domenica, febbraio 09, 2014

 

L’arcivescovo che spiega ai musulmani la Trinità

di Romina Gobbo, 2 febbraio 2014
 
Non c’è pace per l’Iraq. Il Paese nel 2013 ha visto quasi 4.000 morti e migliaia di feriti in attacchi terroristici ed esplosioni, nelle moschee, nei mercati, nei bar.
«È vero. C’è una tensione generale, regionale in Medio Oriente - dice mons. Louis Raphael I Sako, patriarca della Chiesa caldea d’Iraq, raggiunto al telefono a Baghdad - Nel nostro Paese, come in Siria e Libano c’è una lotta intestina nell’Islam, fra gruppi sunniti e sciiti per la conquista del potere. Ma la loro maniera di lottare e, prima ancora, di pensare, è la maniera del Medioevo. Una lotta confessionale oggi è qualcosa di strano. E, come sempre, è la popolazione a pagare, gli innocenti. Uccidere qualcuno perché è cristiano, o sciita, o sunnita, o ebreo..., questa è una vergogna».
E' una questione religiosa o politica?
«Entrambe le cose, perché nell’Islam vanno insieme. Questo poteva avere un senso al tempo del profeta Muhammad, perché bisognava orientare la gente. Oggi religione e politica sono due campi  diversi: la religione si basa sulla fede, sulla morale; la politica ha altri obiettivi. I musulmani devono capire che il mondo è cambiato, che è pluralista e multiculturale. Oggi noi dipendiamo gli uni dagli altri, non è come 2000 anni fa, quando tutto era piccolo e separato».
La gente cosa dice?
«Gli iracheni si rendono conto che la religione è strumentalizzata, usata come una scusa per arrivare al potere. Ma il problema è più grande di loro. Ci vorrebbe un’autorità religiosa o politica riconosciuta che intervenisse sulla questione. Io ammiro la nuova costituzione tunisina, che ha detto che l’uomo e la donna sono uguali, che non c’è un essere umano superiore. Questo è già un passo avanti. La religione musulmana non è l’unica fonte di legislazione».
 I cristiani come vivono?
«In Iraq i cristiani saranno tra i 500 e i 600mila, ma non esistono statistiche precise; sono deboli, non hanno armi, non sono educati per fare la guerra. Per lo più vivono qui a Baghdad, dove noi caldei abbiamo 35 parrocchie, poi ci sono assiri, cattolici, armeni... Le nostre parrocchie in questo periodo non funzionano del tutto, perché ci sono zone pericolose, perciò non si riesce ad espletare il servizio pastorale ordinario, magari il prete va una volta al mese per la messa. Ci sono quartieri dove l’esercito non riesce a garantire la sicurezza: ogni giorno, vi sono attacchi. Alcuni, pur avendo un lavoro, scelgono di andarsene, la vicinanza della Siria fa paura. Le famiglie sono divise, perché magari i figli già se ne sono andati e premono per il ricongiungimento. Quindi, molti, psicologicamente sono già fuori».
Il governo non riesce ad imporsi?
«Sia il governo (guidato da un primo ministro sciita, Nuri al-Maliki), che le forze di polizia sono deboli. Si sente che non c’è unità nel Paese, non c’è un progetto di cittadinanza. Qui, tutto è basato sul confessionalismo: curdi, arabi, turkmeni, cristiani, sono tutti rappresentati nel governo. Ma ognuno vuole tutto, senza lasciare una parte agli altri. Questa mentalità è sorta dopo l’invasione americana, prima non era così. Da quando gli occupanti se ne sono andati, c’è maggiore libertà - noi cristiani possiamo costruire una chiesa, pubblicare un libro, aprire una radio, editare una rivista, possiamo anche avere un partito politico -, ma è peggiorata la sicurezza. Ed è una libertà che la popolazione non è in grado di gestire. Se gli americani volevano la democrazia, dovevano educare la gente, non cercare di cambiare le cose con un intervento militare. Adesso è un guaio, siamo all’anarchia».
Ad aprile ci saranno le elezioni. E' già partita la campagna elettorale?
«No, però solo i cristiani hanno 13 liste, noi cerchiamo di unificare, ma è difficile. Chi si è candidato, non è capace di una tale responsabilità, serve gente competente, che possa contribuire al bene nazionale ».
Nell'agosto 2011, quando una bomba esplose sulla soglia di una chiesa cattolica di kirkuk, ferendo 23 persone, lei chiese agli imam di condannare il gesto perché "contrario a Dio ed alla religione". Continua a credere nel dialogo?
«Il dialogo è fondamentale, anche quello teologico, ed è un’iniziativa che deve venire dalla Chiesa. Io cerco di spiegare ai musulmani l’Incarnazione e la Trinità. Ho realizzato un fascicolo sulla religione cristiana rivolto ai musulmani, ma ho anche spiegato ai cristiani che cos’è l’Islam».
Vi aspettate una visita del papa?
«Io l’ho chiesto. Basterebbe anche un visita breve, per celebrare una messa con i cristiani e incontrare i capi religiosi musulmani, ma la Santa Sede mi ha posto il problema della sicurezza. Ma già la sua venuta a maggio in Terra Santa sarà per noi di grande appoggio. Andrò a salutarlo in Giordania, lo conosco, sono stato il primo a essere ricevuto dopo il suo insediamento. Questo Papa è un dono di Dio».
Ma lei ha mai paura?
«Io no, io vado dappertutto, visito tutti i fedeli, ogni domenica in una parrocchia diversa. E senza scorta».

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