martedì, ottobre 22, 2019

 

Il Patriarcato invita i responsabili ad ascoltare le richieste del popolo e ad affrontare realmente la situazione

By Patriarcato Caldeo

Dall’inizio della manifestazione, del 1° ottobre 2019, noi in tutte le nostre chiese, preghiamo per la stabilità del nostro Paese e seguiremo con attenzione la manifestazione prevista per venerdì 25 di questo stesso mese.
Facciamo appello alla coscienza dei responsabili del Paese, di ascoltare seriamente le richieste delle persone che lamentano lo stato di miseria in cui vivono, del peggioramento dei compiti della pubblica amministrazione e della propagazione della corruzione nella maggior parte dello Stato, il che ha aggravato la situazione.
Questa è la prima volta dopo il 2003, che i manifestanti hanno espresso la loro pacificata manifestazione, e la loro distanza dalla politicizzazione, rompendo così le barriere settarie, sottolineando l’Identità Nazionale Irachena.
È come fare un pellegrinaggio per la nostra patria.
Nel momento in cui siamo solidali con le persone che esprimono il loro dolore e l’aspirazione per un domani migliore, chiediamo a tutti la padronanza di adottare una manifestazione pacifiche e civile, rispettando la proprietà pubblica ed evitando qualsiasi abuso che complicherebbe la situazione.
Inoltre chiediamo alle forze di sicurezza di rispettare il diritto a manifestare e di evitare violenza su di loro. Questo è il momento di affrontare, in modo responsabile i problemi accumulati, con un costruttivo dialogo e fare passi concreti cercando persone specializzate; note per la loro onestà e amore alla patria, affinché gestiscano gli affari del paese.
Il Signore della pace, doni la pace al nostro paese.

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lunedì, ottobre 21, 2019

 

Sako: «Giustizia sociale e rispetto per una pace stabile»

By Romasette
18 ottobre 2019

Foto Pontificio Istituto Orientale
Il patriarca caldeo di Baghdad Louis Raphael Sako firma la prefazione all’opera “La Questione Caldea e Assira | 1908-1938. Documenti dell’Archivio segreto vaticano (Asv), dell’Archivio della Congregazione per le Chiese Orientali (Aco) e dell’Archivio Storico della Segreteria di Stato, Sezioni per i Rapporti con gli Stati (Ss.Rr.Ss.)” del gesuita Georges H. Ruyssen SJ, che sarà presentata sabato 9 novembre a Roma al Pontificio Istituto Orientale, in Aula Magna alle 16.30.
«Noi cristiani d’Oriente – scrive il cardinale – desideriamo costruire insieme ai nostri vicini musulmani una società in grado di rispettare il valore e la dignità di tutti, dove le autorità e le istituzioni statali si rivelino concretamente al servizio degli uomini e delle donne del nostro tempo». La persecuzione dei cristiani e la loro conseguente emigrazione, scrive il porporato, «hanno una lunga storia, iniziata ben prima del XX secolo e segnata da eventi di natura diversa: le vessazioni da parte delle autorità pubbliche, le discriminazioni sociali, i colpi di stato, le politiche del fondamentalismo musulmano, il terrorismo e le guerre nel Medio Oriente; un vasto territorio che ancora oggi è teatro di sanguinosi conflitti che spingono molti cristiani ad abbandonare i loro paesi d’origine perché nessun futuro, in questi luoghi, sembra ormai possibile».
Per il patriarca caldeo, «la pace e la stabilità sono condizioni essenziali per fare in modo che i cristiani ancora residenti possano restare nella terra natia e coloro che sono fuggiti dal fanatismo, dalla violenza e dalla guerra vi facciano ritorno». Tuttavia, prosegue, «la pace per essere stabile deve essere accompagnata dalla giustizia sociale e dal reciproco rispetto tra persone di diverse religioni, culture ed etnie; tutto ciò risulta possibile ove esista una Costituzione basata non tanto sull’appartenenza religiosa ma piuttosto sulla parità di cittadinanza».
Alla presentazione dell’opera – in quattro volumi – interverranno Andrea Riccardi, il professore Joseph Yacoub, monsignor Noël Farman in rappresentanza del patriarca Sako e il cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese orientali e gran cancelliere del Pontificio Istituto Orientale.

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Young woman chosen by Iraqi bishop to help rebuild ISIS-ravaged nation full of hope at 30

By Catholic Leader
Peter Budgen

Hanar Keka
turned 30 earlier this year and, because she was a long way from home, she decided to do something different to celebrate.
The young Catholic woman from Iraq spent the day on her own in Brisbane’s St Stephen’s Cathedral.
“I decided to take a break in the cathedral,” she said.
“I spent all the day in the cathedral. I think that was a big thing for me – reflecting over the 29 years of the journey. It was my 30th birthday.
“That was a good break for me – just staying away from everyone – just me and the person that I love the most (Jesus), talking to him, shouting at him – smiling, crying, telling him thank you for the blessings …”
Hanar was midway through a two-and-a-half-year Master’s degree in Educational Leadership at Australian Catholic University in Brisbane on a scholarship from the Ursuline Sisters.
Archbishop Bashar Warda of Erbil, in northern Iraq, chose Hanar for the scholarship so she could be part of his strategy of helping the Church and the nation rebuild after the ravages of Islamic State, especially in the areas of education and health.
Hanar has been working at the Church’s Mar Qardah School, in Erbil, and will return there when she has finished studying at ACU.
Hanar said she was smiling on her birthday in St Stephen’s “because I’m lucky”.
“I cry because sometimes it’s very hard to see the reality from a person who lived in a war,” she said.
“Sometimes it’s hard when these memories come. But there is always hope and I am so hopeful to see the new Iraq.”
What gives her hope are “smiles, children, education, good people …”
“And the most important thing is, without faith, there’s no hope, and as long as we have faith there will be always hope,” she said.
Originally from Mosul, in Iraq, Hanar and her family had to flee after the United States’ 2003 invasion.
“We had to move …, because we are Christians, so it was not safe for us, especially after we knew that (Muslim extremists) wanted to kidnap my little brother,” she said.
The extremists had threatened to kidnap Hanar’s little brother, who was six years old at the time.
“Then my dad took the decision to leave the city,” she said.
“The only reason was because we were Christian, and Christians were a target at that time.”
In 2014, when Hanar was teaching in the Catholic primary school in Erbil during the day and volunteering at a refugee camp in the evening to support people who’d fled IS, an encounter with a particular child had great impact on her.
“During one of the days I was in the camp and I was talking to a child, he said, ‘I miss my dad’, and I just said to him, ‘Go and give a hug to your dad’,” she said.
“And he said, ‘Oh, no, my dad is dead …’
“And it was a moment of shock for me because … (here was) a six-year-old talking about how he saw his dad dying in front of him because people killed him.
“This is where I felt that, ‘I’m so lucky. I’m blessed’.
“And then, with volunteering, I found myself.
“I found compassion … and I knew that life is about what we give.
“It’s not about what we expect, and, in the end, life is about love.
“It’s about the main message – the message that is love.”
For someone who had dreamed of having a career as a geologist, worked to finish a degree in that field and even been invited to complete a Master’s degree in it, this was all part of answering a higher call.
Hanar kept being asked to put aside her dream, to teach the children. 
“And, in 2017, I got a phone call from the bishop, saying, ‘Hanar, would you like to do your Master’s degree in Australia?’,” she said.
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venerdì, ottobre 18, 2019

 

Siria: Nissan (Caritas Iraq), “rischio esodo siriano in Iraq concreto. Urgente lo stop all’offensiva turca”

By AgenSIR
Daniele Rocchi
17 ottobre 2019

L'offensiva turca in Siria vista dall'Iraq. I centri di Caritas Iraq al confine siriano sono allertati in vista di un possibile esodo di rifugiati in fuga dalla guerra. "Almeno 130mila” secondo il governo del Kurdistan iracheno, ma potrebbero salire a 250mila "se venissero aperte le frontiere, ora chiuse". L'Iraq si troverebbe a gestire una emergenza superiore a quella che vide, nell'estate del 2014, 125mila cristiani iracheni della Piana di Ninive, in fuga dall'Isis, arrivare a Erbil in una sola giornata.
“Siamo molto preoccupati. Al momento la situazione è di relativa calma ma stiamo predisponendo eventuali programmi di aiuto per tutte quelle famiglie siriane che dovessero arrivare in Iraq a causa dell’operazione militare turca, ‘Fonte di Pace’, in corso oramai dal 9 ottobre”.
Dal Kurdistan iracheno a parlare al Sir è Nabil Nissan, direttore Caritas Iraq. In questi giorni è in giro tra Zakho, Dahuk, i centri più vicini ai confini con la Turchia e la Siria, ed Erbil, capitale del Kurdistan. Le notizie che giungono da queste zone riferiscono che l’Unhcr, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, ha allestito un campo profughi vicino a Bardarash nella zona di Dahuk per accogliere i civili in fuga.
Oltre 800 i rifugiati siriani che sono arrivati nel campo dove sono state piantate tende e installate strutture idriche e sanitarie. Si tratta di aree già abitate da sfollati interni iracheni e che ora potrebbero tornare ad affollarsi di nuovo con l’arrivo di quelli siriani. “Almeno 130mila” secondo il governo del Kurdistan iracheno, quelli vicini alla frontiera, per ora chiusa, con l’Iraq.
Qualora venisse aperta la stima delle persone in fuga salirebbe a 250mila.
Numeri difficili da gestire senza adeguati aiuti internazionali. Il rischio che il Kurdistan si ritrovi ad affrontare da solo questo nuovo esodo non è da sottovalutare. “I nostri centri qui nel Kurdistan iracheno, nelle zone più vicine al confine sono in allerta – dice Nissan – con l’aiuto di Caritas Germania stiamo predisponendo il necessario per farci trovare pronti qualora ci fosse un’emergenza umanitaria da fronteggiare. Abbiamo avviato contatti con le istituzioni locali a Zakho e nelle zone limitrofe per meglio concertare dei piani di aiuto”. L’allerta riguarda anche altre strutture Caritas nella Piana di Ninive (Alqosh, Qaraqosh e Tel Uskuf), fino a Baghdad, Falluja, Saqlawia.
“La cosa più utile e auspicabile – sottolinea Nissan – adesso sarebbe lo stop all’offensiva turca, pressando Erdogan con un’intensa attività diplomatica. Se non fosse possibile lo stop puntare ad una tregua, ad un cessate-il-fuoco”.
Il Kurdistan iracheno ha dato già prova di grande generosità accogliendo, ad Erbil e altri centri vicini, oltre 125mila cristiani in fuga dalla Piana di Ninive dopo l’invasione dello Stato Islamico nell’estate del 2014. Molti, ma non tutti, sono rientrati nei loro villaggi in via di ricostruzione. Ma le preoccupazioni per l’Iraq causate dall’offensiva turca in Siria non sono legate soltanto al flusso di rifugiati ma anche al possibile risveglio dello Stato Islamico. È di oggi la notizia che forze irachene hanno fermato un certo numero di militanti dell’Isis e di loro familiari che avevano oltrepassato il confine dopo essere fuggiti dalle prigioni nel nordest della Siria. Si stima che in Siria ci siano migliaia di foreign fighter provenienti da 72 Paesi. La cattura sarebbe avvenuta nella provincia di Anbar ma non è chiaro quanti di loro siano entrati né quanti siano stati intercettati. Per evitare infiltrazioni terroristiche, forze irachene si sono posizionate lungo il confine tra Iraq e Siria.

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giovedì, ottobre 17, 2019

 

I frutti dell'offensiva turca: 'Centinaia di curdi e cristiani siriani in fuga nel Kurdistan'

By Asia News

Da una settimana “stanno arrivando molti curdi dal settore orientale della Siria, da Hassaké e Qamishli”; una parte “ha cercato rifugio in un campo profughi fra Erbil e Dohuk, altri ancora a Zakho. Sono centinaia, intere famiglie” che scappano “dai bombardamenti”. È quanto racconta ad AsiaNews p. Samir Youssef, parroco della diocesi di Amadiya, commentando l’offensiva “Fonte di pace” lanciata dalla Turchia contro i curdi nel nord della Siria, che rischia di causare una nuova emergenza umanitaria. Fra le aree più a rischio il Kurdistan irakeno dove il governo regionale “si sta preparando per accogliere le famiglie in fuga”.
Il parroco di Enishke, fra i beneficiari della campagna di AsiaNews "Adotta un cristiano di Mosul", che continua a fronte di esigenze crescenti e il disimpegno della comunità internazionale, riferisce di racconti che “confermano i bombardamenti turchi sulle città”. Le televisioni locali, nel Kurdistan irakeno, rilanciano “immagini drammatiche di civili uccisi, a Qamishli sono morti anche dei cristiani nei primi giorni dell’offensiva”. Qui, prosegue, “ci sono già famiglie venute nel 2013, ai primi tempi della guerra e non sono più andate via. Altre si preparano ad arrivare”. 
“Siamo di fronte - spiega p. Samir - a gente che sta soffrendo molto. Alcune famiglie erano tornate in Siria, nelle terre di origine, per ricominciare una nuova vita e si sono viste costrette a fuggire di nuovo. Nel recente passato la presenza degli americani aveva garantito una certa stabilità nel nord-est della Siria, la loro partenza e l’offensiva turca ha stravolto la situazione e le famiglie hanno deciso di tornare nel Kurdistan”.
“Abbiamo parlato con i sacerdoti della zona [teatro delle violenze] - prosegue - e da quello che sappiamo vi sono anche alcune famiglie cristiane in fuga da Hassaké e Qamishli, che hanno già trovato accoglienza e riparo fra i parenti ad Ankawa ed Erbil”. Tuttavia “le partenze continuano ed è forte il rischio di un vero e proprio esodo” verso il Kurdistan irakeno che non può ospitare tutti, dando così origine a una ulteriore destabilizzazione. “Non abbiamo più gli aiuti dalla comunità internazionale - afferma p. Samir - mentre il numero di profughi curdi, cristiani, arabi sunniti è sempre più grande. Sono sempre più frequenti le scene di bambini per strada a chiedere l’elemosina… il Kurdistan da solo non può affrontare l’emergenza”. 
In queste ore il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha respinto il nuovo monito dell’omologo Usa Donald Trump, che ha inviato il vice-presidente Pence e il segretario di Stato Pompeo ad Ankara per trattare. Il “Sultano” ha fatto sapere di non voler ricevere gli emissari Usa, che incontreranno “gli omologhi” turchi, mentre ha accettato l’invito di Vladimir Putin al Cremlino per il 22 ottobre. Washington minaccia nuove sanzioni, ma appare sempre più evidente che gli sviluppi di questa nuova crisi si giocheranno lungo l’asse Mosca-Ankara, mentre Damasco corre in aiuto dei curdi inviando nuove truppe nell’area. 
“Noi chiediamo che l’Europa e gli Stati Uniti mostrino più decisione verso la Turchia” confida p. Samir, anche se “finora non si vedono risultati, ma solo persone che continuano a soffrire per queste guerre che creano confusione e instabilità”. Del resto, aggiunge, “già prima dell’offensiva turca, quando hanno iniziato a circolare le voci di un rituro delle truppe Usa, si capiva che qualcosa sarebbe successo e che il quadro era destinato a complicarsi”.
In questo contesto è sempre più concreto il pericolo di una nuova ascesa dello Stato islamico (SI, ex Isis). “Abbiamo avuto notizia - afferma il parroco - di famiglie dell’Isis scappate dai centri di detenzione e arrivate a Mosul. All’interno vi sono jihadisti da Germania, Francia, ma anche irakeni, sauditi che hanno approfittato della situazione per fuggire, visto che i guardiani di un tempo ora sono impegnati nei combattimenti al fronte”. Sono famiglie, combattenti che sono rimasti legati all’ideologia fondamentalista. “Difatti all’interno dei campi erano loro a comandare, le donne venivano uccise se non rispettavano il precetto del velo o altre imposizioni. Sono persone - conclude p. Samir - che credono ancora nello Stato islamico e tornando nelle zone di origine trovano nuovo sostegno, gente disposta a collaborare per farli tornare al comando. Anche perché in molte parti, a due o tre anni dalla liberazione, mancano ancora le risorse e i servizi di base. E l’Isis è visto come l’unica via per uscire da questa crisi”.

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mercoledì, ottobre 16, 2019

 

Director-General and UAE Minister of Culture sign landmark agreement for Mosul’s Christian heritage and cultural diversity

October 10, 2019
UNESCO Director General Audrey Azoulay and Noura bint Mohammed Al Kaabi, the United Arab Emirate’s Minister of Culture and Knowledge Development, today agreed to undertake the rehabilitation of the Syriac Catholic Al-Tahera Church and the Latin Al-Saa’a Church in the Iraqi city of Mosul. The agreement is an addition to UNESCO’s Revive the Spirit of Mosul Initiative, marking a major advance for the restoration of cultural and religious diversity to the Iraqi city and an important step for the Christians of the East who are part of Mosul history and future.

During their meeting at UNESCO Headquarters in the presence of the Ambassador of Iraq to France, Abdulrahman Hamid al-Husseini, the Minister and the Director-General signed an amendment to that effect, extending the scope of the agreement between the Organization and the United Arab Emirates that paved the way launch of UNESCO’s flagship initiative.
The signatories qualified the amendment as “a major step for the recovery of the Old City of Mosul.” They described the rehabilitation of the churches, damaged during the occupation by Daesh, as important not only because of their value as cultural heritage, but also as testimonies to the diversity that has been the historic hallmark of the city, a proud crossroads of cultures and a peaceful haven for different religious communities over the centuries.
Al Tahera Church, built from 1859 to 1862, sustained severe damage in recent years and a large part of its arcades and outer walls were destroyed. The structure of the Al-Saa’a Church was damaged during the occupation of the city by Daesh and its convent was looted and ransacked. Completed in 1873, the church is often referred to as “Clock Church” due to the clock lodged in its tower, a gift from Empress Eugenie of France to the Dominican Fathers of Mosul. Once rehabilitated, its convent will serve both as place of worship and as a community centre for all of Mosul’s residents.
Al Tahera Church. Photo by Ankawa.com
Brother Nicolas Tixier and Brother Olivier Poquillon, who represented the Dominican order during today’s meeting, thanked UNESCO in the name of the order and reiterated their attachment to Mossoul, where Dominicans have built bridges between all communities since the 18th Century. 
UNESCO is liaising closely with the Dominican Order and the Christian Waqf in the rehabilitation of the churches.
During their meeting Ms Azoulay and Ms Al Kaabi reviewed ongoing successful cooperation in restoring the Al-Nouri Mosque and its Al-Habda minaret, due to begin in the coming days after a necessary period of stabilization. It is a major component of the Revive the Spirit of Mosul initiative, funded by the UAE.
  • Beyond the rehabilitation of architectural landmarks, the initiative includes:
  • on the-job training for young professionals
  • strengthening the capacities of craftspeople (masons, carpenters, stone carvers, metalsmiths, etc.)
  • Job-creation opportunities
  • technical and vocational education
Students in the departments of archaeology, architecture and engineering of the University of Mosul will benefit from taking part in the process of restoration of the landmark buildings.

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Ausiliare di Baghdad: Temiamo un nuovo Isis

By Asia News

Le popolazioni, cristiane e non, del nord dell’Iraq “hanno paura di un ritorno dello Stato islamico (SI, ex Isis)”, che potrebbe sfruttare l’offensiva turca contro i curdi e la conseguenze situazione di caos, per serrare le fila e ricostituirsi. È quanto racconta ad AsiaNews mons. Basilio Yaldo, ausiliare di Baghdad e stretto collaboratore del patriarca Louis Raphael Sako, il quale conferma i timori di una “nuova ascesa” del movimento jihadista legata all’operazione militare lanciata da Ankara nel nord della Siria e giunta alla seconda settimana. “Abbiamo già vissuto questa esperienza - prosegue il prelato - ed è forte il timore che possa tornare di nuovo”. 
Per l’ausiliare di Baghdad la guerra lanciata dalla Turchia ai curdi nel nord della Siria è destinata a causare ripercussioni anche nel vicino Iraq. Come ha sottolineato in un appello l’arcivescovo caldeo di Erbil è forte il rischio di una nuova ondata di profughi in un territorio che porta ancora le conseguenze dell’ascesa dell’Isis nell’estate 2014. “Per il momento - spiega mons. Yaldo - la situazione è ancora sotto controllo, ma il quadro è complicato perché anche da noi la situazione non è pacifica”, come emerge dalle recenti “manifestazioni a Baghdad e in altre zone del Paese”. 
Per il braccio destro del patriarca Sako è “fondamentale l’intervento della comunità internazionale”, in particolare degli Stati Uniti (e della Russia) che devono “esercitare pressioni sulla Turchia”. L’Onu, Washington, le grandi potenze “devono fermare questa guerra” in cui alla fine, anche in questo caso, “a pagare è solo la povera gente, la popolazione civile tanto in Siria quanto in Iraq”.
Tuttavia, sul fronte dell’offensiva “Fonte di pace” il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha affermato che Ankara “non dichiarerà mai il cessate il fuoco”, respingendo al mittente la richiesta avanzata dall’omologo Usa Donald Trump. Egli ha confermato dunque l’intenzione di proseguire con l’azione militare contro i curdi, che rischia di innescare una nuova, grave crisi umanitaria che rischia di coinvolgere il vicino Iraq. 
Erdogan ha detto di non temere le sanzioni Usa e minimizza anche riguardo al coinvolgimento dell’esercito siriano nell’offensiva, con le truppe di Damasco ormai schierate a difesa di Manbij e di altre zone strategiche del nord, in seguito all’accordo stipulato con le milizie Ypg curde. Nelle prossime ore è previsto l’arrivo ad Ankara del vice-presidente Usa Mike Pence e del segretario di Stato Mike Pompeo, con l’obiettivo di cercare una mediazione per la tregua. Nei prossimi giorni Erdogan dovrebbe poi volare a Mosca, su invito del presidente russo Vladimir Putin il cui obiettivo è scongiurare una guerra a tutto campo fra Turchia e Siria. 
Questa mattina gli scontri si concentravano attorno alla cittadina di frontiera di Ras al-Ain, con le forze curde intente a respingere l’avanzata dei militari turchi sostenuti da miliziani arabi e gruppi jihadisti. Per il ministero della Difesa di Ankara ad oggi sarebbero morti almeno 637 “terroristi” (combattenti curdi), ma non vi sono conferme indipendenti. 
In questo quadro di crescente violenza e terrore, crescono le preoccupazioni dei vertici della Chiesa irakena. “Ieri abbiamo parlato con il vescovo caldeo di Aleppo, mons. Antoine Audo - racconta l’ausiliare di Baghdad - e ci ha descritto una situazione di grande confusione”. Ecco perché, conclude il prelato, il patriarca caldeo card. Louis Raphael Sako “ha lanciato un appello a tutte le chiese caldee nel mondo, chiedendo di pregare per una settimana per la pace in Siria e Iraq”.

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Papa Francesco in Iraq all'inizio del 2020? Le dichiarazioni di Yonadam Kanna

By Il Sismografo blogspot

Torna a fare notizia l'eventualità di una Visita di Papa Francesco in Iraq, cosa come è ben noto che il Pontefice desidera da molto tempo ma che purtroppo non è stata possibile fino ad oggi. Tempo fa lo stesso cardinale Segretario di Stato, Pietro Parolin, confermò questo desiderio aggiungendo però: "Per ora non esistono le condizioni". 
La stampa irachena tuttavia riporta in queste ore dichiarazioni di Yonadam Kanna, leader dell’Assyrian Democratic Movement e primo deputato cristiano presente nel Parlamento iracheno, secondo il quale sarebbe allo studio un pellegrinaggio del Santo Padre nei primi mesi del 2020.
Papa Francesco dovrebbe visitare, secondo le parole di Kanna, tre località: Ur (oggi chiamata Tell el-Mukayyar), Najaf e Baghdad. Le assicurazioni di Kanna non hanno avuto nessuna conferma o smentita per ora.
Anche s. Giovanni Paolo II nutrì intensamente il desiderio, in occasione dei Pellegrinaggi giubilari del 2000, di recarsi a Ur dei Caldei, la "patria" di Abramo. Il progetto non è mai decollato a causa della situazione interna del Paese.

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martedì, ottobre 15, 2019

 

A tutti i miei amici.. ai giovani rivoluzionari iracheni. Mons. Saad Sirop sulle proteste in Iraq

By Baghdadhope*

Mons. Saad Sirop, dal 2016 Visitatore apostolico della chiesa caldea in Europa, in un video in cui parla delle recenti proteste che hanno infiammato l'Iraq.  


D: Cosa pensa delle proteste che stanno avvenendo in Iraq in questi giorni?  
R: In verità, le notizie che arrivano dall'Iraq sono molto, molto, dolorose.

Siamo addolorati e continuiamo a pregare perchè torni la pace in quel paese ferito.
Un paese che ha a lungo sofferto per la povertà, la mancanza dei servizi essenziali, per la dignità calpestata della sua gente, specialmente i poveri ed i deboli, e per la mancanza di sicurezza e stabilità.
Ecco perchè siamo addolorati per ciò che sta accadendo adesso in Iraq.
Noi siamo uniti a coloro che sono caduti come martiri, sono i  figli del nostro paese, e vogliamo che ogni persona si senta amata dal suo paese, A DISPETTO della sua religione, del suo colore, del suo aspetto e del suo pensiero.
Vogliamo che tutti gli iracheni sentano che essere iracheni è la cosa più importante, e che i loro diritti umani sono la cosa più importante.
La gente è stanca di essere povera e della mancanza dei servizi essenziali che sono alla base della dignità umana.
Per questa ragione tutte le nostre preghiere sono rivolte al nostro popolo iracheno.
Naturalmente siamo anche arrabbiati con il governo che ha guidato l'Iraq senza migliorare le condizioni di vita della sua gente. E' possibile che la ricchezza del paese e tutte le sue risorse finiscano solo nelle mani di pochi?  
I servizi essenziali come elettricità, l'acqua potabile, gli ospedali puliti ed il futuro dei bambini... per quanto possiamo vivere senza tutto ciò? Per QUANTO A LUNGO il popolo iracheno dovrà ancora soffrire?
Ecco perchè siamo a fianco del popolo iracheno oggi, nel momento del dolore e del bisogno.
Noi chiediamo alle forze armate di PROTEGGERE LA GENTE, senza riguardo delle sue inclinazioni politiche. VOI siete le nostre forze armate, il NOSTRO esercito, VOI dovete essere l'esercito PER l'Iraq. Dovete essere l'esercito che protegge tutti i diritti umani e non i diversi interessi politici, protegge il paese nella sua interezza, da nord a sud. Questo è l'Iraq in cui siamo nati e siamo cresciuti.
Questo è quello per cui abbiamo pregato oggi e, sì, noi sosteniamo il popolo iracheno che soffre e chiediamo alle forze armate ed alla polizia di PROTEGGERE le persone e di non usar loro violenza. Sono i giovani del nostro paese, hanno diritto di esprimere le loro opinioni, dobbiamo fermare le morti causate da armi letali. Non è una questione politica, essi non hanno mostrato nessuna inclinazione politica, hanno solo issato la bandiera irachena: vogliono un Iraq dignitoso per ogni persona.  

Traduzione ed adattamento dall'inglese di Baghdadhope

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Arcivescovo di Erbil: rischi di nuova emergenza profughi dall’offensiva turca contro i curdi

By Asia News

In quanto Chiesa “le nostre preghiere e le nostre speranze” vanno sempre nella direzione di una “fine” di questo “circolo infinito di violenza”; l’auspicio è che “tutte le parti coinvolte” assolvano il compito primario che è “proteggere civili innocenti”.
È quanto scrive in una nota, inviata per conoscenza ad AsiaNews, l’arcivescovo caldeo di Erbil (Kurdistan irakeno) mons. Bashar M. Warda, commentando l’escalation di violenze legate all’offensiva turca contro i curdi nel nord della Siria. Sottolineando le preoccupazioni “per rifugiati e sfollati innocenti di tutte le fedi”, il prelato non nasconde i timori di una “nuova ondata di rifugiati” nella regione.
Mons. Warda invita le popolazioni di Erbil e del nord dell’Iraq al possibile arrivo di “una nuova ondata di rifugiati”. “Poniamo già oggi la questione - aggiunge - di modo che la comunità internazionale possa essere preparata all’aiuto se e quando verrà il tempo di accogliere questi innocenti”. E temiamo, aggiunge, che questo momento possa essere “imminente”. 
Negli ultimi due anni Erbil, ricorda l’arcivescovo, ha già registrato “un numero crescente di rifugiati cristiani siriani”, che hanno lasciato le loro terre e cercato accoglienza fra i cristiani del Kurdistan irakeno. Ci aspettiamo, aggiunge, che molti altri “verranno qui” per sfuggire al conflitto nel nord-est della Siria. “Preghiamo - aggiunge - che il governo dell’Iraq, l’amministrazione regionale curda e la comunità internazionale non voltino lo sguardo altrove” ma contribuiscano nell’opera di aiuto verso “innocenti di tutte le fedi”. 
Intanto sul fronte dell’offensiva sono già 275mila le persone che hanno lasciato le loro case e le loro terre nel nord-est della Siria, nell’area a maggioranza curda. In un editoriale pubblicato sul Wall Street Journal il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha giustificato l’operazione “Fonte di pace” per arginare la “minaccia” lungo i propri confini. Egli ha quindi esortato la comunità internazionale a “sostenere gli sforzi” profusi da Ankara cominciando “ad accettare i rifugiati”.
I flussi di rifugiati siriani, la violenza e l’instabilità ci hanno spinto ai limiti della nostra tolleranza” aggiunge, ricordando di aver accolto 3,6 milioni di rifugiati siriani e rivendicando di aver speso “40 miliardi di dollari per offrire loro educazione, assistenza sanitaria e alloggio”. Egli dimentica, o finge di dimenticare, che questa accoglienza è stata una politica mirata degli anni passati volta a conquistare consensi in nome di una tolleranza e amicizia fra musulmani, poi abbandonata coi primi segnali di crisi economica. 
Mentre i governi europei minacciano di tagliare forniture di armi ad Ankara e il presidente Usa Donald Trump annuncia sanzioni contro il Paese e tre ministri, la polizia turca prosegue la caccia a dissidenti, oppositori e voci critiche. In una serie di raid compiuti alle prime luci dell’alba gli agenti hanno hanno arrestato quattro sindaci esponenti del principale partito curdo. A chiedere uno stop all’offensiva della Turchia è intervenuta oggi anche la Cina, la quale invita Ankara a “tornare sul binario corretto” della ricerca di una soluzione politica della questione.
Segnali di tensione e instabilità che preoccupano l’arcivescovo di Erbil, il quale conclude il suo messaggio sottolineando che “le minoranze non sono in grado di sostenere un altro grave conflitto” con ripercussioni anche sull’Iraq. In questo senso è fondamentale la “piena rimozione delle milizie armate” che controllano alcuni territori del nord del Paese e che, al loro posto, sia dislocata una forza sotto il pieno controllo e la responsabilità del governo. “Chiediamo a tutti di pregare per gli innocenti di Siria e Iraq in un momento critico”.

Sources:

Aleteia
Chaldean Catholic Archbishop in Iraq warns of influx of refugees into Iraq from Syria
October 14, 2019


Wall Street Journal
Turkey Is Stepping Up Where Others Fail to Act
October 14, 2019

15 ottobre 2019


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lunedì, ottobre 14, 2019

 

Siria: Acs, secondo governo del Kurdistan iracheno almeno 130mila siriani già vicini al confine con Iraq

By Aiuto alla Chiesa che Soffre

Con il proseguire dello scontro nella Siria nordorientale, nel Kurdistan iracheno aumenta il timore di massicce ondate di profughi della stessa entità di quelle giunte nell’estate del 2014 dopo l’invasione della Piana di Ninive da parte di ISIS.
Fonti della Chiesa locale riferiscono ad Aiuto alla Chiesa che Soffre che secondo il governo del Kurdistan iracheno almeno 130mila persone avrebbero abbandonato le proprie abitazioni nelle aree siriane interessate dal conflitto con Ankara e sarebbero ora vicine ai confini con l’Iraq. Al momento la frontiera con la Siria è chiusa ma qualora venisse aperta si stima che oltre 250mila persone in fuga potrebbero riversarsi tra il capoluogo del Kurdistan iracheno Erbil e la città di Duhok.
La Chiesa locale si è già resa disponibile ad accogliere i rifugiati che potrebbero giungere e il governo del Kurdistan ha fatto sapere che aprirà gli aeroporti in caso di necessità. Tuttavia un afflusso di simili proporzioni va ben oltre la capacità della piccola regione autonoma dell’Iraq. «È una situazione drammatica – dichiara ad ACS l’arcivescovo caldeo di Erbil, monsignor Bashar WardaSe non saremo in grado di accogliere i cristiani in fuga dalla Siria nordorientale, c’è il rischio che questi si vedano costretti ad abbandonare il Medio Oriente per sempre».
Il presule nota però che senza un aiuto da parte delle nazioni occidentali sarà impossibile gestire uno scenario che si preannuncia identico se non peggiore rispetto a quello del 2014, quando in una sola notte giunsero in Kurdisan 125mila cristiani in fuga dallo Stato Islamico. «Non possiamo farcela da soli – afferma appellandosi ai governi occidentali – e se non aiuteremo i cristiani siriani costretti ad abbandonare le proprie case è probabile che ISIS stavolta riesca nel suo intento, ovvero sradicare completamente il Cristianesimo dal Medio Oriente».
Aiuto alla Chiesa che Soffre è in costante contatto con esponenti della Chiesa nelle aree curde di Siria, Iraq e Turchia e segue con attenzione questi momenti di grande tensione. «Qualunque siano gli sviluppi futuri, non mancherà il nostro sostegno ai rifugiati cristiani e alle Chiese locali – assicura il direttore di ACS-Italia Alessandro MonteduroLa straordinaria Chiesa del Kurdistan non può essere lasciata sola nell’accoglienza di un simile afflusso di rifugiati e noi la sosterremo esattamente come abbiamo fatto 5 anni fa. Continueremo ad offrire aiuto ai nostri fratelli nella fede cercando ancora una volta di impedire che il Medio Oriente si svuoti della sua presenza cristiana».

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Chaldean Catholic Archbishop in Iraq warns of influx of refugees into Iraq from Syria


A statement from the Chaldean Catholic Archbishop of Erbil, Bashar M. Warda follows:
October 11, 2019
As the Church, our prayers and hopes are always for an end to this never-ending cycle of violence from all participants. We urge all parties to remember at all times their obligations to protect innocent civilians.
Our special concern is for the innocent refugees and displaced of all faiths.  In this we must be prepared in Erbil and Northern Iraq for another wave of refugees. We raise this issue now so that the international community can be ready to help if and when the time comes to shelter these innocents.  We regret that this appears to be imminent.
Already in Erbil over the past two years we have witnessed a growing number of Syrian Christian refugees who have sought safety within the Christian community here. We expect that should additional Christians seek to flee conflict in Northeast Syria, most of them would come here to Erbil. We pray that the government of Iraq, the Kurdistan Regional Government, and the international community would not turn them away, but would help in providing for their care, along with all the other innocents of all faiths.
Concerning the complex situation which continues to threaten progress and stability within Iraq, the international community must understand that the minorities will not be able to withstand another serious conflict inside Iraq, especially any conflict that takes place within the fragile homelands of the Christians and Yazidis. In this, the full removal of armed militia units and the re-establishment of substantive, formal and legitimate government control and security is paramount. Continuing tension that results in serious conflict in these areas would mark the end of all efforts to return and instead mark the beginning of an exodus of minorities that no one could control.
We ask that all people pray for the innocents of Syria and Iraq at this critical time.

Bashar M. Warda CsSR
Chaldean Catholic Archbishop of Erbil

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venerdì, ottobre 11, 2019

 

Iraqi Christians Fear Fallout of US Pullout, Turkish Invasion

By Stream.org
Juliana Taimoorazy

A few days ago, Donald Trump announced he was pulling out U.S. troops from Northeastern Syria. At this, some of my friends were happy. In Iraq, the native peoples of the land (Assyrian/Chaldean/Syriac) have lost our land to Kurdish nationalists. They didn't protect Iraq's Christians against ISIS when it attacked. Iraqi Christians mostly see the policies of the Kurdish Regional Government (KRG) as a threat to their very existence as an ethnic and religious group. In Syria; however, despite some naysayers, there are some Christians who have aligned themselves with Kurdish forces in Northeastern Syria.
But still, we shouldn't be happy about the prospect of a bloody Turkish invasion. Turkish dictator Tayyip Erdogan is a radical, anti-Semitic Islamist. He wants to re-establish the Ottoman Empire. That's the regime that oppressed millions of Christians for centuries, and launched the Armenian, Assyrian, and Greek genocide. (To learn more, please see The Thirty-Year Genocide.)

Turkey: An Islamist Aggressor
Under Erdogan's leadership, Turkey continues to oppress Christian communities across that vast country. He promises to re-open the great cathedral Hagia Sophia as a mosque. Erdogan aggressively wants to Islamize Europe. He went to Germany and ordered Turkish immigrant women to have at least five children, to speed up the process. Turkey has held Europe hostage by threatening to ship millions more Syrian immigrants, refugees from the civil war he helped to start.
Erdogan was one of the first patrons and sponsors of ISIS, whose fighters he sheltered and oil he bought. That's how they bought their weapons. He has sponsored militias linked to al Qaeda. They want to conquer all of Syria, and drive out its Christians and other religious minorities. They have been just as brutal as ISIS in their treatment of conquered Christians. This January, in Afrin, after the last Turkish invasion, they hunted down Christian converts from Islam door to door, to impose the sharia penalty. That is, death.

Making Christians Refugees, Unleashing ISIS

Erdogan claims to want a 20-mile buffer zone alongside Turkey's border. He will fill it with Syrian refugees new to the region. This would displace ancient Assyrian Christian communities. They would pay the price for a civil war they didn't start or lead. These innocent people would become refugees, like so many helpless Christians in Syria and Iraq.
For Iraqi Christians and other recent victims of ISIS, this invasion would prove a disaster. The Syriac Democratic Forces (SDF) currently guards some 60,000 ISIS prisoners, including both fighters and their families. If attacked, the SDF will give up on guard duty, and release this deadly element. It will pour into nearby Iraq, and relaunch ISIS's war of genocide against Iraq and its native peoples, especially Christians. Iraq's already fragile, protest-ridden government would likely fall. The country would mostly fall into the ready hands of Iran. If Iran uses Iraq and Syria as a road to make terrorist strikes on Israel, Tel Aviv might have to invade.

Christians as Scapegoats for the West

With all this chaos brought on by an American decision, many who do not agree with the US policies in the region will strike at the nearest scapegoat-- native Christian communities like my own. We're wrongly seen as "honorary" Westerners, even though we are indigenous to our lands in Iraq, Turkey and Syria and the West has done almost nothing to protect us. We pay the price for American policies, but rarely see any benefit. Three fourths of our community were killed or driven from Iraq after the American intervention in Iraq. Will this latest mistake let ISIS purge the last of us from our homeland?
This Turkish invasion which President Trump wants to enable would reignite two civil wars, and send another million refugees fleeing into Europe. It doesn't advance American interests, and it threatens more than a million Christians in two countries with genocide. It's a blunder and also a crime.

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Guerra in Siria. Card. Sako (Baghdad): “Dove è finita la coscienza internazionale?”

By AgenSIR
Daniele Rocchi
10 ottobre 2019

“Come si può permettere ad uno Stato di invadere la terra di un suo vicino? Perché costringere intere popolazioni a fuggire in cerca di salvezza? Dove è finita la coscienza internazionale?”: da Baghgad, capitale irachena, a intervenire sull’invasione turca in Siria è il patriarca caldeo Louis Raphael Sako. “Di questo attacco se ne parlava da tempo – dichiara al Sir il cardinale –. Ora anche l’Iraq ha paura perché confiniamo con la Turchia.
Purtroppo l’Occidente è timido e chiude gli occhi davanti alle sofferenze di uomini, donne, bambini. Sono tutti figli di Dio che devono essere rispettati nella loro dignità. Siamo tutti preoccupati e impauriti per quello che potrà accadere. Ci chiediamo dove vanno i nostri Paesi con questo peso di morte, di violenza, carichi come sono di vittime, di feriti, di famiglie distrutte, senza più case, scuole e infrastrutture”.

La preoccupazione del patriarca è naturalmente anche per l’Iraq scosso da giorni da manifestazioni di piazza per il carovita e la corruzione che hanno provocato oltre 100 morti e più di 6mila feriti. I manifestanti, moltissimi giovani, sono stati repressi duramente dalla Polizia e molti sarebbero stati uccisi da cecchini.
Un carico di violenza che ha spinto il patriarca a lanciare un appello per pregare per la stabilità dell’Iraq e per tutte “le anime martiri dei manifestanti e per tutti i feriti”. Dal porporato anche l’invito a tutti di “assumersi la propria responsabilità nazionale e morale.
Chiediamo a tutti i cittadini di unirsi per evitare che il Paese precipiti da un pendio sconosciuto. E’ urgente che i responsabili iracheni restaurino velocemente il processo politico con azioni e non solo con parole, come richiedevano i manifestanti pacifici. La violenza è assurda e non serve a costruire la pace. I problemi si risolvono solo con la saggezza di chi sa dialogare civilmente e mostrare una visione di un sano progetto nazionale per far uscire il paese dalla crisi”.
Vittime di una visione tribale. Secondo il card. Sako “i motivi di tutta questa distruzione risiedono innanzitutto in coloro che perseguono i propri interessi economici, politici, etnici e religiosi. Sono persone, anche religiose, che non riescono ad uscire da una visione tribale, medioevale, che non risponde alle attese del popolo. Così come il fondamentalismo e l’estremismo religioso.
La violenza in nome della religione è un peccato, la corruzione è peccato, rubare è peccato.
Il popolo è deluso ed è sceso in piazza. La gente ha fame, vive in miseria e chiede che fine fanno i proventi del petrolio. Vuole conoscere i piani di sviluppo, i progetti per scuole, ospedali, lavoro, infrastrutture”. L’Iraq ha bisogno di uno Stato moderno costruito sulla cittadinanza e sul rispetto dei diritti di tutti. Basta con i conflitti settari ed etnici, ogni cittadino ha diritto a vivere in pace, in libertà, in sicurezza e con dignità. Non ci sarà progresso se non si esce da questa visione tribale di cui parlavo prima.La Siria, l’Iraq, la Libia, lo Yemen sono Paesi ricchi di risorse e quindi capaci di donare prosperità ai loro abitanti e stabilità alla regione. Ma i loro politici sembrano non avere visioni politiche, idee e progetti, strategie da mettere in atto per progredire”.
Francesco, “segno di speranza”.
Nonostante ciò il porporato vede “un cambiamento e una speranza”. Ma perché questo si realizzi è necessario che “le istituzioni pubbliche, le autorità religiose, quelle musulmane in testa, aiutino la gente a ragionare sulla fede e cercare un messaggio sociale e politico basato sulla tolleranza, sul rispetto della vita, sul diritto. L’Islam è chiamato a fare una riflessione di questo tipo, per cercare di capire dove è l’origine di tutto questo male, di tutti questi terroristi. E da lì arrivare a formare una nuova cultura, non rigida ma rispettosa, aperta e moderata”. “I manifestanti – ricorda il patriarca – hanno protestato anche contro tutti coloro che in nome della religione hanno rubato distruggendo il Paese”. Il patriarca invoca una presa di coscienza davanti ai mali che affliggono l’Iraq e non solo. “Tutti diciamo di avere fede ma fede e religione sono due cose diverse. Possiamo seguire una religione senza avere la fede. E chi ha fede non può uccidere, rubare, violentare. Commette questi crimini chi ha una religione senza fede e chi la sfrutta a fini personali”. Alla presa di coscienza deve seguire poi l’assunzione delle proprie responsabilità.
Chiaro il pensiero del cardinale: “la piaga della corruzione si combatte con il rispetto e l’applicazione delle leggi. Chi contravviene deve essere arrestato. Per fare questo serve un Governo forte. Il denaro rubato deve essere recuperato e usato per il bene di tutti e non di pochi. In gioco ci sono centinaia di miliardi dollari. Dove sono finiti? Che cosa ci hanno fatto? Tutti sappiamo che non dobbiamo prendere ciò che non ci appartiene. Nelle scuole, nelle moschee, ovunque si deve lavorare per formare rettamente le coscienze delle persone. È un lavoro lungo ma non più procrastinabile”.
Un ultimo pensiero il patriarca Sako lo rivolge a Papa Francesco: “la sua volontà è chiara, vuole venire in Iraq per portare un messaggio di speranza e riconciliazione, nello spirito del documento sulla fraternità umana di Abu Dhabi. La sua presenza qui in Iraq sarebbe un grandioso gesto di pace non solo per noi ma per tutto il Medio Oriente, a cominciare dalla vicina Siria”.

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giovedì, ottobre 10, 2019

 

MECC: Protecting Human Dignity in Iraq and safeguarding the unity of Syria. A call for peace in the scarred East Region

By Middle East Council of Churches

The Middle East Council of Churches followed with deep sorrow and pain the martyrdom and wounding of hundreds of Iraqis last week, and is currently following with greater pain the Turkish attacks on northeastern Syria, which would potentially have serious repercussions on its territorial integrity, and thus exacerbate the humanitarian situation of refugees and displaced persons. Therefore, the MECC raises its prayers for the end of all forms of violence and for the protection of human dignity which is the pillar of any peace or stability, while affirming the right of peoples to self-determination, in line with Arab and international instruments, and upon values of love, justice, human rights and common responsibility in peacebuilding. The MECC has always and is still upholding those values along with its partners worldwide.
The MECC calls upon the consciences of stakeholders to stop the cycle of war and violence in the blessed region of the East, the cradle of coexisting religions, and further calls for deeply investing in purifying the memory from hatred as a means to restore the dignity and peace of communities in the scarred East region.



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Witnesses to the unimaginable

By Axess Magasin & TV
Nuri Kino
July 19, 2019

Pascale Warda and I took a break between sessions of the Conference on Religious Freedom to which we'd been invited by the US State Department. 
It has been seven years since we last met. She has since been shot several times, seen her bodyguards killed, been a minister, lost her position, witnessed the rise and fall of Sunni al-Qaeda and Shiite mehdi militia, and most recently the Sunni terrorist organization ISIS' war crimes and crimes against humanity.
She is a Christian, Assyrian/Syriac, living in Baghdad and is a high-profile activist. An hour before our coffee break, she and her husband William Warda had just received a prestigious award from the U.S. Secretary of State Mike Pompeo. They were rewarded for their humanitarian work and for their tremendous documentation of ISIS' abuse on Iraq's indigenous peoples. They are among the most important witnesses of a genocide of Christians and Yazidis.
I asked Pascale if she had any contact with Jacklin, one of the Christian women who were kidnapped and sold 18 times. Jacklin's story is important because she has been hostage in the home of one of the main leaders of ISIS. I had also recently interviewed Rita, another Christian woman who was kidnapped and sold several times and wanted to compare the two women's information. Pascale replied that she and Jacklin last spoke a week ago.
But she wants to hear more about the organization ADFA (A Demand For Action) that I had founded in 2014, and our latest operations in Lebanon, or rather the refugees we meet. She went through town by town, from south to north in Syria, the same for Iraq. She wanted to know if in our register of refugees, we have people who have been kidnapped from cities such as Qaryatayin, Homs, Aleppo, Deir el-Zor, Rasel-ayn, Qamishli and Khabour. We do. "In this way, we can map ISIS and other jihadists' attempts to wipe out Assyrians/Syriacs, other Christians and other non-Muslim groups, it is important that we can demonstrate the geographical spread," Pascale points out.
I replied that there are also families from Baghdad, Basra, Kirkuk, Mosul, Nineveh and Sinjar in Iraq among those we help.
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mercoledì, ottobre 09, 2019

 

Il Patriarcato Caldeo chiede a tutte le Chiese di pregare per la stabilità in Iraq


Foto Patriarcato caldeo
L’attuale scena irachena anche se un po’sfocata è preoccupante, quindi il Patriarcato invita le sue chiese in Iraq e nel mondo, a pregare per la stabilità dell’Iraq.
Ricordiamo tutte le anime martiri dei manifestanti e tutti i feriti, perché possano guarire preso. Inoltre alle forze della sicurezza chiediamo che garantiscano al paese al più presto la tranquillità.
Per i cristiani, questo mese è il mese dedicato al santo Rosario della Madonna, che è anche venerata dai musulmani. Preghiamo  in questi giorni affinché tutti possano assumersi la propria responsabilità nazionale e morale.
Chiediamo a tutti i cittadini di unirsi per evitare che il Paese precipizi da un pendio sconosciuto.
E' urgente che i responsabili iracheni  restaurino velocemente il processo politico con azioni e non solo con parole, come richiedevano i manifestanti pacifici.
Affermiamo che la violenza è assurda e non serve a costruire  la pace,  ne a risolvere i problemi, ma solo con  la saggezza di chi sa dialogare civilmente può chiarire e mostrare una visione di un sano progetto nazionale, il che fa uscire il paese dalle crisi.

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Christians in Iraq still have many hurdles before they can get home

By Aleteia
October 9, 2019

Fears of a resurgent Islamic State, distrust of the Iraqi government, and threats from Iranian-backed and Kurdish militias are making life almost impossible for Christians and other religious minorities to return to their homes, five years after the ISIS invasion.
The U.S. Commission on International Religious Freedom took a measure of rebuilding efforts in Iraq during a hearing in Washington Sept. 26. Listening to U.S. government officials, representatives from aid agencies and advocates for religious minorities, the commission wanted to know whether conditions are improving sufficiently to allow minorities to return to their homes and survive in Iraq, and what more the United States and its international partners can do to support them more boldly and effectively.
“We recognize that Iraq faces many challenges, including efforts to reestablish stability and security following the territorial defeat of ISIS; to restore and rehabilitate traumatized religious minority communities; to address long-standing Shi’a-Sunni issues; and to resolve tensions between the Kurdistan Regional Government (KRG) and the Iraqi Federal Government (IFG),” said USCIRF chairman Tony Perkins in opening remarks in a room in the Russell Senate Office Building.
USCIRF Vice Chairwoman Nadine Maenza spoke about a recent fact-finding mission she and another commissioner made to the region. “In the Nineveh Plain, the traditional heartland of many of Iraq’s largest religious minorities—or components, as they prefer to be called—some communities have begun the long and fragile process of recovery,” Maenza said. “Christian representatives and NGOs told USCIRF that an estimated 30%-50% of displaced residents have returned to some traditionally Christian towns such as Bartela and Qaraqosh. In those areas, USAID and other international supporters have been making significant efforts to distribute aid, rebuild homes, and help returnees find some semblance of normalcy.”
But, she added, far too many people have not yet felt sufficiently safe to go home. Two threats in particular are giving them pause.
“First, the presence in the Nineveh Plain of the Popular Mobilization Forces, or PMF, represents the clearest and most consistent obstacle,” she said. “Iran-supported militias such as the 30th and 50th Brigades continue to engage in violence and corruption, as well as exacerbate sectarian tensions in key towns of the area. While the Iraqi government has made some attempts to rein in those militias, its ability and potential willingness to do so appears limited at present.”
Hallam H. Ferguson, Senior Deputy Assistant Administrator of the Middle East Bureau of the U.S. Agency for International Development, went further, calling those brigade “part local mafia, part Iranian proxy.”
“They terrorize those families brave enough to have returned, extort local businesses, and openly pledge allegiance to Iran,” Ferguson said. “According to Chaldean representatives, Christian returns to towns like Batanaya and Telkaif have reached only one to two percent because of persecution by these militias. In Bartela, the Christian community is under siege by the 30th Brigade that routinely resorts to anti-Christian rhetoric and puts up placards of Iran’s Supreme Leader Ayatollah Ali Khameni at entrances the town.”
He also said that an estimated 927,000 people originally from the Nineveh Plain remained displaced as of August 31.
ISIS is also a very real threat, in spite of the fact that the jihadist organization was defeated on the battlefield.
“ISIS remnants, likely numbering in the thousands, fled into hiding but have continued to stage attacks with alarming regularity,” Maenza said. And, Ferguson added, the Kurdistan Workers’ Party (PKK) in Sinjar, the homeland of the Yazidis, conscripts young Yazidi boys into its forces.
“Until the Iraqi Government resolves these security concerns, it will be extremely difficult for members of persecuted minority groups to return home,” Ferguson said.
The USAID official, however, outlined the ways U.S. foreign aid is being used in the region. “Today USAID and the Department of State have contributed a total of $380 million in assistance,” he said. “We have 57 local, 13 faith-based, and 35 international organizations, each contributing in ways appropriate to their size and specialization.” That includes the Knights of Columbus and Catholic Relief Services, which, he said, recently received an award to work with the Chaldean Catholic Archdiocese of Erbil to provide support to long-term displaced residents from towns in the Nineveh Plains.
In general, Ferguson said, rebuilding requires a “tailored approach that addresses the fullness of needs in a deeply traumatized society—not just rebuilt schools and hospitals, but also psycho-social support to survivors, reconciliation efforts between mistrustful neighbors, and the revitalization of a broken economy.”

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