"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

23 dicembre 2014

Ankawa, dove il Natale si festeggia «a turni»

By Avvenire
Luca Geronico

Il salone anche ieri mattina era tutto un vociare e un correre di bambini. Era uno dei più ambiti l’“Accademy” per chi si sposava ad Ankawa, il sobborgo cristiano di Erbil: banchetti di festa che solo gli adulti ora ricordano. In questi giorni di vigilia, grazie all’impegno del “Jesuit refugee service”, per i ragazzi sfollati da Qaraqosh e Bartalla quel salone è come il surrogato della veglia di Natale e della recita a scuola. Il surrogato della normalità che si cerca a forza di ricostruire.
Un Natale a turni: 180 ragazzi alla volta provenienti da Ankawa Mall e dagli altri centri di raccolta, in cui opera il team Focsiv. Sono gli abituali canti dell’animazione, questa volta con una particolare intonazione natalizia: al termine un piccolo buffet con dolce natalizio, per dare senso a delle mattine diverse. Centrale l’intervento di padre Jalal: poche frasi per infondere serenità e scaldare il cuore, pensando al mistero dell’Incarnazione.
Il giorno di Natale – proclamato per la prima volta festivo dal governo della regione autonoma del Kurdistan – sarà, poi, la Messa celebrata nei campi profughi e nelle numerose chiese di Ankawa a dare speranza alla difficile resistenza dei profughi cristiani. Il primo Natale da esuli, il primo senza la “Parola” annunciata in aramaico e il pane spezzato a Mosul e nella Piana di Ninive dall’anno 300: una nostalgia che attanaglia il cuore, mentre la speranza è sorretta solo dalla fede. Dagli altoparlanti la musica inizia a sormontare il fruscio delle voci: l’effimero del Natale per non lasciare soli e aprire una speranza non caduca. La Natività, sotto la stella, è una resistenza e una speranza, per affrontare l’inverno.
Pochi chilometri più in là, e la “piccola Betlemme” nel salone dei profughi, sembra persino un lusso. Quel piazzale doveva essere un giardino del Divan Hotel, il più lussuoso albergo nel cuore di Erbil. Uno spiazzo spettrale, per chi bussando alla porta di questa Betlemme del Kurdistan “non ha trovato posto nell’albergo”. È l’ultimo contatto del team Focsiv a Erbil, frutto di una segnalazione e della ricerca, da parte di un donatore dell’Acnur, di «casi limite da aiutare anche al di fuori della zona cristiana». Sono in tutto 14 famiglie di yazidi, un centinaio di persone: quelle casupole del vecchio cantiere o le tende rudimentali, per loro sono comunque una meta agognata.
Lo scorso agosto la fuga, per scampare alla morte: «Baran aveva 21 anni, era una ragazza bellissima», spiega la madre mostrando con mano tremante la carta d’identità plastificata. Lo Stato islamico era appena arrivato anche a Shangal, nei monti del Sinjar. Giornate intere sotto le bombe, quando una di essa scoppiò a pochi centimetri dalla bombola del gas. Baran, ferita gravemente, venne portata subito all’ospedale in mano agli uomini del Califfato. «Non era un guerrigliero. Eravamo due donne yazide», afferma la madre. Per i terroristi dell’Is non vale la pena curare una ragazza. Baran muore poche ore dopo il rientro a casa. «Ho usato i miei vestiti per ricoprire mia figlia che è stata subito portata lontano e sepolta». La morte di Baran, come un comando per tutto il clan: «Abbiamo capito che bisognava scappare».
Una fuga tremenda, dieci giorni a piedi sulle montagne al limite della capacità di sopportazione: «Quando le nostre scarpe si sono disfatte, abbiamo avvolto i piedi con indumenti per arrivare in Siria a piedi». Tutti gli yazidi ora nel “giardino” del Divan Hotel, hanno temuto di morire di fame o di sete. La Siria, come prima tappa, e non definitiva: dalla Turchia fino a Zakho, appena oltre il confine fra le montagne del Kurdistan iracheno. Era estate e sfruttando una carovana di camion che portava aiuti gli yazidi di Shangal sono giunti a Erbil, dietro il bel muro di cinta del Divan Hotel.
Un cantiere dismesso, con casupole completate con teli, assi e lamiere a disegnare pareti e un po’ di intimità. Abitazioni di fortuna in uno spiazzo pieno di insidie: in una buca colma d’acqua Ranak, di soli tre anni, poche settimane fa è annegata. Era una di quei bambini che miti e sorridenti, corrono incontro ai volontari Focsiv. Nel giro di poche ore al “giardino” del Divan Hotel portano latte in polvere e pannolini, e due fornelli a gas, per dare il senso di una presenza umana in grado di aiutare. «Abbiamo visto, appena arrivati, un funzionario del governo. Voi siete i primi assieme a una Ong giapponese che ci ha portato dei giacconi pesanti», spiegano gli adulti.
Un giorno di tempo è servito a trovare altri sei fornelli a gas: «Così possiamo tutte fare cucina in modo separato». Così a sera, le otto luci dei fornelli sono accesi nel “presepio” del Divan Hotel dove una camera per una notte costa fino a 700 dollari al giorno. Nel cielo, sopra il presepio, si staglia altissima la struttura di un enorme cantiere fermo. Cantieri abbandonati nell’alto dei cieli. E pace in terra agli yazidi, “pastori” di un presepio con otto fornelli a gas.

«Abbiamo perso tutto meno il Bene più grande»

By Avvenire
Amel Nona

Il Natale dei cristiani iracheni quest’anno è tutto particolare. Si celebra la nascita del Signore in una situazione difficile e drammatica perché i fedeli del Nazareno della regione di Mosul per la prima volta nella storia sono fuori dalla loro terra. Non ci sono parole adeguate per dire la sofferenza che abita nei nostri cuori davanti a questa dolorosa situazione. Dover lasciare le chiese, le case, i monasteri e tutta la nostra storia non era neppure immaginabile, perché noi siamo con la nostra terra una sola identità.

Come è possibile togliere le radici a un popolo? Che colpa ha una comunità fedele alla sua fede e alla sua terra? Domande a cui si può dare una sola risposta: siamo seguaci del Nazareno. Lui per noi non è solo il Signore, è la nostra storia e la nostra identità mischiata con il sangue dei nostri padri e santi, e assorbita nella terra nostra. Lui per noi è il nome con cui ci chiamano gli altri. È la nostra immagine fra altri popoli. Lui é nato senza una casa e una proprietà, ma aveva altri attorno a Lui. C’erano re (i Magi) e poveri (i pastori), ma c’erano anche gli angeli.
I cristiani iracheni di Mosul e della Piana di Ninive non hanno più né case né chiese, ma aspettano la nascita di Gesù Bambino con la certezza che rimarranno sempre fedeli a Lui. Hanno perso tutto ma sono rimasti fedeli a Gesù, è così non hanno perso il bene più grande. Hanno scelto il Signore di tutto e di tutti.
La nascita di Gesù non è una festa normale per noi, ma la nascita di una fase nuova in cui promettiamo al Nazareno di essere sempre e ovunque fedeli al suo modo di vivere, perché siamo  convinti che é l’unica strada che realizza la perfezione della vita umana.
Siamo stati cacciati dalla nostra terra perdendo le case e le chiese, ma non abbiamo lasciato la via del Nazareno, che ci dà più energia per resistere e rafforza la nostra convinzione che la vita merita di essere vissuta solo per amore suo.
I cristiani iracheni aspettano anche quest’anno la venuta del Signore, e chiedono a Gesù Bambino il dono di poter tornare nella loro terra e viverci in pace con tutti.


*Arcivescovo rifugiato di Mosul dei Caldei.

“Christian love transcends all frontiers” - Christmas parcels for the refugee children of Iraq

By Aid to the Church in Need
Oliver Maksan


The nuns and their helpers work tirelessly, opening the cardboard boxes that are stacked, head high, around them. They lift out items of clothing, the plastic packaging rustling loudly as they do so. Piles of clothing lie around them on the floor. Together with the other sisters and volunteer helpers, Sister Angela, of the Chaldean order of the Daughters of Mary ties up parcels for the Christian children. Preparations have been ongoing for weeks for this campaign, which is aimed at children aged between two and twelve. It has been funded by the Catholic charity Aid to the Church in Need (ACN).
“The children have an extremely traumatic year behind them. In the summer they were forced to flee from IS and ended up as refugees. We want to bring back a little joy into their lives and so we are putting together a Christmas parcel for each of them”, explains one of the younger sisters, who was also forced to flee herself. “We had an orphanage in Karamles. Last August we had to flee for our lives, in the middle of the night – eight of us crammed together into a small car. We were terrified.” Now the sisters are making up no fewer than 15,000 Christmas parcels. They are destined above all for the Christian refugee children from Mosul and the region of the Plain of Niniveh, to brighten up their Christmas. “As well as clothing, such as a tracksuit, the children will receive a small ACN Child‘s Bible and, needless to say, some sweeties as well. There will also be a little Christmas crib”, explains Sister Angela, opening yet another packing case as she speaks. “Each parcel costs around (US)25.00. And it also contains a Christmas card from our benefactors, in English and in Arabic”, adds Fr Andrzej Halemba, ACN‘s section head in charge of the projects for Iraq. “In this way it makes it a more personal gift for the children, so that they can see that other people around the world are thinking about them, and so understand that Christian love transcends all frontiers.”
Often it is the children above all who are hardest-hit by the trauma of flight and expulsion, as Fr Douglas Bazi knows all too well. This Chaldean priest runs the Mar Elia Centre in Ankawa, a mainly Christian suburb of Erbil in Iraqi Kurdistan, where since August hundreds of people from the region of the Niniveh plain have sought refuge and are now living in tents. “They arrived here with us, utterly devastated. Many of them have suffered nightmares”, he explains. “Right at the beginning we gave out some toys, because we wanted to make the children happy. For they had absolutely nothing. But afterwards my colleague came back, quite shaken, and told me that the children had destroyed all the toys. Everyone wanted something for himself and thought he was being left out. As a result it all ended in chaos. It made us realise just what fear and insecurity the children were suffering and just how much aggression there was within them. Since then things have changed greatly. Thank God, they have become much calmer.”
In Shaklava, in the mountains of Kurdistan, many of the children are living in a large hall. In a place where once the great weddings and family festivities of the large Christian families used to be held, there are now hundreds of people living in this one hall. “It is not easy. There is absolutely no privacy, and it is also very noisy. At night the lights are put out at 11 pm, but that doesn‘t mean that things get quieter then. But what else can we do? We are trying to make the best of it.” Hanna is the mother of four children; the youngest of them is just six months old. A Syrian Catholic Christian, she fled here together with her husband and children in August from the town of Karakosh. “We have nothing left; we left everything behind us there.” She goes on to tell us how, in the Christian villages of the plain of Niniveh, Christmas was traditionally a great feast, with people visiting one another‘s houses. “We use to fast on Christmas Eve. And so the joy of our Christmas meal was always all the greater for it. We womenfolk prepared special meals and sweets. But this year we couldn‘t do that. We had no ingredients and, to be honest, we no longer had the heart for it.” Nonetheless, for her and her family Christmas has still not been forgotten. “The local Christians here in Shaklava have brought us pastries and sweeties. And the Church has organised a big feast for us refugees. The children are looking forward to it.” But her 10-year-old daughter Tamara has just one wish above everything: “My biggest wish this Christmas is that I can one day go back home and play together with my friends again. I want to go home. That is the most important thing of all.”

Christian family arrived Kirkuk after being hiding in Sinjar for several months

Photo by Ankawa. com
By Ankawa.com
Emad Matty

On Monday, 12th of December 2014, a Christian family of 10 people coming from Sinjar and arrived Kirkuk. The members of this family were hidden and lived in their home in Sinjar since the fall of the city by the terrorist militants of the Islamic State.
After the recent fighting in Sinjar and because of the heavy shelling on the city, the family fled toward the city of Mosul. The militants of ISIS arrested all its members at the entrance of the city and sent them to the Sharia court in order to convert them to Islam. However, all the family members refused to abandon their religion and therefore the terrorist of ISIS expelled them from the city of Mosul, except two men of them were detained and transferred elsewhere.
The family in its report to the corresponded of the site of Ankawa.com said that their way from Mosul to Kirkuk was very difficult and it took several days. They took the road through the town of Hamam Alalil, then to Al-Hawiga and from there to Kirkuk through the check point of Alkhaled that located 30 km west of the city.
The family remained several days at the check point at 30 km west of Kirkuk until they obtained the approval for their entry to the city, and this was accelerated by the intervention of Bishop Yousif Toma, head of the diocese of Kirkuk.
Emad Matty, Ankawa.com correspondence, received the family on Monday afternoon (yesterday) at Alkhaled check point.
The members of the arrived family are:
1-Ghosun Butros Malko
2-Sidera Dawood Hanna
3-Sarah Dawood Hanna
4-Abood Dawood Hanna
5-Butros Malko Saeed
6-Sarah Malky Hanna
7-Ghada Butros Malko
8-Shatha Butros Malko
9-Maysoon Butros Malko
10-Micheal Abdul Maseeh Hanna
The other two men detained by the militants of ISIS
1-Dawood Hanna
2-Saad Butros Malko

‘A new future’: What Jordan’s Christian refugees want for Christmas

By Al Jazeera America
Alice Su

 Christmas in this Arab, Muslim country is for the minorities and the privileged. Middle-class Jordanians deck the halls of the malls and boulevards of the capital, Amman. Christians, about 3 percent of the population, get the day off.
Orthodox, Catholic and evangelical churches will hold midnight masses along with holiday outreach events. They plan food distributions and parties for the refugees flooding their country from conflicts across the region, trying to create some semblance of normal celebration.
But nothing about this Christmas seems normal to Milad, 26.
“I don’t feel anything,” said the young Iraqi mother, who does not want to be fully identified out of fears for her safety. “It’s a holiday, but I feel homeless.”
Milad and her 1-year-old daughter escaped from Mosul to Erbil in June and then went to Amman in October. They fled their home as ISIL fighters took over Mosul, Iraq’s second largest city, and imposed a harsh theocracy, including persecuting and attacking religious minorities. Now they are living in a church center along with some 80 of the more than 5,000 Iraqi Christian refugees recently arrived in Jordan. “We want a new life, a new future. We want to stop moving around,” she said. “There is no stability here. There are no guarantees.”
Celebration at this time of year is not easy for refugees, said Hanna Massad, 54, a Baptist originally from the Gaza Strip who leads an evangelical service for Iraqis. “You try to encourage them with a Christmas party, but they’re thinking how to survive, pay rent and get food for their children,” she said. “They are hurting deeply.”
December means holiday season in Western and Christian countries: Christmas lights, family reunions, lavish feasts, generous gifts and joyous parties. For the newest refugees in Jordan — Syrians, Iraqis and others — it means colder weather, hard times and another reminder that they cannot go home, regardless of faith.
Saeed Abu Essa, a 31-year-old Muslim Syrian, has been in Jordan for two years, and he shakes his head at his roommate and fellow refugee Abu Walid. The two are standing on a rooftop in Amman, holding their breath as the dusk call to prayer sounds.
“Listen, brother. We’ll go to Algeria first, then smuggle to Libya,” Abu Walid says, pacing. “We get a boat there for Italy. Then we go for Germany or Sweden.” The only reason Abu Essa won’t leave is his wife.
Abu Essa narrows his eyes, watching a flock of pigeons flit around a mosque minaret as if chasing echoes of “Allahu akbar.” He rubs one fist against his abdomen as the other hangs limp at his side, paralyzed after a sniper shot him back in Syria. Ever since the regime arrested and tortured him in 2012, Abu Essa’s chronic kidney disease has worsened into needing regular dialysis, an eventual operation and $1,500 of medicine every month.
His wife crossed the border to donate her kidney in March but returned home to Syria after the operation. She prefers their home in Syria, even surrounded by snipers and bombings, to Jordan. Abu Essa hasn’t seen her for four months.
His five Syrian roommates labor at a Jordanian aluminum factory from 8 a.m. to 7 p.m. every day, earning 125 Jordanian dinars per month ($176), well below the legal minimum wage. Their monthly rent is 280 dinars ($394) without utilities, and they support their disabled friend as well. Until now, that is.
On Dec. 1, the World Food Program announced that it lacked the $68 million necessary for Syrians refugees’ food coupons this month. A few weeks earlier, Jordan announced Syrian refugees would no longer receive free medical assistance either. Sick and paralyzed, Abu Essa can’t pay for food or medicine. Plus work is illegal, with the risk of being caught and deported to Syria. That would be sure death for Abu Essa, who is wanted for having protested. Otherwise he would have joined his wife long ago, he says. “Syria is dangerous, but you can live. It’s cheaper than Jordan,” he says. “And no one calls you an alien.”
A few days after Abu Essa and Abu Walid’s conversation, the World Food Program received more than $100 million in donations, enough to resume the December coupons. The story unfolded like a Christmas drama, with wealthy donors opening their pockets to save the downtrodden Syrians. But humanitarian appeals and holiday fundraising are not enough.
Jordan’s refugee needs are vast, growing and increasingly unmet. Global funding for the U.N.’s Syria appeal in 2014 remains at less than half the requested $3.7 billion. The longer refugees are stuck in Jordan, the worse their situation seems to get. Personal savings run out as charities become leaner. Meanwhile, the Syrian refugees seek work: Children collect garbage instead of going to school, girls marry for survival, and men compete for day labor and risk arrest in the process. They hear rumors that the border is closed, and Syrians — including wounded men and unaccompanied children — are being increasingly deported.
One recent case involved 16 Syrian medical workers who were giving urgent treatment to war-wounded refugees. According to Human Rights Watch, Jordanian authorities arrested and deported the doctors and nurses, saying they were operating without a license. This happened a week after Jordan halted health assistance to Syrian refugees, saying the demands on the system were too high.
“As fighting in southern Syria intensifies, Jordan should not be targeting medical staff and wounded refugees who have nowhere else to flee,” said Nadim Houry, deputy Middle East and North Africa director of Human Rights Watch. “Instead of deporting medical workers, Jordanian authorities should focus on expanding medical services to wounded Syrians.”
Jordanian government officials did not respond to requests for comment.
“If we could work, Syrians would help Syrians. We could solve 50 percent of the problems ourselves,” said Abu Shergo, 42, who arrived from Damascus eight years ago as a businessman, not as a refugee. When the crisis began, he started a medical center for injured Syrian children, especially recovering amputees, mostly orphans. “We are receiving so many calls now from crying families. We feel no hope,’” he said. If refugees could only earn money legally, he added, they wouldn’t have to beg.

Deadly for minorities

Jordan’s Iraqi Christians, largely new arrivals with lesser numbers than Syrians, have the church as a safety net. The Rev. Ala Nadim al-Alamat hosts dozens of Iraqi refugees at his church, providing shelter while the Catholic charity Caritas covers basic needs like food and hygiene. While Syrians still think of returning to Syria, he said, Iraqis don’t want to go back. “There is no ‘after this’ for them,” he said. “They have no love, no hope, no intention to return. They are just waiting for visas.”
Christianity is not going extinct in the Middle East, he said, but it is under severe duress. “It’s not about Islam. We can live in Muslim countries,” he said. “We are Arabs on the culture side and Christians on the faith side.” But the regional veer toward extremism is deadly for minorities. He hopes local Christians will stay put, despite the suffering of their co-religionists. “But I can’t just moralize at people,” he said. “If I had daughters, and ISIL came for them, I would go.”
Iraqi Christians have had enough of persecution, said 59-year-old Anwar Daoud. “We are Christians, and we will always be Christians. We are proud,” said Daoud, who lived in Mosul his whole life until fleeing to Jordan several months ago. “But in these 10 years it’s been death, terror, killings. We were patient, but khalas, enough. There is no future in our hearts for Mosul. We just want to get out.”
Jordan has no legal obligation to let refugees work. While the U.N. promotes a refugee right to livelihoods, it keeps the term vaguely defined. In practice, the UNHCR and partner agencies quietly develop informal employment programs — Syrian women’s handicraft workshops, incentives paid to Syrian volunteers in the camps and so on — without explicitly pressuring Jordan to let refugees work.
“These governments are justifiably concerned about the security situation and the economic, demographic and social impact on their countries. In the best of all possible worlds, we prefer to see refugees living outside of camps and becoming self-sustainable,” said UNHCR spokesman Ron Redmond. “But when you’ve got a million or more refugees converging on a small country, that’s not possible.”
NGOs likewise stay quiet about employment and deportation in order to protect operational capacity. “It is a politically sensitive issue,” said Daryl Grisgraber, Refugees International’s senior advocate for the Middle East and North Africa. “Jordanians want jobs themselves, which makes it difficult to advocate for refugee rights to work. You risk being told you can’t operate in the country.”
Donor countries have the most potential to sway Jordanian policy, especially key allies like the United States. Simon Henshaw, principal deputy assistant secretary for the U.S. State Department’s bureau of population, refugees and migration, said they support ideals like open borders — but not so much that they’d demand Jordan comply more earnestly or else lose funding.
“We use our position to advocate for humanitarian principles, but we certainly don’t get into the position of threatening our allies with cutting off funds for different reasons,” he said. So even if Jordan is deporting Syrians in violation of international humanitarian principles, there aren’t many repercussions.
Henshaw’s bureau also encourages refugees’ general right to work. “Situations improve when refugees are given work rights,” he said, citing Turkey and India as positive examples. Criminalizing employment drives refugees to work underground and thus undercut labor costs, he added. “In the U.S., refugees are allowed to work immediately upon arrival. This gets them settled much more quickly and puts them on a much better economic path.”
But the U.S. has admitted only 306 Syrians since the beginning of the crisis, vetting each with security and health checks before granting them permanent settlement. Jordan has seen more than 620,000 Syrians flooding across its borders, taking jobs, weighing on national infrastructure and posing a security threat. The United States gets to be picky in the resettlement process, but Jordan does not want its refugees to settle.
The alternatives, though, are grim. Abu Walid has postponed his boat plan, but predicted another coupon cut would drive many refugees to join radical groups in Syria. “People want to feed their families,” he said. “If there is no food here but ISIL is offering high salaries back home, where do you think Syrians will go?”
On the roof in Amman, Abu Essa is thinking of his wife. He can’t go back to Syria legally. Nor can he stay in Jordan unless he finds some way to pay his monthly medical fees, food and rent. But he won’t get on the boat. He’d rather wait or sneak back into Syria, where he might see his wife one more time.
“Syrians have no problem with death anymore. The people are exhausted,” Abu Essa says. ”We were dying in Syria. We are dying here. Why not go back and die together?”

Reporting for this article was supported by a grant from the Pulitzer Center on Crisis Reporting.

As Christmas approaches, Baghdad Christians lament empty pews

By The Washington Post
Loveday Morris
December 22, 2014

A choir dressed in crimson robes sang ancient hymns below a Christmas star strung with fairy lights at a recent service in the Iraqi capital, the heavy scent of incense hanging in the air. But the season here has a somber edge, and the priest has a serious message for his congregation: Stay.
Just a year ago, an Advent service at St. George’s Chaldean Catholic Church would have drawn 300 to 400 worshipers, says the Rev. Miyassir al-Mokhlasee. But now only around 75 people are scattered across its pews.
Ringed by concrete blast walls and police checkpoints, the church has seen its congregation shrink for the past decade. The instability and violence following the U.S.-led invasion in 2003 have driven many Christians out of the country. The nation’s Christian population has plummeted from more than a million to what community leaders estimate is less than 400,000 today.
Conquests by extremists from the Islamic State, known for their cutthroat brutality and intolerance for other religions, have delivered another blow to Christians in their historic heartland.
For the first time in well more than a millennium, the plains of Nineveh and its provincial capital of Mosul have been virtually emptied of Christians. Islamic State fighters, who control the northern region, had ordered Christian residents to convert, pay a tax for keeping their faith or face execution.
Religious sites such as Mosul’s tomb of Jonah, the ancient figure whose story of being swallowed by a whale is told in the Christian and Muslim holy books, have been blasted apart. Other minorities such as the ethnic Shabak and the long-persecuted Yazidis have faced similar mass displacement and killings in the once richly diverse region.
The reverberations are being felt further afield in the capital, where families are packing to leave — hoping to gain a new life overseas.
Ayad Imad, 22, a Catholic resident of the middle-class Baghdad neighborhood of Zayouna and sales manager for an international cigarette firm, is one of them. This Christmas will be his last in Iraq, he said.
His parents have sold their house and cars. As soon as his father finishes a round of medical treatment, the family will travel to Turkey, where they plan to register with the United Nations High Commissioner for Refugee’s asylum program, with the hope of being resettled in North America, Europe or Australia.
They might have to wait a long time before they reach one of those destinations. But Imad doesn’t care. He has spent years lobbying his family to emigrate from Iraq, but his father had not wanted to leave his elderly parents behind.
“At first my father insisted we stay,” he said. “But my father’s had a job, a career. My grandfather is an old man, he’s lived. Now it’s my turn to live my life, and there’s no future here.”
It was the Islamic State offensive this summer — in which the extremists overran Mosul — that finally convinced Imad’s father that it was time to leave.
Many who pack up and go don’t tell their friends and neighbors, virtually disappearing overnight. In the precarious security environment, families fear that they will become a target for kidnappers in the days before they leave the country, as word spreads that they are cash-rich after having sold assets such as houses and cars.
“If it stays this way, we will shrink to nothing,” said Father Mokhlasee, sinking his head into his hands. “We believe that God wants us here for diversity in the region. Unfortunately, people are afraid of the future, and they are leaving.”
One of Iraq’s most senior Christian religious figures, Chaldean Catholic Patriarch Louis Sako, has accused the United States of being “indirectly responsible” for the exodus of one of the world’s most ancient Christian communities, pointing to the chaos caused by the 2003 invasion.
In the sectarian warfare and lawlessness that followed the outbreak of war, Christians were often caught in the crossfire or targeted for kidnapping. In Imad’s neighborhood, Christian shops have been attacked for selling alcohol, and many have closed down.
In July, lines formed daily outside the French Embassy in Baghdad after Paris announced it was ready to facilitate asylum for displaced Christians. Iraqi Christian communities in the United States have called on the Obama administration to do the same.
But Younadam Kanna, a prominent Christian parliamentarian, maintains that such programs are counterproductive.
“It’s a disaster,” he said. “Violence and discrimination and corruption are kicking us out, then others are pulling us out. The international community is encouraging Christians to leave. This is destroying our community here.”
It is not the first time Father Mokhlasee’s church has witnessed an exodus. In 2010, when an attack on Baghdad’s Syriac Catholic Cathedral during evening Mass left 58 dead, the Iraqi capital’s Christian community was shaken. The priest said few of those who left his parish after that incident returned.
He fears his church will not be able to survive the loss of many more parishioners.
“We are becoming fewer in number,” he said in his Advent sermon. “We ask God that we can keep our churches, keep our country. We have a message that people should stay in this country.”
But afterward, as families milled around in the church’s courtyard, he said he feared his message is falling on deaf ears.
“Even my family is leaving,” the priest said. His brother with his wife and four children are planning to move to Jordan after losing their farm in the Nineveh town of Qaraqosh when it was overrun this summer. “He’s looking for a future for his children.”

Per l'italiano vedi Adnkronos:

Chiese vuote e bagagli pronti, Natale amaro per i cristiani di Baghdad

Chiese vuote e bagagli pronti, Natale amaro per i cristiani di Baghdad

By Adnkronos

Solo un anno fa, nella chiesa di cattolica di San Giorgio dei Caldei, a Baghdad, tra i 300 e i 400 fedeli partecipavano alle messe di Avvento. Ma quest'anno, con l'ondata di violenza che ha travolto soprattutto il nord dell'Iraq, colpendo in particolare le minoranze religiose, appena una settantina di persone partecipa alla funzione celebrata da padre Miyassir al-Mokhlasee. Barricate di mattoni e posti di blocco della polizia proteggono la chiesa, la cui comunità di fedeli ha conosciuto un calo costante dal 2003 a oggi.
Se prima dell'arrivo dei militari americani oltre un milione di cristiani viveva in tutto l'Iraq, oggi non se ne contano più di 400.000. Negli ultimi mesi, questo dato ha conosciuto un ulteriore calo a causa della conquista del nord del paese da parte dei jihadisti dello Stato islamico (Is). Per la prima volta in molti secoli, la Piana di Ninive e la città di Mosul sono state quasi completamente svuotate di cristiani.
I jihadisti hanno imposto ai membri della minoranza tre condizioni: convertirsi all'Islam, pagare una tassa per la loro protezione o andare via, lasciando in città tutti i loro averi. Chi resta spesso va incontro a violenze ed esecuzioni. Molti luoghi di culto cristiani, come la tomba del profeta Giona, venerato anche dai musulmani, sono stati distrutti. E anche le altre minoranze, come gli Shabbak e gli Yazidi, sono quasi scomparse da un terra un tempo ricca di diversità.
I riverberi di queste violenze sono arrivati fino alla capitale, dove molte famiglie cristiane si stanno preparando a fuggire. E' quello che farà a breve il Ayad Imad, 22enne cattolico del quartiere borghese di Zayouna, sales manager di una multinazionale del tabacco. Questo Natale, per lui, sarà l'ultimo in Iraq. I suoi genitori hanno già venduto la casa e l'auto e, non appena il padre avrà terminato un ciclo di cure mediche, la famiglia si trasferirà in Turchia, dove si registreranno presso l'agenzia Onu per i rifugiati.
L'obiettivo, tramite un apposito programma dell'agenzia, è essere trasferiti in America, in Australia o in Europa. "All'inizio mio padre insisteva per rimanere - ha spiegato Ayad - ma lui ha avuto il suo lavoro e la sua carriera e anche mio nonno ha avuto la sua vita. Ora è il mio turno e qui non c'è futuro". Le violenze commesse dall'Is a Mosul hanno convinto i familiari del giovane a partire. E come loro, anche tanti altri hanno fatto la stessa scelta.
In tanti scompaiono dall'oggi al domani, senza dirlo ad amici e vicini. Temono infatti di essere rapiti o uccisi, visto che chi parte ha in genere venduto tutti i suoi beni e dispone di liquidità che fa gola ai gruppi armati. A luglio, lunghe file si formavano di fronte all'ambasciata francese, dopo che Parigi ha lanciato un progetto speciale di accoglienza per i cristiani iracheni.
Ma per questo disperdersi della comunità cristiana irachena in tutto il mondo è motivo di sofferenza e non è condiviso da tutti. "E' un disastro - dice Younadam Kanna, parlamentare cristiano - La violenza, la discriminazione e la corruzione ci stanno spingendo via dal paese. Dall'estero si incoraggiano i cristiani a fuggire. Ma questo sta distrugendo la nostra comunità."
Non è la prima volta che la chiesa di padre Mokhlasee conosce un esodo massiccio di fedeli. Nel 2010 un attacco contro la cattedrale siriaca di Baghdad uccise 58 persone e terrorizzò la comunità cristiana, mettendola in fuga. Il sacerdote spiega che, da allora, solo in pochi sono tornati. Teme, quindi, che con il tempo la comunità si vada estinguendo e che la sua chiesa non sopravviva.
"Siamo sempre meno - dice in uno dei suoi sermoni - Chiediamo a Dio di poter rimanere nelle nostre chiese, nel nostro paese. Il nostro messaggio è che la gente resti qui". Ma il religioso è certo che il suo messaggio cade nel vuoto. "Persino la mia famiglia sta andando via", spiega. Suo fratello, con la moglie e quattro figli, ha perso la sua fattoria a Ninive e ora ha deciso di trasferirsi in Giordania. "Sta cercando - dice il sacerdote - un futuro per i suoi figli".

Vedi Washington Post, December 22: As Christmas approaches, Baghdad Christians lament empty pews

Nella regione autonoma del Kurdistan il Natale sarà giorno festivo, in segno di solidarietà con i cristiani

By Fides

Il governo della regione autonoma del Kurdistan iracheno ha proclamato il prossimo 25 dicembre giorno festivo per esprimere in maniera pubblica la solidarietà delle istituzioni e di tutta la società verso i cristiani, in occasione della festività del Natale del Signore. Quel giorno tutti i dipendenti delle istituzioni pubbliche della regione, comprese le scuole osserveranno un giorno di riposo. Il portavoce ufficiale del governo, Sven Dzia, ha pubblicato sul sito del governo regionale un messaggio di felicitazioni rivolto “a tutti i fratelli cristiani del Kurdistan, dell'Iraq e di tutto il mondo” augurando un anno di pace, sicurezza e stabilità.
Oggi i sacerdoti caldei presenti a Erbil e nei suoi sobborghi – compresi quelli fuggiti da Mosul e dalla Piana di Ninive - si sono riuniti con i loro Vescovi per una giornata di ritiro spirituale, in preparazione al Natale. “La decisione delle autorità del Kurdistan iracheno testimonia attenzione e vicinanza alle nostre sofferenze. I leader politici del Kurdistan ripetono che faranno il possibile per liberare le città e i villaggi da cui siamo dovuti fuggire” dice all'Agenzia Fides il sacerdote
Paolo Thabit Mekko, trasferitosi in Kurdistan dopo che ha dovuto lasciare Mosul, conquistata dai Jihadisti dello Stato Islamico. “Ci prepariamo al Natale” aggiunge p.Paolo “chiedendo a Gesù di portare pace e consolazione nei nostri cuori. Ci ha commosso il messaggio che ci ha inviato qualche giorno fa Papa Francesco, e speriamo che ce ne siano altri”.

Erbil, Papa Francesco scrive ai cristiani: "Vorrei venire a consolarvi". Renzi: "Cooperanti sono persone del 2014"


A due giorni dal Natale, il mondo cattolico e le istituzioni italiane ed europee si stringono attorno ai profughi di Erbil, costretti a fuggire dalle loro case sotto la minaccia dell'Isis. Ai perseguitati cristiani si rivolge direttamente Papa Francesco, in una lettera che dimostra ancora una volta la sua vicinanza spirituale ai cristiani perseguitati del Medio Oriente. "Spero tanto - scrive Bergoglio - di avere la grazia di venire di persona a visitarvi e a confortarvi". Nello stesso giorno a Erbil sono in visita il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, e l'Alto rappresentante della politica estera Ue, Federica Mogherini. E dall'Italia è il premier Matteo Renzi a incoronare "i cooperanti di Erbil" gli "italiani dell'anno 2014 dal punto di vista delle emozioni". Tra questi cooperanti ci sono anche gli operatori di Un Ponte Per, che hanno appena distribuito a oltre 250 famiglie i kit invernali raccolti grazie alla campagna congiunta con HuffPost Italia.
Papa Francesco: "Vorrei recarmi nei campi per consolare i profughi dell'Iraq".
"Consolazione e speranza" sono le parole chiave della lettera ai cristiani del Medio Oriente nella quale Francesco esprime la sua vicinanza e quella della Chiesa al piccolo gregge del Medio Oriente e ai pastori che accompagnano "con sollecitudine il cammino" delle loro comunità, in particolare quelle fuggite lo scorso agosto da Mossul e dalla Piana di Ninive in Iraq, rifugiate in particolare a Ebril in Kurdistan iracheno. "Spero tanto - scrive - di avere la grazia di venire di persona a visitarvi e a confortarvi".
"Per quanto tempo dovrà soffrire ancora il Medio Oriente per la mancanza di pace?", si chiede Bergoglio, che definisce l'Isis come una "recente e preoccupante organizzazione terrorista, di dimensioni prima inimmaginabili, che commette ogni sorta di abusi e pratiche indegne dell'uomo". "Questi terroristi, rileva Francesco, colpiscono i cristiani "che sono stati cacciati via in maniera brutale dalle proprie terre". E così, scrive ai cristiani del MO, per "molti di voi alle note dei canti natalizi si mescoleranno le lacrime e i sospiri".
Renzi: "Italiani del 2014? Cooperanti di Erbil, Napolitano e Cristoforetti".
Gli italiani dell'anno 2014 per il presidente del Consiglio Matteo Renzi sono: "dal punto di vista delle emozioni, i cooperanti di Erbil; dal punto di vista politico, Giorgio Napolitano che ha puntato sulle riforme e le riforme sono partite; dal punto di vista della ricerca italiana, l'astronauta Samantha Cristoforetti".
Gentiloni: "Faremo ancora di più nella lotta contro l'Isis".
A Erbil, nel Kurdistan iracheno, è arrivato intanto il ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni, che incontrerà anche i responsabili di Un Ponte Per, associazione con cui HuffPost ha collaborato con una campagna dedicata proprio ai cristiani di Erbil, raccogliendo 1.116 kit invernali per oltre 250 famiglie.
Nelle prossime settimane e mesi, l'Italia farà "ancora di più" per assistere l'Iraq nella lotta contro gli jihadisti dello Stato islamico, ha assicurato Gentiloni, nel corso di una conferenza stampa a Baghdad, al termine di un colloquio con il ministro degli Esteri iracheno, Ibrahim al Jaafari. Gentiloni ha sottolineato come la sua visita, che fa seguito a quella del premier Matteo Renzi ad agosto, rappresenti "un chiaro messaggio che l'Italia è impegnata a continuare a sostenere l'Iraq". In particolare c'è sostegno per l'iniziativa del nuovo governo che "ha un approccio più complessivo alla realtà irachena nelle sue varie componenti, anche regionali" e nella lotta contro l'Isis.
Il ministro iracheno al Jaafari ha ringraziato l'Italia "per lo straordinario e continuo sostegno all'Iraq nella lotta contro l'Isis". Al Jafaari ha sottolineato "il ruolo di primo piano" svolto dall'Italia nel combattere i jihadisti dello Stato islamico e il contributo alla "ricostruzione del patrimonio culturale iracheno".
Mogherini a Erbil, vittorie Peshmerga importanti per mondo.
Le vittorie delle milizie peshmerga nell'area di Chenkal, nel nord dell'Iraq, sono molto importanti per il morale dei curdi, della coalizione internazionale e del mondo intero. Lo ha detto l'Alto rappresentante per la politica estera e di difesa dell'Unione europea, Federica Mogherini, nel corso di un colloquio con il primo ministro della regione autonoma del Kurdistan iracheno, Nechervan Idris Barzani, avvenuto ieri sera a Erbil. Le due parti hanno parlato anche della lotta al terrorismo e della guerra contro lo Stato islamico, sottolineando che l'organizzazione di Abu Bakr al Baghdadi è un pericolo per l'umanità e che dovrebbe essere eliminata definitivamente in tutte le sue forme.
Il premier Barzani, da parte sua, ha detto che la lotta contro lo Stato islamico non si combatte solo sul fronte militare, ma anche dal punto di vista intellettuale e dell'istruzione. Il premier ha sottolineato l'importanza del sostegno umanitario e militare garantito dalla coalizione internazionale al Kurdistan iracheno, così come l'efficacia dei raid aerei dell'alleanza a sostegno delle forze di terra Peshmerga. Le due parti hanno discusso anche della questione dei rifugiati e degli sfollati, dell'accordo definitivo tra il governo regionale del Kurdistan e il governo federale in materia di petrolio, delle relazioni tra la regione del Kurdistan e i paesi limitrofi, della situazione nella regione in generale e della ripercussioni della guerra contro il terrorismo.
Oggi l'ex titolare della Farnesina incontrerà il presidente della regione autonoma del Kurdistan iracheno, Massoud Barzani, con cui discuterà della guerra al terrorismo, degli aiuti europei ai rifugiati, delle relazioni dell'Unione europea con la regione del Kurdistan e dei futuri aiuti europei alla regione. La Mogherini, infine, ha in programma una visita presso il campo profughi allestito vicino al capoluogo curdo di Erbil.

Iraq, festa da perseguitati per i cristiani: sulle tavole razioni Onu

By Corriere della Sera
Lorenzo Cremonesi

Saranno in pochi a consumare il cenone tradizionale tra i profughi cristiani vittime dei jihadisti sunniti e fuggiti nelle province curde dell’Iraq settentrionale. È un Natale da perseguitati in Iraq.
Quasi niente carne fresca per cucinare il «Qubbeh», l’impasto classico con farina e spezie. Le salsicce per il «Bambarq» con la salsa di pomodoro sono fuori portata dalle tasche dei più. Praticamente tutti però avranno nel piatto il «Clecer», il dolce a base di datteri, noci e pistacchi. E pochi si faranno mancare almeno una lattina di birra turca, o, meglio, un bicchierino di «Arak». Ma, per il resto, sulla tavola ci saranno le razioni essenziali donate dall’Onu e qualche pacco regalo giunto dalle Chiese all’estero. Chi vorrà cucinare da sé dovrà invece rassegnarsi alle polverose confezioni di formaggini, i cartoni di uova non troppo fresche, le scatolette di carne, lenticchie secche e tubetti di maionese scaduti recuperati negli spacci dei campi profughi.
C’è ben poco altro sul banchetto all’aperto di Amira Benam, 45 anni, cattolica di rito siriaco, tre volte profuga assieme al marito Imad (51 anni), oggi costretti in un container di metallo nel «Brasilian Sport Academy», che con le sue 232 famiglie costituisce uno dei maggiori centri di raccolta per i cristiani di Erbil. Entrambi originari di Bagdad, fuggiti nella regione di Mosul a seguito degli attentati che colpirono le maggiori basiliche della capitale nel 2005-6, poi andati nel villaggio di Qaraqosh, che la notte dello scorso 8 agosto hanno dovuto abbandonare in fretta e furia all’incalzare delle squadracce dell’Isis per cercare rifugio nel capoluogo dell’enclave curda irachena. campi profughi. 
«Nessuno ha più soldi, la nostra frustrazione ora viene dalla povertà. Quei ladri dell’Isis ci hanno portato via tutto. A Mosul eravamo riusciti a ricostruire una catena di dodici supermercati. Non ci resta nulla», dice rassegnata. Frustrazione e rabbia sono i sentimenti dominanti tra i circa 100 mila cristiani giunti nella zona di Erbil. Due settimane ha piovuto a catinelle, le infiltrazioni hanno intriso materassi e coperte. L’energia elettrica arriva a singhiozzo, che significa riscaldamento precario e illuminazione a candele e lanterne. Molti tra i bambini non possono ancora andare a scuola e la noia segna le giornate. 
Eppure, poteva andare peggio. «A noi cristiani va ancora bene. Le Chiese locali si sono organizzate, la solidarietà internazionale tutto sommato funziona. Nessuno qui muore di fame o freddo. Quasi tutti negli ultimi due mesi siamo stati evacuati dai campi di tende. L’assistenza sanitaria è decente», ammette il 51enne Sardar Massud Qassab, siriaco, che ha avuto cinque figli dalla moglie, la 44enne Amal Matti. Nel loro container sono riusciti anche ad addobbare un albero di Natale e le pareti sono decorate di «Merry Christmas» luminosi assieme a palloncini colorati.
«Pensiamo ai poveri yazidi. I loro uomini massacrati. Le donne rapite, violentate, vendute come schiave. I loro profughi adesso ricevono molti meno aiuti di noi», dice Amal. Tamar, sette anni, la prima dei loro figli, si lamenta però che tante delle sue amichette nelle ultime settimane sono andare all’estero. «Miriam è partita con la famiglia per l’Australia. Malak è andata in Turchia. E Amal va domani ad Amman», piange. Tra i rimpianti sono le memorie del loro universo perduto. «Rapanelli, minestrone povero e cipolle al posto dell’arrosto. Ma questo è ancora poco. Ai tempi di Saddam Hussein noi cristiani iracheni viaggiavamo liberamente da Erbil a Bassora. Adesso non posso neppure percorrere la cinquantina di chilometri da qui a Mosul», sbotta Munzer Suliman, ex guardiano di una delle più antiche basiliche di Mosul, che di recente Isis ha fatto saltare in aria.
Tra gli incarichi che si è dato, oltre a curare le aiuole, c’è quello abbastanza avventuroso di visitare periodicamente lo «Shuq Sheikh Allah», uno dei mercatini dell’usato presso le mura della Città Vecchia di Erbil, per recuperare i suoi beni rubati dall’Isis. «Oltre al danno la beffa - sbotta - I ladroni jihadisti vendono sul mercato nero i nostri mobili. L’altro giorno ho comprato per puro caso il frigorifero che era stato saccheggiato dalla casa del mio vicino a Qaraqosh».
Di tutto ciò parlerà a Federica Mogherini questa mattina anche Bashar Warda, l’arcivescovo caldeo di Erbil che da quasi sei mesi è in prima linea per far fronte all’emergenza. «Alla rappresentante della politica estera europea in visita da noi lancerò un appello molto semplice: non dimenticateci, non abbandonateci».
La sua preoccupazione pare più politica e morale che non materiale: «La cristianità mondiale è stata di grande aiuto. In poche settimane ci sono arrivati contributi pari a oltre sei milioni di dollari. Le organizzazioni cattoliche italiane sono generose. Ma adesso sembra che la comunità internazionale non parli più dei nostri problemi».
Il tema tornerà attuale nei colloqui oggi a Bagdad ed Erbil del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni.
 Le autorità ecclesiastiche locali vedono tra l’altro molto positivamente la costituzione di unità combattenti cristiane approvate dal governo di Bagdad e agli ordini delle brigate curde. «Abbiamo già reclutato 2.000 uomini, per lo più di rito siriaco e caldeo. Potrebbero rivelarsi molto utili a fare la guardia ai nostri villaggi nella piana di Niniveh una volta che i soldati curdi avranno sconfitto l’Isis, potrebbe avvenire già a nei prossimi due mesi», sostiene Paolo Mekko, uno dei parroci più attivi tra i profughi di Qaraqosh. Al sermone di Natale non mancheranno gli appelli all’«autodifesa cristiana».

22 dicembre 2014

E' ufficiale: i crimini commessi dallo stato islamico in Iraq sono "genocidio"

By Baghdadhope

Con il documento n° 92 del 18 novembre scorso il consiglio dei ministri iracheno ha stabilito nella X sessione presieduta dal Primo Ministro Haider al-Abadi, che quanto perpetrato ai danni alle componenti minoritarie degli Yazidi, dei Turcomanni, degli Shabak e dei Cristiani per mano dei miliziani del Da'ash (stato islamico) è genocidio: إبادة جماعية
I:ba:da Jama:'iya: letteralmente "sterminio collettivo"

21 dicembre 2014

Nelle tende-cappella la messa di mezzanotte per i profughi di Erbil

By SIR
Daniele Rocchi

Photo Fr. Douglas Bazi
“Ci stiamo preparando al Natale nella sofferenza ma con il conforto della preghiera. È la prima volta che passeremo il Natale lontano dalle nostre case e dalle nostre chiese, come sfollati e rifugiati”: da Erbil, capoluogo del Kurdistan iracheno, a parlare è monsignor Emil Shimoun Nona, arcivescovo caldeo di Mosul. Il Natale si avvicina ma Mosul è distante, molto di più dei circa 90 km. che la separano da Erbil, dove si è rifugiato in seguito all’avanzata delle bandiere nere dello Stato Islamico (Is). Erano i primi giorni di agosto quando venne cacciato via da Mosul, insieme alla sua gente, dai miliziani dell’Is che detengono il controllo della città, dove non sono rimasti più cristiani. Le chiese sono state chiuse, altri luoghi di culto distrutti, trasformati in prigioni oppure occupati dai militanti islamici.

La lunga storia dei cristiani di Mosul riparte adesso da Erbil.
Le stime parlano di 120mila cristiani rifugiati in Kurdistan. “Qui a Erbil - racconta il giovane arcivescovo caldeo - e più in particolare nel sobborgo cristiano di Ankawa, e in altri due villaggi limitrofi, attualmente ci sono circa 12mila famiglie cristiane rifugiate. Fuori Erbil, invece si stimano ce ne siano altre 8mila. Cerchiamo di aiutare tutti grazie al sostegno della Santa Sede, di tante organizzazioni caritative, come Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs), e di numerose Chiese. Tra queste un ringraziamento particolare va alla Conferenza episcopale italiana che ci sostiene attraverso la Caritas che lavora a stretto contatto con quella irachena”. Moltissime di queste famiglie “vivono in strutture messe a disposizione dalle istituzioni e dalla Chiesa locale, tende e ricoveri di fortuna come palazzi abbandonati, spesso privi di infissi. Il freddo si fa sentire”. Nonostante la precarietà, afferma mons. Nona, “si comincia a notare qualche timido segno di festa grazie anche a tanti giovani volontari di questa zona. L’augurio è regalare un sorriso a tutta questa gente. Stiamo preparando dei doni per i bambini e i ragazzi, per alleviare in qualche modo disagi e sofferenze. È importante che la nostra gente senta il sapore della festa perché la fede che professiamo è forte più di ogni sventura. La venuta di Gesù ci dona la forza di continuare a vivere tutto ciò che la fede ci chiede”.


Già, la fede: l’unica ricchezza rimasta.
Il ricordo corre ai giorni caldi dell’estate irachena, quelli della fuga, quando “la comunità cristiana di Mosul abbandonò la città lasciando tutto, case, proprietà, terre, storia, tutto - dice con voce velata dall’emozione l’arcivescovo - meno che la fede. Fuggiti per non convertirsi, per non rinunciare alla loro fede e oggi manifestano orgoglio per questa scelta. Celebrare il Natale adesso è importante. Pregheremo che il Signore nasca di nuovo in mezzo a noi, rifugiati e sfollati, e ci guidi per tornare in pace alle nostre case, alle nostre terre”. Nessun cedimento alla disperazione, anzi. Le parole di Papa Francesco nel suo videomessaggio del 6 dicembre ai cristiani di Mosul rifugiatisi ad Erbil tornano prepotenti nella mente di mons. Nona: “Quando viene il vento, la tempesta, la canna si piega, ma non si rompe! Voi siete in questo momento questa canna, voi vi piegate con dolore, ma avete questa forza di portare avanti la vostra fede, che per noi è testimonianza. Voi siete le canne di Dio oggi! Le canne che si abbassano con questo vento feroce, ma poi sorgeranno!”.


Ed è con questa forza che i cristiani rifugiati
si preparano al Natale, grazie anche a una certa dose di sicurezza garantita dalle Forze militari curde. “La Messa di mezzanotte - dichiara mons. Nona - sarà celebrata nel sobborgo a maggioranza cristiana di Ankawa dal patriarca di Babilonia dei caldei, Louis Raphael I, in una grande tenda davanti a gruppi di famiglie di sfollati e rifugiati. Tutti gli altri fedeli potranno partecipare alle funzioni organizzate nelle tende-cappella allestite nei vari centri. Le celebrazioni saranno svolte in tutte le chiese e tende, a partire dalla cattedrale di Erbil”. Le ultime parole dell’arcivescovo più che un saluto sono una preghiera: “In questo Natale prego Gesù perché possa donare a tutti noi la speranza di continuare a vivere nella fede, con coraggio e senza paura. Prego affinché possa mettere nel cuore dei responsabili e di chi governa il desiderio di pace. Non abbiamo bisogno della violenza, dell’odio ma della pace. La vita deve andare avanti nell’armonia, nella tolleranza, nel rispetto reciproco e nella giustizia. Per tutti”.

20 dicembre 2014

Campagna Caritas per l'Iraq. Soddu: cristiani senza diritti

By Radiovaticana

I cristiani fuggiti e in fuga ogni giorno dal Medio Oriente sollecitano solidarietà. Per questo la Chiesa italiana ha deciso di lanciare un’iniziativa di sostegno concreto per le comunità cristiane irachene.
Roberta Gisotti ha intervistato mons. Francesco Soddu, direttore della Caritas italiana, che di recente ha potuto fare visita nei luoghi dove sono ospitati i profughi:
“Non possiamo rassegnarci a pensare al Medio Oriente senza i cristiani”: le parole di Papa Francesco, riecheggiano in questo Natale, attraverso la campagna di gemellaggi promossa dalla Cei attraverso la Caritas italiana in aiuto a circa 200mila cristiani riparati nel Kurdistan iracheno, a seguito dell’avanzata negli ultimi mesi delle milizie dello Stato islamico. Mons. Soddu, come possiamo aiutare dall’Italia?
Possiamo aiutare certamente tenendo vivo il ricordo di queste persone, che hanno subito una grave lesione dei diritti umani e che in tutti i casi continuano ad essere bisognose in quanto si trovano lontane dalla loro terra, lontane dalla loro casa. Esse hanno praticamente perduto tutto e certamente queste notizie noi le abbiamo apprese, però è necessario sempre fare luce su quanto questi nostri fratelli e sorelle stanno subendo, soprattutto per quanto riguarda il loro essere cristiani. Non dimentichiamocelo, questo. Loro stanno soffrendo per la loro fede in Cristo e noi, loro fratelli e sorelle, siamo tutti chiamati ad avere una particolare simpatia, soprattutto in questo periodo in cui ci stiamo preparando al Natale del Signore. Sono un numero molto elevato, perché dalla città di Mosul e dalla Piana di Ninive si sono riversati praticamente tutti nella città di Erbil, raccolti in 26 centri di accoglienza, o nelle vicinanze della stessa città. Molti di questi centri sono veramente precari e le persone si trovano ad essere stipate in luoghi angusti.
Quali sono i bisogni più urgenti di questi fratelli sofferenti?
Il progetto che noi abbiamo lanciato si divide in tre parti: il piano case, il piano famiglie e il piano scuola. Il piano case, è per l’acquisto di alcuni container; il piano famiglie è per il sostegno delle famiglie e il piano scuola è per l’acquisto di alcuni scuolabus. Tutto è mirato perché queste persone non fuggano dalla loro terra ma abbiano il nostro sostegno.Tutte le notizie sulla campagna di gemellaggi “Adotta una famiglia di profughi iracheni” sono reperibili sul sito della Caritas Italiana, dove sono indicate le modalità per partecipare direttamente o attraverso le parrocchie.

Iraq, attentati. Mons. Lingua: è il governo del terrore

By Radiovaticana

La violenza continua ad insanguinare l’Iraq. Stamani, una serie di esplosioni ha ucciso almeno 11 persone e ne ha ferite 24 in luoghi pubblici e commerciali della capitale Baghdad. Gli episodi seguono l’agghiacciante notizia di ieri della strage a Falluja di oltre 150 donne, anche in stato di gravidanza, colpevoli di aver rifiutato il matrimonio con i jihadisti del sedicente Stato islamico. Intanto, i peshmerga curdi avanzano nel nord del Paese. Sulle violenze e i soprusi senza fine di questa terra martoriata, Gabriella Ceraso ha raccolto la testimonianza del nunzio apostolico in Iraq e Giordania, mons. Giorgio Lingua:
Per quanto riguarda le violenze è difficile verificare, perché non è possibile andare sul luogo dove avvengono questi episodi. Certo, sono preoccupanti e soprattutto è un metodo di governare attraverso il terrore: non è soltanto un episodio, ma è una strategia del terrore che infierisce su tutti quelli che la pensano in modo diverso.
E’ vero che donne e bambini stanno pagando un prezzo altissimo per quanto sta accadendo per la guerra, in termini di violenze?
Senz’altro. Sia dal punto di vista materiale, ma soprattutto dal punto di vista psicologico, perché mentre un uomo ha la possibilità di girare, di andare, di cercare, mentre le donne e i bambini spesso devono rimanere lì dove vengono assegnati, in situazioni difficili.
La gente vi chiede aiuto?
Sono domande di aiuto soprattutto da parte dei cristiani. Chiedono aiuto per poter uscire, per poter trovare una situazione migliore. La mia impressione è che molti si illudono. Io attualmente sono in Giordania: quelli che sono arrivati qui adesso non trovano sbocchi. Pensavano fosse facile raggiungere l’Occidente… Altri aiuti si chiedono per affrontare l’inverno: riscaldamento, vestiti, soprattutto case…
Sentendo le testimonianze delle violenze, dei soprusi e pensando a quello che il Papa dice, quando dice che la Chiesa non è una Ong, che bisogna uscire e testimoniare: qual è la reazione vostra, in questo senso?
La Chiesa è molto impegnata in questa “uscita”; sono diversi sacerdoti, religiosi soprattutto, che vanno a visitare i campi. Dire “campi profughi” non è la parola più appropriata, perché sono piccoli centri, spesso accolti nelle strutture delle parrocchie, delle chiese. C’è tanta attenzione in questo senso, di non abbandonarli. Io stesso ho visitato vari centri: ho l’impressione che la gente sia contenta, anche quando uno arriva sia pure per un semplice saluto, per non sentirsi abbandonata, questo senz’altro. Adesso, anche per Natale ci sono tante organizzazioni che stanno aiutando, soprattutto nei confronti dei bambini: inviano regali… Anche questo permette di andare vicino, di sentirsi vicino alle famiglie che sono nella sofferenza.

Patriarca caldeo: profughi cristiani, a Natale “non siete abbandonati e dimenticati”

By Asia News
Joseph Mahmoud

Rassicurare i profughi cristiani, la cui situazione "è ancora critica e tragica" perché non si intravede una "soluzione rapida" all'orizzonte, perchè essi "non sono abbandonati e soli", e non saranno dimenticati. È il messaggio che il patriarca caldeo Mar Louis Raphael I Sako rivolge alla comunità cristiana irakena e, in particolare, ai profughi che hanno abbandonato le loro case in seguito all'avanzata delle milizie dello Stato islamico, per le imminenti festività di Natale. Nel documento, inviato ad AsiaNews, sua Beatitudine si rivolge ai fedeli di Mosul e della piana di Ninive, dove circa 500mila persone  sono fuggite in seguito all'avanzata islamista, che ha fondato un Califfato e imposto la sharia
Vivere in una piccola stanza o dentro a furgoni allestiti dalla Chiesa, sottolinea Mar Sako, non è facile da un punto di vista psicologico; nella comunità è evidente il sentimento di "preoccupazione" per le loro case e le città, per i posti di lavoro perduti e per un futuro oscuro per i loro figli. Il patriarca caldeo aggiunge però che "non siete abbandonati e soli", le vostre sofferenze "non sono dimenticate".
Sua beatitudine chiede "a tutti i nostri fratelli e sorelle" di pregare e mantenere vivo "il coraggio, la speranza e la fiducia in Dio Padre"; egli conferma il proposito di celebrare la messa di Natale in mezzo ai profughi, per esprimere così in modo concreto la vicinanza della Chiesa e la disponibilità nel prestare loro un aiuto continuo. 
Nel messaggio mar Sako ringrazia quanti, in Iraq e all'estero, come AsiaNews attraverso la propria campagna, continuano ad aiutare e manifestare solidarietà alla comunità cristiana irakena. Il cristianesimo deve continuare a rimanere in questa terra benedetta, aggiunge, perché esso è un "messaggio di amore e tolleranza, come Cristo ha insegnato". Vogliamo vivere in pace e sicurezza, afferma il patriarca caldeo, che ricorda "la nostra terra, la nostra storia, la nostra identità, che sono la nostra terra promessa". 
Egli rivolge anche un appello alla politica e alla classe dirigente, perché tuteli "i diritti di tutti gli irakeni" e garantisca loro "dignità e giustizia", che sono "il fondamento della pace". Un obiettivo da raggiungere "attraverso una corretta educazione" e la formazione di menti aperte, che operino per "la convivenza e il rispetto dei valori della diversità e dei diritti umani". Come disse il Signore a Maria, Mar Sako si rivolge ai fedeli invitandoli a non avere paura. In questo Natale rinnoviamo la fede in Dio e la fiducia negli uomini di buona volontà, conclude il patriarca, perché in un cuore colmo di dolore nasca "una nuova alba di speranza".

19 dicembre 2014

Appello del Vescovo caldeo di Beirut per i profughi cristiani iracheni

By Fides

Sono più di ottocento le famiglie cristiane fuggite da Mosul e dalla Piana di Ninive che hanno trovato finora riparo in Iraq. La loro condizione è quella degli “ultimi arrivati” in un Paese già destabilizzato dall'arrivo di più di un milione di profughi siriani. La maggior parte di loro gravita nell'area di Beirut e ha trovato sostegno solo da parte della locale eparchia caldea. Mons. Michel Kassarji, Vescovo di Beirut dei Caldei, ha appena diffuso un comunicato per sollecitare aiuti in favore delle vittime cristiane della “macchina cieca dell'estremismo religioso” che le ha costrette ad abbandonare le proprie case e i propri villaggi.
I profughi cristiani iracheni arrivati in Libano – riferisce il Vescovo caldeo - non hanno lo status dei richiedenti asilo, e vivono nella speranza di ottenere i permessi per emigrare nei Paesi occidentali. Non trovano lavoro, vengono sfruttati da chi approfitta della loro condizione di emergenza per rincarare gli affitti delle case, e sono privi di qualsiasi aiuto da parte delle istituzioni civili e delle Organizzazioni internazionali. “L'impressione - riferisce all'Agenzia Fides il sacerdote maronita Paul Karam, direttore di Caritas Libano - è che tutto il sistema di aiuti internazionali per i profughi siriani e iracheni sia sull'orlo del collasso. Non ci sono più risorse, e le organizzazioni umanitarie non riescono più a far fronte ad un'emergenza divenuta cronica”.

Will Christmas come to Iraq?

Geoffrey Johnston

The holiday season is in full swing, with many Canadians enjoying the carefree pleasures of Christmas office parties and concerts. Others are looking forward to attending Christmas Eve church services, or getting together with family and friends over a turkey dinner.
But halfway around the world, Christmas will be anything but carefree for Iraq's persecuted Christian communities.
Forced to flee their homes to escape the onslaught of well-armed jihadists, displaced Christians live in a perpetual "crisis mode," according to Carl Hétu, national director of the Canadian branch of the Catholic Near East Welfare Association (CNEWA), a papal agency that provides humanitarian assistance and pastoral care.
Last summer, the Islamic State, also known as ISIS or ISIL, launched a military offensive, capturing large swaths of Iraq, using mass murder, public beheadings and the enslavement of women and girls to subjugate captured territories. Large parts of northern Iraq were cleansed of Christians, Yazidis and other religious minorities.
"In August, it was total chaos," Hétu said when contacted in New York City, where he was attending meetings at CNEWA's international headquarters. Terrified Christians had no time to pack or gather the necessities of life, fleeing with only the clothes on their backs.
Last month, Hétu told the House of Commons foreign affairs committee that approximately 120,000 Christians have fled to the semi-autonomous Iraqi province of Kurdistan. The Kurds have welcomed the desperate Christians with open arms, despite struggling to defend Kurdistan against the jihadist threat.
The current living conditions for the displaced Christian population in Kurdistan are uncomfortable but not life-threatening, said Mark Huckstep, who visited northern Iraq in November. He's a representative of the United Kingdom-based Barnabas Fund, a Christian non-governmental organization (NGO) that provides humanitarian assistance to Christians in need.
However, the internally displaced persons (IDPs) that Huckstep saw were "crammed" into churches, tents and portable cabins. And in a telephone interview from the NGO's London office, he said that the Christian IDPs are "food-dependent on other people to survive."

Relief efforts
Various Christian denominations in Iraq have come together to care for the displaced Christian population. "Every section of the church is taking care of different things," Hétu said of the co-ordinated relief efforts. Huckstep agrees with that assessment. "One of the most heartening things about what I saw in Iraq was that the churches are working together," he said.
For the last three months, CNEWA has been raising funds for relief efforts. The papal agency works with partners on the ground, including the Dominican Sisters, who have tremendous experience in delivering humanitarian aid and services.
"It's much better than it was in August," Hétu said of the current humanitarian situation in northern Iraq. However, IDPs with chronic medical conditions are in need of medicine and medical care. That's why the Dominican Sisters have organized medical stations, partly staffed by displaced Christian physicians, to care for the sick.
Similarly, the Barnabas Fund, working with partner organizations, is supplying food, blankets, warm clothes and other necessities of life to the IDPs in Kurdistan. And the NGO has purchased a portable army camp, once used by British forces in Afghanistan, and it will shelter up to 800 displaced Christians.

Disappearing Christians
Iraq is home to the ancient Assyrian ethnic group that dates back thousands of years. And the vast majority of Iraqi Christians are of Assyrian ethnicity.
"The Assyrian Christians are members of various denominations such as the Assyrian Church of the East, Chaldean (Roman Catholic), Syriac (Catholic and Orthodox), Presbyterian, and Evangelical," Assyrian-American activist and author Rosie Malek-Yonan explained, via email. "It is important to note that some Assyrians choose to identify themselves solely by their ethnic name and others by their Christian denomination."
For instance, many ethnic Assyrians prefer to identify themselves by their religious denomination, Chaldean Catholic. According to CNEWA, approximately 66% of Assyrian Christians belong to the Chaldean Catholic Church.
"Since the onset of the 2003 Iraq War, the Assyrian identity, coupled with an indestructible Christian faith, made them targets of hatred and destruction," Malek-Yonan said.
According to Hétu, there were approximately one million Christians in Iraq in 2003. Since that time, Christian communities have been targeted by various Islamic extremists and criminal gangs. Many Christians have been killed, and many more have fled to neighbouring Lebanon, Jordan and Syria. "We calculated that there are about 200,000 Christians left in Iraq," he said.
Were it not for the generosity and tolerance of the Kurds, the majority of whom are Muslims, Iraq's ancient communities might not have survived the recent rise of the genocidal Islamic State.
"The Kurdish government respects other religions, and the Christians are not being discriminated against," Huckstep said. "Very different from what happens down in Mosul where ISIS is reigning."
Despite facing great financial difficulties, Iraqi Kurdistan is doing what it can to assist Christian IDPs. For example, "they donated land for the Christian refugees to live on," Huckstep said.

Danger at Christmas
Even in relatively secure Baghdad, Christians are feeling uneasy. "They already have a plan of escape" in the event that the Islamic State overruns the city, Hétu said.
Despite being afraid, Hétu believes that Iraqi Christians will celebrate Christmas. And others share that opinion.
"Despite the ongoing attacks, the Assyrians of Iraq have openly celebrated Christmas and attended mass and I believe they will continue to do so because their Christian faith is stronger than the fear Islamic groups attempt to instil in them," Malek-Yonan declared. "This tenacity and defiance is the reason Assyrians have survived for thousands of years without a country."
Similarly, Huckstep said that all the Christian denominations will celebrate Christmas in northern Iraq, "but with very little resources. I don't think there will be feasting, or any presents."
Writer and lecturer K.A. Ellis isn't surprised that Iraq's persecuted Christian communities will be celebrating Christmas. She believes that persecuted Iraqis identify with the trials and tribulations of Jesus Christ, while embracing the Christian theme of redemption, which offers hope in a time of despair. Ellis is currently enrolled in the DPhil program at Oxford Graduate School, where she is adjunct faculty, teaching professional ethics.
"It is difficult for those who have not suffered this way to understand, even more confounding for those who cause the suffering as it is a contrary reaction than the one they desire or expect," Ellis said, via email, of the Christians' resilience.
"Historically, the Christian church has been assumed to grow under persecution," she said. "However, too much persecution, as is the case in Iraq, can lead to entire populations being erased from a region."
Despite having lost loved ones, their homes and livelihoods, Hétu believes that Iraq's battered Christians still hold out hope for a better future. "The hope is because they know that they are not alone," he said. "They know that a lot of aid is coming their way."