"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

3 febbraio 2026

Card. Sako: a Baghdad (e Teheran) instabilità interna e venti di guerra ‘fanno paura

Dario Salvi
29 gennaio 2026

“Tristezza, grande preoccupazione e un clima di paura” che spinge molte personalità istituzionali e religiose a tacere, rimanere relegate ai margini mentre il Paese rischia di sprofondare nuovamente in una spirale di tensione e di violenze. Anche, e soprattutto, per i nuovi venti di guerra “che spirano in Medio oriente”, oltre a una “instabilità interna” che già in passato si è rivelata uno dei fattori decisivi nel far sprofondare l’Iraq nel caos.
Sono alcune riflessioni affidate ad AsiaNews dal patriarca di Baghdad dei caldei, il card. Louis Raphael Sako, commentando le vicende di queste settimane nel Paese arabo e, più in generale, nella regione teatro di una nuova escalation fra Iran e
Stati Uniti (e Israele).
“In questi giorni - confida il porporato raggiunto al telefono a conclusione di una tre giorni di ritiro e preghiera - diversi politici mi hanno chiesto di intervenire, far sentire la voce di una autorità religiosa” in un contesto diffuso di omertà, di timori e di silenzi che risuonano più forti delle parole.
Paure e ansie generate dall’instabilità interna, con l’attesa dell’elezione - più volte rimandata - del nuovo presidente della Repubblica, il quale dovrà poi affidare il mandato al primo ministro designato di formare il nuovo governo. La componente di maggioranza del Parlamento uscito dalle elezioni generali del novembre scorso sembra essere orientata sulla figura di Nouri al-Maliki, già premier fra il 2006 e il 2014 poi dimessosi in una fase di profonde criticità per il Paese. Una scelta che ha già registrato la bocciatura del presidente Usa Donald Trump il quale lo ritiene responsabile della grave crisi economica e sociale [compresa l’ascesa dello Stato islamico] vissuta dal Paese nel passato, oltre che essere una figura troppo vicina all’Iran.
A conferma di un quadro di tensioni e incertezze, in queste ore vi è anche una falsa lettera che sta circolando sui media e a (presunta) firma del ministro saudita degli Esteri che chiederebbe “un passo indietro” ad al-Maliki per il bene dell’Iraq e della regione. Riyadh non ha sinora commentato le vicende irachene e aspetta notizie ufficiali sulla nuova leadership, ma l’ampio risalto di questo testo fasullo conferma una volta di più il clima di confusione, oltre al tentativo di destabilizzare ancor più la regione.
Di contro, dietro il silenzio dei leader religiosi iracheni, soprattutto sul versante sciita, vi è il timore di ripercussioni - o di ritorsioni - dal fronte iraniano, conseguenza di un legame a doppio filo fra Baghdad e Teheran che va oltre la fede, abbracciando la politica e interessi strategici.
“Non solo in Iraq, ma in tutta l’area, dalla Siria al Libano - afferma il card. Sako - la gente è molto preoccupata. Lo stesso vale per i cristiani, che hanno già pagato un prezzo altissimo in termini di esodo, e che non possono certo vivere senza sicurezza e stabilità. Hanno paura per i loro figli e per il loro futuro. Non ultimo, vi è anche - osserva - un problema collegato ad una economia dipendente al 90% dai proventi del petrolio, che si somma agli altri fattori di criticità” fra i quali vi è anche il ritorno del pericolo rappresentato dall’Isis e da altri gruppi jihadisti. Lo stesso patriarca caldeo si unisce al coro di critiche e perplessità per la decisione presa dagli Stati Uniti di inviare detenuti dello Stato islamico dalla Siria - per ora poco più di un centinaio, ma sono migliaia in totale - al vicino Iraq.
Ad alimentare il quadro di indecisione anche i tempi dell’elezione del nuovo presidente della Repubblica iracheno, un ruolo in larga parte cerimoniale ma essenziale per sbloccare altre nomine chiave per la vita istituzionale del Paese, a partire dal governo. “Non si sa nulla - ammette il card. Sako - sui tempi, si parla del fine settimana ma non è sicuro”. Fragilità e timori che si riflettono, prosegue il porporato, anche nella “debolezza delle istituzioni internazionali, a partire dalle Nazioni Unite, che non sono più in grado di garantire un ordine globale. L’unico super-potere sembra essere oggi quello degli Stati Uniti, che fanno quello che vogliono” soprattutto col ritorno alla Casa Bianca di Trump. Al contempo preoccupano l’isolamento e il silenzio nella Repubblica islamica. “Non ho avuto la possibilità di parlare con il vescovo e i fedeli in Iran - afferma il card. Sako, parlando della comunità cattolica caldea oltre-confine - perché è tutto chiuso. Internet non funziona e non è possibile comunicare”.
A fronte di cambiamenti e trasformazioni globali, osserva il patriarca caldeo, la società orientale manca di una “profonda consapevolezza degli sviluppi geopolitici in corso, di un’analisi accurata di ciò che sta accadendo e di un atteggiamento razionale e responsabile”. “Sono veramente molto preoccupato” ammette, perché “non si sa come andranno le cose. Oggi siamo qui, domani impossibile prevederlo: ci sono minacce degli Stati Uniti di un attacco all’Iran, che avrebbe un notevole impatto sull’Iraq, ma anche in Libano, in Siria, in tutta la regione”. Ecco perché, avendo da poco concluso un ritiro di tre giorni, il porporato invita ad affidarsi alla preghiera “che è servita per confortare, dare un po’ di speranza” al martoriato Iraq “che sembra non avere mai pace”. “La preghiera - conclude - ci illumina e ci indica come agire e vedere ciò che gli altri non vedono”.

Iraq: card. Sako (patriarca caldeo), “scenari Medio Oriente inquietanti e impressionanti”

29 gennaio 2026

Si sono chiusi ieri i tre giorni di digiuno (26, 27 e 28 gennaio), indetti dal Patriarcato caldeo di Baghdad, per pregare per la pace e per l’Iraq.
I cristiani iracheni danno, anche così, il loro contributo alla crescita del loro paese, come spiega il patriarca caldeo, card. Louis Raphael Sako, in un messaggio diffuso ieri sera e pervenuto al Sir, in cui esprime la sua preoccupazione in merito alle riforme dell’Iraq anche alla luce delle complessità interne, degli intrecci regionali e internazionali e degli “interventi esterni” in corso nel Paese. 
Il messaggio invita la politica irachena ad affrontare “le questioni calde con saggezza, volontà e diplomazia intelligente, e non con emotività”. 
Davanti al sistema unipolare attuale, guidato dagli Usa, spiega Mar Sako, “in cui il presidente Trump prende decisioni e si muove per riorganizzare il nuovo Medio Oriente, e forse il nuovo mondo, attraverso la diplomazia o la forza militare, non possiamo non rammaricarci del fatto che la nostra società orientale manchi di una profonda consapevolezza degli attuali sviluppi geopolitici, di un’analisi attenta di ciò che sta accadendo e di un atteggiamento razionale e responsabile”.
Per il patriarca caldeo, “gli scenari sono inquietanti e impressionanti. Le parole del presidente degli Stati Uniti dovrebbero essere prese sul serio e il dialogo con lui dovrebbe iniziare con razionalità da parte della maggior parte dei paesi, compresa l’Unione Europea”.
Parlando della situazione interna dell’Iraq, il cad. Sako denuncia: “Stiamo vedendo una feroce battaglia per il potere per il denaro e non per il paese e il cittadino è esausto. L’Iraq deve inaugurare una nuova fase di trasformazione, con un governo forte, competente e noto per il suo patriottismo e integrità, per affrontare le sfide e fornire servizi, e per lavorare per una stabilità duratura. L’Iraq possiede capacità amministrative, culturali e nazionali che non sono inferiori ad altre”.
Il cardinale esprime preoccupazione per l’instabilità regionale dovuta anche all’Iran che sostiene gruppi e fazioni all’interno dell’Iraq e che potrebbe, a causa della “proliferazione di armi”, “scatenare un caos nella sicurezza e provocare guerre interne se questi gruppi perdessero la loro fonte di finanziamento e la loro guida esterna”.
Timori anche per la fragile economia irachena che dipende, ricorda il patriarca, “per oltre il 90% dai ricavi petroliferi, e che potrebbe affrontare ulteriori shock, man mano che la valuta irachena si svaluta e i prezzi aumentano”. “L’unità del Paese – avverte Mar Sako – potrebbe essere ulteriormente minacciata dalla debolezza delle istituzioni governative e dalla diffusione della corruzione. Le infrastrutture fatiscenti e il debito estero limiteranno la capacità del governo di rispondere rapidamente. Il ritorno di organizzazioni estremiste e l’escalation delle divisioni settarie potrebbero fare il resto”. “È urgente – conclude Mar Sako – che i saggi e le autorità religiose, in particolare quella sciita di Najaf, che è stata una valvola di sicurezza in molte crisi, guidino chi detiene il potere per evitare ulteriori sofferenze all’Iraq”.

27 gennaio 2026

Dal presidente al premier, in gioco il futuro dell’Iraq ostaggio di Usa e Iran

Dario Salvi

La scelta del nuovo presidente, che si lega a doppio filo alla nomina del primo ministro col possibile ritorno alla guida del Paese del politico di lungo corso Nuri al-Maliki. E ancora, le minacce del più importante gruppo militante sciita filo-iraniano, che parla di “guerra totale” dopo l’invio di Washington nella regione mediorientale della portaerei USS Abraham Lincoln, segnale di un possibile (nuovo) attacco a Teheran. Una situazione di grande tensione e incertezza, a fronte della quale la Chiesa caldea e il suo patriarca, il card. Louis Raphael Sako, richiamano alla preghiera e al digiuno per scongiurare il pericolo di una nuova deriva violenta, foriera di ulteriori conflitti e devastazioni per la popolazione.
Un timore tutt’altro che secondario, anche per quanto sta accadendo negli altri Paesi a partire dalla Siria, dove le autorità di Damasco hanno ingaggiato duri scontri con il fronte curdo che potrebbe avere ripercussioni anche in Iraq. A ciò si aggiunge la scelta, quantomeno controversa, degli Stati Uniti di trasferire circa 150 prigionieri dello Stato islamico (SI, ex Isis) da Hassaké, in Siria, in una “struttura sicura” oltre-frontiera in Iraq, nel novero di un’operazione che potrebbe coinvolgere fino a 7mila combattenti del “califfato”. Mossa che rischia di riaprire vecchie ferite in una nazione che, sinora, non è riuscita ad archiviare drammi e devastazioni del dominio jihadista nel nord, a Mosul e nella piana di Ninive fra il 2014 e il 2017. E che, anche negli anni successivi, ha registrato focolai di tensione legati al fondamentalismo islamico mai del tutto sopiti.

La “guerra totale” di Kataib Hezbollah
Il primo livello di attenzione - e preoccupazione - riguarda lo scenario regionale, soprattutto le implicazioni delle proteste in Iran e il rischio di un intervento statunitense (e israeliano) contro i vertici della Repubblica islamica, con le inevitabili ripercussioni per Baghdad. L’Iraq è da anni al centro di una lotta di potere fra Washington e Teheran, che attraverso forza militare, politica - soprattutto col ritorno di al-Maliki, considerato vicino agli Usa pur rivendicando “amicizia, ma anche autonomia - e milizie “proxy” influenzano la vita del Paese arabo. In questa partita di alleanze e sfere di influenza si registra l’intervento del gruppo militante iracheno Kataib Hezbollah, il quale ha detto di prepararsi ad una “guerra totale” in concomitanza con l’arrivo della portaerei statunitense, che ha messo le forze americane a “portata d’assalto” dell’Iran.
La nuova dichiarazione di Kataib Hezbollah è firmata da al-Hamidawi, che è stato rieletto come leader nel 2022 ed è conosciuto col nome di battaglia di Ahmad Mohsen Faraj al-Hamidawi. Il segretario generale dei combattenti filo-iraniani ha poi avvertito che qualsiasi conflitto con Teheran “non sarà facile”, minacciando gli avversari perché, in caso di scontro, avrebbero “affrontato gravi conseguenze”. Egli si è poi rivolto ai propri miliziani, esortandoli a essere sempre “pronti sul campo”. “Rivolgiamo il nostro invito - ha proseguito - ai nostri fratelli mujahideen ... per prepararsi a una guerra totale a sostegno della Repubblica islamica dell’Iran” ha aggiunto. Parole di guerra che provengono da una delle fazioni più vicine alla Repubblica islamica e ai Pasdaran, in tutto simile ai “fratelli” Hezbollah libanesi che, come loro, possono disporre di una nutrita riserva di armi.
La dichiarazione lanciata ieri è solo l’ultimo esempio di come le milizie sostenute da Teheran in Iraq continuino a minacciare Israele, gli Stati Uniti e la regione. Negli ultimi giorni, questi gruppi si sono schierati al confine siriano, sostenendo di aiutare il governo centrale di Baghdad a proteggere la frontiera da possibili intrusioni. Gli Stati Uniti hanno ucciso il leader di Kataib Hezbollah, Abu Mahdi al-Muhandis, nel 2020. Muhandis stava viaggiando nello stesso veicolo a bordo del quale vi era il comandante delle Force Quds iraniane Qasem Soleimani, colpito a morte da un drone. Intanto le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno detto di essere in allerta e pronte per “qualsiasi tipo di scenario”, in un crescendo di tensioni.

Nuovo presidente e ritorno di al-Maliki
Intanto la scena politica e istituzionale è dominata da due passaggi cruciali per il futuro della nazione: la scelta del nuovo presidente, che dovrebbe archiviare il mandato di Abdul Latif Rashid, protagonista, fra gli altri, del durissimo scontro col primate caldeo innescato dalla controversa decisione di ritirare il decreto presidenziale, unita alla nomina del nuovo primo ministro. Almeno la prima, secondo la Costituzione, sarebbe dovuta giungere entro il 29 gennaio ma, proprio questa mattina, il Consiglio dei Rappresentanti dell’Iraq (l’Assemblea mono-camerale che guida il Paese) ha approvato il rinvio della sessione dedicata all’elezione del nuovo presidente. Una decisione, spiega il presidente del Parlamento Haibat al-Halbousi, che segue la richiesta del Partito democratico del Kurdistan (Kdp) e dall’Unione patriottica del Kurdistan (Puk), le due principali fazioni curde, di un rinvio. Il voto slitta “a data da destinarsi” anche se, con tutta probabilità, la prossima riunione sarà prevista per il primo di febbraio quando le due principali fazioni in gioco nella scelta del presidente (che per Costituzione è di etnia curda) avranno raggiunto un’intesa.
Il vice-presidente Farhad Atroushi ha confermato la sospensione della sessione parlamentare di questa mattina, citando il mancato rispetto del quorum legale richiesto per il voto. Un ritardo di qualche giorno, come richiesto prima della riunione di oggi da Kdp e Puk, per concedere ulteriore margine di tempo e di manovra, in un quadro di interessi e alleanze assai precario. Tuttavia, la scelta di posticipare il voto ha sollevato più di un malumore e perplessità fra quanti temono ritardi a cascata sui tempi della nomina del prossimo primo ministro e del governo, che rischiano di minare la stabilità politica e la continuità istituzionale in Iraq. Archiviato il mandato - non senza ombre e scontri - di Rashid, ora i due nomi in lizza per la successione dovrebbero essere quelli del candidato Kdp Fuad Hussein e del rivale Puk Nizar Amedi.
Alla nomina del presidente seguirà poi l’indicazione - fra i suoi primi incarichi formali - della personalità cui affidare l’incarico di formare il nuovo governo. E secondo diversi analisti il compito sarà affidato al politico di lungo corso ed ex primo ministro Nouri al-Maliki come indicato dall’alleanza sciita Coordination Framework (blocco di maggioranza all’Assemblea), scelta che non mancherà di sollevare contrasti e divisioni. Difatti, in gioco non vi è solo la formazione del prossimo esecutivo ma, più in generale, il posizionamento dell’Iraq in mezzo a una crescente rivalità fra Stati Uniti e Iran, fragili relazioni sunnite-sciite e una leadership curda che favorisce la prevedibilità rispetto alla sperimentazione.
In una nota il Quadro di coordinamento afferma che al-Maliki - già premier dalla fine del 2005 al 2014 - è stato scelto “in base alla sua esperienza politica e amministrativa e al suo ruolo nella gestione dello Stato”. Egli si era dimesso in seguito all’ascesa dell’Isis, pur rimanendo sempre un attore politico influente nel panorama settario e confessionale del Paese arabo. Esperti e studiosi sottolineano che, mentre Washington e Teheran spingono in direzioni opposte - e le fazioni irachene alternano principi e pragmatismo - la questione non è se al-Maliki possa tornare, ma se l’Iraq può assorbire quel ritorno senza riaprire le ferite del passato.

Chiesa caldea digiuna per la pace
In questo quadro di tensioni e incertezze per il futuro, la Chiesa caldea ha lanciato un appello ai fedeli invitandoli ad una tre giorni di digiuno e preghiera in programma dal 26 al 28 gennaio “per la pace nella regione”. In questi giorni lo stesso primate caldeo, il card. Louis Raphael Sako, ha pubblicato sul sito del patriarcato un appello in cui sottolinea la “grande preoccupazione” per le “allarmanti notizie” che provengono da diverse aree del Medio oriente.
Nella regione, afferma il porporato nella nota inviata per conoscenza ad AsiaNews, si assiste a una “escalation di conflitti, militarizzazione, polarizzazione e declino della stabilità”. Da qui la richiesta ai vertici del Paese e alla popolazione, cristiani e musulmani, di adottare “misure concrete” per promuovere “la pace e l’armonia” risparmiando alle nazioni dell’area “ulteriori calamità”.
In primis, il porporato esorta le Nazioni Unite ad “assumersi la responsabilità di affrontare i conflitti e raggiungere la pace attraverso il dialogo, al fine di preservare la sovranità dei paesi e i diritti dei loro cittadini”. Inoltre, i governi locali devono “analizzare attentamente la situazione e assumersi la responsabilità diretta di proteggere la nazione e garantire libertà, dignità e un tenore di vita dignitoso a tutti i cittadini”. Infine, per quanto riguarda l’Iraq nello specifico “è giunto il momento di attuare riforme passando dagli slogan ai fatti, affidando allo Stato il monopolio delle armi e contrastando con decisione la corruzione. Il criterio per costruire uno Stato - avverte - è il principio di cittadinanza, competenza e adesione a politiche etiche”. Sul piano della fede, il card. Sako ricorda come “la religione è una questione personale, mentre gli affari pubblici dovrebbero basarsi su competenza e capacità”. E al nuovo governo, conclude, spetterà il compito di assicurare “l’uguaglianza” fra persone, rispettando e accogliendo al tempo stesso “la diversità religiosa ed etnica” poiché rappresenta una risorsa. ”Deve inoltre impegnarsi sinceramente - conclude - per cambiare il discorso nei media, moschee e chiese e migliorare i programmi educativi nelle scuole”.

24 gennaio 2026

Iraq: card. Sako (patriarca), “adottare misure concrete per portare pace in Medio Oriente. Onu si assuma responsabilità”

22 gennaio 2026

La Chiesa caldea segue “con interesse e preoccupazione le notizie inquietanti nella regione mediorientale, che sta assistendo a un’escalation di conflitti, militarizzazione, polarizzazione e calo della stabilità”.
A fronte di questa situazione il patriarca caldeo, card. Louis Raphael Sako, in una nota lancia un appello affinché “si adottino misure concrete per promuovere la pace e l’armonia e per evitare il flagello nei paesi dell’area”.
Per Mar Sako “le Nazioni Unite devono assumersi la responsabilità di affrontare i conflitti e raggiungere la pace attraverso il dialogo, e di salvaguardare la sovranità dei paesi e i diritti dei loro cittadini”.
Inoltre, si legge nella nota pervenuta al Sir, “i governi locali devono leggere la realtà in profondità e assumersi la loro responsabilità diretta per proteggere i rispettivi Paesi e garantire libertà, dignità e abbondanza di vita ai cittadini. Queste misure concrete sono una responsabilità storica e morale, dalla quale non si può sfuggire”.
Guardando all’Iraq, il card. Sako ribadisce: “È giunto il momento delle riforme, passando dagli slogan alle azioni, lasciando le armi solo allo Stato e affrontando la corruzione in modo deciso. Il criterio per costruire una nazione è il principio di cittadinanza, competenza e il rispetto di una politica etica”. “La religione – sottolinea il patriarca -è una questione personale, mentre gli affari pubblici devono dipendere dalla competenza e dalla capacità. Tutti i cittadini sono uguali, senza eccezioni, tutti possiedono la cittadinanza irachena, inclusi i cristiani, che non sono meno competenti degli altri e hanno svolto ruoli importanti in epoche passate”. 
Da qui la richiesta al Governo di “promuovere uguaglianza e rispetto, sostenere realisticamente la diversità religiosa ed etnica, che è ricca, e cercare con lealtà di cambiare il linguaggio nei media, nelle moschee e nelle chiese, oltre a migliorare i programmi educativi nelle scuole”.

1 gennaio 2026

Baghdad: Istituita la "Via dei Caldei"

By Baghdadhope* - Chaldean Patriarchate



Come riportato dal sito del Patriarcato caldeo nel corso della visita alla chiesa di Mar Yousef in occasione del Natale il Primo Ministro iracheno, Mohammad Shia Al Sudani, ha annunciato che la strada in cui si trova l'edificio del Patriarcato caldeo d'ora in poi cambierà nome e si chiamerà "Via dei Caldei."

Cardinal Sako Targeted After Christmas Homily Misinterpreted as Political “Normalization”

By Chaldean Press
December 30, 2025

Chaldean Catholic Patriarch Cardinal Louis Raphaël Sako is facing an escalating campaign of intimidation after a Christmas Mass message was widely misread—and then weaponized—by hardline voices in Iraq and beyond.
According to statements from the Chaldean Patriarchate and reporting on the incident, Cardinal Sako used the word commonly translated as “normalization” during his Christmas homily as part of a spiritual appeal for reconciliation, social healing, and restoring trust among Iraqis. In the Patriarch’s intended meaning, “normalization” was not a geopolitical signal, but a call for Iraq’s internal stability and the rebuilding of relationships—among families, communities, and the nation.
A spiritual word turned into a political accusation
In Iraq’s current climate, language matters—especially language that can be linked, even indirectly, to Israel-related policy. The term “normalization” is often treated as shorthand for “normalization with Israel,” and that association can ignite immediate outrage.
That is what happened here: critics took a word used in a religious, pastoral context and reframed it as political messaging. Within hours, the narrative online shifted from a Christmas appeal for peace to accusations that the Patriarch was endorsing forbidden political positions—an allegation the Patriarchate says is false.
“If you want to take me to trial…”
As rhetoric intensified, a statement attributed to Cardinal Sako began circulating widely:
Whether quoted verbatim or paraphrased across outlets, the meaning is consistent: the Patriarch is presenting himself as willing to bear personal consequences rather than abandon Iraq or retreat from his mission.
For many Chaldeans, that line captured what they have long believed about their Patriarch: he is not seeking confrontation—he is refusing to be bullied into silence.
Clarification came, but the escalation continued
After the uproar grew, the Chaldean Patriarchate clarified that the message was spiritual—not political, emphasizing themes of peace, national cohesion, and Iraq’s dignity. They rejected the claim that Cardinal Sako was calling for normalization with Israel
Yet the controversy did not fade. Instead, demands grew louder—some calling for investigations, prosecution, or worse. What began as a misunderstanding quickly became a campaign.
Why this hits a nerve for Chaldeans everywhere
Chaldeans don’t have the luxury of treating threats as “just talk.” Iraq’s Christian communities have lived through decades of displacement, targeted violence, and the steady erosion of their presence—through insecurity, coercion, and land disputes.
So when a spiritual leader is publicly framed as a criminal or traitor based on a single word—then subjected to a wave of agitation—it feels less like ordinary controversy and more like a familiar pattern: isolate the minority, smear the leader, and apply pressure until the community retreats.
For many believers, Cardinal Sako is not simply a church figure. He represents continuity—an anchor for a people who have lost too much already.
What Chaldean Press found
Chaldean Press spoke with parishioners and community members who followed the Christmas Mass closely. The consistent takeaway was simple: most did not hear politics in the Patriarch’s message. They heard a pastor urging people toward peace and moral renewal—especially fitting for Christmas.
And that’s the heart of the story: a religious message aimed at healing was pulled into political conflict, and the consequences are now falling on the Patriarch and the community he serves.
Where this stands now
Cardinal Sako’s position remains clear: his homily was about Iraq’s social restoration and spiritual peace—not foreign policy. But the campaign against him shows how quickly faith leaders can become targets when language is twisted in a tense environment.
Chaldean Press will continue monitoring developments, including any official actions and any verified threats—because for a community that has already endured so much, this is not a story about “drama.” It’s about safety, survival, and the cost of simply preaching peace.