"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

11 febbraio 2008

Delegazione internazionale di Pax Christi in Iraq 11 - 19 febb 2008


"La malvagità, con il suo carico di dolore, sembra non conoscere limiti nell'Iraq, come ci dicono le tristissime notizie di questi giorni. Elevo di nuovo la mia voce in favore di quella popolazione duramente provata e per essa invoco la pace di Dio", così Benedetto XVI domenica 3 febbraio all'angelus. Non finisce la tragedia della violenza e della guerra in quella terra e in troppe parti del mondo. Durante la Marcia per la Pace, la notte del 31 dicembre 2007 a Bergamo, mons Marc Stanger presidente di Pax Christi Francia, ha invitato tutti a un percorso di solidarietà con i cristiani e il popolo irakeno oppresso da troppe violenze: "Pâques avec les Chrétiens d'Irak 2008". La proposta ha avuto un seguito e, oltre a una azione di preghiera e solidarietà proposta come chiesa francese in questo tempo di quaresima e pasqua, è stata organizzata una delegazione internazionale in Iraq. Infatti partirà l'11 febbraio prossimo per l'IRAQ una 'delegazione ufficiale' di Pax Christi, dalla Francia e dall'Italia, guidata da mons. Marc Stenger vescovo di Troyes, e presidente nazionale di Pax Christi Francia. Dall'11 al 19 febbraio, incontrerà soprattutto le comunità cristiane locali, al nord dell'Iraq, (Erbil, Kirkuk, Dook, Zakho...) che vivono una situazione di sofferenza e violenza inaudita e accompagnata da un senso di solitudine e abbandono. Moltissimi sono profughi e molte famiglie hanno avuto vittime, rapimenti o uccisioni.. La delegazione è composta da una decina di persone. Nostro delegato sarà don Renato Sacco, di Pax Christi Italia e parroco nella diocesi di Novara. Alla delegazione si unisce anche Paola Gasparoli, dell'associazione 'Un ponte per'.
Il senso di questa visita lo si può trovare nelle parole che seguono. Sembrano scritte oggi, invece - a conferma di una tragedia che dura da troppi anni, quando qualcuno aveva detto, inascoltato, che la Guerra è avventura senza ritorno - sono state pronunciate da Mons. Diego Bona, presidente di Pax Christi Italia, prima di partire per una delegazione in Iraq, il 4 giugno 1998 (dieci anni fa !). "La nostra presenza in Iraq ha innanzitutto lo scopo di esprimere la solidarietà alle famiglie irachene che pagano sulla propria pelle il prezzo altissimo di un dramma che non crea nè attenzione, nè soccorso internazionale". Al ritorno, congiuntamente a una contemporanea conferenza stampa in Francia, è convocata una conferenza stampa in Italia per dare voce alle persone e alle situazioni incontrate.

International Delegation of Pax Christi to Iraq 11 - 19 Feb. 2008

Source: PAXCHRISTI ITALY

Translated by Baghdadhope

"The evil, with its load of pain, seems toh ave no limits in Iraq, as the sad news of the past days show. I again
raise my voice in favor of that sorely tried population and invoke the peace of God"
these the words by Benedict XVI for the Angelus of Sunday, February 3.
The tragedy of violence and war in that land and in too many parts of the world doesn’t stop.
During the March for the Peace, on the night of December 31 2007 in Bergamo, Mgr.Marc Stanger, president of Pax Christi France, called everyone to partecipate to a path of solidarity with Christians and Iraqi people oppressed by violence: "Pâques avec les Chrétiens Iraq 2008”. The proposal has been followed up and, in addition to an action of prayer and solidarity proposed by the French church in this time of Lent and Easter, an international delegation to Iraq was organized.
The 'official delegation' of Pax Christi from France and Italy, will leave for Iraq on February 11.
It twill be led by Msgr. Marc Stenger bishop of Troyes, and national chairman of Pax Christi France. From 11 to 19 February, it will meet the local Christian communities in the north of Iraq (Erbil, Kirkuk, Dook, Zakho ...) who are living a situation of suffering and violence unheard-of, accompanied by a sense of loneliness and abandonment. Many are the refugees and many the families victims of kidnappings or killings ..
The delegation is composed by a dozen people. Our delegate will be don Renato Sacco, from Pax Christi Italy and parish priest in the diocese of Novara. In the delegation there will be also Paola Gasparoli, from 'A Bridge to..'.
The meaning of this visit can be found in the following words. They seem to be have been written today while – as a confirmation of a tragedy that has lasted too many years, when someone said, unhearded, that War is a no return adventure - were pronounced by Mgr. Diego Bona, president of Pax Christi Italy before leaving as member of a delegation to Iraq on June 4, 1998 (ten years ago!). "Our presence in Iraq is primarily intended to express our solidarity to Iraqi families who pay on their skin the very high price of a drama that does not create neither attention nor international relief."
After the trip, conjunctively with a simultaneous press conference in France, a press conference will be held in Italy to give voice to the people and describe the situations encountered.

7 febbraio 2008

Onu: dall’Iraq più fughe che rimpatri

Fonte: AsiaNews

Un rapporto dell’Unhcr smentisce le cifre del governo iracheno sull’alto numero di profughi che rientrano dalla Siria: sono 1200 al giorno quelli che varcano il confine, rispetto ai 700 che tornano. Il 46 per cento di chi rimpatria lo fa per motivi economici e il 25 per cento perché non può rinnovare il permesso di soggiorno. E per le minoranze religiose, soprattutto cristiani, pensare di tornare è come “andare incontro a morte sicura”.

Gli iracheni continuano a fuggire verso la Siria e il numero di chi varca il confine è di gran lunga maggiore di quello di chi torna a casa. Le ragioni di chi sceglie il rimpatrio, inoltre, non sono legate al miglioramento della sicurezza, ma per lo più alla scadenza dei permessi di soggiorno e alle difficoltà economiche. È il contenuto dell’ultimo rapporto dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) sulle cifre dell’immigrazione irachena in Siria. Il risultato dello studio contraddice nettamente lo scenario dipinto dal governo di Baghdad, secondo il quale il calo degli attentati e del livello di insicurezza sta riportando a casa migliaia di profughi ogni mese.
Il rapporto dell’Unhcr, anticipato ieri sera dall’Agence France Press, parla di una media di 1200 iracheni al giorno che entrano in Siria, rispetto ai circa 700 che rimpatriano. Il dato, che si riferisce alla fine di gennaio scorso, non è ancora stato commentato ufficialmente. Ma fonti anonime del ministero iracheno dell’emigrazione lo hanno subito definito “falso”. Già a gennaio, però, la Mezzaluna Rossa aveva ridimensionato le cifre dei rimpatri fornite da Baghdad: 46mila, tra settembre e dicembre 2007, rispetto ai 60mila ufficiali. Un sondaggio condotto dall’Unhcr in Siria, rivela ora che il 46 per cento di chi ritorna lo fa per motivi economici e il 25 per cento, perché non si vede rinnovato il permesso di soggiorno.
Tra i profughi, inoltre, gli unici che si dimostrano più propensi al rientro sono i musulmani (sunniti o sciiti a seconda della zona e del quartiere di appartenenza), raccontano da Damasco alcune famiglie caldee. “Per i cristiani, gli yazidi e per chi lavorava con ditte occidentali o con le forze Usa – continuano le fonti – tornare a Baghdad, Mosul o Samarra significa andare incontro a morte certa. Non abbiamo una zona dove possiamo dirci sicuri”. Una ragazza siro-ortodossa di soli 30 anni, che chiede l’anonimato, racconta con le lacrime agli occhi: “La prossima settimana devo tornare a casa a Mosul perché le autorità siriane a Damasco non mi hanno concesso il rinnovo: non ho famiglia, non sono malata, nessuno dei miei parenti è stato ucciso dai terroristi, per questo non sono ritenuta soggetto a rischio in Iraq. Ma pur di non partire farei di tutto; a Mosul già mi cercano, sanno chi sono e minacciano di uccidermi solo perché ho lavorato per le Nazioni Unite”.
Secondo stime dell’Unhcr, dal 2003 la Siria ha accolto 1,4 milioni di iracheni. Di questi l’80 per cento vive a Damasco. I cristiani in tutto sono circa 60mila e i caldei il gruppo più consistente. Stando a dati dell’arcidiocesi caldea di Aleppo, solo nella capitale e nei villaggi limitrofi si concentrano circa 7mila famiglie.
La consistenza del flusso di cristiani in fuga dall’Iraq è diventato un vero e proprio “esodo”. Ne ha parlato in questi termini Mons. Benjamin Sleiman , arcivescovo latino di Baghdad in un'intervista a ''Terrasanta'', la rivista della Custodia francescana. Il presule racconta che “la situazione della popolazione cristiana irachena è quella di una comunità che ha perso fede nel proprio Paese”. Anche l‘esodo verso il più pacifico nord dell’Iraq nasconde grandi difficoltà, continua l’arcivescovo: “I villaggi cristiani del nord mancano di infrastrutture, di imprese artigianali, industriali o commerciali''. C’è quindi maggiore sicurezza, ma sempre una forte disoccupazione.
E dal nord iniziano a programmare la fuga anche i membri della minoranza yazida. Kayiri Shankali, direttore per gli affari degli yazidi presso il ministero dei Beni religiosi del governo regionale del Kurdistan Iracheno, ha dichiarato che più di 200 famiglie sono state costrette a lasciare le proprie abitazioni per non subire nuovamente minacce e attacchi terroristici condotti allo scopo di spaventare gli abitanti ed impossessarsi delle loro proprietà per lo più terriere.

UN: More fleeing Iraq than returning

Source: AsiaNews

A report from the UNHCR denies the figures of the Iraqi government on the number of refugees returning from Syria: there are 1200 per day who cross the border, compared to the 700 who return. 46 percent of those who come back to so for economic reasons, and 25 percent because they cannot renew their residency permits. And for the religious minorities, above all the Christians, thinking of coming back is like "going toward certain death".

The Iraqis continue to flee toward Syria, and the number of those who cross the border is much greater than that of those returning home. The motives of those who decide to come back, moreover, are not connected to an improvement in security, but mostly because of the expiration of residency permits and economic difficulties. These are the findings of the latest report from the UN high commissioner for refugees (UNHCR) on the numbers on Iraqi emigration into Syria. The result of the study clearly contradicts the scene depicted by the Baghdad government, according to which a drop in the number of attacks and the level of insecurity is bringing thousands of refugees back home each month.
The report of the UNHCR, previewed yesterday evening by Agence France Presse, speaks of an average of 1200 Iraqis per day who are entering Syria, compared to about 700 who return. The data, which refer to the end of last January, have not yet been commented upon officially. But anonymous sources at the Iraqi emigration ministry immediately called them "false". Already in January, however, the Red Crescent had revised the figures on the number of people returning provided by Baghdad: 46,000 between September and December of 2007, compared to the official figure of 60,000. A survey conducted by the UNHCR in Syria now reveals that 46 percent of those returning do so for economic reasons, and 25 percent because they cannot renew their residency permits.
Among the refugees, moreover, the ones who show themselves more willing to return are the Muslims (Sunni or Shiite, depending on their region and neighbourhood of origin), a few Chaldean families recount from Damascus. "For the Christians, the Yazidi, and those who work for Western countries or for the U.S. forces", the sources continue, "returning to Baghdad, Mosul, or Samarra means going toward certain death. We do not have any area where we can consider ourselves safe". A 30-year-old Syro-Orthodox woman recounts with tears in her eyes: "Next week I need to return home to Mosul, because the Syrian authorities in Damascus have not allowed me to renew my residency permit: I have no family, I am not sick, none of my relatives has been killed by terrorists, so I am not considered to be in danger in Iraq. But I would do anything to avoid leaving; they are looking for me in Mosul, they know who I am and are threatening to kill me only because I worked for the United Nations".
According to estimates by the UNHCR, since 2003 Syria has received 1.4 million Iraqis. Of these, 80 percent live in Damascus. There are about 60,000 Christians overall, and the Chaldeans are the largest group. According to data from the Chaldean archdiocese of Aleppo, there are about 7,000 families concentrated just in the capital and the surrounding villages.
The rate of Christian emigration from Iraq has become a real and proper "exodus". Benjamin Sleiman, Latin archbishop of Baghdad, spoke in just these terms in an interview with "Terrasanta", the magazine of the Franciscan Custodians of the Holy Land. The prelate recounts that "the situation of the Iraqi Christian population is that of a community that has lost faith in its own country". Even the exodus toward the more peaceful northern part of Iraq conceals great difficulties, the archbishop continues: "The Christian villages in the north lack infrastructure and industrial, commercial, or small business ventures". So there is more security, but the unemployment rate is still high.
And members of the Yazidi minority are already planning to leave from the north. Kayiri Shankali, director for Yazidi affairs at the ministry of religion of the regional government of Iraqi Kurdistan, has stated that more than 200 families have been forced to leave their homes in order to avoid facing new terrorist threats and attacks, carried out with the aim of frightening the inhabitants and taking over their property, which mainly consists of land holdings.

La CCCB/CECC chiede al primo ministro Harper di aiutare gli iracheni cristiani


In una lettera al Primo Ministro Stephen Harper, la Conferenza Canadese dei Vescovi Cattolici (CCCB/CECC) ha chiesto al Governo del Canada a prestare particolare attenzione alla situazione dei cristiani iracheni che vogliono lasciare il proprio paese a causa delle minacce e degli attentati. Monsignor V. James Weisgerber, Arcivescovo di Winnipeg e presidente in carica della CCCB, ha osservato che "dagli eventi dell'11 settembre 2001 l'accento è stato posto sul rafforzamento delle misure di sicurezza, e il Canada è diventato meno accogliente per i richiedenti asilo". La sua lettera indica anche che negli ultimi due anni le comunità cristiane in Iraq hanno affrontato una violenza sempre maggiore e che i cristiani sono stati costretti a cercare rifugio in Giordania, Siria e Libano nella speranza di ricevere i visti per i paesi occidentali o per il Kurdistan settentrionale. Monsignor Weisgerber ha chiesto al primo ministro Harper di "intervenire in modo che particolare l'attenzione sia data ai cristiani iracheni nei consolati canadesi."
Anche se il ministro della Cittadinanza e Immigrazione ha recentemente annunciato misure atte a velocizzare i ricongiungimenti familiari dei profughi iracheni, il presidente della CCCB ha detto di sperare che il governo del Canada aumenti il numero massimo di profughi iracheni ammessi nel paese così come accaduto durante la crisi del Kosovo e durante la guerra in Sierra Leone. Il Presidente della CCCB ha constatato che un certo numero di diocesi cattoliche hanno accordi di sponsorizzazione con il governo federale e sono pronte ad assistere i profughi iracheni, ma il governo deve far sì che queste risorse possano essere sfruttate.

Clicca su "Leggi tutto" per la lettera della CCCB tradotta ed adattata da Baghdadhope


Onorevole Stephen Harper,

P.C., M.P. Primo ministro del Canada

Langevin Bldg.

80 Wellington Street

Ottawa, Ontario K1A 0A2

Egregio Signor Primo Ministro,

secondo le informazioni ricevute dalla Conferenza Canadese dei Vescovi Cattolici da parte delle autorità della Chiesa, incluso un messaggio di forte preoccupazione pronunciato da Papa Benedetto XVI in data 11 gennaio 2008 ed una condanna degli attentati pronunciata lo stesso giorno dall'Imam di Kirkuk che li ha definiti come contrari all'Islam, le comunità cristiane in Iraq stanno affrontando una violenza sempre crescente. Negli ultimi due anni i cristiani hanno convissuto con omicidi, sequestri e minacce non ricevendo protezione dalle autorità militari o politiche. Nel 2008 gli attentati sono già stati quattro, compresi quelli del 6 e del 9 gennaio, quando i cristiani sono stati presi di mira a Baghdad, Mosul e Kirkuk. Nel giugno scorso un sacerdote cattolico caldeo e tre suddiaconi sono stati uccisi a Mosul e due chiese sono state attaccate a Dora, a sud di Baghdad. La situazione sta costringendo molti iracheni cristiani a fuggire per cercare rifugio in Giordania, Siria e Libano, nella speranza di ricevere il visto per l'Occidente o per il Kurdistan settentrionale.

Il problema dei cristiani in Iraq è essenzialmente un problema di esclusione. Gli estremisti nazionalisti chiedono ai cristiani di convertirsi all'Islam ed in caso di rifiuto li considerano come persone che hanno abbandonato le proprietà ed il paese. I cristiani non sono più in grado di praticare la loro fede, le donne sono obbligate a indossare il velo ed alcuni crocifissi sono stati rimossi dalle chiese. Coloro che scelgono l'esilio sono veri rifugiati politici. Essi vorrebbero tornare alle loro case, ma la speranza di un ritorno alla pace e alla concordia tra iracheni cristiani e musulmani sembra loro irraggiungibile.

Il Canada è stato e continua ad essere un luogo sicuro per molti rifugiati politici provenienti da tutto il mondo. Tuttavia, dagli eventi dell'11 settembre 2001 l'accento è stato posto sul rafforzamento delle misure di sicurezza, e il Canada è diventato meno accogliente per coloro che sono in cerca di asilo. Se il governo canadese senza dubbio ha validi motivi per l'adozione di questo corso, i vescovi cattolici del Canada chiedono che si intervenga in modo che particolare l'attenzione sia data ai cristiani iracheni richiedenti i visti nei consolati canadesi.
E' drammatico constatare come tali situazioni continuino nel mondo oggi. Come vescovi siamo consapevoli del fatto che il Canada abbia continuato ed addirittura aumentato gli interventi diplomatici nel tentativo di influenzare i leader politici che non rispettano i diritti umani e fanno ricorso alla violenza per raggiungere i propri fini. Nonostante l'inerzia e indifferenza di altre parti del mondo il Canada può contribuire ad alleviare le sofferenze di coloro che sono vittime di ingiustizie e rappresaglie e certamente gli iracheni cristiani sono tra essi. Allo stesso tempo, accogliendo con favore un recente annuncio da parte del Ministro della Cittadinanza e dell’Immigrazione sull’accelerazione delle pratiche di ricongiungimento familiare dei profughi iracheni, rispettosamente auspichiamo maggiori risorse in questo campo.
Il ricongiungimento familiare non può però essere l'unica risposta alla crisi dei rifugiati iracheni ed il nostro invito al governo canadese è di considerare l'aumento del numero massimo di profughi iracheni ammessi nel paese come successo ad esempio durante le crisi del Kosovo e della Sierra Leone. Circa 20 diocesi cattoliche hanno accordi con il governo federale e sono pronte ad assistere i profughi iracheni in aggiunta ad altre comunità canadesi ed a diverse agenzie, ma il governo del Canada deve far sì che queste risorse possano essere sfruttate.
Nella speranza, Signor Primo Ministro, che il Suo governo mostri la strada alle nazioni democratiche e prenda l'iniziativa di alleviare le sofferenze di tutti i cittadini iracheni in cerca di asilo, Le chiediamo di fare il possibile perché i funzionari consolari canadesi siano attenti ai bisogni dei rifugiati iracheni e pronti ad aiutarli ad iniziare una nuova vita nella sicurezza del nostro Paese.


Cordiali saluti,

Monsignor V. James Weisgerber

Arcivescovo di Winnipeg

Presidente Conferenza Canadese dei Vescovi Cattolici

CCCB Asks Prime Minister Harper to Help Iraqi Christians


In a letter to Prime Minister Stephen Harper, the Canadian Conference of Catholic Bishops (CCCB) is asking the Government of Canada to give special attention to the situation of Iraqi Christians wishing to leave their country because of threats and attacks.
Most Reverend V. James Weisgerber, Archbishop of Winnipeg and President of the CCCB, noted that “since the events of 11 September 2001, it seems the emphasis has been on increasing security measures, and Canada has become less welcoming to those seeking asylum.”
His letter also indicates that over the past two years, Christian communities in Iraq have been facing growing violence, with many Christians being forced to seek refuge in Jordan, Syria and Lebanon in the hope of receiving visas to countries in the West or to northern Kurdistan.
Archbishop Weisgerber asked Prime Minister Harper to “intervene so particular attention at least can be given to Iraqi Christians who are approaching Canadian consulates.” Although the Minister of Citizenship and Immigration recently announced that measures would be put in place to expedite family sponsorships of Iraqi refugees, the CCCB President said he hoped the Government of Canada would also increase the maximum number of Iraqi refugees to be admitted into our country, as happened during the Kosovo crisis and during the war in Sierra Leone.
The CCCB President noted that a number of Catholic dioceses have sponsorship agreements with the federal government and are ready to assist Iraqi refugees, but the government needed to open up opportunities so these resources can be mobilized.


La CECC demande au Premier ministre Harper d'intervenir en faveur des chrétiens en Irak


Dans une lettre adressée au Premier ministre du Canada, M. Stephen Harper, la Conférence des évêques catholiques du Canada (CECC) sollicite une attention accrue de la part du gouvernement du Canada envers les chrétiens d’Irak qui désirent fuir leur pays en raison des menaces et des attaques dont ils sont victimes.
Mgr V. James Weisgerber, archevêque de Winnipeg, au Manitoba, et président de la CECC souligne que «depuis les événements du 11 septembre 2001, il semble que l’on ait mis davantage l’emphase sur le resserrement des mesures de sécurité et que le Canada ne montre plus la même bienveillance envers les demandeurs d’asile ».
Depuis deux ans, est-il mentionné dans la lettre de la CECC, les populations chrétiennes vivant en Irak font face à une spirale de violence qui ne cesse de s’aggraver. C’est ce qui explique que de nombreux chrétiens ont quitté l’Irak pour se réfugier en Jordanie, en Syrie et au Liban, dans l’attente d’un visa pour l’Occident et le Nord-Kurdistan.
Les évêques catholiques du Canada invitent donc au Premier ministre Harper à «intervenir afin qu’une attention particulière soit accordée aux chrétiens d’Irak qui font une demande auprès des consulats canadiens». Quoique le Ministre de la citoyenneté et de l’immigration ait annoncé récemment que des mesures seront mises en place afin d’accélérer le parrainage de familles de réfugiés iraquiens, les évêques expriment le souhait que le gouvernement du Canada augmente le nombre maximum de réfugiées iraquiens admis dans notre pays, «de la même façon qu’il l’a fait lors de la crise au Kosovo ou durant la guerre au Sierra Leone».
Enfin, le président de la CECC précise que de nombreux diocèses catholiques ont des ententes de parrainage avec le gouvernement fédéral et sont disposés à aider des réfugiés iraquiens. Il appartient au gouvernement de faire en sorte que ces ressources puissent être mises à profit.

6 febbraio 2008

Svezia: un "Paradiso Perduto" per i rifugiati iracheni? No, secondo Monsignor Philip Najim

By Baghdadhope

Che l’aria stesse cambiando per gli iracheni richiedenti asilo in Svezia era chiaro già dallo scorso anno. A provarlo era non solo un sondaggio commissionato dallo Swedish Integration Board da cui risultava che 1 svedese su 4 avrebbe votato per un partito che sostenesse una restrizione dei diritti degli immigrati, e che la percentuale di chi si dichiarava a favore di una politica che garantisse la precedenza agli autoctoni nei campi del lavoro, del diritto alla casa ed all’assistenza era salita dal 12 al 14%, ma anche dalle parole del Ministro dell’Immigrazione, Tobias Billstrom, che aveva definito “ironico e strano” il fatto che la Svezia - pur non avendo partecipato alla guerra contro l’Iraq, non avendo fatto parte della coalizione anti-Saddam, essendosi più volte spesa a livello internazionale per la pace, ed essendo geograficamente lontana dal conflitto - accogliesse il maggior numero di rifugiati iracheni, e che aveva chiarito senza mezzi termini come non fosse possibile per il paese scandinavo “aiutare tutti”.
A luglio del 2007 poi, era arrivata la conferma di questo nuovo corso: le regole per i richiedenti asilo cambiarono, l’Iraq venne considerato un paese non più in guerra e di conseguenza si decise di prendere in considerazione, e giudicare caso per caso, solo coloro che avessero potuto dimostrare di essere davvero in pericolo di vita in caso di rimpatrio forzato. Per tutto il 2007 però quella regola non fu applicata, o almeno non lo fu in modo rigoroso, e le statistiche lo dimostrano: dei 36.207 richiedenti asilo ben 18.550 erano iracheni (8.951 nel 2006 e meno di 3.000 nel 2005) ed al 93% di loro l’asilo fu concesso.
Fare pronostici per quello che accadrà nel 2008 è certamente prematuro, ma il sapere che nel mese di gennaio al solo 42% degli iracheni sia stato concesso l’asilo non fa ben sperare.

Eppure è proprio una speranza quella che si legge nelle parole di Monsignor Philip Najim, Procuratore Caldeo presso la Santa Sede e Visitatore Apostolico in Europa che, interpellato da Baghdadhope a proposito di queste cifre, ha spiegato che esse possono essere dovute al fatto che secondo le informazioni in suo possesso il governo svedese, proprio in considerazione del gran numero di iracheni che in questi ultimi anni sono arrivati nel paese, sta istituendo un ufficio ad essi esclusivamente dedicato, e ciò può aver rallentato il ritmo di disbrigo e dell’eventuale accettazione delle pratiche.
“A ciò” continua Mons. Najim “si deve aggiungere, è vero, il diverso approccio del governo svedese che considera più pericolosa la situazione nel centro e nel sud dell’Iraq rispetto al nord, e come valide le richieste di asilo sostenute dalle prove di reale minaccia alla vita. In ogni caso la Svezia continua ad essere un paese molto attento alle esigenze dei rifugiati iracheni e colgo l’occasione per ringraziare pubblicamente il suo governo che, malgrado le ovvie difficoltà che un tale flusso migratorio comporta, fa di tutto per accoglierli, con scuole di lingua, facilitazioni abitative e lavorative.”
Certamente, e le parole di Monsignor Najim lo confermano, nessun rimprovero può essere mosso alla Svezia anche se le stragi nei due mercati di Baghdad di venerdì scorso fanno dubitare di quel: “Iraq non più in guerra.”
Altrettanto certamente, invece, si possono biasimare tutti gli altri paesi, Stati Uniti in testa, che non hanno fatto e non fanno abbastanza per i profughi iracheni. A questo proposito i dati parlano chiaro: nel 2007 il Dipartimento di Stato americano aveva dichiarato la disponibilità ad accogliere 7.000 iracheni durante l’anno fiscale in corso (sett.-sett) ma in realtà solo 1608 hanno varcato i confini americani legalmente. Per il 2008 la cifra prevista è salita a 12.000 ma nei primi quattro mesi sono stati rilasciati solo 1332 permessi.
Lo scorso anno Ellen Sauerbrey, assistente segretario del Dipartimento di Stato in materia di popolazione, rifugiati ed immigrazione, aveva dichiarato che uno dei motivi per i quali la quota di iracheni ammessi era stata inferiore a quella prevista era da ricercarsi nelle regole imposte dopo gli attacchi dell’11 settembre che obbligano il Dipartimento per la Sicurezza Nazionale ad esaminare individualmente i casi dei rifugiati.
Alla luce dei dati si può quindi dire che gli iracheni, benché abbiano sofferto per una guerra dichiarata loro sulla base di false accuse di regia degli attentati del 9/11 da parte del governo di Saddam Hussein, stiano ancora pagando un prezzo altissimo. Per quanto ancora i governi occidentali faranno finta di non vedere? Per quanto ancora la piccola Svezia rimarrà sola in questa lotta?

Sweden: a "Paradise Lost" for Iraqi refugees? No, according to Mgr. Philip Najim

By Baghdadhope

That the air was changing for Iraqis seeking asylum in Sweden was already clear since last year. To prove it was not only a poll commissioned by the Swedish Integration Board which showed that one Swedish out of four would vote for a party supporting a restriction of immigrants’ rights, and that the percentage of those in favour of a native protectionistic policy in the fields of job opportunities, housing and assistance had risen from 12 to 14%, but also the words of the Minister for Immigration, Tobias Billstrom, who had described as "strange and ironic" that Sweden - although not involved in the war against Iraq, not having been part of the anti-Saddam coalition, having repeatedly spoken in the international arena in favour of peace, and being geographically far from the conflict - accepted the largest number of Iraqi refugees, and who made it clear in no uncertain terms how it was not possible for the Scandinavian country "to help everyone".
In July 2007, came the confirmation of this new course: the rules for asylum seekers changed, Iraq was considered no longer a country at war and therefore it was decided to take into consideration, and judging on a case-by-case basis, only those who could be able to prove to be really in danger of life in the event of a forced repatriation. Throughout 2007, however, the rule was not applied, or at least not in a strict way, and the statistics prove it: 36,207 of the 18,550 asylum seekers were from Iraqis (8,951 in 2006 and fewer than 3,000 in 2005) and the asylum was granted to the 93% of them. Making predictions for what will happen in 2008 is certainly premature, but it is not very encouraging to know that in the month of January only to the 42% of Iraqis asylum has been granted.

Yet it is a hope that we can read in the words of Monsignor Philip Najim, Procurator of the Patriarchate of Babylon of the Chaldeans to the Holy See, and Apostolic Visitor in Europe who, interviewed by Baghdadhope about these figures, said that they may be due to the fact that according to the information he has the Swedish government, considering the large number of Iraqis who arrived in the country in recent years, is setting up an office dedicated exclusively to them, and this may have slowed the pace of the process of the asylum applications.
"It’s true” adds Mgr.Najim "that we must add to this the different approach of the Swedish government that considers the situation more dangerous in the centre and the south of Iraq than in the north, and as valid asylum applications supported by evidence of real threat to life. In any case, Svezia is a country attentive to the needs of Iraqi refugees and I take this opportunity to publicly thank its government that, despite the obvious difficulties that this migratory flow entails, does everything to welcome them providing language schools, housing and job facilities.” Certainly, as confirmed by Mgr.Najim’s words, no reproach can be moved to Sweden even if the carnage in the two markets in Baghdad last Friday makes anyone doubt that: "Iraq is no longer at war." But certainly all other countries that did not and are not doing enough for Iraqi refugees, especially the United States, can be blamed.
In this regard data speak clearly: in 2007 the American State Department declared its willingness to accept 7,000 Iraqis during the fiscal year in course (Sept-Sept)but in reality only 1608 legally entered American borders. For 2008 the figure is expected to climb to 12,000 but in the first four months only 1332 permits were issued. Last year, Ellen Sauerbrey, assistant secretary of the
Department of State's Bureau of Population, Refugees, and Migration, said that one of the reasons why the proportion of eligible Iraqis had been lower than expected was to be found in the rules imposed after 9/11 attacks that require the Department of Homeland Security to examine the cases of refugees one by one. In the light of this data it can be said that Iraqis, although having suffered for a war declared on the basis of false accusations to the government of Saddam Hussein of directing the attacks of 9/11, are still paying a very high price. How long Western governments will pretend not to see? How long Sweden will remain alone in this struggle?

5 febbraio 2008

Iraq: per l'arcivescovo latino di Baghdad, Sleiman, l'emigrazione dei cristiani è diventata esodo


''La situazione della popolazione cristiana irachena e' quella di una comunita' che ha perso fede nel proprio Paese. Percio' l'emigrazione si e' trasformata in un esodo, in una fuga. La paura domina ogni aspetto della vita e ogni episodio di violenza diventa una minaccia mortale''.
E' quanto afferma mons. Jean Benjamin Sleiman, arcivescovo latino di Baghdad in un'intervista alla rivista ''Terrasanta'' della Custodia francescana di Gerusalemme, pubblicata alla vigilia dell’appello del Papa all’Angelus di ieri, che è tornato ad invocato la pace in Iraq.
''Bisogna aggiungere poi - afferma il presule - le difficolta' economiche. Le minacce dei fondamentalisti di vendicarsi di chiunque lavori per gli alleati o addirittura per lo Stato o anche per compagnie straniere, ha fatto perdere a molti il posto lavoro. Tanti altri lo hanno perso perche' le fazioni dominanti lo hanno preteso. Infine c'e' da segnalare che l'esodo verso il Nord procura una maggiore sicurezza ma non necessariamente il lavoro. Comunque i villaggi cristiani del Nord mancano terribilmente di infrastrutture, di imprese artigianali, industriali o commerciali''. In quanto al ruolo che i cristiani potranno avere per il futuro del Paese, mons. Sleiman sottolinea che ''purtroppo il nuovo Iraq, anche se la sua Costituzione menziona i cristiani, sembra ignorare le minoranze. Il Paese verrebbe diviso tra le tre grandi maggioranze: la sunnita, la sciita e la curda. In tale contesto c'e' uno spazio importante per le chiese cristiane d'occidente che potranno avere una funzione positiva in questa fase. ''Le comunita' cristiane d'Occidente - spiega l'arcivescovo latino di Baghdad - possono innanzitutto richiamare alla mente di tutti, specie dei governanti, che l'Oriente cristiano esiste e puo' svolgere un ruolo molto positivo a servizio della pace, della coesistenza e dei rapporti culturali. La presenza cristiana nei Paesi arabo-islamici va protetta anche per il bene delle stesse societa' arabo-islamiche: le aiuta a non chiudersi e a non isolarsi in fondamentalismi narcisisticamente violenti''.

4 febbraio 2008

Iraq: Latin Archbishop of Baghdad, Sleiman, the emigration of Christians has become exodus


Translated by Baghdadhope

'The situation of Christian population in Iraq is that of a community that has lost faith in its country. Therefore emigration has turned into an exodus, in a flight. Fear dominates every aspect of life and every episode of violence becomes a mortal threat''.
These are the words of Mgr. Jean Benjamin Sleiman, Latin Archbishop of Baghdad in an interview to the magazine "Holy Land" of the Franciscan Custody of the Holy Land, published on the eve of the Pope's appeal during yesterday Angelus, when once again he called for peace in Iraq. "We must also add- said the bishop - the economical difficulties. The fundamentalist threats of revenge for anyone working for the allies or even for the government of for foreign companies made many people loose their jobs. Many others were obliged to leave it by the dominant factions. Finally it must be said that the exodus to the north means greater security, but not necessarily employment. Christian villages in the north lack infrastructure, craft, industrial or commercial companies''.
As for the role that Christians can have for the future of the country, Mgr. Sleiman stressed that ''unfortunately the new Iraq, even though its Constitution mentions Christians, seems to ignore minorities. The country would be divided among three large majorities: Sunni, Shiite and Kurdish. In this context there is an important space for the Western Christian churches that may have a positive role at this stage. Western Christian communities - said the Latin Archbishop of Baghdad - may remind everyone, especially their leaders, that Christian East exists, and can have a positive role in the service of peace, coexistence and cultural relations. The Christian presence in the Islamic-Arabic countries should be protected for the good of the same Arabic-Islamic societies: it helps them not to isolate themselves in narcissistically violent fundamentalisms''.

Iracheni cristiani rifugiati in LIbano: perché li abbiamo dimenticati?

Intervista a Monsignor Michel Kassarji, Vescovo Caldeo dell’Eparchia di Beirut

By Baghdadhope

Non è facile in questo periodo storico essere un vescovo cattolico caldeo. Neanche se non si vive in Iraq, l’epicentro di violenze che hanno decimato la già piccola comunità cristiana ora in fuga ai quattro angoli della terra. Non lo è, infatti, neanche per Monsignor Michel Kassarji, dal 2001 vescovo della diocesi caldea di Beirut, in Libano.
A Roma per qualche giorno, Monsignor Kassarji ha accettato di farsi intervistare da Baghdadhope per rinnovare i suoi appelli di aiuto. Lo raggiungiamo subito dopo un suo incontro con il Cardinale Leonardo Sandri, Prefetto della Congregazioni per le Chiese Orientali presso cui Monsignor Kassarji ha nuovamente perorato la causa cui ha dedicato la vita: la sorte delle migliaia di iracheni cristiani che in Libano hanno sperato di sfuggire alle minacce, ai rapimenti, alle uccisioni mirate, alle bombe che colpiscono le chiese e che, se non fanno vittime, raggiungono con il terrore ugualmente il proprio scopo: cancellare dall’Iraq la presenza cristiana.
Una causa che, ci tiene a sottolineare il vescovo, “non è carità, ma dovere. Noi non aiutiamo questa gente per carità, questa gente siamo noi, è il nostro popolo che sta soffrendo, in Iraq ma anche in Libano.”

ECCELLENZA, CI PARLI DELLA SITUAZIONE DEGLI IRACHENI CRISTIANI FUGGITI IN LIBANO.
Anche in assenza di stime ufficiali si può dire che la mia comunità è raddoppiata nel numero in questi ultimi anni. La fuga degli iracheni cristiani era iniziata già prima della guerra del 2003, ma si era trattato di piccoli numeri: 40 o 50 famiglie. Con la guerra e tutto ciò che ad essa segue siamo arrivati ad avere quasi 5000 rifugiati. Gente disperata che per salvarsi la vita ha lasciato tutto dietro di sé ed ora vive in condizioni misere che la chiesa cerca di alleviare.
DA DOVE ARRIVANO I RIFUGIATI CHE LE CHIEDONO AIUTO?
La maggior parte di loro arriva da Baghdad, anche se per molti la prima tappa della fuga è stato magari il nord del paese da cui sono transitati clandestinamente prima in Siria e poi in Libano. Un fiume di persone in marcia verso la vita.
E CHE VITA TROVANO UNA VOLTA ARRIVATI IN LIBANO?
Difficile. Il Libano è un paese piccolo che si è trovato a far fronte a questa marea umana senza esservi preparato. Secondo alcune cifre che mi sono state riferite si parla di 75.000 iracheni sul suolo libanese. Arrivano clandestinamente pagando cifre enormi a chi li aiuta a varcare i confini. Non hanno casa, lavoro, assistenza sociale, scuole, diritti. Una volta in Libano la condizione di clandestinità li rende facile preda del lavoro nero per cui, anche quando lavorano come bestie tutto il giorno i soldi non sono mai sufficienti, basta pensare che l’affitto di una piccola casa è di 400 $ al mese, una cifra enorme per loro. A queste preoccupazioni quotidiane si aggiungono l’ansia per il futuro ed i ricordi del recente, terribile passato.
COSA FA LA CHIESA PER AIUTARE QUESTE PERSONE?
Facciamo tanto, nel senso che il lavoro è enorme, ma è ovvio che è sempre troppo poco viste le esigenze. Abbiamo tanti problemi da risolvere. Uno è la scuola, ad esempio. I moltissimi ragazzi e bambini iracheni non in regola con i permessi di soggiorno non possono frequentare le scuole pubbliche, ma non farlo pregiudicherebbe un futuro già incerto. Così per quelli che di giorno sono costretti a lavorare abbiamo creato una scuola serale, e per quanto riguarda i bambini riusciamo a pagare, ma solo per 400 di loro, le rette di iscrizioni alle scuole private cristiane, le uniche cui possono accedere. Un altro problema è la salute. Le porte delle strutture pubbliche sono chiuse per i clandestini, e per questa ragione ora abbiamo un dispensario medico che però non è ancora attrezzato. Durante un mio recente viaggio in Svizzera è stato donato a questo dispensario un intero gabinetto dentistico ma siamo ancora in attesa che arrivi. Il costo della vita in Libano, inoltre, è alto e per questa ragione la chiesa caldea assicura ogni mese dei pacchi alimentari ai più bisognosi. Una razione di olio, zucchero, latte condensato, tè e legumi del valore di 22 $ che però non solo non riesce a coprire i bisogni di una famiglia, ma che è destinata, vista la scarsità di fondi, solo a 500 persone, un numero minimo rispetto al totale.

Clicca su "leggi tutto" per l'intervista di Baghdadhope

CHI VI STA AIUTANDO?
Il problema dei rifugiati iracheni in Libano, e dei cristiani in particolare, è sottovalutato. Il Libano, nonostante i problemi, viene considerato un paese non in guerra. Per questa ragione, e malgrado la buona volontà di pochi, gli aiuti sono insufficienti. Oltre a ciò c’è da registrare un modo di operare non particolarmente efficace: inviare gli aiuti attraverso grosse organizzazioni internazionali vuol dire uno spreco non solo di denaro, le grosse organizzazioni hanno ovviamente delle spese di gestione da considerare, ma anche di risorse umane e tempo. Perché, chiedo, chi vuole aiutare i rifugiati iracheni cristiani in Libano non lo fa attraverso di noi? Noi non abbiamo spese di gestione, noi viviamo la situazione, noi abbiamo contatti diretti con queste persone che vengono a chiedere aiuto e che visitiamo. Con 10000 $, senza spesa alcuna, noi siamo in grado di distribuire 455 razioni alimentari mensili.


ECCELLENZA, DA PIU’ PARTI SI DICE CHE IL LIBANO SIA, PER GLI IRACHENI CRISTIANI SOLO UN PAESE DOVE ATTENDERE DI POTER EMIGRARE VERSO ALTRI CONTINENTI. E’ VERO O QUESTE PERSONE PENSANO AD UN LORO RITORNO IN IRAQ?
E’ chiaro che la maggior parte di loro vorrebbe tornare. Sono iracheni e fieri di esserlo. Non penso però che le condizioni di un loro ritorno siano possibili, almeno per ora. E’ vero comunque che molti sognano l’America o l’Europa, ma è un errore farlo, e la nostra missione è proprio questa: convincere questa gente a rimanere in Libano e dar loro la possibilità di farlo. Il Libano sta progressivamente perdendo la sua componente cristiana, e la presenza dei fedeli iracheni potrebbe contribuire a riequilibrare le cifre, permettendo loro, inoltre, di rimanere in Medio Oriente e di non recidere completamente le proprie radici. E’ chiaro però che questa gente non può vivere di tradizioni e legami ancestrali. Per questo stiamo seguendo un progetto preciso. La Chiesa Maronita ci ha concesso un grosso appezzamento di terreno su cui sarebbe possibile costruire delle case per queste persone e radicarle sul territorio in maniera legale. Il problema però, sono come al solito i fondi. Abbiamo calcolato che sistemare una sola famiglia costerebbe dai 15.000 ai 20.000 $ per la casa (un prefabbricato) e 1500 $ all’anno per la tassa di soggiorno annuale, oltre le spese vive finché la famiglia non è in grado di mantenersi con il proprio lavoro.


UN PROGETTO IMPORTANTE…
Si, un grosso impegno economico. Pensiamo però che ne valga la pena, siamo certi di questo. Queste persone hanno già sofferto troppo, sarebbe ora che trovassero un po’ di pace.


SE QUALCUNO VOLESSE RACCOGLIERE IL SUO APPELLO AD AIUTARE I RIFUGIATI IRACHENI CRISTIANI IN LIBANO COME POTREBBE FARE, COME POTREBBE ARRIVARE DIRETTAMENTE A VOI CHE OPERATE SUL CAMPO? SO CHE A LUGANO E’ ATTIVO UN BLOGSPOT (in italiano) DEDICATO PROPRIO ALLE SUE ATTIVITA’: Amici di Mons. Michel Kassarji DOVE E' POSSIBILE TROVARE LE INDICAZIONI PER INDIRIZZARE GLI AIUTI: UN CONTO CORRENTE BANCARIO IN SVIZZERA O DIRETTAMENTE GLI ESTREMI DI QUELLO DELL'EPARCHIA CALDEA DI BEIRUT:
Sì, gli amici che gestiscono quel blogspot si sono impegnati a divulgare notizie sulla situazione dei cristiani caldei in Libano. In ogni caso l’indirizzo mail dell’Eparchia Caldea di Beirut, a cui scrivere in francese, inglese ed italiano è:
chaldepiscopus@hotmail.com.


MONSIGNORE, UN ULTIMO APPELLO QUINDI:
Il mio appello è quindi a non dimenticare i rifugiati caldei in Libano. La guerra non è solo bombe ed eserciti, che peraltro purtroppo non mancano neanche nel mio paese, ma anche la terribile lotta che questi cristiani sono obbligati a combattere giorno per giorno e che è colpevolmente dimenticata dal mondo. Per questa ragione chiedo a tutti di aiutarli, di non dimenticarli, di diffondere le notizie sulla loro situazione. Lo scorso anno in un articolo di un settimanale sono stato definito “Il Vescovo Volante” con riferimento alle mie attività. E’ vero. Per questa ragione, per i progetti che devo, ripeto devo, organizzare per questa gente, devo poter volare da loro con soluzioni per i loro problemi, ma posso farlo solo l’appoggio di chi vuole e può aiutarmi ad aiutarli.

Iraqi Christian refugees in Lebanon: why did we forget them?

Interview to Mgr. Michael Kassarji, Chaldean bishop of Beirut

By Baghdadhope

In this historical period it is not easy to be a Chaldean Catholic bishop. Even if you do not live in Iraq, the epicentre of violence that decimated the already small Christian community now fleeing to the four corners of the earth. It is not, in fact, even for Mgr. Michel Kassarji, the Chaldean bishop of the diocese of Beirut, Lebanon, since 2001.
In Rome for a few days, Monsignor Kassarji agreed to be interviewed by Baghdadhope to renew his appeals for help. We reached him immediately after his meeting with Cardinal Leonardo Sandri, Prefect of the Congregation for Oriental Churches where Monsignor Kassarji has again pleaded the cause he dedicated his life to: the fate of thousands of Iraqi Christians who in Lebanon hoped to escape the threats, the kidnappings, the targeted killings, the bombs that hit churches and that, even when they don’t kill anyone, by spreading terror reach their aim: to delete the Christian presence in Iraq.
A cause that, as the bishop underlines, "is not charity, but duty. We do not help these people for charity, we 'are' these people, our people who are suffering in Iraq but also in Lebanon."

CAN YOU TELL US SOMETHING ABOUT THE SITUATION OF IRAQI CHRISTIANS IN LEBANON?
There are no official estimates but we could say that my community has doubled in number in recent years. The escape of Iraqi Christians had already begun before the war of 2003, but it concerned 40 or 50 families. After the war and everything that followed it we reached the number of almost 5000 refugees. Desperate people who left everything behind them to save their life, who are now living in poor conditions and whom the church tries to help.
WHERE DO THE PEOPLE ASKING FOR YOUR HELP COME FROM?
Most of them come from Baghdad, although for many of them the first leg of the flight was perhaps the north of the country from which they entered illegally Syria and then Lebanon. A river of people marching towards life.
HOW’S THEIR LIFE IN LEBANON?
Difficult. Lebanon is a small country that had to deal with this human tide without being prepared. According to some figures reported to me we are talking about 75,000 Iraqis on Lebanese soil. They arrive illegally by paying huge figures to whom helps them to cross borders. They have no home, work, welfare, schools, rights. Once in Lebanon their being clandestines makes them easy preys for the illegal work market and so, even when they work as beasts all day long, money is never sufficient if we consider that the rent for a small house is $ 400 per month, a huge figure for them. Daily concerns added to anxiety for the future and memories of the recent, terrible past.
WHAT IS THE CHURCH DOING TO HELP THESE PEOPLE?
Many things because it’s a hard work, but it is obviously too little considering the needs. We have many problems to solve. One is the school, for example. Many Iraqi youth and children with no permit to stay cannot attend public schools, undermining in this way their already uncertain future. For those who are forced to work during the day we opened an evening school, and with regard to children we pay, but only for 400 of them, the fees of enrolment to private Christian schools, the only they can attend. Another problem is health because public facilities don’t accept illegal immigrants. For this reason we have a medical dispensary, but it lacks necessary equipments. During a trip I recently made to Switzerland an entire dentist’s surgery has been given to this dispensary but we are still waiting for its arrival. The cost of living in Lebanon, furthermore, is high, and for this reason the Chaldean church every month gives parcels of food to the most needy. A ration of oil, sugar, condensed milk, tea and legumes worth $ 22 that not only fails to cover the needs of a family, but that, given the scarcity of funds, goes only to 500 people, a very little number.

Click on "Leggi tutto" for the interview by Baghdadhope

WHO IS HELPING YOU?
The problem of Iraqi refugees in Lebanon, and Christians in particular, is underestimated. Lebanon, despite its problems, is not considered a country at war. For this reason, and despite the goodwill of a few, the aid is insufficient. In addition to this I want to point out a way to operate in the field of aid that is not particularly effective: to send aids through international organizations means not only a waste of money - big organizations have obviously operating expenses to consider - but also of human resources and time. Why, I ask, who wants to help the Iraqi Christians refugees in Lebanon does not do it through us? We do not have operating expenses, we 'live' the situation, we have direct contact with these people who come to ask for help and whom we visit. With $ 10000 and with no operating expenses, we are able to distribute 455 monthly food rations.

IT IS SAID THAT LEBANON IS FOR IRAQI CHRISTIANS ONLY A COUNTRY WHERE THAY CAN WAIT TO EMIGRATE TOWARDS OTHER CONTINENTS. IS IT TRUE OR THOSE PEOPLE THINK ABOUT THEIR GOING BACK TO IRAQ?
Most of them would like to go back to their country. They are Iraqis and proud of it. I do not think, however, that the conditions for their going back are possible, at least for now. It is also true that many of them dream of America or Europe, but it is a mistake, and our mission is this: to convince these people to stay in Lebanon and give them the opportunity to do it. Lebanon is gradually losing its Christian component, and the presence of the Iraqi faithful could help to rebalance the figures, allowing them also to remain in the Middle East not loosing completely their roots. It is clear, however, that these people cannot live on tradition and ancestral ties. For this reason we are pursuing a specific project. The Maronite Church has given us a big plot of land on which we could build houses for these people helping them to live there legally. The problem however is, as usual, money. We calculated that to accommodate one family would cost from $ 15,000 to 20,000 for the house (pre-fabricated) and $ 1500 per year for the residence permit, in addition to daily expenses until the family is able to earn its living by its work .

AN IMPORTANT PROJECT…
Yes, a big financial commitment. We think, however, that it’s worth it, we are certain of this. These people have already suffered too much, now it’s time for them to live in peace.

IF SOMEONE WANTED TO HELP IRAQI CHRISTIAN REFUGEES IN LEBANON HOW COULD HE DO, HOW COULD HE GET DIRECTLY TO YOU?
They could write in English, French, Italian and Arabic to the Chaldean Eparchy of Beirut at chaldepiscopus@hotmail.com and ask for information on our activities, projects, and how to help.

YOUR LAST APPEAL?
My appeal is not to forget the Chaldean refugees in Lebanon. The war is not only bombs and armies but also the terrible struggle that these Christians are obliged to fight day by day and that is culpably forgotten by the world. For this reason I ask everyone to help them, not to forget them, to spread the news about their status. Last year a journalist of a weekly magazine called me "The Flying Bishop" with reference to my activities. It is true. For this reason, for the projects I must, I repeat, I must, organize for these people, I have to be able to fly to them with solutions to their problems
, but I can only do it with the support of those who want and can help me to help them. "


3 febbraio 2008

Notizie sulla comunità irachena cristiana

Fonti: varie

By Baghdadhope
Ieri, in occasione della “Giornata del malato” si è tenuta a Bagdad una cerimonia presso la chiesa siro cattolica di “Nostra Signora della Salvezza” a Karrada come ha dichiarato a Baghdadhope Monsignor Shleimun Warduni vescovo caldeo di Baghdad. Presenti alla cerimonia lo stesso Monsignor Warduni, il Patriarca della chiesa Caldea Cardinale Mar Emmanuel III Delly, il responsabile governativo dell’ufficio per gli affari dei non musulmani, il Signor Abdallah Naufali, e diversi religiosi tra cui alcune suore dell’Ordine di Madre Teresa di Calcutta e le sorelle consacrate di Beit Anya, una casa di accoglienza per persone disabili a Baghdad.

Oggi,
a più di un anno dalla sua nomina, si è insidiato nella sede di Baghdad il nuovo vescovo armeno cattolico, Monsignor Emmanuel Dabaghian che sostituisce il novantenne Monsignor Boghos Koussan. Presenti alla cerimonia di insediamento, tenutasi nella chiesa di “Nostra Signora dei Fiori” a Karrada il Nunzio Apostolico in Giordania ed Iraq, Monsignor Francis Assisi Chullikat, il vescovo latino di Baghdad, Monsignor Jean Sleiman, diversi rappresentanti della chiesa Armeno Cattolica tra i quali lo stesso predecessore di Monsignor Dabaghian, ed il Patriarca della chiesa Caldea, Cardinale Mar Emmanuel III Delly accompagnato da Monsignor Shleimun Warduni e da Monsignor Jacques Isaac.

Sempre oggi, durante la sua omelia domenicale Papa Benedetto XVI ha pronunciato
parole di dolore in riferimento agli attentati che lo scorso venerdì hanno insanguinato Baghdad, e tra le cui vittime la comunità cristiana irachena piange la morte del giovane Duklas Bnuel Shmuel morto nell’esplosione che ha investito il centralissimo mercato di Suq al Ghazal.

News about the Iraqi Christian community

Sources: different

By Baghdadhope

Yesterday, on the occasion of the "Day of the Sick" a ceremony was held at the Syrian Catholic church of Our Lady of Salvation in Karrada, as told to Baghdadhope by Mgr. Warduni Shleimun, Chaldean bishop of Baghdad. Present at the ceremony Mgr. Warduni, the Patriarch of the Chaldean Church, Cardinal Mar Emmanuel III Delly, the head of government affairs for non-Muslims, Mr. Abdallah Naufali, and several religious including some nuns of Mother Teresa of Calcutta and some consecrated sisters of Beit Anya, a house for disabled people in Baghdad.

Today, more than a year after his appointment, the new Armenian Catholic bishop, Monsignor Emmanuel Dabaghian, who replaces the ninety years old Mgr. Boghos Koussan,took possession of his Baghdad headquarters.
Present at the ceremony held in the church of “Our Lady of the Flowers" in Karrada were the Apostolic Nuncio in Jordan and Iraq, Monsignor Francis Assisi Chullikat, the Latin bishop of Baghdad, Archbishop Jean Sleiman, representatives of the Armenian Catholic Church, among whom the same predecessor of Archbishop Dabaghian, and the Patriarch of the Chaldean church, Cardinal Mar Emmanuel III Delly accompanied by Mgr. Shleimun Warduni and Monsignor Isaac Jacques.

Also today, during his Sunday homily Pope Benedict XVI spent
words of pain in reference to the attacks that last Friday bloodied Baghdad, and among the victims of which the Christian community in Iraq mourns the young Duklas Bnuel Shmuel, dead by the explosion that invested the central market of Suq al-Ghazal.

2 febbraio 2008

I nostri figli: “agnelli sacrificali”

Fonti: varie

By Baghdadhope

Accettate da Papa Benedetto XVI le dimissioni del Patriarca della chiesa Siro Cattolica, Ignace Pierre VIII Abdel-Ahad

“I nostri figli sono diventati agnelli sacrificali” queste le parole, riferite ai recenti attentati che in Iraq hanno colpito diversi luoghi di culto cristiano, che Sua Beatitudine Ignace Pierre VIII Abdel-Ahad, Patriarca di Antiochia dei Siri, ha pronunciato il 22 gennaio scorso durante l’ultimo atto ufficiale del suo patriarcato nell’incontro con Mor Ignatios Zakka I Iwas, patriarca della chiesa siro ortodosso.
Nel corso dell’incontro, svoltosi presso il Monastero siro ortodosso di Mar Ephrem a Deir Sadnayia (Damasco) S.B. Ignace Pierre VIII Abdel-Ahad ha pronunciato un discorso attento non solo alla situazione della cristianità orientale, con particolare riferimento agli attentati che hanno recentemente colpito ben 10 luoghi di culto cristiano in Iraq, ma anche alla speranza per una maggiore fraternità ed unità tra le chiese “siriache ed in particolare tra quelle ortodosse e quelle cattoliche.”
Da oggi, 2 febbraio 2008, il patriarcato di Ignace Pierre VIII Abdel-Ahad, iniziato nel 2001, è terminato con le sue dimissioni accettate come “gesto d’amore ecclesiale” da Papa Benedetto XVI. Come ultimo gesto Sua Beatitudine ha voluto ringraziare tutti coloro, persone ed istituzioni, che hanno cooperato con lui in questi sette anni: il Consiglio dei Patriarchi Cattolici d’Oriente, il Consiglio delle Chiese del Medio Oriente, il Consiglio dei Patriarchi e dei Vescovi Cattolici di Libano e Siria,i vescovi, sacerdoti, monaci e suore della chiesa siro cattolica, i diversi consigli pastorali e tutti i benefattori che hanno collaborato a diversi progetti caritatevoli: l’ex presidente libanese Emile Lahoud, l’ex primo ministro libanese Rafik Hariri, Sarkis Aghajan,la Fondazione Waleed bin Talal e l’ex ministro dell’industria libanese e vice presidente della Fondazione Waleed bin Talal, signora Leila Sohl Hamade.

Our children: "sacrificial lambs"

Sources: different

By Baghdadhope

Accepted by Pope Benedict XVI the resignation of Patriarch of the Syrian Catholic church, His Beatitude Ignace Pierre VIII Abdel-Ahad.
"Our children have become sacrificial lambs" these are the words, referred to the recent attacks that in Iraq have struck several Christian places of worship, that His Beatitude Ignace Pierre VIII Abdel-Ahad, Patriarch of Antioch of the Syriac, pronounced on January 22 during the last official act of his patriarchate in a meeting with Mor Ignatios I Zakka Iwas, Patriarch of the Syriac Orthodox Church. During the meeting, held at the Syrian Orthodox monastery of Deir Mar Ephrem in Deir Sadnayia (Damascus) Ignace Pierre VIII Abdel-Ahad gave a speech not only attentive to the situation of eastern christianity, with particular reference to the attacks that have recently hit 10 christian places of worship in Iraq, but also to the hope for a greater brotherhood and unity among churches "syriac and in particular between the Orthodox and Catholic ones."
From today, February 2, 2008, the Patriarchate of Ignace Pierre VIII Abdel-Ahad, which began in 2001, ended with his resignation accepted as a "gesture of ecclesiastic love" by Pope Benedict XVI.
As a final gesture of his patriarchate His Beatitude thanked all, persons and institutions, that cooperated with him in the last seven years: the Council of Catholic Patriarchs of the East, the Council of Churches of the Middle East, the Council of Patriarchs and Catholics Bishops of Lebanon and Syria, the bishops, priests, monks and nuns of the Syriac Catholic church, the various pastoral councils and all the benefactors who collaborated on several charitable projects: former Lebanese President Emile Lahoud, former Lebanese Prime Minister Rafik Hariri, Sarkis Aghajan, the Waleed bin Talal Foundation and former minister of Lebanon and vice president of the Waleed bin Talal Foundation, Mrs. Leila Sohl Hamade.

29 gennaio 2008

Source: ZENIT

“Io ho un nuovo amico, un sacerdote caldeo iracheno"
Generosa risposta a favore dei sacerdoti iracheni

"Tengo un nuevo amigo, un sacerdote caldeo iraquí"

Generosa respuesta a favor de sacerdotes iraquíes

"Tenho um novo amigo, um sacerdote iraquiano"

Generosa resposta a favor de sacerdotes iraquianos

"Ich habe einen Freund - einen irakischen chaldäischen Priester"

Turiner Solidaritätskampagne für Irakische Priester erhält großes Echo

Al centro dell’Assemblea della ROACO la situazione drammatica dei cristiani iracheni

Giovanni Peduto

Si è tenuta questa settimana in Vaticano l’Assemblea semestrale della ROACO, la Riunione delle Opere di Assistenza alle Chiese Orientali. Al centro dei lavori, in particolare, l’Iraq, argomento che sarà ripreso nella prossima sessione, fissata per il 18 e 19 giugno. Ma cosa è emerso dall’Assemblea dei giorni scorsi?
Giovanni Peduto lo ha chiesto al segretario generale della ROACO, don Leon Lemmens.
"Prima di tutto è emersa una grande premura, un grande senso di solidarietà con le sorti dei cristiani iracheni. Abbiamo, dunque, dedicato quasi la totalità dei lavori di questa sessione della ROACO proprio alla questione irachena e soprattutto a come aiutare di più i cristiani iracheni e, quindi, le loro Chiese."
La minoranza cristiana è sempre più in difficoltà: abbiamo visto gli ultimi attacchi contro le chiese. E continua la diaspora. Come aiutare queste comunità? "Come purtroppo sappiamo, ormai, la maggior parte dei cristiani iracheni vive fuori dall’Iraq: si parla infatti di circa 60 mila persone che vivono vicino ad Amman, altre 100 mila e forse anche di più vivono in Siria, altre ancora in Libano e in Turchia. Altri cristiani iracheni poi, pur vivendo in Iraq, vivono in realtà una condizione di rifugiati nel Nord del Paese. La situazione generale, dunque, dei cristiani iracheni è veramente difficilissima. Nel corso dei nostri lavori, a questo riguardo, abbiamo anzitutto analizzato quello che stiamo già facendo per questa situazione, quello che stanno facendo le Agenzie della ROACO, e in particolare la Caritas. Abbiamo potuto verificare che la Caritas è veramente molto impegnata tanto in Giordania quanto in Siria, ma anche all’interno dell’Iraq, grazie all’aiuto di tante persone e con l’apporto anche di importanti mezzi finanziari. Abbiamo anche visto come la Pontifical Mission ad Amman sia molto impegnata e cerchi di andare realmente incontro ai bisogni dei cristiani iracheni."
Clicca su "leggi tutto" per l'intervista di Radiovaticana

Suppongo che non basti quanto già si fa ma occorre molto altro impegno …
"Certo è che rimane ancora molto da fare e rimane molto da fare anzitutto per tutti coloro che sono rifugiati nei Paesi limitrofi. Si ha bisogno di aiuti materiali, perché molti di questi cristiani iracheni hanno lasciato il loro Paese e non hanno più un lavoro e, dunque, non hanno alcun guadagno e poi anche perché la loro situazione legale è veramente molto precaria. Mancano poi anche le strutture pastorali che danno la possibilità di avere una vita spirituale per questi cristiani che hanno bisogno di luoghi dove radunarsi ed incontrarsi. Si pensa, si sogna quindi di riuscire a creare una parrocchia caldea proprio ad Amman, perché ancora non esiste. Sarebbe veramente importante riuscire a creare questa parrocchia, perché diventerebbe per loro un centro, attorno a cui potrebbero collegarsi ed unirsi anche tutte le altre attività assistenziali. Anche in Siria – come dicevo precedente – la Caritas ha iniziato ad operare, ma dovrebbe poter riuscire a potenziare gli aiuti materiali, perché anche qui sono ingenti i bisogni materiali. Anche qui si dovrebbe poter riuscire a mettere in piede una piccola struttura pastorale, così da poter stare vicino a questa gente. Il vescovo di Aleppo sta facendo molto proprio a questo riguardo per la zona di Aleppo, dove ovviamente è lui il vescovo."

Molto delicata è pure la situazione in Kurdistan ...
"Per quanto riguarda la situazione in Kurdistan bisogna dire che è difficile riuscire a farsi un’idea precisa di cosa sta succedendo, ma anche in Kurdistan si è rivelato un acuto e forte bisogno pastorale, come pure il bisogno di aiuti materiali."

A parte le analisi, concretamente quali progetti sono stati delineati?
"Avendo tracciato un po’ il panorama della condizione dei cristiani iracheni, di quello che già si sta facendo, individuando anche quelle che sono state e che sono le mancanze nell’aiuto, probabilmente ben presto partiranno due missioni organizzate dalle nostre agenzie che si recheranno ad Amman e in Siria per contattare persone, enti ed organismi ed individuare cosa esattamente si possa fare e con chi farlo. Questo, quindi, per riuscire a mettere in piedi dei nuovi progetti di aiuto concreto tanto sul piano materiali ed assistenziale quanto sul piano pastorale, perché anche questo aspetto è molto importante. Un’altra missione, invece, si recherà nell’Iraq del Nord e in Kurdistan per provare a compiere lo stesso lavoro, quindi prendere contatti e sviluppare nuovi progetti di aiuto. Quello che vorremmo riuscire a fare è cercare di potenziare la vicinanza della Chiesa universale a questi cristiani iracheni."

E’ stata affrontata la questione se aprire le frontiere dell’Europa e dell’America del Nord per accogliere i rifugiati iracheni cristiani bloccati in Siria e in Giordania?
"Questa questione è certamente di importanza massima per il futuro della Chiesa caldea, ma anche per il futuro stesso della Chiesa siro-ortodossa e siro-cattolica. Il primo sforzo, certamente, deve essere quello di cercare di far rimanere nella zona i cristiani iracheni e quindi il nostro impegno deve essere quello di aiutarli a restare. Ma c’è anche chi pensa, invece, che sia necessario invitare i governi dell’Europa dell’Est, dell’Unione Europea, degli Stati Uniti e del Canada ad essere più disponibili nell’accoglienza di alcune persone, la cui situazione è veramente drammatica."

La situation dramatique des chrétiens d’Irak au cœur de la session de la ROACO

Source: ZENIT

By Anita S. Bourdin
L'assemblée semestrielle de la « Réunion des Œuvres d'Assistance aux Eglises orientales
» (ROACO), s'est tenue au Vatican la semaine dernière. La prochaine réunion aura lieu les 18 et 19 juin. Le secrétaire général de la ROACO, le P. Leo Lemmens a évoqué au micro de Radio Vatican la situation des chrétiens d'Irak qui a été au cœur de cette réunion.
«Avant tout, il ressort de cette assemblée une grande sollicitude, un grand sens de la solidarité avec les chrétiens irakiens. Nous avons donc consacré la quasi totalité des travaux de cette session de la ROACO justement à la question irakienne et surtout à la recherche de la façon d'aider davantage les chrétiens irakiens et leurs Eglises ».
«Comme nous le savons hélas, ajoutait le P. Lemmens, la majeure partie des chrétiens d'Irak sont désormais en dehors de l'Irak. On parle en effet d'environ 60.000 personnes vivant près de Amman, et 100.000 autres ou peut-être même plus vivant en Syrie, et d'autres encore au Liban et en Turquie. Il y a d'autres chrétiens irakiens qui, tout en vivant en Irak, vivent en réalité dans une situation de réfugiés dans le Nord du pays. La situation générale des chrétiens irakiens est donc vraiment très difficile. Au cours de nos travaux, nous avons à ce propos avant tout analysé ce que nous sommes déjà en train de faire pour faire face à la situation. Ce que les agences de la ROACO sont en train de faire et en particulier la Caritas. La Caritas est vraiment très engagée en Jordanie et en Syrie, mais aussi à l'intérieur de l'Irak, grâce à l'aide de tant de personnes et avec l'apport aussi de moyens financiers importants. Nous avons aussi vu à quel point la Mission pontificale de Amman est engagée et cherche à répondre aux besoins des chrétiens irakiens ».

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Pour le P. Lemmens, « il reste encore beaucoup à faire » et ceci «d'abord pour tous ceux qui sont réfugiés dans les pays limitrophes ».
Il précise : «On a besoin d'aides matérielles, pace que beaucoup de ces chrétiens irakiens ont quitté leur pays et n'ont plus de travail, et donc n'ont plus de source de revenu, mais aussi parce que la situation légale est vraiment très précaire. D'autre part, il y a un manque de structures pastorales qui donnent la posssibilité d'avoir une vie spirituelle : ces chrétiens ont besoin de lieux où se rassembler et où se rencontrer. On espère donc réussir à créer une paroisse chaldéenne à Amman même, parce qu'il n'y en a pas encore. Ce serait vraiment important de réussir à créer cette paroisse, parce qu'elle deviendrait pour eux un centre autour duquel pourraient aussi être rassemblées toutes les activités d'entr'aide. En Syrie aussi, comme je le disais, la Caritas a commencé à travailler mais elle devrait pouvoir réussir à développer les aides matérielles parce que là aussi, les besoins matériels sont immenses. Là aussi, on devrait pouvoir réussir à mettre sur pied une petite structure pastorale de façon à pouvoir être proche de ces personnes. L'évêque d'Alep fait beaucoup justement dans ce sens pour la zone d'Alep ».
Pour ce qui concerne la situation au Kurdistan, le P. Lemmens fait observer qu'il est «difficile de réussir à se faire une idée précise de ce qui se passe», mais que là aussi il existe «un besoin pastoral aigü et fort et un besoin d'aide matérielle ».
Donc, pour ce qui est des projets, après avoir «dessiné le panorama de la situation des chrétiens irakiens, de ce qui se fait actuellement, et en identifiant quels ont été ou quels sont les manques, il devrait y avoir bientôt deux missions organisées par nos agences, à Amman et en Syrie, pour contacter les personnes, les organismes et préciser ce qui peut se faire et avec qui », a précisé le P. Lemmens.
«Et ceci, ajoute-t-il pour réussir à mettre en place des nouveaux projets d'aide concrète au plan matériel et au plan pastoral, parce que cet aspect aussi est très important ».
Mais il annonce aussi une «troisième mission, dans le Nord de l'Irak, et au Kurdistan, pour essayer de faire le même travail, et donc prendre des contacts et développer de nouveaux projets d'aide: ce que nous voudrions réussir à faire, c'est augmenter la proximité de l'Eglise universelle envers ces chrétiens d'Irak ».
Pour ce qui est d'ouvrir les frontières de l'Europe et de l'Amérique du Nord pour accueillir les réfugiés irakiens chrétiens bloqués en Syrie ou en Jordanie, le P. Lemmens répond: «Cette question est certainement d'une grande importance pour l'avenir de l'Eglise chaldéenne, mais aussi pour l'avenir même de l'Eglise syro-orthodoxe et de l'Eglise syro-catholique».
Et d'expliquer l'ambiguité: «Le premier effort doit certainement être de chercher à faire rester dans la région les chrétiens irakiens et donc notre engagement doit être de les aider à rester. Mais il y a aussi ceux qui pensent qu'il est au contraire nécessaire d'inviter les gouvernements de l'Europe de l'Est et de l'Union européenne, des Etats-Unis et du Canada à être plus disponibles pour l'accueil de certaines personnes dont la situation est vraiment dramatique».
Selon
l'Oeuvre d'Orient, 40 églises ont été attaquées en Irak d'une façon ou d'une autre entre juin 2004 et janvier 2007. Les derniers attentats datent du 6 janvier 2008 et ils ont visé 3 églises et 3 couvents.
Les interventions faites par la Congrégation romaine pour les Églises Orientales en faveur du clergé et des fidèles catholiques orientaux à Rome et dans les différents pays d'origine sont possibles grâce aux aides financières accordées par le Saint Siège, par les Agences internationales d'aide et par les particuliers, rappelle la page en ligne de cette congrégation.
La Réunion des Œuvres d'Aide aux Églises Orientales (R.O.A.C.O.) est un comité qui réunit les Agences et Œuvres de divers pays du monde qui s'engagent à soutenir financièrement dans différents secteurs, des lieux de culte aux bourses d'études, des institutions d'éducation à l'assistance socio sanitaire.
Elle est présidée par le préfet de la congrégation, actuellement le cardinal argentin Leonardo Sandri, et elle a pour vice-président le secrétaire du dicastère, Mgr Antonio Maria Vegliò. A côté de la Catholic Near East Welfare Association (États-Unis d'Amérique), approuvée par le pape Pie XI en 1928, et de la Mission pontificale pour la Palestine (États-Unis), crée en 1949, en font partie également les Agences qui recueillent des fonds en Allemagne, en France, en Suisse, aux Pays-Bas et en Autriche.

Dossier: Irak, comment renouer avec le dialogue?

Source: Radiovaticana

Toujours prise dans les divisions et la violence, l’Irak ne cesse de faire l’actualité. Comment parler d’unité alors que le pays semble s’enfoncer dans la guerre civile et les luttes fratricides ? Quelles perspectives de dialogue ? Mgr Jean-Benjamin Sleiman, archevêque latin de Bagdad qui était en visite à Rome ces derniers jours appelle à une plus grande unité, au-delà même des communautés chrétiennes et souhaite redonner sens au dialogue.



28 gennaio 2008


L’università della Santa Croce intitola un’aula a padre van Straaten


Un’aula della Pontificia università della Santa Croce sarà intitolata a padre Werenfried van Straaten, fondatore di “Aiuto alla Chiesa che Soffre” (ACS). Nel V anniversario della morte di padre van Straaten una messa di suffragio verrà celebrata lunedì 31 gennaio 2008 alle 17.00 nella Basilica di Sant’Apollinare a Roma. Al termine della celebrazione, nella vicina Università ci sarà la cerimonia per dedicargli l’aula, presenti il Magnifico rettore, monsignor Mariano Fazio, il presidente della Sezione Italiana di ACS, monsignor Sante Babolin e il presidente internazionale di ACS, il dottor Hans-Peter Rthlin.
L’intitolazione dell’Aula vuole essere un simbolico riconoscimento e un ringraziamento ad “Aiuto alla Chiesa che Soffre” da parte del mondo universitario cattolico, per le oltre 300 borse di studio assegnate annualmente a religiosi, religiose e laici che, provenienti dalle diocesi di tutto il mondo, studiano nelle Università pontificie romane per completare la formazione che è da sempre una priorità di ACS nel sostegno dell’opera pastorale della Chiesa. Nel 2007 sono stati destinati a questo scopo oltre 5 milioni di euro.
Tra le migliaia di sacerdoti che ACS ha sostenuto negli studi, può essere significativamente ricordato padre Ragheed Aziz Ganni, giovane prete iracheno ucciso nel giugno scorso al termine della celebrazione della Santa Messa, davanti alla chiesa del Santo Spirito a Mosul, in Iraq. Recentemente, dopo il suo ritorno in patria, il sacerdote aveva scritto all’Opera per raccontarle la difficile realtà dei cristiani nel suo Paese: “l’Eucaristia – aveva scritto padre Ragheed – ci restituisce la vita che i terroristi vogliono toglierci. Senza la Messa domenicale, senza l’Eucaristia, noi cristiani iracheni non potremmo sopravvivere”.

Pontifical University to name hall in honour of Father van Straaten

Source: Asia News

A hall of the Pontificia Università della Santa Croce (Pontifical University of the Holy Cross) will be named after Fr Werenfried van Straaten, founder of “Aid to the Church in Need” (ACN). A memorial Mass will be celebrated at 5 pm next Thursday in Rome’s Sant’Apollinare Basilica to mark the fifth anniversary of his death. At the end of the service the naming ceremony will take place in the nearby university. Mgr Mariano Fazio, Santa Croce’s rector; Mgr Sante Babolin, president of ACN’S Italian section, and Dr Hans-Peter Röthlin, ACN International president, will be present.
The naming of a hall in Father van Straaten’s honour is a symbolic recognition and an expression of gratitude towards “Aid to the Church in Need” by the Catholic academic world for the more than 300 scholarships given to men and women religious as well as lay people who study and train in Rome’s Pontifical universities. Education has always been a priority for ACN in its support for the Church’s pastoral work. Last year the overall outlay was over € 5 million (US$ 7.5 million).
Fr Ragheed Aziz Ganni was one of the thousands of priests who benefited from ACN support. The young Iraqi priest was killed in June of last year in front of Mosul’s Holy Spirit Church, in Iraq, after he celebrated Mass. But not long before his death, Father Ganni had a chance to write to ACN and describe the harsh reality Christians must endure in his country.
“The Eucharist,” he wrote, “gives us back the life terrorists try to take from us. Without Sunday Mass, without the Eucharist, we Iraqi Christians could not survive.”

Solidarietà e donazioni non bastano, alla Chiesa irachena servono progetti concreti

Fonte: Asia News

di Louis Sako Arcivescovo caldeo di Kirkuk

Invitato da “Aiuto alla Chiesa che soffre”, l’arcivescovo caldeo di Kirkuk ha partecipato la settimana scorsa ad incontri in Germania per sensibilizzare l’Europa sui problemi dei cristiani in Iraq. Egli spiega che per contenere il “mortale esodo” della comunità, prima di parole e offerte economiche, serve un serio impegno della stessa Chiesa irachena: riorganizzazione interna, negoziati con il governo curdo, nuovo impulso alla missione. “Senza paura!”.

Clicca su "leggi tutto" per la lettera di Mons. Luis Sako
Gli attentati che hanno colpito obiettivi cristiani a Baghdad, Mosul e Kirkuk questo mese rappresentano un preciso messaggio, nascondono domande dirette: “Con chi sono schierati i cristiani? Cosa vogliono? Che posizione politica hanno? Che mire sulla piana di Ninive?”. Dopo le bombe esplose tra il 6 e il 17 gennaio, il tema della sopravvivenza della Chiesa assiro-caldea in Iraq è tornato sotto i riflettori di media e opinione pubblica occidentale. Grande solidarietà ci arriva dall’occidente, denaro è messo a disposizione dal governo del Kurdistan. Ma manca una prospettiva. Anche perché noi stessi leader religiosi iracheni non l’abbiamo offerta. Non abbiamo detto al mondo cosa ci aspettiamo e di cosa abbiamo bisogno!

Il mortale esodo che affligge la nostra comunità non potrà essere evitato, finché la Chiesa irachena in prima persona non prenderà una chiara posizione nel quadro politico e non studierà un coraggioso progetto pastorale. Il futuro della Chiesa caldea-assira è in Iraq: qui è la sua terra, qui si è formata la sua storia e il suo patrimonio, parte importante del più vasto patrimonio cristiano unversale. Chiesa vuol dire missione. Una Chiesa in diaspora perde la sua identità. La presenza cristiana nel corso della storia ha contribuito molto allo sviluppo dell’Iraq. I cristiani sono stati e possono continuare ad essere anche oggi strumento di dialogo, convivenza pacifica e collaborazione con i fratelli musulmani. Svuotare il Paese di questa comunità è un peccato mortale.
La domanda che necessita una risposta urgente e decisa è: “Come aiutare i cristiani iracheni?”. La nostra Chiesa deve riorganizzarsi e aggiornare non solo la sua struttura, ma anche il suo discorso. Per sopravvivere a questi tempi ci serve una Chiesa forte, con una chiara visione pastorale e “politica”, con precisi piani non solo per proteggere i suoi fedeli, ma anche per favorire la riconciliazione.
Quasi la metà dei cristiani, religiosi e laici, vivono come rifugiati nei Paesi confinanti. E altri continuano a lasciare le loro case. Un primo passo potrebbe essere aiutare questa gente a fare ritorno ai loro villaggi di origine nel più sicuro nord, piuttosto che incentivarne la fuoriuscita. Sarebbero così sottratti alla misera vita che viene loro offerta in Siria o in Giordania e limiterebbe il loro esodo verso ovest. A tal fine è indispensabile negoziare con il governo regionale del Kurdistan iracheno per creare posti di lavoro, edificare abitazioni e studiare progetti mirati a breve e lunga scadenza. Il ministro dell’Economia del Kurdistan, il cristiano Sargis Aghajan, stanzia ingenti somme per la comunità. Alcuni dicono il 3 per cento degli introiti dell’industria petrolifera. L’Olanda ha offerto 6 milioni di euro. Gli Stati Uniti 10 milioni di dollari. Con questi soldi si possono creare scuole, dispensari, strade, istituti tecnici, scuole per infermieri. mandare religiosi e religiose per aprire missioni. Non dobbiamo avere paura!