"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

20 marzo 2015

Cristiani d'Iraq, hanno perso tutto ma non la fede: nostro reportage da Erbil

By La Vita del Popolo (Treviso)
Annalisa Milani

L’aereo scende nella luce sospesa tra notte e giorno sopra l’enorme grappolo di luci di Erbil, capitale curda, che in poco più di 6 anni si è trasformata, come una cellula impazzita, da villaggio a metropoli. Dopo l’attraversamento della piana che circonda l’aeroporto (si arriva in una struttura modernissima e poi si viaggia in pullman in mezzo al nulla per 20 minuti prima di guadagnare l’uscita vera) ecco Wisam, l’amico monaco dell’ex monastero di Gesù Redentore di Qaraqosh.
L’abbraccio con me, don Giorgio Scatto della comunità di Marango, suor Gemma, monaca della comunità trentina di Pian del Levro, e Giorgio, mio marito, è lunghissimo, intenso. Si abbraccia un amico che dopo il 6 agosto 2014, con l’avanzata dell’Isis da Mosul per tutta la piana di Ninive, si pensava perduto. Teso, dimagrito, con un berrettino con il frontino sempre in testa, sorridente quanto mai, urla abbracciandoci “Benvenuti, benvenuti… Dio vi benedica”.Due milioni di profughi accalcati
L’avevo incontrato nel 2012 a Qaraqosh, ma ora, con i fratelli monaci Yasser e Raid, condivide la sorte di due milioni di profughi. L’Onu li definisce Internal dispaced peoples - Idps, e sono due milioni di persone: non solo cristiani, ma anche musulmani sciiti e sunniti, yazidi che hanno perso la loro casa, ma restano nel loro paese. Un mare di persone che da mesi vive o in campi allestiti con tende o in caravan su pezzi di terra brulla alle periferie dei centri urbani o in parchi cittadini (come quello nel cuore di Erbil a cura della chiesa caldea), o in edifici in via di costruzione.
Si accalcano anche quattro o cinque famiglie in appartamenti spesso ancora allo stadio del cemento grezzo, senza intonaco, né pavimenti, né infissi. I nostri amici vivono nel campo di Osal, un agglomerato di case nuove a 30 minuti da Erbil centro e paradossalmente accanto ad un modernissmo dysneland curdo, il “Dynosaur park”. Qui vivono 300 famiglie sfollate in case in costruzione, per fortuna con infissi, divise al loro interno con cartongesso. I punti di riferimento sono Wisam, Raid, Yasser e Rahama, Suam e Victoria, tre suore domenicane, pure profughe due volte, prima da Mosul a Qaraqosh e poi da Qaraqosh a Erbil. “Ho sempre una valigetta pronta” ci dice suor Rahma, mentre i nostri amici monaci nella fuga di notte del 6 agosto 2014 hanno lasciato tutto in monastero, persino i vestiti. Con un sorriso amaro Wisam ci dirà: “Anche l’immagine di Charles de Foucault della saletta di accoglienza sarà stata bruciata da Daesh-Isis!”.
Loro, dal mattino alla notte corrono per i bisogni degli sfollati del campo Osal ed anche del campo approntato nel “palazzo” poco lontano, dove vivono 180 famiglie. Non c’è lavoro per nessuno di questi uomini e donne che da sempre a Qaraqosh, Berthella, Karamless ed altri paesi sulla piana di Ninive, coltivavano le terre degli avi cristiani e avevano impiantato piccoli commerci. Ora sono seduti su sedie di plastica a piccoli gruppi, parlano con gli sguardi vuoti e se ti fermi, mentre ti offrono un tè o un caffè iniziano a raccontarti... molti di loro dicono: “Questa volta basta, non possiamo più vivere con i musulmani, provenivano dai villaggi più poveri e li abbiamo aiutati con le scuole, i centri della salute, ed ora che è arrivato l’Isis i nostri vicini sono i primi che si sono rivoltati contro. Telefonano ad alcuni di noi dicendoci ironicamente che hanno occupato le nostre case e ci chiedono che cosa vogliamo che ci lascino! Non abbiamo più speranza, vogliamo andare via, in Europa, Australia, Canada, aiutateci!”.

Abbandonati e senza speranza
Anche i Curdi sfruttano i cristiani: i prezzi delle case, i prezzi dei beni di prima necessità sono aumentati abnormemente. Lo sciacallaggio si è scatenato ovunque, anche ad Ankawa, quartiere cristiano di Erbil da sempre: negli appartamenti sono ospitate 4000 persone, i prezzi per due stanze sono di 900 dollari e molte famiglie che avevano portato via un po’ di soldi accumulati se li stanno mangiando tutti, trovandosi completamente a terra. Padre Jallal, che gestisce un campo di container mi dice: “Molti chiedono asilo nei container, perché in questi campi un po’ di assistenza c’è”. Molti adolescenti sono senza scuola e tentano, per far sopravvivere la famiglia, di trovare qualche lavoretto in nero e i giovani che frequentavano l’ università non possono più andare avanti, non hanno soldi, non conoscono il curdo e oltre allo sradicamento subentra la non integrazione.
Aissar, ventenne, lungo, magro, davanti ad uno scatolone di pere che vende dentro i corridoi del campo dell’Ankawa Mall, mi racconta: “Io frequentavo il primo anno di Scienze ambientali all’università di Mosul, ora non posso più andare all’università e faccio qualcosa per sopravvivere. Ho molta nostalgia di casa, voglio ritornare. Tutti i giovani sfollati che hanno interrotto gli studi non fanno nulla e sono disperati!”.
Solo le elementari e medie sono state garantite dagli stessi insegnanti cristiani-iracheni che si sono auto organizzati, sotto le tende, dentro i container, in stanze piccole che a volte contengono 100 allievi.

Abitazioni da 9 metri quadrati
All’Ankawa Mall, un enorme centro commerciale in costruzione, si sono costruite con box e mura in cartongesso stanzette da tre metri per tre, dove vivono 5 o 6 persone: entrando ti investe l’odore di vissuto quotidiano di 420 famiglie e 1.700 persone. Impressionante è anche il rimbombo delle grida di bimbi che si rincorrono nelle scale ancora da finire. Qui in questo grigio e buio contenitore dove la luce penetra da un enorme lucernario, ma non riesce a raggiungere i piani dove si sono attrezzati fornelli e cucine, incontriamo Afnan, già conosciuta tra le donne di preghiera nel monastero di Qaraqosh nel 2012. Ci riconosce e piange. Il suo esiguo spazio è ordinato e pulito. Si tira giù un materasso impilato con altri per la notte (ha con lei due figli) ci si siede per terra, offre subito il caffè e aggiunge: “In questa situazione i valori umani si sono persi, c’è poca collaborazione anche tra la gente, le condizioni portano a far scoppiare molti conflitti”. Virgin, che ora presiede la scuola elementare del campo con 200 bambini in sei classi, ci racconta come i bambini non comunicano più tra loro, è aumentata l’aggressività, molti vivono incubi e non dormono di notte. “Che cosa possiamo fare noi per loro? Che cosa possiamo dire alle nostre comunità in Italia? Queste le domande che ci sorgono e poniamo sempre”. La risposta di Afnan e Virgin è: “Pregate”. Virgin aggiunge: “Vorrei ritornare libera, e non c’è odio nei confronti di chi ci ha fatto tutto questo, ma vogliamo ritornare a vivere in pace nelle nostre terre”.
Di fronte alla nostra fragile fede di cristiani di occidente, le parole di queste cristiane irachene ci lasciano senza fiato. Seduti a terra, con don Giorgio che piange, apriamo tutti le mani per un Padre Nostro in italiano, aramaico, arabo. Un Padre Nostro comune ed in varie lingue che si ripeterà spesso fino all’ultimo momento del nostro viaggio. Da un campo profughi all’altro incontriamo padre Jallal e fratel Basem, rogazionisti iracheni che gestiscono un campo di container con 270 famiglie. “Come tutti quelli di Erbil ed Ankawa - dice padre Jallal in perfetto italiano - questo campo è stato aperto dalla commissione dei vescovi, caldei, siri, ortodossi. Il ruolo della chiesa è essenziale, mentre dallo stato iracheno o curdo non è arrivato quasi nulla. Qui umanamente la gente vive spogliata della propria dignità e man mano che il tempo trascorre l’ incertezza del futuro getta ancora più nella disperazione”. Aggiunge: “Le nostre chiese nelle zone occupate sono state distrutte o trasformate in ristoranti e a fare questo sono stati spesso i musulmani che erano i nostri vicini, con loro un dialogo non sarà mai possibile”. Una posizione, questa, ripetuta in molti incontri.

Si riorganizza la comunità cristiana
Attraversiamo una trafficatissima strada che taglia in due il campo e lungo i cui bordi, con i teli blu dell’Alto Commissariato dei Rifugiati, si sono costruiti banchetti di fortuna che vendono un po’ di cibo. E via verso il Shelter Sport Ankawa, altro ex centro sportivo nel cui cortile oggi vi sono container con 215 famiglie. Il giovane abuna (padre) Bashar, chiamato a destra e a manca, ci racconta mentre ci accompagna: “Questa esperienza è per me nuova, molto sofferta, ma è il mio servizio come sacerdote”. Ci fermiamo a bere il caffè offerto dalla famiglia di Abdhallah, che ci convince che se avessero avuto armi vere si sarebbero difesi. Abuna Bashar gli dice in arabo “lascia perdere”, ed è ben contento quando ci dice che a Natale di persona l’ha chiamato “padre Francesco” o meglio “papa Francesco”. Scopriremo poi che attraverso altre “chiamate” personali papa Francesco è sempre presente lì, tra quei cristiani. Sotto le tende diventate chiese, nei corridoi e pianerottoli dei palazzi, nei magazzini, si riorganizza il catechesimo, il rosario ogni giorno, la messa ogni domenica, la preparazione per la prima comunione, i battesimi dei bimbi che, nonostante tutto, nascono, insomma le “parrocchie in esilio”, per i cristiani iracheni che ormai rischiano la scomparsa, funzionano per il momento da forte legame comunitario.

Yazidi, gli ultimi tra gli ultimi
Ma per le 35 famiglie di Yazidi che visitiamo nel campo di Osal non esiste nessuna struttura di chiesa, nessun legame comunitario. Gli Yazidi, stabilitisi attorno al monte Sinjar nel 1915, in numero di 700 mila, di religione zoorastiana, ora sono i paria tra i profughi. Sotto una struttura di lamiere e cartoni, incontro Ali. Abitava a Sinjar con altre 5.000 persone e mentre l’Isis attaccava, 35 persone della sua famiglia sono salite per 7 giorni al monte Sinjar. La situazione è stata tragica, molte donne hanno lasciato morire i bimbi piccoli perché non avevano acqua, poi con un intervento d’emergenza molti sono stati salvati ed ora vivono in 16 campi profughi attorno a Dohuk, ma “in condizioni da piangere”.
Ma nessuno dei miei racconti può documentare l’intensità del momento di silenzio di suor Suam, quando mi ha tradotto ciò che è accaduto ad una donna loro parente a cui i guerriglieri hanno tolto il bambino di 7 giorni dalle braccia e l’hanno ucciso sbattendolo sulla pietra. Il silenzio è doveroso di fronte a queste barbarie. Le uniche parole che mi sento di scrivere sono quelle del salmo 126 nato in queste terre “Riconduci, Signore, i nostri prigionieri, come i torrenti del Negheb. Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo. Nell’andare, se ne va e piange, ma nel tornare,viene con giubilo, portando i suoi covoni”.
L’aereo scende nella luce sospesa tra notte e giorno sopra l’enorme grappolo di luci di Erbil, capitale curda, che in poco più di 6 anni si è trasformata, come una cellula impazzita, da villaggio a metropoli. Dopo l’attraversamento della piana che circonda l’aeroporto (si arriva in una struttura modernissima e poi si viaggia in pullman in mezzo al nulla per 20 minuti prima di guadagnare l’uscita vera) ecco Wisam, l’amico monaco dell’ex monastero di Gesù Redentore di Qaraqosh.
L’abbraccio con me, don Giorgio Scatto della comunità di Marango, suor Gemma, monaca della comunità trentina di Pian del Levro, e Giorgio, mio marito, è lunghissimo, intenso. Si abbraccia un amico che dopo il 6 agosto 2014, con l’avanzata dell’Isis da Mosul per tutta la piana di Ninive, si pensava perduto. Teso, dimagrito, con un berrettino con il frontino sempre in testa, sorridente quanto mai, urla abbracciandoci “Benvenuti, benvenuti… Dio vi benedica”.
Due milioni di profughi accalcati
L’avevo incontrato nel 2012 a Qaraqosh, ma ora, con i fratelli monaci Yasser e Raid, condivide la sorte di due milioni di profughi. L’Onu li definisce Internal dispaced peoples- Idps, e sono due milioni di persone: non solo cristiani, ma anche musulmani sciiti e sunniti, yazidi che hanno perso la loro casa, ma restano nel loro paese. Un mare di persone che da mesi vive o in campi allestiti con tende o in caravan su pezzi di terra brulla alle periferie dei centri urbani o in parchi cittadini (come quello nel cuore di Erbil a cura della chiesa caldea), o in edifici in via di costruzione.
Si accalcano anche quattro o cinque famiglie in appartamenti spesso ancora allo stadio del cemento grezzo, senza intonaco, né pavimenti, né infissi. I nostri amici vivono nel campo di Osal, un agglomerato di case nuove a 30 minuti da Erbil centro e paradossalmente accanto ad un modernissmo dysneland curdo, il “Dynosaur park”. Qui vivono 300 famiglie sfollate in case in costruzione, per fortuna con infissi, divise al loro interno con cartongesso. I punti di riferimento sono Wisam, Raid, Yasser e Rahama, Suam e Victoria, tre suore domenicane, pure profughe due volte, prima da Mosul a Qaraqosh e poi da Qaraqosh a Erbil. “Ho sempre una valigetta pronta” ci dice suor Rahma, mentre i nostri amici monaci nella fuga di notte del 6 agosto 2014 hanno lasciato tutto in monastero, persino i vestiti. Con un sorriso amaro Wisam ci dirà: “Anche l’immagine di Charles de Foucault della saletta di accoglienza sarà stata bruciata da Daesh-Isis!”.
Loro, dal mattino alla notte corrono per i bisogni degli sfollati del campo Osal ed anche del campo approntato nel “palazzo” poco lontano, dove vivono 180 famiglie. Non c’è lavoro per nessuno di questi uomini e donne che da sempre a Qaraqosh, Berthella, Karamless ed altri paesi sulla piana di Ninive, coltivavano le terre degli avi cristiani e avevano impiantato piccoli commerci. Ora sono seduti su sedie di plastica a piccoli gruppi, parlano con gli sguardi vuoti e se ti fermi, mentre ti offrono un tè o un caffè iniziano a raccontarti... molti di loro dicono: “Questa volta basta, non possiamo più vivere con i musulmani, provenivano dai villaggi più poveri e li abbiamo aiutati con le scuole, i centri della salute, ed ora che è arrivato l’Isis i nostri vicini sono i primi che si sono rivoltati contro. Telefonano ad alcuni di noi dicendoci ironicamente che hanno occupato le nostre case e ci chiedono che cosa vogliamo che ci lascino! Non abbiamo più speranza, vogliamo andare via, in Europa, Australia, Canada, aiutateci!”.
Abbandonati e senza speranza
Anche i Curdi sfruttano i cristiani: i prezzi delle case, i prezzi dei beni di prima necessità sono aumentati abnormemente. Lo sciacallaggio si è scatenato ovunque, anche ad Ankawa, quartiere cristiano di Erbil da sempre: negli appartamenti sono ospitate 4000 persone, i prezzi per due stanze sono di 900 dollari e molte famiglie che avevano portato via un po’ di soldi accumulati se li stanno mangiando tutti, trovandosi completamente a terra. Padre Jallal, che gestisce un campo di container mi dice: “Molti chiedono asilo nei container, perché in questi campi un po’ di assistenza c’è”. Molti adolescenti sono senza scuola e tentano, per far sopravvivere la famiglia, di trovare qualche lavoretto in nero e i giovani che frequentavano l’ università non possono più andare avanti, non hanno soldi, non conoscono il curdo e oltre allo sradicamento subentra la non integrazione.
Aissar, ventenne, lungo, magro, davanti ad uno scatolone di pere che vende dentro i corridoi del campo dell’Ankawa Mall, mi racconta: “Io frequentavo il primo anno di Scienze ambientali all’università di Mosul, ora non posso più andare all’università e faccio qualcosa per sopravvivere. Ho molta nostalgia di casa, voglio ritornare. Tutti i giovani sfollati che hanno interrotto gli studi non fanno nulla e sono disperati!”. Solo le elementari e medie sono state garantite dagli stessi insegnanti cristiani-iracheni che si sono auto organizzati, sotto le tende, dentro i container, in stanze piccole che a volte contengono 100 allievi.
Abitazioni da 9 metri quadrati
All’Ankawa Mall, un enorme centro commerciale in costruzione, si sono costruite con box e mura in cartongesso stanzette da tre metri per tre, dove vivono 5 o 6 persone: entrando ti investe l’odore di vissuto quotidiano di 420 famiglie e 1.700 persone. Impressionante è anche il rimbombo delle grida di bimbi che si rincorrono nelle scale ancora da finire. Qui in questo grigio e buio contenitore dove la luce penetra da un enorme lucernario, ma non riesce a raggiungere i piani dove si sono attrezzati fornelli e cucine, incontriamo Afnan, già conosciuta tra le donne di preghiera nel monastero di Qaraqosh nel 2012. Ci riconosce e piange. Il suo esiguo spazio è ordinato e pulito. Si tira giù un materasso impilato con altri per la notte (ha con lei due figli) ci si siede per terra, offre subito il caffè e aggiunge: “In questa situazione i valori umani si sono persi, c’è poca collaborazione anche tra la gente, le condizioni portano a far scoppiare molti conflitti”. Virgin, che ora presiede la scuola elementare del campo con 200 bambini in sei classi, ci racconta come i bambini non comunicano più tra loro, è aumentata l’aggressività, molti vivono incubi e non dormono di notte. “Che cosa possiamo fare noi per loro? Che cosa possiamo dire alle nostre comunità in Italia? Queste le domande che ci sorgono e poniamo sempre”. La risposta di Afnan e Virgin è: “Pregate”. Virgin aggiunge: “Vorrei ritornare libera, e non c’è odio nei confronti di chi ci ha fatto tutto questo, ma vogliamo ritornare a vivere in pace nelle nostre terre”.
Di fronte alla nostra fragile fede di cristiani di occidente, le parole di queste cristiane irachene ci lasciano senza fiato. Seduti a terra, con don Giorgio che piange, apriamo tutti le mani per un Padre Nostro in italiano, aramaico, arabo. Un Padre Nostro comune ed in varie lingue che si ripeterà spesso fino all’ultimo momento del nostro viaggio. Da un campo profughi all’altro incontriamo padre Jallal e fratel Basem, rogazionisti iracheni che gestiscono un campo di container con 270 famiglie. “Come tutti quelli di Erbil ed Ankawa - dice padre Jallal in perfetto italiano - questo campo è stato aperto dalla commissione dei vescovi, caldei, siri, ortodossi. Il ruolo della chiesa è essenziale, mentre dallo stato iracheno o curdo non è arrivato quasi nulla. Qui umanamente la gente vive spogliata della propria dignità e man mano che il tempo trascorre l’ incertezza del futuro getta ancora più nella disperazione”. Aggiunge: “Le nostre chiese nelle zone occupate sono state distrutte o trasformate in ristoranti e a fare questo sono stati spesso i musulmani che erano i nostri vicini, con loro un dialogo non sarà mai possibile”. Una posizione, questa, ripetuta in molti incontri.
Si riorganizza la comunità cristiana
Attraversiamo una trafficatissima strada che taglia in due il campo e lungo i cui bordi, con i teli blu dell’Alto Commissariato dei Rifugiati, si sono costruiti banchetti di fortuna che vendono un po’ di cibo. E via verso il Shelter Sport Ankawa, altro ex centro sportivo nel cui cortile oggi vi sono container con 215 famiglie. Il giovane abuna (padre) Bashar, chiamato a destra e a manca, ci racconta mentre ci accompagna: “Questa esperienza è per me nuova, molto sofferta, ma è il mio servizio come sacerdote”. Ci fermiamo a bere il caffè offerto dalla famiglia di Abdhallah, che ci convince che se avessero avuto armi vere si sarebbero difesi. Abuna Bashar gli dice in arabo “lascia perdere”, ed è ben contento quando ci dice che a Natale di persona l’ha chiamato “padre Francesco” o meglio “papa Francesco”. Scopriremo poi che attraverso altre “chiamate” personali papa Francesco è sempre presente lì, tra quei cristiani. Sotto le tende diventate chiese, nei corridoi e pianerottoli dei palazzi, nei magazzini, si riorganizza il catechesimo, il rosario ogni giorno, la messa ogni domenica, la preparazione per la prima comunione, i battesimi dei bimbi che, nonostante tutto, nascono, insomma le “parrocchie in esilio”, per i cristiani iracheni che ormai rischiano la scomparsa, funzionano per il momento da forte legame comunitario.
Yazidi, gli ultimi tra gli ultimi
Ma per le 35 famiglie di Yazidi che visitiamo nel campo di Osal non esiste nessuna struttura di chiesa, nessun legame comunitario. Gli Yazidi, stabilitisi attorno al monte Sinjar nel 1915, in numero di 700 mila, di religione zoorastiana, ora sono i paria tra i profughi. Sotto una struttura di lamiere e cartoni, incontro Ali. Abitava a Sinjar con altre 5.000 persone e mentre l’Isis attaccava, 35 persone della sua famiglia sono salite per 7 giorni al monte Sinjar. La situazione è stata tragica, molte donne hanno lasciato morire i bimbi piccoli perché non avevano acqua, poi con un intervento d’emergenza molti sono stati salvati ed ora vivono in 16 campi profughi attorno a Dohuk, ma “in condizioni da piangere”.
Ma nessuno dei miei racconti può documentare l’intensità del momento di silenzio di suor Suam, quando mi ha tradotto ciò che è accaduto ad una donna loro parente a cui i guerriglieri hanno tolto il bambino di 7 giorni dalle braccia e l’hanno ucciso sbattendolo sulla pietra. Il silenzio è doveroso di fronte a queste barbarie. Le uniche parole che mi sento di scrivere sono quelle del salmo 126 nato in queste terre “Riconduci, Signore, i nostri prigionieri, come i torrenti del Negheb. Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo. Nell’andare, se ne va e piange, ma nel tornare,viene con giubilo, portando i suoi covoni”. - See more at: http://www.lavitadelpopolo.it/Mondo/Cristiani-d-Iraq-hanno-perso-tutto-ma-non-la-fede-nostro-reportage-da-Erbil#sthash.dP5PJ2Vf.dpuf
L’aereo scende nella luce sospesa tra notte e giorno sopra l’enorme grappolo di luci di Erbil, capitale curda, che in poco più di 6 anni si è trasformata, come una cellula impazzita, da villaggio a metropoli. Dopo l’attraversamento della piana che circonda l’aeroporto (si arriva in una struttura modernissima e poi si viaggia in pullman in mezzo al nulla per 20 minuti prima di guadagnare l’uscita vera) ecco Wisam, l’amico monaco dell’ex monastero di Gesù Redentore di Qaraqosh.
L’abbraccio con me, don Giorgio Scatto della comunità di Marango, suor Gemma, monaca della comunità trentina di Pian del Levro, e Giorgio, mio marito, è lunghissimo, intenso. Si abbraccia un amico che dopo il 6 agosto 2014, con l’avanzata dell’Isis da Mosul per tutta la piana di Ninive, si pensava perduto. Teso, dimagrito, con un berrettino con il frontino sempre in testa, sorridente quanto mai, urla abbracciandoci “Benvenuti, benvenuti… Dio vi benedica”.
Due milioni di profughi accalcati
L’avevo incontrato nel 2012 a Qaraqosh, ma ora, con i fratelli monaci Yasser e Raid, condivide la sorte di due milioni di profughi. L’Onu li definisce Internal dispaced peoples- Idps, e sono due milioni di persone: non solo cristiani, ma anche musulmani sciiti e sunniti, yazidi che hanno perso la loro casa, ma restano nel loro paese. Un mare di persone che da mesi vive o in campi allestiti con tende o in caravan su pezzi di terra brulla alle periferie dei centri urbani o in parchi cittadini (come quello nel cuore di Erbil a cura della chiesa caldea), o in edifici in via di costruzione.
Si accalcano anche quattro o cinque famiglie in appartamenti spesso ancora allo stadio del cemento grezzo, senza intonaco, né pavimenti, né infissi. I nostri amici vivono nel campo di Osal, un agglomerato di case nuove a 30 minuti da Erbil centro e paradossalmente accanto ad un modernissmo dysneland curdo, il “Dynosaur park”. Qui vivono 300 famiglie sfollate in case in costruzione, per fortuna con infissi, divise al loro interno con cartongesso. I punti di riferimento sono Wisam, Raid, Yasser e Rahama, Suam e Victoria, tre suore domenicane, pure profughe due volte, prima da Mosul a Qaraqosh e poi da Qaraqosh a Erbil. “Ho sempre una valigetta pronta” ci dice suor Rahma, mentre i nostri amici monaci nella fuga di notte del 6 agosto 2014 hanno lasciato tutto in monastero, persino i vestiti. Con un sorriso amaro Wisam ci dirà: “Anche l’immagine di Charles de Foucault della saletta di accoglienza sarà stata bruciata da Daesh-Isis!”.
Loro, dal mattino alla notte corrono per i bisogni degli sfollati del campo Osal ed anche del campo approntato nel “palazzo” poco lontano, dove vivono 180 famiglie. Non c’è lavoro per nessuno di questi uomini e donne che da sempre a Qaraqosh, Berthella, Karamless ed altri paesi sulla piana di Ninive, coltivavano le terre degli avi cristiani e avevano impiantato piccoli commerci. Ora sono seduti su sedie di plastica a piccoli gruppi, parlano con gli sguardi vuoti e se ti fermi, mentre ti offrono un tè o un caffè iniziano a raccontarti... molti di loro dicono: “Questa volta basta, non possiamo più vivere con i musulmani, provenivano dai villaggi più poveri e li abbiamo aiutati con le scuole, i centri della salute, ed ora che è arrivato l’Isis i nostri vicini sono i primi che si sono rivoltati contro. Telefonano ad alcuni di noi dicendoci ironicamente che hanno occupato le nostre case e ci chiedono che cosa vogliamo che ci lascino! Non abbiamo più speranza, vogliamo andare via, in Europa, Australia, Canada, aiutateci!”.
Abbandonati e senza speranza
Anche i Curdi sfruttano i cristiani: i prezzi delle case, i prezzi dei beni di prima necessità sono aumentati abnormemente. Lo sciacallaggio si è scatenato ovunque, anche ad Ankawa, quartiere cristiano di Erbil da sempre: negli appartamenti sono ospitate 4000 persone, i prezzi per due stanze sono di 900 dollari e molte famiglie che avevano portato via un po’ di soldi accumulati se li stanno mangiando tutti, trovandosi completamente a terra. Padre Jallal, che gestisce un campo di container mi dice: “Molti chiedono asilo nei container, perché in questi campi un po’ di assistenza c’è”. Molti adolescenti sono senza scuola e tentano, per far sopravvivere la famiglia, di trovare qualche lavoretto in nero e i giovani che frequentavano l’ università non possono più andare avanti, non hanno soldi, non conoscono il curdo e oltre allo sradicamento subentra la non integrazione.
Aissar, ventenne, lungo, magro, davanti ad uno scatolone di pere che vende dentro i corridoi del campo dell’Ankawa Mall, mi racconta: “Io frequentavo il primo anno di Scienze ambientali all’università di Mosul, ora non posso più andare all’università e faccio qualcosa per sopravvivere. Ho molta nostalgia di casa, voglio ritornare. Tutti i giovani sfollati che hanno interrotto gli studi non fanno nulla e sono disperati!”. Solo le elementari e medie sono state garantite dagli stessi insegnanti cristiani-iracheni che si sono auto organizzati, sotto le tende, dentro i container, in stanze piccole che a volte contengono 100 allievi.
Abitazioni da 9 metri quadrati
All’Ankawa Mall, un enorme centro commerciale in costruzione, si sono costruite con box e mura in cartongesso stanzette da tre metri per tre, dove vivono 5 o 6 persone: entrando ti investe l’odore di vissuto quotidiano di 420 famiglie e 1.700 persone. Impressionante è anche il rimbombo delle grida di bimbi che si rincorrono nelle scale ancora da finire. Qui in questo grigio e buio contenitore dove la luce penetra da un enorme lucernario, ma non riesce a raggiungere i piani dove si sono attrezzati fornelli e cucine, incontriamo Afnan, già conosciuta tra le donne di preghiera nel monastero di Qaraqosh nel 2012. Ci riconosce e piange. Il suo esiguo spazio è ordinato e pulito. Si tira giù un materasso impilato con altri per la notte (ha con lei due figli) ci si siede per terra, offre subito il caffè e aggiunge: “In questa situazione i valori umani si sono persi, c’è poca collaborazione anche tra la gente, le condizioni portano a far scoppiare molti conflitti”. Virgin, che ora presiede la scuola elementare del campo con 200 bambini in sei classi, ci racconta come i bambini non comunicano più tra loro, è aumentata l’aggressività, molti vivono incubi e non dormono di notte. “Che cosa possiamo fare noi per loro? Che cosa possiamo dire alle nostre comunità in Italia? Queste le domande che ci sorgono e poniamo sempre”. La risposta di Afnan e Virgin è: “Pregate”. Virgin aggiunge: “Vorrei ritornare libera, e non c’è odio nei confronti di chi ci ha fatto tutto questo, ma vogliamo ritornare a vivere in pace nelle nostre terre”.
Di fronte alla nostra fragile fede di cristiani di occidente, le parole di queste cristiane irachene ci lasciano senza fiato. Seduti a terra, con don Giorgio che piange, apriamo tutti le mani per un Padre Nostro in italiano, aramaico, arabo. Un Padre Nostro comune ed in varie lingue che si ripeterà spesso fino all’ultimo momento del nostro viaggio. Da un campo profughi all’altro incontriamo padre Jallal e fratel Basem, rogazionisti iracheni che gestiscono un campo di container con 270 famiglie. “Come tutti quelli di Erbil ed Ankawa - dice padre Jallal in perfetto italiano - questo campo è stato aperto dalla commissione dei vescovi, caldei, siri, ortodossi. Il ruolo della chiesa è essenziale, mentre dallo stato iracheno o curdo non è arrivato quasi nulla. Qui umanamente la gente vive spogliata della propria dignità e man mano che il tempo trascorre l’ incertezza del futuro getta ancora più nella disperazione”. Aggiunge: “Le nostre chiese nelle zone occupate sono state distrutte o trasformate in ristoranti e a fare questo sono stati spesso i musulmani che erano i nostri vicini, con loro un dialogo non sarà mai possibile”. Una posizione, questa, ripetuta in molti incontri.
Si riorganizza la comunità cristiana
Attraversiamo una trafficatissima strada che taglia in due il campo e lungo i cui bordi, con i teli blu dell’Alto Commissariato dei Rifugiati, si sono costruiti banchetti di fortuna che vendono un po’ di cibo. E via verso il Shelter Sport Ankawa, altro ex centro sportivo nel cui cortile oggi vi sono container con 215 famiglie. Il giovane abuna (padre) Bashar, chiamato a destra e a manca, ci racconta mentre ci accompagna: “Questa esperienza è per me nuova, molto sofferta, ma è il mio servizio come sacerdote”. Ci fermiamo a bere il caffè offerto dalla famiglia di Abdhallah, che ci convince che se avessero avuto armi vere si sarebbero difesi. Abuna Bashar gli dice in arabo “lascia perdere”, ed è ben contento quando ci dice che a Natale di persona l’ha chiamato “padre Francesco” o meglio “papa Francesco”. Scopriremo poi che attraverso altre “chiamate” personali papa Francesco è sempre presente lì, tra quei cristiani. Sotto le tende diventate chiese, nei corridoi e pianerottoli dei palazzi, nei magazzini, si riorganizza il catechesimo, il rosario ogni giorno, la messa ogni domenica, la preparazione per la prima comunione, i battesimi dei bimbi che, nonostante tutto, nascono, insomma le “parrocchie in esilio”, per i cristiani iracheni che ormai rischiano la scomparsa, funzionano per il momento da forte legame comunitario.
Yazidi, gli ultimi tra gli ultimi
Ma per le 35 famiglie di Yazidi che visitiamo nel campo di Osal non esiste nessuna struttura di chiesa, nessun legame comunitario. Gli Yazidi, stabilitisi attorno al monte Sinjar nel 1915, in numero di 700 mila, di religione zoorastiana, ora sono i paria tra i profughi. Sotto una struttura di lamiere e cartoni, incontro Ali. Abitava a Sinjar con altre 5.000 persone e mentre l’Isis attaccava, 35 persone della sua famiglia sono salite per 7 giorni al monte Sinjar. La situazione è stata tragica, molte donne hanno lasciato morire i bimbi piccoli perché non avevano acqua, poi con un intervento d’emergenza molti sono stati salvati ed ora vivono in 16 campi profughi attorno a Dohuk, ma “in condizioni da piangere”.
Ma nessuno dei miei racconti può documentare l’intensità del momento di silenzio di suor Suam, quando mi ha tradotto ciò che è accaduto ad una donna loro parente a cui i guerriglieri hanno tolto il bambino di 7 giorni dalle braccia e l’hanno ucciso sbattendolo sulla pietra. Il silenzio è doveroso di fronte a queste barbarie. Le uniche parole che mi sento di scrivere sono quelle del salmo 126 nato in queste terre “Riconduci, Signore, i nostri prigionieri, come i torrenti del Negheb. Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo. Nell’andare, se ne va e piange, ma nel tornare,viene con giubilo, portando i suoi covoni”. - See more at: http://www.lavitadelpopolo.it/Mondo/Cristiani-d-Iraq-hanno-perso-tutto-ma-non-la-fede-nostro-reportage-da-Erbil#sthash.dP5PJ2Vf.dpuf

Bishop: Make war on ISIS

By CBS

The leader of one of Christianity's oldest communities reluctantly says that waging war against ISIS - killing their fighters - is the only way to stop the radical Islamists from destroying Christianity in Iraq.
Archbishop Bashar Warda of Erbil speaks to Lara Logan for her report on the plight of thousands of Christians forced to flee ancestral homes from ISIS. Her story will be broadcast on 60 Minutes Sunday, March 22 AT 7 p.m. ET/PT.
The situation with ISIS in Northern Iraq is a dire one for Christians, says Archbishop Warda. "For me, Daesh is a cancer," says the Chaldean Catholic prelate referring to ISIS by its Arabic name. "So sometimes you take some hard measures, unfortunate measures, to deal and treat this cancer," he says.
The bishop has seen his flock expand by about 60,000 people in recent months because of an influx of Christian refugees who fled Mosul and the surrounding villages on the Nineveh Plains when ISIS stormed the area last summer. Should the military defeat them, asks Logan. "Please God," replies the archbishop.
Logan speaks to an Iraqi refugee who was given a choice by ISIS to convert to Islam or be killed. He agreed to convert - and his entire family was forced to do the same. But about a month later, ISIS members came to their door and advised them that under their interpretation of Islamic law, 10-year-old girls, like their daughter, should be married. "As soon as they left, my wife and I shut the door. We looked at each other and she started to cry -- and pray." They managed to escape to Erbil by taxi, swearing that they were Muslims at each ISIS checkpoint.
Erbil, in Iraq's Kurdish-controlled North, the capital of what's referred to as Kurdistan, offers a sanctuary for many fleeing Christians. There, the Kurdish Peshmerga fighters offer a bulwark against ISIS. In all, it is believed some 200,000 Christians have been displaced by ISIS. Logan finds an entire Christian village empty.
Father Yusuuf Ibrahim was one of the last monks in a 1,600-year-old monastery, where prayers and services were still said in Aramaic, the language spoken by Jesus. He fled to Erbil; he is not optimistic about the future of Christians in the area. "We don't know exactly but we are expecting the worse," he tells Logan. Just a few miles from the monastery is the frontline, where the flag of ISIS can be seen flying in the distance. Every town and village between that frontline and Mosul is in the Islamic State's hands, Logan reports. And now, she adds, "for the first time in nearly 2,000 years, it is believed that the city of Mosul has no Christians left in it."
Nicodemus Sharaf is the archbishop of the Syriac Orthodox Church in Mosul. He just made it out of the city with five ancient texts, but had to leave behind hundreds more, many precious relics of early Christianity. "I think they burn all the books. And we have books from the first century of the Christianity," he says, beginning to cry and telling Logan it's the first time since the birth of Christianity in Iraq that Christians can't pray in their churches. But the archbishop says Christianity is indomitable. "They take everything from us, but they cannot take the God from our hearts, they cannot."

See the interview to Bishop Warda by CBS by clicking here

Archbishop Lingua ends his tour of duty as Holy See nuncio to Jordan, Iraq

By Abouna.org

The Catholic Center for Studies and Media (CCSM) announced Wednesday, March 18, that Pope Francis had named Archbishop Giorgio Lingua as apostolic nuncio to the Republic of Cuba succeeding former ambassador Archbishop Bruno Musarò who had earlier been named as apostolic nuncio to Egypt. Archbishop Lingua had served in the Vatican diplomatic corps since 1992 before becoming archbishop and before serving as apostolic nuncio for the first time to the Hashemite Kingdom of Jordan and the Iraqi Republic.
The CCS added is a statement issued today: “Archbishop Lingua leaves today for a new mission after having experienced one of the most important and dangerous stages in the Middle East which witnessed the unprecedented sprouting of extremist movements, as well as the oppression practised against Christians in Iraq and their unpredictable future particularly for those living in Jordan. The bishop, who was ordained archbishop on the eve of the convening of the Synod of Bishops for the Middle East in the Vatican, demonstrated over his five years of service his affection for the displaced and the suffering. He also paid tribute and support for the charity organizations that provide their services to the displaced brethren, particularly the Catholic associations that serve everyone without exception. The latest activity he had a month ago was sponsoring and organizing, alongside Caritas Jordan, the conference of charity associations that help alleviate the suffering of the displaced Iraqis.
The statement continued: “It is to be noted that Archbishop Lingua, who learned Arabic and mastered Mass celebrations in Arabic, had made preparations for receiving Pope Francis during his visit to the Hashemite Kingdom of Jordan, being the first leg of his historic pilgrimage trip to the Holy Land, in its capacity as the first visit of the pope of simplicity and humility to the Middle East. Lingua leaves for Cuba at a time when US-Cuban détente is witnessed. US President Obama earlier announced that Pope Francis had contributed to the normalization of relations in the wake of the lingering state of stalemate. He, consequently, comes to Cuba--with a career starting in 1992--at a time when the Holy See diplomacy is highly appreciated.
With the end of his term of duty, Archbishop Lingua said in press statements:  "The diplomatic relations between the Holy See and the Hashemite Kingdom of Jordan, which we celebrated last year its 20th anniversary, are definitely a step in the right direction, and this is attributed to the wisdom of the Hashemite leadership in the Kingdom of Jordan and the papal leadership in the Vatican. What instills satisfaction is to realize that up to this very day there are those who believe without hesitation that peace is possible, and that it can be attained through dialogue, cooperation as well as through unstinting endeavors to bring about the common good.” He stressed that the Hashemite Kingdom of Jordan and the Holy See jointly and indefatigably strive to entrench permanent peace and stability in the region, that they are convinced that this will be possible only through the goodwill of everyone, without exception, and that there will be no peace unless human rights of all people are respected particularly the most vulnerable.
He added: "I have felt the brotherly love in Jordan. For example, a young mechanic fixed my car under heavy rain, and instead of exploiting me being a foreigner, he told me: ‘You are welcome in Jordan.’ I never met him before and I might not see him in the future, but he made me know that I was welcome as a brother and a friend.’’ He concluded his statement by saying: “I hope that the Jordanian people will continue its march as a model of religious and peaceful coexistence among the various components of society.”
The Holy See has not yet named the successor of Archbishop Lingua, namely the nuncio to Jordan and Iraq.
The statement--issued by Fr. Rif’at Bader, director of the CCSM which was established by the Latin Patriarchate in 2012--paid tribute to Archbishop Lingua for his benevolent and noble efforts, as well as for his cooperation with the heads of the local churches, with the civil and political authorities, and with the citizens and with those arriving in Jordan and Iraq. The statement also wishes him a blessed and successful mission in Cuba so as to continue incorporating the diplomatic action with the culture of meeting, love and compassion with those suffering in the world.

19 marzo 2015

Lo stato islamico distrugge il monastero di Mar Behnam e Sarah ad est di Mosul

By Baghdadhope*

 Un altro pezzo della storia della cristianità va in fumo in Iraq.
Secondo fonti locali questa volta ad essere distrutto è stato il Monastero di Mar Benham e Sarah, già in  passato obiettivo della furia dei miliziani dello stato islamico che si sono accaniti anche su alcuni santuari sciiti della provincia di Hamdaniya.
Il complesso religioso, sito ad est di Mosul, è stato minato e fatto esplodere dopo essere stato svuotato di quanto si potesse rubare. Il monastero, risalente al IV secolo, dal XVIII secolo era affidato alla chiesa siro cattolica ed era stato ampliato e restaurato nel 1986.

La leggenda narra che Behnam, figlio del re Sennacherib durante una partita di caccia perse la strada e fu costretto a rifugiarsi in una caverna dove incontrò il monaco santo Matta che gli parlò del cristianesimo. Behnam ne fu molto impressionato e chiese a Mar Matta se sarebbe stato in grado di curare sua sorella Sarah, probabilmente affetta da lebbra. Mar Matta guarì Sarah ed i due fratelli si convertirono al cristianesimo. Una conversione sgradita al padre che dopo aver tentato di convincerli a rinnegare il cristianesimo li fece uccidere, un atto che lo condusse però alla pazzia. Per aiutarlo la moglie lo portò nel luogo dell'esecuzione du Behnam e Sarah, il re ritrovò il senno e chiese a Mar Matta di battezzare lui e sua moglie decidendo, inoltre, di far costruire un monumento nell'esatto luogo del martirio dei suoi figli: quello che sarebbe diventato il nucleo originario del monastero di Mar Behnam.    



17 marzo 2015

ISIS Destroys Assyrian Churches, Hostages Still Being Held

By AINA

ISIS has posted pictures, on its twitter accounts, of its members destroying the St. George Monastery in Mosul. The pictures show ISIS members using sledgehammers to smash crosses and icons, and removing the cross from the dome and replacing it with the black ISIS flag.

ISIS captured Mosul on June 10, 2014 and immediately destroyed or occupied all 45 Assyrian churches and other religious institutions in the city.
ISIS also destroyed Assyrian archaeological sites, including the walls of Nineveh and the cities of Nimrud and Khorsabad.
In Syria ISIS attacked 35 Assyrian villages in the Hasaka region, capturing at least 300 Assyrians and destroying at least 5 churches, including the church in Tel Hurmiz, one of the oldest churches in Syria, the Mar Bisho church in Tel Shamiran, the church in Qabr Shamiy and the church in Tel Baloua.
After two days of heavy clashes Assyrian and Kurdish forces regained the Assyrian villages of Tel Mighas and Tel Misas. The Church of Saint Sargis in Tel Tamar was been destroyed by ISIS, who burned the bibles and broke its cross. This church has been liberated and is now under the control of Assyrian and Kurdish fighters.
Hostages still being held
ISIS is still holding 52 Assyrian families, nearly 300 people, who were captured in the initial attacks on February 23. No progress has been made in the negotiations for their release in the last three days.

St. George Catholic Monastery, Mosul Iraq



ISIS members destroying the St. George Catholic Monastery in Mosul, Iraq (photo: ISIS twitter).
ISIS members destroying the St. George Catholic Monastery in Mosul, Iraq (photo: ISIS twitter).
ISIS members destroying the St. George Catholic Monastery in Mosul, Iraq (photo: ISIS twitter).
ISIS members destroying the St. George Catholic Monastery in Mosul, Iraq (photo: ISIS twitter).
ISIS members destroying the St. George Catholic Monastery in Mosul, Iraq (photo: ISIS twitter).
ISIS members destroying the St. George Catholic Monastery in Mosul, Iraq (photo: ISIS twitter).
ISIS members destroying the St. George Catholic Monastery in Mosul, Iraq (photo: ISIS twitter).
ISIS members destroying the St. George Catholic Monastery in Mosul, Iraq (photo: ISIS twitter).
ISIS members destroying the St. George Catholic Monastery in Mosul, Iraq (photo: ISIS twitter).
ISIS members destroying the St. George Catholic Monastery in Mosul, Iraq (photo: ISIS twitter).

St. Sargis Assyrian Church, Tel Tamar Syria



St. Sargis Assyrian church in Tel Tamar, Syria, which was ransacked by ISIS and is now under Assyrian control (photo: facebook).
St. Sargis Assyrian church in Tel Tamar, Syria, which was ransacked by ISIS and is now under Assyrian control (photo: facebook).
St. Sargis Assyrian church in Tel Tamar, Syria, which was ransacked by ISIS and is now under Assyrian control (photo: facebook).

Images show ISIS desecrating church in Iraq

By Al Arabiya

Members of the Islamic State of Iraq and Syria (ISIS) have desecrated a church in the northern city of Mosul, once the home of one of the world’s oldest Christian communities, images of the vandalism show.
(Screengrab from ISIS video)
The pictures show members of the militant group, who last year prompted an exodus of Iraqi Christians from the city, vandalizing the historic Mar Korkis Church.
(Screengrab from ISIS video)
In the images, the militants destroy crosses at the front of the buildings, replacing them with ISIS’ black flag, as well as other objects of religious or historical significance such as paintings and statues.
The images could not be independently verified by Al Arabiya News.
(Screengrab from ISIS video)
It is not the first time that the group has targeted religious buildings in and around the historic northern Iraqi city. Last year, the group set fire to a 1,800-year-old church and demolished mosques as well as shrines to Sunni Arab or Sufi figures.
(Screengrab from ISIS video)
ISIS-led militants overran Mosul and other parts of Iraq last June.
(Screengrab from ISIS video)
(Screengrab from ISIS video)
The city, home to 2 million residents before the offensive, was a Middle East trading hub for centuries, its name translating loosely as “the junction.”

16 marzo 2015

Il Patriarca caldeo: serve una legge contro i predicatori che istigano alla violenza

By Fides

Nell'Iraq insanguinato dai conflitti settari e in buona parte finito delle mani dei jihadisti, occorre varare una legge per perseguire penalmente i predicatori religiosi che istigano alla violenza e così mettono a rischio la pacifica convivenza tra i cittadini appartenenti a religioni e confessioni diverse. E' questa la richiesta rivolta al Parlamento iracheno dal Patriarca di Babilonia dei Caldei, Louis Raphael I Sako.
Il Primate della Chiesa caldea ha inserito la sua petizione nel discorso da lui tenuto domenica 15 marzo al Parlamento iracheno, nell'ambito di una conferenza organizzata dal Comitato parlamentare per gli affari religiosi, alla presenza del Presidente del Parlamento iracheno – il sunnita Salim al- Jabouri – e di numerosi deputati. Nel suo intervento, il cui testo è pervenuto all'Agenzia Fides, il Patriarca Louis Raphael ha delineato la pacifica convivenza tra comunità religiose diverse come un patrimonio condiviso della società irachena, che tutti - a partire dai leader religiosi - devono impegnarsi a custodire e difendere, favorendo anche con la predicazione e con il contributo dato ai programmi educativi e scolastici la diffusione della cultura del pluralismo e dei diritti di cittadinanza.
Il Capo della Chiesa caldea ha anche richiamato la potenziale utilità di avviare una riflessione su un disegno di stato civile che – valorizzando in maniera adeguata il contributo delle comunità e dei soggetti religiosi alla convivenza sociale – riconosca come vantaggioso per tutti il principio della distinzione tra religioni e istituzioni politiche.

12 marzo 2015

Patriarch Aphrem II Welcomes EU Parliament Resolution Statement Issued by the Syrian Orthodox Patriarchate of Antioch


His Holiness Mor Ignatius Aphrem II, Syrian Orthodox Patriarch of Antioch and All the East, welcomes the efforts of members of the European Parliament to pass a resolution concerning the protection of indigenous minorities in the Middle East.
During his meetings with the European Parliament President, Mr. Martin Schulz, the President of the European People’s Party, Mr. Joseph Daul, the Chairman of the EP Committee of Foreign Affairs, Mr. Elmar Brok, and other members of the European Parliament, His Holiness stressed the importance of providing international protection for the Syriacs/Chaldeans/ Assyrians and other communities, such as the Yazidis in the Nineveh Plain in Iraq.
He, likewise, emphasized the necessity to channel European Union assistance and relief efforts through the local historical churches in Syria and Iraq.

Lebanon struggles to aid Iraqi refugees

By Al Shorfa
Nohad Topalian

Iraqi citizen Jalila Danha stops by the Chaldean Diocese in Hazmieh in the Beirut suburbs twice a month to pick up food rations for her family.
Danha, a Chaldean Christian, arrived in Lebanon from Baghdad about three months ago, and has since been sharing one room in the Dekwaneh area with her husband’s family at a monthly rent of $650.
"We need help," she said. "The diocese gives us enough to minimally cope with our ordeal. We have to find work, any kind of work, because our return to Baghdad is unlikely, seeing as our neighbors threatened to kill us if we did not leave."
Before they left Baghdad, Danha and her family discovered their neighbours belonged to a terrorist group, she told Al-Shorfa.
Mosul native Abu Mohamed Salman, who is in his 70s, also comes to the diocese to get food rations for his family, who for the last four months has been sharing one room in al-Mazraa area in Beirut.
"The diocese helps me," Salman said. "They do not discriminate in the bestowment [of assistance]."
"We have long lived as one family in Iraq and did not know discrimination until the arrival of the mercenaries of the terrorist groups, whose threats reached us, so I loaded up my family and came to Beirut," he told Al-Shorfa.
Iraqis have been leaving their country following the expansion of the "Islamic State of Iraq and the Levant" (ISIL) into their areas.
Approximately 30,000 Iraqis, of all Christian and Muslim denominations, have arrived in Lebanon since July, according to Chaldean Archbishop in Lebanon Michel Kassarji.
Of this number, 7,000 are registered with the UN High Commissioner for Refugees (UNHCR), he said.
"For the past seven months, we have witnessed the arrival of large numbers every week through the Beirut airport on tourist visas that are valid for a maximum of two months," the archbishop said.
"During that time, they register with UNHCR in the hope that they would be deported to and resettled in a foreign country. Those who do not renew their visas for fear they would not be deported from Lebanon come knocking on our door and the doors of others, and they number in the thousands," he told Al-Shorfa.
About 2,200 displaced Chaldean families are registered with the church, around 10,000 people, while 600 other families are awaiting registration, he said.
"There are more than 4,000 Iraqi families of various Christian and Muslim sects who are in need of all kinds of assistance, and most of them knock on our door and the doors of churches and religious – both Christian and Muslim – and humanitarian organisations to obtain some of that assistance," he said.
The Chaldean Diocese in Hazmieh recently received 4,800 full food rations, 1,500 of which were distributed to displaced Muslims and Yazidis, he said.
Due to the rise in the number of refugees, "we have reached a stage where we cannot meet all needs, so we are forced from time to time to cry out for help with this humanitarian [crisis]", he said.
The Ministry of Health contributes to the cost of treating those with chronic medical conditions such as cancer and kidney dialysis, he said, while the UNHCR covers 40% of some other medical cases and the diocese covers the balance.

Providing food, medical services, protection

The Makhzoumi Foundation is working with the UNHCR and Caritas to help displaced Iraqis through three programmes related to providing protection, food aid and health services, said relief and humanitarian services unit co-ordinator at the foundation Mohamed Mansour.
"We provide displaced Iraqis with food rations, and cash in some cases, and also work through our programmes to protect displaced children from [child] labor, early marriage and sexual exploitation, in addition to the protection of battered women," he told Al-Shorfa.
The foundation also provides UNHCR-supported accelerated vocational training programmes that help refugees build their skills, Mansour said.
The foundation has a number of clinics, laboratories and specialised clinics that have been put at the service of refugees from Iraq and elsewhere, he added, and co-operates with Rafik Hariri University Hospital in Beirut in cases where hospitalisation is needed.
UNHCR spokeswoman Dana Suleiman said the commission provides Iraqi refugees with the same services Syrian refugees in Lebanon receive.
"The commission provides the 7,000 displaced Iraqis registered with it with health care, food and medical aid, as well as financial assistance to the most needy among them," she told Al-Shorfa.
Iraqis who fled their country due to the recent events can take part in programmes at the social centres hosting refugees which include support groups and educational activities for children and women, she added.

Isis, mons.Warduni (Caldei): gli islamici moderati devono muoversi


«Se l'Isis coinvolgesse anche gli islamici moderati sarebbe una cosa terribile, ma io spero che avvenga il contrario, cioè che gli islamici moderati facciano qualcosa per risolvere il problema. Perché se le cose andranno così come oggi ci saranno tanti sacrifici, tante vittime e i problemi non si risolveranno».
Lo ha detto a Trieste a margine di un incontro religioso Shlemon Warduni, vescovo ausiliare di Babilonia dei Caldei (Baghdad), uno dei più rappresentativi esponenti della Chiesa cattolica caldea dell'Iraq.
«Per questo motivo - ha aggiunto Warduni - io sono dell'opinione che tutto il mondo, Onu e Usa compresi, facciano degli sforzi per mettere la parola fine a questa questione, altrimenti per il mondo sarà una grande sciagura per tutto il mondo, perché si stanno espandendo in tutto il mondo, Francia, Libia e Medioriente».
Per Warduni quindi «i governanti mondiali devono studiare bene la questione. Io vedo un complotto nascosto contro l'Iraq e i cristiani e le minoranze. L'Isis vuole dominare con la minaccia l'Iraq intero, poi il Medio Oriente per arrivare infine a Roma».
«La prima cosa terribile che fanno - spiega - è cacciare i cristiani dalle loro case; poi diminuiscono il valore della donna: parlano della morale ma sono immorali. La maggiore sciagura resta, comunque, quella di dividere le famiglie. A noi cristiani ci hanno distrutto perché tutti i nostri villaggi sono nelle loro mani. Per me Onu, Europa e Usa hanno la loro colpa in tutto questo, perché non stanno prendendo la questione sul serio. Dovrebbero studiarla più approfonditamente e fare anche un congresso mondiale».
Intanto, secondo quanto riferisce l'agenzia turca Anadolu, i peshmerga curdi del Nord Iraq hanno iniziato nella regione di Mosul l'addestramento di circa mille cristiani siriaci iracheni che intendono combattere contro l'Isis.
Munizioni e armi sono fornite loro dal governo regionale autonomo curdo. I siriani sono addestrati anche all'uso di armi pesanti. Un'offensiva per riconquistare Mosul, strappandola ai jihadisti dell'Isis, è prevista per aprile o maggio, secondo diverse fonti. I cristiani siriaci sono stati vittime di persecuzioni e violenze, torture, esecuzioni sommarie e stupri, come le altre minoranze, da parte dei terroristi islamici. Secondo il capo del Partito Democratico siriaco Bet-Nahrain, Romeo Nissan Hakkari, l'esercito iracheno si è rivelato incapace di proteggere i cristiani, che quindi hanno chiesto aiuto ai curdi. Circa 200mila siriaci hanno dovuto fuggire davanti all'avanzata dell'isis in Iraq. Secondo il quotidiano turco Yeni Safak, istruttori iraniani hanno iniziato inoltre a preparare miliziani sciiti turcomanni nella regione di Kirkuk.

Il vescovo di Baghdad: "Cristiani perseguitati ma il mondo sta a guardare»

By Il Piccolo
Francesco Cardella

L'Europa assiste, l'Onu latita, l'America non interviene. Tra accuse ben definite e ipotesi di complotto, la persecuzione dei cristiani in Iraq è condotta sotto il segno del fanatismo, ma viene "agevolata" da un immobilismo internazionale dettato dai forti interessi economici. A sostenerlo è monsignor Shlemon Warduni, il vescovo ausiliare di Baghdad della Chiesa cattolica caldea e presidente della Caritas irachena, un testimone diretto del quadro di soprusi e violenza di stampo islamico nei confronti dei cristiani in Medio Oriente.
Originario di Batnaya, un villaggio iracheno a nord di Mosul, 72 anni, Warduni evita le analisi troppo decisamente politiche ma chiede ascolto, giustizia e soprattutto umanità.
Lo chiede anche da Trieste, dove è arrivato per uno degli incontri della Cattedra di San Giusto organizzati dalla Diocesi. «Quanto sta avvenendo in Iraq rispecchia quasi un vero genocidio - sottolinea senza remore Warduni esprimendosi in buon italiano, retaggio degli studi compiuti a Roma nella strada verso il sacerdozio, negli anni Sessanta - stiamo parlando di una sciagura immane, sanguinosa, che trascende il pensiero cristiano e si lega fondamentalmente al quadro dei diritti umani».
Una sciagura epocale di cui si parla poco o male?
Anni fa in Italia, ad esempio, l'opinione pubblica fu scossa dall’episodio di un bambino caduto in un pozzo e poi morto nonostante i molti tentativi di salvataggio. Se ne parlò molto, con clamore e insistenza. Bene. Fu giusto farlo, ma credo che lo stesso clamore non sia riservato oggi a quanto sta avvenendo in Medio Oriente nei confronti delle sofferenze dei fedeli cristiani. Vogliono estirpare il Cristianesimo, questo è chiaro, e per farlo stanno fruendo di un piano ben organizzato, un vero complotto studiato nei minimi particolari, iniziato gradualmente con una forma di tolleranza nei confronti dei cristiani e poi sfociato via via in fatti disumani, violenze senza limiti nei confronti dell'uomo e persino dei luoghi dell'arte. Sono dei diavoli, anzi, nemmeno il diavolo arriverebbe a tanto.
Quali sono gli "spettatori" colpevoli?
Mi chiedo dove sia l'Onu. E l'America: parla tanto di democrazia e poi resta a guardare. E l'Europa? Dove sono i principi umani di cui tanto parla?
E questo immobilismo come andrebbe spiegato?
Semplice, con gli interessi economici che coinvolgono molte parti. Il commercio d'armi è noto, tutto ruota attorno a questo punto.
Le soluzioni possibili? Spesso si invocano temi come preghiera e dialogo.
Credo siano ancora fondamentali in questo conflitto. Soprattutto la preghiera, se incanalata e trasmessa nel modo giusto, credo possa avere il suo senso e motivazione. Credo ancora anche nel dialogo, ma andrebbe indirizzato meglio. Esistono ad esempio molti islamici moderati che ripudiano le violenze nei confronti dei cristiani. E a volte lo esprimono apertamente.
Forse il dialogo ora è solo un corredo.
No, ma andrebbe magari fatto, lo ripeto, soprattutto con coloro che speculano nel commercio di armi. Tutto parte da questo. Qui non parliamo solo di cristianesimo ma di diritti umani universali, comuni a molte religioni. Il mondo deve intanto capire questo, dimostrare più sensibilità e darci maggiore ascolto.

10 marzo 2015

Continua la distruzione delle chiese di Mosul e la loro trasformazione in moschee

By Baghdadhope*

A luglio dello scorso anno i miliziani dell'ISIS avevano rimosso la croce sovrastante la cupola della chiesa siro ortodossa di Sant'Efrem a Mosul sostituendola con gli altoparlanti adatti a richiamare i musulmani alla preghiera. Secondo alcune fonti locali la trasformazione di quella chiesa in moschea starebbe continuando. La struttura della facciata della chiesa, costituita da una croce alta sedici metri, sarebbe infatti stata nascosta da un lungo drappo nero.
Sorte peggiore sarebbe invece toccata alla grande croce che costituiva la facciata del monastero di San Giorgio, sempre a Mosul, distrutta dai miliziani dell'ISIS che già ne avevano cancellato la croce sulla cupola trasformandolo in centro di detenzione e che, secondo quanto riferito, avrebbero ora devastato anche il cimitero attiguo al monastero. 


Sandri: «Aiutiamo i cristiani di Terra Santa, in fuga dalle guerre»


Lo scrive il cardinale prefetto della Congregazione per le Chiese orientali, nella lettera inviata ai vescovi di tutto il mondo per l'annuale Colletta per la Terra Santa
«Attualmente sono milioni gli sfollati che fuggono dalla Siria e dall'Iraq, dove il grido delle armi non tace e la via del dialogo e della concordia pare completamente smarrita, mentre sembra prevalere l'odio insensato di chi uccide e la disperazione disarmante di chi ha perso tutto ed è stato sradicato dalla terra dei propri padri».
Lo scrive il cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese orientali, nella lettera inviata ai vescovi di tutto il mondo in occasione dell'annuale Colletta per la Terra Santa. «Se i cristiani di Terra Santa sono esortati a resistere per quanto possibile ad ogni tentazione di fuga - vi si legge -, ai fedeli in tutto il mondo si chiede di prendere a cuore la loro vicenda».
Il card. Sandri ricorda che il Venerdì Santo la Chiesa «esprime con la preghiera e con la Collecta il proprio sostegno alle comunità dei fedeli e ai luoghi della Terra Santa, specialmente nell'attuale momento drammatico in cui versa l'intera regione del Medio Oriente», e sottolinea come papa Francesco abbia «particolarmente a cuore le sofferenze di tanti fratelli e sorelle in questo angolo del mondo», aggravate oggi dai conflitti che tormentano al regione.
La `Collecta pro Terra Sancta´, aggiunge, «quest'anno è più che mai occasione preziosa per essere pellegrini nella fede sull'esempio del Santo Padre, che nel maggio scorso ha visitato questo lembo di Terra caro ai Cristiani, agli Ebrei e ai Musulmani e promuovere il dialogo attraverso la concordia, la preghiera e la condivisione tra tutti i fratelli in Cristo».

Patriarca caldeo: in Iraq in atto una “catastrofe umanitaria”, urge intervenire

By Asia News
Louis Raphael I Sako


Le forze peshmerga curde, sostenute dai raid aerei statunitensi, hanno lanciato una nuova offensiva contro le milizie dello Stato islamico a Kirkuk, cittadina del nord dell'Iraq ricca di petrolio e dall'importanza strategica. I peshmerga avanzano dal versante sud-occidentale in direzione del centro, per annientare le milizie jihadiste che, nelle scorse settimane, avevano sferrato numerosi attacchi nell'area e in tutta la provincia.
Gli islamisti hanno anche inviato nuovi combattenti nella città di Tikrit, nel tentativo di frenare l'avanzata dell'esercito irakeno e delle milizie sciite, da giorni impegnate nell'offensiva per la riconquista della città natale dell'ex raìs Saddam Hussein. Per questo diversi jihadisti hanno lasciato Mosul, la roccaforte dello Stato islamico, in direzione di Tikrit.
In una situazione di continua violenza e terrore, peggiorano le condizioni della popolazione civile irakena, ostaggio di un conflitto sanguinoso e dall'esito sempre più incerto. Il patriarca caldeo rivolge un appello al governo irakeno e alla comunità internazionale, denunciando una "catastrofe umanitaria" che "non può passare sotto silenzio". Mar Sako invoca un incontro urgente di governo e parlamento, per discutere della situazione attuale e attuare gli interventi necessari a fronteggiare una realtà che "rischia di andare di male in peggio"
Ecco, di seguito, l'appello del patriarcato caldeo inviato ad AsiaNews:

Il Patriarcato caldeo esprime le sue più profonde preoccupazioni per quanto concerne la situazione della popolazione e dei civili innocenti, che si trovano all'interno delle diverse aree teatro di conflitti nella regione. Il cosiddetto "organismo dello Stato islamico" è in procinto di dare alle fiamme ogni cosa: esseri umani, pietre e civiltà.

Sul versante opposto, l'esercito irakeno ha mobilitato le folle attraverso la costituzione di una Forza armata su base volontaria (Alhashed Alsha'bi) e sta per liberare le zone occupate. Tutto questo comporta, come conseguenza, lo sradicamento di migliaia di famiglie e la loro emigrazione verso l'ignoto, verso un futuro incerto, senza che sia stato allestito un piano ben preciso per portare loro soccorso.
Detto questo, lanciamo un forte appello al governo centrale del Paese e alla comunità internazionale, perché agiscano il prima possibile al fine di proteggere civili innocenti e offrire loro l'assistenza necessaria in termini di alloggio, cibo e acqua, medicine; al tempo stesso è necessario prendersi cura delle migliaia di studenti delle università e delle scuole.
In quanto cristiani, noi stessi abbiamo sperimentato questa tragedia durante la deportazione del nostro popolo da Mosul e dalle cittadine della piana di Ninive; la nostra è una sofferenza che continua, perché ancora oggi siamo lontani dalle nostre case e dalla nostra terra.
Si tratta, come è ovvio, di una catastrofe umanitaria che non può certo passare sotto silenzio. Questa situazione, continuando a perdurare nel tempo, diventerà sempre più difficile da gestire e avrà un impatto negativo e dalle conseguenze tragiche e nefaste nel lungo periodo.
Per questo lanciamo il nostro accorato appello al Consiglio dei ministri e ala Camera dei deputati, perché prendano in seria considerazione l'ipotesi di una riunione straordinaria per discutere in modo approfondito questa situazione che rischia di andare di male in peggio.

* Patriarca di Babilonia dei Caldei e presidente della Conferenza episcopale irakena.


Leggi anche da Fides: Appello del Patriarca caldeo: l'offensiva contro il Califfato causa nuove emergenze umanitarie

9 marzo 2015

Viaggio nella parrocchia di padre Khalil, il prete che ad Amman accoglie i rifugiati dell'Is

By Repubblica
Alberto Stabile

Non avevo mai visto rifugiati sorridere davanti all'obiettivo fotografico del mio telefonino. Ma qui, nella scuola della parrocchia della Mater Ecclesiae, la chiesa cattolica che svetta sulle modeste case del quartiere Mark, fra i profughi cristiani arrivati, e che continuano ad arrivare da Mosul, in Iraq, l'atmosfera è diversa. Merito della presenza rassicurante e instancabile di un prete originario di Betlemme, padre Khalil, diventato un punto di riferimento per i cristiani iracheni in fuga dalle città e villaggi conquistati dallo Stato Islamico.
La fama di padre Khalil, se così si può dire, ha superato i confini tra la Giordania e l'Iraq. “Lo cercano ancora prima di arrivare – dice ammirata Sana, una giornalista giordana che fa parte del manipolo di volontari che aiuta il prete ad affrontare le mille emergenze quotidiane dei migranti - vogliono lui, perché sanno che è una persona onesta, generosa, spontanea e su cui possono contare”. Sana insegna l'inglese ai bambini iracheni nelle classi informali che don Khalil ha istituito aggirando gli ostacoli burocratici e le difficoltà materiali che impediscono ai piccoli rifugiati, in ogni parte del Medio Oriente dove hanno la ventura di arrivare, di frequentare le scuole locali. Qui, in 270 hanno avuto la fortuna di poter continuare a studiare.
Quando arrivo nella parrocchia, a mezz'ora di macchina dal centro di Amman, è appena finita la la messa serale. Il cortile della chiesa pullula di fedeli, uomini di tutte le età, donne vestite all'europea, bambini che giocano, corrono, s'inseguono. Ne scaturisce un brusio in qualche modo familiare, che sa di folla all'uscita dalla funzione domenicale in un paese del Sud. Mancano il venditore di palloncini e il carrettino dei bruscolini.
Si può dire che anche padre Khalil sia un simpatico cinquantenne meridionale. Piccolo, scattante, una mezzaluna di capelli residui che esaltano il naso importante, se ne sta nella navata centrale a decidere assieme ai suoi volontari dove dormirà la famiglia degli ultimi arrivati, padre, madre e due bambini, appena giunta da Mosul per aggiungersi alle altre 500 famiglie di rifugiati, all'incirca 2500 persone, attualmente assistite.
“Ma lei è italiano! Allora parliamo italiano!”, esclama padre Khalil dopo essersi presentato in inglese. Fendiamo la folla dove tutti lo salutano, lo fermano per parlargli o semplicemente per abbracciarlo.
“Venga le faccio vedere che cosa facciamo qui. Innanzitutto la parrocchia è aperta ogni giorno dalle sei del mattino alle 11 di sera e non soltanto ai cristiani, ma anche ai musulmani della zona”. Entriamo in una specie di sala da svago, con una decina di tavoli dove si gioca a carte, a domino, e backgammon. “I rifugiati non possono lavorare, allora preferisco che vengano qui a giocare piuttosto che stare per strada senza fare niente”.
Passiamo per un salone stretto e lungo dove ogni giorno dall'una alle due vengono distribuiti 300 pasti caldi per quelli che non cucinano, sono soli, o non hanno i soldi per comprarsi qualcosa. Saliamo nella canonica, dove non ci sono santi alle pareti e l'unica immagine sacra è il collage di un Gesù assiro su uno sfondo dorato fatto da un bambino di 8 anni.
“Vede che bravura. Solo otto anni. Può crederlo?”.
Don Khalil mi mostra i registri dei suoi scolari divisi per età, grado di studio, città d'appartenenza. Le schede degli adulti, divisi per famiglie, sono in due grandi classificatori. “Vede, qui non c'è posto per tutti. Allora siamo stati costretti ad affittare degli appartamenti nel quartiere. In un appartamento grande stanno due famiglie e costa 310 dinari giordani (circa 450 dollari) al mese, in uno piccolo, che costa circa 200 dinari, 300 dollari, mettiamo una sola famiglia. Certe volte arriviamo alla fine del mese senza i soldi per gli affitti. Ma la provvidenza di solito ci da una mano...”
Piglia due fogli ministeriali con l'insegna dell'aquila del Regno Hashemita. “Un giorno sono venuti due ispettori dell'ufficio tasse - racconta - e si sono portati via la contabilità. Dopo una decina di giorni hanno chiamato. Padre Khalil, mi hanno detto, dovrebbe venire in ufficio per chiarire certe cose. Si sa che il fisco, per definizione, fa paura dappertutto, ma non posso dire di essermi spaventato. Ero tranquillo. Vado e il funzionario mi dice: mancano le ricevute dei salari dei suoi collaboratori. Io cado dalle nuvole: salari? Ma da noi non ci sono dipendenti salariati. Quelli che lavorano con noi sono tutti volontari. Il funzionario non poteva crederci, ma poi si è offerto di aiutarmi a tenere la contabilità gratuitamente”.
L'avventura in Medio Oriente di padre Khalil data ormai da più di dieci anni, durante i quali ha anche dovuto affrontare rischi seri. “Un giorno di primavera del 2006 sono andato a Bagdad a prendere due bambini ricoverati in un ospedale iracheno, ma bisognosi di cure speciali, per portarli all'ospedale San Raffaele qui ad Amman. Il 2006 è stato, credo, l'anno più brutto e più violento dell'intera periodo dell' occupazione americana. Scendo dall'aereo, salgo su un taxi, ci fermano e vengo scaraventato dentro un'altra macchina. Mi avevano rapito. Sono rimasto per una settimana bendato e legato mani e piedi. Ho pensato che non ne sarei uscito. Sentivo il mio guardiano che affilava il coltello, ssc...ssc...e mi si gelava il sangue. La sua radio a transistor mi aiutava a tenere il conto del tempo che passava. Mi davano quattro datteri al giorno che non riuscivo a mangiare tanto mi battevano i denti per la paura. Ma la cosa più terribile è stata che non riuscivo a pregare, io, che per tutta la vita ho aiutato gli altri a dire le preghiere, le avevo dimenticate tutte. Un giorno è venuto l'Emir, il comandante del gruppo dei rapitori ad interrogarmi. Ha voluto sapere chi ero, che facevo, dove vivevo. A un certo punto l'ho interrotto e gli ho detto: senta emiro, se quello che le sto per dire non è vero io metto la mia vita nelle sue mani e lei ne farà quello che vuole, ma se è vero, mi lascerà andare: vada all'ospedale tal dei tali di Bagdad e controlli se ci sono questi due bambini che mi aspettavano per essere ricoverati ad Amman. Così hanno fatto. Dopo due giorni mi hanno messo nel portabagagli di una macchina e lì ho pensato veramente che per me era finita. Invece, mi hanno portato in giro per un'ora e poi mi hanno lasciato vicino ad una moschea dicendomi di non farmi vedere mai più a Bagdad. Quando mi sono tolto la benda degli occhi non riuscivo a vedere, la luce era accecante. Mi sono seduto sul marciapiede ed ho pianto come un bambino...”
Ma oggi quest'avventura e definitivamente alle spalle: padre Khalil ha continuato ad esercitare il suo ministero in un'altra parrocchia di Amman e ad aiutare a distanza i cristiani iracheni. Nel frattempo l'eco del suo operato ha raggiunto le più alte gerarchie. Il Nunzio in Iraq, monsignor Giorgio Lingua è venuto a trovarlo. Ma non solo: “Sono stato per tre giorni a Roma, a Santa Marta. Il Santo Padre: 'So tutto di lei, grazie per quello che fa'. Io gli ho regalato il distintivo che hanno fatto i miei ragazzi” e mi porge un un bottone nero su cui è spicca in bianco la lettera araba “nun”, la N, in italiano, che i jiadisti hanno dipinto come un marchio sulle case dei cristiani iracheni. “Nun” sta per “nusrani”, nazareni, spiega padre Khalil.
Al secondo piano della scuola incontriamo i 60 rifugiati che vivono nelle cinque aule: i materassi ammonticchiati in un angolo, il tappeto che serve da tavolo da pranzo e da salotto, le coperte che pendono da una corda tesa come paraventi per creare un po' di intimità. Bambini e adulti si affollano attorno a padre Khalil. Dalla cucina arriva un odore gradevole di patatine fritte in casa. La cucina, come le due uniche toilette, una per gli uomini e una per le donne, sono linde. I profughi fanno di tutto per mantenere il decoro.
Non amano parlare della loro odissea. I racconti si somigliano. Pare di capire che il momento più drammatico sia stato quando hanno dovuto comprare dai jihadisti la la possibilità di fuggire da Mosul, da Ninive, da Kharakhosh e dagli altri paesini che rappresentavano la culla della cosiddetta cristianità orientale.
Contrariamente a quanto hanno fatto con gli Yazidi, una setta orientale sulla quale hanno infierito con uccisioni e rapimenti di giovani donne poi vendute al mercato di Raqq, i jihadisti dello Stato Islamico hanno imposto ai cristiani di Mosul l'aut aut: pagare la tassa prevista dalla Sharia per continuare a viver sotto il Califfato o andarsene.
“Il giorno in cui abbiamo deciso di partire, racconta un giovane rifugiato che lavorava come tecnico informatico, dopo aver separato i maschi dalle femmine, ci hanno detto che dovevamo consegnare tutto: soldi, oro, gioielli e tutto abbiamo consegnato. Ci hanno lasciato soltanto i vestiti con cui sono venuti”.
Decine di chilometri a piedi, con i bambini sfiniti e gli anziani a pezzi (due sono morti  subito dopo il loro arrivo) poi, con mezzi di fortuna, fino a Erbil, la capitale della regione autonoma del Kurdistan e da li ad Amman. Di violenze preferiscono non parlare: “Una volta hanno fatto saltare una casa dove sono morte quattro persone. Allora abbiamo capito quale sarebbe stato il nostro destino”.