"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

9 aprile 2013

A Baghdad dieci anni fa arrivano gli americani

Lorenzo Cremonesi

Ripensando gli eventi che accompagnano l’arrivo dei soldati americani a Baghdad il 9 aprile di dieci anni fa e poi le prime fasi della loro presenza in Iraq viene da chiedersi come siano stati possibili tanti errori. La faciloneria dell’intervento di allora fa adesso il paio con la reticenza di Barack Obama contro qualsisi coinvolgimento americano in Medio Oriente.

BAGHDAD_ Che il dopo guerra non funzionava come avrebbe dovuto fu evidente già molto presto. Il 13 aprile 2003 un migliaio tra poliziotti, ufficiali dell’esercito, dipendenti della municipalità, impiegati della compagnia elettrica nazionale, addetti agli impianti di filtraggio del Tigri, si riunirono nei saloni dello Al-Wiyah, il club esclusivo costruito dagli inglesi otto decadi prima nel cuore della capitale, per proporre la loro spontanea collaborazione agli americani. Erano il meglio del popolo di Baghdad, patrioti preoccupati per il disastro incombente, si offrivano di riprendere a lavorare senza salario. “Baathisti o meno. Non importa chi siamo stati. La cosa principale adesso è rimettere il Paese in sesto. Non possiamo lasciare che l’anarchia ci distrugga tutti!”, dichiaravano. Ma non ottennero alcuna risposta dai generali Usa, che stavano insediandosi nei palazzi presidenziali, solo a poche centinaia di metri dagli arsenali privati di Uday e Qusay, i due figli di Saddam Hussein, appena saccheggiati da migliaia di giovani arrivati dalle periferie a caccia di bottino. Kalshnikov nuovi di pacca, cassette di bombe a mano, colme di munizioni di ogni tipo, pistole Beretta ancora nelle loro confezioni, fucili ad alta precisione austriaci, mitra automatici M16 americani, persino bazooka anticarro portatili: faceva paura vedere tutte quelle armi sparire verso le vie secondarie senza alcun controllo. Però gli appelli dallo Al-Wiyah continuarono a restare lettera morta. Dopo 48 ore di infinite assemblee inconcludenti negli ambienti saturi dal fumo delle sigarette, i cittadini volenterosi si sciolsero per affrontare ognuno la sua tragedia in privato.

  Soltanto quattro giorni prima i Marines avevano fatto irruzione in città. Fu uno degli episodi più mediatizzati, entrato di prepotenza nella memoria collettiva della guerra. Ricordate la scena dell’abbattimento della statua di Saddam Hussein in piazza Furdus? Avvenne verso le sedici. Una sequenza da film: con le telecamere della stampa internazionale che riprendono in diretta a poche decine di metri di distanza. L’hotel “Palestine” dove stiamo noi giornalisti esteri rimasti nel Paese è di fronte. I soldati avanzano lungo i muri con i mitra spianati. Baghdad offesa, spaventata, si attende il massacro, ancora non crede che la liberazione dal dittatore possa arrivare così relativamente a basso prezzo. Solo due giorni prima il ministro dell’Informazione, Muhammad Saeed al-Sahhaf, aveva affermato con la sicurezza arrogante del propagandista abituato a non essere contraddetto che le colonne Usa intraviste dall’altra parte del Tigri “non esistono, oppure sono come la testa recisa del serpente il cui corpo sussulta comatoso tra le sabbie del deserto di Bassora”. Ma adesso i Marines sono qui, tangibili, procedono agili, veloci, silenziosi, il fior fiore della miglior tecnologia bellica. Sembrano macchine da guerra, robot assassini: magri, nervosi, abbronzati, decisi, con le giberne e l’elmetto tempestati di aggeggi elettronici, laser, sistemi di puntamento satellitari. Nulla a che vedere con lo sparuto gruppetto di soldati iracheni che stanno rapidamente liberandosi delle divise, buttano i Kalashnikov per sparire in mutande e canottiera alla ricerca di vestiti civili. Tutt’altro che muscolosi, ventre prominente, bianchicci, le barbe lunghe, le sigaretta sempre in mano. Si sono tolti le tute nere persino i volontari della jihad arrivati dall’estero nelle ultime settimane: algerini, afghani, ceceni, palestinesi, tanti palestinesi. Avevano promesso che sarebbero morti per difendere Baghdad, ma hanno nascosto tra i canneti del lungo Tigri i borsoni carichi di armi, esplosivo, munizioni. E vorrebbero tornare subito a casa. In piazza Furdus troneggia la statua. Un Saddam di bronzo dorato alza il braccio a salutare la folla. Appaiono i primi civili. Qualcuno agita la bandiera del periodo precedente l’arrivo del partito Ba’ath al potere. Nei teleschermi ristretti delle telecamere sembrano molti di più di quanti non siano in realtà. Qualcuno grida “Grazie Bush”, altri “a morte Saddam”. Poi provano a tirare giù la statua. Non è facile. Poggia su di un piedestallo cilindrico in cemento piastrellato alto oltre tre metri. Si passano una corda, un paio di picconi. Ma niente da fare. La scena si sta prolungando troppo. La foto finale della morte della dittatura rischia di trasformarsi nella metafora della sua resistenza. Un comandante americano decide allora di dare una mano ai manifestanti, lega la statua al suo tank, innesta il retromarcia e Saddam finalmente precipita a terra con fragore. Ma lo fanno cadere gli americani, non gli iracheni. Il dittatore in carne ed ossa sarà invece preso il 13 dicembre 2003 dai corpi scelti Usa nei pressi del suo villaggio natale nella zona di Tikrit. Scarmigliato, sporco, la lunga barba bianchiccia, sembra un clochard. Molto più dignitosa sarà la sua morte per impiccagione il 30 dicembre 2006 tra i lazzi e le offese dei presenti.

  Ancora quando l’invasione era nelle sue fasi calde si manifestarono segni anticipatori della lunga successione di tragedie che sarebbe seguita. In particolare a Karrada, Mansour e negli altri quartieri benestanti di Baghdad i proprietari dei negozi muravano le vetrine. E alla domanda: “Pensate davvero che gli americani vengano a derubarvi?”. La risposta era inequivocabile: “Ma che americani! Sono le masse povere di Saddam City che ci fanno paura. Già nel 1991 vennero ad attaccarci”. Davvero l’intelligence Usa non ne era consapevole? Tra il 7 e 8 aprile come cavallette impazzite decine di migliaia di abitanti del più grande quartiere sciita della capitale (poi rinominato Sadr City, due milioni di abitanti) si riversarono sulle zone più ricche derubando, devastando, distruggendo. Il segretario alla Difesa americano, Dick Cheney, dichiarò che si trattava della “vendetta degli iracheni contro la dittatura”. In verità fu l’anarchia di tutti contro tutti; il trionfo della dimensione primitiva, barbarica, hobbesiana, dell’uomo-lupo che vede lo Stato perdere il monopolio della forza e si trova costretto a lottare per la pura sopravvivenza. Fu un saccheggio dalle dimensioni bibliche. Negozi di ogni tipo, supermercati, abitazioni incustodite, spogliati di tutto. Attaccati sistematicamente gli edifici pubblici da cui venivano strappati infissi, impianti elettrici, mobili, sanitari. Gruppi di uomini se ne tornavano a casa portandosi sulle spalle i banchi delle scuole. In centro la gente irrompeva nei supermercati già spogliati per prendere i carrelli della spesa rimasti e utilizzarli nel trasporto della refurtiva. Così capitava di incontrare cittadini che giravano per le strade con il carrello carico di coperte, lampadine, vestiti di qualsiasi taglia, scarpe spaiate, scatolette di conserve, cavi elettrici, batterie di automobili. Nell’ospedale Yarmuk ho visto rovesciare a terra i feriti per prendere letti, materassi e lenzuola. Un vecchio si lamentava sul pavimento lercio, con l’ago della flebo ancora nel braccio.

 Indicativo fu l’atteggiamento della pattuglia americana che su tre carri armati era stazionata a circa 700 metri dall’entrata dell’edificio del museo archeologico. All’interno gruppi di saccheggiatori stavano riempiendo borse e zaini con le tavolette cuneiformi antiche oltre 4.000 anni, cocci, statuette antropomorfiche, ceramiche e monili preziosi assiri. Qualcuno provò a rubare le statue dell’antica Babilonia pesanti tonnellate. Venne abbattuta una sezione dei muri che davano sull’esterno. Ma non riuscirono a trascinarle via. A domandare aiuto venne la vice-direttrice, Nidal Amin, baathista della prima ora, abituata a incontrare le missioni archeologiche italiane che da decenni operano in Iraq. “Per favore, provate a chiedere agli americani se possono spostare i loro carri armati di fronte alle porte del museo. Magari servono da deterrenza contro i ladri”, chiese a noi giornalisti sul posto. C’era qualche cosa di tragico e impotente in quel gesto: un’alta dirigente del regime appena sconfitto che implorava soccorso ai nemici invasori per fermare il saccheggio in casa propria. Evidentemente il bene del museo le stava a cuore più dell’onore. Non fu facile raggiungere gli americani. C’erano ancora cecchini nella zona, irregolari armati, motivati dall’odio anti-occidentale, spaventati, desiderosi di vendetta. Attorno al museo il silenzio spettrale era interrotto da spari isolati. In fondo alla strada c’era un’auto in fiamme, con vicino due cadaveri riversi sul selciato scavato, segnato dai cingolati. Alla fine, questa fu la risposta testuale dei soldati Usa dall’alto del tank “Sorry sir, we are soldiers, not policemen”. Fattuale, eppure assurdamente ipocrita, pretestuosa. Se erano soldati e non poliziotti, chi allora avrebbe garantito la sicurezza interna? Chi, se non loro avrebbe, dovuto difendere il museo e il resto dell’Iraq? Una volta debellate le divisioni di Saddam, chi si sarebbe accollato la responsabilità di traghettare il Paese intero verso la normalizzazione?

    Ma in quell’elettrico 9 aprile 2003 carico di aspettative a piazza Furdus per un attimo pensammo che fosse finalmente tutto finito: le bombe, l’incertezza, le paure, il caos, i morti. E invece il peggio stava per cominciare. La tragedia vera si rivelò l’impreparazione americana a gestire la transizione verso la stabilità, assieme alla totale ignoranza delle dinamiche interne al Paese, la mancanza di direttive, l’illusione che fosse sufficiente defenestrare il dittatore per avere, come d’incanto, la democrazia.

 Va sottolineata una data per raccontare il gigantesco buco nell’acqua. Il 23 maggio da Washington giungeva l’ordine di sciogliere il vecchio esercito iracheno. In poche ore mezzo milione di soldati si ritrovarono senza occupazione e, ancora più grave, privi di salario, senza prospettive di pensione e con ridicoli indennizzi. Poco più di due mesi dopo cominciava la stagione delle bande armate, del terrorismo. Non a caso il nocciolo duro tra le schiere di violenti, prima banditi e poi estremisti islamici, fu composto proprio da ex soldati. Un popolo di disperati allo sbando, incattivito, rabbioso, offeso dall’arroganza ignorante dei suoi “liberatori”, che si rivelavano sempre più “invasori”, magari riluttanti, ma a tutti gli effetti padroni irresponsabili dei loro destini. E per di più affiancati da uno stuolo di contractors senza scrupoli, alla caccia di guadagni facili, profondamente ostili all’Islam e del tutto impermeabili alla storia millenaria della Mezza Luna Fertile. C’erano gli ingredienti per cucinare un disastro perfetto. E così avvenne con gradualità terrificante: prima il caos, poi il crescere della povertà, i quarantacinque gradi dell’estate senz’acqua, senza elettricità, gli ospedali in ginocchio, l’assenza delle forze dell’ordine, l’impossibilità di lavorare, viaggiare, andare a scuola. Quindi la violenza allo stato puro. A Falluja cominciò con 17 morti già il 28 aprile, ragazzi che manifestavano uccisi dagli americani impreparati a fronteggiare la folla di civili. L’autostrada Baghdad-Amman subito dopo diventa terreno di caccia per i criminali che rapinano i veicoli di passaggio. Meno di un anno dopo saranno reclutati tra i qaedisti che tagliano la gola. A inizio agosto il primo attentato importante: una bomba contro l’ambasciata giordana a Baghdad causa 18 morti. Segue il fatto più grave, che cambia radicalmente e in peggio la storia del dopo-guerra iracheno. Il 19 del mese un camion kamikaze esplode di fronte alla palazzina dell’Onu, tra la ventina di vittime anche Sergio De Mello, l’inviato speciale di Kofi Annan venuto a gestire gli aspetti civili della ricostruzione. E’ la fine dell’illusione per una pacificazione rapida. Il 29 agosto è assassinato a Najaf l’ayatollah Muhammad Baqir al-Hakim, perno del fronte moderato tra gli sciiti. Responsabili: i fondamentalisti sunniti. Ancora lo dicono pochi ad alta voce. Ma è già guerra civile: il grave è che continua tutt’ora. Anche per noi italiani non mancano questioni ancora imbarazzanti. Alla luce di quell’estate progressivamente violenta, come fu possibile che il camion bomba contro la base di Nassiriya il 12 novembre 2003 abbia potuto penetrare le difese dei Carabinieri come un coltello nel burro? I processi che ne sono seguiti hanno coinvolto i comandanti locali. Ma perché tra i massimi dirigenti in Italia, politici e militari, non si capì che la “missione di pace” operava ormai in una zona di guerra aperta e occorreva prepararsi al peggio?

  Secondo i piani del Pentagono, le truppe anglo-americane dovevano arrivare facilmente a Baghdad. E in effetti così fu. Il meccanismo bellico statunitense esaltato dall’aureola di vittoria del post-Guerra Fredda funzionò come previsto. In tre settimane la capitale venne raggiunta. Poco più di un mese dopo George Bush dichiarò trionfante quell’ormai patetico “mission accomplished”, che sarà per sempre la metafora ironica della sua epocale illusione scivolata nel sangue. Gli americani pensavano di poter smobilitare già entro settembre-novembre 2003, se ne andarono con la coda tra le gambe nel dicembre 2011. Nella fase guerreggiata dell’invasione avevano perso neppure un centinaio di uomini, la maggioranza per errori da “fuoco amico”. In termini militari praticamente nulla, una campagna facile. Avevano mobilitato circa 150.000 soldati, una frazione degli oltre 750.000 che componevano la coalizione internazionale impegnata a scacciare le truppe di Saddam dal Kuwait nel 1991. Ma alla fine i loro morti saranno oltre 4.500, i feriti quasi 50.000, a cui si aggiungono ancora oggi il numero crescente di suicidi tra i veterani, i casi di ricoverati per stress post-traumatico. Tra gli iracheni fu un’ecatombe di civili. Quanti? Almeno 150.000, come riportano le statistiche minimaliste? Oppure ben oltre 250.000, secondo quanto denunciato dai conteggi delle organizzazioni umanitarie internazionali? Uno dei problemi più gravi per tracciare un bilancio accurato è che nei picchi di violenza in cui scivolò il Paese intero tra il 2005 e il 2008 (vi furono mesi in cui il numero dei cadaveri segnalati superò quota 3.000) molte vittime rimasero sconosciute in zone remote, sepolte in fosse comuni, lasciate a decomporsi ignote nei canali minori del Tigri e dell’Eufrate, lungo i canneti che portano allo Shatt el Arab, oppure dimenticate nel deserto, che tutto secca, nasconde e copre sotto le dune.

 L’intera campagna era stata concepita dai neo-conservatori a Washington, che esaltavano “l’effetto domino” della democrazia esportata. “Abbatti la dittatura, porti le elezioni e dall’Iraq si irradierà il movimento per cambiare l’intero Medio Oriente. Muore Saddam e finisce Al Qaeda”, annunciavano per bilanciare le frustrazioni ancora vive dell’11 settembre 2001. Rivelatasi presto fallace, pretestuosa, l’argomentazione delle armi di distruzione di massa, come del resto anche il sospetto circa i possibili rapporti tra Saddam e Osama Bin Laden, rimaneva però in piedi l’argomentazione della necessità di eliminare un dittatore sanguinario, pericoloso, minaccioso per il proprio popolo e per la regione intera. Stavano a testimoniarlo gli sciiti massacrati nel sud, le decine di migliaia di curdi uccisi nel nord, i bombardamenti chimici su Halabja, la repressione decennale contro ogni tipo di opposizione politica interna. Eliminarlo poteva essere un bene dopo tutto. Ma finì nella gigantesca guerra civile tra sciiti e sunniti, nella divisione de facto dell’Iraq in tre parti, negli attentati senza tregua, nell’anarchia, nell’esodo dei cristiani, nel rafforzamento dell’autonomia curda, nella destabilizzazione regionale e nell’intrusione attiva di Arabia Saudita, Iran, Turchia. Non è sbagliato osservare che persino l’attuale guerra civile in Siria ha radici risalenti ai fatti del 2003, tanto che oggi i sunniti siriani hanno relazioni profonde con i cugini iracheni delle province di Al-Anbar sino a Ramadi, Falluja e i quartieri occidentali di Baghdad. Nelle ultime settimane viaggiando per tutto il Paese da sud a nord abbiamo trovato giudizi disparati sulla legittimità dell’invasione. Per la grande parte dei sunniti fu una catastrofe. Gli sciiti, che ne hanno beneficiato, sono in genere soddisfatti. E così anche i curdi, che già prosperavano sotto l’ombrello Usa dopo la guerra del 1991. Per contro, è molto più unanime la condanna alle modalità dell’invasione americana e soprattutto la politica che ne seguì. “Dall’aprile 2003 la presenza Usa è andata di male in peggio. Doveva essere la liberazione contro il tiranno, ma si è trasformata in un’occupazione cieca e deleteria”, è il giudizio più diffuso da Bassora a Mosul.

8 aprile 2013

L'Iraq aspetta Papa Francesco a Ur dei Caldei: un pellegrinaggio nella patria di Abramo

Franca Giansoldati

L’Iraq prega Papa Francesco di compiere “al più presto” un pellegrinaggio a Ur dei Caldei, un piccolo centro situato nel Sud, venerato tanto dai cristiani, che dagli ebrei e dai musulmani perché proprio lì nacque Abramo profeta delle tre religioni monoteiste. “A dieci anni dal conflitto, per noi iracheni, ma soprattutto per i cristiani di tutta l’area mediorientale, sarebbe un segno di speranza accogliere il nuovo Papa. Noi lo abbiamo invitato, ora attendiamo fiduciosi una sua risposta” dice l’ambasciatore Habeb Al Sadr. Un analogo invito il governo di Bagdad era stato rivolto al ministro degli esteri del Vaticano, monsignor Mamberti circa otto mesi fa “ma quel ministro – ha aggiunto l’ambasciatore - non è come il nostro ministro degli Esteri che è sempre in viaggio”. Sicchè ora la speranza della comunità irachena è di accogliere a Baghdad Bergoglio, che come si sa è assai sensibile alla situazione delle minoranze cristiane.
“Secondo me la Santa Sede dovrebbe essere più attiva e dinamica sotto il profilo diplomatico, questa è la mia speranza. E la sua politica estera dovrebbe essere più chiara verso le grandi crisi del mondo e anche verso lo sforzo che sta facendo l’Iraq per la stabilità. In genere il Vaticano si limita a tracciare un quadro generale ma senza mai entrare nel dettaglio e definire la propria posizione”. La convinzione del governo iracheno è che il Vaticano debba tornare a svolgere un ruolo super parte per far dialogare i Paesi mediorientali, un po’ come accadde nel 2003, alla vigilia della guerra, quando Papa Wojtyla decise di tentare un ultimo passaggio per scongiurare il conflitto.
Roma ben presto divenne il crocevia di una rete diplomatica che toccò le cancellerie dei principali Paesi, dagli Usa alla Gran Bretagna, dalla Francia alla Spagna. “Il pellegrinaggio di Papa Francesco in Iraq sarebbe un segnale inequivocabile per tutti i cristiani, e potrebbe invertire anche la tendenza all’emigrazione. Ci sono persone che vendono i terreni pronti a partire ma oggi il nostro Iraq è totalmente diverso da quello di Saddam; siamo ripartiti, anche economicamente e guardiamo ad un futuro diverso”. A dieci anni dal conflitto restano sul terreno 112 mila vittime civili e un tessuto sociale che gli iracheni stanno tentando con fatica di riannodare.
Ur dei Caldei è un luogo assai venerato. Già nel 2000 doveva essere meta di un viaggio papale. Durante il Giubileo Papa Wojtyla anche se già molto malato fece di tutto per partire ma Saddam Hussein, all’ultimo minuto, glielo impedì, mettendo bastoni tra le ruote al progetto di viaggio. Wojtyla dovette rinunciare e ripiegare con una celebrazione nell’aula Paolo VI, rammaricandosi per non avere potuto compiere quell’atto di fede. Una recente scoperta archeologica fatta da una equipe britannica, ha rafforzato l’idea che l’area attorno a Ur ospitasse effettivamente una cittadina molto popolosa almeno 5 mila anni fa. “Se il Papa venisse a Ur dove è nato Abramo, padre di profeti, potrebbe lanciare nuovi pellegrinaggi cristiani e dare nuovi orizzonti ai cattolici iracheni”.
Attualmente Ur non è meta di pellegrinaggi di massa anche se il sito è stato reso accessibile. Durante il regime di Saddam venne costruita lì vicino una base militare, di conseguenza l’area venne vietata e molto raramente venivano portati pellegrinaggi (scortati da soldati). 

29 marzo 2013


Buona Pasqua!

Happy Easter!  

By Baghdadhope*

27 marzo 2013

I leader cristiani di Baghdad propongono al governo un piano di riconciliazione nazionale

By Baghdadhope*



L’incontro avvenuto ieri tra il patriarca caldeo, Mar Raphael I Sako, ed i capi delle altre confessioni cristiane di Baghdad, e che ha avuto come punto centrale in discussione l’elaborazione di un piano pastorale comune, ha avuto oggi un risvolto politico con l’incontro degli stessi prelati con il primo ministro iracheno Nouri Al Maliki ed altre personalità del governo tra le quali il ministro dell’ambiente, il cristiano Sargon Lazar.
Guidati da Mar Sako i prelati hanno presentato al governo un piano di riconciliazione nazionale per il quale il premier Al Maliki ha espresso gratitudine. 
Per l’occasione il patriarca caldeo, dopo aver ringraziato il premier per la sua partecipazione alla cerimonia della propria intronizzazione lo scorso 6 marzo, ha ricordato come “Cristo dice nel Vangelo: il più grande tra voi sia il vostro servitore. Lei – rivolgendosi appunto ad Al Maliki – è il più grande tra noi in quanto a responsabilità ed è quindi suo dovere prendere l’iniziativa per la riconciliazione come farebbe un padre, per il bene dell’Iraq e degli iracheni.”
Baghdadhope pubblica il piano di riconciliazione proposto da Mar Louis Raphael I Sako e dagli altri capi cristiani di Baghdad, presentato al primo ministro iracheno, Nouri al Maliki, e che è stato inoltrato anche al Presidente della Repubblica Irachena, a quello della regione autonoma del Kurdistan ed al presidente del Parlamento centrale, Osama Al Nujaifi, che domani incontrerà il patriarca Sako ed i capi cristiani.

Si tratta di un’iniziativa per il dialogo e la riconciliazione nazionale con l’aiuto dei quali superare l’attuale situazione politica, riavvicinare i suoi rappresentanti a quelli del governo e ricostruire la fiducia reciproca. Passi coraggiosi da fare per il bene del paese e del popolo che ancora soffre,  teme per il proprio futuro e merita di essere amato dai suoi governanti e di raggiungere finalmente la pace e la stabilità.
Ciò che chiediamo è che ognuno si assuma le proprie responsabilità e ciò che proponiamo è riassunto in 4 punti:
1.  Non permettere interventi stranieri in materia di politica interna e occuparsi della edificazione della casa irachena attraverso l’attiva partecipazione di tutte le componenti del mondo politico. 
2. Impegnarsi a risolvere i contrasti attraverso lo strumento del dialogo evitando di usare i media per istigare, provocare e minacciare, specialmente in considerazione delle imminenti elezioni che decideranno delle sorti del paese.
3. Riaprire i dossier che riguardano i detenuti nel territori di competenza del governo centrale ed in quello del Kurdistan rilasciando gli innocenti e premettendo loro di riunirsi alle proprie famiglie.
4. Istituire una commissione per il dialogo che ne segua le tappe e la messa in pratica.

Il testo si conclude con una nota di ottimismo: che tutti gli iracheni possano concordare su una frase sola: lunga vita all’Iraq!

Incontro tra i rappresentanti delle Chiese sulla condizione e i problemi attuali delle comunità cristiane

By Fides

Ieri martedì 26 marzo i capi e i rappresentanti delle Chiese e delle comunità cristiane presenti in Iraq si sono riuniti presso la sede del Patriarcato caldeo a Baghdad per confrontarsi sulla condizione presente dei battezzati che vivono nella nazione mediorientale e per affrontare in maniera condivisa le emergenze e le difficoltà che affaticano la presenza dei cristiani in quel Paese nell'attuale momento storico. L'incontro, convocato dal Patriarca di Babilonia dei Caldei Louis Raphaël I Sako, ha visto la partecipazione di rappresentanti autorevoli delle Chiese greco-ortodossa, armena apostolica, assira d'Oriente, siro-ortodossa, copta ortodossa e siro-cattolica. Alla riunione era presente anche George Chamoun, presidente della comunità avventista in Iraq.
L'ecumenismo e il dialogo fraterno di comunione con tutti i cristiani rappresenta una priorità per l'attuale Patriarca caldeo.
“Adesso”
aveva dichiarato S. B. Sako all'Agenzia Fides dopo la sua elezione “purtroppo si sente qualcuno che dice: sono più armeno che cristiano, più assiro che cristiano, più caldeo che cristiano. E persiste qua e là una mentalità tribale, per cui ogni villaggio punta a avere il 'suo' Vescovo o il 'suo' Patriarca. In questo modo si spegne il cristianesimo. Noi, come Vescovi, dobbiamo essere vigilanti contro queste forme malate di vivere la propria identità”.

26 marzo 2013

Kurdistan, mons. Warda: Europa non dimentichi i cristiani del Medio Oriente


A dieci anni dalla caduta del regime di Saddam Hussein, il Kurdistan, nel nord iracheno, vive una situazione di relativa calma, lontana dalla violenza che agita ancora Baghdad e le altre città. E’ a Erbil, capitale ma anche provincia del Kurdistan, che si trova la comunità cristiana più grande dell’intero Paese, in tutto 6.000 famiglie. Nelle altre due province, quella di Sulaimaniya e quella di Dohuk, in totale se ne trovano circa 4.500. La maggior parte di loro si è insediata in Kurdistan negli ultimi anni, in fuga dal conflitto tutt’ora in corso in Iraq. Nonostante si viva con maggiore sicurezza, però, anche i cristiani del Kurdistan lasciano le loro case.
Lo conferma l’arcivescovo caldeo di Erbil, mons. Bashar Warda, intervistato da Francesca Sabatinelli:

Il problema in Iraq dipende dall’instabilità politica, che pregiudica la vita quotidiana non solo dei cristiani, ma di tutti gli iracheni. Le persone soffrono per tutto questo, ovviamente, in quanto minoranza gli effetti negativi sono più visibili sui cristiani. Non c’è la percezione della sicurezza, questo è ciò che vive ogni cristiano, la maggior parte delle famiglie sono dovute emigrare tre volte negli ultimi 40 anni. Certo, la situazione in Kurdistan è migliore, non c’è paragone con il resto dell’Iraq. Qui, si vive con la sensazione di essere in sicurezza, in una comunità come Ankawa (quartiere cristiano di Erbil - N.d.R.), che è a maggioranza cristiana, con cinquemila famiglie ci si sente a proprio agio. Si può viaggiare, si può andare nel resto del Kurdistan ogni volta che si vuole. In ogni caso, però, questo grande conflitto politico contamina tutti gli iracheni. E se parliamo dei cristiani, in quanto minoranza vengono colpiti più degli altri.
Qui, in Kurdistan, come vivono i cristiani? C’è discriminazione ad esempio sotto il profilo lavorativo?
Non voglio parlare di discriminazione contro i cristiani. La mancanza di lavoro dipende anche dal fatto che, arrivati qui perché fuggiti dall’Iraq, non parlano il curdo, ecco perché noi come Chiesa abbiamo cercato di sostenerli aprendo corsi di lingua curda. La situazione è diversa per coloro che sono più qualificati, che hanno una laurea: il governo regionale del Kurdistan cerca di incentivarli, di non farli partire.
Sappiamo che molti cristiani iracheni sono arrivati in Kurdistan negli ultimi anni, in molti però ora lo stanno lasciando, proprio a causa delle difficoltà di cui parla lei…
Il Kurdistan è nel cuore del Medio Oriente e sappiamo che si tratta di una zona instabile. Confiniamo con la Siria, con tutta la sua violenza. I cristiani avvertono che l’area non è in sicurezza, non c’è futuro, emigrano dalla Siria, dalla Turchia, dall’Iraq, dalla Giordania. La Chiesa più di una volta ha denunciato la drammatica emigrazione dei cristiani dal Medio Oriente, più di una volta ne ha parlato come di una grande sfida. Certo, dall’Iraq emigrano più cristiani che altrove. Chi lascia il Kurdistan non è perché vive male, ma per questo senso di instabilità che attraversa tutta la regione. Anche perché sappiamo che qualsiasi cosa accadrà in Siria riguarderà tutti, non è un segreto. I cristiani me lo ripetono: siamo stanchi, ne abbiamo abbastanza di tutti questi cambiamenti. Per loro, questi cambiamenti sono forzati, li subiscono, non sono una scelta.
Quanto è difficile per lei, arcivescovo di Erbil, svolgere il suo ministero qui?
Ho vissuto a Baghdad, sono nato lì, ho visto la violenza, i miei parrocchiani erano tremila famiglie, dopo il 2005 è iniziato l’esodo. Alla fine del 2006, erano scesi a mille famiglie, oggi sono ancora di meno. E’ difficile assistere a tutto questo, assistere alle Messe senza fedeli, al catechismo senza ragazzi, alla chiusura delle Chiese alle sei del pomeriggio, all’eliminazione di qualsiasi attività pastorale... In un certo modo, vedi la tua Chiesa morire e non ti resta che accettare la realtà e restare al tuo posto. Nel 2010, sono stato nominato vescovo di Erbil. A Baghdad e a Mossul chiudevano le chiese, io qui dovevo aprirne delle nuove. Fino ad oggi, non siamo riusciti a costruirne neanche una per mancanza di soldi, su di noi pesa persino la crisi economica in Europa. Speriamo per il prossimo anno se ne possa finire almeno una, per 1.200 famiglie che oggi non hanno una parrocchia. A volte mi dico: trent’anni fa a Baghdad sono state costruite chiese che oggi sono quasi vuote e mi chiedo cosa ne sarà tra trent’anni di un complesso costruito qui e per il quale magari sono stati spesi tre milioni di dollari. Dobbiamo ripetere la stessa esperienza di Baghdad e Mossul? Guardare svuotarsi le nostre chiese? E’ anche vero che quest’anno il governo regionale del Kurdistan ha accettato di finanziare la costruzione di una chiesa a Ankawa, in un distretto dove vivono mille famiglie cristiane. Per luglio, forse, inizieranno i lavori. Quindi, posso dire che se da una parte il nostro paese presenta un’immagine triste, dall’altra ci sono anche buone notizie.

E quanto è difficile la convivenza con la maggioranza musulmana?
Devo dire che non è difficile, in Iraq come qui in Kurdistan, c’è un rapporto quotidiano, abbiamo vissuto insieme per secoli. Naturalmente, in questa situazione di caos e di precarietà, successiva al 2003, ci sono gruppi che hanno attaccato i cristiani: per ragioni politiche, economiche e sociali. Certo, non possiamo ignorare che c’è chi ha perseguitato i cristiani in quanto tali. Per quanto mi riguarda con la comunità islamica di qui ho ottimi rapporti, partecipo in moschea ai loro eventi, e stessa cosa fanno loro, per Natale, per Pasqua. L’Iraq è una maggioranza di minoranze. Ci sono le tribù, le ideologie, i partiti, qualsiasi governo al potere deve avere come obiettivo il mantenimento del dialogo tra le differenti comunità. Qui, in Kurdistan, hanno una strategia in questo senso, incoraggiano il dialogo e la tolleranza, sia a parole che con i fatti. Da parte mia, io sollecito i Paesi europei e le istituzioni europee a tenere alta l’attenzione sui cristiani del Medio Oriente: c’è bisogno della diversità in questa area, e non perché noi cristiani siamo storicamente qui, ma perché un Medio Oriente fatto di una o due comunità sarebbe un disastro. Io incoraggio l’Europa a impegnarsi fortemente per il Medio Oriente, non soltanto a parole durante circostanze ufficiali. Il Medio Oriente deve entrare nella loro agenda. Ci sono comunità che sono andate via, che stanno diminuendo sempre più, sarebbe troppo duro accettare una totale evacuazione dal Medio Oriente.

23 marzo 2013

Aspettiamo il Papa in Iraq

By SIR

La commozione del Pontefice per le persecuzioni: 950 martiri e 57 chiese attaccate. Louis Raphaël I Sako, Patriarca di Babilonia dei Caldei (Baghdad): ''I cristiani iracheni hanno bisogno della sua presenza per essere confermati nella fede e nella speranza''
“L’udienza è durata venti minuti. In questo tempo ho potuto constatare come Papa Francesco sia veramente un padre gentile, vicino alla gente, un pastore ricco di bontà. Venti minuti, volati in un attimo”.
Così Louis Raphaël I Sako, Patriarca di Babilonia dei Caldei (Baghdad), racconta al Sir l’udienza del 21 marzo con Papa Francesco. Un colloquio “cordiale” nel quale il patriarca di Baghdad ha descritto al Pontefice la situazione irachena, quella dei cristiani locali ed espresso la necessità di raggiungere quanto prima “sicurezza e stabilità”. Dopo dieci anni dalla seconda guerra nel Golfo, scoppiata il 20 marzo del 2003, infatti, il Paese non ha ancora ritrovato del tutto la strada della completa rinascita e ricostruzione.
Al termine dell’udienza, Daniele Rocchi, per il Sir, ha posto alcune domande al patriarca Louis Raphaël I Sako.

Patriarca, cosa ha detto a Papa Francesco?
“Gli ho parlato della Chiesa perseguitata in Iraq, dei suoi 950 martiri e delle sue 57 chiese attaccate. E mentre parlavo gli ho visto le lacrime scendere sul suo volto e sentito la sua voce che ripeteva ‘perché, perché?’. Abbiamo parlato dell’importanza del dialogo islamo-cristiano, specialmente per noi che viviamo in Paesi a maggioranza musulmana. Il Papa mi ha detto che il dialogo è difficile ma possibile. Al termine dell’udienza l’ho invitato in Iraq…”.
Invito fatto al Papa anche dal ministro dell’Ambiente iracheno, il cristiano Sargon Lazar, che ha partecipato alla celebrazione di inizio pontificato…
“Mi ha risposto che verrà volentieri. Noi lo aspettiamo. L’Iraq ha bisogno di lui, i cristiani iracheni hanno bisogno della sua presenza per essere confermati nella fede e nella speranza. Ho detto al Papa: ‘Lei dona senso e speranza alle nostre vite nonostante le difficoltà. Preghi per l’Iraq’”.
Dopo essere stato ricevuto in udienza e dopo averlo seguito in questi primi giorni di pontificato che idea si è fatto di Papa Francesco?
“Di un uomo ricco di cuore e di grandi motivazioni. Francesco è un padre che porta il Vangelo alla gente di oggi. Quello che sto vedendo in questi primi giorni è una continua catechesi fatta di gesti e parole semplici, come usava fare Gesù che parlava diretto al cuore degli uomini con termini come servizio, tenerezza, misericordia, accoglienza, aiuto, perdono. Questa è l’essenza del Vangelo. Il Pontefice sente la preoccupazione di portare il Vangelo alla gente di oggi e di come parlare di pace e di amore”.
Sono molti coloro che da questo pontificato si aspettano un rinnovamento della Chiesa, è d’accordo?
“Certamente. Il suo esempio e la sua guida mi aiuteranno anche nel tentativo di rinnovare la Chiesa caldea. Sarà necessario molto impegno. Il messaggio della Chiesa deve essere incarnato nei tempi presenti”.
Tempi presenti ancora carichi di ombre per l’Iraq. Sono passati dieci anni dallo scoppio della Seconda guerra del Golfo, 20 marzo 2003. Cosa è cambiato nel suo Paese?
“Oggi abbiamo tanta libertà, ma mancano ancora la sicurezza, sebbene sia migliorata, e la stabilità. Ciò che serve al nostro Paese è la riconciliazione fra i politici, un passo essenziale per garantire stabilità. Altrimenti il rischio divisione è dietro l’angolo”.
Come favorire questo passo fondamentale per le sorti irachene?
“Ho detto al Santo Padre della mia intenzione di favorire questa riconciliazione fra gruppi politici, fra Governo e Opposizione, fra Governo centrale e quello curdo. Urge un dialogo sincero e coraggioso. Erano tutti presenti a Roma alla cerimonia di intronizzazione del Papa. Il primo Ministro, Nuri al-Maliki, ha ripetuto quello che io stesso avevo detto in precedenza nel mio insediamento, ovvero dell’urgenza della riconciliazione. Andrò a trovare il premier per parlare di questa necessità. Se ci saranno iniziative volte al bene comune il popolo avrà più rispetto per la politica”.
Quale eredità lascia questa guerra al suo Paese? Forse la democrazia?
“Una guerra non è mai positiva. Mai. La guerra distrugge e uccide. La democrazia non si può imporre con le armi ma con l’educazione e la formazione del popolo. Ma ci vuole tempo così come richiede tempo fare riforme e cambiamenti. In Iraq abbiamo avuto una brutta esperienza ed ora la stessa cosa sta accadendo in Siria e in Egitto. Questi Paesi devono imparare dalla esperienza irachena. Le riforme non si fanno con le armi, ma con il dialogo”.
Che Pasqua sarà, quella prossima, per l’Iraq?

“Pasqua è la festa della speranza, della vittoria sulla morte. Pasqua vuol dire anche passaggio: io spero che sia la festa del passaggio a una vita migliore per l’Iraq, senza i problemi che oggi l’attanagliano. La mia preghiera è che sia per noi cristiani un motivo forte per riscoprire la nostra identità. Cristiano significa essere testimone di gioia e di speranza, di fiducia e di servizio. Da questo punto di vista auspico un maggiore coinvolgimento dei nostri fedeli nella vita pubblica. Devono restare in Iraq e contribuire al suo sviluppo”.

Mons. Sako: ho invitato il Papa in Iraq, abbiamo bisogno della sua forza spirituale


Un invito a venire in Iraq e la certezza di una piena partecipazione alla difficile situazione dei cristiani che vivono in quel Paese. È ciò che il nuovo Patriarca di Babilonia dei Caldei, mons. Louis Sako, ha riportato dell’udienza avuta due giorni fa con Papa Francesco in Vaticano.
Al microfono di Helen Destombes, il presule descrive l’incontro col Pontefice e le aspettative legate al suo ministero :

Ho sentito la sua bontà, una bontà molto grande, e uno spirito che si impone, che si riflette, senza bisogno di parlare. Io sono andato per chiedergli soltanto se nel suo discorso avrebbe menzionato i musulmani, perché questo ci aiuta a vivere insieme, a cambiare le cose come pastori, che vivono le stesse preoccupazioni, le stesse aspirazioni. Già il suo nome mi diceva molto e allora gli ho detto che San Francesco è venuto in Medio Oriente e ha incontrato i musulmani. Quindi ho aggiunto: “Io la invito a fare la stessa cosa. Noi abbiamo bisogno di lei, della sua vicinanza, del suo incoraggiamento per rimanere lì a testimoniare i valori evangelici”. E lui ha detto: “Certo, certo, verrò”. Poi, mi ha rivolto delle domande sulla situazione dei cristiani in Medio Oriente, anche in Iraq.

Ascoltandola si ha la sensazione che ci sia stato uno scambio di estrema fraternità, di estrema vicinanza…
Sì. Ci sono delle similitudini. E’ stato chiamato dall’Argentina e subito ho pensato: “Ha un’esperienza con i poveri; il nostro è un Paese ricco, ma è stato sfruttato come l’America Latina. La guerra ha lasciato molti poveri, orfani, vedove…”. Quindi, gli ho detto che abbiamo avuto molti martiri. E lui ha espresso tutto il suo dolore. Io gli ho detto: “Noi siamo perseguitati, ma siamo molto forti. Dentro di noi abbiamo la pace e la gioia”. E lui: “Questa è la fede”. Gli ho anche espresso che essere Papa non è soltanto avere una carica, ma credo che sia anzitutto una vocazione, una chiamata del Signore. Mi ha detto: “Sono pienamente d’accordo”. Alla fine mi ha detto di pregare per lui e io di rimando: “Anche io ho bisogno della sua preghiera. Noi pregheremo tutti per lei, affinché resti sempre com’è: un uomo che porta la luce di Dio, la parola del Vangelo, un uomo profetico. Noi abbiamo bisogno di un uomo che sia profeta per il nostro tempo, per la gente, che dia un senso alla vita e soprattutto tanta speranza.

Un uomo che viene dall’America del Sud, un argentino, per evangelizzare in particolare l’Europa
Non so se sia solo l’Europa. Credo anzitutto per evangelizzare la Chiesa cattolica: quando la Chiesa cattolica è evangelizzata, può allora aiutare gli altri a rivedere il senso della loro vita e riscoprire la propria identità: chi sono? Cosa cerco? Questo è molto importante e Papa Francesco in questo ci può aiutare. E’ necessario rivedere con molta sincerità la nostra vita, entrare in noi stessi in profondità e vedere cosa facciamo, chi siamo: perché siamo qui come preti, come vescovi, come patriarchi o cardinali? Che cosa Dio si aspetta da noi e cosa la gente si aspetta da noi? Questo per ritrovare, per riscoprire la nostra missione che è molto dinamica e molto esigente.

22 marzo 2013

Guerra in Siria. Caritas a sostegno dei civili, mons. Audo: la pace è possibile


La guerra in Siria rischia di contagiare il vicino Libano: in scontri tra opposte fazioni nella città di Tripoli del Libano sono morte oggi almeno 5 persone. Ieri, in Siria, un attentato kamikaze ha colpito la moschea di Iman, nel distretto di Mezzeh, al centro di Damasco, causando almeno 15 vittime, tra cui un importante capo religioso legato al regime. Intanto, un'inchiesta sul presunto utilizzo di armi chimiche in Siria, dopo le accuse rivolte martedì scorso dal regime ai ribelli per il lancio di un razzo armato con sostanze chimiche vicino ad Aleppo, è stata annunciata dal segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, che ha chiesto ''un accesso al Paese senza restrizioni'' per poter condurre le indagini.
E per chiedere a Dio la pace in Siria, si è tenuta ieri sera, nella Basilica di Santa Maria in Trastevere a Roma, una veglia di preghiera. A promuoverla è la Caritas Internationalis che in Siria coordina gli aiuti alla popolazione in collaborazione con le Caritas nazionali.
Il collega Jean Pierre Yammine ha sentito in proposito mons. Antoine Audo, vescovo caldeo di Aleppo e presidente di Caritas Siria, presente all'evento:
 
Io sono stato invitato dalla Caritas Internationalis per vedere, insieme ai nostri collaboratori nel mondo, come poter organizzare gli aiuti in Siria. Come sa, le Caritas di Europa, degli Stati Unti e del Canada sono molto interessati al nostro lavoro e ci aiutano in diversi programmi in Siria, che Caritas divide in sei regioni. In ogni regione abbiamo un centro Caritas che è organizzato per portare aiuti ai differenti gruppi.
Materialmente che tipo di aiuti riuscite ad offrire?

In questa crisi la gente non lavora. Posso dire che i siriani sono ormai divenuti tutti poveri: questa è la verità! E’ necessario quindi, prima di tutto, organizzare gli aiuti alimentari per le famiglie in ogni regione. Questo rappresenta la prima emergenza. Poi c'è tutto l’aspetto medico-sanitario: quindi l’aiuto medico per i bambini, per i malati, per le donne e per le persone anziane. Anche qui, in ogni regione, ci sono programmi di aiuto. Abbiamo poi fatto il programma per l’inverno, per aiutare la gente a sopportare il freddo. Ci sono programmi per i bambini nelle scuole. Cerchiamo poi di aiutare a cercare una casa per coloro che sono profughi in Siria.

Se vogliamo chiudere con una parola di speranza, cosa può dirmi?

La speranza, prima di tutto, è quella di andare avanti perché la pace è possibile. Dobbiamo fare tutto quello che possiamo, ma anche pregare e chiedere ai potenti di scegliere la pace al posto della violenza e degli interessi politici e economici.

Syrian bishop says war saddens him, but he does not despair

by Cindy Wooden

Ministering in a time of war in his hometown, the Chaldean Catholic bishop of Aleppo, Syria, said: "Deep down, I'm not frightened, I'm not scared. I'm sad.
"Syria was, is and will be a beautiful country," he said. "Please help us."
Chaldean Catholic Bishop Antoine Audo said that, just two years ago, Syria was considered a land of plenty, a welcoming Middle Eastern country that offered shelter to refugees fleeing conflicts in neighboring countries, particularly Iraq.
"Syrians are now poor," he said at a meeting March 21 after celebrating a Mass for peace in Syria at Rome's Basilica of Santa Maria in Trastevere. The Mass and a reception afterward were part of a meeting of Catholic charities funding aid projects in Syria through Caritas Internationalis, the umbrella group for national Catholic charities.
Bishop Audo, president of Caritas Syria, thanked the Catholic aid agencies -- including the U.S. bishops' Catholic Relief Services and the Canadian Catholic Organization for Development and Peace -- for their "prayers, generosity and constant efforts to put an end to this fratricidal war."
According to the United Nations, more than 70,000 people -- mostly civilians -- have been killed and more than 3 million Syrians have been displaced inside the country since the uprising against President Bashar Assad began in March 2011. In addition, some 1.1 million people have taken refuge in Lebanon, Jordan and Turkey.
In his homily, Bishop Audo said Syrian Christians want to be "instruments of forgiveness and reconciliation" in their country. They are "respected and loved because they have not taken sides, they do not seek power, they don't have vengeance in their hearts."
"Gazing on the disfigured face of the crucified Christ"
on the faces of the aged, the children and the many young people who have been killed, he said, Christians have placed themselves at the service of all, without regard for religious belonging.
Speaking at the reception afterward, Bishop Audo repeatedly referred to the war as a "confessional conflict" between the minority Alawite Shiites and the country's Sunni Muslim majority.
He insisted Christians have not been targeted as Christians, except in some kidnapping cases, because Christians are thought to have more money.
Bishop Audo said many of his fellow Syrians are saying the fighting will go on and on, "but I harbor trust in Syria."
"I await a future for Syria with greater democracy and the rediscovery of the art of living together peacefully" with people of other ethnic and religious backgrounds, he said.
In the meantime, Syrians, "who are all in the same boat, so to speak," are helping each other.
Bishop Audo told the story of five priests who are working with about 100 Muslim families from the outskirts of Aleppo who have taken refuge in two public schools near his house.
The priests, he said, knew they could have been accused of trying to proselytize Muslims or of siding with the anti-Assad militias, because the families come from a strongly pro-militia neighborhood.
"Doing anything or everything in this situation requires true balance, because everything can be read as religiously or politically motivated," he said.
Still, Bishop Audo said, with support and counsel from the Maronite Archbishop Youssef Abi-Aad of Aleppo, a Lebanese who had experienced war in his home country, assistance to the families at the schools has continued. He said the two bishops now fondly refer to the schools as "our Muslim parishes."

21 marzo 2013

Il Patriarca caldeo Sako, a 10 anni da "Iraqi Freedom": la guerra fu un "male"


E’ stata rivendicata da Al Qaida l’ondata di attacchi anti-sciiti che nelle ultime 48 ore hanno insanguinato l’Iraq, con un bilancio di circa 60 morti e oltre 200 feriti. Nel Paese la violenza, seppur diminuita rispetto agli anni passati, continua a mietere vittime, a dieci anni dall’intervento degli americani per rovesciare il regime di Saddam Hussein. Proprio ieri infatti si è ricordato l’avvio delle operazioni militari a guida statunitense, ma nel Paese non si è svolta nessuna celebrazione, a causa delle stragi. Intanto negli Stati Uniti, i sondaggi dimostrano che per oltre la metà degli statunitensi quella guerra fu “un’idiozia”, non fu una “guerra moralmente giustificata” e in molti pensano di essere stati ingannati dall’ex presidente del tempo, George W. Bush.
Cos’è l’Iraq di oggi?
Francesca Sabatinelli lo ha chiesto a Mons. Louis Sako è il neo Patriarca di Babilonia dei Caldei, arrivato a Baghdad da Kirkuk dove era arcivescovo:
 C’è libertà ma non c’è sicurezza, dunque manca l’essenziale. Ci vuole tempo.
 Però, in attesa ci sono tante persone che continuano a morire. Come si fa a fermare questa violenza?
Io penso che abbiamo bisogno di un dialogo coraggioso, sincero, fra gruppi politici. Nel governo ci deve essere armonia e buona intesa.
Quindi, se lei dovesse pensare all’eredità lasciata dall’intervento degli americani di dieci anni fa, lei che cosa potrebbe dire? Doveva accadere?
No, no. La guerra è sempre male e noi abbiamo un’esperienza molto brutta con le guerre: sempre ci sono state guerre in Iraq. Non sono venuti per realizzare la democrazia, per imporre la democrazia, perché è un qualcosa che non può essere imposta dall’alto, con un decreto. Bisogna formare la gente! Non sono venuti per salvare gli iracheni dalla dittatura. Come sta accadendo anche adesso nella primavera araba: loro predicano la democrazia, ma vendono armi o danno armi a tutti, anche l’America. Hanno cambiato l’Egitto e ora è la volta della Siria, dove c’è una guerra quasi civile. Le riforme non si fanno con le armi, ma con il dialogo. Se volevano cambiare le cose in Iraq, potevano farlo in altro modo, senza la guerra.
Lei di che cosa ha paura? Che cosa teme in questo momento per il suo Paese?
Ho paura di due cose: anzitutto che il Paese venga diviso, ma ho anche paura che non ci sia libertà, non ci sia sicurezza. La gente ha perso la fiducia nel futuro e nei responsabili. Se questo continuerà, i cristiani andranno via. La comunità internazionale ha una responsabilità molto grande nei confronti di tutti questi Paesi: prima c’è bisogno di capirne la mentalità, la cultura e anche la religione, e soprattutto cosa pensa la gente.
E’ vicina la Pasqua e quest’anno lei la trascorrerà a Baghdad: in che modo?
Sarò a Baghdad e per me sarà una nuova esperienza. La gente a Baghdad ha più paura rispetto ai fedeli che vivono in Kirkuk o anche in Kurdistan. Sarò molto vicino a loro. Presenterò anche una iniziativa per la riconciliazione nel governo iracheno: bisogna che il governo sia riconciliato, che vi sia armonia. Questo avrà un impatto sulla gente, perché quando la gente ha fiducia in loro, quando loro servono la causa della gente, quindi della pace e della sicurezza, tutti possiamo guadagnarci. Dunque, incoraggerò i cristiani a rimanere e anche a contribuire allo sviluppo del Paese, partecipando alla vita politica, entrando nei partiti politici. Adesso l’ambiente è più adatto e aiuta di più.

L’Iraq è un Paese economicamente in gravi difficoltà, nonostante l’impennata del prezzo del petrolio e nonostante abbia scalzato l’Iran al numero due della classifica dell’Opec, l’Organizzazione dei Paesi produttori di Petrolio. Il tasso di disoccupazione è molto alto, soprattutto nel sud del Paese, i redditi delle famiglie sono depressi. La corruzione dilaga al pari della violenza e delle violazioni dei diritti umani.
Il parere di mons. Shlemon Warduni, vescovo ausiliare di Baghdad:
Noi non vogliamo ricordare, noi aspettavamo altre cose. Il popolo iracheno aspettava la liberazione vera dalla dittatura. Invece, abbiamo sperimentato tante altre cose e non buone. L’amarezza delle autobombe, ieri, erano più di dieci. L’amarezza dei kamikaze, l’amarezza nel vedere le mine disseminate in terra, che ammazzano innocenti. Noi volevamo avere la libertà, ma a questa libertà non si è stati educati, è stata imposta, ma è impossibile obbligare chiunque ad essere libero. Prima è necessario educarlo. Noi abbiamo pregato tanto e preghiamo ancora per avere la vera libertà, la vera democrazia. Perciò, vogliamo chiedere a tutto il mondo di non vendere le armi a nessuno, le armi producono orfani e vedove. Quindi noi preghiamo per avere la vera libertà, quella che ci ha dato Cristo morendo per noi. Perché la libertà che c’è ora uccide. E’ una libertà interessata, perché l’occupazione dell’Iraq è avvenuta per interessi grandi, interessi del petrolio. Noi vogliamo la vera democrazia, la vera libertà. Chiedo che questa Pasqua sia una Pasqua di pace, veramente una resurrezione della vera vita spirituale, affinché tutti si avvicinino a Dio per il bene dell’uomo.

Patriarca Sako: Il Papa venga in Iraq seguendo l'esempio di S. Francesco


È l'invito di Mar Louis Raphael I Sako, Patriarca della Chiesa caldea, al nuovo pontefice. L'incontro fra il prelato e papa Francesco è avvenuto questa mattina in Vaticano. La commozione del Santo Padre di fronte alle sofferenze dei cristiani iracheni. La priorità del dialogo con i musulmani.
Come San Francesco ha viaggiato in Oriente e ha incontrato il sultano Malik al-Kamil, così oggi speriamo che papa Francesco "possa venire in Iraq, per confermarci nella fede e donare alla nostra piccola comunità nella terra di Abramo il coraggio e la speranza".
È l'invito lanciato da sua Beatitudine Mar Louis Raphael I Sako al pontefice - nel corso dell'udienza di questa mattina in Vaticano - al quale papa Bergoglio "ha risposto con gioia di sì". A raccontarlo ad AsiaNews è lo stesso Patriarca della Chiesa caldea irakena, che questo pomeriggio tornerà a Baghdad dopo aver partecipato alla messa di inaugurazione del pontificato celebrata il 19 marzo scorso in piazza San Pietro.
Il porporato confessa di essere "molto colpito dalla semplicità e spontaneità" del papa, che durante il colloquio si è commosso di fronte alla dramma dei cristiani dell'Iraq: "Sono al cospetto di un padre e di un pastore di prima classe. Quando ho raccontato che la nostra terra ha avuto 950 martiri e 57 chiese attaccate, con le lacrime agli occhi mi ha detto: 'mi sento addolorato per voi'".
Il patriarca racconta che Francesco ha chiesto notizie sulle diocesi, sulle vocazioni nel Paese martoriato da 10 anni da continui attentati e dalla lotta fra sciiti e sunniti. "Mi ha chiesto di pregare per lui - afferma - io l'ho invitato a farci visita in Iraq e il pontefice si è detto desideroso di visitare la nostra terra, che è anche il luogo da cui partì Abramo e la sua visita infonderebbe in noi coraggio e speranza". Nel colloquio sua Beatitudine Mar Luis Raphael I ha chiesto al papa di parlare anche ai musulmani, incontrandoli come fece S. Francesco, sottolineando l'importanza del dialogo interreligioso perché "quando il capo della Chiesa parla al mondo islamico, noi cristiani siamo apprezzati e la gente ci rispetta". 
"Abbiamo infine pregato insieme - aggiunge il patriarca - recitando il Padre Nostro e l'Ave Maria per l'Iraq. Il papa ha dato la sua benedizione a tutti gli iracheni preti, religiosi, religiose e laici". 

20 marzo 2013

Iraq: ondata di attentati nel decimo anniversario della seconda Guerra del Golfo


Nel decimo anniversario della caduta di Saddam in Iraq, ieri nel Paese 15 autobombe hanno provocato oltre 60 vittime soprattutto tra gli sciiti. E’ l’ultimo di una serie di attacchi che negli ultimi giorni hanno sconvolto il Paese, tanto da indurre il governo a rinviare, per motivi di sicurezza, le elezioni provinciali in programma il 20 aprile. Mentre l’ex premier britannico Blair ha difeso l’intervento militare di 10 anni fa da parte della coalizione guidata dagli Stati Uniti ma alla quale diversi Paesi non parteciparono in assenza di un mandato da parte delle Nazioni Unite, il presidente americano Obama in un messaggio ha reso omaggio ai circa 4.500 soldati uccisi.
Servizio di Francesca Sabatinelli:

Dieci anni dopo, attentati, sangue e morti non abbandonano l’Iraq. L’intervento americano doveva portare alla democrazia un Paese massacrato dal regime di Saddam Hussein, quel Paese oggi è ben lontano dall’immagine disegnata dall’allora guida della casa bianca, George W. Bush. Dieci anni in cui almeno 112mila civili sono morti. E’ lo stesso governo di Baghdad a fornire cifre raccapriccianti, tra gennaio e febbraio di quest’anno sono morte oltre 450 persone, uccise da bombe o attacchi armati. E a più di un anno dalla partenza degli ultimi soldati americani, era il dicembre 2011, i suoi abitanti sono stremati, la maggior parte dei cristiani sono fuggiti per cercare riparo altrove. La lotta fratricida tra sunniti e sciiti, maggioranza nel Paese, è senza esclusione di colpi. L’eredità di quella guerra iniziata dieci anni fa è ben visibile, testimoniata dai fori di proiettili sui muri, dagli edifici colpiti dai bombardamenti americani e non ancora ricostruiti. Chiunque in questo Paese ha perduto qualcuno di caro negli anni che hanno seguito l’invasione americana. L’ amministrazione Bush sperava con l’attacco del 20 marzo 2003 di sbarazzarsi delle armi di distruzione di massa, peraltro mai trovate, e di disfarsi di un regime brutale per rimpiazzarlo con una leadership in odore di democrazia di stampo occidentale. Dieci anni dopo, quest’ultimo punto è ancora aperto, e l’Iraq è un paese che ancora non conosce pace, con un premier Al Maliki che più che a Washington guarda a Teheran. Non mancano tuttavia i segnali di progresso, l’Iraq ha rimpiazzato l’Iran al secondo posto nell’Opec, Organizzazione dei paesi produttori di petrolio. Nella capitale, Baghdad, si cerca di dare vita a nuove attività, sorgono nuovi centri commerciali, lussuosi hotel vengono edificati in diverse parti del paese. C’è un cambiamento, ma non veloce quanto i cittadini, i giovani soprattutto, si aspetterebbero. Eppure loro per primi testimoniano che per quanto grandi corruzione e distruzione possano essere, le mani degli iracheni che lavorano per costruire un futuro sono tante.  
 

Papa: ministro Iraq invita Francesco a Baghdad, appello a dialogo tra fedi


Un invito a visitare l'Iraq e un appello affinche' il dialogo tra le religioni sia al centro del ministero papale. Questo il contenuto del messaggio che il ministro dell'Ambiente iracheno, il cristano Sargon Lazar, ha rivolto ieri a Papa Francesco al termine della messa inaugurale a piazza San Pietro. "Ho avuto l'onore di partecipare alla celebrazione dell'inizio del pontificato di Papa Francesco, in rappresentanza del mio paese e come cristiano", ha detto il ministro Lazar ad Aki - Adnkronos International.
A capo della delegazione del governo iracheno a Roma, Lazar ha detto che "nel ricevimento dopo la cerimonia ho inoltrato a Sua Santita' un messaggio da parte dal popolo iracheno, nel quale cristiani e musulmani lo invitano a visitare l'Iraq e in particolare la citta' storica di Ur".
Inoltre, il ministro ha espresso a Papa Francesco ''l'auspicio che il dialogo tra le religioni e le civilta' sia il tema principale del suo ministero".
Infine, "la terza richiesta era personale: ho espresso a Sua Santita' il desiderio di avere un cardinale del e per l'Iraq", ha concluso Lazar.

Iraq: 10 anni dopo, non e' qui il 'nuovo MO'

di Alberto Zanconato

Il caos che regna nell'Iraq di oggi, con il rischio di essere risucchiato nel conflitto siriano, e' molto diverso da quell'esempio di democrazia per tutto il Medio Oriente che i 'neocon' americani immaginavano alla vigilia dell'invasione che dieci anni fa fece cadere il regime di Saddam Hussein.
Da quel 20 marzo del 2003 almeno 110mila iracheni - secondo le stime piu' prudenti - sono morti nelle violenze, in gran parte civili. A questi vanno aggiunti i 4.486 militari statunitensi che hanno perso la vita. E 15 mesi dopo la partenza degli ultimi soldati americani, nel dicembre 2011, gli attentati continuano a mietere vittime. Secondo i dati del governo iracheno, nei mesi di gennaio e febbraio di quest'anno 466 persone sono morte nell'esplosione di bombe o a causa di attacchi armati. Al Qaida, che raccoglie miliziani sunniti e rivendica i piu' gravi attacchi terroristici, rimane forte in un Paese di cui ha fatto una delle sue principali basi in seguito alla caduta di Saddam Hussein. Sull'altro fronte l'Iran, grande potenza sciita confinante che in Saddam aveva il suo piu' pericoloso nemico, gode ora di una forte influenza nel Paese. Conseguenze che certo l'ex presidente americano George W. Bush non immaginava quando lancio' i suoi soldati nell'avventura irachena. La voglia di rinascita e' visibile a Baghdad, dove giovani gruppi musicali sono tornati a suonare nelle strade e la gente ricomincia ad andare a concerti o a teatro. La citta', che lo scorso anno ha ospitato il primo vertice della Lega Araba dopo 22 anni, e' stata scelta per il 2013 come 'Capitale della cultura araba'.
Ma, oltre ai pericoli per la sicurezza, pesano sul Paese la difficile situazione economica, la carenza di infrastrutture e la corruzione. Nella stessa capitale l'elettricita' e' disponibile soltanto alcune ore al giorno. Un settore in cui il Paese sta facendo passi da gigante c'e': quello petrolifero. Lo scorso anno l'Iraq ha prodotto una media di tre milioni di barili di greggio al giorno, superando l'Iran come secondo esportatore dell'Opec dopo l'Arabia Saudita. L'Agenzia internazionale dell'energia prevede che la produzione irachena possa raddoppiare, o addirittura triplicare, entro il 2020. Uno sviluppo a cui sta contribuendo l'Eni, che ha gia' investito 4-5 miliardi di dollari, ma su cui pesano ancora difficolta' burocratiche, le scarse infrastrutture per le esportazioni e le incertezze politiche.
Poco noto in Occidente e' il dramma dei cristiani iracheni.
Si calcola che almeno la meta' del milione e mezzo che viveva nel Paese sia partita per sfuggire alle violenze.
Ma lo scontro pericoloso per la stabilita' del Paese e' oggi quello tra sciiti, maggioranza nel Paese, e sunniti, che si inserisce nella guerra sotterranea in corso nella regione. Il premier Maliki appare schierato con l'Iran, che sostiene in Siria il presidente Bashar al Assad, della branca sciita degli Alawiti. I sunniti tendono a sostenere il fronte guidato da Turchia, Arabia Saudita e Qatar, che sta con l'opposizione siriana. Il presidente del Parlamento, il sunnita Osama al Nujaify, ha visitato recentemente Doha su iniziativa personale e Maliki lo ha attaccato definendolo "un settario che vuole la rivolta". Il segnale piu' inquietante di queste tensioni e' stato l'attacco dei sunniti di Al Qaida del 4 marzo contro il convoglio militare che riportava in Siria soldati governativi riparati in Iraq nel corso di scontri con i ribelli lungo la frontiera. Combattimenti durante i quali due soldati iracheni sono stati uccisi da proiettili da oltre confine e secondo alcune fonti locali l'esercito di Baghdad ha aperto il fuoco contro miliziani dell'Esercito libero siriano.

19 marzo 2013

20 mars 2003. Dix ans après. Je me souviens de toi, Bagdad!

By Baghdadhope*



J’ai vécu heureuse
Dans mes palais
D’or noir et de pierres précieuses
Le Tigre glissait
Sur les pavés de cristal
Mille califes se bousculaient
Sur mes carnets de bal
On m’appelait La Cité pleine de grâce
Dieu Comme le temps passe
On m’appelait Capitale de lumière
Dieu Que tout se perd

Je m’appelle Bagdad
Et je suis tombée
Sous le feu des blindés
Sous le feu des blindés
Je m’appelle Bagdad
Princesse défigurée
Et Shéhérazade M’a oubliée

Je vis sur mes terres
J’ai vécu heureuse
Dans mes palais
D’or noir et de pierres précieuses
Le Tigre glissait
Sur les pavés de cristal
Mille califes se bousculaient
Sur mes carnets de bal
On m’appelait La Cité pleine de grâce
Dieu Comme le temps passe
On m’appelait Capitale de lumière
Dieu Que tout se perd

Je m’appelle Bagdad
Et je suis tombée
Sous le feu des blindés
Sous le feu des blindés
Je m’appelle Bagdad Princesse défigurée
Et Shéhérazade M’a oubliée

Je vis sur mes terres
Comme une pauvre mendiante
Sous les bulldozers
Les esprits me hantent
Je pleure ma beauté en ruine
Sous les pierres encore fumantes
C’est mon âme qu’on assassine

On m’appelait Capitale de lumière
Dieu Que tout se perd
Je m’appelle Bagdad
Et je suis tombée
Sous le feu des blindés
Je m’appelle Bagdad
Princesse défigurée

People turned on Christians': Persecuted Iraqi minority reflects on life after Saddam

By NBC News
by Annabel Roberts
LONDON -- Rana stepped out of church in Baghdad in December 2006 to find an envelope wedged against her car windshield. Inside was a bullet -- a message that meant she and her family were next on an assassin’s list.
They fled the city the next day, leaving behind a business, a home -- everything. 

"I didn't like Saddam Hussein, but he didn't bother the Christians," said Rana, 29, after a church service in London. "He was a dictator. When he went, the gangs came from everywhere."

Rana isn’t alone: Bombings, kidnappings and generalized violence unleashed by the 2003 U.S.-led invasion of Iraq that toppled Hussein caused hundreds of thousands of Christians to flee their homeland.

While there is no centralized source of information on the number of Christians who have left Iraq, it is estimated that there were 2 million there in the 1990s. That number has fallen to between 200,000 to 500,000 today, according to church leaders.

Rana, who like others interviewed would not give her last name because of fear for the safety of relatives still in Iraq, is now part of a congregation that worships at Holy Trinity Brook Green, a Roman Catholic church in West London.

The congregants -- Syriac Catholics whose services are conducted in Aramaic, the language spoken by Jesus -- are part of the estimated 2,500 Iraqi Christians thought to live in the U.K.

In a pew near Rana sat Wasseem, a 26-year-old who arrived in the U.K. five months ago. The murder of his friend Rariq haunts him, Wasseem said through a translator. Rariq, also a Christian, was a driver for American forces in Baghdad and was kidnapped on his way to meet Wasseem. Rariq’s dismembered body was returned to his family five days later.

Wasseem received a handwritten death threat himself. Terrified, he decided to stay in his village in northern Iraq, he said. While safe, the predominantly Christian area offered no jobs, and he soon fled the country.

Extremists haven't targeted only individual Christians and their families. On Oct. 31, 2010, gunmen stormed Our Lady of Salvation Church in Baghdad during Sunday Mass, taking more than a hundred hostages. When security forces tried to free those held, the attackers detonated explosives. At least 58 people were killed, including two priests.

A singer at Holy Trinity Brook Green lost her father in the bombing. Rev. Nizar Semaan, chaplain to the Syriac Catholic  community in the U.K., knew both of the murdered priests well."They were very courageous people. It is not easy to do their job. And not easy to be a martyr," he said.
Semaan’s support for Christians who have fled to the U.K. goes beyond the spiritual.

"I try to help them find accommodation, I ask people to help in any way," he said.  "I call people to help them find a job."
Semaan said that he and his fellow priests refused to contemplate the extinction of the Christian community in Iraq, despite its falling numbers.
"Christianity can flourish again. It will grow back as an important part of the region," he said.
Warina, who also attends Mass at Holy Trinity, is more downbeat. Like many of her fellow worshipers, she said life for Christians was better under Saddam Hussein.
"Our neighbors were Muslims. Our relations were friendly. We would visit them," said the dentist who fled Iraq in 2007. "Now it is just fighting. There are lots of churches and monasteries and places to worship in Baghdad -- but they are all empty."
This week marks the 10th anniversary of the start of the Iraq War. ITV's John Irvine in Baghdad assesses a country that, 10 years on, remains gripped by the violence of its sectarian divide.
"We love Iraq. It's our country, the origin of Christianity. But it is not safe," she added.
As Christians, Warina said, they are doubly vulnerable -- not only are they a minority, but they are perceived by some as having colluded with the invading American forces.
"After Saddam's death, people turned on Christians because they think the Christians encouraged the Americans to come to Iraq. Month after month, more and more are killed," she said.

Still, Semaan said he thinks a newly elected Pope Francis will act to support his threatened community.
"The pope will see the persecution and he will take care of us. He will not forget the church in the Middle East," Semaan said. "He is not a politician and he has no army, but he has good will and can encourage dialogue and maybe this can bring about a better situation."
Besides, Iraq needs its Christians, Semaan added.
"The Middle East without Christians would be a country without light," he said. "The future would be very dark." 

We have betrayed Iraqi Christians twice

by Mardean Isaac

The travails Iraq has undergone in the decade since the invasion in 2003 have largely played out among, and between, the country’s major ethno-religious groups: Sunni and Shia Arabs, and Kurds. But Iraq’s Christians have suffered disproportionately since the fall of Saddam. Their numbers have fallen from at least 800,000 on the eve of the war to fewer than 400,000 today. Those who have been displaced internally continue to struggle to find a future in Iraq or Iraqi Kurdistan, and those who have fled the country have encountered little support from their western host countries.
Iraqi Christians are culturally and linguistically distinct from other Iraqi communities. They are ethnically Assyrian: non-Arab, non-Kurdish peoples who trace their heritage to the ancient Assyrian empire. They speak a colloquial dialect of Aramaic, though the majority of the liturgy and literature of the Iraqi churches is in Syriac, the classical form of middle Aramaic which produced a wealth of seminal Eastern Christian texts.
Persecuted extensively under the Baathist regime because of their ethnicity, the war and its aftermath exposed Iraqi Assyrians to the horrors of violence and criminality unleashed by Islamist groups, who subjected Christians to an extensive campaign of kidnapping, ransom and murder. As Iraq descended into civil war, Christians – having no militias or security forces of their own, and unprotected by a national security apparatus heavily tied to the sectarian gangs involved in the conflict – were cleansed from their neighbourhoods, either killed or intimidated with threats of murder. The most extreme culmination of the campaign came on October 31 2010, when an al-Qaeda affiliate calling itself the “Islamic State of Iraq” stormed the Our Lady of Salvation church in Baghdad during evening Mass, killing almost 60 people and injuring 80 more in the worst single attack on Iraqi Christians since 2003. Church bombings have become a habitual occurrence in Iraq: 72 have been attacked since 2004.
Thousands of internally displaced Christians fled from urban centres to stay with relatives or to attempt to establish themselves among Christian communities elsewhere in Iraq. Iraqi Kurdistan has been a prominent destination. The autonomous region has been spared the upheaval the rest of the country has gone through since 2003, and the consequent security and stability, coupled with Kurdistan’s considerable oil reserves, have attracted economic investment and development. But the incoming Christians have been largely unable to make lives for themselves there. The journalist Matteo Fagotto interviewed some of them on his recent trip to Iraq. He found a community “who don’t feel they have a future in their own country”, struggling to find employment and housing.
The gravity of the problems faced by Christians in Kurdistan is reflected in the work of the International Organisation for Migration (IOM). They have noted that the number of displaced families in Kurdistan has been dropping starkly, as they seek to move to neighbouring countries or the West. In a recent publication of the IOM, details emerge of exorbitant house prices, rising with the demand incurred by the large numbers of new arrivals, and difficulties with finding employment and schooling.
Resilient and dignified nations, whose tribes have long inhabited the same lands, Kurds and Assyrians have had a complex history, which has witnessed both camaraderie and betrayal. Many Assyrian militias fought alongside Kurdish ones against Saddam, and Assyrian villages and churches were destroyed in the Anfal campaign. Today, however, Assyrians and Kurds find themselves on very different ends of Iraqi politics. The Kurdistan Regional Government (KRG), the ruling body of Kurdistan, has expanded its authority and territory of jurisdiction since the war, while Assyrian politics remains ineffectual.
The Kurdish theft of Assyrian land, which began under the auspices of the no-fly zone, has continued unabated. In late 2011, a group of Kurds rioted unimpeded in Zakho, a northern Iraqi town, burning down defenceless Christian shops and homes. The KRG, which has been criticised heavily for arbitrary detention and freedom of speech and assembly violations, has intimidated Christian voters and political leaders seeking to assert the rights of Christians in northern Iraq, such as Bassim Bello, the governor of Tel Kippe, a largely Christian area in the Nineveh province. Bello and others wish to establish – under terms of ethnic self-determination according to demographics in the Iraqi constitution – a semi-autonomous governorate in the province in order to provide a safe haven for minorities.
The Nineveh region is a crucible of Assyrian civilisation and the only one in Iraq composed primarily of minorities, Christians around half of them. The KRG flooded the area with militiamen in the aftermath of the invasion, securing a presence in the territories, which belong to Iraq proper, and continues to refuse to allow minorities to train their own security forces to replace the occupying Kurdish forces. Bids in parliament for a referendum over control of the region have been vetoed by the Kurdish government, which hopes that an exodus of minorities and a continuing influx of Kurds to the area will swing the vote, and the control over oil and gas that will accompany it, their way.
The Assyrian-Swedish journalist Nuri Kino recently wrote a report on the horrors faced by the Iraqi Christians who fled violence in their own country for Syria, where anti-Christian violence has become increasingly common. He told me that while many are returning to Iraq, the Nineveh Plains in particular – almost all those who fled their homes in Baghdad have since had them occupied, and have no legal recourse to reclaiming prior residences – their focus is on migration to the West. But western states have been sending large numbers of refugees back in recent years: even Sweden, once the European country most receptive to those fleeing Iraq, has deported hundreds of Christian families in the past few years, back to peril, if not doom. So the extirpation of Assyrian Christians from their ancient lands continues: from old homes to new ones and back again, finding repose in none.

Mardean Isaac is a writer and graduate of the MSt programme in Syriac Studies at Oxford University

«Noi cristiani di Bassora cittadini di serie B»

By Avvenire, 19 marzo 2013
by Laura Silvia Battaglia

Emad Al-Banna, patriarca caldeo * di Bassora, mostra con compiacimento una targa regalatagli dalla comunità sunnita di Bassora per l’ultima festa del compleanno del Profeta, il Mawlid, che cade il dodicesimo giorno del mese di Rabi’ al-awwal. Sorride, ma non può fare a meno di sottolineare l’amara verità: «La diaspora è un cancro, una malattia che non si ferma».
Qui, a Bassora, la chiesa caldea dedicata alla Vergine è una struttura protetta da mura e telecamere, dietro una traversa che sbuca diretta sull’arteria principale lungo lo Shatt al-Arab, la confluenza di Tigri ed Eufrate. Ma la croce romana è scolpita in bassorilievo sulle mura bianche ed è in bella vista. Il quartiere è tranquillo, non ci sono check-point nelle vicinanze. «Le famiglie cristiane rimaste in città lavorano negli uffici del governo o gestiscono ristoranti. Alcuni cristiani sono medici o insegnano nelle università. Ma sono pochi: 200 persone per 54 famiglie».
A Bassora, prima del 2010, 17 cristiani sono stati uccisi dalle milizie estremiste: erano proprietari di negozi in cui si smerciava alcol. «Il Consiglio locale di Bassora nel 2010 ha deciso di chiudere ufficialmente tutti i negozi di questo genere, per evitare il ripetersi degli attacchi».
Uccisi perché cristiani o perché commercianti di un prodotto «haram», impuro? Il patriarca la mette su questo piano: «Per il secondo motivo. Attualmente i cristiani sono tollerati. Non ci sono problemi di convivenza reale con i musulmani ma la vita sociale è conservativa. Le donne non possono uscire dal nostro quartiere senza coprirsi il capo con l’hijab».
La diaspora dei cristiani è iniziata, a Bassora, con la guerra Iran-Iraq, nel 1980. Durante questo periodo, la città ha visto l’esodo di 1.800 famiglie cristiane. «Prima della guerra le famiglie erano 2500. La diaspora di quel tempo si è diretta in Inghiterra. Ma dall’occupazione americana del 2003 gli altri cristiani si sono trasferiti in Kurdistan, Turchia, Giordania, Siria, Libano. Prima di quel tempo i negozi di alcol a Bassora erano ben 563».
Nonostante l’esodo, i rapporti tra le chiese e le religioni sono salvi. Emad Al-Banna va fiero del dialogo che è riuscito a intessere con l’ayatollah di Bassora. «L’anno scorso abbiamo organizzato insieme una conferenza di pace e abbiamo invitato tutti gli altri religiosi locali, sciiti e sunniti, e anche gli anglicani. L’obiettivo era quello di collaborare tutti insieme per arginare gli estremismi».
Ma al di là del buon vicinato, i problemi della minoranza restano. «A Bassora ci sono 14 chiese di tutte le confessioni cristiane ma solo cinque sono aperte. Un po’ si deve alla diaspora, un po’ i fedeli evitano di uscire allo scoperto». Il fatto è che in Iraq i cristiani sono, in fin dei conti, cittadini di serie B. Come in Iran. «Sono gli ultimi a ricoprire ruoli governativi, hanno più difficoltà a trovare lavoro, non hanno diritto ad alcune forme di assistenza». Ad esempio, non possono usufruire, a parità di basso reddito, delle assegnazioni di edifici abitativi.
Il patriarca vorrebbe spezzare una lancia in favore dei diritti delle minoranze: «Sto organizzando una conferenza con la società civile e le ong affinché il governo non ci tratti più in questo modo. Non è un’iniziativa da poco, in una realtà in cui siamo semplicemente ospiti».

* Il Corepiscopo Monsignor Emad al Banna non è il patriarca caldeo (Mar Louis Raphael I Sako) ma l'amministratore patriarcale caldeo della diocesi di Bassora. 
Nota di Baghdadhope

"Custodiamo Cristo"

By Sir
by M. Michela Nicolais
La messa di inizio del ministero petrino del vescovo di Roma conserva la sua solennità, pur nella sobrietà voluta dal Pontefice. Nell'omelia incentrata sulla figura di Giuseppe l'invito alla responsabilità fondata sulla fiducia in Dio e sull'apertura al suo progetto

Inizia con un “fuori programma” - Papa Francesco che scende dalla “papamobile” per accarezzare un ammalato - la Messa di inizio del ministero petrino del vescovo di Roma, che inaugura il suo pontificato. Due ore in tutto. L’omelia su san Giuseppe e la “tenerezza”. Il saluto alle delegazioni provenienti da ogni parte del mondo. Prima della Messa - alle 8 ora italiana, circa le 4 in Argentina - Papa Francesco si era collegato telefonicamente con Plaza de Mayo, rivolgendosi alle migliaia di fedeli che affollavano la Plaza de Mayo, di fronte alla cattedrale, dove c’è la residenza di Papa Bergoglio da cardinale .“Vi chiedo un favore”, ha detto loro Papa Francesco: “Camminiamo tutti insieme, prendiamoci cura gli uni degli altri. Non facciamoci danno. Proteggiamo la vita, la famiglia, la natura, i bambini, gli anziani. Che non ci sia odio, liti. Lasciate l’invidia, dialogate tra di voi. Che questo desiderio di prendersi cura cresca nel cuore. Avvicinatevi a Dio”. Ecco la cronaca, minuto per minuto, della Messa.

Ore 8.50. È iniziata con un lungo giro intorno a piazza S. Pietro, gremita di fedeli, la Messa di inizio del ministero petrino del vescovo di Roma. Il Papa ha lasciato Casa Santa Marta poco prima di salire sulla “Papa-mobile”, scoperta per l’occasione, visto l’azzurro del cielo di Roma. Poi andrà in sagrestia per prepararsi alla celebrazione. La cerimonia incomincerà alla tomba di San Pietro, nel centro della Basilica, sotto l’altare centrale, e si svolgerà sulla piazza che, secondo la tradizione, è anche il luogo del martirio di San Pietro. Sono 180 i concelebranti con Papa Francesco, a partire da tutti i cardinali che sono presenti a Roma. Oltre ai cardinali, concelebrano con il Papa i patriarchi e gli arcivescovi maggiori delle Chiese orientali: Isaac Sidrak, patriarca di Alessandria dei Copti; Gregorio III Laham, patriarca greco-melkita di Antiiochia; Ignace Youssif III Younan, patriarca di Antiochia dei Siri; Nerses Bedros Xix Tarmouni, patriarca di Cilicia degli Armeni; Luois Raphael Sako, patriarca di Babilonia dei Caldei; Sviatoslav Shevchuk, arcivescovo maggiore della Chiesa greco-cattolica ucraina; Fouad Twal, patriarca latino di Gerusalemme. Gli altri concelebranti sono mons. Lorenzo Baldisseri, segretario della Congregazione per i vescovi; padre José Rodriguez Carbalho, presidente dell’Unione Superiori Generali; padre Alfonso Nicols, generale della Compagnia di Gesù.

Ore 9.05. Non è neanche finito il giro con la “Papamobile”, che il Papa regala alla folla festante dei fedeli un “fuori programma”. Dopo aver stretto mani, quasi slanciandosi sulla folla che si accalca lungo le transenne, il Papa è sceso dalla jeep scoperta per andare ad accarezzare un ammalato in carrozzella. Una carezza tenera e prolungata, sul viso. Gli uomini della sicurezza vaticana hanno già dovuto essere “operativi”. E ancora la “Papa mobile” indugia nella piazza, circondata da bandiere e striscioni multicolori. La piazza è gremita fino all’inverosimile, tanto che già stamattina alle sette era problematico muoversi nei dintorni del colonnato del Bernini. Tra le 150 e le 200mila persone, il numero che poi verrà diffuso dalla sala stampa vaticana.

Dalla sagrestia al sagrato, accompagnato dei patriarchi e arcivescovi maggiori delle Chiese orientali cattoliche. Dopo l’omaggio e la preghiera alla tomba di Pietro, presso la quale sono conservati l’anello e il pallio, i due segni del ministero petrino che poi verranno consegnati al Pontefice, il Papa e i patriarchi, in processione con tutti i cardinali e tutti i concelebranti, si sono mossi dal centro della basilica verso la porta e sono usciti dal sagrato, luogo dove secondo la tradizione è stato martirizzato Pietro. Durante la processione, il Coro della Cappella Sistina e il Coro del Pontificio Istituto di musica sacra hanno intonato il “Laudes Regiae”, un canto sulle Lodi del Re. Un canto fatto di litanie e invocazioni in onore di Cristo, durante il quale si invocano molti santi, e alla fine , dopo gli apostoli, anche esplicitamente i “Santi Papi”: il più recente è San Pio X.

Lo stesso pallio di Benedetto XVI, l’anello del pescatore in argento dorato. I primi riti, ancor prima che incominci la messa, sono la consegna del pallio e dell’anello al Papa, che rappresentano i due segni del ministero petrino. Il pallio è stato consegnato e imposto al Papa dal cardinale protodiacono, Jean-Louis Tauran, lo stesso che ha annunciato l‘“Habemus Papam” dalla Loggia. Si tratta dello stesso pallio che aveva Benedetto XVI. Dopo la consegna del pallio c’è stata una preghiera fatta dal cardinale protopresbitero, cioè il primo dell’Ordine dei presbiteri, Godfried Daneels. A consegnare l’anello è stato il cardinale decano, Angelo Sodano, che è il protoepiscopo, cioè il primo dell’Ordine dei vescovi. Quindi, i cardinali Re, Bertone, Meisner, Tomko, Martino e Marchisano (due per ogni Ordine), hanno prestato obbedienza a nome di tutto il Collegio. Il Papa metterà al dito un anello del pescatore opera di un famoso artigiano italiano, Enrico Manfrini. Si tratta di un modello presentato al Papa dal maestro delle cerimonie liturgiche pontificie monsignor Guido Marini, che lo ha ricevuto da uno dei segretario di Paolo VI, monsignor Macchi. Sull’anello, in argento dorato, è rappresentato San Pietro con le chiavi. L’anello non era mai stato fuso in metallo, e Paolo VI non lo aveva mai utilizzato.

Alle ore 9. 50, dopo i riti specifici dell’inizio del pontificato, Papa Francesco ha dato avvio alla celebrazione eucaristica. Prima il “Confiteor” in latino, poi il canto del Kyrie e del Gloria. Le letture in inglese, italiano e spagnolo, il Vangelo cantato in greco, per sottolineare l’unità tra le Chiese d’Oriente e le Chiese d’Occidente, visto che ampie parti della messa sono in latino. Le letture della messa sono quelle della solennità della festa di san Giuseppe, che si celebra oggi. La prima lettura è tratta dal secondo libro di Samuele, il salmo, anch’esso cantato da un salmista della Cappella Sistina, è il Salmo 88, la seconda lettura è tratta dalla lettera di San Paolo ai Romani. Il Vangelo è il brano di Matteo che racconta di Giuseppe, “uomo giusto”, e del sogno in cui l’angelo del Signore lo chiama a prendere con sé Maria come sua sposa.

“Cari fratelli e sorelle! Ringrazio il Signore di poter celebrare questa Santa Messa di inizio del ministero petrino nella solennità di San Giuseppe, sposo della Vergine Maria e patrono della Chiesa universale”. Queste prime parole di Papa Francesco nell’omelia - una ventina di minuti in tutto - che inaugura ufficialmente il suo pontificato, e come è tradizione ne delinea i tratti portanti. “È una coincidenza molto ricca di significato, ed è anche l’onomastico del mio venerato predecessore: gli siamo vicini con la preghiera, piena di affetto e di riconoscenza”, il primo pensiero del Papa, che ha ricevuto immediatamente il primo applauso della folla. Poi ha salutato i presenti “con affetto”: “i fratelli cardinali e vescovi, i sacerdoti, i diaconi, i religiosi e le religiose e tutti i fedeli laici. Ringrazio per la loro presenza i rappresentanti delle altre chiese e comunità ecclesiali, come pure i rappresentanti della comunità ebraica e di altre comunità religiose. Rivolgo il mio cordiale saluto ai capi di Stato e di governo, alle delegazioni ufficiali di tanti Paesi del mondo e al corpo diplomatico”.

Giuseppe è “custos”, il “custode di Maria e di Gesù”, ma la sua è “una vocazione che si estende poi alla Chiesa”. Ha citato Giovanni Paolo II, Papa Francesco, per spiegare ai fedeli la figura di san Giuseppe, delineato quale esempio del credente. “Come esercita Giuseppe questa custodia?”, si è chiesto il Papa: “Con discrezione, con umiltà, nel silenzio, ma con una presenza costante e una fedeltà totale, anche quando non comprende”. “Dal matrimonio con Maria fino all’episodio di Gesù dodicenne nel Tempio di Gerusalemme - ha ricordato il Papa a proposito di San Giuseppe - accompagna con premura ogni momento. È accanto a Maria sua sposa nei momenti sereni e in quelli difficili della vita, nel viaggio a Betlemme per il censimento e nelle ore trepidanti e gioiose del parto; nel momento drammatico della fuga in Egitto e nella ricerca affannosa del figlio al tempio, e poi nella quotidianità della casa di Nazaret, nel laboratorio dove ha insegnato il mestiere a Gesù”.

“Come vive Giuseppe la sua vocazione di custode di Maria, di Gesù, della Chiesa?”, si è chiesto ancora il Papa: “Nella costante attenzione a Dio - la sua risposta - aperto ai suoi segni, disponibile al suo progetto, non tanto al proprio: ed è quello che Dio chiede a Davide, come abbiamo ascoltato nella prima Lettura: Dio non desidera una casa costruita dall’uomo, ma desidera la fedeltà alla sua Parola, al suo disegno: ed è Dio stesso che costruisce la casa, ma di pietre vive segnate dal suo Spirito”. Giuseppe è “Custode”, ha spiegato il Papa, “perché sa ascoltare Dio, si lascia guidare dalla sua volontà, e proprio per questo è ancora più sensibile alle persone che gli sono affidate, sa leggere con realismo gli avvenimenti, è attento a ciò che lo circonda, e sa prendere le decisioni più sagge”. In lui, secondo Papa Francesco, “vediamo come si risponde alla vocazione di Dio, con disponibilità, con prontezza, ma vediamo anche qual è il centro della vocazione cristiana; Cristo!”. “Custodiamo Cristo nella nostra vita, per custodire gli altri, per custodire il creato!”, l’invito del Santo Padre ai fedeli.

“Siate i custodi dei doni di Dio”, ha esortato il Papa nell’omelia, dopo aver spiegato che “la vocazione dl custodire non riguarda solamente noi cristiani, ha una dimensione che precede e che è semplicemente umana, riguarda tutti. È il custodire l’intero creato, la bellezza del creato, come ci viene detto nel Libro della Genesi e come ci ha mostrato san Francesco d’Assisi; è l’avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l’ambiente in cui viviamo. È il custodire la gente, l’aver cura di tutti, di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore. È l’aver cura l’uno dell’altro nella famiglia: i coniugi si custodiscono reciprocamente, poi come genitori si prendono cura dei figli, e col tempo anche i figli diventano custodi dei genitori. È il vivere con sincerità le amicizie, che sono un reciproco custodirsi nella confidenza, nel rispetto e nel bene. In fondo, tutto è affidato alla custodia dell’uomo, ed è una responsabilità che ci riguarda tutti”. “E quando l’uomo viene meno a questa responsabilità, quando non ci prendiamo cura del creato e dei fratelli - ha ammonito il Papa - allora trova spazio la distruzione e il cuore inaridisce. In ogni epoca della storia, purtroppo, ci sono degli Erode che tramano disegni di morte, e distruggono e deturpano il volto dell’uomo e della donna”.

“Vorrei chiedere, per favore, a tutti coloro che occupano ruoli di responsabilità in ambito economico, politico o sociale, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà: siamo custodi della creazione, del disegno di Dio iscritto nella natura, custodi dell’altro, dell’ambiente. Non lasciamo che segni di distruzione e di morte accompagnino il cammino di questo nostro mondo!”. È il forte appello al centro dell’omelia del Papa, che ha suscitato l’applauso immediato della piazza. “Ma per custodire dobbiamo anche avere cura di noi stessi!”, ha proseguito il Papa: “Ricordiamo che l’odio, l’invidia la superbia sporcano la vita!”. Custodire vuol dire, allora, “vigilare sui stri sentimenti, sul nostro cuore, perché è da lì che escono intenzioni buone e cattive: quelle che costruiscono e quelle che distruggono”.
“Non dimentichiamo mai che il vero potere è il servizio e che anche il Papa per esercitare il potere deve entrare sempre più in quel servizio che ha il suo vertice luminoso sulla Croce; deve guardare al servizio umile, concreto, ricco di fede, di san Giuseppe e come lui aprire le braccia per custodire tutto il popolo di Dio e accogliere con affetto e tenerezza l’intera umanità, specie i più poveri, i più deboli, i più piccoli, quelli che Matteo descrive nel giudizio finale sulla carità; chi ha fame, sete, è straniero, nudo malato, in carcere”. È il passo più applaudito, a più riprese, dell’omelia del Papa, e quello più significativo del modo in cui il 266° successore di Pietro intende esercitare il suo ministero, che inizia ufficialmente oggi.
“Solo chi serve con amore sa custodire!, ha esclamato il Santo Padre. “Anche oggi davanti a tanti tratti di cielo grigio, abbiamo bisogno di vedere la luce della speranza e di dare noi stessi speranza. Custodire il creato, ogni uomo e donna, con uno sguardo di tenerezza e amore è aprire l’orizzonte della speranza, è aprire uno squarcio di luce in mezzo a tante nuvole, è portare il calore della speranza!”.

Pregate per me. E per il credente, ha ricordato il Papa, “per noi cristiani, come Abramo, come san Giuseppe, la speranza che portiamo ha l’orizzonte di Dio che ci è stato aperto in Cristo, è fondata sulla roccia che è Dio”. Poi la definizione del ministero petrino: “Custodire Gesù con Maria, custodire l’intera creazione, custodire ogni persona, specie la più povera, custodire noi stessi: ecco un servizio che il vescovo di Roma è chiamato a compiere, ma a cui tutti siamo chiamati per far risplendere la stella della speranza”. “Custodiamo con amore ciò che Dio ci ha donato”, l’invito finale del Papa, che ha chiesto “l’intercessione della Vergine Maria, di san Giuseppe, dei santi Pietro e Paolo, di san Francesco, affinché lo Spirito Santo accompagni il mio ministero”. “E a voi tutti dico; pregate per me, Amen”, la conclusione dell’omelia, scandita dagli applausi.

Durante l’offertorio, nella Messa di inizio del ministero petrino del vescovo di Roma non c’è stata la processione per le offerte, il pane e il vino sono stati semplicemente portati all’altare. 500 i sacerdoti che hanno distribuito la comunione in tutta la piazza, mentre il Papa si è limitato a distribuirla ai diaconi. Un atmosfera di grande raccoglimento e preghiera ha caratterizzato il momento immediatamente successivo, immagine del popolo di Dio stretto intorno al suo pastore.

Sono 132 le delegazioni provenienti da ogni parte del mondo, che il Papa ha salutato oggi all’altare centrale, dopo essere rientrato in basilica e aver deposto le vesti liturgiche, al termine della Messa. L’ordine delle delegazioni dei diversi Paesi e organizzazioni internazionali viene stabilito dal protocollo: prima i sovrani, poi i capi di Stato, quindi quelli di governo e così via. “In prima fila” la delegazione dell’Argentina, con la presidente Kirchner e altre 19 “alte cariche” al seguito, e dell’Italia, rappresentata dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, con la consorte e altre 16 persone tra cui il presidente del Consiglio, Mario Monti, e signora, insieme ai nuovi presidenti del Senato e della Camera. Presenti in piazza, oggi, anche 33 delegazioni di Chiese e confessioni cristiane e rappresentanti di altre religioni, che saranno ricevuti dal Papa domani alle 11, nella Sala Clementina. Tra le “personalità” presenti, il patriarca Bartolomeo del Patriarcato ecumenico, il catholicos armeno di Echmiadzin, Karekin II, il metropolita Hilarion per il Patriarcato di Mosca. La delegazione ebraica è composta da rappresentanti sia della Comunità ebraica di Roma, sia dei diversi comitati ebraici internazionali, a cominciare dal Gran Rabbinato di Israele. Presenti, inoltre, anche delegazioni di musulmani e buddisti.