Today, on this Tuesday November 17, 2014 we are reporting with deep
sadness and heavy hearts the loss of 7 innocent Iraqis whom they lost
their lives drowning in the Aegean Sea near Turkey and Greece Islands.
They are Christians from the heartland of
Christianity in Nineveh Plain-Iraq who became victims of Islamists-ISIS’
brutal terror and horific displacement from the town of Qaraqosh. They
are also victims of lost hope and desperation trying to reach the land
of peace and freedom after they learned of their destiny due to the
ominous news that the U.S. and other Countries are shutting their gates
for refugees like them even though they are innocent faithful people and
are victims of the terror itself.
“Baghdad ha perduto la sua bellezza e non ne è rimasto che il nome.
Rispetto a ciò che essa era un tempo, prima che gli eventi la colpissero e gli occhi delle calamità si rivolgessero a lei, essa non è più che una traccia annullata, o una sembianza di emergente fantasma.”
Ibn Battuta
"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."
Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014
Baghdad, 19 luglio 2014
18 novembre 2015
Seven Iraqi christian sank on their way to Greece for the purpose of immigration
Patriarca Younan: L’Isis non si sconfigge con i raid, l’Occidente ha tradito i cristiani
I terroristi del cosiddetto Stato islamico “sono già infiltrati nelle popolazioni europee. Per anni hanno ricevuto soldi, armi e indottrinamento religioso dall’Arabia Saudita e dai Paesi del Golfo, con la supervisione dell’Occidente. Dire che la soluzione è quella dei raid aerei [in Siria e in Iraq ndt] è una bugia”. Lo dice il patriarca della Chiesa siro-cattolica Mar Ignace Youssif III Younan a “Le Messager”, organo di stampa della Chiesa cattolica in Egitto.
In una lunga intervista, il patriarca accusa i governi occidentali di voler “mantenere il conflitto infinito in Siria” e di aver “tradito i cristiani d’Oriente. Avevamo spiegato sin dall’inizio che la nostra situazione era diversa da quella delle altre nazioni della regione, non ci hanno ascoltato. E ora piangiamo cinque anni di morti”.
Di seguito l’intervista completa, traduzione in italiano a cura di AsiaNews.
Beatitudine, qual è la situazione dei siriani, e in modo particolare dei cristiani?
Al momento la situazione in Iraq e Siria è drammatica, e tutto il popolo siriano vive nel dolore. Noi, come pastori, dobbiamo essere vicini al nostro popolo e aiutarli al massimo delle nostre possibilità. I siro-cattolici (così come le altre chiese tipo i caldei, gli assiri e i siro-ortodossi) hanno vissuto per secoli nella parte orientale della Siria, nei pressi del fiume Rafi Din. Ma non ci eravamo mai spostati nella parte occidentale o in Libano come in questi giorni. La nostra presenza andava anzi verso Iran, Afghanistan e India. Le colline afghane note come Tora Bora prendono il nome da un termine siriano che significa ‘le colline più scure’.
Oggi siamo intrappolati in una situazione terribile: sciiti e sunniti, problemi settari ed etnici, gang criminali chiamate Isis e altri gruppi terroristici che usano l’islam come un pretesto per “purificare” in nome della religione le aree sotto il loro controllo, e studiosi musulmani che ci dicono che l’islam è estraneo a questi fatti
Noi cristiani non siamo in grado di vivere in questo caos che produce milizie, bande armate, gruppi terroristi e partiti islamici. Ma quando manteniamo una posizione ferma contro questi fenomeni, allora l’Occidente ci accusa di essere dittatoriali. Eppure nella storia non importa se vi è un califfo, un re, un emiro, un principe o un presidente della Repubblica; almeno fino a quando questi garantisce pace e sicurezza alle minoranze.
Quando il caos è scoppiato, dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003 fino a oggi, abbiamo capito l’orrore di questa situazione. Le democrazie occidentali che hanno cospirato contro la Siria hanno prodotto la distruzione dell’infrastruttura della nazione, la demolizione di case, città, villaggi, monumenti e siti archeologici. Questo è il risultato di una politica non saggia e di una cospirazione, con il pretesto di portare la democrazia nella regione.
Le nostre nazioni non accettano con facilità la democrazia perché non esiste una reale separazione della religione dallo Stato. Le minoranze implorano per avere una rappresentanza davanti alla maggioranza musulmana, e si sentono come immigrati in terra straniera. Noi cristiani siamo in queste terre da migliaia di anni, molto prima dell’islam. I politici dell’Occidente – e in particolare quelli di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia – sono in favore di un conflitto senza fine in Siria e Iraq. Questo ha prodotto gruppi di terroristi e di ‘takfiriin’ [coloro che condannano gli altri per apostasia-ndr] e i media occidentali rimangono in silenzio, in modo complice e codardo. Non si tratta di difendere la verità e la giustizia: si inginocchiano davanti a chi paga e restano zitti.
Tutti i patriarchi orientali, me compreso, hanno parlato con chiarezza all’Occidente sin dall’inizio: “State attenti, la situazione della Siria non è come quella egiziana, tunisina o libica. È molto più complessa, e un conflitto creerà soltanto caos e guerra civile”. Non hanno ascoltato e hanno risposto: “No, il regime degli Assad cadrà in pochi mesi”. Cosa che non è accaduta, come avevo predetto. E cinque anni dopo un popolo innocente, e in modo particolare i cristiani, non trova più nessuno per sostenerlo. L’Occidente ci ha traditi.
Come legge la questione del flusso di migranti verso l’Europa?
Più di due mesi fa, il mondo si commosse davanti alla fotografia del piccolo Aylan, morto sulle coste turche con la sorella e la madre. Ma i governi occidentali hanno un’altra agenda, in particolare la Turchia che ha cambiato la sua politica nei confronti dei migranti quando ha capito che le Nazioni Unite e l’Unione Europea non l’avrebbero aiutata in modo sufficiente. E quando la signora Merkel ha annunciato che la Germania avrebbe accettato 800mila migranti.
In questo modo il flusso di migranti è aumentato, così come sono aumentati coloro che viaggiano con documenti falsi o in altri modi illegali per raggiungere la Germania o le altre nazioni europee. Non si tratta soltanto di siriani: sono aumentati anche coloro che provengono da altre nazioni.
Oggi le varie parti del mondo sono divenute molto più vicine le une alle altre. Non si può pensare di sconfiggere Daesh [termine arabo per lo Stato islamico ndt] con i raid aerei: questa è una grande bugia. Perché i loro sostenitori sono infiltrati nella popolazione, dove sono finanziati e ottengono armi e indottrinamento religioso. Per anni questi gruppi terroristici sono stati foraggiati dall’Arabia Saudita e dalle Nazioni del Golfo sotto la supervisione dell’Occidente. Ora i siriani chiedono alla Russia di intervenire, sulla base di un accordo di coordinamento militare. Il governo siriano è il governo legittimo, riconosciuto dalle Nazioni Unite. Dobbiamo essere pratici: soltanto l’1% dei cittadini iracheni è ormai di religione cristiana. Se scappano anche questi, la nostra presenza svanirà. Non abbiamo bisogno di parole ma di atti.
Ha speranza nei colloqui di Vienna?
La speranza c’è, ma non so quanto durerà. Distruggere è facile, mentre costruire è difficile. Negli ultimi cinque anni abbiamo avuto soltanto distruzione e migrazione forzata, e ci vorrà tempo per ripartire. Spero che questi colloqui si concludano nel miglior modo possibile.
Lei ha partecipato a Roma al Sinodo sulla famiglia. Sua Santità papa Francesco è addolorato per quello che accade ai cristiani orientali…
Sì, Sua Santità il papa – come vescovo di Roma, successore di san Pietro, capo della Chiesa cattolica e vertice della maggiore comunità religiosa al mondo – è pieno di dolore per quello che accade in Oriente. E come “padre” del Sinodo ha emesso un accorato appello di solidarietà per i cristiani del Medio Oriente. Sua Santità è un difensore della giustizia, e ha suggerito che il Vaticano ospiti la prossima conferenza sul futuro dei cristiani orientali. È una vergogna che l’Occidente lasci i cristiani in questa situazione.
*direttore de “Le Messager” e portavoce della Chiesa cattolica egiziana
In una lunga intervista, il patriarca accusa i governi occidentali di voler “mantenere il conflitto infinito in Siria” e di aver “tradito i cristiani d’Oriente. Avevamo spiegato sin dall’inizio che la nostra situazione era diversa da quella delle altre nazioni della regione, non ci hanno ascoltato. E ora piangiamo cinque anni di morti”.
Di seguito l’intervista completa, traduzione in italiano a cura di AsiaNews.
Beatitudine, qual è la situazione dei siriani, e in modo particolare dei cristiani?
Al momento la situazione in Iraq e Siria è drammatica, e tutto il popolo siriano vive nel dolore. Noi, come pastori, dobbiamo essere vicini al nostro popolo e aiutarli al massimo delle nostre possibilità. I siro-cattolici (così come le altre chiese tipo i caldei, gli assiri e i siro-ortodossi) hanno vissuto per secoli nella parte orientale della Siria, nei pressi del fiume Rafi Din. Ma non ci eravamo mai spostati nella parte occidentale o in Libano come in questi giorni. La nostra presenza andava anzi verso Iran, Afghanistan e India. Le colline afghane note come Tora Bora prendono il nome da un termine siriano che significa ‘le colline più scure’.
Oggi siamo intrappolati in una situazione terribile: sciiti e sunniti, problemi settari ed etnici, gang criminali chiamate Isis e altri gruppi terroristici che usano l’islam come un pretesto per “purificare” in nome della religione le aree sotto il loro controllo, e studiosi musulmani che ci dicono che l’islam è estraneo a questi fatti
Noi cristiani non siamo in grado di vivere in questo caos che produce milizie, bande armate, gruppi terroristi e partiti islamici. Ma quando manteniamo una posizione ferma contro questi fenomeni, allora l’Occidente ci accusa di essere dittatoriali. Eppure nella storia non importa se vi è un califfo, un re, un emiro, un principe o un presidente della Repubblica; almeno fino a quando questi garantisce pace e sicurezza alle minoranze.
Quando il caos è scoppiato, dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003 fino a oggi, abbiamo capito l’orrore di questa situazione. Le democrazie occidentali che hanno cospirato contro la Siria hanno prodotto la distruzione dell’infrastruttura della nazione, la demolizione di case, città, villaggi, monumenti e siti archeologici. Questo è il risultato di una politica non saggia e di una cospirazione, con il pretesto di portare la democrazia nella regione.
Le nostre nazioni non accettano con facilità la democrazia perché non esiste una reale separazione della religione dallo Stato. Le minoranze implorano per avere una rappresentanza davanti alla maggioranza musulmana, e si sentono come immigrati in terra straniera. Noi cristiani siamo in queste terre da migliaia di anni, molto prima dell’islam. I politici dell’Occidente – e in particolare quelli di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia – sono in favore di un conflitto senza fine in Siria e Iraq. Questo ha prodotto gruppi di terroristi e di ‘takfiriin’ [coloro che condannano gli altri per apostasia-ndr] e i media occidentali rimangono in silenzio, in modo complice e codardo. Non si tratta di difendere la verità e la giustizia: si inginocchiano davanti a chi paga e restano zitti.
Tutti i patriarchi orientali, me compreso, hanno parlato con chiarezza all’Occidente sin dall’inizio: “State attenti, la situazione della Siria non è come quella egiziana, tunisina o libica. È molto più complessa, e un conflitto creerà soltanto caos e guerra civile”. Non hanno ascoltato e hanno risposto: “No, il regime degli Assad cadrà in pochi mesi”. Cosa che non è accaduta, come avevo predetto. E cinque anni dopo un popolo innocente, e in modo particolare i cristiani, non trova più nessuno per sostenerlo. L’Occidente ci ha traditi.
Come legge la questione del flusso di migranti verso l’Europa?
Più di due mesi fa, il mondo si commosse davanti alla fotografia del piccolo Aylan, morto sulle coste turche con la sorella e la madre. Ma i governi occidentali hanno un’altra agenda, in particolare la Turchia che ha cambiato la sua politica nei confronti dei migranti quando ha capito che le Nazioni Unite e l’Unione Europea non l’avrebbero aiutata in modo sufficiente. E quando la signora Merkel ha annunciato che la Germania avrebbe accettato 800mila migranti.
In questo modo il flusso di migranti è aumentato, così come sono aumentati coloro che viaggiano con documenti falsi o in altri modi illegali per raggiungere la Germania o le altre nazioni europee. Non si tratta soltanto di siriani: sono aumentati anche coloro che provengono da altre nazioni.
Oggi le varie parti del mondo sono divenute molto più vicine le une alle altre. Non si può pensare di sconfiggere Daesh [termine arabo per lo Stato islamico ndt] con i raid aerei: questa è una grande bugia. Perché i loro sostenitori sono infiltrati nella popolazione, dove sono finanziati e ottengono armi e indottrinamento religioso. Per anni questi gruppi terroristici sono stati foraggiati dall’Arabia Saudita e dalle Nazioni del Golfo sotto la supervisione dell’Occidente. Ora i siriani chiedono alla Russia di intervenire, sulla base di un accordo di coordinamento militare. Il governo siriano è il governo legittimo, riconosciuto dalle Nazioni Unite. Dobbiamo essere pratici: soltanto l’1% dei cittadini iracheni è ormai di religione cristiana. Se scappano anche questi, la nostra presenza svanirà. Non abbiamo bisogno di parole ma di atti.
Ha speranza nei colloqui di Vienna?
La speranza c’è, ma non so quanto durerà. Distruggere è facile, mentre costruire è difficile. Negli ultimi cinque anni abbiamo avuto soltanto distruzione e migrazione forzata, e ci vorrà tempo per ripartire. Spero che questi colloqui si concludano nel miglior modo possibile.
Lei ha partecipato a Roma al Sinodo sulla famiglia. Sua Santità papa Francesco è addolorato per quello che accade ai cristiani orientali…
Sì, Sua Santità il papa – come vescovo di Roma, successore di san Pietro, capo della Chiesa cattolica e vertice della maggiore comunità religiosa al mondo – è pieno di dolore per quello che accade in Oriente. E come “padre” del Sinodo ha emesso un accorato appello di solidarietà per i cristiani del Medio Oriente. Sua Santità è un difensore della giustizia, e ha suggerito che il Vaticano ospiti la prossima conferenza sul futuro dei cristiani orientali. È una vergogna che l’Occidente lasci i cristiani in questa situazione.
*direttore de “Le Messager” e portavoce della Chiesa cattolica egiziana
Patriarca di Baghdad: Soddisfatti per le modifiche alla legge sull’islamizzazione dei figli
Joseph Mahmoud
“Esprimo grande soddisfazione per la decisione del Parlamento irakeno, che ha deciso di modificare” il controverso articolo 26 della Costituzione, relativo alla islamizzazione dei figli. “Questa decisione mostra il sostegno ed è un messaggio importante per la minoranza [cristiana] Iraq. Ed è anch’esso un modo per dare prova di democrazia”.
Ad AsiaNews il patriarca caldeo Mar Louis Raphael I Sako non nasconde la propria soddisfazione per la decisione dell’assemblea parlamentare di rivedere la norma che considera in automatico come musulmani i figli con almeno uno dei genitori di fede islamica. Ieri i deputati hanno votato una risoluzione che modifica la norma, accogliendo le istanze avanzate dai rappresentanti delle minoranze, guidati dalla comunità cristiana.
Nei mesi scorsi era stato presentato un emendamento che prevedeva che i minori restassero nella religione di nascita fino a 18 anni, per poi decidere in modo personale la loro fede. Ma a fine ottobre il Parlamento irakeno aveva respinto tale proposta, sollevando la protesta della comunità cristiana irakena e dei vertici della Chiesa caldea.
Lo stesso patriarca Sako aveva diffuso una nota durissima, in cui minacciava di portare la vicenda davanti al tribunale internazionale e di denunciare gli stessi parlamentari. I vertici della Chiesa caldea avevano anche promosso una protesta di piazza nei giorni successivi al documento, radunandosi davanti alla chiesa di San Giorgio a Baghdad; alla manifestazione hanno aderito anche i membri dell’Associazione caldea ed esponenti della comunità musulmana.
Con una votazione giunta ieri, il Parlamento irakeno ha quindi deciso di modificare l’art. 26 della Costituzione, con un parere favorevole espresso da 140 deputati su un totale di 206. La Camera ha dunque dato voce alle proteste di organizzazione civili e di alcuni colleghi parlamentari appartenenti alle minoranze, che si erano battuti con forza per l’approvazione dell’emendamento sulla “islamizzazione dei figli”.
Per la comunità cristiana irakena si tratta di un gesto di “giustizia” e “uguaglianza”, che mette davvero sullo stesso piano tutti i cittadini, oltre che un passo fondamentale nella direzione “della libertà e della democrazia in Iraq”. “Il patriarcato caldeo - si legge in una nota diffusa in queste ore - ringrazia tutti i parlamentari e quanti si sono spesi per la modifica di questo articolo ingiusto”.
17 novembre 2015
Arrivo del nuovo Nunzio Apostolico in Iraq
By Baghdadhope *
Tra i primi Mons. George Panamthundhil, segretario della nunziatura, il vescovo latino di Baghdad, Mons. Jean Sleiman, quello siro cattolico, Mons. Yousif Abba, quello armeno cattolico, Mons. Emanuel Dabaghian, il vicario patriarcale caldeo Mons. Basel Yaldo e Padre Robert Shahara.
Tra i rappresentanti delle istituzioni erano presenti Ahmad Berwari, ambasciatore dell'Iraq in India, la parlamentare irachena Safiya Taleb Ali al-Souhail e Ra'ad Kajaji, responsabile dell'ufficio governativo per gli affari delle minoranze cristiana, mandea, sabea e yazida.
Mons. Ortega Martin succede a Mons. Giorgio Lingua, ora Nunzio Apostolico a Cuba.
In una recente intervista Mons. Ortega Martin ha dichiarato di essere grato al Santo padre per la missione affidatagli che gli permetterà di imparare "molto da quei cristiani che sono magnifici testimoni della fede," di cui abbiamo il dovere di "mantenere la testimonianza" e per i quali è "molto importante dire loro che contiamo su di loro".
Oltre a ciò, ha ricordato il vescovo, "dobbiamo ricordare alle autorità civili le loro responsabilità; essi dovrebbero rendere possibile il ritorno dei cristiani nella loro patria: si tratta di un diritto, non di carità. Essi devono anche fare del loro meglio per dare loro buone condizioni di vita, un lavoro, una casa. Come gli altri cittadini, devono poter contribuire al bene del loro paese."
Mons. Ortega Martin succede a Mons. Giorgio Lingua, ora Nunzio Apostolico a Cuba.
In una recente intervista Mons. Ortega Martin ha dichiarato di essere grato al Santo padre per la missione affidatagli che gli permetterà di imparare "molto da quei cristiani che sono magnifici testimoni della fede," di cui abbiamo il dovere di "mantenere la testimonianza" e per i quali è "molto importante dire loro che contiamo su di loro".
Oltre a ciò, ha ricordato il vescovo, "dobbiamo ricordare alle autorità civili le loro responsabilità; essi dovrebbero rendere possibile il ritorno dei cristiani nella loro patria: si tratta di un diritto, non di carità. Essi devono anche fare del loro meglio per dare loro buone condizioni di vita, un lavoro, una casa. Come gli altri cittadini, devono poter contribuire al bene del loro paese."
Avviata la modifica della legge sull'islamizzazione dei minori
By Fides
Il Parlamento iracheno ha votato oggi una risoluzione che dispone la modifica della legge sull'islamizzazione dei minori, il testo giuridico, fortemente contestato dalle minoranze religiose irachene, che di fatto imponeva il passaggio automatico alla religione islamica dei minori quando anche uno solo dei due genitori si fosse convertito all'islam. La risoluzione ha ricevuto l'appoggio di 140 parlamentari su 206. Il voto rappresenta una totale inversione di marcia rispetto agli orientamenti manifestati dalla stessa assemblea rappresentativa soltanto lo scorso 27 ottobre, quando lo stesso Parlamento aveva respinto a larga maggioranza la proposta di modifica della legge avanzata dai rappresentanti cristiani, ma sostenuta da parlamentari appartenenti a schieramenti diversi. In tale proposta, si chiedeva di aggiungere al paragrafo riguardante i minori della legge controversa una frase, allo scopo di affermare che nel caso di conversione all'islam di un genitore i minori rimanevano nella religione originaria di appartenenza fino ai diciotto anni, per poi scegliere la religione in piena libertà di coscienza (vedi Fides 28/11/2015).
Un ruolo decisivo nella svolta lo ha avuto il Presidente del Parlamento iracheno, Salim al-Juburi, che ha recepito le istanze contro la legge espresse con veemenza dai membri delle comunità irachene non musulmane, a cominciare dalla Chiesa caldea. Al-Jouburi, nel suo intervento, aveva ribadito l'intenzione della Presidenza del Parlamento di modificare la legge, per garantire ai membri delle comunità irachene non musulmane i dirinti di piena eguaglianza tra i cittadini che vengono tutelati dalla Costituzione.
Martedì scorso, 10 novembre, a Baghdad, una manifestazione di protesta contro i contenuti discriminatori presenti nella legge era stata convocata dal Patriarca caldeo Louis Raphael I, presso la chiesa caldea di San Giorgio, e aveva visto la partecipazione massiccia di cristiani e di membri di altre comunità religiose irachene non musulmane.
16 novembre 2015
Legge sull'islamizzazione dei minori. Forse un passo avanti.
Il 27 ottobre scorso il parlamento iracheno ha approvato una legge uno dei cui paragrafi, il 2 dell'articolo 26, ha suscitato non poche proteste tra le minoranze del paese, ben rappresentate dalle parole del patriarca caldeo Mar Louis Raphael I Sako che ha minacciato di adire al tribunale internazionale perchè giudichi l'operato dell'Assemblea dei deputati
Secondo il paragrafo in questione i figli minorenni di una coppia di cui anche solo uno dei componenti si converte all'Islam vengono automaticamente considerati e registrati come musulmani.
La proposta presentata dai rappresentanti delle minoranze di permettere ai figli minori di mantenere la propria religione almeno fino al compimento del 18° anno di età per poi lasciarli liberi di scegliere era stata rigettata e la legge approvata.
Ora, forse, secondo quanto riportato da Ankawa.com, qualcosa sta cambiando.
Il presidente del Parlamento iracheno, Salim al-Jubouri, incontrando alcuni rappresentanti politici delle minoranze, ha affermato che il parlamento potrebbe rivedere il paragrafo alla luce dei diritti delle minoranze e della stessa costituzione.
Costituzione che, come aveva fatto notare Mar Sako, era stata violata dall'approvazione della legge considerando l'articolo 3: “L’Iraq è una nazione composta da etnie, religioni e denominazioni diverse”, l’articolo 37 comma 2: “Il Paese garantisce la protezione dell’individuo contro qualsivoglia coercizione dottrina, politica e religiosa”; e l’articolo 42: “Ciascun individuo possiede libertà di pensiero, di coscienza e di ideologia”.
Secondo il paragrafo in questione i figli minorenni di una coppia di cui anche solo uno dei componenti si converte all'Islam vengono automaticamente considerati e registrati come musulmani.
La proposta presentata dai rappresentanti delle minoranze di permettere ai figli minori di mantenere la propria religione almeno fino al compimento del 18° anno di età per poi lasciarli liberi di scegliere era stata rigettata e la legge approvata.
Ora, forse, secondo quanto riportato da Ankawa.com, qualcosa sta cambiando.
Il presidente del Parlamento iracheno, Salim al-Jubouri, incontrando alcuni rappresentanti politici delle minoranze, ha affermato che il parlamento potrebbe rivedere il paragrafo alla luce dei diritti delle minoranze e della stessa costituzione.
Costituzione che, come aveva fatto notare Mar Sako, era stata violata dall'approvazione della legge considerando l'articolo 3: “L’Iraq è una nazione composta da etnie, religioni e denominazioni diverse”, l’articolo 37 comma 2: “Il Paese garantisce la protezione dell’individuo contro qualsivoglia coercizione dottrina, politica e religiosa”; e l’articolo 42: “Ciascun individuo possiede libertà di pensiero, di coscienza e di ideologia”.
Iraq: Sako (patriarca Baghdad), “Porta misericordia sempre aperta”
Sarà un Giubileo vissuto nella memoria dei martiri quello che la Chiesa caldea si appresta a vivere. L’arcivescovo di Mosul Paolo Faraj Rahho, i padri Raghid Ganni, Wassim e Thair e tanti fedeli che hanno perso la vita per la loro fede sono gli esempi che il patriarca caldeo di Baghdad, Louis Sako, addita nella sua lettera pastorale intitolata “La Misericordia è il cammino del cristiano” e diffusa ieri.
“Per noi cristiani dell’Iraq il martirio è il carisma della nostra Chiesa – scrive il patriarca, da oggi in visita pastorale in Svezia dove vive una nutrita comunità caldea -; in quanto minoranza, siamo di fronte a difficoltà e sacrifici, ma siamo coscienti che di essere testimoni di Cristo e ciò può significare arrivare al martirio”. Per Cristo, secondo il patriarca, “bisogna andare sempre oltre, fino al sacrificio come hanno fatto i cristiani di Mosul e dei villaggi della piana di Ninive un anno fa 2014. Sono per noi un onore e un segno di generosità”. Molti di questi fedeli oggi sono accolti nel sobborgo cristiano di Ankawa, a Erbil, capitale del Kurdistan iracheno. È anche a loro, in questo Anno giubilare, che la Chiesa caldea si rivolgerà con una serie di iniziative in via di definizione.
“Non vogliamo abbandonare la nostra patria svuotandola della presenza cristiana. L’Iraq – ribadisce Mar Sako – è la nostra identità. Abbiamo una vocazione, dobbiamo testimoniare la gioia del Vangelo. Siamo per servire tutti, cristiani e musulmani, anche questa è la nostra missione che è un impegno assoluto. Nelle circostanze in cui viviamo dobbiamo essere più attenti ai nostri fratelli e sorelle sofferenti, sfollati, emigrati, ai poveri, orfani e alle vedove, metterci a canto loro, essere presenti e vicini e accompagnarli con tutto ciò che abbiamo come forza e denaro e dare loro segni di speranza. Dobbiamo mostrare amicizia, solidarietà e sostegno ai nostri fratelli musulmani, collaborare con loro per una vita comune, in pace e in armonia. La nostra sofferenza comune diventa allora una forza affinché passi la tempesta. La porta della Misericordia deve essere sempre aperta!”.
Chiese orientali: I governi del Medio Oriente non possono più garantire pace e sicurezza
Fady Noun
L’Assemblea dei patriarchi e dei vescovi cattolici in
Libano (Apecl) ha reso pubblico, in un comunicato diffuso il 14
novembre, l’esito dei lavori della sessione annuale che si è tenuta dal 9 al 14 novembre, e focalizzati sulla “cooperazione pastorale fra le Chiese cattoliche in Libano”.
Al di là delle preoccupazioni di più stretta natura ecclesiale, la
sessione dell’Apecl sembra essere stata dominata dai rovesciamenti
geopolitici in corso e dalla notizia del terribile massacro di Parigi,
sopraggiunta all’indomani dell’ecatombe di Bourj el-Brajneh (Beirut);
due attentati rivendicati dal gruppo Stato islamico (SI), che i
patriarchi e i vescovi hanno condannato senza mezzi termini.
Relegati all’ultima parte del documento, i timori sulle questioni
geopolitiche dell’Apecl si riflettono nel fatto che la sicurezza non è
più alla portata degli Stati della regione. Ed è per questo che l’Apecl
ritiene che “la sicurezza regionale è diventata ormai responsabilità
internazionale”.
Condannando le violenze di cui sono oggetto i cristiani e le altre minoranze in Siria e in Iraq, l’Apecl preme sulla comunità internazionale e le grandi potenze mondiali perché mettano fine alla guerra e giungano a "soluzioni pacifiche" ai conflitti, “nel rispetto del diritti internazionale che assicuri i diritti dei popoli e degli Stati e garantire la loro integrità territoriale”. Una chiara allusione al progetto di divisione della Siria, avversato con forza da tutte le Chiese orientali.
Al contempo, nella sua omelia domenicale il patriarca maronita, card Béchara Raï, ha condannato con fermezza gli attacchi terroristici che hanno colpito Beirut e Parigi, deplorando anche il fatto che certe nazioni sostengano “finanziariamente e moralmente” i gruppi terroristi.
Il capo della Chiesa maronita fa anche riferimento alla doppiezza di certi Stati della regione, i cui rapporti con i gruppi estremisti islamici violenti sono quantomeno ambigui.
Condannando le violenze di cui sono oggetto i cristiani e le altre minoranze in Siria e in Iraq, l’Apecl preme sulla comunità internazionale e le grandi potenze mondiali perché mettano fine alla guerra e giungano a "soluzioni pacifiche" ai conflitti, “nel rispetto del diritti internazionale che assicuri i diritti dei popoli e degli Stati e garantire la loro integrità territoriale”. Una chiara allusione al progetto di divisione della Siria, avversato con forza da tutte le Chiese orientali.
Al contempo, nella sua omelia domenicale il patriarca maronita, card Béchara Raï, ha condannato con fermezza gli attacchi terroristici che hanno colpito Beirut e Parigi, deplorando anche il fatto che certe nazioni sostengano “finanziariamente e moralmente” i gruppi terroristi.
Il capo della Chiesa maronita fa anche riferimento alla doppiezza di certi Stati della regione, i cui rapporti con i gruppi estremisti islamici violenti sono quantomeno ambigui.
Problemi pastorali
Sul piano della “collaborazione pastorale tra le Chiese orientali” in senso stretto, il rapporto afferma che i partecipanti hanno “fatto delle proposte concrete volte a rafforzare [questa collaborazione], finalizzate a istituire meccanismi concreti di lavoro per rafforzare la comunione fra le Chiese”.
Tuttavia, su queste proposte concrete non vi sono al momento elementi di maggiore chiarezza. La dimensione sociale dell’enciclica “Laudato Sì” esaminata dall’Assemblea è del tutto ignorata a favore del suo piano ambientale, come testimonia il fatto che lo studio di questa enciclica è stato affidato alla “Commissione salute dell’Apecl, che diventa al contempo Commissione salute e ambiente”.
Detto questo, l’Apecl assicura che sono state allertate le prestazioni delle congregazioni religiose nelle aree scolastiche e ospedaliere, così come quelle di Caritas Libano; al contempo, si chiede allo Stato di assumersi le proprie responsabilità in tema di sociale, tra cui il pagamento degli arretrati alle scuole libere.
Infine, riguardo al motu proprio sulla riduzione e la personalizzazione della procedura di dichiarazione di nullità di un matrimonio, l’Assemblea ha ascoltato le spiegazioni del decano del tribunale della Sacra Rota romana Pio Vito Pinto. Queste disposizioni saranno applicate nei tribunali e dai vescovi interessati, a partire dall’8 dicembre prossimo, data di inizio dell’Anno della misericordia.
Sul versante interno, l’Apecl si mostra soddisfatto per lo svolgimento della sessione legislativa del Parlamento, che si è tenuta il 12 e il 13 novembre scorso, la quale ha sottolineato che “questa Assemblea non può legiferare durante la vacanza della carica presidenziale”. In poche parole, che l’eccezione non possa diventare la regola. Infine, la relazione insiste sulla necessità di eleggere un nuovo presidente della Repubblica quale “preambolo necessario del processo che porta al bene comune”.
13 novembre 2015
Un asilo, un centro di formazione linguistica e professionale per gli sfollati
La violenza delle milizie dei
terroristi ha aggravato una situazione già molto critica in Iraq,
provocando la fuga di decine di migliaia di persone dalla piana di
Ninive verso il Kurdistan iracheno. Nella capitale Erbil vivono oggi
circa 250 mila sfollati e profughi di diversi gruppi etnici: accanto
alla popolazione curda ci sono inoltre sfollati iracheni e rifugiati
siriani. Per permettere a queste famiglie di recuperare almeno un po’ di
normalità, in una situazione segnata profondamente da provvisorietà e
disagio, nel 2015 la Fondazione AVSI ha aperto un asilo, gestito da una
comunità di suore domenicane, che accoglie circa 130 bambini ed è
situato a Ozal City. In questa località vivono 1200 famiglie, delle
quali oltre 900 sono cristiane, altre sono yazide e altre ancora
musulmane, tutte fuggite dalla violenza dell’ Isis.
L’asilo è composto da quattro classi di 30 bambini ciascuna; per ogni
classe ci sono due insegnanti, a loro volta fuggite dai villaggi
occupati dall’ Isis dove lavoravano come maestre. A Erbil, inoltre, AVSI
punta ad avviare le attività di un centro di formazione linguistica e
professionale. Il centro è fondamentale per ampliare le possibilità
lavorative dei profughi, abbattere le barriere linguistiche e promuovere
il dialogo tra rifugiati e comunità ospitante in un contesto in cui la
popolazione locale parla prevalentemente il curdo, lingua ufficiale del
Kurdistan, mentre i profughi provenienti dall’Iraq e dalla Siria parlano
l’arabo, i cristiani prevalentemente l’aramaico, mentre esistono altre
minoranze etniche che parlano l’azero o l’armeno.
Iraq, il patriarca caldeo contro la legge sull’islamizzazione dei figli con meno di 18 anni
Daniele Rocchi
Una legge, approvata dal Parlamento iracheno, obbliga i minori di 18
anni ad abbracciare in modo automatico la religione musulmana, nel caso
in cui anche solo uno dei due genitori decida di convertirsi all’islam.
Una norma che, per il patriarca caldeo Louis Sako, lede il diritto alla
libertà religiosa. Bocciato l’emendamento che introduceva la
possibilità di scegliere la propria fede al compimento del 18esimo anno
di età. Il Patriarca intenzionato, in caso di applicazione della legge,
a citare l’Assemblea dei deputati dinanzi “al tribunale
internazionale”.
È fissato per questa mattina (10 novembre) l’incontro tra il patriarca
di Babilonia dei Caldei nonché presidente della Conferenza episcopale
irachena, Louis Sako, e il capo del Tribunale supremo dell’Iraq –
massima istituzione giudiziaria del Paese – Madhaat al Mahmoud. Al
centro dell’incontro la legge sull’islamizzazione dei figli che obbliga i
minori di 18 anni ad abbracciare in modo automatico la religione
musulmana, nel caso in cui anche solo uno dei due genitori decida di
convertirsi all’Islam. Una norma che, per il patriarca, lede il diritto
alla libertà religiosa. Per contrastarla nei mesi scorsi la Chiesa
irachena, insieme a diversi musulmani e ong impegnate nel campo dei
diritti umani, avevano presentato un emendamento che prevedeva che i
minori restassero della religione di nascita, per poi decidere in modo
autonomo al compimento del 18esimo anno di età. Emendamento bocciato a
fine ottobre dal Parlamento con 137 voti e solo 51 favorevoli. “Lo
scorso 5 novembre ho incontrato il presidente iracheno Fouad Masoum –
riferisce il patriarca caldeo al telefono da Baghdad – che ha
riconosciuto alcune violazioni costituzionali nella norma introdotta e
ha assicurato ogni sforzo per trovare una soluzione realistica a questo problema. Stasera nella chiesa caldea di san
Giorgio a Baghdad si terrà una manifestazione di protesta da parte di
gruppi cristiani, yazidi e sabei”.
“In caso di applicazione
di questa legge –dichiara il patriarca Sako – faremo sentire la nostra
voce a livello internazionale e faremo in modo che l’Assemblea dei
deputati debba rispondere per questo al tribunale internazionale”.Duplice opposizione. L’opposizione del Patriarca a questa legge è di natura teologica e storica. “Essa – spiega in una nota – paventa una procedura fra le più discriminatorie in assoluto perché mostra una totale indifferenza verso i valori della civiltà irachena e nei confronti di quanti sono considerati fra i primi cittadini di questo Paese” vale a dire i cristiani. “Tutto questo è una minaccia all’unità della nazione, così come all’equilibrio sociale, al pluralismo religioso e al principio che prevede di accettare l’altro nella sua diversità, con la sua situazione peculiare e la vita in comune”.
La scelta del Parlamento di votare una legge simile, per Mar Sako,“è contraria al Corano stesso,
che indica in più di un versetto che non vi è alcun obbligo nell’abbracciare una fede religiosa. Tutto questo contrasta con il pensiero dei più grandi teologi musulmani, fra i quali Mostafa al Zalmi”.
Ma non basta. Questa legge “calpesta anche più di una norma della Costituzione irachena, come gli articoli 3, ‘l’Iraq è una nazione composta da etnie, religioni e denominazioni diverse’, 37 (comma 2), ‘il Paese garantisce la protezione dell’individuo contro qualsivoglia coercizione dottrina, politica e religiosa’, e 42, ‘ciascun individuo possiede libertà di pensiero, di coscienza e di ideologia’. E dal momento che facciamo parte della comunità internazionale, questa legge è contraria alle norme sui diritti dell’uomo e ai trattati internazionali”.
Non vincolare la religione. La strada da percorrere, ribadisce il patriarca caldeo, è quella di “rivendicare il principio secondo cui il minore deve mantenere la propria religione di appartenenza per poter decidere liberamente la propria fede, secondo le convinzioni personali, al raggiungimento della maggiore età. Del resto la religione è un aspetto che riguarda solo la relazione fra Dio e l’uomo, e non deve essere vincolata ad alcun obbligo”.
Dal canto loro, sottolinea il patriarca nella nota, “i parlamentari farebbero bene a preoccuparsi che un individuo diventi un buon cittadino piuttosto che immischiarsi nella sua fede religiosa.
Per
questo noi ci appelliamo al presidente della Repubblica d’Iraq, Fouad
Masoum, perché rispedisca la legge alla Camera dei Deputati affinché sia
modificata; al tempo stesso, esortiamo i deputati ad assumersi le loro
responsabilità, perché creino davvero condizioni di giustizia e di
uguaglianza fra tutti i cittadini iracheni”. Diversamente “faremo
sentire la nostra voce” a livello globale, fino a citare l’Assemblea dei
deputati davanti “al tribunale internazionale”.
11 novembre 2015
Islamizzazione minori. Patriarca Sako : libertà e non più Stato teocratico
“I tempi sono cambiati, uno Stato teocratico in Iraq non ha più ragione di esistere quindi anche le leggi vanno modificate”.
E’ determinato il patriarca caldeo di Baghdad, Louis Raphael Sako, nel chiedere al parlamento e se necessario alle autorità internazionali di modificare la legge che impone ai minori la religione musulmana nel caso in cui anche un solo genitore sia fedele all’Islam. L’emendamento, presentato per concedere libera scelta almeno ai 18 anni, è stato bocciato. Così, dopo un colloquio col Presidente iracheno che oggi riunirà il parlamento, il patriarca Sako ha organizzato ieri una grande manifestazione per rivendicare libertà religiosa, giustizia e uguaglianza insieme ai rappresentanti di diverse comunità e deputati che non sono d'accordo con la legge.
Le sue parole nell’intervista di Gabriella Ceraso
Questa legge è inaccettabile oggi, con i diritti dell’uomo, la libertà religiosa... Lo stesso Corano dice che non si può forzare la gente alla religione. Questi deputati devono impegnarsi nel servizio per la pace, per la stabilità, e anche nei servizi, nelle infrastrutture, e non per creare leggi contro la libertà. La libertà è per tutti e, dunque, devono rispettarla. Ieri la Chiesa era piena, piena: musulmani, cristiani... Proprio due donne musulmane hanno detto che questa legge farà male all’Iraq: l’unica cosa che noi dobbiamo salvaguardare oggi è l’identità nazionale, la cittadinanza. E credo che ci siano segni di speranza.
Secondo lei, perché nonostante questo sentire comune, nonostante ciò che è scritto nel Corano – ciò che è anche il pensiero dei grandi teologi musulmani, oltre alle norme costituzionali – il parlamento comunque ha deciso in questo senso?
Penso ci sia un movimento estremista religioso oggi nel mondo arabo. L’islam vive oggi una crisi, un po’ dappertutto. Daesh, al Qaeda, ma anche la gente, hanno un concetto religioso molto, molto chiuso. Se loro non arrivano a una spiegazione moderata, aperta, aggiornata – vi dico la verità – sento che non hanno futuro. L’islam, dunque, deve essere aggiornato. Creare anche regimi basati su un’unica religione, è una discriminazione. Si può lasciare la libertà religiosa e non mettere la religione sui documenti ufficiali, come hanno già fatto la Tunisia e l’Autorità palestinese.
Che cosa intende fare se non dovesse ricevere ascolto, neanche dal Presidente della Repubblica?
Io avvierò un processo contro il parlamento iracheno, arriverò al Commissariato dei diritti umani, a Ginevra, e poi anche al Tribunale internazionale. Vediamo, ora consulterò i giuristi e faremo un comitato per preparare bene la cosa.
Qualcuno potrebbe dire: ma è una legge che c’è da 20 anni, perché decidere di cambiarla ora?
Il mondo è cambiato, c’è una nuova cultura e c’è più libertà in Iraq. Prima c’era la dittatura, oggi possiamo manifestare nelle strade, criticare. Ogni venerdì, ci sono manifestazioni qui a Baghdad e dicono di volere un regime secolare e la gente che manifesta è musulmana, non è cristiana. Oggi, dunque, è tutto cambiato: la Costituzione è cambiata e quindi devono cambiare tutto. Il dovere del governo non è quello di mettere barriere fra la gente o i cittadini, ma è di costruire una società secolare, con tanta dignità e libertà. Non possiamo vivere in uno Stato teocratico come nel VII secolo, non è accettabile oggi.
Questo, è un grande cambiamento, lei ne è cosciente?
Sì, molto. Oggi, la violenza in Medio Oriente è diventata un fenomeno: guerra in Siria, in Iraq, in Libia, in Yemen. In Libano non c’è ancora un presidente. Penso che la spinta debba essere locale, regionale, ma anche internazionale.
E’ determinato il patriarca caldeo di Baghdad, Louis Raphael Sako, nel chiedere al parlamento e se necessario alle autorità internazionali di modificare la legge che impone ai minori la religione musulmana nel caso in cui anche un solo genitore sia fedele all’Islam. L’emendamento, presentato per concedere libera scelta almeno ai 18 anni, è stato bocciato. Così, dopo un colloquio col Presidente iracheno che oggi riunirà il parlamento, il patriarca Sako ha organizzato ieri una grande manifestazione per rivendicare libertà religiosa, giustizia e uguaglianza insieme ai rappresentanti di diverse comunità e deputati che non sono d'accordo con la legge.
Le sue parole nell’intervista di Gabriella Ceraso
Questa legge è inaccettabile oggi, con i diritti dell’uomo, la libertà religiosa... Lo stesso Corano dice che non si può forzare la gente alla religione. Questi deputati devono impegnarsi nel servizio per la pace, per la stabilità, e anche nei servizi, nelle infrastrutture, e non per creare leggi contro la libertà. La libertà è per tutti e, dunque, devono rispettarla. Ieri la Chiesa era piena, piena: musulmani, cristiani... Proprio due donne musulmane hanno detto che questa legge farà male all’Iraq: l’unica cosa che noi dobbiamo salvaguardare oggi è l’identità nazionale, la cittadinanza. E credo che ci siano segni di speranza.
Secondo lei, perché nonostante questo sentire comune, nonostante ciò che è scritto nel Corano – ciò che è anche il pensiero dei grandi teologi musulmani, oltre alle norme costituzionali – il parlamento comunque ha deciso in questo senso?
Penso ci sia un movimento estremista religioso oggi nel mondo arabo. L’islam vive oggi una crisi, un po’ dappertutto. Daesh, al Qaeda, ma anche la gente, hanno un concetto religioso molto, molto chiuso. Se loro non arrivano a una spiegazione moderata, aperta, aggiornata – vi dico la verità – sento che non hanno futuro. L’islam, dunque, deve essere aggiornato. Creare anche regimi basati su un’unica religione, è una discriminazione. Si può lasciare la libertà religiosa e non mettere la religione sui documenti ufficiali, come hanno già fatto la Tunisia e l’Autorità palestinese.
Che cosa intende fare se non dovesse ricevere ascolto, neanche dal Presidente della Repubblica?
Io avvierò un processo contro il parlamento iracheno, arriverò al Commissariato dei diritti umani, a Ginevra, e poi anche al Tribunale internazionale. Vediamo, ora consulterò i giuristi e faremo un comitato per preparare bene la cosa.
Qualcuno potrebbe dire: ma è una legge che c’è da 20 anni, perché decidere di cambiarla ora?
Il mondo è cambiato, c’è una nuova cultura e c’è più libertà in Iraq. Prima c’era la dittatura, oggi possiamo manifestare nelle strade, criticare. Ogni venerdì, ci sono manifestazioni qui a Baghdad e dicono di volere un regime secolare e la gente che manifesta è musulmana, non è cristiana. Oggi, dunque, è tutto cambiato: la Costituzione è cambiata e quindi devono cambiare tutto. Il dovere del governo non è quello di mettere barriere fra la gente o i cittadini, ma è di costruire una società secolare, con tanta dignità e libertà. Non possiamo vivere in uno Stato teocratico come nel VII secolo, non è accettabile oggi.
Questo, è un grande cambiamento, lei ne è cosciente?
Sì, molto. Oggi, la violenza in Medio Oriente è diventata un fenomeno: guerra in Siria, in Iraq, in Libia, in Yemen. In Libano non c’è ancora un presidente. Penso che la spinta debba essere locale, regionale, ma anche internazionale.
Baghdad, cristiani e musulmani in piazza contro la legge sull'islamizzazione dei figli
p. Sakvan Matti
Rispondendo all’appello lanciato dal patriarca Mar Louis
Raphael Sako, il Consiglio diocesano di Baghdad ha promosso nella serata
di ieri una protesta pacifica contro il famigerato articolo 26 della
Costituzione, relativo alla “islamizzazione dei figli”.
La manifestazione si è svolta nella locale chiesa di San Giorgio e ha
ricevuto il sostegno dell’Associazione caldea, che ha subito aderito
all’iniziativa.
Alla protesta erano presenti sua Beatitudine, i rappresentanti delle
comunità cristiane e le organizzazioni della società civile, esponenti
dei media e un nutrito gruppo di cittadini, cristiani e musulmani.
La protesta promossa dalla Chiesa caldea è iniziata con l’esecuzione
dell’inno nazionale, cui è seguito l’intervento del patriarca.
Rivolgendosi ai presenti, Mar Sako ha sottolineato che “la libertà è
per tutti, compresa la libertà di religione” e “non vi può essere una
assegnazione obbligatoria per legge della fede, che è una grazia di
Dio”. Il messaggio delle religioni, i comuni valori dell’uomo e i
diritti di base “garantiscono le libertà naturali e giuridiche”. Per
questo “l’approvazione del Parlamento irakeno della Carta nazionale
unificata - con atto del 27 ottobre 2015 - è una coercizione verso i
minori cristiani, yazidi e sabei” al di sotto dei 18 anni, costretti a
“convertirsi alla religione musulmana, quando uno dei due genitori
decide di proclamare ufficialmente di essere musulmano (art. 26/II).
Tutto questo “è in contrasto con i valori dei cittadini” prosegue il
leader della Chiesa caldea, ed è un fattore che provoca grave danno
“all’unità nazionale e all’equilibrio della comunità, al suo pluralismo
religioso e al principio della convivenza”.
Nel suo intervento, il patriarca caldeo ha proseguito attaccando una
legge che “contraddice il Corano” stesso, che dichiara in numerosi
versetti che “non vi può essere alcuna costrizione in tema di
religione”. Anzi, essa è “un affronto alle numerose disposizioni
previste dalla Costituzione irakena”, fra cui l’articolo 3 il quale
stabilisce che “L’Iraq è un Paese multi-etnico” con diverse religioni e
culti. E ancora, l’art. 37/II secondo cui “lo Stato garantisce la
protezione del singolo dalla coercizione di pensiero politico e
religioso”. E l’art. 42 per cui “ognuno ha libertà di pensiero, di
coscienza e di religione”, il quale si interseca con la Carta dei
diritti dell’uomo all’articolo 18: “Ognuno ha diritto alla libertà di
pensiero, di coscienza e di religione - ricorda mar Sako - e tale
diritto include la libertà di cambiare la propria religione oppure il
credo e la libertà d’espressione nell'insegnamento, nella pratica, nel
culto e nella sua osservanza, sia nella sfera privata che comunitaria”.
A seguire, mar Sako ha voluto ringraziare “i nostri fratelli
musulmani” e i “signori deputati” che “hanno votato contro
l’approvazione dell’articolo 26” e i rappresentanti delle minoranze “che
sono usciti dall’aula parlamentare” al momento del voto. Inoltre, egli
ricorda gli attestati di sostegno e solidarietà ricevuti dall’Alto
commissario per i diritti umani in Iraq, che non ha mancato di far
sentire la propria voce “contro questa legge ingiusta”.
“Oggi - ha aggiunto il patriarca caldeo - ribadiamo la nostra
posizione di rifiuto verso una carta di identità che divide, invece di
unire gli irakeni” e “chiediamo di lasciare i figli minori alla loro
religione, lasciandoli liberi di scegliere secondo le loro convinzioni
al raggiungimento della maggiore età”. Poiché, avverte, “la religione è
un rapporto personale fra Dio e l’essere umano”. “Vogliamo rilevare al
tempo stesso - prosegue - che se il Parlamento applicherà questa legge,
faremo sentire la nostra voce a livello internazionale, fra cui la
denuncia del Parlamento irakeno stesso presso il Consiglio Onu per i
diritti umani”.
“È deprecabile - conclude mar Sako - che il Parlamento irakeno si
occupi della questione legata alla religione dei minori, lasciando da
parte altre questioni di primaria importanza: la liberazione delle zone
occupate dallo Stato islamico (in lotta vi sono anche fazioni
cristiane), la lotta alla corruzione, servizi e assistenza ai tre
milioni di rifugiati con l’inverno alle porte, la lotta alla
disoccupazione e il diritto allo studio dei giovani”.
I vertici della Chiesa caldea continuano a sognare “una patria per
tutti, che diventi una tenda capace di accogliere cristiani, yazidi,
sabei, credenti e non credenti, tutti gli irakeni… Una patria stabile e
prospera, che sappia garantire la dignità dei propri cittadini. Viva
l’Iraq”.
P. Sakvan Matti è un sacerdote dell’Arcieparchia di Baghdad dei Caldei
10 novembre 2015
Why some Christians in northern Iraq are choosing to stand and fight
Kristen Chick
Baqufa - Iraq - On the outside, the house is fortified with sandbags and machine guns.
On the inside hang pictures of Jesus and Mary.The house, in the last village before the territory of the Islamic State (IS) begins here in northern Iraq, is a base for Dwekh Nawsha, one of the Assyrian Christian militias participating in the battle against IS.Last year, the jihadists’ lightning advance across northern Iraq captured part of the Nineveh Plain, historic homeland of Iraq’s Assyrian minority, forcing thousands of Christians to flee. Now some of them are on the front lines, fighting for their homeland.
On the inside hang pictures of Jesus and Mary.The house, in the last village before the territory of the Islamic State (IS) begins here in northern Iraq, is a base for Dwekh Nawsha, one of the Assyrian Christian militias participating in the battle against IS.Last year, the jihadists’ lightning advance across northern Iraq captured part of the Nineveh Plain, historic homeland of Iraq’s Assyrian minority, forcing thousands of Christians to flee. Now some of them are on the front lines, fighting for their homeland.
Samir Nwa Oraha the local militia commander and a former special forces soldier in the Iraqi Army, says it wasn’t a difficult decision to pick up a weapon once again to protect the land of his people.
“My heart is here. I want to be fighting,”he says. “Outsiders are protecting us and we can’t sit and watch. We have to share the responsibility with them.”
The outsiders he refers to are the peshmerga, the armed forces of the semi-autonomous Kurdistan region of Iraq, who are leading the fight against IS in the region. But they retreated from many Christian villages without a fight last summer, declining to protect them from the IS advance.
Christians have taken up arms because they want to protect their own land, and many no longer trust the Kurds to do it for them. Even as thousands of Christians are fleeing Iraq,
convinced they can no longer find safety, or a future, in their homeland, these men are hoping to preserve a future for them, even if they’re not sure they’ll succeed.
“After 15 years, you’ll come back here and you won’t find any Christians,” says Marcus, a young Dwekh Nawsha fighter who gave only his first name.Then why is he fighting when others are fleeing?
“Because our children, one day they will ask us: ‘Why did you give up? Why didn’t you fight?’ ” he says. “So we will tell them: ‘We fought.’ ”
Fighters bought own guns
Assyrian Christians have formed at least four armed groups to fight IS, with three operating in this area north of Mosul. Dwekh Nawsha is the smallest. Mr. Oraha says there are about 50 fighters in the unit, with 25 on duty at a time. They protect the village of Baqufa, which was retaken from IS last year, but their fighters also join the peshmerga at the front line, a little more than half a mile away.
Assyrian Christians have formed at least four armed groups to fight IS, with three operating in this area north of Mosul. Dwekh Nawsha is the smallest. Mr. Oraha says there are about 50 fighters in the unit, with 25 on duty at a time. They protect the village of Baqufa, which was retaken from IS last year, but their fighters also join the peshmerga at the front line, a little more than half a mile away.
In the living room of their base, a mounted machine gun lies on the floor, its rounds piled on the sofa. In the room where the fighters sleep, a small crucifix and a large picture of Jesus carrying a shepherd’s staff hang above a bed. On the nightstand is a semi-automatic rifle.The fighters, who carry Kalashnikov rifles, say they bought their weapons themselves. They are meant to receive a salary of $500 a month from the political party that started the unit, the Assyrian Patriotic Party, but Marcus says he hasn’t received his in four months. He wears camouflage trousers and a black sweatshirt with “I’m here to … fight!” printed on the back.The Nineveh Plain Forces (NPF) is based in nearby Tal Asqaf. It was founded by two Assyrian political parties, but is close to the ruling party in Iraqi Kurdistan, the Kurdistan Democratic Party.
The commander, Safaa Khamro, says the unit has about 350 fighters who were trained by the peshmerga, and they cooperate closely with the Kurdish force.
Looking to Baghdad for support
A few miles north, away from the front line, a third militia is based in the town of Sharafya. The Nineveh Plain Protecion Units (NPU) has 750 trained fighters according to local commander Fouad Masaoud Gorgess, though only 20 are on duty at a time.
The NPU has resisted coming under peshmerga control, so the Kurdish force doesn’t allow the group to participate in the fighting, though the Kurdish government did give the group approval to build a base nearby and Mr. Gorgees says the NPU’s relationship with the peshmerga has recently improved.
The NPU wants to gain recognition – as well as arms and funding – from the central government in Baghdad under a proposed law to create a national guard to fight the IS insurgency. Until then, the fighters have little to do. But they say they will protect Christian villages in case of another peshmerga withdrawal.
“We will stay here, and Christians will protect Christians. Not Arabs or Kurds protecting us, but Christians,” says Gorgees.
The commander, Safaa Khamro, says the unit has about 350 fighters who were trained by the peshmerga, and they cooperate closely with the Kurdish force.
Looking to Baghdad for support
A few miles north, away from the front line, a third militia is based in the town of Sharafya. The Nineveh Plain Protecion Units (NPU) has 750 trained fighters according to local commander Fouad Masaoud Gorgess, though only 20 are on duty at a time.
The NPU has resisted coming under peshmerga control, so the Kurdish force doesn’t allow the group to participate in the fighting, though the Kurdish government did give the group approval to build a base nearby and Mr. Gorgees says the NPU’s relationship with the peshmerga has recently improved.
The NPU members do not earn a salary. Jone Isho“ a wiry middle-aged fighter with blue eyes, says his wife emigrated to Australia, but he chose to stay and fight instead.“All the people are fleeing to other lands, so we stay here to show them that they shouldn’t leave,” he says. “But they won’t come back if there is not international protection or someone they can trust.”
An uncertain future
Mr. Khamro, the NPF commander, says most of the displaced people will return if IS is driven out, services restored, and villages rebuilt. Yet many of the displaced say they will never feel safe in Iraq again, and even the militias experience the drain of people leaving. Some of Khamro’s fresh-faced fighters are not sure if their efforts will encourage people to return. Zayd George Zaya, a young NPF fighter with a stylish haircut and digital-patterned camouflage fatigues, is from Tel Kayf, an IS-occupied town just 8 miles down the road.“I can’t tell you there’s a future for Christians here. Because I don’t know exactly,” he says. “But I need my land. I need to go back there.”
9 novembre 2015
In divided Iraq, unique school brings children together
Kurdish, Arab and Turkmen children sit in the same classrooms at a school where Islamic and Christian education textbooks are stacked on the same tables.Mariamana school in the Iraqi city of Kirkuk is a rarity in a country whose unique cultural, religious and ethnic mosaic is threatened by conflict and sectarianism.
"The main idea was a school that would be attended by different ethnic and religious groups... in order to rid society of that tension," said Zakia Matty Dawood, the headmistress.
The school was the brainchild of Chaldean Patriarch Louis Sako who was still Kirkuk archbishop when it opened its doors in 2012.
The number of pupils has now tripled to 150, including around 100 Muslims and 50 Christians aged six to 12."I like my school because I learn here, because I play with my friends," said Hamza, a nine-year-old wearing a neat white shirt and red tie.The pupils seem to have little notion of what makes their school special and that in itself is a victory for the staff's endeavour to promote an unsegregated society.
"They go to school together, they become friends... Even their parents are coming together," said the headmistress, a Dominican sister donning her black and white habit.
Some parents are keen to send their children to a school that reflects the diversity that Kirkuk, Iraq's most culturally composite city, symbolises.
For Sako, "this school was a tangible way of building long-term peace", said Faraj Benoit Camurat, chairman of "Fraternite en Irak", a French NGO that focuses on supporting minorities.
"This school's success shows that many Kirkuk residents do not want their town to be divided along sectarian and ethnic lines," said Camurat, whose group helped fund the project.
Kirkuk is an oil-rich region that lies on territory contested by the federal authorities in Baghdad and the autonomous Kurdish region in the north.It is also home to many of Iraq's feuding factions -- Arabs and Kurds, Sunnis and Shiites -- and has therefore often been portrayed as a tinderbox that would sooner or later erupt into bloody conflict.
Mariamana was launched after 2011, a year that saw an increase in sectarian violence in Kirkuk, but the will to live together never completely collapsed in the city.
- 'A little oasis' -
"It is shocking how little Iraqis know about each other's cultures," said Saad Salloum, author of several books on Iraq's minorities and chairman of Masarat, an institute promoting cultural exchanges.
"It is easier to kill somebody you don't know," he said."There is a real need for oecumenical action... to save what can still be saved of Iraq's cultural diversity but also to help and support peace."
But the quality of the education is the foundation of Mariamana's success, said Dawood, squaring a pile of books whose titles include "Koranic Education", "Jesus Loves Us" and "English in Iraq".
The school was voted best primary school of the Kirkuk governorate this year and notched up several other provincial and national honours.
Sending children to Mariamana costs around $700 a year, a relatively low fee that can even be waived for the neediest families.
Thirty of the pupils were displaced by the Islamic State jihadist group's devastating offensive in the summer of 2014.
Minorities were among he first victims of the jihadist assault."We all live together, as students and as teachers," said Dunya Akram, the school's 25-year-old English teacher.
"We are a bit different as Christians and Muslims but here we all learn from each other," said the young Muslim woman, as the children run around the playground during recess.
An excavator is already at work to build an annex that will house a kindergarten as demand for Mariamana's educational model keeps growing.
The current Chaldean archbishop of Kirkuk, Yusef Thomas Mirkis, said Dominican sisters have a long tradition of providing educational and health services in Iraq.
He said the Christian schools of Iraq were once a bridge between the West and the East but their impact faded after all schools were nationalised in the 1970s.
"We have resumed this little experiment in Kirkuk," he said.Replicating Mariamana's model in other Iraqi cities could be a challenge, but the prelate sees the school's success as a reason to keep faith in the future.
"Mariamana is a little oasis... hopefully a swallow that announces spring," he said.
"It is easier to kill somebody you don't know," he said."There is a real need for oecumenical action... to save what can still be saved of Iraq's cultural diversity but also to help and support peace."
But the quality of the education is the foundation of Mariamana's success, said Dawood, squaring a pile of books whose titles include "Koranic Education", "Jesus Loves Us" and "English in Iraq".
The school was voted best primary school of the Kirkuk governorate this year and notched up several other provincial and national honours.
Sending children to Mariamana costs around $700 a year, a relatively low fee that can even be waived for the neediest families.
Thirty of the pupils were displaced by the Islamic State jihadist group's devastating offensive in the summer of 2014.
Minorities were among he first victims of the jihadist assault."We all live together, as students and as teachers," said Dunya Akram, the school's 25-year-old English teacher.
"We are a bit different as Christians and Muslims but here we all learn from each other," said the young Muslim woman, as the children run around the playground during recess.
An excavator is already at work to build an annex that will house a kindergarten as demand for Mariamana's educational model keeps growing.
The current Chaldean archbishop of Kirkuk, Yusef Thomas Mirkis, said Dominican sisters have a long tradition of providing educational and health services in Iraq.
He said the Christian schools of Iraq were once a bridge between the West and the East but their impact faded after all schools were nationalised in the 1970s.
"We have resumed this little experiment in Kirkuk," he said.Replicating Mariamana's model in other Iraqi cities could be a challenge, but the prelate sees the school's success as a reason to keep faith in the future.
"Mariamana is a little oasis... hopefully a swallow that announces spring," he said.
Priest shelters Iraqi Christians fleeing ISIS
By WND
Charlotte Florance
In the small town of Marka, Jordan, about 20 minutes from downtown Amman, hundreds of Christian refugees and their families live under the steadfast care of Father Khalil Jaar, a humble priest originally from Bethlehem.
Here, at a small church complex called St. Mary’s, children receive an education. On this particular Sunday, French missionaries have baked fresh apple tarts for the parish’s luncheon.
The surrounding community, including both Muslims and Christians, is welcome to attend.St. Mary’s, situated in low-income Marka, cares for more than 500 families in need from Syria, Iraq, and even Jordan.
In particular, Iraqi refugees, fleeing towns overrun by ISIS—such as Mosul, Iraq—come to Jordan seeking asylum. Some refugees say Jordan is a transit stop to a better life in the West.And while tragedy may have brought them to Marka, the families here are reminded that despite their tremendous loss, individuals such as Father Khalil will not let the world ignore their plight. They remain resolute that ISIS cannot take away their dignity.
In the small town of Marka, Jordan, about 20 minutes from downtown Amman, hundreds of Christian refugees and their families live under the steadfast care of Father Khalil Jaar, a humble priest originally from Bethlehem.
Here, at a small church complex called St. Mary’s, children receive an education. On this particular Sunday, French missionaries have baked fresh apple tarts for the parish’s luncheon.
The surrounding community, including both Muslims and Christians, is welcome to attend.St. Mary’s, situated in low-income Marka, cares for more than 500 families in need from Syria, Iraq, and even Jordan.
In particular, Iraqi refugees, fleeing towns overrun by ISIS—such as Mosul, Iraq—come to Jordan seeking asylum. Some refugees say Jordan is a transit stop to a better life in the West.And while tragedy may have brought them to Marka, the families here are reminded that despite their tremendous loss, individuals such as Father Khalil will not let the world ignore their plight. They remain resolute that ISIS cannot take away their dignity.
The Plight of Iraqi Christians
Today, some 2,200 Iraqi Christians are living in Jordan, largely due to an agreement secured last year between Father Nour al-Qusmusa, an Iraqi priest living in Jordan, and King Abdullah and the Jordanian government.
Under the agreement, Father Nour is allowed to sponsor Iraqi families directly, providing them with aid through Caritas, a Catholic charity operating in Jordan.Unlike Syrian refugees entering Jordan, Iraqi refugees must obtain a visa or find family or church sponsorship before arriving in Jordan—a process that is often lengthy and expensive.
While the Iraqi refugees are a significantly smaller group as a whole compared to Syrian refugees, there are no camps and no official aid programs for the exodus of Christians from Iraq that began in the Summer 2014.
At St. Mary’s, the stairwell leading up to Father Khalil’s modest office is filled with donations from the local Jordanian community and includes clothes, toys, and small furniture items. Father Khalil even gave up his original office to house an Iraqi family under his care on the parish grounds.
Currently, nine families live in makeshift rooms on the parish compound. The rest live in apartments around Marka, often two families per apartment.Father Khalil’s operation helps support these families by providing money for rent or a portion thereof and food assistance.
While many Iraqi refugees are highly skilled workers, they are not allowed to legally work in Jordan, forcing many to burn through what little savings they were able to hide when they fled ISIS.
Father Khalil has also instituted an innovative system of assistance with the dual purpose of allowing families to make their own economic decisions. Essentially a voucher system, the arrangement, according to Father Khalil, “allows the families to maintain their dignity” but also provides him with the data needed for donors interested in making donations in kind.
The system has become so successful that many non-governmental organizations in Jordan have sought Father Khalil’s counsel for their own programs.
Today, some 2,200 Iraqi Christians are living in Jordan, largely due to an agreement secured last year between Father Nour al-Qusmusa, an Iraqi priest living in Jordan, and King Abdullah and the Jordanian government.
Under the agreement, Father Nour is allowed to sponsor Iraqi families directly, providing them with aid through Caritas, a Catholic charity operating in Jordan.Unlike Syrian refugees entering Jordan, Iraqi refugees must obtain a visa or find family or church sponsorship before arriving in Jordan—a process that is often lengthy and expensive.
While the Iraqi refugees are a significantly smaller group as a whole compared to Syrian refugees, there are no camps and no official aid programs for the exodus of Christians from Iraq that began in the Summer 2014.
At St. Mary’s, the stairwell leading up to Father Khalil’s modest office is filled with donations from the local Jordanian community and includes clothes, toys, and small furniture items. Father Khalil even gave up his original office to house an Iraqi family under his care on the parish grounds.
Currently, nine families live in makeshift rooms on the parish compound. The rest live in apartments around Marka, often two families per apartment.Father Khalil’s operation helps support these families by providing money for rent or a portion thereof and food assistance.
While many Iraqi refugees are highly skilled workers, they are not allowed to legally work in Jordan, forcing many to burn through what little savings they were able to hide when they fled ISIS.
Father Khalil has also instituted an innovative system of assistance with the dual purpose of allowing families to make their own economic decisions. Essentially a voucher system, the arrangement, according to Father Khalil, “allows the families to maintain their dignity” but also provides him with the data needed for donors interested in making donations in kind.
The system has become so successful that many non-governmental organizations in Jordan have sought Father Khalil’s counsel for their own programs.
Father Khalil also finds it important to develop an image of the church that gives not only financial support, but also faith and love, stating that if children only see him giving money, that is all they will know the church to be.
The resilience of families living at St. Mary’s is apparent, nowhere more so than in the children under the care of Father Khalil—whose policy is that education comes before anything.
Father Khalil is determined to ensure that refugee children at St. Mary’s have a future, and he frequently states that the best answer for achievement is education.He has worked to maintain the educational system the Iraqi children in his care are accustomed to by establishing an informal school in the afternoons after the church’s parochial school is finished.
Classes in the afternoon for Iraqi children are free and are taught by Iraqi refugees who were schoolteachers back in their homeland.Father Khalil, through donations, provides the space, books, supplies, and snacks for the children.
The resilience of families living at St. Mary’s is apparent, nowhere more so than in the children under the care of Father Khalil—whose policy is that education comes before anything.
Father Khalil is determined to ensure that refugee children at St. Mary’s have a future, and he frequently states that the best answer for achievement is education.He has worked to maintain the educational system the Iraqi children in his care are accustomed to by establishing an informal school in the afternoons after the church’s parochial school is finished.
Classes in the afternoon for Iraqi children are free and are taught by Iraqi refugees who were schoolteachers back in their homeland.Father Khalil, through donations, provides the space, books, supplies, and snacks for the children.
‘To Find a New Place to Live in Peace
As waves of Syrians seek refuge in Europe, a topic that has become deeply politically charged, one can’t help but wonder if there will also be waves of Iraqi Christians seeking refuge in Europe out of desperation in the near future.
Very few Iraqi Christians have been accepted through legal refugee systems in the West; instead, they wait patiently in Jordan.In an interview, one Iraqi Christian living in Amman named Qahttan, who asked that his last name be withheld from publication, shares how after a year of supporting himself, his wife, and his young son in Jordan, he has very little money left.
“Being forced to leave Iraq and living in Jordan without a job has been the ultimate tax on my family,” Qahttan says via a translator.
Qahttan is a highly trained engineer who fled Iraq a little over a year ago. He fears he will have to leave his family and return to Iraq to find employment, as it is the only place he can legally work.
Qahttan says that despite part-time job offers, he refuses to work illegally because it could jeopardize his family’s visas. Qahttan expresses his concern for the future, and the thought of his wife and son being sent back to Iraq nearly brings the young father to tears.
While Qahttan considers himself lucky not to have lost any immediate family members to conflict, his extended family has not been so fortunate.“All my memories in my country are related to sad memories,” he says.
Indeed, ISIS fighters killed Qahttan’s 23-year-old cousin and his children. The horrific experiences of the fellow Iraqis he has met since arriving in Jordan have made him never want to go back.When asked if he would return to his home in Iraq if ISIS were destroyed, Qahttan says he has no desire to do so, noting it was not even ISIS that destroyed his friend’s home in Mosul, but his friend’s lifelong neighbor, who happened to be Sunni and got caught up in the radical sectarian turmoil.
As waves of Syrians seek refuge in Europe, a topic that has become deeply politically charged, one can’t help but wonder if there will also be waves of Iraqi Christians seeking refuge in Europe out of desperation in the near future.
Very few Iraqi Christians have been accepted through legal refugee systems in the West; instead, they wait patiently in Jordan.In an interview, one Iraqi Christian living in Amman named Qahttan, who asked that his last name be withheld from publication, shares how after a year of supporting himself, his wife, and his young son in Jordan, he has very little money left.
“Being forced to leave Iraq and living in Jordan without a job has been the ultimate tax on my family,” Qahttan says via a translator.
Qahttan is a highly trained engineer who fled Iraq a little over a year ago. He fears he will have to leave his family and return to Iraq to find employment, as it is the only place he can legally work.
Qahttan says that despite part-time job offers, he refuses to work illegally because it could jeopardize his family’s visas. Qahttan expresses his concern for the future, and the thought of his wife and son being sent back to Iraq nearly brings the young father to tears.
While Qahttan considers himself lucky not to have lost any immediate family members to conflict, his extended family has not been so fortunate.“All my memories in my country are related to sad memories,” he says.
Indeed, ISIS fighters killed Qahttan’s 23-year-old cousin and his children. The horrific experiences of the fellow Iraqis he has met since arriving in Jordan have made him never want to go back.When asked if he would return to his home in Iraq if ISIS were destroyed, Qahttan says he has no desire to do so, noting it was not even ISIS that destroyed his friend’s home in Mosul, but his friend’s lifelong neighbor, who happened to be Sunni and got caught up in the radical sectarian turmoil.
Individuals such as Qahttan remain in limbo. Iraqi Christians have lost their homes and history and have been left without a place to rebuild.
While the reality seems grim, passionate individuals such as Father Kahlil are helping to keep Iraqi Christians afloat. Even still, Father Kahlil will be the first to admit that significantly more must be done to ensure that the Iraqi community—and especially their children—have a welcoming home to rebuild and a future beyond war.
“I am no longer committed to my country’s future,” Qahttan reflects, adding: “My only concern to find a place to live in peace.”
“I am no longer committed to my country’s future,” Qahttan reflects, adding: “My only concern to find a place to live in peace.”
Il Patriarca caldeo convoca una manifestazione di protesta contro la legge sull'islamizzazione dei minori
Si svolgerà domani, martedì 10 novembre, nello slargo antistante la chiesa caldea di San Giorgio, la manifestazione convocata dal Patriarca caldeo Louis Raphael I per protestare contro la legge che dispone il passaggio automatico alla religione islamica dei minori quando anche uno solo dei due genitori si converte all'islam. La mobilitazione, oltre a contare sulla presenza di cristiani di diverse confessioni, vedrà la partecipazione di militanti di varie sigle politiche, rappresentanti di organizzazioni della società civile e gruppi di appartenenti alle comunità religiose dei yazidi, dei mandei e dei sabei.
In una dichiarazione, diffusa dai canali ufficiali del Patriarcato caldeo, il Patriarca Louis Raphael I ribadisce che la legge sull'islamizzazione dei minori rappresenta un vulnus per l'unità tra le diverse componenti del popolo iracheno. Nel pronunciamento, pervenuto all'Agenzia Fides, il Primate della Chiesa caldea fa notare che tale disposizione giuridica viola gli articoli della Costituzione irachena che proteggono i cittadini da ogni discriminazione, e contraddice anche gli insegnamenti del Corano, in cui viene proclamato che nella religione non può esserci costrizione. Il Patriarca fa appello anche al Presidente iracheno Fuad Masum, affinché la legge sia modificata in Parlamento e si emendino i passaggi che la rendono discriminatoria. In caso contrario – avverte il Patriarca caldeo – è già pronto un ricorso ai tribunali e alle istanze internazionali che tutelano i diritti umani.
Lo scorso 27 ottobre (vedi Fides 28/10/2015) il Parlamento iracheno ha già respinto a larga maggioranza la proposta di modifica della legge avanzata dai rappresentanti cristiani, ma sostenuta da parlamentari appartenenti a schieramenti diversi. In tale proposta, si chiedeva di aggiungere al paragrafo riguardante i minori della legge controversa una frase, allo scopo di affermare che nel caso di conversione all'islam di un genitore i minori rimangono nella religione originaria di appartenenza fino ai diciotto anni, per poi scegliere la religione a cui appartenere in piena libertà di coscienza.
In una dichiarazione, diffusa dai canali ufficiali del Patriarcato caldeo, il Patriarca Louis Raphael I ribadisce che la legge sull'islamizzazione dei minori rappresenta un vulnus per l'unità tra le diverse componenti del popolo iracheno. Nel pronunciamento, pervenuto all'Agenzia Fides, il Primate della Chiesa caldea fa notare che tale disposizione giuridica viola gli articoli della Costituzione irachena che proteggono i cittadini da ogni discriminazione, e contraddice anche gli insegnamenti del Corano, in cui viene proclamato che nella religione non può esserci costrizione. Il Patriarca fa appello anche al Presidente iracheno Fuad Masum, affinché la legge sia modificata in Parlamento e si emendino i passaggi che la rendono discriminatoria. In caso contrario – avverte il Patriarca caldeo – è già pronto un ricorso ai tribunali e alle istanze internazionali che tutelano i diritti umani.
Lo scorso 27 ottobre (vedi Fides 28/10/2015) il Parlamento iracheno ha già respinto a larga maggioranza la proposta di modifica della legge avanzata dai rappresentanti cristiani, ma sostenuta da parlamentari appartenenti a schieramenti diversi. In tale proposta, si chiedeva di aggiungere al paragrafo riguardante i minori della legge controversa una frase, allo scopo di affermare che nel caso di conversione all'islam di un genitore i minori rimangono nella religione originaria di appartenenza fino ai diciotto anni, per poi scegliere la religione a cui appartenere in piena libertà di coscienza.
Patriarca di Baghdad: Al tribunale internazionale contro la legge sull' islamizzazione dei figli
By Asia News
Louis Raphael I Sako*
“In caso di applicazione” della legge “faremo sentire la nostra voce” a livello globale, fino a citare l’Assemblea dei deputati davanti “al tribunale internazionale”.
Louis Raphael I Sako*
“In caso di applicazione” della legge “faremo sentire la nostra voce” a livello globale, fino a citare l’Assemblea dei deputati davanti “al tribunale internazionale”.
E' la presa di posizione del patriarca caldeo Mar Louis Raphael I Sako nei confronti di una norma che lede in modo pesante la libertà religiosa. Una legge considera in modo automatico come musulmani i figli in cui almeno uno dei genitori sia convertito all'islam. Nei mesi scorsi era stato presentato un emendamento che prevedeva che i minori restassero nella religione di nascita fino a 18 anni, per poi decidere in modo personale la loro fede.
Ma a fine ottobre il Parlamento irakeno ha respinto tale proposta.
Mar Sako dice grazie ai tanti musulmani e ong che sostengono la posizione della Chiesa in nome del pluralismo nella società irakena ed esorta i parlamentari a “preoccuparsi che un individuo diventi piuttosto un buon cittadino, e non immischiarsi nella sua fede religiosa”. Se l’appello al presidente della Repubblica e alla Camera cadrà inascoltato, i vertici della Chiesa irakena sono pronti a ricorrere ai massimi organismi della giustizia internazionale.
Ecco, di seguito, il messaggio di Mar Sako inviato ad AsiaNews:
Il voto dell’assemblea dei deputati irakeni, che si è tenuto il 27 ottobre 2015, a favore della Carta nazionale omogenea ha generato un grande risentimento fra i cristiani e le altre minoranze non musulmane. Essa obbliga i minori di 18 anni ad abbracciare in modo automatico la religione musulmana, nel caso in cui anche solo uno dei due genitori decida di convertirsi all’islam (art. 26/2).
Del resto quanto uno dei genitori tradisce il suo legame verso i propri figli, è inaccettabile che questo comporti che la seconda parte in causa venga privata della possibilità di rispettare la promessa fatta e mantenere la propria fede religiosa.
Il voto dell’assemblea dei deputati irakeni, che si è tenuto il 27 ottobre 2015, a favore della Carta nazionale omogenea ha generato un grande risentimento fra i cristiani e le altre minoranze non musulmane. Essa obbliga i minori di 18 anni ad abbracciare in modo automatico la religione musulmana, nel caso in cui anche solo uno dei due genitori decida di convertirsi all’islam (art. 26/2).
Del resto quanto uno dei genitori tradisce il suo legame verso i propri figli, è inaccettabile che questo comporti che la seconda parte in causa venga privata della possibilità di rispettare la promessa fatta e mantenere la propria fede religiosa.
In aggiunta, noi abbiamo risposto in maniera teologica e scientifica ad uno dei parlamentari che ha espresso parere contrario in merito alla nostra richiesta. Egli si è inoltre espresso in modo irrispettoso e mancando di cortesia nei nostri confronti.
Questa procedura è fra le più discriminatorie in assoluto, perché mostra una totale indifferenza verso i valori della civiltà irakena e nei confronti di quanti sono considerati fra i primi cittadini di questo Paese; tutto questo è una minaccia all’unità della nazione, così come all’equilibrio sociale, al pluralismo religioso e al principio che prevede di accettare l’altro nella sua diversità, con la sua situazione peculiare e la vita in comune.
Il voto favorevole espresso dai deputati verso una tale legge è contrario a quanto vi è scritto all’interno del Corano stesso, che indica in più di un versetto che non vi è alcun obbligo nell’abbracciare una fede religiosa. Tutto questo contrasta al contempo con il pensiero dei più grandi teologi musulmani, fra i quali noi vogliamo ricordare il grande professore Mostafa al Zalmi il quale scrive in un suo libro: Il Corano e la norma in base alla quale il bambino segua la religione migliore di uno dei due genitori (2à Edizione, Erbil 2011). Tutto questo calpesta anche più di una norma della Costituzione irakena, come l’articolo 3 che prevede: “L’Iraq è una nazione composta da etnie, religioni e denominazioni diverse”; e ancora, l’articolo 37 comma 2: “Il Paese garantisce la protezione dell’individuo contro qualsivoglia coercizione dottrina, politica e religiosa”; infine, l’articolo 42: “Ciascun individuo possiede libertà di pensiero, di coscienza e di ideologia”. E come facciamo parte della comunità internazionale, questa legge è contraria alle norme sui diritti dell’uomo e ai trattati internazionali.
Apprezzando i nostri fratelli musulmani, le Ong e le delegazioni a difesa dei diritti dell’uomo in Iraq, per la presa di posizione forte a nostro favore e per le proteste contro questa legge discriminatoria, vogliamo rinnovare la nostra contrarietà rispetto a una Carta omogenea. Al contempo, vogliamo rivendicare il principio secondo cui il minore debba mantenere la propria religione di appartenenza, di modo che possa decidere in modo libero la propria fede, secondo le convinzioni personali, al raggiungimento della maggiore età. Del resto la religione è un aspetto che riguarda solo la relazione fra Dio e l’uomo, e non deve essere vincolata ad alcun obbligo.
I parlamentari farebbero bene a preoccuparsi che un individuo diventi piuttosto un buon cittadino, e non immischiarsi nella sua fede religiosa. Per questo noi ci appelliamo al presidente della Repubblica d’Iraq Fuad Masoum, perché rimandi la legge alla Camera dei deputati perché essi possa modificarla; al tempo stesso, esortiamo i deputati ad assumersi le loro responsabilità, perché creino davvero condizioni di giustizia e di uguaglianza fra tutti i cittadini irakeni. E ancora, vogliamo affermare con forza che, in caso di applicazione di questa legge, faremo sentire la nostra voce a livello internazionale e faremo in modo che l’Assemblea dei deputati debba rispondere per questo al tribunale internazionale.
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