“It is a long wait here in Mosul. We are waiting for a phone call from the kidnappers”, said to MISNA the Syrian Catholic Archbishop of Mosul, Basile Georges Casmoussa, expressing confidence of soon receiving news of Father Pius Afas and Fr. Mazen Ishoa, abducted last Saturday in the northern Iraqi city. The Archbishop last night referred that the kidnappers had conceded 72 more hours for the payment of a ransom: “we have received a 72 hour extension for the delivery of the ransom, but the kidnappers are upholding their positions” and that he was reassured of the condition of the two priests. “The new deadline is Saturday”, Archbishop Casmoussa told MISNA, “I was able to briefly hear the voices of the priests, but then someone broke off the conversation”. Moreover he added, “let us pray and give each other strength – addressing his fellow brothers – and let us pray such that the Lord supports us and supports father Pius Afas and father Mazen Ishoa, in this very difficult time"
“Baghdad ha perduto la sua bellezza e non ne è rimasto che il nome.
Rispetto a ciò che essa era un tempo, prima che gli eventi la colpissero e gli occhi delle calamità si rivolgessero a lei, essa non è più che una traccia annullata, o una sembianza di emergente fantasma.”
Ibn Battuta
Baghdad, 19 luglio 2014
18 ottobre 2007
Mosul: Long wait after extention conceded by kidnappers
“It is a long wait here in Mosul. We are waiting for a phone call from the kidnappers”, said to MISNA the Syrian Catholic Archbishop of Mosul, Basile Georges Casmoussa, expressing confidence of soon receiving news of Father Pius Afas and Fr. Mazen Ishoa, abducted last Saturday in the northern Iraqi city. The Archbishop last night referred that the kidnappers had conceded 72 more hours for the payment of a ransom: “we have received a 72 hour extension for the delivery of the ransom, but the kidnappers are upholding their positions” and that he was reassured of the condition of the two priests. “The new deadline is Saturday”, Archbishop Casmoussa told MISNA, “I was able to briefly hear the voices of the priests, but then someone broke off the conversation”. Moreover he added, “let us pray and give each other strength – addressing his fellow brothers – and let us pray such that the Lord supports us and supports father Pius Afas and father Mazen Ishoa, in this very difficult time"
17 ottobre 2007
Vaticano: Annuncio di Concistoro per la creazione di nuovi cardinali
Al termine dell’Udienza Generale di oggi, il Santo Padre Benedetto XVI ha annunciato per il prossimo 24 novembre un Concistoro nel quale procederà alla nomina di alcuni nuovi Cardinali.
Queste le parole del Santo Padre:
Ho ora la gioia di annunciare che il 24 novembre prossimo, vigilia della Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo, Re dell’Universo, terrٍ un Concistoro nel quale, derogando di una unità al limite numerico stabilito dal Papa Paolo VI, confermato dal mio venerato Predecessore Giovanni Paolo II nella Costituzione Apostolica Universi dominici gregis (cfr n. 33), nominerٍ diciotto Cardinali. Ecco i loro nomi:
1. Mons. Leonardo Sandri, Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali;
2. Mons. John Patrick Foley, Pro-Gran Maestro dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme;
3. Mons. Giovanni Lajolo, Presidente della Pontificia Commissione e del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano;
4. Mons. Paul Joseph Cordes, Presidente del Pontificio Consiglio "Cor Unum";
5. Mons. Angelo Comastri, Arciprete della Basilica Vaticana, Vicario Generale per lo S.C.V. e Presidente della Fabbrica di San Pietro;
6. Mons. Stanisław Ryłko, Presidente del Pontificio Consiglio per i Laici;
7. Mons. Raffaele Farina, Archivista e Bibliotecario di S.R.C.;
8. Mons. Agustيn Garcيa-Gasco Vicente, Arcivescovo di Valencia (Spagna);
9. Mons. Seلn Baptist Brady, Arcivescovo di Armagh (Irlanda);
10. Mons. Lluيs Martيnez Sistach, Arcivescovo di Barcellona (Spagna);
11. Mons. André Vingt-Trois, Arcivescovo di Parigi (Francia);
12. Mons. Angelo Bagnasco, Arcivescovo di Genova (Italia);
13. Mons. Théodore-Adrien Sarr, Arcivescovo di Dakar (Senegal);
14. Mons. Oswald Gracias, Arcivescovo di Bombay (India);
15. Mons. Francisco Robles Ortega, Arcivescovo di Monterrey (Messico);
16. Mons. Daniel N. DiNardo, Arcivescovo di Galveston-Houston (Stati Uniti d’America);
17. Mons. Odilio Pedro Scherer, Arcivescovo di Sمo Paulo (Brasile);
18. Mons. John Njue, Arcivescovo di Nairobi (Kenya).
Desidero inoltre elevare alla dignità cardinalizia tre venerati Presuli e due benemeriti ecclesiastici, particolarmente meritevoli per il loro impegno al servizio della Chiesa:
1. S.B. Emmanuel III Delly, Patriarca di Babilonia dei Caldei;
2. Mons. Giovanni Coppa, Nunzio Apostolico;
3. Mons. Estanislao Esteban Karlic, Arcivescovo emerito di Paranل (Argentina);
4. P. Urbano Navarrete, S.I., già Rettore della Pontificia Università Gregoriana; e
5. P. Umberto Betti, O.F.M., già Rettore della Pontificia Università Lateranense.
I nuovi Porporati provengono da varie parti del mondo. Nella loro schiera ben si rispecchia l'universalità della Chiesa con la molteplicità dei suoi ministeri: accanto a Presuli benemeriti per il servizio reso alla Santa Sede, vi sono Pastori che spendono le loro energie a diretto contatto con i fedeli.
Affidiamo i nuovi eletti alla protezione di Maria Santissima, chiedendoLe di assisterli nelle rispettive mansioni, affinché sappiano testimoniare con coraggio in ogni circostanza il loro amore per Cristo e per la Chiesa.
Un onore per il patriarca Delly e per la Chiesa in Irak, sotto la persecuzione
By Paul Dakiki
“Il Santo Padre ha concesso un onore a sua Beatitudine, il patriarca Emmanuel Delly, nominandolo cardinale. Ma è un onore per tutta la Chiesa in Iraq, così provata anche in questi giorni dalla persecuzione, l’emigrazione, i rapimenti dei sacerdoti e l’insicurezza”. Mons. Michel Kassarji, vescovo caldeo di Beirut, commenta così per AsiaNews la nomina cardinalizia del Patriarca di Baghdad, annunciata stamane da Benedetto XVI. Il card. Emmanuel Delly - primo porporato dell'Iraq - si trova in questi giorni a Beirut per un raduno con tutti i patriarchi del Medio Oriente.
Mons. Kassarji continua “È certo un privilegio per lui e per la Chiesa. Anche lui sta soffrendo come tutti i cristiani in Iraq: è stato minacciato di morte, la sua chiesa ha subito attentati, è costretto a vedere i suoi fedeli partire per l’estero, emigrando”.
“È un grande onore!” gli fa eco una suora caldea da Baghdad. “Penso – continua - che questa nomina è un modo per il papa di mostrare la sua attenzione paterna verso tutti i cristiani irakeni e la popolazione. La gente vive nella miseria, l’abbandono, l’insicurezza e la violenza. C’è proprio bisogno di testimoni e di padri che prendono a cuore il nostro destino”.
Emmanuel III Delly, 80 anni appena compiuti - lo scorso 6 ottobre - è originario di Telkaif, nell'Iraq del nord. Nel 1952 era stato ordinato sacerdote della Chiesa caldea e 10 anni dopo - il 16 dicembre 1962 - è divenuto vescovo. Nel 1967 aveva ricevuto il titolo di arcivescovo, sebbene, sotto il precedente Patriarcato, svolgesse la carica di vescovo ausiliario di Baghdad.
Nel dicembre 2003, è stato eletto Patriarca di Babilonia dei caldei, succedendo a mons. Rophael Bidawid I, morto nel luglio dello stesso anno. L’elezione di Delly a Patriarca aveva messo fine a una situazione di stallo: la scelta del nuovo Patriarca era particolarmente delicata a causa della situazione irachena, con l’occupazione militare americana e forti tensioni intestine, che peraltro si sono almeno in parte riproposte nel corso del sinodo della Chiesa caldea del giugno scorso.
La comunità caldea, di antiche origini, è sparsa in tutto il mondo dagli Stati Uniti e Canada, fino all'Iran, Libano, Egitto e Siria e conta circa 1,5 milioni di fedeli. Il loro centro rimane da millenni l'Iraq, con Baghdad quale sede del Patriarcato, dove i caldei erano circa 800mila prima del 2003. La feroce persecuzione dei cristiani in atto nel Paese del Golfo ha costretto numerose famiglie ad oltrepassare i confini e oggi in Iraq i caldei, secondo stime non ufficiali, sono poco più di 200mila.
Dopo un lungo silenzio il leader della Chiesa caldea nel maggio scorso ha raccolto e rilancia con forza gli appelli di vescovi e clero iracheno, perché i responsabili fermino la “persecuzione interna ed esterna” che colpisce i cristiani in Iraq. Ai politici ha chiesto di non rimanere a guardare, ed ha usato parole dure anche contro le truppe Usa: “Dio non gradisce quello che state facendo al nostro Paese”.
Ultimatum per i due sacerdoti rapiti a Mosul: 72 ore per pagare il riscatto
Lo hanno comunicato stamattina i sequestratori all’arcivescovo siro-cattolico, secondo il quale i due sacerdoti “stanno bene”. Finora, però, nessun contatto diretto con p. Ishoa e p. Afas.
Proprio il fatto che non vi siano prove certe della salute di p. Ishoa e p. Afas, è motivo di preoccupazione per molti cristiani in Iraq, che hanno vissuto e testimoniato tragiche esperienze di rapimenti in passato. “Spesso – ricordano – è successo che anche a pagamento del riscatto avvenuto, i sequestratori abbiano ucciso i loro ostaggi, cristiani e no”.
Ultimatum for two priests abducted in Mosul, 72 hours to pay the ransom
Captors reiterate their demand to Syro-Catholic archbishop, who says the two priests are doing well. So far though, no direct contact with Fathers Ishoa and Afas.
There are only 72 hours to raise the huge sum (a million US dollars) needed to free two Syro-Catholic priests abducted on Saturday in Mosul. Their unknown captors are sticking to their original demand which they reiterated in a “brief telephone call” to Syro-Catholic archbishop, Mgr Basile George Casmoussa, in which they also set a deadline for payment. The prelate himself told AsiaNews about it, adding that the Fr Mazen Ishoa and Fr Pius Afas “are doing well.”
The archbishop, who is personally following the negotiations, repeated the captors’ reassurances. “They told me,” he said, “that our priests are doing well, [but] the demand for payment remains unchanged.”
Mgr Casmoussa stressed however that “so far there have been no direct contacts with the two priests,” urging everyone “not to stop praying. It is the only and best thing we can do.”
The fact that there is no evidence about Fathers Ishoa and Afas’s well-being is cause of concern to Christians in Iraq, many of whom have gone through the same tragic kidnapping experiences in the past, mindful that “often captors kill their hostages, whether Christian or not, after a ransom is paid.”
16 ottobre 2007
Notizie contraddittorie da Mosul sulla sorte dei due sacerdoti rapiti sabato
Alle 9.59 di questa mattina l’agenzia MISNA ha riportato le parole di Monsignor Basel Gorge Casmoussa, il vescovo siro cattolico di Mosul, che in queste ore tiene i contatti con i rapitori, e secondo cui: “Padre Pius Afas e padre Mazen Ishoa stanno bene, questa mattina abbiamo parlato per telefono con i loro rapitori, la speranza di rivederli presto resta viva” confermando in questo modo il proseguimento delle trattative per liberare i due sacerdoti rapiti sabato scorso ed aggiungendo che “la cosa più importante in questo momento è mantenere aperta la porta del dialogo, la speranza è quella di poter riabbracciare molto presto i due sacerdoti il cui rilascio è stato vincolato al pagamento di un riscatto.”
Le parole di Monsignor Basel Beorge Casmoussa riportate però alle 12.01 da Asia News che cita anonime “fonti ecclesiastiche legate alla diocesi siro-cattolica” sono diverse. Nell’articolo si dice che ..il presule…ha risposto “di non avere una somma così alta e dall’altra parte del telefono hanno chiuso la comunicazione”. “Da allora – continuano le fonti – non si sa nulla, noi cristiani continuiamo a pregare, è l’unica cosa che possiamo fare, ma abbiamo molta paura e siamo preoccupati dell’assenza di notizie sulla sorte dei nostri due sacerdoti”. Un passaggio che contraddice quello di speranza riportato da MISNA e che è attribuito alle fonti nella versione italiana dell’articolo di Asia News ed allo stesso Monsignor Casmoussa in quella inglese.
Clicca su “leggi tutto” per gli articoli di MISNA ed Asia News
MISNA 9.59 16 ottobre 2007
MOSUL: NUOVO CONTATTO CON RAPITORI, SACERDOTI RAPITI “STANNO BENE”
“Padre Pius Afas e padre Mazen Ishoa stanno bene, questa mattina abbiamo parlato per telefono con i loro rapitori, la speranza di rivederli presto resta viva”: la voce di monsignor Basile Georges Casmoussa è stanca, ma le sue parole, raccolte telefonicamente questa mattina dalla MISNA che lo ha contattato a Mosul, confermano il proseguimento delle trattative per liberare i due sacerdoti rapiti sabato scorso. “La cosa più importante in questo momento è mantenere aperta la porta del dialogo, la speranza è quella di poter riabbracciare molto presto i due sacerdoti il cui rilascio è stato vincolato al pagamento di un riscatto” ha aggiunto, parlando con la MISNA, l’Arcivescovo siro-cattolico di Mosul che in queste ore tiene i contatti con i rapitori.
Asia News 12.01 16 ottobre 2007
Domenica i rapitori, la cui identità risulta ancora sconosciuta, hanno chiesto un riscatto di un milione di dollari al vescovo mons. Basile George Casmoussa per la liberazione di p. Mazen Ishoa, 35 anni, e p. Pius Afas, di 60. Il presule, anche lui rapito e poi rilasciato due anni fa, ha risposto “di non avere una somma così alta e dall’altra parte del telefono hanno chiuso la comunicazione”. “Da allora – continuano le fonti – non si sa nulla, noi cristiani continuiamo a pregare, è l’unica cosa che possiamo fare, ma abbiamo molta paura e siamo preoccupati dell’assenza di notizie sulla sorte dei nostri due sacerdoti”. Dopo la guerra, la comunità dei siro-cattolici a Mosul si è ridotta a circa 300 famiglie, seguite da soli tre sacerdoti.
La sensazione più diffusa tra i cristiani iracheni è che il mondo li ha abbandonati. “Solo il Papa si ricorda di noi”, confidano ad AsiaNews alcuni laici e religiosi siro-cattolici. P. Ishoa e p. Afas sono solo l’ultimo esempio della minaccia che incombe sui cristiani d’Iraq. Il sito Ankawa.com racconta la storia di 11 famiglie cristiane costrette in questi giorni a lasciare Baghdad per via delle intimidazioni ricevute. Ad alcune è successo che appena gli uomini delle milizie, per lo più sciite, hanno saputo che un loro figlio era è emigrato, si sono recati dal padre accusandolo: “Tuo figlio è un traditore, lavora per gli americani, quando torna per le ferie fallo venire al nostro ufficio”. Così il padre è costretto ad avvertire il figlio di non fare mai più ritorno a casa, prende il resto della famiglia e parte per il nord o i Paesi confinati.
Dalla capitale i cristiani lamentano la completa “impotenza” di fronte a questi casi di minacce e soprusi. “Siamo l’unica comunità – spiegano – a non voler organizzare una propria milizia; ora in Iraq vince solo la violenza e chi è armato e i cristiani non fanno paura. Il governo non esiste: in altri casi che riguardano sciiti o sunniti spesso si aprono indagini almeno formali, ma per noi non si scomoda nessuno”.
E in Kurdistan, fino a pochi mesi fa oasi di pace e rifugio per i profughi interni, la situazione va peggiorando. La Turchia preme ai confini per colpire i ribelli curdi. Il 14 ottobre l'esercito turco ha annunciato il bombardamento di una zona della frontiera nord dell'Iraq come rappresaglia per gli attacchi dei miliziani del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) infiltratisi nel Kurdistan iracheno. Il villaggio colpito, Enishke, è cristiano.
Contradictory news come from Mosul about the fate of the two priest kidnapped last Saturday.
Sources: MISNA abcd Asia News
At 10.38 this morning Misna agency reported the words of Mgr. Basel George Casmoussa, the syriac catholic bishop of Mosul, who in these hours is handling the contacts with the kidnappers, and according to whom: “Father Pius Afas and Fr. Mazen Ishoa are well. We spoke on the phone this morning with their kidnappers and our hope for their prompt return remains strong” confirming in this way the continuation of negotiations for the release of the two priests and adding that “the most important thing in this moment is to keep dialogue open, in hope of obtaining very soon the release of our priests, for which they have demanded the payment of a ransom.”
But Mgr Basile George Casmoussa’s words reported at 13.11 by Asia News agency that cited anomymous “Church sources in the Syro-Catholic diocese” are different. In the article it is said that …the prelate… said he “told them that he did not have that kind of money and they hung up.” Since then we have had no news. We Christians continue to pray; it is only thing we can do. But we are very afraid and worried about the lack of information about the fate of our two priests” a passage contradicting the hopeful one reported by MISNA and that is attributed to Mgr. Casmoussa in the English version of the article by Asia News and to the “church sources” in the Italian one.
Click on “leggi tutto” for the articles by MISNA and Asia News
MISNA: 10.38 AM October 16 2007-10-16
MOSUL: NEW CONTACT WITH KIDNAPPERS, PRIESTS “ARE WELL”
“Father Pius Afas and Fr. Mazen Ishoa are well. We spoke on the phone this morning with their kidnappers and our hope for their prompt return remains strong”, said to MISNA the Syrian Catholic Archbishop of Mosul, Basile Georges Casmoussa, in a tired voice, however confirming the continuation of negotiations for the release of the two priests abducted last Saturday. “The most important thing in this moment is to keep dialogue open, in hope of obtaining very soon the release of our priests, for which they have demanded the payment of a ransom”, added to MISNA the Syrian Catholic Archbishop of the northern Iraqi city, who in these hours is handling the contacts with the kidnappers.
Asia News 13:11 October 16 2007
Iraqi Christians are concerned and anxious both at home and abroad. For more than 24 hours there have been no contacts with the people who abducted two Syro-Catholic priests last Saturday in Mosul, this according to Church sources in the Syro-Catholic diocese who spoke to AsiaNews. From Baghdad reports about threats against Christians continue as confrontation between Kurds and Turkey continue along the border, affecting a Christian village.
The unknown captors who took Fr Mazen Ishoa, 35, and Fr Pius Afas, 60, demanded a million dollar ransom from Mgr Basile George Casmoussa for their liberation. The prelate, who was also kidnapped and released two years ago, said he “told them that he did not have that kind of money and they hung up. Since then we have had no news.”
“We Christians continue to pray; it is only thing we can do. But we are very afraid and worried about the lack of information about the fate of our two priests,” he explained.
As a result of the war Mosul’s Syro-Catholic community dropped to about 300 families with three priests ministering to their needs.
Most Iraqi Christians feel they have been abandoned by the world. “Only the Pope has remembered us,” some Syro-Catholics lay people and clergymen told AsiaNews.
Fathers Ishoa and Afas are the latest example of the threat that hangs over Iraq’s Christians. Ankawa.com reports that recently 11Christian families have been forced out of Baghdad as a result of intimidation. Some have been visited by mostly Shia militiamen who, upon learning that some young men had emigrated, went to the father to accuse the son: “Your son is a traitor. He is working for the Americans. When he comes back, tell him to come to our office.”
The net result has been that the father was forced to tell the son not to come back, packed up himself and took the entire family to the north or to neighbouring countries.
In the capital Christians admit to complete “helplessness” vis-à-vis such threats and abuse.
“We are the only community that has not set up its own militia,” they say. “At present in Iraq only violence and those who are armed win; Christians scare no one. The government does not exist. In some cases involving Shiites or Sunnis investigations are formally launched but for us no one could be bothered.”
And in Kurdistan, which was a haven of peace and a refuge for internally displaced people, things are getting worse.
Turkey is putting pressure on the border to strike at Kurdish rebels.
On Sunday the Turkish army announced it bombed an area along Iraq’s northern border in retaliation against attacks by fighters for the Kurdish Workers’ Party (PKK) who had infiltrated Iraqi Kurdistan. The village that was hit, Enishke, is Christian
15 ottobre 2007
Mosul: trattative in corso per la liberazione dei sacerdoti rapiti
Stamattina fonti della MISNA avevano espresso ottimismo sulla possibilità che i due sacerdoti possano essere liberati molto presto, “forse oggi stesso”
Mosul: negotiations underway for release of two kidnapped priestsapiti
Negotiations are underway for the liberation of Father Pius Afas and Fr. Mazen Ishoa, the two priests kidnapped on Saturday in Mosul, in northern Iraq. MISNA sources in Mosul expressed optimism on the possibility that the priests may be freed soon, “maybe even today”. Fr. Afas and Fr. Ishoa were ambushed by an unspecified number of gunmen on Saturday afternoon at around 4:00p.m in the neighbourhood of Al-Thawra on their way to the Fatima Church for a funeral celebration. “We cannot say more for the risk of compromising the negotiations, but we are hopeful”, referred the MISNA sources. Fr. Afas, 60, directed a Catholic magazine and Fr. Ishoa was ordained priest a short while ago. According to some sources, the kidnappers are common criminals and have demanded a ransom. Pope Benedict XVI yesterday in his Sunday Angelus, joining all those who have the good of the country and of the region at heart, made an appeal to the kidnappers: “I call on the abductors to rapidly liberate the two clerics and I reiterate that violence does not resolve the tensions”. “As far as I know the two priests, Father Pius Afas and Fr. Mazen Ishoa, are still in the hands of their kidnappers”, said Archbishop Basile Georges Casmoussa, head of the Syrian Catholic Church in Mosul, contacted by MISNA in the northern Iraqi city. The Archbishop’s words in fact deny a report this morning by the Assyrian International News Agency (AINA) of the release yesterday of the priests. “The news is untrue, the last contact with the kidnappers was last night when they phoned to demand a $1-million ransom. A sum that is not within our possibilities”, added to MISNA the Archbishop from Mosul. “This morning we tried to call the kidnappers back many times, but so far without response. We are however hopeful and pray for the prompt release of our fathers”, concluded Archbishop Casmoussa. MISNA sources this morning had expressed optimism on the release of the priests, “maybe even today”.
Overcrowding and Kurdification threaten Christians in northern Iraq
AsiaNews talks to a group of Iraqi Christians who are back in Italy after a long visit to northern Iraq, the area in which two Syro-Catholic priests were recently abducted. Christians experiencing persecution in Baghdad and Mosul are fleeing to this area, but their flight is causing a lot of problems. They face discrimination; their arrival is pushing prices up, especially rents; and their presence is putting trains on local health services. Under the circumstances the Church is drawing strength from Fr Ragheed Gani’s martyrdom. Every Sunday a large number of people join his parents at his tomb in Karamles to pray for peace.
The abduction of two other priests in Mosul highlights the plight of Iraq’s Christian community, caught between terrorism and religious persecution. Christians have fled Mosul and Baghdad for northern Iraq as a result of daily death threats and the constant danger of suicide bombers, but what the find is equally tragic and difficult to bear.
Despite being targeted by terrorists and common criminals now more than ever, Christian Churches have continued their activities, albeit in a more limited way, “with great faith and certainty that a new Iraq will be born out of all this blood one day;” a hope Catholic sources in northern Iraq tell AsiaNews which is “nurtured day after day by the sacrifice of Fr Ragheed Gani whose tomb is visited every Sunday by young and old alike, seeking the strength to go on.”
More to come.
Tra i cristiani del nord: il dramma del sovraffollamento e la minaccia della curdizzazione
Clicca su "leggi tutto" per l'articolo di Asia News
Il rapimento di altri due sacerdoti a Mosul riporta sotto i riflettori dei media il dramma della comunità cristiana in Iraq, stretta nella morsa del terrorismo e della persecuzione religiosa. In molti fuggono da Mosul e Baghdad verso il nord del Paese, dalle minacce quotidiane di morte e dal rischio costante di kamikaze, ma la realtà che li aspetta è drammatica e in atro modo difficile da sostenere. Il sovraffollamento dei cristiani nei villaggi della Piana di Niniveh e nel Kurdistan iracheno, dove ormai si concentra l’esigua comunità, sta creando tensioni sociali e grandi problemi di convivenza e la gente non sogna altro che tornare a casa. In questo contesto le chiese cristiane, nel mirino dei terroristi e dei criminali oggi più che mai, continuano a portare avanti in modo limitato le loro attività, “con grande fede e la certezza che un giorno tutto questo sangue servirà a far nascere un nuovo Iraq”. “La speranza è alimentata giorno dopo giorno dal sacrificio di p. Ragheed Gani – raccontano ad AsiaNews fonti cattoliche nel nord - sulla cui tomba giovani e adulti ogni domenica vanno a cercare la forza di andare avanti”.
In una conversazione con AsiaNews alcuni iracheni caldei emigrati in Italia, e di recente tornati da una visita in Kurdistan e nella zona di Nineveh, denunciano il dramma dei profughi cristiani nel nord e chiedono che la Chiesa universale non dimentichi questo Paese.
Kurdistan, sicurezza in bilico
Nella regione semiautonoma del Kurdistan la situazione della sicurezza è buona: il governo paga la ricostruzione di case e chiese per i cristiani, come pure un corpo di vigilantes, che con dei check point controllano gli accessi ai villaggi. Ma la ricostruzione – raccontano – sembra in questo momento senza criterio: abitazioni sparpagliate qua e là, si edificano case e scuole ma non vi sono ospedali. I cristiani per di più non possono acquistare le case costruite dal governo e qualora volessero lasciarle, devono anche pagare di tasca propria le autorità. Tra la gente comune – riferiscono le fonti – si pensa che questo tipo di iniziative, se pur lodevoli, mirino più che altro ad invogliare le famiglie cristiane a spingersi al nord per poi attuare il progetto della Piana di Niniveh: la zona dedicata ai cristiani, di cui beneficerebbero soprattutto i curdi, ma che è vista con preoccupazione dalla comunità cristiana. Questa finirebbero così per fare da cuscinetto tra sunniti e curdi in un Iraq diviso lungo linee etniche come di recente proposto dal Senato Usa e appoggiato dal presidente iracheno, curdo, Jalal Talabani.
La “questione curda”, inoltre, rappresenta ancora un forte motivo di tensione tra Iraq e Paesi limitrofi: “dai villaggi al confine, si vedono i soldati turchi che minacciano incursioni e attacchi”; mente l’Iran ha già più volte effettuato bombardamenti nei mesi passati.
Problemi sociali anche al nord
Chi arriva in Kurdistan non ha più l’idea di essere in Iraq. Ormai – raccontano ad AsiaNews gli iracheni rientrati – si parla solo il curdo: all’aeroporto di Erbil, se chiedi informazioni in arabo non ti rispondono, pur capendoti”. Il problema dell’integrazione esiste: i profughi interni vengono chiamati “sfollati” negli uffici e soprattutto nelle scuole, così che le famiglie venute da fuori si sentono in qualche modo discriminate e doppiamente umiliate dopo aver dovuto lasciare ogni bene per poter fuggire. I ragazzi in classe si chiedono perchè i professori la mattina all’appello chiedano agli “sfollati” di alzarsi e identificarsi: “Non siamo tutti iracheni?”.
L’ingente flusso di emigrati interni ha causato un vertiginoso caro vita in Kurdistan, ma anche nel nord dell’Iraq. Ad esempio: nel 2003 un pieno di benzina costava 1 dollaro, oggi con la stessa cifra si compra solo un litro; 1 Kg di pomodori costava 25 – 30 centesimi, ora quasi un dollaro; gli affitti sono alle stelle, una o due stanze arrivano a 200 - 300 dollari al mese. Le famiglie numerose, di 7 o 8 persone, fuggite senza niente dalle città e ora senza lavoro non possono sostenere prezzi del genere. Un padre di famiglia con lavoro autonomo può arrivare a guadagnare 300 dollari mensili, ma un semplice impiegato si ferma a 200 dollari.
Per non contare i problemi più materiali. L’acqua arriva ogni due giorni e non è potabile: o si beve così o bisogna procurarsi le tavolette di cloro per depurarla. Questo contribuisce alla diffusione di malattie gravi come il colera; la corrente elettrica c’è solo per due ore al giorno e quando se ne può usufruire per almeno 10 ore, quella diventa una giornata di festa. Quando arriva la luce si sente la gente urlare dalla gioia: “Luce, luce!”. Con 50 gradi all’ombra senza possibilità di condizionatori o frigoriferi per conservare gli alimenti, infezioni e contagi si diffondono rapidamente soprattutto tra i bambini. Completamente assente il sistema sanitario: vi è un solo piccolo ospedale a Qaraqosh, ma non ci sono mezzi, né medicinali. I medici sono ancora nel mirino dei terroristi e non possono lavorare. L’istruzione è decadente e non avendo un organismo di controllo tutto va alla deriva.
“Viviamo nel terrore più totale – dice una giovane donna mamma di tre figli a Karamles, 10 km da Mosul - la gente sa che non è sicura neppure in Kurdistan, o nel nord. Anche un carretto che viene a vendere vestiti o verdura sotto casa è visto come un possibile kamikaze, ma non si può fare a meno di uscire e dopo gi attentati contro i villaggi yezidi (14 agosto), si è iniziato a temere di più”.
La vita della Chiesa
L’aumento della presenza cristiana al nord e in Kurdistan, ancora non stimata nell’esattezza, crea difficoltà alla Chiesa caldea locale, i cui sacerdoti non riescono ad arrivare a tutti. Ad Ankawa sono ormai concentrate gran parte delle istituzioni caldee come la facoltà teologica, Babel College, e i seminari. Da poco sono riprese le lezioni e continuano in tutta la zona catechismo, comunioni e matrimoni, campi scuola per i ragazzi. Ad agosto, alla presenza di numerosi fedeli, tre suore caldee ad Erbil hanno preso i primi voti, mentre altre sei a Karamles quelli perpetui.
Seppur addolorata dalla barbara uccisione il 2 giugno scorso di p. Ragheed Gani e dei suoi tre suddiaconi a Mosul, “la comunità cristiana ha trovato in questa morte una grande forza”, racconta ad AsiaNews un giovane della zona, che ha visitato a Karamles la famiglia del sacerdote caldeo ucciso. “Il papà e la mamma stanno soffrendo molto ma con grande dignità, non hanno più lacrime. Ora ogni domenica nella parrocchia di Karamles si può vedere un folto gruppo andare in processione con i genitori di Raghedd alla sua tomba: è un segno molto bello dell’eredità lasciata da questo sacerdote. Lui è oggi un grande esempio per tutti, soprattutto per i giovani, e ha dato moto coraggio anche agli altri preti”.
“I cristiani iracheni hanno grande fede - dice uno studente originario di Mosul - non ci sono parole per infondere speranza, l’unica cosa è stare con loro e condividerne la sofferenza, ricordargli che laddove c’è morte c’è anche resurrezione”. “Siamo felici dell’appello del Papa di ieri all’Angelus - esulta una suora irachena - ogni vota che il papa parla dell’Iraq ci sentiamo sollevati. Quello che chiedono i cristiani iracheni è solo di non essere dimenticati. Vorrebbero che rappresentanti della Chiesa andassero a trovarli, condividessero anche se per poco il loro dolore”.
“Credo che un giorno l’Iraq sarà diverso – confida una novizia caldea – il nostro Paese non ha acqua, ma ha tanto sangue con cui irrigare la sua terra, e questo sangue non può essere stato versato invano, sono convinta che servirà ad alimentare un nuovo Iraq, migliore di quello attuale. Un giorno”.
Il rapporto con i musulmani
Laddove il governo è impotente nel garantire sicurezza ai cittadini, spesso sono i vicini di casa a dare una mano. E nel caso di molte famiglie cristiane a Baghdad sono stati gli amici musulmani ad offrire ospitalità e aiuto con loro grande rischio. “I musulmani – racconta il gruppo di iracheni contattato da AsiaNews - apprezzano da sempre la nostra ‘diversità’ e sono consapevoli che ciò che manca a loro, come l’amore gratuito e il perdono, lo possono imparare da noi. A dircelo sono state proprio delle mamme musulmane che andavano ad iscrivere i figli nelle scuole gestiste da cristiani”. Altro esempio del valore riconosciuto alla testimonianza cristiana è legato al giorno dell’attentato a p. Ragheed, quando il primo ad opporsi all’azione terrorista è stato un macellaio musulmano che ha implorato i criminali: “Non uccideteli, sono uomini di pace!”.
14 ottobre 2007
Sacerdoti rapiti a Mosul mentre andavano a dire messa
Stavano andando a dire messa in una chiesa di periferia, quando sono stati rapiti ieri pomeriggio intorno alle 16. E’ in sostanza tutto quello che si sa, finora, di padre Pius Afas anziano sacerdote siro-cattolico di Mosul e del giovane sacerdote Mazen Ishoa, ordinato da poco, per i quali Benedetto XVI ha lanciato un appello, oggi, dopo la recita dell’Angelus.
I due sacerdoti stavano andando dal centro alla parrocchia di Nostra Signore di Fatima, nel quartiere di al-Faisaliya, quando sono stati presi. Fonti di AsiaNews a Mossul sostengono che finora non c’è stata alcuna rivendicazione e ricordano che già il loro vescovo, mons. Basile George Casmoussa era stato rapito nel gennaio di due anni fa e poi liberato.
P. Pius Afas, sui 60 anni, è stato compagno di seminario di mons. Casmoussa ed è insegnante di Bibbia al seminario. E' stato per molto tempo direttore della rivista "Il pensiero cristiano", stampato in ingua araba. P. Mazen Ishoa ha 35 anni, ma è stato ordinato da pochi mesi. E' entrato in seminario dopo la laurea e il servizio militare.
Timori sono suscitati a Mossul per il fatto che ieri è finito il Ramadan per i sunniti e oggi finisce per gli sciiti. “E’ un periodo delicato, perché legato al sacrificio”. “Fino ad adesso – dice una suora cattolica - Mosul non è stata clemente con i cristiani, ma speriamo bene”.
Two priests kidnapped in Mosul while travelling to say mass
They were on their way to say mass in a church in the suburbs, when they were kidnapped, yesterday afternoon around 4 pm. That is all that is known of father Pius Affas an elderly Syrian Catholic priest from Mosul and the young priest Mazen Ishoa, only just ordained, for whom Benedict XVI today launched an appeal following the recitation of the Angelus.
The two priests were on their way to say mass in the parish of Our Lady of Fatima in al-Faisaliya district, when they were taken. AsiaNews sources in Mosul say that until now there has been no claim of responsibility and recall that already their bishop Msgr. Basile George Casmoussa was kidnapped two years ago and later released.
Fr. Pius Affas, around 60 years old, was a fellow seminarian of Msgr. Casmoussa and a Bible studies professor at the seminary. He had been the director of the Arab language magazine “Christian thought” in the past. Fr. Mazen Ishoa is 35, and was newly ordained just a few months ago. He entered the seminary following his degree and on completion of military service.
Fears have risen in Mosul given that yesterday Ramadan ended for the Sunni Muslims, today for the Shiites. “It’s a delicate period because it is linked to sacrifice”. “So far – says a Catholic nun – Mosul has not been kind to Christians, but let us hope for the best”.
Papa: appello per la liberazione dei sacerdoti rapiti e per la pace in Iraq
Nel novantesimo anniversario dell’apparizione della Vergine a Fatima, Benedetto XVI ha lanciato un forte appello per la liberazione di due sacerdoti iracheni rapiti a Mosul, in Iraq, e per la pace in quella regione. "Continuano a giungere quotidianamente dall’Iraq - ha detto rivolgendosi alle 40mila persone presenti a Roma per la recita dell’Angelus ed alle centinaia di migliaia collegate da Fatima – gravi notizie di attentati e violenze, che scuotono la coscienza di quanti hanno a cuore la pace nella regione. Tra questi - ha aggiunto - apprendo oggi la notizia del sequestro di due buoni sacerdoti a Mosul, minacciati di morte. Faccio appello ai rapitori perchè rilascino prontamente i due religiosi". Ribadito che "la violenza non risolve le tensioni" il Papa ha concluso con una “accorata preghiera affinchè giunga presto la liberazione e possa esserci la pace per quanti soffrono".
Pope appeals for the release of kidnapped priests and peace in Iraq
On the ninetieth anniversary of the Virgin’s apparition at Fatima, Benedict XVI launched a strong appeal for the release of two Iraqi priests kidnapped in Mosul, Iraq, and for peace throughout the region. “Every day, news continues to pour in from Iraq, - he told the 40 thousand people present in Rome to recite the Angelus and the hundreds of thousands listening in a live link up from Fatima – grave reports of attacks and violence, which shake the conscience of all who care for peace in the region. Among these reports – he added – I have learned today of the kidnapping of two good priests in Mosul, who are being threatened with death. I appeal to their abductors to immediately release these two men of religion”. Reiterating that “violence cannot resolve conflicts” the pope concluded with a “heartfelt prayer that they may soon be freed and that all those who are suffering may soon have peace”.
13 ottobre 2007
Online il sito dedicato a Padre Ragheed Online the website in memory of Fr. Ragheed

Come annunciato l’11 ottobre è online il sito dedicato alla raccolta delle testimonianze di chi ha conosciuto Padre Ragheed Ganni e vuole ricordarlo. Da oggi, infatti, è possibile inviare la propria testimonianza all’indirizzo mail shahadat@mar-qardagh.com.
Visita il sito Fr. Ragheed Ganni's Martyrium per le spiegazioni in italiano.
As announced on October 11 the web site dedicated to collect the memories of those who met Father Ragheed Ganni and wants to remember him is online. It is now possible to send your memories to the mail address shahadat@mar-qardagh.com.
Visit the website Fr. Ragheed Ganni's Martyrium for the explanations in English.
Due sacerdoti rapiti a Mosul. Two priests kidnapped in Mosul
Da Mosul le prime notizie, confermate anche da fonti di Baghdad, del rapimento di due sacerdoti siro cattolici: Padre Pios Affas e Padre Mazin Isho'a. La notizia è stata data, rivela una fonte dal nord dell'Iraq dallo stesso vescovo di Mosul, Monsignor George Qas Musa, che ha avvertito il vescovo caldeo della stessa città, Monsignor Faraj P. Rahho e che per questa ragione non ha partecipato all'inaugurazione ad Erbil del centro medico dedicato alla memoria di Padre Ragheed Ganni.
From Mosul the first news, confirmed also by sources in Baghdad, of the kidnapping of two syriac catholic priests: Father Pios Affas and Father Mazin Isho'a. The piece of news was given, according to a source in north Iraq, by the syriac catholic bishop of Mosul, Mgr. George Qas Musa who told it to the chaldean bishop of the same city, Mgr. Faraj P. Rahho and who, for this reason, could not partecipate to the opening in Erbil of the medical center in memory of Father Ragheed Ganni.
12 ottobre 2007
Inaugurazione del “Father Ragheed Ganni’s Medical Center”
By Baghdadhope
Sabato 13 ottobre sarà inaugurato nella chiesa di Mar Qardagh ad Erbil il “Father Ragheed Ganni’s Medical Center.” Il centro distribuirà gratuitamente farmaci ai malati cronici, cristiani e musulmani, che si iscriveranno nei suoi registri.
Il centro, voluto da Padre Rayan P. Atto, parroco della chiesa di Mar Qardagh è dedicato alla memoria di Padre Ragheed Ganni, il sacerdote caldeo ucciso a Mosul il 3 giugno scorso.
Alla cerimonia saranno presenti Monsignor Faraj P. Rahho vescovo caldeo di Mosul, Monsignor Rabban Al Qas, vescovo caldeo di Amadhiya ed amministratore vescovile di Erbil che officerà la cerimonia di inaugurazione, Monsignor Jacques Isaac, patriarca vicario e rettore del Babel College di Ankawa, i sacerdoti, i monaci e le suore caldee di Erbil ed Ankawa. A presenziare sono stati invitati anche Monsignor George Qas Musa, vescovo siro cattolico di Mosul, Monsignor Gregorios Saliba Shamoun, vescovo siro ortodosso della stessa città e diverse personalità della città tra cui una rappresentanza del Governo Regionale Curdo che ha in parte finanziato il centro medico.
Il centro medico sarà inaugurato il 13 ottobre perché fu in quello stesso giorno del 2001 che Padre Ragheed Ganni fu ordinato sacerdote, e perché si è inteso anche ricordare la figura di Padre Paul Iskandar, il sacerdote siro ortodosso la cui barbara uccisione a Mosul nell’ottobre del 2006 ha preceduto di qualche mese quella di Padre Ragheed.
Il “Father Ragheed Ganni’s Medical Center”di Erbil si basa sul volontariato: quello di coloro che vi lavorano e quello di coloro che dall’estero hanno inviato ed invieranno le medicine necessarie a farlo funzionare.
Per altre notizie sul “Father Ragheed Ganni’s Medical Center” controlla i prossimi posts di Baghdadhope.
Opening of the “Father Ragheed Ganni’s Medical Center” in Erbil
Saturday October 13. Opening of the “Father Ragheed Ganni’s Medical Center” in the church of Mar Qardagh in Erbil. The medical center will distribuite medicines for free to chronic patients, christians and muslims, who will book in in its registers.
The center, wanted by Father Rayan P. Atto, parish priest of Mar Qardagh, is dedicated to the memory of Father Ragheed Ganni, the Chaldean priest killed in Mosul on last June.
At the opening ceremony will be present the Chaldean bishop of Mosul, Mgr. Faraj P. Rahho, the chaldean bishop of Amadhiya and episcopal administrator of Erbil, Mgr. Rabban Al Qas who will guide the ceremony, the chaldean patriarch vicar and rector of Babel College in Ankawa, Mgr. Jacques Isaac, priest, monks and nuns from Erbil and Ankawa. Among the invited guests there are the syriac catholic bishop of Mosul, Mgr.George Qas Musa, the syriac ortodox bishop of the same city, Mgr. Gregorios Saliba Shamoun, and personalities from Erbil, inculding representatives of the Kurdish Regional Government that has partially financed the center.
The medical center will be opened officially on October 13 because on the same day in 2001 Father Ragheed Ganni was ordained priest and to remember Father Paul Iskandar, the syriac orthodox priest whose savage killing in Mosul, on October 2006, preceded of some months that of Fr. Ragheed.
The “Father Ragheed Ganni’s Medical Center” in Erbil is based on voluntary service: that of those who work in it, and that of those who from abroad sent and will send the necessary medicine sto make it work.
For further news on “Father Ragheed Ganni’s Medical Center” check next posts by Baghdahope
In ricordo di Padre Paul Iskandar
Un anno fa, il 12 ottobre 2006, la cerimonia funebre per Padre Pual Iskandar, ucciso a Mosul
Nell’ottobre del 2006 gli iracheni cristiani sapevano già di essere vittime predestinate della violenza che insanguinava il paese. La violenza interislamica che molte volte li aveva colpiti, vittime innocenti, quella legata alle bande criminali che in essi avevano visto le facili prede senza difesa da derubare, rapire, scacciare dalle proprie case, privare delle proprie attività, e quella mirata, la peggiore. Perché è già difficile essere vittima, ma esserlo perché minoranza cristiana, “infedele” ed “alleata del nemico” è peggio: uccide la speranza, diffonde il terrore.
In quell’ottobre il limite del “peggio” sembrava essere già stato superato. Ma non era così. Il 9 del mese, a Mosul, un sacerdote sparì. Padre Paul Iskandar, della chiesa siro ortodossa, non fece ritorno a casa quel giorno. Un altro rapimento si disse. Un’ipotesi che sembrava avvalorata dall’immediata richiesta di riscatto pervenuta alla chiesa, accompagnata quella volta però da una richiesta parallela: che la chiesa siro ortodossa condannasse esplicitamente il discorso che Papa Benedetto XVI aveva fatto il 12 settembre precedente a Ratisbona ed interpretato da molti come un attacco all’Islam.
Sebbene il riscatto richiesto fosse alto la chiesa iniziò a raccogliere il denaro. Per quanto riguardava, invece, la condanna delle parole del Papa essa si era già espressa dissociandosi da esse con l’affissione di cartelli sulle porte dei propri edifici di culto.
Tutto questo però non bastò. L’11 ottobre, dopo due soli giorni dal rapimento, e senza aver neanche dato il tempo di raccogliere l’esorbitante cifra richiesta il corpo di Padre paul Iskandar fu ritrovato a Mosul. Era stato un barbaro omicidio. Il cadavere era decapitato e gli arti erano stati spiccati dal corpo. Una violenza inutile e bestiale che aveva colpito un innocente, un altro martire dell’inferno iracheno.
In memory of Father Paul Iskandar
One year ago, on October 12 2006, the funeral service of Father Paul Iskandar killed in Mosul
In the October of 2006 the Iraqi Christians already knew to be the predestined victims of the violence bathing the country in blood. The inter-islamic violence that many times had struck them, innocent victims, the violence linked to the gangs who had seen in them the easy preys with no protection to be robbed, kidnapped, thrown out of their houses, stripped of all their possessions, and the aimed at violence: the worst. Because it is already difficult to be a victim, but being one because part of the Christian minority, “unfaithful” and “enemy’s allied” is worse: it kills the hope, it spreads the terror.
In that October the limit of the “worst” seemed to have been already overcome. But it was not so. On the 9 of the month a priest disapperared in Mosul. Father Paul Iskandar, of the Syriac Orthodox Church, didn’t come back home that day. Another kidnapping, it was said. An hypothesis confirmed by the ransom immediately requested to the Church, a request by that time linked to a parallel one: the clear condemnation by the Syriac Orthodox Church of Pope Benedict XVI’s speech made in Regensburg on the 12 of September, a speech by many interpreted as an attack to Islam.
Although the ransom requested was high the Church began to raise the money. And as for the condemnation of Pope’s words it had already expressed its position dissociating itself by posters on the doors of the churches.
But it was not sufficient. On the 11 of October, after only two days of kidnapping, and without giving the Church the time to raise the huge amount of money requested, the body of Fr. Paul Iskandar was found in Mosul. It had been a savage killing. He had been beheaded and his hands and feets had been cut off from his body.
A useless and beastly violence had hit an innocent, another martyr of the Iraqi hell.
11 ottobre 2007
Iniziativa in ricordo di Padre Ragheed Ganni, sacerdote cattolico caldeo ucciso lo scorso giugno a Mosul, Iraq.
In un’intervista rilasciata a Baghdadhope, Padre Rayan P. Atto, parroco della chiesa cattolica caldea di Mar Qardagh ad Erbil, ha annunciato un’iniziativa in ricordo di Padre Raghhed Ganni, il sacerdote cattolico caldeo barbaramente ucciso insieme a tre diaconi lo scorso giugno a Mosul. Con l'approvazione del vescovo caldeo di Mosul, Monsignor Faraj P. Rahho, un nuovo web site sarà online nei prossimi giorni.
"Si tratterà" spiega Padre Atto, "di un sito dedicato alla raccolta delle testimonianze di coloro che hanno conosciuto Padre Ganni nel corso della sua vita, che lo hanno accompagnato nel suo cammino spirituale o che semplicemente hanno di lui un ricordo che vogliono condividere con tutti coloro che gli hanno voluto bene."
Ulteriori informazioni sul web site dedicato alla memoria di Padre Ragheed Ganni nei prossimi posts di Baghdadhope.
10 ottobre 2007
Initiative in memory of Father Ragheed Ganni, Chaldean catholic priest killed in Mosul, Iraq, on last June.
In an interview to Baghdadhope, Father Rayan P. Atto, parish priest of the Chaldean church of Mar Qardagh in Erbil announced an initiative in memory of Father Ragheed Ganni, the Chaldean priest savagely killed together with three deacons on last June in Mosul.
Authorized by the Chaldean bishop of Mosul, Mgr. Faraj P. Rahho, a new web site will be online in the next days.
“It will be” explains Fr. Atto “a web site dedicated to collect the written memories of those who met Fr. Ganni during his life, who walked on his side along his spiritual path or, simply, who remember him and want to share their memories with those who loved him.”
A. “Among all of them we will choose those able to highlight Fr. Ganni’s carachter, his communion with God and His sons and daughters. The memories people have of him as a man, a seminarist and a priest.”
Q. And what after the collecting of these memories?
A. “We have a mission. The world must know Fr. Ganni’s story through the web site and a book that will be published and that will contain them.”
Q. Fr. Ganni lived in Iraq, in Ireland and in Italy. As a seminarist and a priest he met people from all over the world. How will you collect the memories of those who knew him?
A. “Fr. Ganni’s friends can write to our mail address.”
Q. In which languages?
A. "Arabic, English and Italian. In the book the memories in English and Italian will be in the original languages and translated into Arabic.”
Q. Who will edit the book?
A. "Mar Qardagh Church in Erbil, the church I am parish priest of.”
Q. Will it contain also photographic material?
A. “Yes. And those who want to share their memories of Fr. Ganni through, for example, photos of him or with him can send them to our mail. The web site and the book have been conceived to renew the memory of one of the Martyrs of our Church, to deeply understand the guidelines of his life and to follow them as an example of Christian life.”
Q. Is the web site already online?
A. “It will be in a few days and so also our mail address. We are sure that who met Fr. Ganni will participate in this initiative and we will be waiting for the memories of all.”
Further news about the web site in memory of Fr. Ragheed Ganni in the next posts by Baghdadhope.
6 ottobre 2007
Arcivescovo di Canterbury: Le “strazianti sofferenze” dei rifugiati iracheni sono prova dei danni della Guerra
L’Arcivescovo di Canterbury, il Dr. Rowam Wiliams, ha descritto come “straziante” un incontro da lui avuto in Siria con alcuni rifugiati iracheni. Più di duecento persone, la maggior parte delle quali cristiana, hanno incontrato il Dr. Williams nel monastero siro ortodosso di Ma’aret Sednaya, nei pressi della capitale siriana.
Il Dr. Williams ha ascoltato i racconti delle sofferenze di alcuni del rifugiati, un milione e cinquecentomila, fuggiti in Siria a partire dal 2003. Molti dei presenti all’incontro hanno raccontato di familiari rapiti, uccisi o minacciati se non avessero pagato il riscatto o non avessero lasciato il paese. Esperienze normali, le hanno definite. Hanno parlato di paura ed incertezza, dei maltrattamenti subiti dalle bande criminali, della distruzione delle comunità che li avevano sostenuti, e delle privazioni e delle sofferenze che avevano provato una volta lasciato l’Iraq.
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Tra queste persone il Dr. Williams ha incontrato Areej, 23 anni, fuggita con la madre ed il fratello dopo l’uccisione di uno zio e dopo avere ricevuto minacce di morte, Bashir, un lettore universitario fuggito dopo l’uccisione di sui figlio diciannovenne, e donne cristiane che in Iraq erano obbligate ad indossare il velo islamico e venivano seguite quando si recavano in chiesa, cosa che molte non facevano più per paura delle conseguenze.
I rifugiati hanno riferito al Dr. Williams delle loro situazioni disperate, della mancanza di speranza di tornare in Iraq o di ottenere la cittadinanza in Siria o altrove. Grati per ciò che la Siria ha fatto per loro hanno ammesso di avere poche prospettive a lungo termine, e di temere che la Siria possa presto non essere più in grado di accogliere nuovi rifugiati. Le ambasciate, hanno inoltre riferito, rifiutano di registrarli come rifugiati.
L’Arcivescovo ha promesso loro di fare del suo meglio perché non vengano dimenticati ed ha aggiunto che essi sono nelle sue preghiere, specialmente i bambini: “Ogni bambino merita di crescere in una casa sicura contornato da persone fidate, in un posto dove possano vedere un futuro pacifico. Ogni volta che incontro dei rifugiati penso ai loro bambini. Il mondo intero deve sapere ciò di cui i bambini hanno bisogno e deve agire in modo che i vostri bambini e quelli di molti altri rifugiati possano avere un futuro sicuro.”
Tornando in Gran Bretagna il Dr. Williams ha dichiarato che la situazione necessita di attenzione e sforzi: “La sicurezza che permetterà a quelle persone di tornare in Iraq dipende dalla sistemazione del paese nel suo insieme che garantisca la libertà e la dignità di ogni minoranza.”
Tradotto ed adattato da Baghdadhope
Archbishop of Canterbury: Iraq refugees' 'harrowing suffering' shows Iraq conflict 'has done much more damage'
Dr Williams heard at first hand of the plight of some of the one and a half million refugees who have fled Iraq for Syria since 2003. Many of those present at the meeting had personal stories to tell of immediate family relatives who had been kidnapped, executed or threatened with killing unless they paid ransoms or fled the country. These, they said, were typical experiences. They spoke of their fear and uncertainty, their maltreatment at the hands of gangs; the breakdown of the communities which had sustained them and the deprivation and suffering they had experienced since leaving Iraq.
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The refugees told Dr Williams that their circumstances were desperate and unsustainable, with no hope either of a safe return to Iraq or of citizenship in Syria or elsewhere. They were grateful for what Syria had been able to do but their long term prospects remained bleak and there were fears that Syria would soon not be able to accommodate new refugees. Embassies, they reported, were refusing to open their doors to allow them to register as refugees.
Speaking on his return to the UK, Dr Williams said that the situation required urgent attention and effort: “Security that will enable these people to return to Iraq depends on a settlement for the whole of that country guaranteeing the liberty and dignity of every minority.”



