domenica, luglio 27, 2014

 

Papa Francesco telefona al Patriarca caldeo. Smentite per ora le voci sulla distruzione di chiese a Mosul

By Fides

Papa Francesco ha telefonato al Patriarca di Babilonia dei Caldei Louis Raphael I Sako per manifestare la sua partecipazione e vicinanza alle sofferenze di tutto il popolo iracheno, a partire dai cristiani di Mosul espulsi dalla città per ordine dei militanti dell'auto-proclamato “Califfato Islamico”. La telefonata è avvenuta nella mattinata di venerdì 25 luglio. Il Vescovo di Roma – secondo quanto riportato dalle fonti ufficiali del Patriarcato caldeo – ha ringraziato il Patriarca Louis Raphael per la saggia guida del popolo cristiano da lui assicurata nelle attuali circostanze critiche, e ha espresso il suo affetto per tutti i cristiani della nazione irachena, esortandoli a custodire la fede e la speranza in questi tempi di prova.
Nel frattempo, fonti autorevoli della Chiesa caldea smentiscono come finora infondato l'annuncio messo in circolo nel Web secondo cui i miliziani del Califfato Islamico, dopo aver distrutto a Mosul la Moschea di Giona, avrebbero fatto esplodere anche la chiesa caldea dedicata allo Spirito Santo. Verifiche realizzate sul campo smentiscono al momento queste voci. “Nei tempi difficili che stiamo vivendo” riferisce all'agenzia Fides il Vescovo caldeo di Mosul Amel Shamon Nona “un ulteriore motivo di preoccupazione e amarezza è rappresentato dagli allarmismi provocati da persone senza scrupolo che fanno circolare notizie false anche su quello che tocca la sorte dei cristiani. Anche a me sono state attribuite negli ultimi giorni affermazioni e interviste che non ho mai rilasciato. E' un fenomeno inquietante, e viene da pensare che in alcuni gli autori di queste operazioni rispondano a qualche interesse di natura ideologica”.

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Patriarca di Baghdad: Il cuore "sanguina" per gli innocenti in lraq, Siria e Gaza. Ed è "triste" per la timidezza del mondo civilizzato


Un cuore che "sanguina per gli innocenti che muoiono o che sono cacciati dalle loro case", pensando alla situazione dell'Iraq, della Siria e di Gaza; allo stesso tempo vi è tristezza per "la timidezza del mondo civilizzato verso di noi", nella completa mancanza di azioni della comunità internazionale. E' quanto esprime il patriarca di babilonia dei Caldei (Baghdad), Louis Sako, in un messaggio inviato al card. Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione (Francia). Il messaggio sarà letto oggi durante una marcia lanciata dalla diocesi in solidarietà con i cristiani dell'Iraq, la cui situazione è divenuta tragica dopo l'invasione del centro nord del Paese ad opera dell'esercito islamico, che ha inaugurato a Mosul  un Califfato islamico. Nei giorni scorsi, una specie di editto ha posto ai cristiani alcune condizioni: convertirsi all'islam; pagare la tassa dei dhimmi; abbandonare tutto e fuggire.
Ecco il messaggio di Mar Sako:

A Sua Eminenza il card. Philippe Barbarin
Arcivescovo di Lione

Eminenza, caro Padre,
pensando oggi alla situazione in Iraq, Siria e Gaza-Palestina, il mio cuore sanguina per gli innocenti che muoiono o che sono scacciati dalle loro case; e sono triste per la timidezza del mondo civilizzato verso di noi.
Caro Padre,
il vostro coraggio, la preghiera e la prossimità di coloro che sono attorno a voi in questa marcia di solidarietà, mantiene in noi la fiducia e la forza di sperare.
Il cristianesimo d'Oriente non deve scomparire. La sua sparizione è un peccato mortale e una grande perdita per la Chiesa e l'umanità intera. Esso deve sopravvivere o meglio vivere in libertà e dignità.
In questa tormenta, vogliate accettare voi e coloro che sono con voi l'espressione di tutta la mia gratitudine.
Non ci dimenticate!

Louis Raphael Sako
Patriarca di Babilonia dei Caldei
Baghdad 24 luglio 2014

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venerdì, luglio 25, 2014

 

Da Mosul: salta in aria la moschea di Giona


I miliziani dello Stato islamico (Isis), che controllano dal mese scorso Mosul, nel nord dell'Iraq, hanno distrutto la moschea intitolata al profeta Giona, considerata uno dei più importanti monumenti storici e religiosi e luogo di pellegrinaggio di musulmani sia sunniti sia sciiti. A dare la notizia è il blog Baghdadhope, citato dal Sir, che spiega come la moschea Hazrat Yunus, simbolo della città, fosse diventato per i membri dell'Isis un "luogo di apostasia e non di preghiera", in quanto "frequentato sia da musulmani sia da cristiani".
Secondo fonti locali, i miliziani dell'Isis hanno dato tempo fino a sabato ai cittadini curdi per lasciare la città, come avevano fatto una settimana fa con i cristiani.
Da oltre un mese, da quando cioè l'Isis si è impadronito di Mosul, combattimenti sono in corso a nord della città tra jihadisti di questa organizzazione e forze peshmerga curde giunte dalla vicina regione autonoma del Kurdistan. Nuovi scontri sono in corso a partire da giovedì in particolare nell'area di Telkeif, una località una ventina di chilometri a nord-est di Mosul popolata da una maggioranza cristiana.

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Iraq, parte “missione” della Chiesa francese


Tre rappresentanti della Chiesa francese, tra cui l'arcivescovo di Lione, cardinale Philippe Barbarin, voleranno lunedì per una visita di tre giorni in Iraq, per dare il loro sostegno e solidarietà ai cristiani del Paese, oggetto di persecuzioni.
"Il cardinale Barbarin, monsignor Dubost (vescovo di Evry) e monsignor Gollnisch (direttore generale dell'Oeuvre d'Orient) saranno, dal 28 luglio al prossimo primo agosto, emissari della Chiesa cattolica di Francia presso i cristiani di Iraq, accolti dal patriarca Louis-Raphaël Sako", riferisce la Conferenza episcopale francese (Cef), aggiungendo che i tre religiosi intendono affermare "che la lotta contro l'indifferenza deve essere permanente. Pregheranno e agiranno presso le comunità minacciate".

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Il leader curdo Barzani ai Capi delle Chiese: “vivremo insieme o moriremo insieme”

By Fides

“Noi moriremo tutti insieme, o continueremo a vivere tutti insieme con dignità”. Così il leader curdo Masud Barzani, Presidente della Regione autonoma del Kurdistan iracheno, si è rivolto al Patriarca di Babilonia dei Caldei, Louis Raphael I Sako, e agli altri rappresentanti delle Chiese del nord dell'Iraq nell'incontro avuto con loro mercoledì scorso, 23 luglio, a Erbil. Lo confermano fonti della Chiesa siro cattolica consultate dall'Agenzia Fides.
Nell'incontro, il Presidente Barzani ha ripetuto che i cristiani costretti a lasciare Mosul su pressione delle forze dell'autoproclamato “Califfato Islamico” non devono pensare in alcun modo a lasciare il Paese e a emigrare all'estero, perchè la Regione autonoma del Kurdistan è pronta ad accogliere e soccorrere i profughi e a proteggere “le loro vite e la loro terra” contro quelli che vengono definiti “terroristi”.
In un appello sulle vicende di Mosul diffuso martedì scorso, 22 luglio, il Patriarca Raphael I e i Vescovi delle Chiese cristiane del nord iracheno avevano espresso un eloquente apprezzamento per il ruolo assunto dalla Regione autonoma del Kurdistan iracheno, apprezzandone la pronta disponibilità ad “accogliere le famiglie sfollate, a abbracciarle e ad aiutarle. Noi - avevano dichiarato i Capi delle Chiese del nord iracheno - proponiamo la creazione di un comitato congiunto tra il governo regionale e i rappresentanti del nostro popolo per venire incontro alla sofferenza delle famiglie di rifugiati e migliorare le loro condizioni”.
“I cristiani dell'Iraq
- ribadisce all'Agenzia Fides il sacerdote siro cattolico Nizar Semaan - vogliono vivere in pace con tutti. E hanno apprezzato la condanna dell'espulsione dei cristiani da Mosul espressa in maniera unanime da rappresentanti sunniti, sciiti e curdi nelle varie aree del Paese”. 

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Christians Say Terror Drove Them From Mosul

By Radio Free Europe
Abdul Hamid Zebari

Video: Iraqi Christians describe expulsion from Mosul

Rawan Jinan
, a 25-year-old Iraqi Christian, says when she received an order on June 18 to leave Mosul within 24 hours, she could not believe her eyes.
The order came in the form of a letter delivered to every Christian home by the Islamic State, formerly known as the Islamic State of Iraq and the Levant (ISIL), which rules Iraq's second-largest city. The letter offered the recipients just three choices: to convert to Islam, to begin paying a monthly tax for practicing a religion other than Islam, or to be executed if they remained in Mosul.
Jinan, now in a refugee camp near Irbil, in the Kurdish autonomous region, says she and her husband stared at the paper in amazement. "We were prepared for anything, but we were not expecting to be banished from our city in this manner," she says. "When we first heard Christians should leave the city, we thought this meant that Mosul was about to be targeted by heavy shelling. We did not know they were going to rob us and throw us out."
The couple initially thought the letter was an evacuation, not expulsion, order because they and their two young sons -- one 4 years old, the other 18 months -- had already fled fighting in Mosul once. That was when ISIL captured the city in three days of combat that ended with the rout of the Iraqi Army on June 9.

The Honeymoon's Over

But after that fighting ended, the family returned amid reports that the Islamic State promised to guarantee the safety of all religious minorities in the city, so long as they respected Islamic law.
At first, she says, the militants seemed almost protective. "They welcomed us, and asked us what we needed, asking us to contact them if anyone bothered us."
In return, the city's Christians saw no reason why they would offend the city's fundamentalist new rulers. Christian women had already long been wearing the "abaya," the figure-shrouding outer garment Muslim women wear for modesty outdoors, and both Christian men and women mostly stayed within their own neighborhoods to avoid trouble.
But the honeymoon period, which contrasted starkly with the Islamic State's reputation for cruelty toward religious minorities in areas it occupies in Syria, did not last long. As soon as the militia was firmly in control of Mosul, the mood began to change.
Then, Jinan says, the militants began to enter Christian churches, intimidating priests and making people afraid to go to their places of worship. "They did not only enter the churches," she says. "They also went into the shrine of Prophet Younis [the Old Testament prophet Jonas], which they demolished. They also demolished monasteries."
The reported destruction of the tomb of Jonas was shocking for Mosul's Christians and many mainstream Muslims alike, because he is revered by both faiths. The tomb itself is housed in a mosque built on a site where a church once stood, and the interlayering of faiths around the site had long been a symbol of Mosul's tradition of religious tolerance.

Things soon got worse.
On July 16 and 17, Jinan says, a black painted symbol began appearing on Christian homes. "They began marking Christians' homes with the letter 'N' within a circle and the phrase 'property of the Islamic State.' When we asked why, they said that 'this would ward off anyone coming to loot [your home] because looters will fear that this house belongs to us. You need not be afraid; there's nothing wrong,'" she recalls.
But the Christians were feeling terrorized. The letter N stood for "Nasrani," a term used for Christians in the Koran that refers to Nazareth, the hometown of Jesus Christ. By this time, the Islamic State was also replacing the crosses atop some churches with their own black jihadist flags, as if they had been seized in a holy war. "I saw the flags on the Orthodox Mar [St.] Ephraim Cathedral and the Chaldean Bishop's Seat," Jinan notes.

Driven from their homes
When the order with three choices came, Jinan says she and the other several thousand Christians in the city had no trust left in the Islamic State. She personally did not even inquire about the amount of the "jizya," or religious tax, the militants promised would grant Christians immunity. The amount has been variously reported by other refugees as being around $100 monthly.
Instead, Jinan and her husband rushed to get their sons and fled by car to one of the Christian towns to the east of Mosul on the Nineveh plain. From there, they proceeded on to the greater safety of Ayn Kawa, a town just inside the Kurdish autonomous region where they remain today.
The Kurdish autonomous region, which is religiously tolerant and is guarded by its own powerful security forces, puts her beyond the reach of the Islamic State. But Jinan says she and most other refugees lost many of their possessions to the Islamic State's fighters, who shook them down as they fled from Mosul.
The fighters took the money her husband was carrying and searched their luggage thoroughly, stealing clothes and even baby diapers. They also treated their victims with open contempt. "They opened the can of baby milk and poured its contents into the street," she says. "We begged them to give us a bottle of water for the children, to quiet them, but they opened the water bottles and poured out the water in front us."
Now, with Mosul less about 80 kilometers to the west but her former life closed to her, Jinan says she doesn't know what to expect next.
Her options range from waiting for the Iraqi government to retake Mosul -- something she calls unlikely when the Islamic State is at the gates of Baghdad -- to emigrating, something she says she never had to consider before.
Her only certainty is that her family now would not want to return to Mosul even if it could. "No Christian, and I for one, will return to the place where I lived, where I was persecuted, and from which I have been expelled," she says.

Reported from Irbil by RFE/RL's Radio Free Iraq correspondent Abdelhamid Zebari. Written by Charles Recknagel in Prague. Translation from Arabic by Ayad al-Gailani

http://www.rferl.org/media/video/iraq-christians/25468901.html

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Noi cristiani non.... il Patto di Omar proposto ai cristiani di Mosul

By Baghdadhope*

IL PATTO DI OMAR

Dal Sirāj al-mulūk di Abū Bakr Muḥammad ibn al-Walīd al-Ṭarṭūshī (m. 1126), il più antico autore che abbia riportato il contenuto del cosiddetto Patto:

«ʿAbd al-Raḥmān b. Ghanm (morto nel 78 E./697) ha detto:
Quando ʿOmar b. al-Khaṭṭāb, che Dio sia compiaciuto di lui, accordò la pace ai cristiani di Siria, noi gli scrivemmo quanto segue:
Nel nome di Dio Clemente Misericordioso.
Questo è il patto che il servo di Dio, ʿOmar, Comandante dei credenti, diede alla gente di Ælia. Egli diede loro sicurezza per loro stessi, il loro denaro, le loro chiese, le loro croci, i loro malati e i sani, e per tutta la comunità; che le loro chiese non siano occupate né distrutte e che niente manchi nelle loro proprietà in tutto o in parte, né nelle loro croci, né niente del loro denaro, e non vengano obbligati a lasciare la loro religione e che nessuno di essi sia maltrattato e che nessun ebreo viva in Ælia con loro.
La gente di Ælia dovrà pagare il tributo come tutti gli abitanti delle altre città e dovrà espellere i Romei e i banditi. Chi di essi decide di partire sarà sicuro e avrà la sicurezza per se stesso e per il suo denaro finché raggiunga la sua destinazione. Chi di essi rimane avrà la sicurezza e avrà gli obblighi del tributo come tutti i cittadini di Ælia.
Chi, tra la gente di Ælia, volesse prendere il suo denaro e andarsene con i Romei avrà la sicurezza fino a quando li raggiunga.
Chiunque sta in Ælia dei popoli della terra chi vuole può restare e avrà l’obbligo di pagare il tributo come tutta la gente di Ælia, e chi lo desidera potrà andare con i Romei, e chi lo desidera potrà tornare dai suoi parenti, e non si prenderà nulla del suo raccolto.
Quanto è incluso in questa lettera ha il patto di Dio e la fiducia del suo Profeta e la fiducia dei Califfi e la fiducia dei fedeli musulmani, se essi (i cristiani) pagano il tributo, come si deve”.
I testimoni su questo sono stati Khālid b. al-Walīd, ʿAmr b. al-ʿĀṣ, ʿAbd al-Raḥmān b. ʿAwf e Muʿāwiya b. Abī Sufyān. Scritto e sigillato il 15 (dall'Egira)
Noi cristiani:
Non costruiremo, nelle nostre città e nelle loro vicinanze, nuovi monasteri, chiese,
conventi, celle per monaci,
neppure ripareremo, di giorno o di notte, quegli edifici che stanno andando in rovina
o che sono situati nei quartieri dei musulmani ...
Noi non daremo rifugio, nelle nostre chiese o nelle nostre abitazioni, ad alcuna spia
né la nasconderemo ai musulmani
Non manifesteremo pubblicamente la nostra religione
né convertiremo alcuno
Non impediremo ad alcuno dei nostri parenti di entrare nell'Islam, se lo desidera.
Noi mostreremo rispetto nei confronti dei musulmani, e
ci alzeremo dal nostro posto se desiderano sedersi.
Non cercheremo di assomigliare ai musulmani negli abiti, nei cappelli, turbanti, calzari e acconciatura di capelli
Non parleremo come loro
e non impiegheremo i loro titoli onorifici.
Non saliremo su alcuna sella,
e non ci cingeremo di spade, non indosseremo alcuna arma, neppure le trasporteremo sulle nostre persone.
Non scolpiremo sigilli in lingua araba
Non venderemo bevande fermentate (alcoliche)
Non faremo vedere le nostre croci o i nostri libri nelle strade o nei mercati dei musulmani
Noi potremo suonare il batacchio delle campane solo molto delicatamente
Noi non alzeremo la voce durante servizi religiosi nelle chiese oppure in presenza di musulmani
e neppure alzeremo la voce quando seguiremo il nostro morto.
Non useremo luci in alcuna strada dei musulmani o nei loro mercati
Non seppelliremo il nostro morto vicino ai musulmani
Non prenderemo schiavi che siano stati assegnati ai musulmani
Non costruiremo case più alte di quelle dei musulmani » *

Questa è una delle versioni del testo del cosiddetto Patto di Omar, (
ʿOmar ibn al-Khaṭṭāb, il secondo califfo islamico dopo Abu Bakr - 634-644) che regola i rapporti tra l'Islam ed il Cristianesimo.
Secondo quanto riporta il sito Ankawa.com dai minareti delle moschee di Mosul sarebbe stato rivolto un invito ai musulmani perchè convincano i cristiani a tornare alle proprie case, cristiani cui verrebbe offerto di stipulare un patto (i cui termini non sono stati definiti) che si rifarebbe proprio al Patto proposto da 'Omar ed accettato da Sofronio, Patriarca della Gerusalemme assediata dalle truppe musulmane.
Un passo indietro di 14 secoli, certamente un'occasione da cogliere al volo!

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giovedì, luglio 24, 2014

 

L'ISIL distrugge la Storia. Sparisce la moschea di Nabi Yunis

By Baghdadhope*




Non bastava avere occupato e distrutto chiese e moschee sciite, non bastava aver costretto migliaia di persone alla fuga, non bastava averne ucciso altre perchè appartenenti alle minoranza etniche o religiose o anche perchè si opponevano al califfato islamico.
Oggi l'ISIL si è macchiata di un altro delitto radendo al suolo uno dei simboli di Mosul, la moschea di Nabi Yunis. 

 
Dopo aver costretto chi era in moschea a lasciarla l'edificio è stato fatto saltare in aria ed il minareto che dominava la città in un attimo è scomparso in una nuvola di fumo.
La grandiosa moschea, in origine un'edificio di culto cristiano, era posta sulla sommità della collina di Al Tauba (Pentimento) nella parte orientale di Mosul,  ed era dedicata al profeta Giona (Yunis) che si diceva vi fosse sepolto tanto da essere luogo di pellegrinaggio sia per i musulmani che per i cristiani, ma per i membri dell'ISIL "era diventato luogo di apostasia e non di preghiera".
Non bastasse ciò durante la notte ha anche cominciato a circolare la notizia sui social network che ai cittadini di Mosul che vivono nei pressi della moschea di Nabi Jirjis, risalente al XII secolo e dedicata a San Giorgio, sia stato ordine di evacuare la zona per "non subire danni".
La moschea di Nabi Jirjis
 
 

Già all'inizio del mese (non c'è certezza sulla data) un video aveva mostrato un membro dell'ISIl distruggere a colpi di mazza quella che si è detto fosse la tomba del profeta Giona.
Le immagini parlano da sole:


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Si prega in Libano per la pace in Iraq e per i cristiani di Mosul

By Baghdadhope*

.. verrà l'ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio.
(Giov. 16:2)
Le parole di Giovanni, quanto mai descrittive di ciò che sta succedendo ai cristiani di Mosul, aprono la lettera con la quale la diocesi caldea di Beirut (Libano) annuncia per domenica 27 luglio la celebrazione di una Santa Messa nella cattedrale caldea dedicata all'Arcangelo Raffaele.
Durante la Messa, che sarà guidata dal vescovo Mons. Michael Kassarji, si pregherà per la pace in Iraq e specialmente a Mosul da dove la gente è stata costretta a fuggire per salvarsi dall'oppressione, dalla tirannia e dalla morte violenta.
اعلان "تأتي ساعةٌ يظنُّ فيها كلُّ من يقتُلكم أنّه يقدّم عبادةً للّه"
  (يوحنا 16/1-2)

يوم الأحد 27/7/2014، يحتفل سيادة المطران ميشال قصارجي رئيس الطائفة الكلدانية في لبنان بالقداس الإلهي على نية السلام في العراق ولا سيّما في الموصل التي يتهجَّر أهلُها بكثافةٍ كبرى الى أصقاع الأرض هرباً من الظلم والاستبداد والموت الزؤام، وذلك في كاتدرائية الملاك رافائيل الكلدانية في بعبدا – برازيليا عند العاشرة والنصف صباحاً بمشاركةٍ رسميةٍ وشعبيةٍ. إننا إذ نأمل حضوركم ومشاركتكم، نسألُكم أن تتحدوا معنا في الصلاة على هذه النيّة راجين أن يمنَّ علينا إله السلام والمصالحة بنعمه الوافرة ويبلُغ بنا سريعاً الى فجر القيامة التي طالت مسيرةُ جُلجلتها... 

 أمانة سر مطرانية بيروت الكلدانية

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