"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

29 settembre 2016

Iraq: mons. Ortega (nunzio), “riconciliazione e ricostruzione della fiducia”

By SIR

“Lavorare per unire i gruppi in lotta. L’Iraq non merita questa situazione. Le parole del Papa sono di grande conforto per la popolazione”. È quanto ha dichiarato al Sir monsignor Alberto Ortega, nunzio apostolico in Giordania e Iraq, dopo l’udienza di Papa Francesco ai partecipanti al quinto incontro, promosso da Cor Unum, degli organismi caritativi cattolici che operano nel contesto della crisi umanitaria in Siria e Iraq, in corso a Roma. Per monsignor Ortega “la riconciliazione è la strada maestra da seguire e i cristiani possono dare un grande contributo a questo riguardo”. “Sono testimoni di speranza” ha aggiunto il nunzio che ha auspicato che “i cristiani iracheni possano tornare presto nei loro villaggi nella piana di Ninive, da dove furono cacciati da Daesh, e che l’attesa liberazione di Mosul non prenda troppo tempo”. Il desiderio dei tanti cristiani riparati a Erbil, in Kurdistan iracheno, in Giordania e nei Paesi limitrofi, “è quella di rientrare nelle loro case. Il loro rientro sarebbe un bene per la Chiesa e per tutto il Paese. È gente che ha il diritto di ritornare”. L’altra strada da seguire, ha spiegato monsignor Ortega “è quella della ricostruzione della fiducia tra cristiani e musulmani e tra gli stessi musulmani”. Una sfida che può essere vinta grazie anche alla “testimonianza della misericordia dei cristiani. I fedeli che incontro hanno perso tutto ma non hanno rancore e pregano per chi li ha cacciati. È una testimonianza di speranza. Costruire la società insieme, anche con sciiti e sunniti. Siamo condannati al dialogo. Non ci sono altre strade altrimenti sarà solo violenza. La riconciliazione – ha concluso – è la strada maestra e i cristiani possono fare tanto”.

Discorso del Santo padre Francesco ai membri di organismi caritativi cattolici che operano nel contesto della crisi umanitaria in Siria, Iraq e nei paesi limitrofi

By Sala Stampa Santa Sede

Cari fratelli e sorelle,
vi ringrazio per la vostra partecipazione a questo incontro di riflessione e di condivisione sull’opera della Chiesa nel contesto della crisi siriana e irachena. Saluto voi tutti, vescovi, sacerdoti, religiosi e laici. In particolare, desidero salutare il Signor Staffan de Mistura, Inviato Speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite per la Siria, che ringrazio per la sua presenza. A Mons. Dal Toso e al Pontificio Consiglio Cor Unum esprimo il mio grato apprezzamento per il sostegno attento ed efficace a quanto la Chiesa va compiendo per cercare di lenire le sofferenze di milioni di vittime di questi conflitti. In tal senso vorrei sottolineare l’importanza di una rinnovata collaborazione a tutti i livelli tra i diversi soggetti che operano in questo settore.
A un anno di distanza dal nostro ultimo incontro, dobbiamo constatare con grande tristezza che, nonostante i molti sforzi prodigati in vari ambiti, la logica delle armi e della sopraffazione, gli interessi oscuri e la violenza continuano a devastare questi Paesi e che, fino ad ora, non si è saputo porre fine alle estenuanti sofferenze e alle continue violazioni dei diritti umani. Le conseguenze drammatiche della crisi sono ormai visibili ben oltre i confini della regione. Ne è espressione il grave fenomeno migratorio.
La violenza genera violenza e abbiamo l’impressione di trovarci avvolti in una spirale di prepotenza e di inerzia da cui non sembra esserci scampo. Questo male che attanaglia coscienza e volontà ci deve interrogare. Perché l’uomo, anche al prezzo di danni incalcolabili alle persone, al patrimonio e all’ambiente, continua a perseguire le prevaricazioni, le vendette, le violenze? Pensiamo al recente attacco contro un convoglio umanitario dell’ONU… È l’esperienza di quel mysterium iniquitatis, di quel male che è presente nell’uomo e nella storia e ha bisogno di essere redento. Distruggere per distruggere. Perciò, in questo Anno nel quale più intensamente fissiamo lo sguardo su Cristo, Misericordia incarnata che ha vinto il peccato e la morte, mi tornano alla mente queste parole di San Giovanni Paolo II: «Il limite imposto al male, di cui l’uomo è artefice e vittima, è in definitiva la Divina Misericordia» (Memoria e identità, p. 70). E’ l’unico limite. Sì, la risposta al dramma del male si trova nel mistero di Cristo.
Guardando ai tantissimi volti sofferenti, in Siria, in Iraq e nei Paesi vicini e lontani dove milioni di profughi sono costretti a cercare rifugio e protezione, la Chiesa scorge il volto del suo Signore durante la Passione.
Il lavoro di quanti, come voi che rappresentate tanti operatori sul campo, sono impegnati ad aiutare queste persone e a salvaguardarne la dignità è certamente un riflesso della misericordia di Dio e, in quanto tale, un segno che il male ha un limite e che non ha l’ultima parola. È un segno di grande speranza, per il quale voglio ringraziare, insieme con voi, tante persone anonime – ma non per Dio! – le quali, specialmente in questo anno giubilare, pregano e intercedono in silenzio per le vittime dei conflitti, soprattutto per i bambini e i più deboli, e così sostengono anche il vostro lavoro. Ad Aleppo, i bambini devono bere l’acqua inquinata!
Al di là dei necessari aiuti umanitari, ciò che oggi i nostri fratelli e sorelle della Siria e dell’Iraq desiderano più di tutto è la pace. Non mi stanco perciò di chiedere alla comunità internazionale maggiori e rinnovati sforzi per giungere alla pace in tutto il Medio Oriente e di chiedere di non guardare dall’altra parte.
Porre fine al conflitto è anche nelle mani dell’uomo: ognuno di noi può e deve farsi costruttore di pace, perché ogni situazione di violenza e ingiustizia è una ferita al corpo dell’intera famiglia umana.
La mia richiesta si fa preghiera quotidiana a Dio di ispirare le menti e i cuori di quanti hanno responsabilità politiche, affinché sappiano rinunciare agli interessi parziali per raggiungere il bene più grande: la pace.
Questo incontro mi dà, in tale prospettiva, l’opportunità di ringraziare e di incoraggiare le istanze internazionali, in particolare le Nazioni Unite, per il lavoro di sostegno e di mediazione presso i diversi Governi, affinché si concordi la fine del conflitto e si ponga finalmente al primo posto il bene delle popolazioni inermi. È una strada che dobbiamo percorrere insieme con pazienza e perseveranza, ma anche con urgenza, e la Chiesa non mancherà di continuare a dare il suo contributo.
Infine il mio pensiero va alle comunità cristiane del Medio Oriente, che soffrono le conseguenze della violenza e guardano con timore al futuro. In mezzo a tanta oscurità, queste Chiese tengono alta la lampada della fede, della speranza e della carità. Aiutando con coraggio e senza discriminazioni quanti soffrono e lavorano per la pace e la coesistenza, i cristiani mediorientali sono oggi segno concreto della misericordia di Dio. Ad essi va l’ammirazione, la riconoscenza e il sostegno della Chiesa universale.
Affido queste comunità e quanti operano al servizio delle vittime di questa crisi all’intercessione di Santa Teresa di Calcutta, modello di carità e di misericordia.
Il Signore vi benedica e la Madonna vi custodisca. E grazie, molte grazie per quello che voi fate. Molte grazie!

Sinodo caldeo: in un contesto di guerra e violenze, testimoni di Cristo con amore e speranza


Nell’Anno giubilare della Misericordia, la Chiesa caldea deve mostrare “senso di responsabilità, amore e speranza”; un richiamo indirizzato “a tutti i sacerdoti, monaci, suore e fedeli” a cui spetta il compito di “testimoniare Cristo e i suoi insegnamenti”. Con questo rinnovato invito all’evangelizzazione, contenuto nel documento finale e inviato per conoscenza ad AsiaNews, si è concluso il Sinodo in programma dal 22 al 27 settembre ad Ankawa, sobborgo cristiano di Erbil, nel Kurdistan irakeno. Ogni vescovo, spiega la dichiarazione finale, dovrebbe valutare il tema “dell’ordinazione di sacerdoti e diaconi sposati”, selezionando fra quanti mostrano “qualità spirituali, culturali, pastorali” e preparandoli “con un percorso approfondito”.
All’incontro guidato da sua Beatitudine mar Louis Raphael Sako hanno partecipato 20 vescovi caldei provenienti da Iraq, Siria, Iran, Libano, Stati Uniti, Canada e Australia. Unico assente mons. Sarhad Jammo, emerito della diocesi di san Pietro Apostolo a San Diego, negli Stati Uniti, protagonista in passato di un durissimo scontro con il patriarcato per la questione dei sacerdoti e monaci ribelli.
Un muro contro muro durato a lungo e che aveva innalzato la tensione in seno alla Chiesa caldea, tanto da far ipotizzare un mini-scisma. Dal Sinodo sono emersi tre nomi per la successione alla guida della diocesi ribelle, inviati a papa Francesco per la scelta finale. Restano invece in sospeso le nomine per le diocesi vacanti, rimandate al prossimo Sinodo anche per capire l’evoluzione della situazione a Mosul.
Uno dei punti della dichiarazione finale riguarda proprio i sacerdoti e monaci ribelli. “Il Sinodo - si legge nella nota - ha deciso che preti e monaci che hanno abbandonato diocesi e monasteri senza il permesso formale devono lasciare immediatamente le loro attuali diocesi”. Il loro comportamento, avverte il Sinodo, è fonte “di dubbi” fra i fedeli; prima di rientrare nella posizione originaria essi devono svolgere “un mese o due di riabilitazione”.
Assieme al richiamo a una “maggiore partecipazione dei laici alla vita della Chiesa”, il Sinodo caldeo pone particolare attenzione “alle vocazioni sacerdotali e monastiche”. Vi sono “sfide e ostacoli” come “l’immigrazione, il controllo delle nascite, i social media, l’instabilità del Paese, i modelli guida” che vanno approfonditi, per rispondere alle domande poste dai fedeli. Al riguardo è necessario “focalizzare” l’attenzione su “una formazione sostenibile” a livello “psicologico e pedagogico”.
Implorando la pace per l’Iraq e la liberazione di tutte le aree ancora nelle mani dei gruppi jihadisti fra cui lo Stato islamico (SI), così da “favorire il ritorno degli sfollati nelle loro case”, i vescovi hanno pregato in comunione e solidarietà con mons. Antoine Audo, vescovo di Aleppo. Dalla Chiesa caldea giunge un “rinnovato appello per la fine della guerra in Siria” e la richiesta di un “dialogo proficuo che permetta di raggiungere una soluzione politica e pacifica al conflitto”.
Nella dichiarazione finale si rinnova l’impegno al sostegno della famiglia, seguendo le indicazioni tracciate da papa Francesco nell’Esortazione apostolica "Amoris Laetitia". Da ultimo, la Chiesa caldea ha inviato in Vaticano il nuovo messale caldeo per l’approvazione e un documento per promuovere la pratica di beatificazione e canonizzazione dei martiri caldei.

Chaldean Patriarchate
Final Statement of the 2016 Chaldean Church Synod

Final Statement of the 2016 Chaldean Church Synod



The Chaldean Church Synod convened its annual meeting on 22-27 September 2016, in Ankawa / Erbil, chaired by His Beatitude, Patriarch Louis Raphael Sako and the presence of twenty Chaldean Bishops of Iraq, Iran, Syria, Lebanon, the United States, Canada and Australia. The only absentee was Bishop Sarhad Jammo (Emeritus Bishop of St. Peter the Apostle Diocese in San Diego, western United States).
The Synod Bishops commenced their first meeting with prayers, asking the Holy Spirit to shower them with grace and wisdom to achieve the goals of their meeting for the goodwill of the Chaldean Church around the world. They implored for granting Iraq peace after the liberation of all the seized land, so that displaced can return to their homes, and life would be back to normal. Bishops also showed solidarity in prayers with their brother Bishop Antoine Audo (Bishop of Aleppo), may officials stop the war in Syria and sit together in a constructive dialogue to find a peaceful political solution that preserves the country and the nation.
Follow-up on the Synod Agenda
  1. First, three candidates were selected for the Diocese of St. Peter the Apostle in San Diego, western United States, their names will be sent to Rome for H.H. Pope Francis to choose one of them. Besides, a new Apostolic Visitor was nominated for Europe. Whereas, the decision was made to postpone the nomination of new bishops for the vacant dioceses (inside and outside Iraq) till the next Synod, due to the current unstable circumstances and the liberation of Mosul.
  2. Second, Synod members reviewed and incorporated, the agreed upon, changes into the text of the Chaldean Mass (Anafora of Addai and Marie), recently prepared and suggested by the new Patriarchate Liturgical Committee based on scripts of 2006 and 2014. The new version will be sent to the Holy See for their approval.
  3. Third, list of all Saints mentioned in the Chaldean liturgy and traditions will be submitted with a support letter from 2016 synod to the Holy See to speed up the beatification and canonization process and integrating them in the calendar of the Catholic Church. On the other hand, Bishop Francis Kalabat was assigned to proceed with the application of the martyrs of the WWI, such as, Addai Sher, Jacob Abraham and Thomas Audo as well as the martyrs of the “post-2003”, such as Bishop Faraj Rahho, Father Ragheed Kani, 4 deacons, and Sister Cecil Sacredheart. The synod members decided to nominate Fr. Imad Khoshaba and Ribawar (the monk) to help him follow up on this process.
  4. Fourth, the Synod agreed to adopt the Apostolic Exhortation of H.H. Pope Francis about the family and study the appropriate wayto introduce and explain it to the faithful and to use it in the ecclesiastical courts.
  5. Fifth, in order to discuss the monastic and priestly vocations, the Synod invited: Superiors of religious congregations, Daughters of Mary; Daughters of the Sacred Heart of Jesus; and Dominicans, the Apostolic visitor of the Chaldean Antonine Hermzdih Order and the Director of Saint Peter Seminary. They came across challenges and obstacles such as immigration, birth control, new culture and social media, the instability of the country, role model, and emphasized the role of the mentor as well as the necessity of focusing on psychology, education and sustainable forming.
  6. Sixth, The Synod members agreed that priests and monks who left their dioceses and monasteries without formal permission had to leave their current dioceses immediately, for raising doubts among faithful. We could accept them, in a condition that one of the Chaldean bishops can accommodate them after a month or two of rehabilitation. While, priests should return to their bishops to regularize their status before commencing their pastoral mission. The Synod assured that Fr. Noel Gorgees has been fired from the Chaldean Church.
  7. Seventh, highlight the formation of parish and / or pastoral councils, especially in the financial aspect. Such committees will open the door for faithful to participate in the “Church's life” and engage them in activities. It will help also in taking appropriate pastoral decisions, considering the uniqueness of each country.
  8. Eighth, each bishop should feel free to study the subject of ordaining deacons and married priests with the church board and related committees to make the right decision and see what is appropriate for his diocese based on Canon Law by selecting those who have good spiritual, cultural, pastoral qualities and better to go through a well-prepared course before their ordination.
Finally, the synod bishops concluded their meeting on Tuesday evening, September 27 with a friendly call to all our priests, monks, nuns and faithful to witness to Christ and his teaching, especially that we are in the Jubilee Year of Mercy and to show a sense of responsibility, love, and hope. Also, to remain united with their church and its’ teaching by gathering around their pastors, and never fall for factionalism, criticism and rumor, since these things are disruptive. We believe that difficult circumstances are always temporary and will soon go away.

Assyrian Christians Live In War-Torn Limbo, Praying Against Genocide

Alexandra Hudson

On June 10, 2014, Batool* was in her classroom in Mosul, Iraq, preparing for the school week when she received word: Bad people—barbarians looking for Christians to kill—were coming. Batool immediately went home to pack up her life. As she prepared to leave her house, her career, and her education—she was midway through a PhD in biology—she knew she was likely saying a permanent farewell to the only home she had ever known.
She is an Assyrian Christian, which means the Islamic State (ISIS) and many other Iraqi Muslims perceived her as a non-believer and an ally of the West. Being Christian in Iraq means being a primary target of ISIS terrorism.
That night, her house was marked with an “N” for “Nazarene” (ن in Arabic), signifying that she follows Jesus of Nazareth. It’s not dissimilar from the Star of David Jews were obligated to wear in 1930s Germany. The next day, ISIS sent Batool’s sister a threatening note telling her convert to Islam, pay the “jizya”—a tax on non-Muslims— or be executed. It was time for them to leave.

Assyrian Christians Flee Their Homes in Droves

Batool’s home city of Mosul stands on the ruins of the ancient city of Nineveh. Many will recall the biblical story of Jonah, whom God called to preach to the Assyrians in Nineveh. The ancient city was the capital of the Assyrian Empire, one of the great empires of biblical times, alongside the Egyptians and Babylonians. Since Assyria was Christianized in the first century AD, Mosul has been home to thousands of Assyrian Christians.
Assyrian Christians have long endured persecution for both their ethnicity and their faith: the Iraqi Assyrian population, for example, has dropped from 1.5 million in 2003 to approximately 200,000 today. From 1910 to 2016, the proportion of people in the Middle East identifying as Assyrian Christian dropped from 14 percent to 4 percent. Today the Assyrian diaspora exceeds 4 million.
Recent events have exacerbated the persecution, and Assyrian Christians continue to flee the Middle East in droves. ISIS occupied Mosul in June 2014, prompting a mass Assyrian exodus. By July, ISIS declared the city was Christian-free. For the first time in its Christian history, mass would not be celebrated in Mosul.
How should America respond to this humanitarian crisis? Secretary of State John Kerry recently condemned Sunni jihadist groups’ persecution of Christians, as well as the slaughter of Yazidis and Shiite Muslims in Iraq and Syria, as genocide. But while this official declaration carried great symbolic significance, few practical changes to U.S. foreign policy have followed.
Even if American foreign policy were to change, it is not clear what its object should be, particularly for Assyrian Christians. Although all Assyrians yearn for a homeland in the Nineveh Plain, many differ in their vision of their families’ and peoples’ future.
Some Assyrians dream to return to the Nineveh Plains and have a restored, unified, and peaceful homeland. “I would love to return to the land of my mother and grandmother. I would love to raise my daughters and granddaughters in the place my people have lived for thousands of years,” muses Janna, a young Assyrian mother to three girls and a refugee living in Jordan.
Others Assyrians, scarred by the betrayal from many of their Muslim neighbors and the trauma of persecution in their homeland, instead hope for safety and security abroad. “I wish to return home, but it is not possible. Please pray for us,” asked Taghee, a woman who barely escaped Mosul the day ISIS attacked. “But also help us. We must leave (Amman, Jordan). Fast. We are not safe in Iraq while Daesh (ISIS) is in control. We have no future, no work, no belongings. Pray for us and help our applications for resettlement.”
Batool and her sister’s hope for the future is less concrete: “I want to live in peace. What we have endured, no one should have to endure.”

Not Everyone Ignores this Humanitarian Disaster

Many Americans are convinced they have a duty to prevent Christianity from being extinguished in the Middle East, the cradle of its conception. Earlier this September, the Washington DC-based nonprofit In Defense of Christians (IDC) hosted its National Leadership Convention to “mobilize America for the Christians in the Middle East.” IDC seeks to preserve Christianity and Christian culture in the Middle East through grassroots mobilization, coalition-building, awareness-raising, and congressional resolutions. Other organizations, such as the Iraqi Christian Relief Council, raise funds to provide emergency humanitarian aid, prayers, and advocacy for Assyrian Christians in Iraq and other parts of the Middle East.
Other organizations encourage the United States play a more active role in preserving Assyrian Christians. One recent proposal advocates U.S. support for creating a new semi-independent Iraqi province on the Nineveh Plain to protect and resettle Assyrian Christians and other ethnic and religious minorities ISIS has recently displaced. A proposed congressional resolution aims to “support the Republic of Iraq and its people to recognize a province in the Nineveh Plain region, consistent with lawful expressions of self-determination by its indigenous peoples.”
Such efforts encourage Assyrian Christians like Batool. While there are inevitable challenges in helping Christians—and Yazidis and Shiites—who are vulnerable to persecution, these initiatives show that many in the West care about the plight of Batool and her people. Batool, at least, is hopeful: “Some days we are angry. Others we are at peace. Pray for our patience. God is in control.”
*Some names in this piece have been changed for privacy and security.

Alexandra Hudson is a graduate of the London School of Economics, where she completed her masters in international comparative social policy as a Rotary Global Grant Scholar. She has held posts with the American Enterprise Institute and the Federalist Society, and most recently was lead education policy analyst at the Wisconsin Institute for Law & Liberty.

Run over by US tank, run out of his home by IS: Iraqi monk's own experience helps others


First he was run over by a US tank, then an invading Islamic State militia forced him to abandon his monastery in northern Iraq.
Raeed, a monk from Qaraqosh – Iraq’s largest Christian town – had to flee and set up a temporary monastery in a displacement camp in Erbil. But his inspiration to help those less fortunate had been formed earlier, during the Iraq Allied invasion of 2003.
In 2001, Raeed had felt spiritually called to become a monk; he joined four others in a normal monastery.
But his life was soon shaken up.
[During the occupation of Iraq by a US-led coalition] Raeed, on his way to Baghdad, was talking with a fellow monk - in a taxi shared with others. Out of nowhere came a crash and the sound of crunching metal. The taxi had collided with a US tank, which had driven over part of the car. The accident killed his friend and left Raeed in a coma. 
He woke from the coma to realise he was the only survivor from the car. This challenged his faith like nothing before. He could not understand why, after choosing to commit his life to serve God, such a thing could happen.
“But what happened [in the end] deepened my faith. It brought me back to my calling. I’d promised to obey Jesus, and He said ‘Whoever follows Jesus should not look back.’”
It wasn’t the only challenge to Raeed’s faith. Tragedy struck again ten years later, when he found himself caught up in the invasion by Islamic State. He recalls the day he fled his city:
“The sound of honking car horns disturbed the silence of our prayer room. Beyond the street noise, there was the sound of explosions.” Looking out of the window, he saw cars lining up to leave the city. What he feared for months had come true: IS was approaching. Fearing for his safety, Raeed grabbed his things and prepared to leave.
With the other monks he joined the slow-moving traffic as people fled in panic. The drive to Erbil, normally just two hours by car, took all night.
Over the next few months Erbil became the safe haven for thousands of others fleeing IS, including many Christians fearful for their lives. Raeed found a purpose in this chaos, remembering his calling to “Follow Jesus no matter what”: he helped set up a monastery in the middle of a refugee camp for Christians, on the outskirts of Erbil. 
The church he serves in - a portacabin in the camp – is now so busy that people have to stand in the doorway during a service.
He says he never expected a refugee camp to be his place of service but he accepts it as his calling. He works in the camp alongside a group of nuns, even conducting services in the place of absent priests.
He is just as you imagine a monk: his gestures are calm and silence seems to be his natural habit. His is a welcome face among people whose lives have been turned upside down and who face many challenges ahead.
“But I don’t have to be anything supernatural,” he says, “I just have to be here with the people in the church because God needs me to be here…It is all about Jesus. Jesus is the core, He is the Rock we build on. And whatever might happen, our Rock will never disappear. He will always be here.”

28 settembre 2016

Aleppo: mons. Audo (Caritas Siria), “la parola del Papa è libera e priva di interessi politici e economici”

By SIR

“Il Papa ha la libertà della parola, non ha interessi politici o economici. La sua è una parola libera e personale, priva di paura, che si eleva davanti alle violenze. Si indirizza alla coscienza delle persone e, a livello internazionale, sa bene cosa dice”.
Così monsignor Antoine Audo, vescovo caldeo di Aleppo e presidente di Caritas Siria, commenta al Sir le parole di Papa Francesco oggi in udienza il cui pensiero è andato “un’altra volta all’amata e martoriata Siria”. In un appello a braccio il Papa ha rivolto un pensiero per la Siria: “Continuano a giungermi notizie drammatiche sulla sorte delle popolazioni di Aleppo, alle quali mi sento unito nella sofferenza, attraverso la preghiera e la vicinanza spirituale. Nell’esprimere profondo dolore e viva preoccupazione per quanto accade in questa già martoriata città – dove muoiono bambini, anziani, ammalati, giovani, vecchi, tutti – rinnovo a tutti l’appello ad impegnarsi con tutte le forze nella protezione dei civili, quale obbligo imperativo e urgente”. Il Pontefice si è poi rivolto “alla coscienza dei responsabili dei bombardamenti che devono dare conto davanti a Dio”.
Mons. Audo, che oggi ha partecipato ad un incontro di Caritas Internationalis, fa il punto con il Sir sull’emergenza umanitaria in corso nella città di Aleppo dove, nella zona Est, tenuta dai “ribelli islamici”, “mancano luce, acqua, medicinali, cibo”. La zona, dice, “è bombardata dall’esercito”, mentre i ribelli “rispondono con razzi e bombe lanciate verso la zona Ovest, dove siamo noi” anch’essa senza acqua e luce. Tuttavia, per mons. Audo, “l’emergenza più grave è rappresentata dal fatto che la morte è diventata una cosa naturale e normale: è la spirale di violenza, di odio e di istinti terribili che invadono i luoghi e le persone. Dobbiamo fermare questa spirale”. A riguardo il vescovo caldeo si dice certo che “la pace è possibile ma questa deve venire dall’interno della Siria, dai siriani che hanno possibilità di vivere in pace. Sedersi ad un tavolo con l’aiuto dell’Onu è possibile”.

27 settembre 2016

Comunicato del Pontificio Consiglio “Cor Unum”: Quinta riunione sulla crisi umanitaria siriana e irachena


Giovedì 29 settembre avrà luogo la quinta riunione sulla crisi umanitaria siriana e irachena promossa dal Pontificio Consiglio “Cor Unum”. L’incontro, al quale hanno dato la loro adesione circa 40 organismi di carità cattolici, oltre ai rappresentanti degli episcopati locali, di Congregazioni religiose che operano nell’area del Medio Oriente, e ai Nunzi Apostolici in Siria e Iraq, sarà aperto alle ore 9.30 dall’Udienza con il Santo Padre, che riceverà i partecipanti nel Palazzo Apostolico.
I lavori proseguiranno presso l’Auditorium Giovanni Paolo II della Pontificia Università Urbaniana. Dopo l’introduzione di Mons. Giampietro Dal Toso, Segretario del Pontificio Consiglio “Cor Unum”, si succederanno il discorso di Staffan de Mistura, Inviato Speciale dell’ONU per la Siria; la presentazione della Seconda Indagine sulla risposta della rete ecclesiale alla crisi umanitaria irachena e siriana 2015-2016, realizzata da “Cor Unum”; l’intervento del Segretario di Stato, Card. Pietro Parolin.
Nel pomeriggio, dopo gli aggiornamenti sulla situazione politica e umanitaria da parte di S.E. Mons. Mario Zenari, Nunzio Apostolico in Siria, e di S.E. Mons. Alberto Ortega, Nunzio Apostolico in Iraq, i partecipanti si riuniranno in gruppi di lavoro e l’incontro si concentrerà sugli aspetti concreti della collaborazione tra i diversi soggetti impegnati in Medio Oriente.
Obiettivi della riunione, in continuità con il percorso intrapreso negli ultimi quattro anni, sono di tracciare un bilancio del lavoro svolto finora dagli organismi caritativi cattolici nel contesto della crisi, condividendo le risposte della Chiesa alla situazione umanitaria; discutere le criticità emerse e individuare le priorità per il futuro; analizzare la situazione delle comunità cristiane residenti nei Paesi colpiti dalla guerra, promuovendo la sinergia tra le Diocesi, le Congregazioni religiose e gli organismi ecclesiali.
Il conflitto in Siria e Iraq ha prodotto una delle crisi umanitarie più gravi degli ultimi decenni ed è al centro dell’attenzione internazionale. La Santa Sede, oltre all’attività diplomatica, partecipa attivamente ai programmi di aiuto e assistenza umanitaria. La rete ecclesiale, complessivamente, ha raggiunto nel biennio 2015-2016 oltre 9 milioni di beneficiari individuali, mobilitando circa 207 milioni di dollari (anno 2015) e 196 milioni di dollari (anno 2016 aggiornato a luglio). Dal 2011 la crisi avrebbe provocato oltre 300 mila vittime e 1 milione di feriti. Attualmente sono più di 13,5 milioni le persone bisognose di aiuto in Siria e oltre 10 milioni in Iraq; i rifugiati interni sono 8,7 milioni in Siria e più di 3,4 milioni in Iraq, mentre 4,8 milioni sono i rifugiati siriani in tutta l’area del Medio Oriente, in particolare in Turchia, Libano e Giordania.

Il Parlamento iracheno: no a ogni modifica dello status della Provincia di Ninive per riservare “aree protette” alle minoranze religiose

By Fides

Il Parlamento iracheno ha votato ieri, lunedì 26 settembre, una mozione per chiudere le porte a ogni ipotesi di modifica dei confini e dello status giuridico della Provincia settentrionale di Ninive.
La mozione, presentata dal parlamentare sunnita Ahmed Jarba, ha ottenuto ampio favore da parte dell'Assemblea parlamentare, raccogliendo l'appoggio delle forze sciite e di molti parlamentari sunniti. Il popolo iracheno - ha dichiarato Jarba dopo il voto - respinge ogni ipotesi preventiva di ripartizione e riconfigurazione giuridica della Piana di Ninive. Secondo i sostenitori della mozione, ogni modifica dei confini e delll'attuale status amministrativo e giuridico della provincia al momento presente rappresenterebbe una violazione della Costituzione irachena. A loro giudizio – riportano fonti locali consultate dall'Agenzia Fides -, le questioni riguardanti il futuro assetto istituzionale dell'area saranno trattate solo se e quando sarà realizzata la piena liberazione di quelle terre dal dominio dei jihadisti dell'autoproclamato Stato Islamico (Daesh). E in ogni caso, i progetti di riconfigurare l'area su base etnica o settaria rappresentano altrettanti tentativi – promossi da forze esterne - per condizionare i futuri scenari politici della regione “con il pretesto di soccorrere le minoranze religiose”:
Il pronunciamento del Parlamento iracheno rappresenta un intenzionale altolà rispetto a tutte le ipotesi – coltivate sia dentro che fuori dall'Iraq – di suddividere la provincia di Ninive e ricavare delle “aree protette” da riservare a gruppi minoritari etnici e religiosi, dotate di ampia autonomia politica e amministrativa. Negli ultimi tempi (vedi Fides 16/9/2016), campagne e iniziative politiche lanciate soprattutto negli Usa avevano riproposto i progetti – periodicamente riaffioranti – di trasformare la Piana di Ninive in un'area autonoma, riservata alle popolazioni cristiane caldee, sire e assire. Il 9 settembre scorso, dodici membri della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti – 9 eletti nel Partito Repubblicano e 3 eletti nel Partito Democratico – avevano anche presentato al Comitato per gli Affari esteri della Camera una Risoluzione per chiedere che il Congresso Usa e la comunità internazionale promuovano presso il governo iracheno il riconoscimento di una Provincia corrispondente alla Piana di Ninive e organizzata secondo criteri giuridici in linea con “l'auto-determinazione da parte delle popolazioni indigene”.
La risoluzione, presentata dal repubblicano Jeff Fortenberry a nome dei suoi colleghi, argomentava la richiesta con una lista di 16 considerazioni, molte delle quali facevano riferimento alle campagne realizzate nei mesi scorsi per spingere il governo Usa e altre istanze politiche occidentali ad applicare la definizione di “genocidio” alle varie forme di brutalità e oppressione consumate dai militanti dell'autoproclamato Califfato Islamico (Daesh) sui cristiani e su altri gruppi minoritari. 

Iraqi parliament stands against new provinces for Ezidis and Christians

Baxtiyar Goran

The Iraqi Parliament voted in favor of maintaining the administrative border of the province of Nineveh on Monday.
The Iraqi parliament held the session with the presence to discuss several laws, including the vote to maintain the administrative border of the Nineveh province.
The parliament vote was requested by Ahmed al-Jarba, a Sunni MP, representing Nineveh province.
“The Iraqi people reject any decision that partitions the Nineveh province. The people of the city determine the destiny of their city in the post-Islamic State (IS) stage,” al-Jabra said.
Al-Jabra added that any changes against the legal and administrative status quo will be unconstitutional.
This decision by the Iraqi parliament is against the demand of the components of Nineveh, especially Ezidis and Christians who ask for turning Shingal, mostly Ezidi-populated area, and Nineveh Plain, majority Christian populated area, into new provinces.
Viyan Dakhil, a Kurdish Ezidi MP in the Iraqi parliament told Kurdistan24 on Monday that Kurdish Ezidis will not return to the evacuated city of Shingal without changes in the administration of Nineveh Province.
Dakhil noted some ethnic and religious groups in Nineveh are demanding changes in the administration of the province and want to create separate provinces.
The President of the Kurdistan Region Masoud Barzani previously stated the Kurdistan Regional Government (KRG) would promote the city of Shingal to a province in the Region.
Nineveh Plains  should be liberated from the Islamic State (IS) and Christians' rights and future shall be secured, a Christian political party leader told Kurdistan24.
Romio Hakkari, the Secretary-General of the Assyrian Bet al-Nahrain Party who visited Washington to gain the US support in liberating Christian areas in the province of Nineveh located in northern Iraq which is often called "Nineveh Plains."
In June 2014, IS emerged in Mosul, the second-largest city in Iraq. The group controlled large swaths of territory in the northern country, including Christian populated areas that according to Hakkari displaced about 200,000 Christians, mostly are staying in the Kurdistan Region.
“We do not want to be part of the possible Sunni autonomous region in Iraq,” Hakkari stated, claiming the Sunnis in Nineveh discriminate against Christians in the area.

26 settembre 2016

Plenaria dei vescovi tedeschi su migrazione, rifugiati e nuove povertà

By SIR
Massimo Lavena

Quattro giornate di intensi dibattiti, nelle sale del seminario vescovile di Fulda, su migrazione e rifugiati, nuove povertà e marginalità come sfida per la Chiesa, interventi umanitari in favore dei cristiani del Vicino e Medio Oriente, integrazione europea dopo la Brexit del Regno Unito e cinquecentenario della riforma luterana.
I vescovi tedeschi accettano la sfida della società contemporanea: questa potrebbe essere la sintesi dei lavori della recente Assemblea plenaria della Conferenza episcopale tedesca (Dbk), conclusasi giovedì 21 settembre dopo quattro giornate di intensi dibattiti. Migrazione e rifugiati; nuove povertà e marginalità come sfida per la Chiesa; interventi umanitari in favore dei cristiani del Vicino e Medio Oriente; integrazione europea dopo la Brexit del Regno Unito; cinquecentenario della riforma luterana: questi i temi principali dei lavori che si sono rincorsi nelle sale del seminario vescovile di Fulda, che ha accolto i 66 presuli tedeschi.
L’impegno per i rifugiati.
La Dbk, per bocca del presidente e arcivescovo di Monaco Frisinga, cardinale Reinhard Marx, ha esplicitamente chiesto al governo federale una nuova legge globale sull’immigrazione e per la gestione dei richiedenti asilo. Marx, durante la conferenza stampa conclusiva, ha tenuto ha precisare che la “Germania è un Paese di immigrazione, soprattutto ora che circa un quarto della popolazione è immigrata”. Il cardinale ha ribadito che è necessaria una legge che valuti le differenti cause dell’immigrazione: c’è necessità “di maggiore chiarezza davanti a persone che in realtà volevano emigrare per motivi economici, usando delle possibilità d’asilo e del diritto dei rifugiati previsto in Germania”.

L’impegno che la Chiesa tedesca ha profuso per gli aiuti ai rifugiati ha visto le 27 diocesi del Paese mettere a disposizione un totale di 79,5 milioni di euro nei primi sette mesi del 2016: 52milioni e 200mila euro per progetti in Germania di assistenza, scolarizzazione, formazione lavorativa ed edilizia sociale e 27,3 milioni di euro in progetti umanitari nelle regioni di crisi.  

In queste ingenti somme, la Dbk ha precisato che non sono ricompresi l’impegno delle comunità religiose e dell’associazionismo cattolico, e l’assistenza non finanziaria per circa 28mila rifugiati accolti in 1.381 edifici ecclesiastici. Oltre 5.900 operatori pastorali offrono assistenza medica, sociale, professionale e legale, mentre 100mila volontari operano nelle azioni di integrazione, insegnamento e assistenza alle famiglie.
Compassione e solidarietà. 
 Un dato di riferimento per la società tedesca è il confronto con ciò che avvenne dopo al Seconda Guerra Mondiale con l’afflusso in Germania, federale e democratica, di oltre 12 milioni di profughi dall’Europa Orientale “e i loro discendenti hanno mantenuto la cultura della memoria e, allo stesso tempo, notevolmente contribuito al progetto di pace europeo”, ha ricordato Marx. Nel corso dei lavori il cardinale Rainer Woelki, arcivescovo di Colonia, aveva evidenziato la necessità di una maggiore compassione e solidarietà verso gli emarginati e i rifugiati: “Nessuna società può chiamarsi umana, se perde di vista il destino dei propri poveri o scarica le colpe su altri poveri, rendendoli capri espiatori” e la povertà, ha continuato l’arcivescovo, “non è una realtà lontana: è la realtà di molte migliaia di persone nel nostro Paese”. Per Woelki, il problema è il progressivo scarica barile di una società dove sempre più si manifesta il populismo razzista e la mancanza di solidarietà: “Noi sperimentiamo in questo momento nel nostro Paese cosa succede quando le persone sono corteggiate politicamente su questo argomento. Il populismo alimenta l’atteggiamento de-solidale e stimola il bisogno di capri espiatori”. 

Cristiani in Iraq.
Grande rilevanza anche sui mezzi di comunicazione nazionali ha avuto la conferenza dell’arcivescovo cattolico caldeo di Erbil, nel Kurdistan iracheno, monsignor Bashar Warda, il quale ha lanciato un accorato appello ai cristiani tedeschi e di tutta l’Europa perché “entro un mese si deciderà se dopo 2000 anni di presenza in Iraq il cristianesimo avrà un futuro o si estinguerà, salvo piccoli resti museali”. 
Warda, ringraziando i cattolici tedeschi per l’appoggio e l’aiuto economico ai cristiani iracheni, ha ricordato che nel Paese mesopotamico “il numero dei cristiani è diminuito drasticamente da 1,4 milioni di fedeli a meno di 300mila”. Nella regione di Erbil sono giunti migliaia di profughi dopo l’invasione di Mosul da parte dell’Isis, e il presule caldeo ha ricordato che “i cattolici caldei di Erbil hanno accolto e ospitato 10mila famiglie cristiane”. Con i fondi della Chiesa tedesca sono state costruite 11 scuole e assicurate 150 borse di studio universitarie, oltre alla assistenza ed accoglienza quotidiana dei nuovi profughi.

The Speech of H.B. Patriarch Louis Raphael Sako at the Opening Ceremony of The Chaldean League Conference


The Chaldean League is a non-political and non-profit worldwide organization built on philanthropic, ethnic, social and national grounds. As a new entity, it requires at this phase to stand firm and be supported by highly qualified people. It is making an effort to strengthen relations with Christians and other citizens, in addition to serving Chaldeans (as a component of the nation not as a minority). 
This “young” League has achieved a lot in its’ first year. Therefore, our thank goes to the capable and dedicated President, Mr. Safa Sabah Hindi, who showed the merits and wisdom in managing it. We extend our thanks to the heads of the branches and the founders as well, and hope that the new administration will continue achieving its’ goals in serving the Chaldeans and Mesopotamian people in Iraq and in diaspora.
On this occasion, I would like to remind you of all the difficult circumstances that led to take this initiative. Simply, the Chaldeans were in need of such a league, similar to many other ecclesial, social, cultural organizations in the Middle East. 
Even though, the establishing of the Chaldean League brought up some backbiting, we hope that it will provide an opportunity for other entities that care about Christian affairs in the country and the region to unite their speeches and achieve their humanitarian, spiritual and social aims by civilized coordination with other groups. So, we hope that the Chaldean League proceed forward to achieve its goals without being competitive or affiliated with any political entity! Subsequently, this conference presents an excellent opportunity for the league to study how to approach their “new” milestones, and respond to all kinds of criticism in a positive and responsible spirit.
To Help the Chaldean League Move Forward I Would Suggest the Following:
1.    Consider, seriously the possibility of establishing branches in all the regional countries by selecting people who have the competence and are efficient in voluntary service. This step will help the League to activate a unified action at the local level in order to face all the challenges within the Chaldean home and the Christian components in general. 
2.    Encourage all those who feel that they are Chaldeans and /or believe in the League’s principles and programs to apply for the membership in accordance with the terms and rules of its’ system.
3.    Form “Chaldean Observatory” committees that may keep up on certain issues such as, human rights, women, youth, media, as well as establishing radio and television station.
4.    Adopt realism and objectivity, away from dreams, and avoid the usage of the Chaldean League for personal benefits, but rather be humble, as the local proverb states “stretch your legs as far as the length of your bed”!!
5.    Study the possibilities of revitalizing and strengthening the existence of Christians in Iraq and promote their presence and testimonies, which requires vision, well-studied stances and a clear language. It should include also a serious work with all parties concerned (locally and globally), so as to stop the immigration hemorrhage.
6.    Activate relations with other groups of Christians (namely, Assyrians, Syriacs and Armenians patiently. Since diversity is richness, I believe that the understanding and friendly dialogue will enable us to reach the common stance intellectually, culturally, socially and politically.
7.    Reinforce an open, philanthropic, and equivalent relations with Muslim citizens based on fair ground, a clear and common citizenship concepts that preserve all their rights equally. 
Hence, I would like to appreciate with gratefulness the Kurdistan Regional Government (KRG) for welcoming and accommodating Christians with thousands of other Iraqi displaced citizens. The history will never forget this humanitarian stance. Therefore, I hope that the officials and politicians at KRG will maintain the unity among their people in Kurdistan Region, its’ stability, and security by avoiding conflicts and infighting that may divide their people as it happened in the “wounded” Iraq. On the other hand, maintaining unity will guarantee the defeat of extremism and terrorism as well as the release of seized lands and will help the displaced return to their homes. 
As you may know, the presence of Christians is a big support for both KRG and the central government for their skills, loyalty and openness. So, we should work together to keep them as ONE original and native component that contribute to develop the country. 
Finally, as people of this homeland, we are aware that the current situation poses many difficult and complicated challenges. We pray may God grant all of us success in our endeavor for every good work. I am pleased that their Excellencies, Chaldean Bishops (Synod members) are attending the conference today and would like together with them and on behalf of the Church to wish you all the best in achieving your noble goals.

23 settembre 2016

La rinascita degli assiro-caldei

By Avvenire
Joseph Yacoub

(traduzione di Anna Maria Brogi)

Ma chi sa che esistono in Caucaso gli assiro-caldei? Chi sa che questi assiro-caldei, cristiani, adepti un tempo della Chiesa d’Oriente, cosiddetta nestoriana, conosciuti dai russi e dalla popolazioni locali con il nome comune di Aissori (Assiri), parlano ancora oggi l’aramaico (o siriaco), la lingua di Cristo, in queste regioni caucasiche così attrattive? Di solito, quando si parla di assiro-caldei, si pensa subito all’Iraq, alla Turchia, all’Iran, alla Siria, al Libano e alla diaspora. Ma la loro rotta russa e caucasica è in gran parte sconosciuta; e ancor più lo sono i loro legami con le Chiese russa, georgiana e armena. Nell’ambito del suo viaggio in Georgia e in Azerbaigian, da venerdì 30 settembre a domenica 2 ottobre, un evento importante avrà luogo nel primo giorno del viaggio di Francesco, nel tardo pomeriggio. Il Papa deve incontrare la locale comunità assiro-caldea a Tbilisi, capitale della Georgia, nella sua chiesa Mar Shimun (San Simone) Bar Sabbaé (328-341), che porta il nome di un antico catholicos- patriarca della Chiesa d’Oriente “nestoriana”.
Il merito del viaggio di papa Francesco in questa regione è di farli uscire dall’oblio e di attirare l’attenzione sulla loro sorte. Ma chi sono questi assiro-caldei di Georgia che il Papa incontrerà il 30 settembre? Si tratta di una comunità arrivata in diverse ondate. I primi migranti risalgono al 1770, altri al 1828 e molti vi si insediarono all’epoca del genocidio del 1915 provenienti da Iran e Turchia, in fuga dalle persecuzioni ottomane. Il loro insediamento in Caucaso fu tributario dell’espansione e delle conquiste territoriali russe a partire dal XVIII secolo e dei disordini frontalieri tra russo, turchi e persiani che ne seguirono. Questa storia fu costantemente segnata da privazioni, sofferenze ed esodo dalla Turchia ottomana e dall’Azerbaigian persiano. Dolorosi avvenimenti, fortemente presenti nella loro memoria.

Città cosmopolita e centro nevralgico del Caucaso, Tbilisi, capitale della Georgia, fu privilegiata come luogo di insediamento poiché offriva una protezione e possibilità di lavoro e di apertura al mondo. Gli assiro-caldei hanno conosciuto in successione la Russia zarista, un Caucaso sotto dominazione russa, l’Unione Sovietica e le indipendenze caucasiche dal 1990. A partire dal 1921, essendosi imposto il bolscevismo, le chiese sono progressivamente chiuse e le libertà represse. Durante il terrore staliniano subirono una feroce repressione e un certo numero di loro saranno deportati in Siberia e in Kazakistan. Oggi, con le indipendenze caucasiche e la nuova Russia, sono felici di ritrovare la libertà, riallacciano i contatti con i compatrioti della diaspora e imparano a sperare. Per conoscere meglio questa comunità, abbiamo intrapreso (con mia moglie Claire) diversi viaggi in quei paesi del Caucaso, incontrato i suoi membri e raccolto le loro testimonianze. Descrivendo la sua storia e le sue tradizioni, abbiamo così scoperto il suo vissuto tragico e le sue sofferenze passate, alle quali abbiamo dedicato un’opera [ Oubliés de tous. Les Assyro- Chaldéens du Caucase, edito da Cerf, ndr]. 
Stimati in settemila membri, sono presenti principalmente a Tbilisi, a Gardabani e a Dzveli Kanda, suddivisi tra la Chiesa caldea cattolica e la Chiesa assira d’Oriente. Dzveli Kanda possiede tre piccole chiese costruite man mano che arrivavano. A Gardabani adepti della Chiesa assira sono riusciti a trasmettere ai figli la loro lingua. Un’antica piccola cappella, Mar Oraham, è testimone della loro fede. Dopo decenni di rottura (1920-1980), abbandonati e senza pastori, dal 1982 si sono riallacciati i contatti con la Chiesa d’Oriente nei suoi rami assiro e caldeo. Per quanto riguarda la Chiesa caldea cattolica, il suo ritorno in Caucaso è iniziato nel 1996. La Chiesa caldea inviò allora un giovane prete, Benyamin Bet Yadegar, originario di Urmia (Iran), che raggiunse il suo posto a Tbilisi dove esercita da allora il suo ministero. Fin dall’inizio padre Benyamin si è dedicato a servire la comunità senza distinzione tra cattolici e non cattolici. 
E sabato 17 ottobre 2009 fu un gran giorno, che vide la consacrazione della nuova chiesa da parte del patriarca della Chiesa caldea, il cardinale Emmanuel III Delly, arrivato appositamente da Baghdad. I numerosi fedeli che erano convenuti erano talmente raggianti da non credere che quella fosse la loro chiesa e ripetevano «questa è la nostra casa». L’architettura babilonese di quella bella chiesa ricorda il paese, la Mesopotamia. Porta il nome del catholicos- patriarca Mar Shimoun Bar Sabbaé, che subì il martirio in Persia, sotto re Shapur II, il 14 aprile 341, giorno del Venerdì Santo. All’indomani della consacrazione, domenica 18, padre Bet Yadegar è stato promosso corepiscopo della Chiesa assiro-caldea di Georgia. Si assisté quello stesso giorno al primo battesimo e alla prima comunione di 22 tra bambini e bambine. Padre Bet Yadegar è dinamico e sviluppa diverse attività. La chiesa è un vero formicaio. Il Messale caldeo (1998) che contiene l’Anafora di Mar Addaï e Mari è in tre lingue: aramaico, georgiano e russo. Ha pubblicato anche manuali di insegnamento per principianti in lingua aramaica. L’ardore che il viaggio del Papa infonderà aiuterà questa comunità a ritrovare vigore e a restare nelle terre sulle quali è radicata da 250 anni, conservando la propria lingua madre, la propria fede e la propria liturgia, nonostante le difficoltà.

lunedì, settembre 28, 2009
By Baghdadhope*
Prima chiesa cattolica orientale in Georgia



venerdì, ottobre 23, 2009
By Baghdadhope*
Prima chiesa caldea in Georgia

La guerra giusta

By Il Foglio
Matteo Matzuzzi

All’inizio di settembre, un gruppo di combattenti cristiani ha riconquistato il villaggio di Badanah, uno dei principali centri assiri occupati dagli squadroni califfali due estati fa, poco dopo la presa di Mosul. Il trionfo è stato documentato da video e foto postati su Facebook e a commentare la vittoria è stato Bahnam Abush, il comandante delle Unità di protezione della piana di Ninive, la meglio equipaggiata (e finanziata) della miriade di milizie cristiane che sul terreno contrastano gli avamposti dello Stato islamico, tentando la reconquista delle terre loro sottratte. La novità che Abush vuole sottolineare è che per la prima volta l’operazione dei suoi uomini è stata appoggiata dalle forze della coalizione, e cioè dagli Stati Uniti. Oggi, ha aggiunto, “aumenta la speranza che i cristiani rimarranno nella terra dei loro avi”.  
Alle Unità di protezione della piana di Ninive arrivano soldi dall’estero, le comunità assire in America, Australia ed Europa da tempo sostengono le milizie, con raccolte fondi e donazioni ragguardevoli. L’addestramento è continuo, giovani e meno giovani ogni mese raggiungono i campi dove si approntano le strategie da mettere in pratica sul terreno.
All’inizio, poco dopo l’arrivo dell’armata di Abu Bakr al Baghdadi, i volontari non avevano nulla: i più fortunati potevano contare su vecchie divise dell’esercito iracheno, fucili pochi e scadenti, nessuna idea su come fare la guerra, pur avendone viste tante. Oggi, secondo stime ufficiose, sono mille gli uomini sotto addestramento, forse duemila. Tante benedizioni dall’estero, poche in patria, soprattutto dalle alte gerarchie episcopali irachene. Un paradosso? Non secondo il Patriarca caldeo di Baghdad, Raphaël I Sako, che di milizie cristiane non vuole neanche sentire parlare. “Pensare che il nostro trionfo possa dipendere dalla creazione di fazioni armate isolate per combattere a difesa dei nostri diritti potrebbe condurre a un altro olocausto”, diceva all’inizio dell’anno, confermando invece pieno sostegno all’esercito regolare. E così la pensano anche tanti altri uomini ai vertici delle numerose chiese locali. Il timore non è solo quello delle rappresaglie in guerra, bensì delle cicatrici che una battaglia condotta da eserciti cristiani contro gruppi sunniti potrà lasciare nell’Iraq del domani.
Tutto vuole, la chiesa, meno che i liberatori di Ninive siano considerati dei crociati. Motivazioni che Abush rispedisce al mittente, spiega che l’unico nemico (comune) è lo Stato islamico e che l’appello a congiungersi sotto le insegne dell’esercito iracheno è inutile, visto che quell’esercito è perennemente sull’orlo del collasso. “Noi ci siamo uniti per combattere il terrorismo e Daesh e per liberare la nostra terra, proteggere la nostra dignità e il nostro onore”, ha detto Michael Rai Staef, reclutatore di Qaraqosh, altro centro occupato dai jihadisti. Unite, però, le milizie non lo sono, i gruppi maggiori (due su tutti) si contendono la supremazia, vantando chi l’appoggio occidentale, chi quello dei peshmerga curdi. Non tutti, però, nel clero si schierano contro le milizie, visto che nel febbraio di un anno fa, l’arcivescovo Youhanna Boutros Moshe, della chiesa siro-cattolica di Mosul, visitò uno dei campi di addestramento delle Unità di protezione della piana di Ninive, salutando e benedicendo i volontari, incoraggiandoli “ad andare avanti” e ricordando – a mero scopo motivazionale – che quella terra era loro “prima ancora di Cristo”.
Un distacco tra le milizie e le gerarchie però c’è, al punto da essere sorto un conflitto verbale tra lo stesso Sako e la Confederazione assira d’Europa, che al presule ha ricordato che non gli Stati Uniti bensì il legittimo governo iracheno sostiene le milizie della piana di Ninive: “Una partecipazione a guida assira è essenziale se si vuole che gli assiri tornino a Ninive, cosa che anche il patriarca dovrebbe augurarsi”. Sako non cambia idea, vede dietro le armi che riforniscono i combattenti il solito occidente, percepito come la causa primaria d’ogni sciagura mesopotamica. Sottigliezze e ragionamenti geopolitici non hanno respiro corto: le chiese cristiane – e anche la Santa Sede – alzano il muro e sfoderano le cifre, incontestabili: nel 2003, prima della caduta di Saddam Hussein, i cristiani erano un milione e mezzo. Oggi sono stimati tra i trecento e i quattrocentomila. Che poi il vecchio rais non fosse un paladino della democrazia e che le minoranze anziché tutelarle spesso le ricoprisse di gas letali, è un altro discorso. I cristiani si sono trovati in mezzo alle lotte intestine e furibonde tra sciiti e sunniti, comunità a loro volta divise da faide interne irrisolvibili.
Ecco perché non resta che un’opzione, l’esodo. Le chiese lo sanno e lo denunciano, vuoi con la vis araba dei patriarchi che gridano contro l’Europa che ammalia come una sirena i siriani e gli iracheni, convincendoli a rischiare la vita per trovare l’Eldorado sulle coste greche o siciliane, vuoi con la prudenza della diplomazia vaticana, presente nella regione con la capillare rete dei nunzi. Tutti, però, concordano su un punto: presto ci sarà la svolta, la grande battaglia per la riconquista di Mosul, il luogo simbolo predato dai jihadisti il 7 agosto del 2014, con le chiese profanate, le statue dei santi e della Madonna fatte a pezzi, gli altari ricoperti dalle nere bandiere dell’armata califfale, le campane gettate a terra. I monasteri rasi al suolo, le tombe prese a colpi di piccone. 
Agli abitanti, cristiani, dopo aver contrassegnato con la “n” di nazareno le loro abitazioni, furono date tre possibilità: convertirsi all’islam, pagare la jizya (cioè la tassa per i non musulmani), andarsene. Pena la morte. Il risultato è che tutti hanno lasciato la regione, tranne i vecchi e i malati o chi s’è rassegnato alla sciagura, quasi fosse un’incomprensibile punizione divina. Un esodo di circa centoventimila persone che “hanno scelto di mantenere la fede”, dicono dalle nunziature del vicino e medio oriente in contatto con il Vaticano, dove il dossier siro-iracheno è maneggiato con cura e grande delicatezza. Ma il quadro è chiaro e lo testimoniano le parole gravi che il cardinale Pietro Parolin, segretario di stato, ha pronunciato qualche giorno fa al Palazzo di vetro dell’Onu, intervenendo al summit per i rifugiati e i migranti, dove ha parlato di “persecuzione religiosa” che vede nei cristiani “di gran lunga il gruppo più perseguitato”. Al punto da leggere in diversi rapporti – citati dal porporato – che è in atto una “pulizia etnico-religiosa che Papa Francesco definisce una forma di genocidio”.
La battaglia di Mosul, più volte annunciata e rimandata, è lo spartiacque, almeno così recitano i bollettini diplomatici. Spazzare via gli squadroni di al Baghdadi dalla città significherebbe infliggere un colpo duro – se non letale – alla speranza di radicare un Califfato in terra irachena. Certo, rimarrebbe Raqqa, magari Aleppo. Ma l’Iraq sarebbe forse liberato, anche se non stabile. Battaglia, quella della piana di Ninive, che s’ha da fare. Le chiese lo dicono pubblicamente (anche quella cattolica), l’attacco è necessario e mai come in questo caso non vi sono remore. C’è chi invoca gli stivali sul terreno stranieri (magari contingenti arabi), c’è chi vuole affidarsi agli iracheni, chi guarda con ottimismo all’organizzazione dei curdi. Sull’obiettivo, tutti concordi. Anche con la consapevolezza che appena scatterà l’attacco si concretizzerà quel dramma umanitario annunciato, con centinaia di migliaia di sfollati e profughi (c’è chi parla di un milione), che premerebbero a ridosso del Kurdistan iracheno che già dà asilo a chi dalla piana di Ninive ha trovato lì riparo e salvezza. L’esodo è certo, i cristiani sono preparati alla nuova peregrinazione, consapevoli che questa è l’unica via per continuare a vivere nelle terre dei padri.
L’uso delle armi è contemplato, dopotutto l’operazione rientrerebbe nella cornice teorizzata dal Papa, e cioè la necessità di fermare l’aggressore ingiusto. E’ la “responsabilità di proteggere”, che lo stesso Parolin, nei suoi  interventi all’Onu più volte ha sottolineato, rimarcando il diritto di chi ha perso la casa di poter fare ritorno nella propria terra. Anche perché il timore maggiore è quello dello sradicamento delle comunità cristiane dal vicino e medio oriente, elemento che da sempre rappresenta il perno della stabilità politica e sociale. Si pensi alla Giordania, dove il re Abdallah teme – assieme ai possibili sconfinamenti dei jihadisti in rotta – il depopolamento cristiano. Molti se ne sono già andati, e il problema è che tra i primi a lasciare la Siria e l’Iraq si contano le “generazioni migliori e più preparate”, dicono i nunzi, e cioè coloro che avrebbero dovuto pensare alla ricostruzione quando il flagello sarà passato. Una presenza, quella cristiana, considerata fondamentale.
Chi non se n’è ancora andato dall’Iraq, resiste, aspetta, prega. “Niente espellerà la cristianità dal medio oriente, nonostante le difficoltà, fino a quando ci saranno cristiani decisi a rimanere nella propria terra d’origine, fieri della propria identità e della propria missione in questa parte del mondo”, assicura il Patriarca caldeo di Baghdad. Ed è proprio questo senso della missione che risalta, tra le tende degli immensi campi dove chi è fuggito dalla piana di Ninive ha trovato riparo. La tentazione di maledire Dio per aver perso tutto non c’è, anzi: ogni tenda adibita a cappella ha il suo tabernacolo, le messe sono affollate, “al rosario del martedì partecipano centinaia di persone, i giovani non si riescono neppure a contare”, diceva un vescovo latino, quasi incredulo dallo spessore e dalla forza di tale testimonianza. Lo si vede in Iraq, lo s’è visto ad Aleppo, dove il giorno dopo l’attentato alla cattedrale latina, con un razzo spedito sulla cupola durante la santa eucaristia, tra i banchi c’era più gente che ventiquattr’ore prima. Riprendere Mosul, a ogni costo, è l’ultima speranza, quella su cui fanno affidamento tutti per infliggere il colpo di grazia al “cancro”. S’attende il momento giusto, “entro la fine dell’anno”, dice con sicurezza chi ne sa.