lunedì, dicembre 22, 2014

 

E' ufficiale: i crimini commessi dallo stato islamico in Iraq sono "genocidio"

By Baghdadhope

Con il documento n° 92 del 18 novembre scorso il consiglio dei ministri iracheno ha stabilito nella X sessione presieduta dal Primo Ministro Haider al-Abadi, che quanto perpetrato ai danni alle componenti minoritarie degli Yazidi, dei Turcomanni, degli Shabak e dei Cristiani per mano dei miliziani del Da'ash (stato islamico) è genocidio: إبادة جماعية
I:ba:da Jama:'iya: letteralmente "sterminio collettivo"


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domenica, dicembre 21, 2014

 

Nelle tende-cappella la messa di mezzanotte per i profughi di Erbil

By SIR
Daniele Rocchi

Photo Fr. Douglas Bazi
“Ci stiamo preparando al Natale nella sofferenza ma con il conforto della preghiera. È la prima volta che passeremo il Natale lontano dalle nostre case e dalle nostre chiese, come sfollati e rifugiati”: da Erbil, capoluogo del Kurdistan iracheno, a parlare è monsignor Emil Shimoun Nona, arcivescovo caldeo di Mosul. Il Natale si avvicina ma Mosul è distante, molto di più dei circa 90 km. che la separano da Erbil, dove si è rifugiato in seguito all’avanzata delle bandiere nere dello Stato Islamico (Is). Erano i primi giorni di agosto quando venne cacciato via da Mosul, insieme alla sua gente, dai miliziani dell’Is che detengono il controllo della città, dove non sono rimasti più cristiani. Le chiese sono state chiuse, altri luoghi di culto distrutti, trasformati in prigioni oppure occupati dai militanti islamici.

La lunga storia dei cristiani di Mosul riparte adesso da Erbil.
Le stime parlano di 120mila cristiani rifugiati in Kurdistan. “Qui a Erbil - racconta il giovane arcivescovo caldeo - e più in particolare nel sobborgo cristiano di Ankawa, e in altri due villaggi limitrofi, attualmente ci sono circa 12mila famiglie cristiane rifugiate. Fuori Erbil, invece si stimano ce ne siano altre 8mila. Cerchiamo di aiutare tutti grazie al sostegno della Santa Sede, di tante organizzazioni caritative, come Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs), e di numerose Chiese. Tra queste un ringraziamento particolare va alla Conferenza episcopale italiana che ci sostiene attraverso la Caritas che lavora a stretto contatto con quella irachena”. Moltissime di queste famiglie “vivono in strutture messe a disposizione dalle istituzioni e dalla Chiesa locale, tende e ricoveri di fortuna come palazzi abbandonati, spesso privi di infissi. Il freddo si fa sentire”. Nonostante la precarietà, afferma mons. Nona, “si comincia a notare qualche timido segno di festa grazie anche a tanti giovani volontari di questa zona. L’augurio è regalare un sorriso a tutta questa gente. Stiamo preparando dei doni per i bambini e i ragazzi, per alleviare in qualche modo disagi e sofferenze. È importante che la nostra gente senta il sapore della festa perché la fede che professiamo è forte più di ogni sventura. La venuta di Gesù ci dona la forza di continuare a vivere tutto ciò che la fede ci chiede”.


Già, la fede: l’unica ricchezza rimasta.
Il ricordo corre ai giorni caldi dell’estate irachena, quelli della fuga, quando “la comunità cristiana di Mosul abbandonò la città lasciando tutto, case, proprietà, terre, storia, tutto - dice con voce velata dall’emozione l’arcivescovo - meno che la fede. Fuggiti per non convertirsi, per non rinunciare alla loro fede e oggi manifestano orgoglio per questa scelta. Celebrare il Natale adesso è importante. Pregheremo che il Signore nasca di nuovo in mezzo a noi, rifugiati e sfollati, e ci guidi per tornare in pace alle nostre case, alle nostre terre”. Nessun cedimento alla disperazione, anzi. Le parole di Papa Francesco nel suo videomessaggio del 6 dicembre ai cristiani di Mosul rifugiatisi ad Erbil tornano prepotenti nella mente di mons. Nona: “Quando viene il vento, la tempesta, la canna si piega, ma non si rompe! Voi siete in questo momento questa canna, voi vi piegate con dolore, ma avete questa forza di portare avanti la vostra fede, che per noi è testimonianza. Voi siete le canne di Dio oggi! Le canne che si abbassano con questo vento feroce, ma poi sorgeranno!”.


Ed è con questa forza che i cristiani rifugiati
si preparano al Natale, grazie anche a una certa dose di sicurezza garantita dalle Forze militari curde. “La Messa di mezzanotte - dichiara mons. Nona - sarà celebrata nel sobborgo a maggioranza cristiana di Ankawa dal patriarca di Babilonia dei caldei, Louis Raphael I, in una grande tenda davanti a gruppi di famiglie di sfollati e rifugiati. Tutti gli altri fedeli potranno partecipare alle funzioni organizzate nelle tende-cappella allestite nei vari centri. Le celebrazioni saranno svolte in tutte le chiese e tende, a partire dalla cattedrale di Erbil”. Le ultime parole dell’arcivescovo più che un saluto sono una preghiera: “In questo Natale prego Gesù perché possa donare a tutti noi la speranza di continuare a vivere nella fede, con coraggio e senza paura. Prego affinché possa mettere nel cuore dei responsabili e di chi governa il desiderio di pace. Non abbiamo bisogno della violenza, dell’odio ma della pace. La vita deve andare avanti nell’armonia, nella tolleranza, nel rispetto reciproco e nella giustizia. Per tutti”.

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sabato, dicembre 20, 2014

 

Campagna Caritas per l'Iraq. Soddu: cristiani senza diritti

By Radiovaticana

I cristiani fuggiti e in fuga ogni giorno dal Medio Oriente sollecitano solidarietà. Per questo la Chiesa italiana ha deciso di lanciare un’iniziativa di sostegno concreto per le comunità cristiane irachene.
Roberta Gisotti ha intervistato mons. Francesco Soddu, direttore della Caritas italiana, che di recente ha potuto fare visita nei luoghi dove sono ospitati i profughi:
“Non possiamo rassegnarci a pensare al Medio Oriente senza i cristiani”: le parole di Papa Francesco, riecheggiano in questo Natale, attraverso la campagna di gemellaggi promossa dalla Cei attraverso la Caritas italiana in aiuto a circa 200mila cristiani riparati nel Kurdistan iracheno, a seguito dell’avanzata negli ultimi mesi delle milizie dello Stato islamico. Mons. Soddu, come possiamo aiutare dall’Italia?
Possiamo aiutare certamente tenendo vivo il ricordo di queste persone, che hanno subito una grave lesione dei diritti umani e che in tutti i casi continuano ad essere bisognose in quanto si trovano lontane dalla loro terra, lontane dalla loro casa. Esse hanno praticamente perduto tutto e certamente queste notizie noi le abbiamo apprese, però è necessario sempre fare luce su quanto questi nostri fratelli e sorelle stanno subendo, soprattutto per quanto riguarda il loro essere cristiani. Non dimentichiamocelo, questo. Loro stanno soffrendo per la loro fede in Cristo e noi, loro fratelli e sorelle, siamo tutti chiamati ad avere una particolare simpatia, soprattutto in questo periodo in cui ci stiamo preparando al Natale del Signore. Sono un numero molto elevato, perché dalla città di Mosul e dalla Piana di Ninive si sono riversati praticamente tutti nella città di Erbil, raccolti in 26 centri di accoglienza, o nelle vicinanze della stessa città. Molti di questi centri sono veramente precari e le persone si trovano ad essere stipate in luoghi angusti.
Quali sono i bisogni più urgenti di questi fratelli sofferenti?
Il progetto che noi abbiamo lanciato si divide in tre parti: il piano case, il piano famiglie e il piano scuola. Il piano case, è per l’acquisto di alcuni container; il piano famiglie è per il sostegno delle famiglie e il piano scuola è per l’acquisto di alcuni scuolabus. Tutto è mirato perché queste persone non fuggano dalla loro terra ma abbiano il nostro sostegno.Tutte le notizie sulla campagna di gemellaggi “Adotta una famiglia di profughi iracheni” sono reperibili sul sito della Caritas Italiana, dove sono indicate le modalità per partecipare direttamente o attraverso le parrocchie.

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Iraq, attentati. Mons. Lingua: è il governo del terrore

By Radiovaticana

La violenza continua ad insanguinare l’Iraq. Stamani, una serie di esplosioni ha ucciso almeno 11 persone e ne ha ferite 24 in luoghi pubblici e commerciali della capitale Baghdad. Gli episodi seguono l’agghiacciante notizia di ieri della strage a Falluja di oltre 150 donne, anche in stato di gravidanza, colpevoli di aver rifiutato il matrimonio con i jihadisti del sedicente Stato islamico. Intanto, i peshmerga curdi avanzano nel nord del Paese. Sulle violenze e i soprusi senza fine di questa terra martoriata, Gabriella Ceraso ha raccolto la testimonianza del nunzio apostolico in Iraq e Giordania, mons. Giorgio Lingua:
Per quanto riguarda le violenze è difficile verificare, perché non è possibile andare sul luogo dove avvengono questi episodi. Certo, sono preoccupanti e soprattutto è un metodo di governare attraverso il terrore: non è soltanto un episodio, ma è una strategia del terrore che infierisce su tutti quelli che la pensano in modo diverso.
E’ vero che donne e bambini stanno pagando un prezzo altissimo per quanto sta accadendo per la guerra, in termini di violenze?
Senz’altro. Sia dal punto di vista materiale, ma soprattutto dal punto di vista psicologico, perché mentre un uomo ha la possibilità di girare, di andare, di cercare, mentre le donne e i bambini spesso devono rimanere lì dove vengono assegnati, in situazioni difficili.
La gente vi chiede aiuto?
Sono domande di aiuto soprattutto da parte dei cristiani. Chiedono aiuto per poter uscire, per poter trovare una situazione migliore. La mia impressione è che molti si illudono. Io attualmente sono in Giordania: quelli che sono arrivati qui adesso non trovano sbocchi. Pensavano fosse facile raggiungere l’Occidente… Altri aiuti si chiedono per affrontare l’inverno: riscaldamento, vestiti, soprattutto case…
Sentendo le testimonianze delle violenze, dei soprusi e pensando a quello che il Papa dice, quando dice che la Chiesa non è una Ong, che bisogna uscire e testimoniare: qual è la reazione vostra, in questo senso?
La Chiesa è molto impegnata in questa “uscita”; sono diversi sacerdoti, religiosi soprattutto, che vanno a visitare i campi. Dire “campi profughi” non è la parola più appropriata, perché sono piccoli centri, spesso accolti nelle strutture delle parrocchie, delle chiese. C’è tanta attenzione in questo senso, di non abbandonarli. Io stesso ho visitato vari centri: ho l’impressione che la gente sia contenta, anche quando uno arriva sia pure per un semplice saluto, per non sentirsi abbandonata, questo senz’altro. Adesso, anche per Natale ci sono tante organizzazioni che stanno aiutando, soprattutto nei confronti dei bambini: inviano regali… Anche questo permette di andare vicino, di sentirsi vicino alle famiglie che sono nella sofferenza.


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Patriarca caldeo: profughi cristiani, a Natale “non siete abbandonati e dimenticati”

By Asia News
Joseph Mahmoud

Rassicurare i profughi cristiani, la cui situazione "è ancora critica e tragica" perché non si intravede una "soluzione rapida" all'orizzonte, perchè essi "non sono abbandonati e soli", e non saranno dimenticati. È il messaggio che il patriarca caldeo Mar Louis Raphael I Sako rivolge alla comunità cristiana irakena e, in particolare, ai profughi che hanno abbandonato le loro case in seguito all'avanzata delle milizie dello Stato islamico, per le imminenti festività di Natale. Nel documento, inviato ad AsiaNews, sua Beatitudine si rivolge ai fedeli di Mosul e della piana di Ninive, dove circa 500mila persone  sono fuggite in seguito all'avanzata islamista, che ha fondato un Califfato e imposto la sharia
Vivere in una piccola stanza o dentro a furgoni allestiti dalla Chiesa, sottolinea Mar Sako, non è facile da un punto di vista psicologico; nella comunità è evidente il sentimento di "preoccupazione" per le loro case e le città, per i posti di lavoro perduti e per un futuro oscuro per i loro figli. Il patriarca caldeo aggiunge però che "non siete abbandonati e soli", le vostre sofferenze "non sono dimenticate".
Sua beatitudine chiede "a tutti i nostri fratelli e sorelle" di pregare e mantenere vivo "il coraggio, la speranza e la fiducia in Dio Padre"; egli conferma il proposito di celebrare la messa di Natale in mezzo ai profughi, per esprimere così in modo concreto la vicinanza della Chiesa e la disponibilità nel prestare loro un aiuto continuo. 
Nel messaggio mar Sako ringrazia quanti, in Iraq e all'estero, come AsiaNews attraverso la propria campagna, continuano ad aiutare e manifestare solidarietà alla comunità cristiana irakena. Il cristianesimo deve continuare a rimanere in questa terra benedetta, aggiunge, perché esso è un "messaggio di amore e tolleranza, come Cristo ha insegnato". Vogliamo vivere in pace e sicurezza, afferma il patriarca caldeo, che ricorda "la nostra terra, la nostra storia, la nostra identità, che sono la nostra terra promessa". 
Egli rivolge anche un appello alla politica e alla classe dirigente, perché tuteli "i diritti di tutti gli irakeni" e garantisca loro "dignità e giustizia", che sono "il fondamento della pace". Un obiettivo da raggiungere "attraverso una corretta educazione" e la formazione di menti aperte, che operino per "la convivenza e il rispetto dei valori della diversità e dei diritti umani". Come disse il Signore a Maria, Mar Sako si rivolge ai fedeli invitandoli a non avere paura. In questo Natale rinnoviamo la fede in Dio e la fiducia negli uomini di buona volontà, conclude il patriarca, perché in un cuore colmo di dolore nasca "una nuova alba di speranza".

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venerdì, dicembre 19, 2014

 

Appello del Vescovo caldeo di Beirut per i profughi cristiani iracheni

By Fides

Sono più di ottocento le famiglie cristiane fuggite da Mosul e dalla Piana di Ninive che hanno trovato finora riparo in Iraq. La loro condizione è quella degli “ultimi arrivati” in un Paese già destabilizzato dall'arrivo di più di un milione di profughi siriani. La maggior parte di loro gravita nell'area di Beirut e ha trovato sostegno solo da parte della locale eparchia caldea. Mons. Michel Kassarji, Vescovo di Beirut dei Caldei, ha appena diffuso un comunicato per sollecitare aiuti in favore delle vittime cristiane della “macchina cieca dell'estremismo religioso” che le ha costrette ad abbandonare le proprie case e i propri villaggi.
I profughi cristiani iracheni arrivati in Libano – riferisce il Vescovo caldeo - non hanno lo status dei richiedenti asilo, e vivono nella speranza di ottenere i permessi per emigrare nei Paesi occidentali. Non trovano lavoro, vengono sfruttati da chi approfitta della loro condizione di emergenza per rincarare gli affitti delle case, e sono privi di qualsiasi aiuto da parte delle istituzioni civili e delle Organizzazioni internazionali. “L'impressione - riferisce all'Agenzia Fides il sacerdote maronita Paul Karam, direttore di Caritas Libano - è che tutto il sistema di aiuti internazionali per i profughi siriani e iracheni sia sull'orlo del collasso. Non ci sono più risorse, e le organizzazioni umanitarie non riescono più a far fronte ad un'emergenza divenuta cronica”.

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Will Christmas come to Iraq?

Geoffrey Johnston

The holiday season is in full swing, with many Canadians enjoying the carefree pleasures of Christmas office parties and concerts. Others are looking forward to attending Christmas Eve church services, or getting together with family and friends over a turkey dinner.
But halfway around the world, Christmas will be anything but carefree for Iraq's persecuted Christian communities.
Forced to flee their homes to escape the onslaught of well-armed jihadists, displaced Christians live in a perpetual "crisis mode," according to Carl Hétu, national director of the Canadian branch of the Catholic Near East Welfare Association (CNEWA), a papal agency that provides humanitarian assistance and pastoral care.
Last summer, the Islamic State, also known as ISIS or ISIL, launched a military offensive, capturing large swaths of Iraq, using mass murder, public beheadings and the enslavement of women and girls to subjugate captured territories. Large parts of northern Iraq were cleansed of Christians, Yazidis and other religious minorities.
"In August, it was total chaos," Hétu said when contacted in New York City, where he was attending meetings at CNEWA's international headquarters. Terrified Christians had no time to pack or gather the necessities of life, fleeing with only the clothes on their backs.
Last month, Hétu told the House of Commons foreign affairs committee that approximately 120,000 Christians have fled to the semi-autonomous Iraqi province of Kurdistan. The Kurds have welcomed the desperate Christians with open arms, despite struggling to defend Kurdistan against the jihadist threat.
The current living conditions for the displaced Christian population in Kurdistan are uncomfortable but not life-threatening, said Mark Huckstep, who visited northern Iraq in November. He's a representative of the United Kingdom-based Barnabas Fund, a Christian non-governmental organization (NGO) that provides humanitarian assistance to Christians in need.
However, the internally displaced persons (IDPs) that Huckstep saw were "crammed" into churches, tents and portable cabins. And in a telephone interview from the NGO's London office, he said that the Christian IDPs are "food-dependent on other people to survive."

Relief efforts
Various Christian denominations in Iraq have come together to care for the displaced Christian population. "Every section of the church is taking care of different things," Hétu said of the co-ordinated relief efforts. Huckstep agrees with that assessment. "One of the most heartening things about what I saw in Iraq was that the churches are working together," he said.
For the last three months, CNEWA has been raising funds for relief efforts. The papal agency works with partners on the ground, including the Dominican Sisters, who have tremendous experience in delivering humanitarian aid and services.
"It's much better than it was in August," Hétu said of the current humanitarian situation in northern Iraq. However, IDPs with chronic medical conditions are in need of medicine and medical care. That's why the Dominican Sisters have organized medical stations, partly staffed by displaced Christian physicians, to care for the sick.
Similarly, the Barnabas Fund, working with partner organizations, is supplying food, blankets, warm clothes and other necessities of life to the IDPs in Kurdistan. And the NGO has purchased a portable army camp, once used by British forces in Afghanistan, and it will shelter up to 800 displaced Christians.

Disappearing Christians
Iraq is home to the ancient Assyrian ethnic group that dates back thousands of years. And the vast majority of Iraqi Christians are of Assyrian ethnicity.
"The Assyrian Christians are members of various denominations such as the Assyrian Church of the East, Chaldean (Roman Catholic), Syriac (Catholic and Orthodox), Presbyterian, and Evangelical," Assyrian-American activist and author Rosie Malek-Yonan explained, via email. "It is important to note that some Assyrians choose to identify themselves solely by their ethnic name and others by their Christian denomination."
For instance, many ethnic Assyrians prefer to identify themselves by their religious denomination, Chaldean Catholic. According to CNEWA, approximately 66% of Assyrian Christians belong to the Chaldean Catholic Church.
"Since the onset of the 2003 Iraq War, the Assyrian identity, coupled with an indestructible Christian faith, made them targets of hatred and destruction," Malek-Yonan said.
According to Hétu, there were approximately one million Christians in Iraq in 2003. Since that time, Christian communities have been targeted by various Islamic extremists and criminal gangs. Many Christians have been killed, and many more have fled to neighbouring Lebanon, Jordan and Syria. "We calculated that there are about 200,000 Christians left in Iraq," he said.
Were it not for the generosity and tolerance of the Kurds, the majority of whom are Muslims, Iraq's ancient communities might not have survived the recent rise of the genocidal Islamic State.
"The Kurdish government respects other religions, and the Christians are not being discriminated against," Huckstep said. "Very different from what happens down in Mosul where ISIS is reigning."
Despite facing great financial difficulties, Iraqi Kurdistan is doing what it can to assist Christian IDPs. For example, "they donated land for the Christian refugees to live on," Huckstep said.

Danger at Christmas
Even in relatively secure Baghdad, Christians are feeling uneasy. "They already have a plan of escape" in the event that the Islamic State overruns the city, Hétu said.
Despite being afraid, Hétu believes that Iraqi Christians will celebrate Christmas. And others share that opinion.
"Despite the ongoing attacks, the Assyrians of Iraq have openly celebrated Christmas and attended mass and I believe they will continue to do so because their Christian faith is stronger than the fear Islamic groups attempt to instil in them," Malek-Yonan declared. "This tenacity and defiance is the reason Assyrians have survived for thousands of years without a country."
Similarly, Huckstep said that all the Christian denominations will celebrate Christmas in northern Iraq, "but with very little resources. I don't think there will be feasting, or any presents."
Writer and lecturer K.A. Ellis isn't surprised that Iraq's persecuted Christian communities will be celebrating Christmas. She believes that persecuted Iraqis identify with the trials and tribulations of Jesus Christ, while embracing the Christian theme of redemption, which offers hope in a time of despair. Ellis is currently enrolled in the DPhil program at Oxford Graduate School, where she is adjunct faculty, teaching professional ethics.
"It is difficult for those who have not suffered this way to understand, even more confounding for those who cause the suffering as it is a contrary reaction than the one they desire or expect," Ellis said, via email, of the Christians' resilience.
"Historically, the Christian church has been assumed to grow under persecution," she said. "However, too much persecution, as is the case in Iraq, can lead to entire populations being erased from a region."
Despite having lost loved ones, their homes and livelihoods, Hétu believes that Iraq's battered Christians still hold out hope for a better future. "The hope is because they know that they are not alone," he said. "They know that a lot of aid is coming their way."

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Christian refugees in Iraq face up to a bleak Christmas


David Thamir was having a great time as he played go-karts with other boys. He shrieked, ran and jumped with his companions as they charged around in the vehicles they had made for themselves. It was the sort of joyful and innocent fun which comes naturally to children.
But in this instance, it was also a fleeting moment of respite from the agony of existence. Maybe those watching the children at play gave thanks to God that these little ones had not fully grasped the enormity of the tragedy that had encompassed their lives.
Perhaps it would be a mistake to assume that David was totally oblivious to his predicament, for around his neck, worn proudly and ostentatiously, hung a large silver crucifix. David is a Christian and at the age of just five has joined his family and thousands of others in becoming refugees for the sake of their faith. He is one of about 120,000 Christians who fled ISIS militants who swept across the Nineveh Plain of northern Iraq in the summer. They now live mostly in tents in Ankawa, a suburb of Erbil, in territory controlled by the Kurds.
David has not experienced many Christmases, but he knows this one will be different from any he has known in his home village of Bartilla, near Qaraqosh.
“I do not think Father Christmas will come this year,” he said, “because he does not know where we are living now, and we are always changing places. Father Christmas knows our house in Bartilla and he will go there, and there is nobody who will tell him where we are now. All our neighbours have left and our village is now empty, my father has told us.”
Nearby is a man who has enjoyed many Christmases. Until this year, Isaac Baho Daniel was a Christian farmer who was so wealthy that he “never forgot a single day to give money to the poor”. He and his family now survive off two meals a day in tents that offer scant protection from plunging night-time temperatures. Christmas was always a big celebration for Isaac and his family. He recalled how they would always begin with a Mass, followed by a visit to the cemetery to pray at the graves of their loved ones. Then came the feasting, when the family would gather around a large table to dine on delicious homemade pasha, a dish Iraqi Christians reserve especially for the celebration of Christmas Day.
All of Isaac’s relations would visit him on Christmas Day because, at 71, he is the oldest member of his family, and he had the role of handing out presents to their children, telling them, as families do across the world, that their gifts came from Father Christmas as a reward for good behaviour throughout the year.
His heart sinks at the prospect of Christmas this year, he said. This time it will be an occasion of sadness rather than celebration, and that he will feel especially “anxious if any child of mine would ask me for something for Christmas and I am helpless”.
“I am not in a position where I can offer them anything,” he said. “I am now in the position where I need a hand from others. Christmas is not a feast if I am in Erbil … this land of our exile and diaspora.”
Indeed, if all the refugees have one thing in common at this time of the year it is a desire to celebrate Christmas in the homes that ISIS have seized from them.
Tears streamed from the eyes of Sama Elias Albeer, a nine-year-old schoolgirl, as she spoke of how she simply wanted to go home to Mosul, describing how she longed to be back in her house and at school and how she missed her garden, neighbours, friends, teachers, toys – and her own bed. She said she wanted to celebrate Christmas at the city’s Church of St Paul in the company of her family and friends. One day she hoped to receive her First Holy Communion there just like all the other children she knows.
Her brother, eight-year-old Samir, is perhaps the kind of boy some people might consider to be spoiled, one who is given everything he wants by his parents even before he has asked. On Christmas Day last year he woke up to the guitar he requested from Santa, and he nurtured the ambition to play it sufficiently well to join his church music group. He was heartbroken to discover that his parents left his guitar behind in Mosul when they fled the city ahead of advancing militants. The youngster asked his father if he would go back home to fetch it, only to be told that this would be impossible.
This year, Samir wants Father Christmas to bring him two things: the first is peace and the second is a bicycle, so that he can ride back to Mosul and get his guitar from a house which is now believed to be occupied by terrorists. Others are so desperate that Christmas is almost beyond contemplation. They include the parents of Rose Emanuel Rafael who, along with her twin sister Rahaf, was born in Qaraqosh in August just days before ISIS fighters overran the town.
Within four days of the family arriving in Ankawa, setting up in a tent in the camp, the girls’ father noticed a red patch on Rose’s head which became swollen and then began to bleed. He was unable to obtain medical assistance for days. He eventually obtained an appointment for his baby at a hospital in Erbil where he was told the worst: his daughter had cancer. He and his wife, and their two babies, will spend their first Christmas together as a family in a freezing tent in a refugee camp, worrying about whether one of them will suffer and die from a disease that requires urgent treatment.
Maisaa Karam, another young mother in the camp, arrived heavily pregnant in Ankawa in August. She gave birth there. Days earlier Islamists had stormed her village of Baashiqa, displacing the Christian population. Maisaa named her baby daughter Mariam in honour of the Blessed Virgin Mary and laid her in a bed made from a plastic bag.
The circumstances of her daughter’s birth are tragic enough in themselves, but they became more harrowing still when Maisaa revealed that she and Munther, her husband of six years, saw her four previous pregnancies end in miscarriages. Mariam is the child for whom this couple had prayed for years, placing their trust in God that they would one day become parents.
The couple now offer prayers for a safe return to their village, preferably by Christmas, and for the chance to live in “peace and love”, seeing in their present situation only absolute poverty and probably abject hopelessness were it not for their faith that God will reward their trust by rescuing and protecting them.
Indeed, faith is one of the abiding characteristics of this suffering Christian people. That became evident in the weeks following the fall of the last Christian villages in Nineveh, when groups of straggling refugees turned up at the frontier of Kurdish-controlled territory with incredible tales of horror and heroism.
One of the most disturbing stories was the abduction of three-year-old Christina Abada, who was snatched from her mother’s side by terrorists who boarded the bus that was to take them from Qaraqosh. There are also numerous accounts of near-martyrdom experienced by people such as Khiria Al-Kas Isaac, a 54-year-old woman who refused to abandon her faith even when a sword was put to her throat. Given the ultimatum to “convert or die”, she said she was “happy to be a martyr”.
An 80-year-old woman known only as Ghazala, along with her 10 invalid companions, also chose the crown of martyrdom over the renunciation of their faith. Amazingly, their lives were spared by their would-be executioners and they were banished from greater Nineveh instead, living to tell their tales.
Sahar Mansour, a 40-year-old refugee from Mosul who is now living in Ankawa, and who interviewed the refugees for the Catholic Herald, said the possibility of imminent martyrdom had sharpened the Iraqi Christian refugees’ sense of precisely what it means to live and die in the faith.
“Iraqi Christians cannot put their life before their faith,” Sahar said. “The word ‘martyr’ literally means ‘witness’, and this is what we have dared to be. So if the purpose of being a Christian is to spread the Word, then the highest calling of Christianity is to die for the Word of God. Martyrdom is not the end for the soul of the martyrs or for the society they leave behind.
“Christian faith is a fact that is alive and operative, making us people who look for the meaning of their lives, people who are prophets and witnesses for that meaning. Iraqi Christians are capable of adding meaning to life, in spite of all the contradictions that emerge because of life’s complexities and problems.”
She continued: “Faith is a gift from God. Faith is commitment, not a mere point of view. We believe in God as a fact, and are committed to our faith deeply and out of the core of our existence.
“Iraqi Christians are fully aware that Christianity has been under sustained attack from the moment of its birth, our Church
in Iraq is a witness and martyr to this, and ‘the blood of the martyrs is the seed of Christians’.”
It is never easy to be a member of a religious minority, especially in a predominantly Muslim country. But as Prince Charles has pointed out recently, the numerous Christian denominations of Iraq have survived in the region since the days of the Roman Empire, often co-existing peacefully with other religious communities, including Muslims. Only now, in the 21st century, do they face the real threat of annihilation.
Even under the rule of the dictator Saddam Hussein, the Christians of Baghdad, Mosul and Basra flourished and were active at every level of society. The martyrdom of the Iraqi Church began in the 1990s after the First Gulf War when they began to be attacked and some Iraqi Christians began to emigrate.
Following the fall of Saddam, this process accelerated and within 20 years a Christian population of 1.2 million had fallen to just 350,000, many of whom lived in the north of the country, where they were comparatively less harassed. That changed on June 11 when ISIS terrorists captured Mosul – the Nineveh of the Old Testament – and, in the following two months, all of the Christian towns and villages in greater Nineveh, too.
Today, those Christians who fled the terrorists are huddled together in the refugee camps of Ankawa, Dohuk, Sulymania and Zakho, among others, hoping for the end of ISIS and the chance to return to their homes, or for a new life in the West.
Irrespective of all the sufferings they endure, they place their hope in Jesus Christ, the Prince of Peace, whose birth into absolute poverty and impending violence they will soon observe in equally extreme and extraordinary circumstances.

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PEOPLE OF THE YEAR 2014: Persecuted Christians in Iraq



It's a tragedy Rome Reports  witnessed firsthand. Iraqi Christians forced out of their homes under the threat of being killed. Just a few years ago, there were roughly 2 million Christians in Iraq. Now there are less than 250,000. It was never easy to be Christian in the country, but even as a religious minority, Christians played an important role in Iraqi  society.
Going back home, seems like a fading possibility. The aggression of ISIS terrorists still lingers in their memories. But despite all the violence, their faith is still very much alive. 
"We have great faith in God, our Father, and we will keep it now and when we go back home.”

"With the help of God, we keep hope alive. Above everything else, the hope of going back to Qaraqosh.”

More than 400,000 people have fled to Northern Iraq. In just a few weeks, about 70,000 arrived to the city of Erbil, the capital of Kurdistan, an autonomous region in Iraq.
They've lost everything and they live under these conditions. The yard of a local parish, was turned into an improvised refugee camp overnight. Here alone, there are roughly 160 families living under 64 tents. They've been here for five months and the situation isn't getting any better. 

DOUGLAS BAZI
Pastor Mar Yusef
"We have Christmas now but the problem will be after Christmas when all the lights are gone. What will we do after?”

PATRIARCH RAPHAEL LOUIS SAKO
Chaldean Patriarch
"It is a miserable situation. You have ten people living in a small place, without employment. The psychological pressure is terrible.”

In these conditions, it's difficult to envision a Christmas celebration. Sarmad Kallo is a Dominican friar who was forced to flee from Qaraqosh. Now he is a refugee from Erbil. Just like Jesus was persecuted at birth, he says even newborn Christians are targeted. 

SARMAD KALLO 
Dominican Friar
"Christianity is born in a manger. Jesus was born poor and we too are poor.  If you think about it, Christmas is right here with us. Christ will be born among us. He will rise from this poverty we are living. He was the Savior, but He was also persecuted. Now we are being persecuted for believing in Him and his message. So this year,  we will truly experience Christmas.” 

The dramatic changes are even seen in this shopping center. The Ainkawa Mall, was built for shopping, but now it's a makeshift refugee camp. It provides shelter for more than 400 families who lost everything. They share a bathroom and they huddle around small rooms with dim lights. Many of these Christians are from Mosul where for the first time in more than 1500 years, the parish bells can no longer ring. 

"We are from Mosul. At 6.00 am we received a  message. We could either pay a tax for being Christian, or we would be decapitated. We were forced to leave and when we reached the border, everything was stolen from us...our cars, our money, everything.” 

The territory ISIS has taken over, in Syria and Iraq equates to the size of Jordan. Along the way, they have killed, threatened and persecuted Christians.
These refugees have lost it all, except hope and faith. In that, they've found the strength to carry on, even amid the darkness. 

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giovedì, dicembre 18, 2014

 

A Istanbul, nella scuola dei bambini rifugiati dalla Siria e dall'Iraq

By Comunità di Sant'Egidio

Nelle vie di Istanbul, da qualche mese, ai semafori dei grandi viali, si affollano decine bambini di ogni età: si rincorrono e si avvicinano alle macchine, chiedendo soldi e cibo. Molti di loro sono siriani e iracheni: fanno parte di quel popolo di profughi - si dice circa due milioni - arrivati in Turchia per sfuggire alla guerra e alla distruzione delle loro città.
Vivono in alloggi di fortuna, spesso case abbandonate, e hanno bisogno di tutto.
Nella grande scuola dei padri salesiani, grazie anche al contributo della Comunità di Sant'Egidio, ne sono stati accolti circa 300: possono studiare, ma ricevono anche cibo e abiti. Da qualche tempo, inoltre, sono iniziati corsi di inglese per i genitori, per aiutarne l'integrazione.
Quasi tutti sono cristiani. Papa Francesco, in visita a Istanbul pochi giorni fa, ha voluto incontrarne un gruppo.
Oggi hanno i volti felici, ma quando si chiede loro da dove vengono, si intuiscono storie drammatiche: "io sono di Erbil", "io vengo da Aleppo". Anche le insegnanti sono giovani profughe, e ci aiutano a parlare con loro.
Il 16 dicembre,infatti, i bambini hanno ricevuto la visita di un gruppo di amici italiani della Comunità di Sant'Egidio. Alcuni sono volti noti ai bambini: Andrea Riccardi e don Marco Gnavi li hanno già visitati alcuni mesi fa e proprio da allora la Comunità ha iniziato ad aiutare padre Andrés in quest'opera di accoglienza: inizialmente fornendo loro i pasti e poi contribuendo a migliorare le strutture della scuola.
Il vecchio pavimento del cortile, tutto dissestato, verrà presto sostituito da uno nuovo. Il materiale è già stato acquistato e verrà presto installato, per offrire ai ragazzi un luogo dove giocare, fare ginnastica, vivere una vita "da bambini" come è giusto che sia, lontani dagli orrori della guerra di cui sono stati testimoni.

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Iraq. Voci da "Ainkawa mall"

By Osservatorio Iraq
Eleonora Gatto


Erbil, la capitale del Kurdistan iracheno, ha vissuto nell’ultimo un anno un boom economico e una conseguente espansione urbana, in modo particolare in quei quartieri periferici in cui sono stati eretti grattacieli, dove i locali di lusso forniscono intrattenimenti per uomini d’affari, e i centri commerciali mostrano un’ingannevole immagine di sviluppo, mentre i leader kurdi già immaginano uno Stato potente, basato sul commercio del petrolio.
Riproducendo ciecamente il modello occidentale, Erbil sta aprendo le porte a investitori stranieri – specialmente turchi – e sta rapidamente diventando un importante snodo commerciale in Medio Oriente.
Sulla strada per il distretto cristiano di Ainkawa, eclatanti cartelloni pubblicitari mostrano i cantieri di residenze lussuose, promessa di una vita ideale, mentre tra gli scheletri di edifici in costruzione le voci suggeriscono la presenza di rifugiati e sfollati interni, fuggiti dalla violenza in Iraq.
Dal mese di giugno, il governatorato di Erbil ospita migliaia di iracheni costretti a lasciare le loro città trovando rifugio nella regione autonoma del nord, che è divenuta un paradiso per le minoranze religiose perseguitate.
Le famiglie adesso affrontano una vita dura nei campi, nelle tende, o in insediamenti “informali” in cui l’accesso ai servizi e agli aiuti non è sempre garantito.
Nelle periferie di Ainkawa un centro commerciale, conosciuto come “Ainkawa mall”, è sfuggito al suo destino di profitto divenendo invece un rifugio per 400 famiglie sfollate dalla Piana di Ninive, per la maggior parte cristiani che appartengono alla chiesa Caldea, a quella Siriaca Ortodossa e a quella Cattolica.

Voci da “Ainkawa mall”
Barbieri e commercianti animano il piano terra dell’edificio. Giovani uomini si guardano allo specchio, sistemandosi i capelli e le sopracciglia, mentre altri, in coda, aspettano per farsi la barba.
Lunghi fili aggrovigliati di panni stesi attraversano tutto lo spazio, in cerca dei raggi di un sole assente, dove invece regna il buio e l’umidità.
La croce fatta di corda sospesa all’ingresso suggerisce che le famiglie appartengono principalmente a villaggi cristiani come Qaraqosh, Bartella e Kharamles. Sono tutte fuggite dalla minaccia di Daesh, lo Stato Islamico.
A giugno, i miliziani di Daesh hanno fatto irruzione nella città di Mosul, senza incontrare resistenza. Durante gli scontri contro 3mila combattenti dello Stato Islamico, circa 60 mila soldati dell’esercito iracheno hanno abbandonato le postazioni, gettato le uniformi e sono fuggiti, lasciando dietro di sé le sofisticate armi che avevano fornito gli Stati Uniti, e che adesso sono nelle mani dell’organizzazione terrorista.
Tra coloro che sono stati costretti a fuggire c’è anche la famiglia di David e Dushi, il piccolo passerotto che lo accompagna sempre. “Ci siamo lasciati tutto alle spalle, persino i nostri documenti. Ma non abbiamo pensato due volte a portare Dushi con noi: fa parte della famiglia, e adesso ci accompagna con il suo canticchiare”, racconta.
Fuggiti a Qaraqosh all’inizio dell’estate, sono stati costretti a scappare ancora una volta trovando rifugio ad Erbil.
Anche Amar è dovuto fuggire: “Quando lo Stato Islamico ha raggiunto Mosul, ci hanno dato tre opzioni: convertirci all’Islam, pagare una tassa di protezione, o morire. In effetti non avevamo scelta. Naturalmente ero terrorizzato, soprattutto per la mia famiglia. Ma non ho potuto evitare di dire ad un miliziano dell’IS che mi sono trovato di fronte che il miscredente era lui, non io”.
Quando qualcuno inizia a raccontare la sua storia, più e più persone arrivano, e la fine di un racconto è solo il ponte verso l’inizio di un altro.
A Qaraqosh la strategia di Daesh non è stata diversa. Con la ritirata dei peshmerga sono riusciti a prendere il controllo della città in poche ore. Circa 20mila abitanti erano già fuggiti, ma molti altri sono stati colti di sorpresa o semplicemente non sono stati in grado di abbandonare le proprie case: soprattutto i più poveri, e le persone anziane.
Sono stati tenuti sotto assedio tra le loro quattro mura finché non è stato dato loro un ultimatum: riunirsi nella moschea più vicina ed essere evacuati in autobus.
Spaventati che potesse trattarsi di una trappola, ma senza riserve di cibo e acqua, non hanno avuto alternativa. Di fatto, sono stati espulsi dalla loro stessa città, e molti hanno raccontato il rapimento di giovani ragazze e donne, che nessuno ha mai più visto.
L’avanzata dello Stato Islamico nella regione è stata facilitata dalla fragilità del governo di Al-Maliki, che per decenni ha sacrificato le necessarie riforme politiche ai suoi interessi, incoraggiando la polarizzazione della società e la divisione tra identità etnico-religiose, che ha avuto come risultato il genocidio delle minoranze perseguitate, conflitti civili e disuguaglianze tra la popolazione sunnita.
Sull’onda delle “Primavere arabe” nel 2011, dalla società civile irachena era emerso un movimento nonviolento che si era sollevato reclamando un’alternativa al sistema, giustizia sociale, riforme e l’abrogazione di molte leggi emanate nel contesto del processo di “de-baathificazione” del paese. La reazione del governo è stata una violenta repressione, con un’escalation che, in seguito, ha permesso allo Stato Islamico di guadagnare consenso*.
La maggior parte dei cristiani adesso cerca un modo per lasciare il paese.
La madre di David, 80 anni, le cui rughe sono scavate nella storia, spiega perché. “Non abbiamo mai vissuto un momento di pace in questo paese. La storia si ripete, e non ho più speranza. Non voglio che i miei nipoti vivano una vita di persecuzioni”. Hanna, di Qaraqosh, madre di due bambini, aggiunge: “Questo paese è malato. Non vedo un futuro per i miei figli qui. Siamo già scappati da Baghdad nel 2007, e adesso ci troviamo rifugiati. Ancora una volta”.
Di quella che un tempo era una comunità di 1 milione di cristiani, oggi non restano che poche centinaia di migliaia di persone, e nuovi esodi sono all’orizzonte.
Al momento, un preoccupante sentimento di ostilità verso i musulmani sembra trasversale nella comunità. Nel lungo periodo, questo potrebbe condurre a nuovi cicli di violenza etnico-religiosa. Una realtà già vista nel conflitto dei Balcani.
“Perché il Papa non viene qui? Perché i cristiani non ci accolgono in Europa?”, è questa la domanda che mi viene posta spesso, in quanto italiana.
Le politiche della “Fortezza Europa” hanno contribuito a tenere i migranti fuori dalle sue mura, facilitando chi specula sulla tratta di esseri umani, invece di creare corridoi umanitari. E recentemente si è preferito creare pattuglie di controllo dei confini marittimi piuttosto che sostenere un programma come “Mare Nostrum”, che aiutava a salvare vite umane.
Le mura della “Fortezza Europa” si stanno alzando, e le sue fondamenta sono più stabili che mai. Basate su ignoranza, razzismo e interessi politici che alimentano il sistema illegale del traffico di vite umane. Per molti, l’Europa oggi resta un miraggio.

Sfide invernali
La voce profonda del sacerdote risuona nello scheletro dell’edificio in costruzione, richiamando i fedeli alla preghiera. È domenica pomeriggio e ad Aikawa mall sta scendendo il buio. L’elettricità manca da oltre una settimana, e mentre le ombre sottili si allungano verso ovest, le candele illuminano gli stretti corridoi, come lucciole. 
‘Niente elettricità’ significa che i riscaldamenti restano spenti.
Nelle stanze, che ospitano circa 5 persone per famiglia, la gente deve affrontare il freddo che entra prepotentemente negli spazi comuni ancora in costruzione. L’umidità penetra nelle ossa, si attacca ai vestiti e annuncia un inverno di angoscia e difficoltà.
‘Niente elettricità’ significa anche che l’acqua non viene pompata, lasciando interi piani senza scorte e causando un impatto immediato sulle condizioni dei bagni.
Gli abitanti del centro commerciale sanno bene che queste condizioni di vita insane causeranno loro problemi di salute, e i primi ad esserne colpiti saranno anziani e bambini. La frustrazione trova canali sbagliati di espressione, accumulandosi giorno dopo giorno, ed erompendo in scontri, liti, violenza domestica.
Inoltre, si parla di nuove fughe. Pochi chilometri più in là, la Chiesa ha iniziato a sistemare centinaia di caravan che probabilmente saranno assegnati ai cristiani di Ainkawa mall. Un nuovo esodo, tra molti altri. Un’altra incerta attesa, ancora una volta.
Uomini, donne, bambini si riuniscono intorno all’altare, uno dopo l’altro. Lasciano un bacio o una carezza al piccolo crocifisso illuminato dalle candele.
Il loro futuro resta incerto. Ma il Natale sta arrivando, e gli abitanti del centro commerciale sono pronti a celebrare la nascita di Gesù, nonostante tutto.

Clicca qui per vedere la fotogallery di Eleonora Gatto da Ainkawa mall.

*Eleonora Gatto, Community mobilization coordinator di Un ponte per…, si trova attualmente ad Erbil, nel Kurdistan iracheno, per lavorare all’emergenza che ha coinvolto minoranze e sfollati iracheni. Questo articolo è stato scritto in inglese per il suo blog. La traduzione è a cura di Cecilia Dalla Negra.

**Fonte: “La crisi irachena, cause ed effetti di una storia che non insegna”, a cura di Osservatorio Iraq, Edizioni dell’Asino. 2014

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Secolarismo, divisioni sunniti-sciiti, lo Stato islamico cancellano i cristiani dal Medio oriente

 Fady Noun

Come appaiono lontani i tempi in cui montava l'indignazione contro le parole di papa Benedetto XVI, il quale sembrava aver dato il proprio sostegno agli apologeti che associavano l'islam alla violenza, mentre il Pontefice non faceva altro che riprendere una citazione di Manuele II Paleologo. Repressa dalla verità ufficiale, questa violenza appare oggi in tutta la sua portata su YouTube, sotto forma di persone torturate mediante crocifissione, di intere popolazioni private dei propri beni e cacciate dalla loro terra, di donne violentate e vendute, di prigionieri prima torturati e poi decapitati. È ormai compito dei musulmani, allarmati per la crescita dell'islamofobia, mobilitarsi e confutare quello che tutti - in particolare l'Occidente condizionato dalle notizie riportate sui media - affermano ormai essere "il vero volto dell'islam". 
I quattro militari e poliziotti libanesi assassinati dalle milizie del fronte di Jahbat Al-Nusra e il gruppo Stato islamico già in posizione, a due passi dalle nostre frontiere orientali, sono un segno evidente che questa questione, fondamentale per il futuro della regione, non ci risparmierà nel presente prossimo.  
In realtà, non lo è già da oggi. Il muftì della Repubblica, lo sceicco Abdel Latif Deriane, ha partecipato in questi giorni a un incontro in programma a Riyadh, in Arabia Saudita, incentrato sul tema: "I criteri dei conflitti all'interno dell'islam e la loro applicazione contemporanea", un tema che racchiude collegamenti diretti con la più stretta attualità. Egli aveva peraltro appena partecipato a una "Conferenza contro l'estremismo e il terrorismo" organizzata dall'università egiziana di Al-Azhar, al Cairo, a pochi giorni di distanza dall'appello lanciato da papa Francesco al rientro della visita in Turchia, che chiedeva a gran voce di "condannare questa violenza che nuoce all'islam stesso".
Padre Fadi Saou, fondatore dell'associazione Adyan, e Mohammad Sammak, co-presidente del Comitato nazionale per il dialogo Islamo-cristiano, sono da poco rientrati da un viaggio ad Abu Dhabi, dove hanno partecipato ad un Forum per la promozione della pace all'interno delle società musulmane. Una delle massime autorità del mondo musulmano, lo sceicco Abdallah el-Bayyah, nel corso del suo intervento ha lanciato una sfida ai propri correligionari, usando queste parole: "L'islam non può contribuire alla costruzione della pace all'esterno del mondo musulmano, sino a che non sarà stato in grado di realizzarla all'interno di sé". Il monito vale, in special mondo, per le divisioni fra sunniti e sciiti. 
Non si potrebbe presentare la questione in modo più chiaro. Tutto questo emerge con chiarezza nei territori della Siria e dell'Iraq controllati dalle milizie dello "Stato islamico", Basandosi su una legislazione appartenente a un'altra epoca, questo gruppo ha voluto ripristinare la fede islamica in tutta la "sua purezza". Tuttavia, esso non è riuscito a far altro che instaurare una nuova barbarie, una galassia in cui gli sciiti sono equiparati ai cristiani, agli Yazidi e alle altre minoranze, e finiscono per pagare lo stesso prezzo. La sola pace che il gruppo è riuscito a imporre è quella dei cimiteri. Dimenticate la clemenza, la misericordia, la magnanimità, virtù che l'Occidente ha associato in alcuni casi alla civiltà araba. Ciò che resta è solo il terrore, che diventa strumento di una giustizia suprema. Tutto il contrario del principio della "umanizzazione del mondo". 
Alcuni hanno voluto mettere questo tipo di tirannia nel novero della "natura" degli arabi, i quali sarebbero peraltro "refrattari alla democrazia". Secondo un principio di puro razzismo. Parlare in questo modo, vuol dire ignorare in pieno la storia, la quale annovera non solo dei progressi, ma anche dei momenti di regressione. Di contro, pensare la storia in modo diverso, significa cullarsi nel positivismo più beato. 
Del resto, gli arabi sono ben lungi dall'essere la sola parte in causa. Un attento osservatore potrebbe trovare molti punti in comune fra le politiche promosse o adottate dal gruppo "Stato islamico", dall'Iran, da Israele, da al Qaeda e dai Fratelli musulmani: la stessa ricerca dell'omogeneità ideologica e culturale, gli stessi giochetti in tema di diritti umani e libertà, il medesimo razzismo di ritorno, la stessa ricerca di un dominio assoluto sulla persona, la stessa volontà di accentramento del potere statale, la stessa intolleranza e il medesimo imperialismo. Gli esempi provenienti dagli altri continenti abbondano in modo eguale. 
Considerando la spirale di violenza che sembra imperare - difatti il re di Giordania non ha avuto il minimo dubbio nel parlare di una "Terza guerra mondiale" - si moltiplicano le voci dai toni foschi che annunciano la fine del cristiani d'Oriente. Nel frattempo al Cairo così come a Riyadh, e in tutti gli Areopaghi del mondo musulmano moderato, si chiede con insistenza ai cristiani del mondo arabo di restare nella loro terra e di non fuggire. 
"Cacciare i cristiani dalle loro case è un crimine gravissimo" si legge all'interno della dichiarazione finale della conferenza di al-Azhar. "Noi rivolgiamo loro un appello - continua il documento - perché restino nella loro patria, per cacciare tutti assieme questo estremismo. Respingiamo al contempo la soluzione dell'emigrazione, la quale porta a compimento finale gli obiettivi dell'aggressore e sparge lacrime sulla nostra società civile". 
Pur non volendo dubitare della buona fede che vi è dietro questo appello, né al tempo stesso la fermezza della condanna dell'estremismo fatta dall'imam di al-Azhar, lo sceicco Ahmad el-Tayeb, il miglior consiglio che ci sentiamo di dare agli strenui difensori di questa posizione, è di fare in fretta, prima che altre parti del mondo arabo si svuotino anch'esse dei loro cristiani, come si sono già svuotate nel recente passato la piana di Ninive, Mosul e Qaraqosh. O come finirebbe per svuotarsi il Libano, se alcuni elementi che promuovono le divisioni confessionali continueranno a proibire a volenterosi soccorritori - come è già successo non più tardi di qualche giorno fa - di fare il loro ingresso all'interno di una moschea, con il pretesto che la loro divisa porta le insegne della Croce Rossa. 
Inoltre, è noto che i Siro-cattolici hanno appena tenuto il loro sinodo annuale a Roma, non essendosi potuti riunire all'interno del territorio patriarcale, fra cui Baghdad e Damasco, ormai considerate a tutti gli effetti delle capitali in guerra, e persino anche all'interno del Libano stesso, dove alcuni vescovi della diaspora sono sempre più restii a farvi ritorno. Durante il suo incontro in Vaticano con il patriarca Ignace Joseph III Younan, papa Francesco ha incoraggiato i vertici siro-cattolici "ad adattarsi all'evoluzione della loro Chiesa". E avrebbe forse potuto utilizzare parole diverse? Egli ha inoltre esortato e incoraggiato i cristiani che non hanno ancora ceduto alla prospettiva della fuga, di tenere duro e continuare a resistere. Ecco dunque che è arrivato il tempo dell'eroismo. 
Tuttavia, le persecuzioni non sono certo il solo fattore di "scomparsa" dei cristiani d'Oriente. La Chiesa del nostro tempo deve affrontare due grandi nemici, afferma Giovanni Paolo II nel suo libro "Varcare la soglia della speranza": a Ovest, il secolarismo; a Est, la persecuzione. In Oriente sembra che questi due elementi si coniughino. La persecuzione attacca i cristiani dall'esterno, mentre il secolarismo progressista li erode dall'interno. Dunque, i cristiani potrebbero così "scomparire" dal mondo orientale proprio per dissolvimento, senza dover abbandonare necessariamente il suolo natio. Per continuare a resistere, oggi sembra indispensabile essere due volte eroi.  
Qualche tempo fa un sacerdote maronita, rammaricato non poco da questa situazione pur essendo un attivista colmo di zelo e un ardente patriota, parlando della propria Chiesa mi confidava che "la fine dei cristiani d'Oriente troverà la propria origine fra i cristiani stessi, a causa della loro rassegnazione, prima ancora che il loro annientamento possa arrivare per mano dello Stato islamico". "Noi non siamo all'altezza della nostra presenza, della nostra missione" ha quindi precisato, deplorando "l'assenza totale di una strategia, l'indebolimento estremo del senso della missione, la timidezza, l'attaccamento al denaro e alla carriera" che, secondo lui, "minano nel profondo le Chiese orientali". 
L'amaro spettacolo della divisione politica dei cristiani e il ricordo della guerra civile che spesso ha trovato gli uni frapposti agli altri, è un elemento ulteriore a conferma di questa diagnosi improntata al pessimismo. Ecco dunque che, da oltre sette mesi, il Libano è senza presidente, per colpa di un mancato accordo politico che, prima di tutto, emerge all'interno del fronte cristiano stesso; il tutto in un Paese, il Libano, unico in tutto il Medio oriente e nel mondo arabo, in cui il capo di Stato è, per prassi costituzionale, un cristiano. 
Le passioni che lacerano le Chiese e le comunità di cui esse ne rappresentano le emanazioni socioculturali e politiche rappresentano, per così dire, "dei nemici interni" altrettanto spietati, come lo sono quanti mutilano le loro anime decapitando i prigionieri davanti a una telecamera. E di questo bisognerà tornare a parlarne, in un giorno non troppo lontano.


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Lo Stato Islamico trasforma in prigione il monastero di San Giorgio, divelta la croce sulla cupola

By Fides

Nella città di Mosul, conquistata a giugno dai miliziani jihadisti dello Stato Islamico (IS), le chiese cristiane continuano a essere trasformate in carceri. Durante l'ultimo fine settimana i jihadisti dell'IS hanno trasferito almeno 150 prigionieri bendati e ammanettati nell'antico monastero di San Giorgio, appartenente all'Ordine antoniano di Sant'Ormisda dei caldei. Lo riferiscono fonti locali, entrate in contatto con il website iracheno ankawa.com. Tra i prigionieri, in precedenza detenuti presso la prigione di Badush – evacuata nella previsione di un possibile attacco da parte della coalizione anti-Califfato – ci sarebbero capi tribù sunniti oppositori dello Stato Islamico ed ex membri degli apparati di sicurezza smantellati dai jihadisti.
Le ultime foto del monastero circolanti via internet documentano che anche la croce della cupola di San Giorgio è stata divelta, seguendo il destino toccato anche alle altre chiese cristiane occupate dai jihadisti. In precedenza, fonti locali avevano riferito all'Agenzia Fides che presso il medesimo monastero erano stati portati gruppi di donne.
“Le notizie e le foto delle chiese occupate dai jihadisti - commenta all'Agenzia Fides Rebwar Audish Basa, Procuratore dell'Ordine antoniano di sant'Ormisda dei Caldei - rendono ancora più dolorose le ferite interiori dei cristiani fuggiti da Mosul e dalla Piana di Ninive, che si preparano a passare il primo Natale lontano da quei luoghi da loro tanto amati. Chiese e monasteri adesso subiscono profanazione da chi non mostra di avere alcuna pietà, per niente e per nessuno”.

 
Ankawa.com: ISIS destroyed the cross of St George (Mar Georgis) monastery in Mosul and transferred it to a prison for its opponents


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mercoledì, dicembre 17, 2014

 

Iraq’s quiet Christian genocide

By Fox News
Johnnie Moore

The blood had splashed everywhere, even on the ceiling of the Our Lady of Salvation church in Baghdad. The terrorists had arrived dressed as security guards. Then they locked the doors and unloaded their weapons.
They were yelling “God is Great” as they slaughtered men, women and children. They killed 58 and injured 100 more that morning.
What took thousands of years to build has been destroyed in a single decade, and in plain sight of the world.
And who was responsible?
The “The Islamic State,” of course, and they did it under the orders of their newly appointed leader, Abu Bakr al-Baghdadi.
Yet this massacre didn’t occur in 2014 as ISIS marched from city to city, chopping off the heads of their opponents as they went. The Baghdad church massacre happened in 2010 — a full four years before ISIS had captured one contiguous piece of Iraqi and Syrian land the size of the United Kingdom.
Actually, by 2010, most Iraqi Christians had already been targeted. In fact, 40 of Baghdad’s 65 churches had been bombed, along with 60 more in Iraq’s second largest city, Mosul. The conflict had allowed extremists to finally rid Iraq of its ancient Christian minority, and hardly anyone noticed their systematic efforts in the fog of war.
The Christians were not dying in crossfire; they were being picked off the way a sniper stalks his target.
By 2010, nearly every church in Iraq had been forced to build blast walls around its sanctuary to provide at least one extra layer of protection between its congregants and the inevitablecar bomb. The stories of kidnappings and murders of preachers and parishioners were numerous. All of this forced one million of Iraq’s surviving 1.5 million Christians to leave the country between 2003 and 2010.
Now ISIS is trying to finish the job, carefully targeting those portions of Iraq where Christians, and other religious minorities, have lived for centuries.
They aren’t starting a campaign to eliminate Christianity from Iraq; they are finishing it. And the tragedy is that the world is only now realizing what’s been going on for so long.
And it might be too late.
This summer ISIS emptied the ancient cities of Mosul and Qaraqosh of their Christians. After 1,600 years of continuous worship, there now are no church bells ringing in Mosul. There is no Catholic Mass, no Sunday school. There are no monasteries. And there is nothing but rubble at many of its ancient pilgrimage sites.
For centuries Iraq sheltered one of the largest Christian populations in the region. At one point Baghdad was the center of Christian scholarship in all of the Middle East, and pilgrims visited its ancient monasteries and its shrines to prophets like Jonah, Daniel, Ezekiel and Nahum.
Iraq was, after all, the place where Christians believed God created mankind. It was where Abraham was born, and within its borders rests the ancient cities of Nineveh and Babylon. The Gospel had arrived in Iraq from the preaching of one of Christ’s apostles who eventually converted nearly every Assyrian.
Now, what took thousands of years to build has been destroyed in a single decade, and in plain sight of the world.
Can it be that we have stood by quietly while nearly 2000 years of Christianity have been nearly eliminated from Iraq?
The Archbishop of Mosul told me when I met him in Iraq last month, “I am an archbishop and I now have no churches. I have nothing but God. I am not afraid of anything. I have lost everything.”
Behind the bombs and bloodshed, beyond the sectarian violence and political posturing, a war is raging against individual lives whose stories are as heartbreaking as they are numerous — like the Iraqi woman I read about yesterday whose only child, a beautiful 3-year-old girl, was taken by ISIS.
The mom and her husband were then driven out of the city and thrown out of a bus to walk for seven hours to the nearest city. To this day, they have no idea what has come of their precious child.
All of this happened for one reason: They were Christians.
Now that desperate couple, along with hundreds of thousands of others, lives as refugees inside their own country, facing a frigid Iraqi winter with insufficient shelter to survive it.
If something doesn’t happen, they will have survived ISIS, only to freeze to death. Then ISIS will win anyhow, and their only child will not have parents to come back to if she is eventually freed.
The cover of the monthly magazine published by ISIS recently featured a picture of St. Peter’s Square at the Vatican, with an ISIS flag superimposed atop the Egyptian obelisk that adorns the entryway to the global Catholic Church.
That picture was a chilling reminder of the ambitions of these maniacs. The article promised that ISIS would break the crosses of the Christians and sell and trade their women.
This is what they have done there, and it is what they would like to do here.
I am numbered among a group of Christians — and Muslims who are friends of Christians — who are working very hard through The Cradle Fund to provide winterized shelter and other support for families who have been displaced by ISIS.
We shall defy ISIS’ evil with our love for those whose lives they have nearly destroyed. We shall attack their hatred with our generosity — and with the same determination, except to help those Christians they’d love to see die by the sword or by the cold.
But we must move fast, because winter is coming …

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Iraq, mons. Nona tra i profughi: servono case per famiglie


Almeno 150 donne sono state messe a morte in Iraq dai miliziani del sedicente Stato islamico, nella provincia di al-Anbar, nel nordovest del Paese, dopo essersi rifiutate di sposare i jihadisti. Intanto, sono più di settemila i cristiani fuggiti da Mosul e dalla Piana di Ninive verso la Giordania e le risorse disponibili per la loro assistenza finiranno entro due mesi. A lanciare l'allarme è la Caritas giordana. Stesso dramma stanno vivendo i rifugiati cristiani nel Kurdistan iracheno. Fra loro, c’è mons. Amel Shamon Nona, arcivescovo caldeo di Mosul, che al microfono di Emanuela Campanile spiega necessità e stato d’animo di questo momento:

Sicuramente, il problema più grosso per noi rifugiati è trovare le case per tutti. Questo è un grosso problema. Abbiamo centinaia di famiglie nei container e anche Aiuto alla Chiesa che soffre ha partecipato per circa 150 container, un container per ogni famiglia. Ma abbiamo anche un altro progetto: prendere le case in affitto e anche in questo Aiuto alla Chiesa che soffre ci ha sostenuto molto. Rimane il bisogno delle case, perché il numero delle famiglie rifugiate in Kurdistan è molto alto. Quindi, il problema più grosso è quello delle case.
Come siete stati accolti dalle comunità di questa zona?
Veramente non abbiamo nessun problema con le comunità locali di questa zona, né in quella dei curdi o di altre etnie. Perché non siamo solo noi i rifugiati. Ci sono anche altre etnie rifugiate qui, in Kurdistan, gli arabi sunniti, gli sciiti e altre… Ringraziamo Dio che non abbiamo nessun problema con le comunità locali.
A Mosul, la comunità cristiana quanto contava, in quanti eravate?
Prima dell’ultima crisi, nella stessa città di Mosul, tutti i cristiani contavano circa 2.000 famiglie. Il numero non era preciso perché c’erano sempre le famiglie che andavano via, ma prima della crisi c’erano circa 2.000 famiglie.
Che cosa chiedono queste persone al loro pastore, in un momento in cui il loro pastore condivide la loro stessa sorte?
All’inizio della crisi, chiedevano sempre  cose materiali: trovare una casa, trovare qualcosa per mangiare… Ma col passare del tempo questi bisogni sono cambiati, perché  adesso ci chiedono del futuro: di quale futuro ci auguriamo qui dopo circa sei mesi, quale futuro possiamo avere qui, se torneremo alla nostra terra, alle nostre case o rimarremo qui. A queste domande non posso rispondere, perché non sappiamo cosa succederà in futuro. Ma abbiamo questi problemi e queste difficoltà e la nostra gente sta perdendo la fiducia nel futuro e in questa terra.
Mons. Nona, Mosul è il nome che diedero gli arabi all’Antica Ninive, la capitale assira, citata anche nella Bibbia, una zona di appartenenza millenaria. E’ pensabile che la presenza cristiana venga spazzata via così, che cosa secondo lei potrebbe succedere?
Può succedere che la situazione rimarrà così. Per noi è molto importante il tempo. Quanto più rimarremo in questa situazione senza trovare una soluzione, tanto più perderemo le nostre famiglie, perché tutti i giorni ci sono famiglie che ci lasciano, che vanno via. Speriamo di restare, anche se come piccola comunità, ma avere la speranza che rimarremo qui.
Ci stiamo avvicinando a Natale, un periodo in cui dovrebbe risorgere la speranza, un periodo in cui bisognerebbe anche, come cristiani, pregare di più…
Certo. Noi attendiamo con gioia la nascita del nostro Signore Gesù fra i nostri rifugiati, fra i nostri fedeli cristiani, ma anche con tanta preghiera. Ci stiamo preparando a celebrare il Natale con gioia, con una fede forte. Nessun ostacolo può farci lasciare la nostra fede. Noi cristiani, soprattutto i cristiani dell’Iraq, abbiamo lasciato di tutto per non lasciare la nostra fede e per questo siamo orgogliosi della fede cristiana, siamo orgogliosi di essere cristiani, nonostante viviamo in una situazione molto difficile. La nostra vita cristiana è più importante di tutte le altre cose. Speriamo che il Signore quest’anno nasca fra la gente, fra i nostri cristiani, e che troveremo presto la soluzione per la nostra situazione.


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Caritas Iraq intensifica gli aiuti per 6mila famiglie di rifugiati a Dohuk

By Fides

L'equipe della Caritas irachena operante nella regione di Dohuk, nel Kurdistan iracheno, ha attivato il programma di sostegno che prevede la distribuzione di aiuti e la fornitura di assistenza a 6mila famiglie di rifugiati sparse in diverse zone della provincia dell'omonimo Governatorato.
Nelle prossime settimane, il ritmo delle iniziative umanitarie della Caritas a favore dei rifugiati della regione verrà intensificato.
Lo riferisce al website iracheno ankawa.com il dottor Imad Noel Noam, vice-direttore della sezione Caritas locale. I destinatari degli aiuti sono profughi musulmani, cristiani e yazidi, fuggiti da Mosul e dalla Piana di Ninive, cadute sotto il controllo dei jihadisti dello Stato Islamico.
Il programma prevede la distribuzione di beni di sussistenza – alimenti, vestiti, stufe - ad almeno cento famiglie ogni giorno, e l'organizzazione di programmi ricreativi per i bambini. Nella prima fase – spiegano i responsabili della Caritas – il tempo impiegato nella raccolta delle liste dei destinatari e lo scarso coordinamento con le agenzie governative e internazionali, hanno rallentato l'avvio del programma di aiuti. Ma adesso la distribuzione dei viveri e del materiale avviene a pieno regime, in luoghi e tempi prestabiliti.

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martedì, dicembre 16, 2014

 

Persecution of religious minorities in conflict regions: a silent war

By Aid to the Church in Need

Aid to the Church in Need’s (ACN) Worldwide Religious Freedom Report 2014 was presented on Thursday 11th December at the European Parliament in Brussels. Speaking to an audience of 110 invited MEP’s and NGO representatives, the report’s Chairman of the Editorial Committee, Peter Sefton-Williams, invited the European policy-makers “to call on religious leaders to speak together against religiously inspired violence”.

In addition to presenting the key-note speech for this 2-day seminar hosted by the European People’s Party, ACN supported the event with the participation of four witnesses Bishop Steven Mamza of Nigeria (Yola Diocese), Sister Hanan Yousef of Lebanon, Mrs. Dina Raouf Khalil of Egypt and Dr. Paul Bhatti of Pakistan who each related their own experiences of persecution, or care of those who suffer persecution or discrimination at the hands of others.

Nigeria’s Bishop Mamza, who feeds 60,000 refugees in his diocese and gives shelter to 10,000 in Church buildings as a consequence of the terrorist aggression said, “Boko Haram is only looking for power, they say it is like ancient Islam but even local imams say Islam has never been such a heartless religion”. Pakistan’s Dr. Paul Bhatti added, “The Taliban inspires the hate speech of many imams in Pakistan, Afghanistan and India and the lack of education makes it difficult to protect the young from this kind of fundamentalism”.
The speakers highlighted that religious persecution is generating unprecedented waves of migration and displacement, often affecting the most vulnerable - women and children.
Sister Hanan Youssef of the Good Shepherd Sisters working with Iraqi and Syrian refugees in the poor quarters of Beirut, said that in 2014 her small dispensary alone had served 18.000 patients. Illness such as polio long eradicated from Lebanon, have returned with the refugees and that the majority of the 120 new patients she treats everyday have no means with which to pay for the medication having been stripped of every possession in their flight.

Mrs. Dina Raouf Khalil, coordinating the development of 35 schools with 12.000 students in the poorer regions of Upper Egypt, explained that in many ways Egypt had been spared the tragedy presently tearing apart the fabric of societies in neighboring countries. As she explained, although Egypt clearly faces a number of challenges there are small signs of hope such as “a young population that is beginning to renew an educational interest in the arts, which is also indicative of a move away from violence”.

As summarized by the Members of the European Parliament chairing the panels, there is no time to lose to stop the advance of religious extremism and that strong words from governments must be accompanied by actions that support the persecuted minorities worldwide. So too, here in the West, action must be taken to address a growing concern regarding the level of religious illiteracy and the fertile ground this creates for radicalization as reflected by the number of young Europeans and Americans joining the jihadists.

Among the proposals, Father Patrick Daly Secretary General of the Bishops’ Conferences of Europe to the European Union, suggested that public and private education should work to increase the religious literacy of young Europeans: historically accurate and factual information about religion and beliefs and their role in society’s cultural, historical and artistic development. “Churches and religious communities are ready to cooperate in this important task to help people understand the cultural background and the religious environment that surrounds us”. No less, officers in public services and diplomatic and external services should be trained in religious affairs to better understand the social fabric in the areas of their expertise.

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