By Vatican News
Giada Aquilino
È un’immagine di fortissima tensione e insieme di «fragilità» quella che arriva dall’Iraq, nel contesto generale della guerra in Medio Oriente. Dall’inizio dei raid israelo-americani contro l’Iran, il 28 febbraio scorso, i missili solcano anche i cieli iracheni. «Nella Piana di Ninive, a Bartella come a Qaraqosh, ci troviamo sulla via fra Mossul e Erbil: è di fatto una zona in posizione strategica, in cui si assiste al lancio di missili e droni da parte di gruppi armati e milizie verso Erbil e al contempo a bombardamenti aerei contro questi gruppi che si trovano nell’area di Mossul», spiega padre Behnam Benoka, vicario generale dell’arcidiocesi di Mossul dei siri.
La tensione sul terreno
La tensione sul terreno
Mentre la vicina Siria denuncia attacchi con droni provenienti dall’Iraq contro basi dell’esercito di Damasco e degli Stati Uniti, un attacco ha interessato il centro diplomatico e logistico statunitense all’interno dell’aeroporto internazionale di Baghdad. Colpito pure un deposito di lubrificanti nella provincia di Erbil, nella regione del Kurdistan, presa di mira dal lancio di razzi e droni da parte dei gruppi armati filo-iraniani, in una zona dove di contro si concentrano migliaia di combattenti che – secondo gli analisti – sarebbero pronti a colpire la Repubblica islamica. Sono poi ore di apprensione per la giornalista americana Shelly Kittleson, rapita a Baghdad dal gruppo Khatib Hezbollah, milizia paramilitare sciita che figura tra i cosiddetti proxies di Teheran nella regione.
In questo quadro, si inseriscono inoltre le minacce dei «fondamentalisti islamici, che sui social e non solo lanciano da tempo messaggi contro i cristiani della Piana di Ninive», riferisce il sacerdote siro-cattolico da Bartella, a pochi chilometri da Mossul, proprio quando la comunità locale si prepara a celebrare la Pasqua. «Abbiamo dovuto cancellare le processioni, come quelle sempre molto partecipate della Domenica delle Palme per le strade di Bartella e Qaraqosh, e le grandi celebrazioni fuori dalle chiese: abbiamo limitato i riti solo all’interno dei luoghi di culto, aumentando la sicurezza tutt’intorno, per la condizione di guerra» che si sperimenta nel Paese, spiega padre Benoka parlando di «una Pasqua che va vissuta proprio sulla croce, dentro la chiesa e con Cristo», in una terra traumatizzata da quattro decenni di conflitti e violenze jihadiste, oltre che percorsa da profonde tensioni settarie.
A Mossul, un tempo città multietnica, ora «vivono meno di cento famiglie cristiane», spiega il sacerdote. A incidere anni di sofferenze e vulnerabilità, a quasi 12 anni da quel tragico agosto del 2014, quando oltre 100.000 cristiani furono costretti a fuggire dalle loro terre nella Piana di Ninive, sulle rive del fiume Tigri, per la furia dei miliziani del sedicente Stato islamico (Is), che devastò oltre 13 mila abitazioni. «Ora ci sono le minacce dei fondamentalisti sciiti, allora c’erano quelle dei fondamentalisti sunniti che attaccavano i cristiani innocenti, persone che qui sono sempre state ponti di pace».
La Piana di Ninive
Da allora l’esodo è stato continuo anche se, osserva padre Benoka, «nella piana di Ninive una buona parte dei cristiani al tempo sfollati è tornata. E ringraziamo Dio che in questi ultimi anni, dal 2017 fino a poco tempo fa, hanno potuto anche ricostruire piano piano la loro vita grazie all’aiuto di tante organizzazioni cattoliche e internazionali». Ma in questi giorni anche i cristiani, come tutti gli iracheni, «hanno davvero paura che le ondate di questa guerra possano attraversare» più intensamente il Paese. «Speriamo che non succeda, non vogliamo che accada, perché non siamo ancora guariti da quell’attacco dell‘Is. Sono ancora tante le persone che a tutt’oggi soffrono di traumi a causa di quegli eventi del 2014 e non saprei dire con esattezza se avranno poi voglia di continuare a vivere qui», se la situazione dovesse peggiorare. «Questa è la nostra terra, siamo nati qui, l’abbiamo plasmata con la storia anno dopo anno, secolo dopo secolo. Adesso non è facile pensare di lasciare tutto, ma la gente è stanca di soffrire. Ci sono giovani e persone dell’età di 40-45 anni che dicono: “Non abbiamo mai vissuto un giorno di pace dentro l’Iraq”».
Eppure la fede rimane salda e non ha confini. «Abbiamo saputo che c’è stato un attacco ai cristiani in Nigeria – il riferimento è alla strage compiuta il giorno della Domenica delle Palme in tre località servite dall’arcidiocesi di Jos dove, in altrettanti attacchi armati, sono state uccise almeno 27 persone, ndr – e il pensiero va ai nostri fratelli lì, siamo uniti a loro per la sofferenza che ci accomuna», dice padre Benoka. In fondo proprio «l'amore fraterno», assicura, è la speranza per questa Pasqua pure di fronte a chi «vuole rompere ogni legame di fraternità fra gli iracheni». «Da noi si dice che dopo ogni Venerdì Santo c’è una Domenica di Risurrezione, perché la gente continua comunque ad avere la speranza di vedere un futuro, che magari presto questa guerra finisca e cominci una nuova vita».