martedì, febbraio 02, 2016

 

Due preti stanno mettendo in salvo i manoscritti dallo Stato Islamico in Iraq

Benedetta Argentieri 
 
La comunità internazionale sta facendo fatica a individuare una strategia per sconfiggere l'autoproclamato Stato Islamico (IS). Eppure un prete che si trova nella zona settentrionale dell'Iraq ha iniziato una sua personale crociata contro i jihadisti.
Padre Gabriel Tooma non li combatte con le armi. E non si è nemmeno unito a una delle numerose milizie cristiane che, in Iraq e in Siria, si sono organizzate autonomamente per difendere i propri villaggi dall'avanzata di IS. Quello che sta facendo, afferma il prete, è perfino più importante per il futuro della minoranza cristiana nel nord dell'Iraq: raccogliere manoscritti e cimeli antichi per nasconderli in zone sicure del Kurdistan, sperando così di risparmiargli la furia iconoclastica dei terroristi.
"Se IS da fuoco a una chiesa possiamo ricostruirla, ma i manoscritti fanno parte della nostra storia. Risalgono alle nostre origini, sono parte della nostra civilizzazione," ha raccontato Padre Tooma. "Se vengono distrutti siamo persi, la nostra cultura sarà dimenticata," ha spiegato il prete nel corso di un incontro tenuto nel monastero di al Qosh sulla pianura di Ninive.
Gesuita come Papa Francesco, il discorso del 55enne è riecheggiato questo mercoledì, quando i combattenti di IS hanno commesso quelle stesse le atrocità che il prete aveva predetto. Gli estremisti hanno raso al suolo la più antica chiesa cristiana dell'Iraq: il monastero di St. Elijah a Mosul, a 50 chilometri di distanza da al Qosh.A dispetto di questa continua minaccia, Padre Gabriel sta cercando di salvare tutto ciò che riesce, compresi manoscritti che risalgono all'undicesimo secolo. Per la maggior parte si tratta di libri liturgici, ma tra le opere si contano anche storie del Vecchio Testamento, libri di medicina, e miniature disegnate dai monaci.
"Questi libri hanno un valore inestimabile," dice il prete. Da quattro anni si occupa di scannerizzare i documenti e salvarli in formato digitale grazie all'aiuto dell'ONG italiana, Un Ponte Per, e del finanziamento della Conferenza Episcopale Italiana.
Oggetti delicati come i manoscritti devono essere trattati da mani esperte. Di questo compito si occupa Irene Zanella, una restauratrice d'arte italiana, che insegna agli iracheni come preservare libri antichi nel suo ufficio di Erbil, la capitale del Kurdistan iracheno.
Zanella e il suo staff spolverano i libri con una spazzola morbida, dopo di che ogni singola pagina viene fotografata, invece di essere scannerizzata. "Questa tecnica evita che le pagine si schiaccino e le preserva insieme all'inchiostro," spiega Zanella. Il suo lavoro fa parte di un progetto più ampio per salvare il patrimonio culturale dell'Iraq, partito nel 2004 a Baghdad e poi esteso a tutto il paese, mentre sprofondava in una guerra civile che spesso si interseca con divisioni religiose e settarie.
L'Iraq si divide tra una maggioranza di musulmani sciiti, che al momento stanno al governo, e una minoranza sunnita che aveva comandato fino alla caduta del regime di Saddam Hussein. La ristretta minoranza cristiana, che rappresenta circa il tre per cento della popolazione, è composta principalmente da cattolici caldei come Padre Gabriel.
Il patrimonio dei cristiani si trova in grave pericolo in Iraq. A condividere la stessa minaccia ci sono anche gli Yazidi, un gruppo che professa una religione pre-islamica finito nel mirino di IS. Sono anni che devono affrontare questo problema, molto prima che nel 2014 IS desse il via al suo tentativo di cacciare chiunque non fosse un sunnita dai territori sotto il suo controllo.
Nel 2006 la comunità cristiana irachena è stata colpita da un'ondata di attacchi terroristici. Almeno tre arcivescovi e una dozzina di preti sono stati uccisi; centinaia di fedeli sono morti nei bombardamenti delle chiese. Dopo questi episodi i Gesuiti ordinarono a Padre Gabriel, e a altri otto sacerdoti, di abbandonare Baghdad immediatamente. "Lasciammo una sola persona a sorvegliare il monastero di St.Anthony e a me fu detto di andare a al Qosh," racconta il prete.
A Padre Gabriel fu anche detto di portare con sé i manoscritti più antichi e preziosi che erano custoditi nel monastero da secoli. Ma aveva paura che l'esercito iracheno potesse confiscare i libri ai checkpoint per cercare di venderli. Quindi decise di trafugarli: "Riponemmo i manoscritti in alcune scatole sotto delle coperte. Speravamo per il meglio." Il sacerdote percorse più di 500 chilometri con un convoglio di quattro veicoli, superando 63 checkpoint. "Non ci fermarono mai," ha detto. "Arrivammo ad al Qosh in tutta sicurezza.Grazie a questa audace operazione, Padre Gabriel, i suoi libri e molti cristiani iracheni si sono guadagnati qualche anno di pace.
Il 6 agosto 2014 IS lanciò un'operazione militare sulla pianura di Ninive, assumendo il controllo del territorio in pochi giorni. La resistenza delle forze di sicurezza irachene, fuggite prima dell'avanzata della milizia, fu nulla. Appena i combattenti si avvicinarono ad al Qosh, i cristiani entrarono nel panico.
"Ho seriamente creduto che tutto fosse ormai perso. Quindi, esortai tutti ad abbandonare il villaggio. Eravamo a conoscenza di quello che era successo agli Yazidi, e non volevamo fare la stessa fine," racconta Padre Gabriel riferendosi al quasi totale sterminio della minoranza religiosa avvenuto qualche mese prima per mano dello Stato Islamico. "Presi con me i manoscritti più preziosi sperando che tutto sarebbe andato per il meglio."
Ma al Qosh fu risparmiata. L'avanzata di IS si fermò a pochi chilometri di distanza. Padre Gabriel tornò indietro a recuperare ciò che aveva abbandonato—mille manoscritti che aveva sparpagliato in zone difficilmente accessibili del Kurdistan, la regione autonoma dell'Iraq. "Non dirò dove si trovano, non è sicuro. Solo io e un altro prete sappiamo dove sono," dice Padre Gabriel mentre fuma una sigaretta sottile, un'abitudine presa in Italia, dove aveva vissuto per quasi dieci anni ai tempi del seminario. L'ondata di violenza che ha visto con i suoi occhi dopo la caduta di Saddam lo ha reso diffidente nei confronti degli estranei.
Collocato ai piedi di una montagna sulla quale si trova un monastero dell'ottavo secolo, al Qosh è l'ultimo villaggio cristiano sopravvissuto nella pianura di Ninive. La sua situazione attuale però è molto precaria. Il fronte del conflitto con IS si trova a soli dieci chilometri di distanza, e Mosul, la più grande città irachena in mano agli estremisti, è 50 chilometri più a Sud.
La protezione dei 7.000 abitanti di al Qosh è garantita sia dai peshmerga curdi che dai una milizia di cristiani assiri. Ma il loro leader di fatto è Padre Gabriel, il quale si occupa anche dell'amministrazione della scuola e dell'orfanotrofio locali.
È lui che decide chi può vivere nel paese. Gli yazidi in fuga da IS e gli altri rifugiati sono benvenuti, spiega il sacerdote, ma a una condizione: non devono essere musulmani. Ad al Qoah il precetto cristiano di aiutare il proprio vicino non si estende ai musulmani.
"Possono andare in tanti altri villaggi qui intorno dove non ci sono cristiani," dice Padre Gabriel. "Al Qosh è l'unico posto che rimane in questa zona dove possiamo vivere la nostra fede in pace. E molti di loro sono collaboratori di IS. Non li voglio qui."
Padre Gabriel si vede come una sorte di combattente religioso che lotta per salvare i cristiani iracheni con un fervore giustificato. "C'era un bambino cristiano che aveva perso i suoi genitori a Baghdad, e la moschea di zona voleva prendersene cura," racconta Padre Gabriel. "Non ho potuto permettere che accadesse." La sua soluzione fu quella di organizzare un convoglio per recuperarlo e portarlo ad al Qosh, così che non sarebbe diventato un musulmano. Gli altri 34 bambini che occupano l'orfanotrofio hanno storie simili. La maggior parte di loro hanno perso i genitori nel corso del conflitto; in alcuni casi, i bambini sono stati affidati al prete perché le famiglie avevano perso tutto e non potevano garantire un pasto caldo o un tetto sopra la testa.
Padre Gabriel non è l'unico personaggio religioso della zona con delle opinioni così dure nei confronti dei musulmani. "Ti dico che l'islam non porta un messaggio di pace," sostiene Friar Najeeb Michaeel, un monaco dominicano 50enne di Erbil, fuggito dall'avanzata di IS verso la città di Qaraqosh, a 30 chilometri di distanza da Mosul. Questa sua visione dell'islam potrebbe essersi formata in seguito all'uccisione del prete che lo aveva ordinato, l'arcivescovo francese Pierre Claverie, avvenuta nel 1996 in Algeria per mano di estremisti islamici.
Anche lui si preoccupa di salvaguardare i manoscritti antichi; un opera che iniziò ai tempi del suo servizio presso il monastero di Mosul negli anni Ottanta. Nel 2007 il monaco subì minacce di morte da gruppi affiliati ad al Qaeda in Iraq e si trasferì a Qaraqosh, portando con sé alcuni libri antichi.
Il 7 agosto 2014 gli è toccato mettersi di nuovo in fuga. IS stava arrivando. "Erano le 5.30 quando vidi lo Stato Islamico arrivare con le sue macchine e le sue bandiere nere al vento. Cercavano di tagliarci la strada per uccidere gli uomini e rapire le donne. Diedi a tutti l'estrema unzione. Pensavo fosse finita per noi," ricorda Friar. Però la gente in fuga da Qaraqosh trovò un checkpoint aperto sulla strada per il Kurdistan e si salvò - anche se fu costretta ad abbandonare i propri veicoli.
"Migliaia di persone cercavano di fuggire. Avevamo diversi manoscritti nelle nostre auto. Quindi chiesi a tutti, giovani e vecchi, di portarne almeno dieci alla volta fino all'altro versante della frontiera. Fummo costretti a fare diversi viaggi ma alla fine fu un successo." Qaraqosh rimane oggi nelle mani di IS.Oggi la sua collezione comprende più di 5.000 manoscritti e pergamene, ma il monaco ha anche avuto modo di salvare quadri, statue e cimeli. Come Padre Gabriel, li tiene nascosti in un posto segreto. "Proteggiamo quello che cercano di distruggere. È così che possiamo veramente sconfiggere IS," afferma Friar Najeeb Michaeel.
A Erbil, città protetta dai peshmerga curdi, il monaco ha comprato un edificio grazie al sostegno dei monaci benedettini americani e a donazioni private. Una sessantina di famiglie originaria di Qaraqosh vivono lì, ma la maggior parte di loro sta cercando di lasciare il paese e dirigersi in Europa.
"È molto dura. Molte di queste famiglie erano benestanti, avevano tutto quello di cui potevano aver bisogno, ma ora non hanno niente e non sono in grado di accettarlo," spiega il monaco, descrivendo un gigantesco esodo di famiglie cristiane che provano a raggiungere l'Europa.
Secondo Emily Fuentes, coordinatrice di Open Doors, una ONG americana che si occupa dei cristiani perseguitati in giro per il mondo, la comunità dei cristiani iracheni si è ridotta a 200.000 unità rispetto al milione di persone presenti nel 2003.
"I numeri diminuiscono ogni giorno. Sempre più persone cercano di andarsene," spiega Fuentes. La maggior parte della comunità rimanente ha trovato rifugio in Kurdistan, ma adattarsi alla vita lì è molto difficile. "Si tratta di una cultura completamente diversa, la lingua è diversa. Tecnicamente si trovano sempre [in Iraq], ma sembra quasi di essere in un paese diverso."
Anche Padre Gabriel dubita che ci possa mai essere pace per i cristiani in Iraq. "Non so che cosa ci succederà. Il futuro è buio. Prendi quello che è successo a Parigi, con gli attacchi terroristici. Mi dispiace dover dire che questo è solo l'inizio," ha detto il sacerdote raggiunto al telefono dopo che VICE News l'aveva visitato ad al Qosh. Tuttavia non abbandona un filo di speranza: "Noi continueremo a opporci al terrorismo, a nostro modo."

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