
Sala del Mappamondo 
Camera dei deputati 
Piazza Montecitorio
Ingresso principale
Roma

Accrediti
entro 24/09/14 salvaimonasteri@tiscali.it
Info:
www.savethemonasteries.org
Accrediti stampa fax 06.6783082
Documento riconoscimento valido per l'accesso.
Obbligo giacca per gli uomini.

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