“Baghdad ha perduto la sua bellezza e non ne è rimasto che il nome.
Rispetto a ciò che essa era un tempo, prima che gli eventi la colpissero e gli occhi delle calamità si rivolgessero a lei, essa non è più che una traccia annullata, o una sembianza di emergente fantasma.”
Ibn Battuta
Baghdad, 19 luglio 2014
11 febbraio 2008
Delegazione internazionale di Pax Christi in Iraq 11 - 19 febb 2008
International Delegation of Pax Christi to Iraq 11 - 19 Feb. 2008
"The evil, with its load of pain, seems toh ave no limits in Iraq, as the sad news of the past days show. I again raise my voice in favor of that sorely tried population and invoke the peace of God" these the words by Benedict XVI for the Angelus of Sunday, February 3.
During the March for the Peace, on the night of December 31 2007 in Bergamo, Mgr.Marc Stanger, president of Pax Christi France, called everyone to partecipate to a path of solidarity with Christians and Iraqi people oppressed by violence: "Pâques avec les Chrétiens Iraq 2008”. The proposal has been followed up and, in addition to an action of prayer and solidarity proposed by the French church in this time of Lent and Easter, an international delegation to Iraq was organized.
The 'official delegation' of Pax Christi from France and Italy, will leave for Iraq on February 11.
The delegation is composed by a dozen people. Our delegate will be don Renato Sacco, from Pax Christi Italy and parish priest in the diocese of Novara. In the delegation there will be also Paola Gasparoli, from 'A Bridge to..'.
The meaning of this visit can be found in the following words. They seem to be have been written today while – as a confirmation of a tragedy that has lasted too many years, when someone said, unhearded, that War is a no return adventure - were pronounced by Mgr. Diego Bona, president of Pax Christi Italy before leaving as member of a delegation to Iraq on June 4, 1998 (ten years ago!). "Our presence in Iraq is primarily intended to express our solidarity to Iraqi families who pay on their skin the very high price of a drama that does not create neither attention nor international relief."
7 febbraio 2008
Onu: dall’Iraq più fughe che rimpatri
Un rapporto dell’Unhcr smentisce le cifre del governo iracheno sull’alto numero di profughi che rientrano dalla Siria: sono 1200 al giorno quelli che varcano il confine, rispetto ai 700 che tornano. Il 46 per cento di chi rimpatria lo fa per motivi economici e il 25 per cento perché non può rinnovare il permesso di soggiorno. E per le minoranze religiose, soprattutto cristiani, pensare di tornare è come “andare incontro a morte sicura”.
Gli iracheni continuano a fuggire verso la Siria e il numero di chi varca il confine è di gran lunga maggiore di quello di chi torna a casa. Le ragioni di chi sceglie il rimpatrio, inoltre, non sono legate al miglioramento della sicurezza, ma per lo più alla scadenza dei permessi di soggiorno e alle difficoltà economiche. È il contenuto dell’ultimo rapporto dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) sulle cifre dell’immigrazione irachena in Siria. Il risultato dello studio contraddice nettamente lo scenario dipinto dal governo di Baghdad, secondo il quale il calo degli attentati e del livello di insicurezza sta riportando a casa migliaia di profughi ogni mese.
Il rapporto dell’Unhcr, anticipato ieri sera dall’Agence France Press, parla di una media di 1200 iracheni al giorno che entrano in Siria, rispetto ai circa 700 che rimpatriano. Il dato, che si riferisce alla fine di gennaio scorso, non è ancora stato commentato ufficialmente. Ma fonti anonime del ministero iracheno dell’emigrazione lo hanno subito definito “falso”. Già a gennaio, però, la Mezzaluna Rossa aveva ridimensionato le cifre dei rimpatri fornite da Baghdad: 46mila, tra settembre e dicembre 2007, rispetto ai 60mila ufficiali. Un sondaggio condotto dall’Unhcr in Siria, rivela ora che il 46 per cento di chi ritorna lo fa per motivi economici e il 25 per cento, perché non si vede rinnovato il permesso di soggiorno.
Tra i profughi, inoltre, gli unici che si dimostrano più propensi al rientro sono i musulmani (sunniti o sciiti a seconda della zona e del quartiere di appartenenza), raccontano da Damasco alcune famiglie caldee. “Per i cristiani, gli yazidi e per chi lavorava con ditte occidentali o con le forze Usa – continuano le fonti – tornare a Baghdad, Mosul o Samarra significa andare incontro a morte certa. Non abbiamo una zona dove possiamo dirci sicuri”. Una ragazza siro-ortodossa di soli 30 anni, che chiede l’anonimato, racconta con le lacrime agli occhi: “La prossima settimana devo tornare a casa a Mosul perché le autorità siriane a Damasco non mi hanno concesso il rinnovo: non ho famiglia, non sono malata, nessuno dei miei parenti è stato ucciso dai terroristi, per questo non sono ritenuta soggetto a rischio in Iraq. Ma pur di non partire farei di tutto; a Mosul già mi cercano, sanno chi sono e minacciano di uccidermi solo perché ho lavorato per le Nazioni Unite”.
Secondo stime dell’Unhcr, dal 2003 la Siria ha accolto 1,4 milioni di iracheni. Di questi l’80 per cento vive a Damasco. I cristiani in tutto sono circa 60mila e i caldei il gruppo più consistente. Stando a dati dell’arcidiocesi caldea di Aleppo, solo nella capitale e nei villaggi limitrofi si concentrano circa 7mila famiglie.
La consistenza del flusso di cristiani in fuga dall’Iraq è diventato un vero e proprio “esodo”. Ne ha parlato in questi termini Mons. Benjamin Sleiman , arcivescovo latino di Baghdad in un'intervista a ''Terrasanta'', la rivista della Custodia francescana. Il presule racconta che “la situazione della popolazione cristiana irachena è quella di una comunità che ha perso fede nel proprio Paese”. Anche l‘esodo verso il più pacifico nord dell’Iraq nasconde grandi difficoltà, continua l’arcivescovo: “I villaggi cristiani del nord mancano di infrastrutture, di imprese artigianali, industriali o commerciali''. C’è quindi maggiore sicurezza, ma sempre una forte disoccupazione.
E dal nord iniziano a programmare la fuga anche i membri della minoranza yazida. Kayiri Shankali, direttore per gli affari degli yazidi presso il ministero dei Beni religiosi del governo regionale del Kurdistan Iracheno, ha dichiarato che più di 200 famiglie sono state costrette a lasciare le proprie abitazioni per non subire nuovamente minacce e attacchi terroristici condotti allo scopo di spaventare gli abitanti ed impossessarsi delle loro proprietà per lo più terriere.
UN: More fleeing Iraq than returning
A report from the UNHCR denies the figures of the Iraqi government on the number of refugees returning from Syria: there are 1200 per day who cross the border, compared to the 700 who return. 46 percent of those who come back to so for economic reasons, and 25 percent because they cannot renew their residency permits. And for the religious minorities, above all the Christians, thinking of coming back is like "going toward certain death".
The Iraqis continue to flee toward Syria, and the number of those who cross the border is much greater than that of those returning home. The motives of those who decide to come back, moreover, are not connected to an improvement in security, but mostly because of the expiration of residency permits and economic difficulties. These are the findings of the latest report from the UN high commissioner for refugees (UNHCR) on the numbers on Iraqi emigration into Syria. The result of the study clearly contradicts the scene depicted by the Baghdad government, according to which a drop in the number of attacks and the level of insecurity is bringing thousands of refugees back home each month.
The report of the UNHCR, previewed yesterday evening by Agence France Presse, speaks of an average of 1200 Iraqis per day who are entering Syria, compared to about 700 who return. The data, which refer to the end of last January, have not yet been commented upon officially. But anonymous sources at the Iraqi emigration ministry immediately called them "false". Already in January, however, the Red Crescent had revised the figures on the number of people returning provided by Baghdad: 46,000 between September and December of 2007, compared to the official figure of 60,000. A survey conducted by the UNHCR in Syria now reveals that 46 percent of those returning do so for economic reasons, and 25 percent because they cannot renew their residency permits.
Among the refugees, moreover, the ones who show themselves more willing to return are the Muslims (Sunni or Shiite, depending on their region and neighbourhood of origin), a few Chaldean families recount from Damascus. "For the Christians, the Yazidi, and those who work for Western countries or for the U.S. forces", the sources continue, "returning to Baghdad, Mosul, or Samarra means going toward certain death. We do not have any area where we can consider ourselves safe". A 30-year-old Syro-Orthodox woman recounts with tears in her eyes: "Next week I need to return home to Mosul, because the Syrian authorities in Damascus have not allowed me to renew my residency permit: I have no family, I am not sick, none of my relatives has been killed by terrorists, so I am not considered to be in danger in Iraq. But I would do anything to avoid leaving; they are looking for me in Mosul, they know who I am and are threatening to kill me only because I worked for the United Nations".
According to estimates by the UNHCR, since 2003 Syria has received 1.4 million Iraqis. Of these, 80 percent live in Damascus. There are about 60,000 Christians overall, and the Chaldeans are the largest group. According to data from the Chaldean archdiocese of Aleppo, there are about 7,000 families concentrated just in the capital and the surrounding villages.
The rate of Christian emigration from Iraq has become a real and proper "exodus". Benjamin Sleiman, Latin archbishop of Baghdad, spoke in just these terms in an interview with "Terrasanta", the magazine of the Franciscan Custodians of the Holy Land. The prelate recounts that "the situation of the Iraqi Christian population is that of a community that has lost faith in its own country". Even the exodus toward the more peaceful northern part of Iraq conceals great difficulties, the archbishop continues: "The Christian villages in the north lack infrastructure and industrial, commercial, or small business ventures". So there is more security, but the unemployment rate is still high.
And members of the Yazidi minority are already planning to leave from the north. Kayiri Shankali, director for Yazidi affairs at the ministry of religion of the regional government of Iraqi Kurdistan, has stated that more than 200 families have been forced to leave their homes in order to avoid facing new terrorist threats and attacks, carried out with the aim of frightening the inhabitants and taking over their property, which mainly consists of land holdings.
La CCCB/CECC chiede al primo ministro Harper di aiutare gli iracheni cristiani
Anche se il ministro della Cittadinanza e Immigrazione ha recentemente annunciato misure atte a velocizzare i ricongiungimenti familiari dei profughi iracheni, il presidente della CCCB ha detto di sperare che il governo del Canada aumenti il numero massimo di profughi iracheni ammessi nel paese così come accaduto durante la crisi del Kosovo e durante la guerra in Sierra Leone. Il Presidente della CCCB ha constatato che un certo numero di diocesi cattoliche hanno accordi di sponsorizzazione con il governo federale e sono pronte ad assistere i profughi iracheni, ma il governo deve far sì che queste risorse possano essere sfruttate.
Onorevole Stephen Harper,
E' drammatico constatare come tali situazioni continuino nel mondo oggi. Come vescovi siamo consapevoli del fatto che il Canada abbia continuato ed addirittura aumentato gli interventi diplomatici nel tentativo di influenzare i leader politici che non rispettano i diritti umani e fanno ricorso alla violenza per raggiungere i propri fini. Nonostante l'inerzia e indifferenza di altre parti del mondo il Canada può contribuire ad alleviare le sofferenze di coloro che sono vittime di ingiustizie e rappresaglie e certamente gli iracheni cristiani sono tra essi. Allo stesso tempo, accogliendo con favore un recente annuncio da parte del Ministro della Cittadinanza e dell’Immigrazione sull’accelerazione delle pratiche di ricongiungimento familiare dei profughi iracheni, rispettosamente auspichiamo maggiori risorse in questo campo.
Il ricongiungimento familiare non può però essere l'unica risposta alla crisi dei rifugiati iracheni ed il nostro invito al governo canadese è di considerare l'aumento del numero massimo di profughi iracheni ammessi nel paese come successo ad esempio durante le crisi del Kosovo e della Sierra Leone. Circa 20 diocesi cattoliche hanno accordi con il governo federale e sono pronte ad assistere i profughi iracheni in aggiunta ad altre comunità canadesi ed a diverse agenzie, ma il governo del Canada deve far sì che queste risorse possano essere sfruttate.
Nella speranza, Signor Primo Ministro, che il Suo governo mostri la strada alle nazioni democratiche e prenda l'iniziativa di alleviare le sofferenze di tutti i cittadini iracheni in cerca di asilo, Le chiediamo di fare il possibile perché i funzionari consolari canadesi siano attenti ai bisogni dei rifugiati iracheni e pronti ad aiutarli ad iniziare una nuova vita nella sicurezza del nostro Paese.
CCCB Asks Prime Minister Harper to Help Iraqi Christians
Most Reverend V. James Weisgerber, Archbishop of Winnipeg and President of the CCCB, noted that “since the events of 11 September 2001, it seems the emphasis has been on increasing security measures, and Canada has become less welcoming to those seeking asylum.”
His letter also indicates that over the past two years, Christian communities in Iraq have been facing growing violence, with many Christians being forced to seek refuge in Jordan, Syria and Lebanon in the hope of receiving visas to countries in the West or to northern Kurdistan.
Archbishop Weisgerber asked Prime Minister Harper to “intervene so particular attention at least can be given to Iraqi Christians who are approaching Canadian consulates.” Although the Minister of Citizenship and Immigration recently announced that measures would be put in place to expedite family sponsorships of Iraqi refugees, the CCCB President said he hoped the Government of Canada would also increase the maximum number of Iraqi refugees to be admitted into our country, as happened during the Kosovo crisis and during the war in Sierra Leone.
The CCCB President noted that a number of Catholic dioceses have sponsorship agreements with the federal government and are ready to assist Iraqi refugees, but the government needed to open up opportunities so these resources can be mobilized.
La CECC demande au Premier ministre Harper d'intervenir en faveur des chrétiens en Irak
Mgr V. James Weisgerber, archevêque de Winnipeg, au Manitoba, et président de la CECC souligne que «depuis les événements du 11 septembre 2001, il semble que l’on ait mis davantage l’emphase sur le resserrement des mesures de sécurité et que le Canada ne montre plus la même bienveillance envers les demandeurs d’asile ».
Depuis deux ans, est-il mentionné dans la lettre de la CECC, les populations chrétiennes vivant en Irak font face à une spirale de violence qui ne cesse de s’aggraver. C’est ce qui explique que de nombreux chrétiens ont quitté l’Irak pour se réfugier en Jordanie, en Syrie et au Liban, dans l’attente d’un visa pour l’Occident et le Nord-Kurdistan.
Les évêques catholiques du Canada invitent donc au Premier ministre Harper à «intervenir afin qu’une attention particulière soit accordée aux chrétiens d’Irak qui font une demande auprès des consulats canadiens». Quoique le Ministre de la citoyenneté et de l’immigration ait annoncé récemment que des mesures seront mises en place afin d’accélérer le parrainage de familles de réfugiés iraquiens, les évêques expriment le souhait que le gouvernement du Canada augmente le nombre maximum de réfugiées iraquiens admis dans notre pays, «de la même façon qu’il l’a fait lors de la crise au Kosovo ou durant la guerre au Sierra Leone».
Enfin, le président de la CECC précise que de nombreux diocèses catholiques ont des ententes de parrainage avec le gouvernement fédéral et sont disposés à aider des réfugiés iraquiens. Il appartient au gouvernement de faire en sorte que ces ressources puissent être mises à profit.
6 febbraio 2008
Svezia: un "Paradiso Perduto" per i rifugiati iracheni? No, secondo Monsignor Philip Najim
Fare pronostici per quello che accadrà nel 2008 è certamente prematuro, ma il sapere che nel mese di gennaio al solo 42% degli iracheni sia stato concesso l’asilo non fa ben sperare.
Eppure è proprio una speranza quella che si legge nelle parole di Monsignor Philip Najim, Procuratore Caldeo presso la Santa Sede e Visitatore Apostolico in Europa che, interpellato da Baghdadhope a proposito di queste cifre, ha spiegato che esse possono essere dovute al fatto che secondo le informazioni in suo possesso il governo svedese, proprio in considerazione del gran numero di iracheni che in questi ultimi anni sono arrivati nel paese, sta istituendo un ufficio ad essi esclusivamente dedicato, e ciò può aver rallentato il ritmo di disbrigo e dell’eventuale accettazione delle pratiche.
“A ciò” continua Mons. Najim “si deve aggiungere, è vero, il diverso approccio del governo svedese che considera più pericolosa la situazione nel centro e nel sud dell’Iraq rispetto al nord, e come valide le richieste di asilo sostenute dalle prove di reale minaccia alla vita. In ogni caso la Svezia continua ad essere un paese molto attento alle esigenze dei rifugiati iracheni e colgo l’occasione per ringraziare pubblicamente il suo governo che, malgrado le ovvie difficoltà che un tale flusso migratorio comporta, fa di tutto per accoglierli, con scuole di lingua, facilitazioni abitative e lavorative.”
Certamente, e le parole di Monsignor Najim lo confermano, nessun rimprovero può essere mosso alla Svezia anche se le stragi nei due mercati di Baghdad di venerdì scorso fanno dubitare di quel: “Iraq non più in guerra.”
Altrettanto certamente, invece, si possono biasimare tutti gli altri paesi, Stati Uniti in testa, che non hanno fatto e non fanno abbastanza per i profughi iracheni. A questo proposito i dati parlano chiaro: nel 2007 il Dipartimento di Stato americano aveva dichiarato la disponibilità ad accogliere 7.000 iracheni durante l’anno fiscale in corso (sett.-sett) ma in realtà solo 1608 hanno varcato i confini americani legalmente. Per il 2008 la cifra prevista è salita a 12.000 ma nei primi quattro mesi sono stati rilasciati solo 1332 permessi.
Lo scorso anno Ellen Sauerbrey, assistente segretario del Dipartimento di Stato in materia di popolazione, rifugiati ed immigrazione, aveva dichiarato che uno dei motivi per i quali la quota di iracheni ammessi era stata inferiore a quella prevista era da ricercarsi nelle regole imposte dopo gli attacchi dell’11 settembre che obbligano il Dipartimento per la Sicurezza Nazionale ad esaminare individualmente i casi dei rifugiati.
Alla luce dei dati si può quindi dire che gli iracheni, benché abbiano sofferto per una guerra dichiarata loro sulla base di false accuse di regia degli attentati del 9/11 da parte del governo di Saddam Hussein, stiano ancora pagando un prezzo altissimo. Per quanto ancora i governi occidentali faranno finta di non vedere? Per quanto ancora la piccola Svezia rimarrà sola in questa lotta?
Sweden: a "Paradise Lost" for Iraqi refugees? No, according to Mgr. Philip Najim
In July 2007, came the confirmation of this new course: the rules for asylum seekers changed, Iraq was considered no longer a country at war and therefore it was decided to take into consideration, and judging on a case-by-case basis, only those who could be able to prove to be really in danger of life in the event of a forced repatriation. Throughout 2007, however, the rule was not applied, or at least not in a strict way, and the statistics prove it: 36,207 of the 18,550 asylum seekers were from Iraqis (8,951 in 2006 and fewer than 3,000 in 2005) and the asylum was granted to the 93% of them. Making predictions for what will happen in 2008 is certainly premature, but it is not very encouraging to know that in the month of January only to the 42% of Iraqis asylum has been granted.
In this regard data speak clearly: in 2007 the American State Department declared its willingness to accept 7,000 Iraqis during the fiscal year in course (Sept-Sept)but in reality only 1608 legally entered American borders. For 2008 the figure is expected to climb to 12,000 but in the first four months only 1332 permits were issued. Last year, Ellen Sauerbrey, assistant secretary of the Department of State's Bureau of Population, Refugees, and Migration, said that one of the reasons why the proportion of eligible Iraqis had been lower than expected was to be found in the rules imposed after 9/11 attacks that require the Department of Homeland Security to examine the cases of refugees one by one. In the light of this data it can be said that Iraqis, although having suffered for a war declared on the basis of false accusations to the government of Saddam Hussein of directing the attacks of 9/11, are still paying a very high price. How long Western governments will pretend not to see? How long Sweden will remain alone in this struggle?
5 febbraio 2008
Iraq: per l'arcivescovo latino di Baghdad, Sleiman, l'emigrazione dei cristiani è diventata esodo
4 febbraio 2008
Iraq: Latin Archbishop of Baghdad, Sleiman, the emigration of Christians has become exodus
Translated by Baghdadhope
'The situation of Christian population in Iraq is that of a community that has lost faith in its country. Therefore emigration has turned into an exodus, in a flight. Fear dominates every aspect of life and every episode of violence becomes a mortal threat''.
Iracheni cristiani rifugiati in LIbano: perché li abbiamo dimenticati?
By Baghdadhope
Non è facile in questo periodo storico essere un vescovo cattolico caldeo. Neanche se non si vive in Iraq, l’epicentro di violenze che hanno decimato la già piccola comunità cristiana ora in fuga ai quattro angoli della terra. Non lo è, infatti, neanche per Monsignor Michel Kassarji, dal 2001 vescovo della diocesi caldea di Beirut, in Libano.
A Roma per qualche giorno, Monsignor Kassarji ha accettato di farsi intervistare da Baghdadhope per rinnovare i suoi appelli di aiuto. Lo raggiungiamo subito dopo un suo incontro con il Cardinale Leonardo Sandri, Prefetto della Congregazioni per le Chiese Orientali presso cui Monsignor Kassarji ha nuovamente perorato la causa cui ha dedicato la vita: la sorte delle migliaia di iracheni cristiani che in Libano hanno sperato di sfuggire alle minacce, ai rapimenti, alle uccisioni mirate, alle bombe che colpiscono le chiese e che, se non fanno vittime, raggiungono con il terrore ugualmente il proprio scopo: cancellare dall’Iraq la presenza cristiana.
Una causa che, ci tiene a sottolineare il vescovo, “non è carità, ma dovere. Noi non aiutiamo questa gente per carità, questa gente siamo noi, è il nostro popolo che sta soffrendo, in Iraq ma anche in Libano.”
Anche in assenza di stime ufficiali si può dire che la mia comunità è raddoppiata nel numero in questi ultimi anni. La fuga degli iracheni cristiani era iniziata già prima della guerra del 2003, ma si era trattato di piccoli numeri: 40 o 50 famiglie. Con la guerra e tutto ciò che ad essa segue siamo arrivati ad avere quasi 5000 rifugiati. Gente disperata che per salvarsi la vita ha lasciato tutto dietro di sé ed ora vive in condizioni misere che la chiesa cerca di alleviare.
La maggior parte di loro arriva da Baghdad, anche se per molti la prima tappa della fuga è stato magari il nord del paese da cui sono transitati clandestinamente prima in Siria e poi in Libano. Un fiume di persone in marcia verso la vita.
Difficile. Il Libano è un paese piccolo che si è trovato a far fronte a questa marea umana senza esservi preparato. Secondo alcune cifre che mi sono state riferite si parla di 75.000 iracheni sul suolo libanese. Arrivano clandestinamente pagando cifre enormi a chi li aiuta a varcare i confini. Non hanno casa, lavoro, assistenza sociale, scuole, diritti. Una volta in Libano la condizione di clandestinità li rende facile preda del lavoro nero per cui, anche quando lavorano come bestie tutto il giorno i soldi non sono mai sufficienti, basta pensare che l’affitto di una piccola casa è di 400 $ al mese, una cifra enorme per loro. A queste preoccupazioni quotidiane si aggiungono l’ansia per il futuro ed i ricordi del recente, terribile passato.
Facciamo tanto, nel senso che il lavoro è enorme, ma è ovvio che è sempre troppo poco viste le esigenze. Abbiamo tanti problemi da risolvere. Uno è la scuola, ad esempio. I moltissimi ragazzi e bambini iracheni non in regola con i permessi di soggiorno non possono frequentare le scuole pubbliche, ma non farlo pregiudicherebbe un futuro già incerto. Così per quelli che di giorno sono costretti a lavorare abbiamo creato una scuola serale, e per quanto riguarda i bambini riusciamo a pagare, ma solo per 400 di loro, le rette di iscrizioni alle scuole private cristiane, le uniche cui possono accedere. Un altro problema è la salute. Le porte delle strutture pubbliche sono chiuse per i clandestini, e per questa ragione ora abbiamo un dispensario medico che però non è ancora attrezzato. Durante un mio recente viaggio in Svizzera è stato donato a questo dispensario un intero gabinetto dentistico ma siamo ancora in attesa che arrivi. Il costo della vita in Libano, inoltre, è alto e per questa ragione la chiesa caldea assicura ogni mese dei pacchi alimentari ai più bisognosi. Una razione di olio, zucchero, latte condensato, tè e legumi del valore di 22 $ che però non solo non riesce a coprire i bisogni di una famiglia, ma che è destinata, vista la scarsità di fondi, solo a 500 persone, un numero minimo rispetto al totale.
Clicca su "leggi tutto" per l'intervista di Baghdadhope
Il problema dei rifugiati iracheni in Libano, e dei cristiani in particolare, è sottovalutato. Il Libano, nonostante i problemi, viene considerato un paese non in guerra. Per questa ragione, e malgrado la buona volontà di pochi, gli aiuti sono insufficienti. Oltre a ciò c’è da registrare un modo di operare non particolarmente efficace: inviare gli aiuti attraverso grosse organizzazioni internazionali vuol dire uno spreco non solo di denaro, le grosse organizzazioni hanno ovviamente delle spese di gestione da considerare, ma anche di risorse umane e tempo. Perché, chiedo, chi vuole aiutare i rifugiati iracheni cristiani in Libano non lo fa attraverso di noi? Noi non abbiamo spese di gestione, noi viviamo la situazione, noi abbiamo contatti diretti con queste persone che vengono a chiedere aiuto e che visitiamo. Con 10000 $, senza spesa alcuna, noi siamo in grado di distribuire 455 razioni alimentari mensili.
ECCELLENZA, DA PIU’ PARTI SI DICE CHE IL LIBANO SIA, PER GLI IRACHENI CRISTIANI SOLO UN PAESE DOVE ATTENDERE DI POTER EMIGRARE VERSO ALTRI CONTINENTI. E’ VERO O QUESTE PERSONE PENSANO AD UN LORO RITORNO IN IRAQ?
E’ chiaro che la maggior parte di loro vorrebbe tornare. Sono iracheni e fieri di esserlo. Non penso però che le condizioni di un loro ritorno siano possibili, almeno per ora. E’ vero comunque che molti sognano l’America o l’Europa, ma è un errore farlo, e la nostra missione è proprio questa: convincere questa gente a rimanere in Libano e dar loro la possibilità di farlo. Il Libano sta progressivamente perdendo la sua componente cristiana, e la presenza dei fedeli iracheni potrebbe contribuire a riequilibrare le cifre, permettendo loro, inoltre, di rimanere in Medio Oriente e di non recidere completamente le proprie radici. E’ chiaro però che questa gente non può vivere di tradizioni e legami ancestrali. Per questo stiamo seguendo un progetto preciso. La Chiesa Maronita ci ha concesso un grosso appezzamento di terreno su cui sarebbe possibile costruire delle case per queste persone e radicarle sul territorio in maniera legale. Il problema però, sono come al solito i fondi. Abbiamo calcolato che sistemare una sola famiglia costerebbe dai 15.000 ai 20.000 $ per la casa (un prefabbricato) e 1500 $ all’anno per la tassa di soggiorno annuale, oltre le spese vive finché la famiglia non è in grado di mantenersi con il proprio lavoro.
UN PROGETTO IMPORTANTE…
Si, un grosso impegno economico. Pensiamo però che ne valga la pena, siamo certi di questo. Queste persone hanno già sofferto troppo, sarebbe ora che trovassero un po’ di pace.
SE QUALCUNO VOLESSE RACCOGLIERE IL SUO APPELLO AD AIUTARE I RIFUGIATI IRACHENI CRISTIANI IN LIBANO COME POTREBBE FARE, COME POTREBBE ARRIVARE DIRETTAMENTE A VOI CHE OPERATE SUL CAMPO? SO CHE A LUGANO E’ ATTIVO UN BLOGSPOT (in italiano) DEDICATO PROPRIO ALLE SUE ATTIVITA’: Amici di Mons. Michel Kassarji DOVE E' POSSIBILE TROVARE LE INDICAZIONI PER INDIRIZZARE GLI AIUTI: UN CONTO CORRENTE BANCARIO IN SVIZZERA O DIRETTAMENTE GLI ESTREMI DI QUELLO DELL'EPARCHIA CALDEA DI BEIRUT:
Sì, gli amici che gestiscono quel blogspot si sono impegnati a divulgare notizie sulla situazione dei cristiani caldei in Libano. In ogni caso l’indirizzo mail dell’Eparchia Caldea di Beirut, a cui scrivere in francese, inglese ed italiano è: chaldepiscopus@hotmail.com.
MONSIGNORE, UN ULTIMO APPELLO QUINDI:
Il mio appello è quindi a non dimenticare i rifugiati caldei in Libano. La guerra non è solo bombe ed eserciti, che peraltro purtroppo non mancano neanche nel mio paese, ma anche la terribile lotta che questi cristiani sono obbligati a combattere giorno per giorno e che è colpevolmente dimenticata dal mondo. Per questa ragione chiedo a tutti di aiutarli, di non dimenticarli, di diffondere le notizie sulla loro situazione. Lo scorso anno in un articolo di un settimanale sono stato definito “Il Vescovo Volante” con riferimento alle mie attività. E’ vero. Per questa ragione, per i progetti che devo, ripeto devo, organizzare per questa gente, devo poter volare da loro con soluzioni per i loro problemi, ma posso farlo solo l’appoggio di chi vuole e può aiutarmi ad aiutarli.
Iraqi Christian refugees in Lebanon: why did we forget them?
By Baghdadhope
In this historical period it is not easy to be a Chaldean Catholic bishop. Even if you do not live in Iraq, the epicentre of violence that decimated the already small Christian community now fleeing to the four corners of the earth. It is not, in fact, even for Mgr. Michel Kassarji, the Chaldean bishop of the diocese of Beirut, Lebanon, since 2001.
In Rome for a few days, Monsignor Kassarji agreed to be interviewed by Baghdadhope to renew his appeals for help. We reached him immediately after his meeting with Cardinal Leonardo Sandri, Prefect of the Congregation for Oriental Churches where Monsignor Kassarji has again pleaded the cause he dedicated his life to: the fate of thousands of Iraqi Christians who in Lebanon hoped to escape the threats, the kidnappings, the targeted killings, the bombs that hit churches and that, even when they don’t kill anyone, by spreading terror reach their aim: to delete the Christian presence in Iraq.
A cause that, as the bishop underlines, "is not charity, but duty. We do not help these people for charity, we 'are' these people, our people who are suffering in Iraq but also in Lebanon."
CAN YOU TELL US SOMETHING ABOUT THE SITUATION OF IRAQI CHRISTIANS IN LEBANON?
There are no official estimates but we could say that my community has doubled in number in recent years. The escape of Iraqi Christians had already begun before the war of 2003, but it concerned 40 or 50 families. After the war and everything that followed it we reached the number of almost 5000 refugees. Desperate people who left everything behind them to save their life, who are now living in poor conditions and whom the church tries to help.
WHERE DO THE PEOPLE ASKING FOR YOUR HELP COME FROM?
Difficult. Lebanon is a small country that had to deal with this human tide without being prepared. According to some figures reported to me we are talking about 75,000 Iraqis on Lebanese soil. They arrive illegally by paying huge figures to whom helps them to cross borders. They have no home, work, welfare, schools, rights. Once in Lebanon their being clandestines makes them easy preys for the illegal work market and so, even when they work as beasts all day long, money is never sufficient if we consider that the rent for a small house is $ 400 per month, a huge figure for them. Daily concerns added to anxiety for the future and memories of the recent, terrible past.
WHAT IS THE CHURCH DOING TO HELP THESE PEOPLE?
Many things because it’s a hard work, but it is obviously too little considering the needs. We have many problems to solve. One is the school, for example. Many Iraqi youth and children with no permit to stay cannot attend public schools, undermining in this way their already uncertain future. For those who are forced to work during the day we opened an evening school, and with regard to children we pay, but only for 400 of them, the fees of enrolment to private Christian schools, the only they can attend. Another problem is health because public facilities don’t accept illegal immigrants. For this reason we have a medical dispensary, but it lacks necessary equipments. During a trip I recently made to Switzerland an entire dentist’s surgery has been given to this dispensary but we are still waiting for its arrival. The cost of living in Lebanon, furthermore, is high, and for this reason the Chaldean church every month gives parcels of food to the most needy. A ration of oil, sugar, condensed milk, tea and legumes worth $ 22 that not only fails to cover the needs of a family, but that, given the scarcity of funds, goes only to 500 people, a very little number.
Click on "Leggi tutto" for the interview by Baghdadhope
WHO IS HELPING YOU?
The problem of Iraqi refugees in Lebanon, and Christians in particular, is underestimated. Lebanon, despite its problems, is not considered a country at war. For this reason, and despite the goodwill of a few, the aid is insufficient. In addition to this I want to point out a way to operate in the field of aid that is not particularly effective: to send aids through international organizations means not only a waste of money - big organizations have obviously operating expenses to consider - but also of human resources and time. Why, I ask, who wants to help the Iraqi Christians refugees in Lebanon does not do it through us? We do not have operating expenses, we 'live' the situation, we have direct contact with these people who come to ask for help and whom we visit. With $ 10000 and with no operating expenses, we are able to distribute 455 monthly food rations.
IT IS SAID THAT LEBANON IS FOR IRAQI CHRISTIANS ONLY A COUNTRY WHERE THAY CAN WAIT TO EMIGRATE TOWARDS OTHER CONTINENTS. IS IT TRUE OR THOSE PEOPLE THINK ABOUT THEIR GOING BACK TO IRAQ?
Most of them would like to go back to their country. They are Iraqis and proud of it. I do not think, however, that the conditions for their going back are possible, at least for now. It is also true that many of them dream of America or Europe, but it is a mistake, and our mission is this: to convince these people to stay in Lebanon and give them the opportunity to do it. Lebanon is gradually losing its Christian component, and the presence of the Iraqi faithful could help to rebalance the figures, allowing them also to remain in the Middle East not loosing completely their roots. It is clear, however, that these people cannot live on tradition and ancestral ties. For this reason we are pursuing a specific project. The Maronite Church has given us a big plot of land on which we could build houses for these people helping them to live there legally. The problem however is, as usual, money. We calculated that to accommodate one family would cost from $ 15,000 to 20,000 for the house (pre-fabricated) and $ 1500 per year for the residence permit, in addition to daily expenses until the family is able to earn its living by its work .
They could write in English, French, Italian and Arabic to the Chaldean Eparchy of Beirut at chaldepiscopus@hotmail.com and ask for information on our activities, projects, and how to help.
YOUR LAST APPEAL?
My appeal is not to forget the Chaldean refugees in Lebanon. The war is not only bombs and armies but also the terrible struggle that these Christians are obliged to fight day by day and that is culpably forgotten by the world. For this reason I ask everyone to help them, not to forget them, to spread the news about their status. Last year a journalist of a weekly magazine called me "The Flying Bishop" with reference to my activities. It is true. For this reason, for the projects I must, I repeat, I must, organize for these people, I have to be able to fly to them with solutions to their problems, but I can only do it with the support of those who want and can help me to help them. "
3 febbraio 2008
Notizie sulla comunità irachena cristiana
By Baghdadhope
Ieri, in occasione della “Giornata del malato” si è tenuta a Bagdad una cerimonia presso la chiesa siro cattolica di “Nostra Signora della Salvezza” a Karrada come ha dichiarato a Baghdadhope Monsignor Shleimun Warduni vescovo caldeo di Baghdad. Presenti alla cerimonia lo stesso Monsignor Warduni, il Patriarca della chiesa Caldea Cardinale Mar Emmanuel III Delly, il responsabile governativo dell’ufficio per gli affari dei non musulmani, il Signor Abdallah Naufali, e diversi religiosi tra cui alcune suore dell’Ordine di Madre Teresa di Calcutta e le sorelle consacrate di Beit Anya, una casa di accoglienza per persone disabili a Baghdad.
Oggi, a più di un anno dalla sua nomina, si è insidiato nella sede di Baghdad il nuovo vescovo armeno cattolico, Monsignor Emmanuel Dabaghian che sostituisce il novantenne Monsignor Boghos Koussan. Presenti alla cerimonia di insediamento, tenutasi nella chiesa di “Nostra Signora dei Fiori” a Karrada il Nunzio Apostolico in Giordania ed Iraq, Monsignor Francis Assisi Chullikat, il vescovo latino di Baghdad, Monsignor Jean Sleiman, diversi rappresentanti della chiesa Armeno Cattolica tra i quali lo stesso predecessore di Monsignor Dabaghian, ed il Patriarca della chiesa Caldea, Cardinale Mar Emmanuel III Delly accompagnato da Monsignor Shleimun Warduni e da Monsignor Jacques Isaac.
Sempre oggi, durante la sua omelia domenicale Papa Benedetto XVI ha pronunciato parole di dolore in riferimento agli attentati che lo scorso venerdì hanno insanguinato Baghdad, e tra le cui vittime la comunità cristiana irachena piange la morte del giovane Duklas Bnuel Shmuel morto nell’esplosione che ha investito il centralissimo mercato di Suq al Ghazal.
News about the Iraqi Christian community
By Baghdadhope
Yesterday, on the occasion of the "Day of the Sick" a ceremony was held at the Syrian Catholic church of Our Lady of Salvation in Karrada, as told to Baghdadhope by Mgr. Warduni Shleimun, Chaldean bishop of Baghdad. Present at the ceremony Mgr. Warduni, the Patriarch of the Chaldean Church, Cardinal Mar Emmanuel III Delly, the head of government affairs for non-Muslims, Mr. Abdallah Naufali, and several religious including some nuns of Mother Teresa of Calcutta and some consecrated sisters of Beit Anya, a house for disabled people in Baghdad.
Today, more than a year after his appointment, the new Armenian Catholic bishop, Monsignor Emmanuel Dabaghian, who replaces the ninety years old Mgr. Boghos Koussan,took possession of his Baghdad headquarters.
Present at the ceremony held in the church of “Our Lady of the Flowers" in Karrada were the Apostolic Nuncio in Jordan and Iraq, Monsignor Francis Assisi Chullikat, the Latin bishop of Baghdad, Archbishop Jean Sleiman, representatives of the Armenian Catholic Church, among whom the same predecessor of Archbishop Dabaghian, and the Patriarch of the Chaldean church, Cardinal Mar Emmanuel III Delly accompanied by Mgr. Shleimun Warduni and Monsignor Isaac Jacques.
Also today, during his Sunday homily Pope Benedict XVI spent words of pain in reference to the attacks that last Friday bloodied Baghdad, and among the victims of which the Christian community in Iraq mourns the young Duklas Bnuel Shmuel, dead by the
explosion that invested the central market of Suq al-Ghazal.2 febbraio 2008
I nostri figli: “agnelli sacrificali”
By Baghdadhope
Accettate da Papa Benedetto XVI le dimissioni del Patriarca della chiesa Siro Cattolica, Ignace Pierre VIII Abdel-Ahad
“I nostri figli sono diventati agnelli sacrificali” queste le parole, riferite ai recenti attentati che in Iraq hanno colpito diversi luoghi di culto cristiano, che Sua Beatitudine Ignace Pierre VIII Abdel-Ahad, Patriarca di Antiochia dei Siri, ha pronunciato il 22 gennaio scorso durante l’ultimo atto ufficiale del suo patriarcato nell’incontro con Mor Ignatios Zakka I Iwas, patriarca della chiesa siro ortodosso.
Nel corso dell’incontro, svoltosi presso il Monastero siro ortodosso di Mar Ephrem a Deir Sadnayia (Damasco) S.B. Ignace Pierre VIII Abdel-Ahad ha pronunciato un discorso attento non solo alla situazione della cristianità orientale, con particolare riferimento agli attentati che hanno recentemente colpito ben 10 luoghi di culto cristiano in Iraq, ma anche alla speranza per una maggiore fraternità ed unità tra le chiese “siriache ed in particolare tra quelle ortodosse e quelle cattoliche.”
Da oggi, 2 febbraio 2008, il patriarcato di Ignace Pierre VIII Abdel-Ahad, iniziato nel 2001, è terminato con le sue dimissioni accettate come “gesto d’amore ecclesiale” da Papa Benedetto XVI. Come ultimo gesto Sua Beatitudine ha voluto ringraziare tutti coloro, persone ed istituzioni, che hanno cooperato con lui in questi sette anni: il Consiglio dei Patriarchi Cattolici d’Oriente, il Consiglio delle Chiese del Medio Oriente, il Consiglio dei Patriarchi e dei Vescovi Cattolici di Libano e Siria,i vescovi, sacerdoti, monaci e suore della chiesa siro cattolica, i diversi consigli pastorali e tutti i benefattori che hanno collaborato a diversi progetti caritatevoli: l’ex presidente libanese Emile Lahoud, l’ex primo ministro libanese Rafik Hariri, Sarkis Aghajan,la Fondazione Waleed bin Talal e l’ex ministro dell’industria libanese e vice presidente della Fondazione Waleed bin Talal, signora Leila Sohl Hamade.
Our children: "sacrificial lambs"
By Baghdadhope
Accepted by Pope Benedict XVI the resignation of Patriarch of the Syrian Catholic church, His Beatitude Ignace Pierre VIII Abdel-Ahad.
29 gennaio 2008
“Io ho un nuovo amico, un sacerdote caldeo iracheno"
Generosa risposta a favore dei sacerdoti iracheni
"Ich habe einen Freund - einen irakischen chaldäischen Priester"
Turiner Solidaritätskampagne für Irakische Priester erhält großes Echo
Al centro dell’Assemblea della ROACO la situazione drammatica dei cristiani iracheni
Si è tenuta questa settimana in Vaticano l’Assemblea semestrale della ROACO, la Riunione delle Opere di Assistenza alle Chiese Orientali. Al centro dei lavori, in particolare, l’Iraq, argomento che sarà ripreso nella prossima sessione, fissata per il 18 e 19 giugno. Ma cosa è emerso dall’Assemblea dei giorni scorsi?
La situation dramatique des chrétiens d’Irak au cœur de la session de la ROACO
By Anita S. Bourdin
L'assemblée semestrielle de la « Réunion des Œuvres d'Assistance aux Eglises orientales » (ROACO), s'est tenue au Vatican la semaine dernière. La prochaine réunion aura lieu les 18 et 19 juin. Le secrétaire général de la ROACO, le P. Leo Lemmens a évoqué au micro de Radio Vatican la situation des chrétiens d'Irak qui a été au cœur de cette réunion.
«Avant tout, il ressort de cette assemblée une grande sollicitude, un grand sens de la solidarité avec les chrétiens irakiens. Nous avons donc consacré la quasi totalité des travaux de cette session de la ROACO justement à la question irakienne et surtout à la recherche de la façon d'aider davantage les chrétiens irakiens et leurs Eglises ».
«Comme nous le savons hélas, ajoutait le P. Lemmens, la majeure partie des chrétiens d'Irak sont désormais en dehors de l'Irak. On parle en effet d'environ 60.000 personnes vivant près de Amman, et 100.000 autres ou peut-être même plus vivant en Syrie, et d'autres encore au Liban et en Turquie. Il y a d'autres chrétiens irakiens qui, tout en vivant en Irak, vivent en réalité dans une situation de réfugiés dans le Nord du pays. La situation générale des chrétiens irakiens est donc vraiment très difficile. Au cours de nos travaux, nous avons à ce propos avant tout analysé ce que nous sommes déjà en train de faire pour faire face à la situation. Ce que les agences de la ROACO sont en train de faire et en particulier la Caritas. La Caritas est vraiment très engagée en Jordanie et en Syrie, mais aussi à l'intérieur de l'Irak, grâce à l'aide de tant de personnes et avec l'apport aussi de moyens financiers importants. Nous avons aussi vu à quel point la Mission pontificale de Amman est engagée et cherche à répondre aux besoins des chrétiens irakiens ».
Click on "leggi tutto" for the interview by Radiovaticana as reported by Zenit
Pour le P. Lemmens, « il reste encore beaucoup à faire » et ceci «d'abord pour tous ceux qui sont réfugiés dans les pays limitrophes ».
Il précise : «On a besoin d'aides matérielles, pace que beaucoup de ces chrétiens irakiens ont quitté leur pays et n'ont plus de travail, et donc n'ont plus de source de revenu, mais aussi parce que la situation légale est vraiment très précaire. D'autre part, il y a un manque de structures pastorales qui donnent la posssibilité d'avoir une vie spirituelle : ces chrétiens ont besoin de lieux où se rassembler et où se rencontrer. On espère donc réussir à créer une paroisse chaldéenne à Amman même, parce qu'il n'y en a pas encore. Ce serait vraiment important de réussir à créer cette paroisse, parce qu'elle deviendrait pour eux un centre autour duquel pourraient aussi être rassemblées toutes les activités d'entr'aide. En Syrie aussi, comme je le disais, la Caritas a commencé à travailler mais elle devrait pouvoir réussir à développer les aides matérielles parce que là aussi, les besoins matériels sont immenses. Là aussi, on devrait pouvoir réussir à mettre sur pied une petite structure pastorale de façon à pouvoir être proche de ces personnes. L'évêque d'Alep fait beaucoup justement dans ce sens pour la zone d'Alep ».
Pour ce qui concerne la situation au Kurdistan, le P. Lemmens fait observer qu'il est «difficile de réussir à se faire une idée précise de ce qui se passe», mais que là aussi il existe «un besoin pastoral aigü et fort et un besoin d'aide matérielle ».
Donc, pour ce qui est des projets, après avoir «dessiné le panorama de la situation des chrétiens irakiens, de ce qui se fait actuellement, et en identifiant quels ont été ou quels sont les manques, il devrait y avoir bientôt deux missions organisées par nos agences, à Amman et en Syrie, pour contacter les personnes, les organismes et préciser ce qui peut se faire et avec qui », a précisé le P. Lemmens.
«Et ceci, ajoute-t-il pour réussir à mettre en place des nouveaux projets d'aide concrète au plan matériel et au plan pastoral, parce que cet aspect aussi est très important ».
Mais il annonce aussi une «troisième mission, dans le Nord de l'Irak, et au Kurdistan, pour essayer de faire le même travail, et donc prendre des contacts et développer de nouveaux projets d'aide: ce que nous voudrions réussir à faire, c'est augmenter la proximité de l'Eglise universelle envers ces chrétiens d'Irak ».
Pour ce qui est d'ouvrir les frontières de l'Europe et de l'Amérique du Nord pour accueillir les réfugiés irakiens chrétiens bloqués en Syrie ou en Jordanie, le P. Lemmens répond: «Cette question est certainement d'une grande importance pour l'avenir de l'Eglise chaldéenne, mais aussi pour l'avenir même de l'Eglise syro-orthodoxe et de l'Eglise syro-catholique».
Et d'expliquer l'ambiguité: «Le premier effort doit certainement être de chercher à faire rester dans la région les chrétiens irakiens et donc notre engagement doit être de les aider à rester. Mais il y a aussi ceux qui pensent qu'il est au contraire nécessaire d'inviter les gouvernements de l'Europe de l'Est et de l'Union européenne, des Etats-Unis et du Canada à être plus disponibles pour l'accueil de certaines personnes dont la situation est vraiment dramatique».
Selon l'Oeuvre d'Orient, 40 églises ont été attaquées en Irak d'une façon ou d'une autre entre juin 2004 et janvier 2007. Les derniers attentats datent du 6 janvier 2008 et ils ont visé 3 églises et 3 couvents.
Les interventions faites par la Congrégation romaine pour les Églises Orientales en faveur du clergé et des fidèles catholiques orientaux à Rome et dans les différents pays d'origine sont possibles grâce aux aides financières accordées par le Saint Siège, par les Agences internationales d'aide et par les particuliers, rappelle la page en ligne de cette congrégation.
La Réunion des Œuvres d'Aide aux Églises Orientales (R.O.A.C.O.) est un comité qui réunit les Agences et Œuvres de divers pays du monde qui s'engagent à soutenir financièrement dans différents secteurs, des lieux de culte aux bourses d'études, des institutions d'éducation à l'assistance socio sanitaire.
Elle est présidée par le préfet de la congrégation, actuellement le cardinal argentin Leonardo Sandri, et elle a pour vice-président le secrétaire du dicastère, Mgr Antonio Maria Vegliò. A côté de la Catholic Near East Welfare Association (États-Unis d'Amérique), approuvée par le pape Pie XI en 1928, et de la Mission pontificale pour la Palestine (États-Unis), crée en 1949, en font partie également les Agences qui recueillent des fonds en Allemagne, en France, en Suisse, aux Pays-Bas et en Autriche.
Dossier: Irak, comment renouer avec le dialogue?
Toujours prise dans les divisions et la violence, l’Irak ne cesse de faire l’actualité. Comment parler d’unité alors que le pays semble s’enfoncer dans la guerre civile et les luttes fratricides ? Quelles perspectives de dialogue ? Mgr Jean-Benjamin Sleiman, archevêque latin de Bagdad qui était en visite à Rome ces derniers jours appelle à une plus grande unité, au-delà même des communautés chrétiennes et souhaite redonner sens au dialogue.

28 gennaio 2008
L’università della Santa Croce intitola un’aula a padre van Straaten
Un’aula della Pontificia università della Santa Croce sarà intitolata a padre Werenfried van Straaten, fondatore di “Aiuto alla Chiesa che Soffre” (ACS). Nel V anniversario della morte di padre van Straaten una messa di suffragio verrà celebrata lunedì 31 gennaio 2008 alle 17.00 nella Basilica di Sant’Apollinare a Roma. Al termine della celebrazione, nella vicina Università ci sarà la cerimonia per dedicargli l’aula, presenti il Magnifico rettore, monsignor Mariano Fazio, il presidente della Sezione Italiana di ACS, monsignor Sante Babolin e il presidente internazionale di ACS, il dottor Hans-Peter Rthlin.
L’intitolazione dell’Aula vuole essere un simbolico riconoscimento e un ringraziamento ad “Aiuto alla Chiesa che Soffre” da parte del mondo universitario cattolico, per le oltre 300 borse di studio assegnate annualmente a religiosi, religiose e laici che, provenienti dalle diocesi di tutto il mondo, studiano nelle Università pontificie romane per completare la formazione che è da sempre una priorità di ACS nel sostegno dell’opera pastorale della Chiesa. Nel 2007 sono stati destinati a questo scopo oltre 5 milioni di euro.
Tra le migliaia di sacerdoti che ACS ha sostenuto negli studi, può essere significativamente ricordato padre Ragheed Aziz Ganni, giovane prete iracheno ucciso nel giugno scorso al termine della celebrazione della Santa Messa, davanti alla chiesa del Santo Spirito a Mosul, in Iraq. Recentemente, dopo il suo ritorno in patria, il sacerdote aveva scritto all’Opera per raccontarle la difficile realtà dei cristiani nel suo Paese: “l’Eucaristia – aveva scritto padre Ragheed – ci restituisce la vita che i terroristi vogliono toglierci. Senza la Messa domenicale, senza l’Eucaristia, noi cristiani iracheni non potremmo sopravvivere”.
Pontifical University to name hall in honour of Father van Straaten
The naming of a hall in Father van Straaten’s honour is a symbolic recognition and an expression of gratitude towards “Aid to the Church in Need” by the Catholic academic world for the more than 300 scholarships given to men and women religious as well as lay people who study and train in Rome’s Pontifical universities. Education has always been a priority for ACN in its support for the Church’s pastoral work. Last year the overall outlay was over € 5 million (US$ 7.5 million).
Fr Ragheed Aziz Ganni was one of the thousands of priests who benefited from ACN support. The young Iraqi priest was killed in June of last year in front of Mosul’s Holy Spirit Church, in Iraq, after he celebrated Mass. But not long before his death, Father Ganni had a chance to write to ACN and describe the harsh reality Christians must endure in his country.
“The Eucharist,” he wrote, “gives us back the life terrorists try to take from us. Without Sunday Mass, without the Eucharist, we Iraqi Christians could not survive.”
Solidarietà e donazioni non bastano, alla Chiesa irachena servono progetti concreti
Gli attentati che hanno colpito obiettivi cristiani a Baghdad, Mosul e Kirkuk questo mese rappresentano un preciso messaggio, nascondono domande dirette: “Con chi sono schierati i cristiani? Cosa vogliono? Che posizione politica hanno? Che mire sulla piana di Ninive?”. Dopo le bombe esplose tra il 6 e il 17 gennaio, il tema della sopravvivenza della Chiesa assiro-caldea in Iraq è tornato sotto i riflettori di media e opinione pubblica occidentale. Grande solidarietà ci arriva dall’occidente, denaro è messo a disposizione dal governo del Kurdistan. Ma manca una prospettiva. Anche perché noi stessi leader religiosi iracheni non l’abbiamo offerta. Non abbiamo detto al mondo cosa ci aspettiamo e di cosa abbiamo bisogno!
Il mortale esodo che affligge la nostra comunità non potrà essere evitato, finché la Chiesa irachena in prima persona non prenderà una chiara posizione nel quadro politico e non studierà un coraggioso progetto pastorale. Il futuro della Chiesa caldea-assira è in Iraq: qui è la sua terra, qui si è formata la sua storia e il suo patrimonio, parte importante del più vasto patrimonio cristiano unversale. Chiesa vuol dire missione. Una Chiesa in diaspora perde la sua identità. La presenza cristiana nel corso della storia ha contribuito molto allo sviluppo dell’Iraq. I cristiani sono stati e possono continuare ad essere anche oggi strumento di dialogo, convivenza pacifica e collaborazione con i fratelli musulmani. Svuotare il Paese di questa comunità è un peccato mortale.
La domanda che necessita una risposta urgente e decisa è: “Come aiutare i cristiani iracheni?”. La nostra Chiesa deve riorganizzarsi e aggiornare non solo la sua struttura, ma anche il suo discorso. Per sopravvivere a questi tempi ci serve una Chiesa forte, con una chiara visione pastorale e “politica”, con precisi piani non solo per proteggere i suoi fedeli, ma anche per favorire la riconciliazione.
Quasi la metà dei cristiani, religiosi e laici, vivono come rifugiati nei Paesi confinanti. E altri continuano a lasciare le loro case. Un primo passo potrebbe essere aiutare questa gente a fare ritorno ai loro villaggi di origine nel più sicuro nord, piuttosto che incentivarne la fuoriuscita. Sarebbero così sottratti alla misera vita che viene loro offerta in Siria o in Giordania e limiterebbe il loro esodo verso ovest. A tal fine è indispensabile negoziare con il governo regionale del Kurdistan iracheno per creare posti di lavoro, edificare abitazioni e studiare progetti mirati a breve e lunga scadenza. Il ministro dell’Economia del Kurdistan, il cristiano Sargis Aghajan, stanzia ingenti somme per la comunità. Alcuni dicono il 3 per cento degli introiti dell’industria petrolifera. L’Olanda ha offerto 6 milioni di euro. Gli Stati Uniti 10 milioni di dollari. Con questi soldi si possono creare scuole, dispensari, strade, istituti tecnici, scuole per infermieri. mandare religiosi e religiose per aprire missioni. Non dobbiamo avere paura!
