"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

13 gennaio 2007

Inaugurazione del Babel College ad Ankawa





La sede del Babel College ad Ankawa










La Santa Messa celebrata nella Chiesa Caldea di Mar Eliya ad Ankawa da Monsignor Jacques Isaac. In prima fila Monsignor Andraous Abouna e Sarkis Aghajan Mamendu













Fedeli e sacerdoti nella Chiesa Caldea di Mar Eliya







Come annunciato, ad Ankawa è stato inaugurato il Seminario Maggiore Caldeo di Saint Peter ed il Babel College, l'unica facoltà teologica cristiana in Iraq, gestita dalla Chiesa Caldea. L'inaugurazione del college, che registra già l'iscrizione di studenti sia nella sezione teologica che in quella filosofica, oltre i seminaristi, ha visto anche la celebrazione di una Santa Messa nella chiesa caldea di Mar Eliya. Alla Santa Messa, celebrata da Monsignor Jacques Isaac, Rettore del Babel College, hanno partecipato, tra i molti fedeli, Monsignor Andraous Abouna, Patriarca Vicario, in rappresentanza di Mar Emmanuel III Delly, Patriarca della Chiesa Caldea, rimasto a Baghdad a vegliare sulla sorte dei fedeli rimasti in una capitale sempre più turbolenta, e Sarkis Aghajan, ministro delle finanze del Governo Regionale Curdo che, come cristiano, non poteva mancare ad un avvenimento tanto importante, essendosi più di una volta pronunciato sull'ospitalità che il governo curdo è disposto ad offrire ai cristiani e riconoscendo, quindi, nel trasferimento di queste istituzioni ad Ankawa, un primo passo verso questa nuova integrazione.






12 gennaio 2007

Tempi difficili per i cristiani a Mosul

Fonte: ASIA NEWS

Uccisi, rapiti, minacciati: vita dei cristiani a Mosul
Crescono ogni giorno le violenze ai danni della comunità; donne assassinate per strada, uomini rapiti nelle loro case, parroci che continuano a ricevere intimidazioni telefoniche.

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Mosul (AsiaNews) – Non si placa il calvario della comunità cristiana di Mosul . Né il periodo natalizio, né il nuovo anno hanno portato sollievo alla prostrata comunità cristiana in Iraq. Il 2007 si è aperto con un’escalation di minacce e uccisioni. Dalla città, roccaforte sunnita, AsiaNews ha ricevuto il resoconto delle ultime due settimane, fatto di rapimenti, intimidazioni e assassini. Gli ultimi due episodi risalgono a pochi giorni fa. Alcuni cristiani del luogo raccontano che lo scorso 9 gennaio la giovane segretaria di una clinica medica di Mosul è stata uccisa senza motivo apparente, mentre stava rientrando a caso nella piccola cittadina di Bartella. Il giorno successivo, un uomo della parrocchia di San Paolo è stato assassinato sulla soglia di casa, mentre resisteva ad un tentativo di rapimento.

Negli ultimi 15 giorni – continuano le fonti, che chiedono l’anonimato – decine di famiglie cristiane, che ancora resistono alla tentazione di emigrare, hanno ricevuto intimidazioni telefoniche, in cui si chiede loro di pagare un “contributo alla resistenza [sunnita], pena la vita”. Poi ci sono le minacce fisiche e i sequestri di persona a scopo di lucro. La comunità ogni volta è costretta a raccogliere somme ingenti che vanno a pesare su una situazione economica già ai limiti; per di più, senza avere la certezza di rivedere in vita i propri cari.

Nel mirino anche le chiese. I parroci locali hanno vissuto il Natale sotto continua minaccia. A questo si aggiungono le difficoltà materiali: insicurezza nelle strade, mancanza di elettricità, carburante e il freddo da cui non si riesce a trovare scampo. Ormai i cristiani di Mosul sono convinti: “La situazione è tale che nessun governo sarà mai in grado di aiutarci”.
Prima dell’inizio della guerra nel 2003 a Mosul vivevano tra gli 80mila e i 90mila cristiani. Al momento è difficile dare stime esatte sul numero di chi è rimasto. Fonti della diocesi dicono che in media un cristiano al giorno lascia la città per non farvi ritorno.

Hard times for Christians in Mosul

Source: ASIA NEWS
Murders, abductions and threats are everyday occurrences in the life of Mosul Christians
Violence against the Christian community is getting worse by the day. Women are murdered in the streets, men are taken from their homes, and parish priests receive threatening phone calls...

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Mosul (AsiaNews) – The calvary of Mosul’s Christian community is never ending. Neither Christmas, nor the New Year has brought any respite to Iraq’s desperate Christians. Instead 2007 has brought new murders and an escalation of threats.
From this Sunni stronghold, AsiaNews has received accounts of the list of abductions, intimidation and murders that have occurred in the past two weeks. The last two incidents are just a few days old.
Last Tuesday a young woman employed as a secretary in a Mosul clinic was murdered for no apparent reason as she made her way back to her home in the small Christian town of Bartella.
The next day a man from St Paul's Parish in Mosul was murdered as he tried to resist his would-be kidnappers on the threshold of his home.
Local sources, who preferred to remain anonymous, said that in the last 15 days tens of Christian families, who hunkered down resisting the temptation to emigrate, have received threatening phone calls demanding money for the Sunni resistance; otherwise they would forfeit their lives.
In addition, Christians are faced with physical threats and abductions for ransom, forcing the community as a whole to raise large sums of money. The result is that many Christians have reached their economic breaking point without any certainty that they will see their loved ones again.
Churches have also become targets. Local parish priests have survived the Christmas season under constant threat.
Making matters worse, they have had to put up with dangerous roads, power outages, fuel shortage and the cold, the great equaliser. “The situation is such that no government can help us,” they said.
Before the war began in 2003, there were anywhere between 80 to 90,000 Christians in Mosul. But now no one knows. Hard data are hard to come by but diocesan sources report that at least one Christian is leaving the city

7 gennaio 2007

Intellettuali iracheni uccisi o in fuga dal paese

Il fenomeno della decimazione della classe colta irachena da parte di chi vuole ridurre il paese nell'ignoranza non è conosciuto come dovrebbe. Nella mole di notizie tragiche che quotidianamente arrivano dall'Iraq esso sembra essere di portata minore visto che non è fatto di attentati spettacolari e non registra decine di morti in una volta sola, ma non per questo è meno importante, come dimostra l'articolo riportato da IRIN (Integrated Regional Information Networks) l'agenzia di notizie indipendente che fa parte - ma non ne riflette necessariamente la politica - dell'UN Office for the Coordination of Humanitarian Affairs. A completare la visione della situazione degli intellettuali iracheni un reportage da Damasco della giornalista Deborah Amos della National Public Radio americana.


Clicca su "leggi tutto" per leggere la traduzione dell'articolo e la trascrizione del reportage.

Iraq: L’esodo dei docenti ha abbassato gli standards educativi.

BAGHDAD, 7 Jan 2007 (IRIN) – “Il tuo nome è sulla lista dei docenti che saranno uccisi nel prossimo mese per non avere obbedito all’ordine di lasciare l’Iraq" è il contenuto di una lettera scritta a mano lasciata alla porta della dottoressa Hamida Bakri.
Ora la quarantunenne docente di ginecologia del College di Medicina dell’Università di Baghdad, è pronta a lasciare il paese con la famiglia prima che la minaccia si trasformi in realtà. Due suoi colleghi sono già stati uccisi.
“Un mio amico, un farmacista che si stava specializzando in tossicologia, è stato ucciso una settimana solo perché era un dottore. Era uno dei pochi bravi professionisti rimasti, in Iraq ne sono stati uccisi a dozzine negli ultimi anni”
Fino al momento di lasciare il paese, la Dottoressa Bakri sarà scortata al college ed all’ospedale da due guardie del corpo. Due mesi fa è scampata ad un attentato in cui una delle sue guardie del corpo è rimasta uccisa.
“Non ci sono più bravi professionisti in Iraq. Sono fuggiti o sono stati uccisi.. lasciando il paese senza speranza di un sistema educativo di qualità” dice la dottoressa Bakri mentre stringe a sé la figlia di 10 anni.
Secondo il Ministero dell’Università almeno 280 docenti sono stati uccisi dagli insorti e dalle milizie successivamente all’invasione a guida americana del 2003.
“Il fatto che i docenti siano stati presi di mira sta generando confusione nel paese. Il sistema educativo e quello sanitario si sono impoveriti delle figure professionali più significative. Circa un terzo di quelli che vivevano in Iraq prima del 2003 sono fuggiti dalle violenze” afferma il Dottor Mustafa Jaboury, ricercatore presso il Ministero dell’Università.
“Le milizie sciite e gli insorti sunniti stanno uccidendo gli intellettuali per assicurarsi che l’Iraq sia manovrabile” aggiunge il Dottor Jaboury che fa notare come dall’inizio del 2006 ci sia stato un aumento delle violenze nei confronti dei professionisti.
Una minaccia per il futuro.

Alcuni esperti hanno espresso preoccupazione per il fatto che se i professionisti continueranno a fuggire il paese rimarrà senza docenti ed il livello del sistema educativo precipiterà.
“Eliminando gli intellettuali gli insorti mirano a eliminare qualsiasi sostegno ad una società democratica, mentre le milizie sperano che senza di loro l’Iraq possa diventare uno stato teocratico come l’Iran” dice Paul Colley, un analista indipendente inglese.
“Gli studenti vicini alla laurea hanno lo steso livello di formazione che durante il regime di Saddam avevano gli iscritti al primo anno, e questo dimostra come il sistema educativo sia peggiorato, una cosa che creerà seri problemi in futuro” aggiunge Colley. Il Ministero che si occupa della migrazione e degli sfollati ha dichiarato che almeno il 30% del numero totale dei docenti, dottori, farmacisti ed ingegneri iracheni sono fuggiti nei paesi vicini, come la Giordania, la Siria, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti, ma anche negli USA, in Canada, Australia e Gran Bretagna.
“Alcuni docenti sono fortunati e trovano un lavoro ben retribuito, ma la maggior parte di loro soffrono ed hanno delle difficoltà nel vedere riconosciuti all’estero i propri titoli universitari. Altri accettano bassi salari dai paesi stranieri” dice Abir Yousef, funzionario del Ministero aggiungendo che il numero dei docenti fuggiti o uccisi potrebbe essere più alto, ma che il ministero non dispone di dati aggiornati.
L’Iraq Index, compilato dal Brooking Institute di Washington e reso pubblico il 21 dicembre 2006, stima che dal 2003 il 40% dei professionisti iracheni è fuggito, e che in testa alla lista ci sono i dottori ed i farmacisti.
In un rapporto reso pubblico nel 2006, Medact, una istituzione benefica inglese che opera anche all’estero, si stima che un quarto dei 18.000 medici iracheni hanno lasciato il paese dal 2003, mentre gli operatori sanitari rimasti nel paese continuano ad essere attaccati, minacciati o rapiti ogni giorno.
Amnesty International ha dichiarato la sua preoccupazione per le continue uccisioni dei civili e per la mancanza di sicurezza che spinge la gente a lasciare il paese. "E’ evidente il fallimento delle autorità irachene nell’assicurare la fine delle uccisioni e la consegna dei colpevoli alla giustizia. Amnesty International ha chiesto al governo iracheno di agire in modo concreto per investigare in modo solerte, completo, imparziale ed indipendente su queste uccisioni, e perché i colpevoli siano identificati ed assicurati alla giustizia” ha dichiarato Nicole Choueiry, addetta stampa per il Medio Oriente ed il Nord Africa di Amnesty International.
Anche gli studenti iracheni si dicono preoccupati per il loro futuro. "Il 90% dei nostri docenti è cambiato negli ultimi due anni. Quelli che hanno sostituito i vecchi docenti non sono ben preparati o non hanno esperienza e così noi studenti non abbiamo buoni docenti per imparare e fare pratica” dice Saeed Mounir, 23 anni, studente di medicina all’Università di Baghdad.

Tradotto ed adattato da Baghdadhope.

http://www.irinnews.org/report.asp?ReportID=56941&SelectRegion=Middle_East&SelectCountry=IRAQ

Minacciati in Iraq, docenti iracheni aprono una scuola in Siria

DAMASCO, 2 Jan 2007 (NPR) Chi vuole un Iraq poco istruito e per questo più facilmente manovrabile, e cerca di raggiungere il proprio obiettivo uccidendo o costringendo alla fuga gli intellettuali, può anche pensare di esserci già riuscito, ma non ha fatto conto sull’amore che gli iracheni hanno per la cultura e sul loro desiderio di affermazione professionale. Un amore che per ora deve essere coltivato all’estero, ma che si spera in futuro possa ritrovare posto in Iraq, magari con il ritorno di quei docenti che non si arrendono alla situazione. Decine di docenti universitari iracheni costretti alla fuga in Siria, infatti, ora insegnano nella Syrian International University for Sciences and Technology, un’università privata fuori Damasco dove sono attivi i dipartimenti di medicina, odontoiatria e scienze informatiche. L’università, fondata da un docente iracheno di legge, il Dottor Saadoun che ha trovato i finaziamenti, reclutato i docenti e convinto le autorità siriane a dare l’autorizzazione alla sua apertura, accoglie studenti iracheni ma anche siriani, come Muhammad al-Dura, iscritto a medicina e convinto che sotto la guida dei docenti iracheni potrà diventare “il miglior medico del mondo.” Prima università siriana in cui l’insegnamento nel Dipartimento di Tecnologia e Scienze è impartito in inglese essa attira anche gli studenti che vogliono avere un’istruzione in grado di essere spesa ovunque nel mondo, come Adheel al-Arabi, una studentessa irachena che viveva in Germania e che sentiva come limitante il poter apprendere la propria materia solo in tedesco. La Syrian International University for Sciences and Technology, inoltre, accoglie docenti iracheni sunniti, sciiti, cristiani e curdi, a dimostrazione che laddove c’è cultura non c’è discriminazione, una situazione invisa a chi invece vuole che discriminazione e divisione regnino in Iraq.

Tradotto, trascritto ed adattato da Baghdadhope.

Ascolta l'intervista (in inglese):





Per riflettere, senza pregiudizi...

8 agosto 2004 Il governo iracheno ad interim guidato da Iyad Allawi ripristina la pena di morte sospesa dalla Provitional Coalition Authority il 9 aprile 2003.
1 settembre 2005 Ahmad al-Jaf, ‘Uday Dawud al-Dulaimi e Jasim ‘Abbas, accusati di rapimento, stupro ed omicidio di alcuni poliziotti, sono i primi uomini la cui condanna a morte risulta eseguita nell’Iraq del post-Saddam.
30 dicembre 2006 Saddam Hussein viene impiccato.

Sebbene le cifre non siano precise, tra il settembre del 2005 ed il dicembre 2006, molte altre sentenze di morte sono state eseguite in Iraq e nel Kurdistan iracheno, come risulta dalla documentazione di Amnesty International.

Sia i primi che l’ultimo sono stati condannati a morte da un governo che la maggior parte del mondo considera illegittimo perché nato per volere degli USA e da essi controllato, eppure quasi nessuno, tranne le organizzazioni che si occupano dei diritti umani di “tutti,” conosce i nomi dei primi, mentre quasi tutti hanno visto il filmato dell’impiccagione dell’ultimo.
Chi, prescindendo dalle diverse motivazioni politiche e strategiche che avrebbero consigliato almeno il posporre dell’impiccagione di Saddam Hussein, si è opposto ad essa agitando la bandiera della difesa della vita avrebbe avuto il dovere morale di farlo anche prima, per lo stupratore come ha fatto per il dittatore, per chi ha ucciso dei poliziotti così come per colui che ha massacrato gli oppositori.
Un’esecuzione non dovrebbe valere meno di un’altra.

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La maggior parte del mondo riconosce come sbagliata la politica della “imposizione della democrazia” in Iraq. La stessa parte del mondo auspica la formazione di una democrazia irachena. Il termine democrazia (demos = popolo e cratos = potere) significa governo del popolo. Governo del popolo significa la scelta politica attuata dalla maggioranza di esso. La maggioranza del popolo iracheno è formata da arabi sciiti e curdi sunniti, le due componenti del paese che più hanno sofferto della politica della vecchia minoranza al potere: gli arabi sunniti. Conclusione: malgrado l’attuale governo si regga sulla presenza delle truppe di occupazione straniere esso è espressione della maggioranza numerica della popolazione, quindi “governo del popolo.” Come tale, proprio a causa delle passate sofferenze esso avrebbe, anche senza il pesante giogo americano, decretato la morte del dittatore. Criticare una tale scelta vuol dire non riconoscere né ora, ma neanche in futuro, la possibilità che l’Iraq diventi un vero stato democratico, come pure tutti auspicano. Vuol dire, inoltre, come ha sottolineato lo stesso premier iracheno, Nuri Al-Maliki, intromettersi negli affari interni del popolo iracheno sulla base dell’encomiabile principio del rispetto della vita umana, un principio però che se in molti paesi del mondo ha avuto il tempo di maturare con la storia, non ha avuto lo stesso tempo in Iraq. Se da una parte giustamente si condanna l’imposizione della democrazia che dovrebbe essere elaborata dal popolo sulla base delle sue esperienze, dall’altra si pretende che essa, nata zoppa e schiava, arrivi in tre anni dove addirittura molti paesi che di essa si considerano difensori non sono ancora giunti. L’Iraq non troverà la strada per la “sua” democrazia se continuerà ad inciampare sugli ostacoli del controllo che il mondo vuole esercitare su di esso, e che non sono solo quelli militari e politici, ma anche quelli dei giudizi culturali e sociali di chi, malgrado le belle parole, sembra sentirsi superiore.

By Baghdadhope

4 gennaio 2007

C'è differenza tra un martire cristiano ortodosso o cattolico?

Fonte: Fides

All'inizio di ogni anno l'Agenzia Fides (Congregazione per l'evangelizzazione dei popoli) pubblica l'elenco completo dei religiosi, missionari ma anche personale ecclesiastico, che hanno perso la vita nell'anno precedente in modo violento "pur di non abbandonare il proprio impegno di testimonianza e di apostolato." L'elenco comprende solo nomi di religiosi cattolici e non include, quindi, il nome di Padre Paul Iskandar, sacerdote siro ortodosso di Mosul ucciso lo scorso 11 ottobre, che io, invece, voglio ricordare. In Iraq, infatti, le distinzioni tra cattolici ed ortodossi, che in occidente fanno si che esistano differenti elenchi di martiri sono più sfumate. Laddove i cristiani sono minoranza, laddove soffrono per questa condizione, queste differenze appaiono inutili, se non dannose, e certo non finalizzate a quella unità dei cristiani da tutte le parti invocata e per la quale i cristiani saranno invitati a pregare dal 18 al 25 gennaio prossimo.

Confermato il trasferimento del Babel College e del Seminario Maggiore Caldeo nel nord dell'Iraq

Asia News, Agenzia Sir, e Toscanaoggi confermano la notizia dell'avvenuto trasferimento di alcune istituzioni cristiane irachene da Baghdad ad Ankawa.
Clicca su "leggi tutto" per leggere gli articoli di Asia News, Sir e Toscanaoggi e per i link diretti ai tre organi di stampa.

Fonte Agenzia Sir

12:40 - IRAQ: PATRIARCATO CALDEO, “CRISTIANI SEMPRE PIÙ VITTIME DI VIOLENZE”
Il Babel College, l’unica facoltà teologica cristiana in Iraq e il Seminario maggiore caldeo di San Pietro sono state trasferiti da Baghdad nel nord dell'Iraq, ad Ankawa, vicino Erbil. Motivi di sicurezza hanno spinto il Patriarcato caldeo a prendere questa “sofferta decisione”. A confermarlo al Sir è il vescovo caldeo ausiliare di Baghdad, mons. Shlemon Warduni: “il prossimo 8 gennaio cominceremo il trasferimento. Speriamo si tratti di una sistemazione provvisoria e che le sofferenze di questo tempo possano servire per dare pace, stabilità e sicurezza all’Iraq”. Attualmente il seminario maggiore è frequentato da circa 35 giovani, “ma forse non tutti – dichiara il vescovo – si trasferiranno per motivi logistici. Non è facile trasferire un seminario in un appartamento. Il patriarca ha fatto quanto era possibile per non far perdere l’anno scolastico ai nostri studenti. Ma la situazione qui è diventata insostenibile”. Proseguono infatti le minacce, le violenze e i rapimenti ai danni della comunità cristiana. “Oggi il quartiere meridionale di Dora, a Baghdad, un tempo uno dei centri delle cristianità della città e dove erano situati sia il seminario che il college, è diventato una zona pericolosa. Da qui la decisione”.

13:24 - IRAQ: PATRIARCATO CALDEO, “CRISTIANI SEMPRE PIÙ VITTIME DI VIOLENZE” (2)
Davanti all’insicurezza, aggiunge mons. Warduni, “molti cristiani lasciano l’Iraq. Non temere piccolo gregge, si legge nella Scrittura, ma qui siamo accerchiati da tanti lupi. Si rischia di finire divorati o allontanati. Tuttavia c’è anche chi mostra fede in Dio”. Tra i motivi di tanta violenza contro i cristiani il presule caldeo punta l’indice contro “la credenza che siano ricchi e per questo subiscono molti rapimenti. Ma coloro che possedevano qualcosa sono andati via”. Una violenza facilitata anche dal fatto che “i nostri fedeli sono pochi, pacifici e quindi deboli”. Il tutto è aggravato dall’ingresso “in Iraq di stranieri che fomentano la divisione e sangue”. “Ci vorrebbe – afferma - una conferenza internazionale sull’Iraq ma anche un esercito capace di far uscire dal Paese gli elementi stranieri violenti e di disarmare le milizie di morte. Un esercito che protegga il Paese e i suoi cittadini e non asservito a interessi di parte. E’ facile parlare di democrazia e libertà, ma dove sono oggi in Iraq? E’ libertà uccidere bambini, mettere bombe, rapire? E come si fa a vivere con solo due ore di elettricità al giorno? Chi oggi parla di democrazia saprebbe come fare?”. “E’ giunto il tempo di gridare dai tetti la nostra condizione – conclude - anche a costo di morire. Magari ci uccidessero se questo servisse a dare la pace all’Iraq”.

Fonte:
Asia News

12:32 Troppa insicurezza a Baghdad, Seminario e Università teologica si spostano a nord.
Il Babel College e il Seminario maggiore caldeo si sono ufficialmente trasferiti in Kurdistan dopo mesi di chiusura in seguito a rapimenti e minacce ai cristiani. La decisione era già nell’aria da tempo: tra settembre e dicembre a Baghdad erano stati rapiti rettore e vicerettore del Seminario.
Erbil (AsiaNews) – Dal quartiere tradizionale dei cristiani a Baghdad, Dora, passando per la zona est della capitale irachena, e infine in Kurdistan; è il “percorso obbligato” che alcune importanti istituzioni cristiane in Iraq sono state costrette a compiere per rimanere in vita. Rapimenti di sacerdoti, attentati e minacce hanno infatti spinto il Patriarcato caldeo di Baghdad a trasferire vicino Erbil, il Babel College - unica università teologica cristiana nel Paese - e il Seminario maggiore di St. Peter.

Già nell’aria da tempo - gli edifici che li ospiteranno ad Ankawa erano già stati individuati e presi in affitto - la decisione del trasferimento dei due istituti è stata resa ufficiale solo oggi, 4 gennaio. Ad AsiaNews lo ha comunicato il vescovo di Erbil, mons. Rabban al Qas, che ha ospitato temporaneamente nel vescovado gli studenti, in attesa della fine dei lavori.

Da Dora ad Ankawa, il “trasloco forzato” del Babel College e del Seminario maggiore inizia il 1 agosto 2004. Quel giorno la chiesa caldea di San Pietro e Paolo, vicina al Seminario maggiore, è stata tra le quattro chiese della capitale attaccate contemporaneamente da autobomba. Vi furono 15 morti e ingenti danni all’edificio religioso e al Seminario. Da allora - come ricordano alcuni iracheni della diaspora nel loro blog, Baghdad Hope - i cristiani non si sono più sentiti sicuri e hanno iniziato a trasferirsi prima lentamente e poi in modo più frenetico verso zone ritenute meno pericolose, come Baghdad Jadida (Nuova Baghdad). Il Seminario maggiore è chiuso da prima dell’estate. A settembre è stato rapito il suo vice-rettore, p. Salem Basel Yaldo, in una delle poche uscite che faceva dall’edificio. A dicembre è poi toccato al rettore, p. Samy Al Raiys, sequestrato per una settimana. Per mesi è stato chiuso anche il Babel College, la cui riapertura dei corsi è stata rimandata per l’ennesima volta proprio dopo il rapimento di p. Samy, che doveva presiederne all’imminente inaugurazione dell’Anno accademico. Il rettore è scomparso mentre si stava recando alla chiesa di Mar Khorkhis (San Giorgio), Baghdad Jadida, dove dovevano essere spostati collegio e seminario. Il pericolo eccessivo ha quindi portato ad una decisione drastica: il nord del Paese.
Questo trasferimento, insieme all’inaugurazione, a metà novembre, del seminario siro-cattolico a Bakhdida (Qaraqosh), dimostrano come il nord dell’Iraq, sotto controllo curdo, sia per il momento l’unico rifugio sicuro per i cristiani iracheni.

http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=8150&size=A

Fonte: Toscanaoggi

Patriarcato caldeo: "Cristiani sempre più vittime di violenze"

Il Babel College, l’unica facoltà teologica cristiana in Iraq e il Seminario maggiore caldeo di San Pietro sono state trasferiti da Baghdad nel nord dell'Iraq, ad Ankawa, vicino Erbil. Motivi di sicurezza hanno spinto il Patriarcato caldeo a prendere questa “sofferta decisione”. A confermarlo al Sir è il vescovo caldeo ausiliare di Baghdad, mons. Shlemon Warduni: “il prossimo 8 gennaio cominceremo il trasferimento. Speriamo si tratti di una sistemazione provvisoria e che le sofferenze di questo tempo possano servire per dare pace, stabilità e sicurezza all’Iraq”. Attualmente il seminario maggiore è frequentato da circa 35 giovani, “ma forse non tutti – dichiara il vescovo – si trasferiranno per motivi logistici. Non è facile trasferire un seminario in un appartamento. Il patriarca ha fatto quanto era possibile per non far perdere l’anno scolastico ai nostri studenti. Ma la situazione qui è diventata insostenibile”. Proseguono infatti le minacce, le violenze e i rapimenti ai danni della comunità cristiana. “Oggi il quartiere meridionale di Dora, a Baghdad, un tempo uno dei centri delle cristianità della città e dove erano situati sia il seminario che il college, è diventato una zona pericolosa. Da qui la decisione”. Davanti all’insicurezza, aggiunge mons. Warduni, “molti cristiani lasciano l’Iraq. Non temere piccolo gregge, si legge nella Scrittura, ma qui siamo accerchiati da tanti lupi. Si rischia di finire divorati o allontanati. Tuttavia c’è anche chi mostra fede in Dio”. Tra i motivi di tanta violenza contro i cristiani il presule caldeo punta l’indice contro “la credenza che siano ricchi e per questo subiscono molti rapimenti. Ma coloro che possedevano qualcosa sono andati via”. Una violenza facilitata anche dal fatto che “i nostri fedeli sono pochi, pacifici e quindi deboli”. Il tutto è aggravato dall’ingresso “in Iraq di stranieri che fomentano la divisione e sangue”. “Ci vorrebbe – afferma - una conferenza internazionale sull’Iraq ma anche un esercito capace di far uscire dal Paese gli elementi stranieri violenti e di disarmare le milizie di morte. Un esercito che protegga il Paese e i suoi cittadini e non asservito a interessi di parte. E’ facile parlare di democrazia e libertà, ma dove sono oggi in Iraq? E’ libertà uccidere bambini, mettere bombe, rapire? E come si fa a vivere con solo due ore di elettricità al giorno? Chi oggi parla di democrazia saprebbe come fare?”. “E’ giunto il tempo di gridare dai tetti la nostra condizione – conclude - anche a costo di morire. Magari ci uccidessero se questo servisse a dare la pace all’Iraq”.

http://www.toscanaoggi.it/news.asp?IDNews=8689&IDCategoria=1



Istituzioni cristiane trasferite da Baghdad nel nord dell'Iraq: Babel College e Seminario Maggiore Caldeo di Saint Peter

Alla fine del 2002, a poco ormai dalla guerra non ancora annunciata ma inevitabile, il quartiere meridionale di Dora, a Baghdad, era uno dei centri delle cristianità della città. A renderlo tale era il numero di chiese di diverse confessioni cristiane, il Babel College, l’unica facoltà teologica cristiana in Iraq, il Seminario Maggiore Caldeo di St. Peter, e l’alto numero di cristiani che vi abitavano e lavoravano. Era un quartiere di case basse e larghe strade il cui limite meridionale era fissato da una superstrada che conduceva alla zona della raffineria che, sebbene in regime di embargo, raffinava il greggio necessario ad illuminare la città. Nelle notti di Baghdad, volgendo lo sguardo a sud era sempre possibile individuare il quartiere di Dora scorgendo i bagliori delle ciminiere della raffineria, ed annusando l’odore tipico del greggio che ristagnava nell’aria calda senza vento.
Dora adesso è cambiata. E’ diventata ormai una delle zone più pericolose della città, ma soprattutto è diventata cimitero della cristianità che la abitava. Il 1 agosto del 2004, infatti, la chiesa caldea di San Pietro e Paolo, vicina al seminario maggiore, fu una delle quattro chiese di Baghdad che nello stesso giorno, quasi alla stessa ora, furono attaccate. Un’autobomba scoppiò al di fuori della chiesa proprio nel momento in cui i fedeli ne uscivano dopo la funzione pomeridiana. Fu una carneficina, 15 morti, centinaia di feriti, danni materiali ingentissimi alla chiesa ed al seminario, e soprattutto la diffusione di un nuovo sentimento: la relativa pace di cui i cristiani avevano goduto fino ad allora era finita, la zona non era più sicura per loro. Da quel giorno, infatti, iniziò il loro esodo verso aree più sicure. Lento e programmato esso si fece con il passare del tempo sempre più frenetico. Altre bombe, minacce, rapimenti di civili ma anche di religiosi, hanno ormai svuotato Dora dai cristiani, e con la loro sparizione anche i luoghi simbolici sono ormai chiusi. Chiuse sono le chiese senza più fedeli, né guardie, né sacerdoti. Chiuso è il seminario maggiore da quando, a settembre il suo vice-rettore, Padre Salem Basel Yaldo, è stato rapito proprio mentre, dopo avervi passato un mese senza mai poterlo lasciare, ne usciva per andare a riabbracciare un altro sacerdote appena rilasciato, e da quando, a dicembre, anche il suo rettore, Padre Sami Al-Rais è stato sequestrato per una settimana. Chiuso è anche il Babel College la cui riapertura dei corsi, programmata per ottobre, è stata sempre rimandata ma mai realizzata. La situazione a Dora era diventata talmente pericolosa che era necessaria una decisione drastica e sofferta: il seminario ed il Babel College sarebbero stati trasferiti presso una chiesa nella parte ovest della città. Adattare una chiesa ad ospitare seminaristi e studenti, però, significò un periodo di lavori di ristrutturazione, corsi sospesi e seminaristi temporaneamente trasferiti nel nord, visto che il Seminario Minore, nel quartiere settentrionale di Suleikh, era già stato chiuso da mesi. Ma a Baghdad non c’è limite al peggio: anche Baghdad Jadida, il quartiere dove si trova la chiesa di Mar Khorkhis, destinata ad ospitare seminario e facoltà, è ormai diventata pericolosa. Da qui una decisione ancora più drastica: trasferire entrambe le istituzioni nel nord. Già nell’aria da tempo (gli edifici che le ospiteranno ad Ankawa, vicino Erbil, erano già stati individuati e presi in affitto) la decisione del trasferimento dell'unica università teologica cristiana in Iraq è stata resa ufficiale solo oggi, 4 gennaio 2007.
Questo trasferimento forzato, insieme all’inaugurazione, a metà novembre, del seminario siro cattolico a Bakhdida, (Qaraqosh) dimostrano come il nord dell’Iraq sotto controllo curdo sia, almeno per ora, un rifugio più sicuro per i cristiani iracheni, o almeno che sia percepito come tale. Non mancano infatti le incertezze in questo senso. Da una parte infatti ci sono le dichiarazioni di fratellanza con i cristiani più volte ripetute sia dal presidente iracheno, il curdo Jalal Talabani, sia dal presidente del Governo Regionale Curdo, Masoud Barzani, e le munifiche donazioni alle chiese ed alla popolazione cristiana da parte del cristiano Sarkhis Aghajan, ministro delle finanze dello stesso governo curdo. Dall’altra ci sono denunce di sopraffazioni da parte delle milizie curde nei confronti di cristiani costretti a lasciare le loro case ed i loro villaggi.
Qual è la verità? Difficile stabilirlo. La minoranza cristiana, in maggioranza cattolica caldea, da sempre è stata costretta a districarsi tra le pieghe levantine del potere cercando di tenere una posizione quanto più neutrale per garantire la propria sopravvivenza. Nell’Iraq devastato dalla lotta per il potere tra sunniti e sciiti la soluzione di trasferirsi sotto controllo curdo appare, ancorché dolorosa, l’unica temporaneamente possibile. Se persecuzioni ci sono, esse sono minime rispetto a ciò che i cristiani di Baghdad sono oggigiorno costretti a subire. Certo nessuno assicura che il giogo curdo sarà in futuro sempre leggero da portare, ma la comunità cristiana avrà intanto il tempo di rafforzarsi, non tanto dal punto di vista dei numeri di chi si sta già ricostruendo una vita altrove, quanto dal punto di vista morale, anche pastorale; un tempo che altrove nel paese sembra sempre più difficile, se non impossibile, addirittura immaginare.
Certo bisognerà vedere chi coinvolgerà e che strada prenderà questo eventuale trasferimento nel nord. La situazione a Baghdad peggiorerà al punto da rendere necessario anche il trasferirsi delle restanti istituzioni? Vedremo il Patriarcato Caldeo, quello dell’Antica Chiesa Assira dell’Est, i vescovi armeni, siri e latini, abbandonare Baghdad per operare nel nord?
Ma soprattutto, se sarà questo il caso, dove andranno? La domanda non esige solo una risposta geografica: Erbil, Telkeif o Dohuk, per citare a caso delle città della regione curda, ma anche, e soprattutto una risposta politica.
La calma del nord dell’Iraq potrebbe infatti infrangersi su alcune questioni ancora non risolte. Kirkuk, che i curdi vorrebbero annettere ai loro territori sottraendola – e soprattutto sottraendo le risorse petrolifere del suo territorio – al controllo del governo centrale attraverso un referendum da tenere alla fine del 2007 e che non sarà incontestato, sia sulla base del diritto dei curdi di goderne in esclusiva le ricchezze, sia su quella della sua legittimità minata dalle accuse rivolte al governo curdo di avere “curdizzato” la città facendovi affluire profughi da altre regioni ed addirittura dall’Iran. La Piana di Ninive, sempre più frequentemente citata come l’unica soluzione per la sopravvivenza della popolazione cristiana in Iraq che potrebbe trovarvi rifugio. Una sorta di enclave, dicono in molti, “ghetto” la definiscono invece altri come il Vescovo di Kirkuk, Monsignor Luis Sako. Un’area che è e sarebbe controllata dai curdi, che in questo modo aumenterebbero la loro sfera di influenza su un territorio non incluso nei confini del loro governo regionale ma in quelli di pertinenza del governo centrale, per ora, e di un ipotetico “sunniland” se in futuro il paese dovesse essere diviso in tre.
Dopo quasi quattro anni dall’inizio dell’ultima guerra all’Iraq la realtà ha insegnato che fare previsioni per il futuro è quanto mai azzardato. Il 2007 sarà probabilmente l’anno in cui anche il nord dell’Iraq entrerà in gioco per definire la propria posizione in modo definitivo, ed uscire dallo stallo di una situazione che lo vuole “stato nello stato.” Se, e come, i cristiani vi troveranno un posto è difficile dirlo adesso, in nessun posto come in Iraq la differenza tra le dichiarazioni ufficiali e le azioni è tanto marcata, quello che è certo è che Baghdad è ormai diventata zona proibita per loro. L’augurio è che questi trasferimenti possano davvero essere temporanei come tutti dichiarano. La misura di una democrazia di un paese si misura anche sul rispetto per le sue minoranze, ed una Baghdad priva di esse e del loro apporto potrà essere forse strategicamente ed economicamente importante in futuro, ma non potrà ambire a diventare importante dal punto di vista culturale perché la cultura si nutre di diversità, le accoglie, le mutua, le vivifica, non le uccide.
by Baghdadhope

1 gennaio 2007

E' il caso di riflettere prima di parlare.

Fonte: LA STAMPA

Tra i molti articoli che in questi giorni ho letto sulla sorte dell'ex presidente iracheno, uno mi ha colpito in modo particolare tanto da aver avuto voglia di ricopiarlo e postarlo, invitando chiunque lo legga a riflettere sulla necessità di non dare giudizi affrettati, dettati non tanto dal realismo, quanto da granitiche posizioni politiche che funzionalmente - pur conoscendolo - lo ignorano.

L'articolo si intitola "Una morte giustificabile" ed è stato pubblicato ieri, 31 dicembre 2006, su La Stampa a firma di Andrea Romano.

Clicca su "leggi tutto" per leggere l'intero articolo.
Una morte giustificabile
Andrea Romano
La Stampa, 31 dicembre 2006

Beati coloro che sono animati dalla certezza delle proprie opinioni di fronte allo spettacolo di quel cappio. Perché l'esecuzione di Saddam dovrebbe costringerci tutti a un doloroso esercizio del dubbio. Compresi noi europei che veniamo da un lungo periodo di privilegio, da più di sei decenni all'insegna della pace e della democrazia durante i quali non ci è più toccato in sorte di giudicare chi tra noi si fosse reso responsabile del crimine di sterminio. L'ultima volta che ci siamo misurati con il problema lo abbiamo risolto con qualche approssimazione giuridica ma con efficacia, senza poi dovercene pentire più di tanto. «Se sia giusto uccidere un tiranno lo abbiamo chiarito una volta per tutte con la fucilazione di Benito Mussolini»: rispose più o meno così Sandro Pertini, memore del suo antifascismo combattente, a chi gli chiedeva nel 1986 cosa pensasse del fallito attentato a Pinochet. Augusto Pinochet è poi spirato serenamente nel suo letto, come era già capitato a Pol Pot e ancora prima a Stalin. Lo stesso sarebbe accaduto a Saddam, tra venti o trent'anni, se la pena capitale fosse stata commutata nel carcere a vita. Sarebbe stato meglio per l'Iraq di questi giorni? Probabilmente sì, come ci dicono le vittime dei primi attentati già organizzati in rappresaglia. E viene da pensare che ancor meglio sarebbe stato se Saddam fosse stato ucciso nel buco in cui era stato catturato, risparmiandoci le certezze o i dubbi di queste ore. Ma sarebbe un cedimento alla pigrizia. Perché la sua esecuzione fa orrore alla nostra civiltà giuridica tanto quanto ci obbliga a metterci nei panni di un iracheno: uno qualunque tra i milioni che ieri hanno festeggiato, in piazza o nelle proprie case, per la giustizia che finalmente veniva resa alla memoria di un familiare o di un amico assassinato da una delle dittature più sanguinarie del ventesimo secolo. È stata una giustizia piena di falle e di crepe, gestita da un tribunale di vincitori che ancora non possono ritenersi tali. Soprattutto, è mancato il vero processo internazionale che avrebbe potuto far luce sui trent'anni del suo potere, sulle connivenze di cui ha goduto anche in Occidente così come sulla vera dimensione dei suoi crimini. Paradossalmente Saddam è arrivato al patibolo per uno dei suoi stermini minori, per poche decine di civili uccisi sulle centinaia di migliaia di cui si è reso responsabile. E da oggi c'è chi potrà dire che il dittatore è stato fatto tacere perché non rivelasse niente dei suoi passati rapporti con la Casa Bianca, così come si diceva che Mussolini era stato fucilato su ordine dei britannici per evitare imbarazzi a Churchill. Tutto vero, è stata una giustizia fragile e parziale. Ma è stata la giustizia degli iracheni, di un popolo che non finisce di essere vittima dei propri carnefici, dei catastrofici errori di Bush e del pilatesco disinteresse della maggior parte dei paesi europei. Nel mare di sangue da cui è attraversato ogni giorno, quella di Saddam è l'unica morte giustificabile sulla strada di una speranza possibile per l'Iraq. Una tragedia come ogni volta che un uomo muore per mano di un altro uomo, ma forse l'inizio di una svolta per un paese che può iniziare a ritrovarsi intorno all'esecuzione del primo responsabile della sua rovina. Una piccola dose di rispetto verso la sventura irachena dovrebbe spingerci a domandarci se non sia il caso di abbassare almeno un po' il ditino con il quale condanniamo quella forca. Uno spettacolo penoso, ma anche un messaggio per gli altri sanguinari rais rimasti nel mondo. Che forse per qualche giorno andranno a dormire massaggiandosi il collo.

30 dicembre 2006

Vescovo siro cattolico di Baghdad chiede di pregare per la pace in Iraq

Fonte: MISNA

ESECUZIONE SADDAM: IL COMMENTO DELL’ARCIVESCOVO DI BAGHDAD

“È tempo che tutti si impegnino per la pace e che la sicurezza venga finalmente ristabilita in Iraq. È questo l’appello che voglio lanciare ai grandi dirigenti del mondo e in particolare agli Stati Uniti all’Europa: pregate tutti per la pace. Per la pace nel mondo e per la pace nel nostro paese” lo ha detto Monsignor Athanase Matti Shaba Matoka, l’arcivescovo siriaco di Baghdad contattato stamani dalla MISNA nella capitale irachena, mentre si susseguono le reazioni e i commenti all’esecuzione, avvenuta questa mattina all’alba, dell’ex-presidente iracheno Saddam Hussein. A questo proposito, l’arcivescovo siriaco ha detto di “condividere la posizione del Papa”. “La religione cristiana è contraria alla pena di morte, perché l’anima dell’uomo è nelle mani di Dio. Sfortunatamente ci sono delle leggi degli uomini contro le quali non si può far niente ed è capitato” ha detto monsignor Matoka. “Tutti conoscono la situazione che gli iracheni hanno vissuto in questi ultimi anni, il nostro paese è stato martirizzato, la gente vive nel quotidiano un clima di paura e di malessere” ha aggiunto l’arcivescovo sottolineando le drammatiche condizioni di vita dei cristiani iracheni sempre più “costretti alla fuga”. Su questo tema si era espresso ieri anche il Nunzio apostolico in Iraq, monsignor Francis Assisi Chullikat. "Secondo alcune recenti stime – ha detto a Radio Vaticana – oltre il 40% delle persone che fuggono dall’Iraq sono di religione cristiana. Vanno in Siria, in Giordania, in Libano e nei paesi occidentali. Questo esodo silenzioso inquieta molto il Santo Padre e la Chiesa locale” [MZ]

La Chiesa Caldea: "Pregate per la pace nel mondo ed in Iraq"

Fonte: ASIA NEWS

La Chiesa Caldea irachena non si esprime direttamente sulla morte di Saddam Hussein, ma chiede di pregare per la pace nel mondo ed in Iraq.

Saddam, tra gli iracheni niente lacrime ma poca speranza nella pace

La Chiesa irachena non commenta l’esecuzione dell’ex raìs, ma invita di nuovo il mondo a “pregare per il Paese, così provato”. Iracheni all’estero attendono in tv l’impiccagione, ma temono una “vendetta certa dai sostenitori di un presidente da sempre visto come un dio”.

“Continuare a pregare per la pace in tutto il mondo e oggi in modo particolare ancora per l’Iraq”. È l’invito del vescovo ausiliare dei caldei di Baghdad, mons. Shlemon Warduni a poche ore dall’esecuzione capitale di Saddam Huseein. Al di là dei risvolti politici di questa morte, il presule tiene a sottolineare come ciò che più preme alla Chiesa in queste circostanze è sottolineare “il necessario rispetto della persona, così come Dio l’ha creata”. Mons. Warduni invita di nuovo “il mondo a pregare per il bene comune ma soprattutto dell’Iraq, oggi così provato”.

Il timore che l’impiccagione dell’ex raìs non porterà “nulla di buono al Paese” è diffusa anche tra i cristiani iracheni in Europa. Essi sono convinti che “prima o poi sarà chiesta vendetta della morte di Saddam”. AsiaNews ha raccolto da Olanda, Italia e Svezia le voci di iracheni che con oggi vedono aprirsi “un’altra pagina di violenza in Iraq”. La diaspora cristiana sostiene in pieno la posizione espressa oggi dal direttore della Sala Stampa vaticana per cui l’impiccagione di Saddam è “una notizia tragica”. P. Federico Lombardi ha infatti dichiarato alla Radio Vaticana che “ogni esecuzione capitale è motivo di tristezza anche quando si tratta di una persona che si è resa colpevole di gravi delitti”. E infine: “L’uccisione del colpevole non è la via per ricostruire la giustizia e riconciliare la società vi è anzi il rischio che al contrario si alimenti lo spirito di vendetta e si semini nuova violenza”. Infine p. Lombardi auspica che “in questo periodo oscuro per la vita del popolo iracheno tutti i responsabili facciano davvero ogni sforzo perché nascano piccoli semi di speranza di riconciliazione e di pace”.

Una donna ad Amsterdam ricorda quanto spietato fosse il dittatore che “nel suo primo giorno di governo ha decretato la condanna a morte di 25 persone”. Ma pur non dimenticando le colpe di Saddam, la comunità irachena all’estero ritiene che la decisione di ucciderlo “non porterà la pace in Iraq”.

Anche la comunità irachena negli Stati Uniti – per lo più cristiani e sciiti - è concorde su questa posizione. Da Phoenix in molti riferiscono di essere rimasti davanti alla Tv e ai computer aspettano l’impiccagione di chi ha segnato una “storia di distruzione per il Paese”. Ma allo stesso tempo c’è rabbia, perché Saddam “non ha reso conto di tutti gli altri crimini commessi anche contro assiri e curdi” e il timore che ora la sua uccisione lo trasformi in un martire agli occhi dei suoi sostenitori. “Questa gente – commenta un uomo sciita – ha continuato a vedere l’ex presidente come un dio, ora hanno ammazzato il loro dio e ne chiederanno vendetta”. “La paura più grande – confidano infine fonti di AsiaNews – è che se mai arriverà, questa vendetta non farà distinzione tra popolazione e governo e potrebbe colpire indistintamente autorità e civili innocenti”.







Nunzio Apostolico in Iraq: la situazione, la libertà religiosa, il ritiro delle truppe straniere


Leggiamo le dichiarazioni del Nunzio Apostolico in Iraq, Monsignor Francis Chullikat, sulla situazione nel paese, la libertà religiosa e l'eventuale ritiro delle truppe di occupazione straniere.
Nessuna dichiarazione sulla condanna a morte di Saddam Hussein e sulla sua esecuzione, non ancora avvenuta al momento dell'intervista, ma solo alle 5.55 del mattino del 30 dicembre, ora di Baghdad.

Clicca su "leggi tutto" per leggere il testo dell'intervista su Radio Vaticana
Intervista al Nunzio in Iraq Mons. Chullikat sulla drammatica situazione nel Paese e sulla condanna a morte di Saddam Hussein

Radio Vaticana 29/12/2006 13.31.46

Polemiche in Iraq e nel mondo sulla condanna a morte di Saddam Hussein. La sentenza “non sarà rivista” e l’esecuzione “non sarà rinviata” e “nessuno può opporsi”, ha dichiarato oggi il primo ministro iracheno Nouri al Maliki, mentre il ministero della Giustizia ha smentito di aver preso in custodia dagli americani l’ex presidente – cosi come era stato annunciato stamani dai suoi avvocati – aggiungendo che non sarà giustiziato prima di un mese. Ma ad opporsi alla condanna è l’Unione Europea: “Quella sentenza non dovrebbe essere applicata” ha dichiarato oggi a Bruxelles il ministro degli esteri finlandese Erkki Tuomioja, presidente di turno del Consiglio UE. Riguardo il tema della pena capitale alcuni vescovi iracheni ricordano la sacralità e il valore della vita di ogni uomo. Luca Collodi, ha intervistato mons. Francis Assisi Chullikatt, nunzio apostolico a Baghdad.
Alcuni vescovi sono intervenuti sull’argomento e per loro la questione dovrebbe essere trattata secondo l’insegnamento della Chiesa. La Chiesa ha sempre difeso la vita e il rispetto della vita viene difeso dai vescovi locali.

Mons. Chullikatt, più volte, in questo tempo di Natale, il Papa si è detto preoccupato per la situazione in Iraq...
"Il Santo Padre è preoccupato per tutte le questioni che la Chiesa in Iraq deve affrontare. Nel suo messaggio natalizio il Santo Padre ha menzionato in modo esplicito la questione irachena. Quindi, qui è stata recepita molto bene questa sollecitudine espressa dal Santo Padre. Credo che questa sollecitudine sia stata apprezzata anche a livello governativo. In più, nel messaggio a tutti i cattolici del Medio Oriente, il Papa tocca un punto molto importante sulla questione dell’esodo silenzioso dei cristiani dalla Palestina, ma specialmente qui dall’Iraq. Si crede, almeno secondo un calcolo recente che è stato fatto, che quasi oltre il 40 per cento di quanti emigrano dal Paese siano cristiani. La maggior parte vanno in Siria, altri in Giordania, in Libano e parecchi nei Paesi occidentali. Quindi, questo esodo silenzioso dei cristiani è una questione che preoccupa non solo il Santo Padre, ma anche la Chiesa locale. Stanno cercando di convincere i cristiani a rimanere nel Paese e a dare questa testimonianza viva e diretta, come il Papa stesso chiede ai cristiani del Medio Oriente, così che la Chiesa possa sempre avere una presenza viva anche in Iraq."

Mons. Chullikatt, sul fronte della libertà religiosa c’è qualche passo in avanti?
R. – "
Questo è un tema che viene continuamente dibattuto anche nel contesto della nuova Costituzione. Stanno rivedendo alcuni articoli, tra i quali anche questo della libertà religiosa. Si spera, quindi, che ci sia una riaffermazione nella Costituzione, perché - come lei sa – attualmente non è facile esercitare questa libertà religiosa, che è garantita costituzionalmente. Ma nel testo stesso della Costituzione ci sono tanti equivoci. Si spera, quindi, che la libertà religiosa venga enunciata in modo più chiaro, dopo l’emendamento della Costituzione. Da parte sua la Chiesa farà tutto il possibile. Credo che tutto questo debba essere impostato a livello della riconciliazione nazionale, perchè i diritti delle minoranze vengano rispettati e riconosciuti a livello nazionale."

Il futuro ritiro delle truppe militari dall’Iraq può facilitare il ritorno all’unità del Paese?
"Il ritiro delle truppe – come si è detto varie volte – dovrebbe essere concordato con il governo iracheno. Un ritiro delle truppe immediate non credo che porti frutti positivi per il governo iracheno, per come stanno ora le cose."

29 dicembre 2006

Gli auguri di Natale della comunità islamica di Kirkuk a quella cristiana

Fonte: ASIA NEWS

L’arcivescovo caldeo di Kirkuk, Monsignor Luis Sako ha ricevuto una delegazione di capi religiosi musulmani, arabi, ma anche curdi e turcomanni, che attraverso di lui hanno voluto porgere gli auguri alla comunità cristiana per il Santo Natale.
La visita fa seguito alla cena che Monsignor Sako aveva a sua volta offerto alla comunità islamica di Kirkuk lo scorso ottobre in occasione del Ramadan.

27 dicembre 2006

Arcivescovo Cattolico di Denver (USA) sulla situazione dei cristiani iracheni


Il quotidiano del Colorado riporta un estratto dell'articolo dell'Arcivescovo Cattolico di Denver, Charles Chaput, sulla situazione dei cristiani iracheni pubblicato dal Washington Times.

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L’arcivescovo cattolico di Denver, in Colorado, Charles Chaput, ha dichiarato che le Nazioni Unite stanno ignorando il destino di milioni di cristiani iracheni che sono stati fatti oggetto di violenze e persecuzioni da parte degli estremisti islamici.
“I membri delle minoranze religiose non musulmane continuano a soffrire per attacchi di violenza sproporzionata nei loro confronti e di altri abusi dei loro diritti umani” ha scritto venerdì scorso l’Arcivescovo in un editoriale pubblicato dal Washington Times a firma congiunta con quella di Felice D. Gaer, uno dei membri della US Commission on International Religious Freedom.
Lo scorso mese Monsignor Chaput si è recato in Turchia, insieme ad alcuni membri dell’USCIRF, per incontrare una delegazione di membri delle chiese irachene che rappresentano una grossa parte di quel milione e mezzo di iracheni fuggiti dal paese dal 2003, e le decine di migliaia di coloro che continuano a fuggire ogni mese in un lento, silenzioso esodo.
Senza protezione militare e fino ad ora ignorati dall’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite, i gruppi cristiani “sono stati costretti a badare a se stessi” ha scritto Monsignor Chaput che ha aggiunto di come i rifugiati senza speranza parlino di chiese bruciate, esponenti del clero minacciati di morte, negozi ed attività generalmente gestiti da cristiani costretti a chiudere dagli estremisti che considerano tali attività come anti-islamiche.
Secondo Monsignor Chaput finché le Nazioni Unite non prenderanno in considerazione la loro situazione ai profughi cristiani sarà negata loro la protezione internazionale dovuta.

25 dicembre 2006

Il Papa chiede la pace per l'Iraq nel discorso di Natale

L'unica Chiesa Anglicana in Iraq: ieri ed oggi


Un pomeriggio decidemmo di andare a visitare un’esposizione di libri presso il Melia Mansour, uno degli alberghi di Baghdad dove era più facile incontrare i pochi occidentali che visitavano la città, specialmente in quella seconda metà di settembre del 2001, a così pochi giorni dai fatti di New York. Dopo aver visitato la mostra, contenuta nelle dimensioni ma dignitosisssima, considerando quanto l’embargo avesse influito anche sulla produzione letteraria interna e l’importazione dall’estero, ci incamminammo lungo Haifa Street alla ricerca di una macchina che ci riportasse al nostro albergo. Attraversando il grande corso, però, notammo, tra gli imponenti ed “infotografabili” edifici del Ministero delle Comunicazioni e quello della TV nazionale, una piccola costruzione all’interno di un giardino. Una chiesa, fu chiaro mentre, varcato il cancello, ci avvicinavamo.
Ma che chiesa?

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La presenza di diverse confessioni cristiane aveva sempre reso una sorpresa scoprire l’appartenenza dei luoghi. Una croce bianca ornava la parete di mattoni crudi. L’edificio pareva chiuso e vuoto ma, mentre ci aggiravamo per il giardino si fece avanti un uomo non molto alto, con gli immancabili baffi “alla Saddam” e la pelle scura dal sole, forse quello che prendeva curando la sua piccola oasi di verde. In un misto di poco inglese (lui) e poco arabo (noi) riuscimmo a capire che il sacerdote della chiesa in quel momento non c’era e che la stessa era una chiesa anglicana. L’uomo che ci fece accomodare nel suo semplice salotto, ci offrì l’immancabile bicchiere d’acqua gelata e ci presentò la sua famiglia, si chiama John ed è ancora il sacrestano della Memorial Church of San George of Mesopotamia, l’unica chiesa anglicana del paese.
La chiesa, dipendente dalla Diocesi di Cipro e del Golfo guidata dal Reverendissimo Clive Handford che ha sede episcopale a Cipro, nacque nel 1936 per onorare la memoria dei soldati britannici che avevano perso la vita in Mesopotamia durante la Prima Guerra Mondiale.
Divenuta chiesa di riferimento per la comunità anglicana che in Iraq visse, prima grazie al mandato che la Gran Bretagna aveva sul paese, e poi allo sviluppo tecnologico bisognoso del knowhow straniero, con l’inizio della guerra contro l’Iran nel 1980 essa vide sparire la sua comunità straniera e divenne punto di riferimento per i pochi fedeli iracheni. Chiusa dopo la Guerra del Golfo del 1991 le sue funzioni ripresero nel 1988 quando al canonico Andrew White fu concesso dal governo di riprendere servizio.
Dopo l’invasione del paese del 2003 la presenza di soldati e personale di lingua inglese e di fede anglicana resero la chiesa nuovamente vivace, ma il progressivo ritiro degli stranieri nell'area più intena della zona verde di sicurezza l’ha poi di nuovo svuotata.
Nel settembre 2005 la piccola comunità anglicana subì un altro brutto colpo: 5 persone, tra cui il pastore Maher Dakel scomparvero per non essere mai più ritrovati. Di ritorno dalla Giordania stavano transitando in una delle zone più calde del paese, la strada che da Ramadi porta a Fallujia.
La gestione dell’edificio di culto è ora affidata ad un laico, Abu Firas, mentre quella dei fedeli al canonico Andrew White, un quarantenne molto attivo fondatore della Foundation for Relief and Reconciliation in the Middle East, il cui scopo generale è fornire una base di incontro per quei religiosi moderati che vogliano trovare la via della pace. Nel giorno di Pasqua del 2006 è stata istituita la Mothers’ Union, l’unione cioè delle donne della parrocchia e, nonostante le difficoltà, la comunità sta resistendo, conscia anche di non avere, a differenza delle altre confessioni cristiane in Iraq, nessun altro edificio di culto proprio e che, di conseguenza, una sua eventuale chiusura significherebbe la definitiva dispersione di una comunità già minuscola.

Chiese vuote e buie per la vigilia di Natale a Baghdad

Fonti: Varie. Clicca sui link in fondo alla pagina per leggerle in originale (italiano ed inglese)

Con una mossa "politicamente scorretta" l'Arcivescovo di Canterbury, Rowan Willimas, in visita nei giorni scorsi nella Terra Santa con una delegazione di altri prelati britannici, ha accusato i governi inglesi ed americani di avere causato, con una politica “miope” ed “incompetente” il peggioramento della situazione dei cristiani in Iraq. Preoccupato della sorte dei cristiani in Medio Oriente in generale, l’Arcivescovo di Canterbury ha incentrato la sua attenzione sull’Iraq, senza dubbio il paese che...

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da tre anni e mezzo a questa parte ha assistito alla più massiccia emigrazione di cristiani in tutta l’area. I cristiani iracheni sono, secondo Williams, oramai considerati dai propri connazionali di fede islamica come “sostenitori dell’Occidente Crociato” una conseguenza della sciagurata agenda estera americana e britannica che più di una volta era stata prevista prima della guerra del 2003. Rowan Williams ha dichiarato inoltre la sua intenzione di coinvolgere tutte le chiese britanniche in una campagna di sensibilizzazione e conoscenza della minoranza cristiana in Medio Oriente.
Le parole dell’Arcivescovo di Canterbury sono state riprese da un testimone diretto della situazione che i cristiani stanno vivendo: Andrew White, canonico e vicario anglicano della chiesa di Saint George a Baghdad. “I collaboratori della mia chiesa sono stati uccisi” ha dichiarato il reverendo riferendosi alle cinque persone, tra le quali il pastore Rev. Maher Dakel, scomparse nel settembre 2005 sulla strada che va da Ramadi a Falluja che stavano percorrendo di ritorno dalla Giordania. Per quanto riguarda gli altri fedeli molti sono stati minacciati, e molti hanno ricevuto delle lettere minatorie contenenti delle pallottole, un chiaro avvertimento sulla sorte che aspetta loro nel caso si ostinino a rimanere nelle zone di Baghdad, ma anche del resto del paese, dove ormai negare che la “pulizia religiosa” sia in atto è solo un atto di cortesia politica verso i governi occupanti che, pur essendo stati avvertiti, hanno ignorato il pericolo che le loro azioni avrebbero creato alla minoranza cristiana.
Che il contesto in cui questa minoranza sta cercando di sopravvivere sia tragico è testimoniato dallo stesso tipo avvertimento ricevuto da famiglie cristiane di Mosul: "Andate via, crociati, o vi taglieremo la testa."
Uno spazio vitale sempre più ristretto è ciò che i cristiani stanno sperimentando. Cacciati da molte zone di Baghdad a suon di minacce, uccisioni mirate, rapimenti ed attacchi alle chiese, ora stanno fuggendo anche da Mosul, la città che, nella visione degli estremisti fautori di uno stato islamico puro, potrebbe diventare in futuro la capitale dello stato sunnita in contrapposizione a Baghdad che potrebbe rimanere, invece, sotto controllo sciita. “Vogliamo una società islamica ed i cristiani dovrebbero andare via visto che sono della stessa religione degli occupanti” ha dichiarato Saad Al Jibouri, religioso della moschea sunnita di Al Rahma, aggiungendo però che “noi non li abbiamo forzati a partire, né li abbiamo uccisi.”
A Mosul quindi si sta affermando sempre più un sentimento anti-cristiano. Ai (pochi) fautori della convivenza islamo-cristiana, costretti a tener un basso profilo pena l’essere accomunati agli infedeli autoctoni e stranieri, si oppongono coloro come Al Jibouri che ufficialmente “invitano” i cristiani ad emigrare e che lasciano il lavoro sporco di rendere questo invito più pressante ed efficace ai gruppi armati che spadroneggiano in città, come le Brigate dei Leoni della Giustizia, responsabili, secondo il sacerdote caldeo Raghid Kanni, delle lettere minatorie.
Nonostante queste testimonianze, però, le parole di accusa dell’Arcivescovo di Canterbury sono state respinte dal Ministero degli Esteri britannico un cui portavoce ha dichiarato:
“Non siamo d’accordo con la sua visione del problema. Non pensiamo che sia la nostra politica in Iraq la causa della sofferenza dei cristiani”
La colpa è se mai, continua la dichiarazione del Ministero, degli estremisti che vogliono causare dolore, sofferenza e caos per imporre un tipo di società modellata sul loro stile di vita anche a coloro che hanno chiaramente espresso con il voto il proprio desiderio di democrazia. La violenza, inoltre, colpisce indiscriminatamente tutte le componenti etniche e religiose del paese, continua il portavoce, e l’unico modo per venirne fuori è sostenere il governo democraticamente eletto perché possa creare una società in cui i diritti dei cristiani siano garantiti, tutto l’opposto della società desiderata da coloro che invece impongono la legge della violenza.
Sebbene, se considerate le diverse posizioni, ambedue le affermazioni siano a loro modo giuste: la guerra e la dissennata gestione del periodo post-bellico da parte degli americani ha certamente suscitato rancore nella popolazione musulmana che ha trovato facile bersaglio della sua rabbia nella piccola ed inerme comunità cristiana; la gestione degli attacchi ai cristiani è interna e funzionale alla politica di chi vuole istituire uno stato islamico, sunnita o sciita che sia, e che vuole eliminare le componenti “altre,” il problema non è ormai trovare il colpevole di questa situazione, ma una soluzione ad essa.
Ovviamente anche questo è difficile. Se Williams promette di portare, attraverso le chiese britanniche, la situazione dei cristiani iracheni all’attenzione di chi ancora nel mondo non la conosce, i cristiani del paese, sono le parole del Reverendo White, non vogliono enfatizzare la propria situazione per timore di un aggravamento delle violenze.
In questo senso nulla per loro è cambiato dal periodo del regime di Saddam Hussein.
La situazione di allora, per quanto non idilliaca come invece molte fonti tendono ad affermare oggi, era senza dubbio migliore. In una società fortemente nazionalistica, più per il sistematico lavaggio del cervello e per la repressione operata dal regime che intendeva coagulare attorno a sé la popolazione per compattarla contro il nemico esterno, che per convinzione (l’essere iracheno ha, immediatamente dopo la caduta del regime, lasciato il posto all’essere sunnita, sciita, curdo, ecc) i cristiani non erano perseguitati come sono ora. Anche i decreti ad essi sfavorevoli, approvati dal regime nel tentativo di abbandonare la propria laicità a favore di una rinnovata religiosità in grado di unificare le due diverse componenti islamiche del paese, erano poco se paragonati alle chiese esplose. Nell’Iraq di Saddam non c’era posto per le lotte interne. Il regime non avrebbe potuto tollerare la persecuzione di una delle sue minoranze essendo esso stesso composto essenzialmente da quella sunnita.
Ciò che non è cambiato è che, allora come oggi, i cristiani sono costretti a subire le vessazioni cui sono sottoposti minimizzandole o negando la loro specificità dietro generiche parole di “violenze indiscriminate.” Certo a soffrire non sono solo i cristiani, ma chi, basandosi sui numeri, fa notare che sono più le moschee che le chiese attaccate, che muoiono per le strade più musulmani che cristiani, dovrebbe, proprio in virtù degli stessi numeri, ammettere che è solo la sproporzione esistente tra popolazione cristiana e musulmana (3 e 97% rispettivamente prima della guerra del 2003 e la successiva emigrazione di cristiani) a giustificare quella differenza. E dovrebbe inoltre ammettere che le violenze sui cristiani sono ingiustificate non rappresentando essi nessun pericolo né militare né politico, avendo essi l’unica chance di rimanere nel proprio paese come cittadini di seconda classe laddove si dovesse imporre un regime islamico sunnita o sciita che sia.
Come al solito, come prima, quindi, i cristiani tendono pubblicamente a negare le proprie sofferenze. Se, al tempo di Saddam, avessero pubblicizzato i decreti ad essi sfavorevoli la repressione del regime sarebbe arrivata molto prima e molto più efficacemente di ogni eventuale aiuto dall’esterno che, invece, ne avrebbe peggiorato la situazione. Se, adesso, alzassero il tiro delle accuse verso chi ne fa bersaglio della propria violenza nessuno, né le chiese britanniche tutte, né le truppe di occupazione, li salverebbe da una risposta ancora peggiore.
“Contenere i danni” sembra quindi la politica dei cristiani in Iraq, proporre – come sempre fa la più debole delle parti – il dialogo alle forze che, di volta in volta, sembrano garantire loro protezione: americani, sciiti, sunniti, curdi. Questa è la loro linea di azione. Che sia giusta o meno lo dirà la storia. Per adesso sembra essere l’unica possibile, ed è per questo che ieri sera, vigilia di Natale, le chiese di Baghdad sono rimaste buie e vuote ed una, o al massimo due funzioni, stamani ricorderanno ai fedeli che questo avrebbe dovuto essere il giorno più bello dell’anno.
Avrebbe dovuto.


http://www.timesonline.co.uk/article/0,,7374-2516916.html

http://www.timesonline.co.uk/article/0,,251-2516875,00.html

http://news.bbc.co.uk/1/hi/world/middle_east/4293802.stm
http://www.telegraph.co.uk/news/main.jhtml?xml=/news/2006/12/24/wchrist24.xml
http://qn.quotidiano.net/art/2006/10/03/5438825

http://news.scotsman.com

http://www.missioniconsolataonlus.it/articoli/det.asp?id=276
http://www.missioniconsolataonlus.it/articoli/det.asp?id=166


22 dicembre 2006

Monsignor Shleimun Warduni, Patriarca Vicario dei Caldei: "Noi cristiani siamo in grande pericolo!"


Iraq, più che un Natale... un venerdì santo

DI DANIELE ROCCHI

Nella Terza Domenica d'Avvento, Benedetto XVI è tornato a parlare della situazione in Iraq rivolgendo il suo pensiero "alle centinaia di migliaia di profughi irakeni in Siria, costretti a lasciare il loro Paese a causa della drammatica situazione che vi si sta vivendo". "In loro favore - ha detto il Papa - si sta già impegnando a fondo la Caritas della Siria; mi rivolgo tuttavia alla sensibilità dei privati, delle Organizzazioni internazionali e dei Governi, perché si facciano ulteriori sforzi per venire incontro ai loro più urgenti bisogni". Il dramma dei profughi e dei rifugiati iracheni rischia, infatti, di aggravarsi. Secondo quanto riferito dall'assistente dell'Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite (Unhcr), Judy Cheng-Hopkins, Siria e Giordania starebbero pensando di chiudere le frontiere agli iracheni in fuga che al ritmo di 2.000 al giorno si muovono verso la Siria e 1.000 verso la Giordania. Sarebbero circa 700.000 i rifugiati iracheni in Siria, circa 500.000 in Giordania e circa 650.000 negli Emirati Arabi Uniti. Ad essi non viene garantito né il lavoro, né il diritto alla sanità o allo studio, ma solo quello di soggiorno in attesa di tornare in Iraq o emigrare altrove.
Ma quale Natale si appresta a vivere la popolazione cristiana irachena sempre più minacciata e in fuga?
Lo abbiamo chiesto al vescovo caldeo, ausiliare di Baghdad, mons. Shlemon Warduni.
Eccellenza, le giro la domanda che Benedetto XVI ha posto, domenica 17 dicembre, all'Angelus: "Pensiamo ai nostri fratelli e sorelle che, specie in Medio Oriente, in alcune zone dell'Africa ed in altre parti del mondo vivono il dramma della guerra: quale gioia possono vivere? Come sarà il loro Natale?"
"Quello che ci apprestiamo a vivere non è Natale ma un Venerdì Santo... Vogliamo vivere ma non possiamo. Tuttavia ci rivolgiamo a Dio con la preghiera e il digiuno per chiedere aiuto. Il 18 e 19 dicembre abbiamo fatto due giorni di digiuno, elevando la nostra preghiera perché ci troviamo in grande difficoltà. Vogliamo gridare al cielo affinché ci dia pace, sicurezza e stabilità. Vogliamo per Natale quella pace che gli angeli delle Scritture annunciavano".

Nel caos in cui versa l'Iraq, vi state preparando al Natale?
"Non possiamo organizzare nulla perché non sappiamo cosa succederà fra poco o più tardi. Forse, quando saremo in prossimità del 25 dicembre potremo organizzare qualche cosa. Adesso posso dire con certezza che non ci sarà la Messa di Mezzanotte, forse ce ne sarà qualcuna in orario diurno. Tutto dipenderà dal coprifuoco o dalle condizioni di sicurezza. Speriamo comunque di celebrare in qualche maniera".

Nelle famiglie, al sicuro nelle case, c'è qualche segno di festa?
"Presepe e albero natalizio non mancano nelle case dei nostri fedeli e nemmeno dei dolci tipici, segni di festa. Così come non manca il coraggio di radunarsi per festeggiare il Principe della pace. Tutti cercheranno di fare qualche cosa ma non si sa come e quando. La festa è nelle case, fuori non c'è nulla che faccia pensare al Natale. La preoccupazione principale, una volta in strada, è tornare a casa sani e salvi. Il pericolo di attentati, di autobomba e di rapimenti è elevatissimo. Quella dei sequestri, in particolare, è diventata una vera piaga. Limitiamo moltissimo le uscite, la conduzione degli affari, cerchiamo di essere prudenti. Tutti hanno paura e i cristiani per primi. Hanno rapito e ucciso anche sacerdoti in questi ultimi mesi".

Osservatori politici credono che la violenza contro i cristiani nasconda il progetto di allontanarli da alcune zone dell'Iraq per relegarli in una enclave cristiana...
"Se ciò accadesse significherebbe mettere i cristiani in gabbia. Non è giusto. Che fine farebbero le nostre chiese, le nostre case, le nostre tradizioni? Noi siamo sparsi in tutto l'Iraq".

Cosa chiede in questo Natale per il suo Paese?
"Non mi stancherò mai di ripeterlo: pace, stabilità e sicurezza. E poi che finiscano questi rapimenti. Che ne sarà dei nostri sacerdoti e dei nostri fedeli? Siamo in grande pericolo. Lo gridiamo al mondo: noi cristiani siamo in grande pericolo. Vogliono ucciderci o cacciarci via. E il mondo aspetta e conta i morti e i rapiti. Nessuno può più vivere qui! Natale è la festa dei bambini: chiediamo a tutti i bambini della terra di pregare per i loro piccoli amici iracheni. Fate sentire loro l'amicizia e il calore. Che almeno i nostri piccoli abbiamo un segno di festa e di gioia".

UNHCR
(United Nations High Commissione for Refugees - Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite)

21 dicembre 2006

I capi religiosi cristiani iracheni si riuniscono a Baghdad

Il 20 dicembre si è riunito a Baghdad il Consiglio dei capi religiosi cristiani in Iraq.
La riunione del consiglio, che ha a capo il Vescovo della Chiesa Armena Apostolica, Monsignor Avak Asadorian, svoltasi nella cattedrale latina di San Giuseppe, è stata presieduta dal Patriarca di Babilonia dei Caldei, Mar Emmanuel III Delly. Tra coloro che hanno partecipato c’erano Monsignor Jean Sleiman, Vescovo Latino, e Monsignor Mattia Shaba Matoka, Vescovo Siro Cattolico. Per i caldei, oltre al Patriarca, erano presenti i tre vescovi ausiliari, Monsignor Shleimun Warduni, Monsignor Jacques Isaac e Monsignor Andraous Abouna.

Tra i diversi punti discussi: la situazione dei cristiani in Iraq; la necessità per i cristiani del paese di parlare con una sola voce; la proposta di un giorno di ritiro spirituale per i sacerdoti di tutte le denominazioni cristiane presenti a Baghdad e di un giorno di preghiera dedicato all’unità dei cristiani.
Il Patriarca Caldeo ha chiesto di pregare perchè la pace e la sicurezza siano ristabilite nel mondo, specialmente in Medio Oriente – Libano e Palestina – ed in Iraq.

"Aiuto alla Chiesa che soffre" sostiene i cristiani iracheni in Siria

Fonte: ZENIT Codice: ZI06122106

La metà dei cristiani ha abbandonato l’Iraq

Rende noto il Vescovo Andraos Abouna

La violenza che ogni giorno flagella l’Iraq ha provocato l’emigrazione massiccia verso altri Paesi della metà dei cristiani iracheni, ha reso noto un rappresentante del patriarcato caldeo. Monsignor Andraos Abouna, Vescovo ausiliare di Baghdad, ha illustrato all’associazione “Aiuto alla Chiesa che Soffre” l’opera che i leader ecclesiali stanno compiendo per accogliere gli oltre 35.000 cristiani che hanno cercato rifugio in Siria. La Chiesa sta aiutando questi e altri rifugiati a cercare alloggio, cibo e assistenza medica. Benedetto XVI ha chiesto aiuto per loro il 17 dicembre in occasione della recita dell’Angelus. “Aiuto alla Chiesa che Soffre” ha offerto aiuti d’emergenza ai cristiani disperati che fuggono dal conflitto religioso e dall’estrema povertà dell’Iraq. L’istituzione sta collaborando da vicino con il Vescovo di Aleppo, monsignor Antoine Audo, leader dei cristiani caldei in Siria, che ha lanciato un programma di aiuti umanitari per i rifugiati che si sviluppa soprattutto a Damasco. Il progetto include pacchi alimentari e finanziamento di operazioni chirurgiche urgenti. Monsignor Abouna ha spiegato che “questa gente ha urgente bisogno di aiuto, e noi facciamo tutto ciò che ci è possibile. Siamo molto riconoscenti ad Aiuto alla Chiesa che Soffre per il suo aiuto”. Il Vescovo ha sottolineato che i cristiani che ancora rimangono in Iraq si trovano ad affrontare un pericolo crescente. Inoltre, ha ancora riferito il presule, i rifugiati in Siria hanno reso noto che i cristiani – e altri – ricevono minacce di morte e che le donne e le bambine sono costrette a portare il velo. Per i credenti, la chiusura forzata di circa una dozzina di chiese, conventi e altri edifici ecclesiali nel quartire di Al Dora di Baghdad ha rappresentato un colpo durissimo. Gli islamisti che promuovono la pulizia etnica hanno espulso i cristiani da Al Dora, prima conosciuta come “il Vaticano dell’Iraq”, ha reso noto il presule. “La gente è chiaramente preoccupata. Ad ogni modo, c’è qualcosa di più forte della paura: la loro fede”, ha concluso.

Visita il sito internazionale di "Aiuto alla Chiesa che soffre"

Per chi devono pregare i cristiani iracheni?


Alcuni giorni fa i fedeli caldei di tutti il mondo sono stati invitati dal loro Patriarca, Mar Emmanuel III Delly, a
contenere il più possibile le celebrazioni del Natale, un invito che, come ha aggiunto il Vicario Patriarcale, Monsignor Shleimun Warduni, è anche "atto di solidarietà con i fedeli della altre religioni, specialmente i musulmani."

Le parole di Monsignor Warduni sono molto simili a quelle pronunciate da Ali Abdul Rahim, un religioso sciita di Najaf che il mese scorso ha partecipato ad una riunione di riconciliazione tra le fedi che si è tenuta nella città santa sciita e che è stata organizzata da alcune ONG di donne irachene laiche.

Clicca su leggi tutto per leggere l'articolo sulla conferenza di Najaf tradotto ed adattato da Baghdadhope
Le attiviste irachene sfidano gli estremisti e chiedono tolleranza

15 dicembre 2006
di Haider al-Musawi
In una tensione settaria che cresce di giorno in giorno l’organizzazione non governativa di donne Al-Khansa ha cercato di fare la propria parte per contrastare questa tendenza organizzando una conferenza sulla tolleranza religiosa ed il dialogo a Najaf.
Per tre giorni, lo scorso mese, un albergo della città santa dui Najaf ha sopitato circa 90 tra attivisti dei diritti umani e giornaliste, quasi tutte donne, così come religiosi e teologi.
L’occasione ha cercato di unire i musulmani ed i cristiani iracheni nello scopo comune dell’opposizione alla violenza settaria, ma a causa delle preoccupazioni legate alla sicurezza, è stato posposto numerose volte.
L’idea della conferenza è emersa successivamente alle violente reazioni suscitate dal controverso discorso di Papa Benedetto XVI che sembrava associare l’Islam alla violenza e che aveva causato l’ira di molti credenti musulmani nei paesi islamici del mondo.
In Iraq, il furore suscitato dalle osservazioni del Papa hanno peggiorato la già non buona situazione dei cristiani. Mentre a Najaf le proteste sono state pacifiche, a Bassora i dimostranti hanno bruciato l’effige del Papa. I cristiani si sono sentiti sempre più bersaglio degli estremisti islamici ed hanno spinto Al-Khansa – che si occupa di questioni delle donne e di diritti umani – ad organizzare la conferenza.

“Noi non reagiamo al discorso del Papa bruciando le chiese e costringendo alla fuga i nostri fratelli cristiani. Noi cerchiamo di aiutare gli iracheni a far fronte ad una situazione di sofferenza” ha dichiarato Layla Al-Rubai, a capo di Al-Khansa.
Alla conferenza hanno partecipato musulmani, cristiani e organizzazioni di donne laiche delle province di Najaf, Baghdad e Babil, ed a tutti è stato chiesto di pronunciarsi contro la violenza e di appellarsi all’unità tra cristiani e musulmani, così come tra sunniti e sciiti.
In nove incontri I partecipanti hanno discusso diversi aspetti della vita religiosa, della tolleranza e della coesistenza islamo-cristiana.
La situazione per I cristiani in Iraq è notevolmente peggiorata dalla caduta del vecchio regime. Mentre in passato essi vivevano pacificamente con la maggioranza musulmana, negli scorsi mesi essi sono stati oggetto di minacce ed attacchi da parte degli estremisti islamici.
Molti hanno lasciato la capitale per trasferirsi nel nord, in aree come il Kurdistan iracheno, dove, ad esempio ad Ankawa, cittadina cristiana vicina ad Erbil, la capitale della regione curda, sono state costruite molte nuove chiese e dove le croci dai loro tetti illuminano le strade, una visione impensabile in questi giorni a Baghdad.
Altri cristiani sono fuggiti verso i paesi vicini dove sono presenti loro comunità come la Siria, il Libano e l’Armenia; alcuni sono emigrati in Europa ed in America.
Nidhal Hanna, a capo della ONG Taqadum (Progresso) che si occupa dei diritti delle donne ha dichiarato di sentirsi al sicuro tra le sue colleghe musulmane ma di avere problemi al di fuori della sua organizzazione tanto da aver programmato di raggiungere la sua comunità ad Erbil.
C’era un tempo, ricorda, quando non c’erano problemi tra le diverse fedi del paese.
“I miei genitori hanno sempre vissuto in Iraq e non ricordo siano mai stati offesi dai musulmani. Studiavamo insieme e non c’era discriminazione, Io stessa ho frequentato i corsi di educazione islamica e di Corano.”
I religiosi islamici che hanno partecipato alla conferenza di Najaf che la sempre peggiore reputazione che l’Islam sta guadagnando nel mondo sia colpa dei radicali islamici. “L’Islam è la religione della tolleranza e non del terrore” ha dichiarato Ali Abdul-Rahim, un religioso sciita di Najaf.
“Noi non rappresentiamo coloro che uccidono i civili e si dichiarano musulmani.”
Abdul-Rahim crede che i religiosi di tutte le comunità irachene dovrebbero unirsi e lavorare insieme per l’unità per “costruire un nuovo Iraq libero dalla violenza.”
Un’altra partecipante alla conferenza, Nadin Boutros, una cristiana della provincia di Babil, è convinta che tali eventi possano avvicinare le religioni:
“Il ruolo delle ONG non è solo quello di educare la gente al voto o ai diritti delle donne. Esse possono fare di più perché interagiscono con le persone.”

Un’altra conferenza si terrà a gennaio. Per ora Ali Abdul-Rahim ha invitato i cristiani a "chiedere a Dio, durante le festività, di portare pace ed aiuto ai musulmani.”