"La situazione sta peggiorando. Gridate con noi che i diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio ma che non sanno nulla di Lui che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall'odio.
Gridate: Oh! Signore, abbi misericordia dell'Uomo."

Mons. Shleimun Warduni
Baghdad, 19 luglio 2014

6 agosto 2007

Mosul, "snodo" dell'estremismo wahabita in Iraq

Fonte: Asia News

Voci irachene avvertono: la città è in mano al fondamentalismo sunnita più rigido, che mira allo Stato islamico; in questo piano, cristiani e sciiti non trovano posto e si rafforza l'"industria dei sequestri". La famiglia di un caldeo rapito ha già pagato due volte il riscatto, ma dell'ostaggio ancora nessuna traccia.

Mosul, nel nord-ovest irakeno, è ormai diventata lo "snodo principale dell'estremismo sunnita di stampo wahabita in Iraq”, che ad ogni costo mira a creare uno Stato islamico nella zona per poi ristabilire il califfato. Il progetto è sostenuto da "Paesi esterni" L'allarme arriva da fonti irachene di AsiaNews, che avvertono: questi fondamentalisti pensano di detenere l'unica verità e per questo eliminano tutti coloro che invece la rifiutano, primi tra tutti, i cristiani, ma anche i musulmani sciiti. Per il momento approfittano di loro per ricavare soldi, con sequestri e la riscossione della jizya - la tassa di "compensazione" chiesta dal Corano ai sudditi non-musulmani - ma con il tempo li costringeranno a lasciare le loro case.
Le violenze che dilaniano la comunità dei cristiani a Mosul hanno toccato il loro apice con il massacro del sacerdote caldeo, p. Ragheed Ganni e dei suoi tre suddiaconi lo scorso 3 giugno subito dopo la messa. Ma non conoscono tregua. Da una settimana un caldeo sposato è stato rapito; i suoi familiari hanno pagato due volte il riscatto, ma finora di lui non si ha notizia. Il 3 agosto un commando di terroristi è entrato nella casa del cristiano, Tamir Azoz, nel distretto di Al-Hadba’a, al centro della città, volevano portarlo via; lui, un uomo robusto - come raccontano i testimoni oculari - ha fatto resistenza, diceva che non avrebbe lasciato la sua famiglia da sola, abbandonata ad un destino incerto e alla fine è stato ucciso. "Il piccolo gregge dei cristiani - racconta un sacerdote della diocesi - è di nuovo nel panico e si sente isolato".

Mosul, "focal point" of Wahabi extremism in Iraq

Source: Asia News

Iraqi sources warn: the city is in the hands of rigid Sunni fundamentalists, who aim for an Islamic State; Christians and Shiites, find no space while the “kidnapping industry” gathers pace. The family of a kidnapped Chaldean has already paid a ransom twice over, but there is still no trace of the hostage.

Mosul, north west Iraq, has now become “the principal focal point of Sunni wahabi extremism in Iraq”, which aims to create an Islamic state at all costs in the zone and to re-establish the caliphate. This project is being supported by “outside countries”. The alarm arrives from AsiaNews sources in Iraq, who warn: these fundamentalists believe to posses the only truth and this is why they aim to eliminate anyone who refuses to recognise this. First among those are the Christians, but also Shiite Muslims. For the moment they content themselves with extorting money from their opponents, through kidnappings or the jizya – the “compensation” tax demanded by the Koran from non-Muslim subjects – but in time they will also begin to force them from their homes.
The violence which plagues Mosul’s Christian community reached its’ climax with the brutal murder of the Chaldean Priest Fr. Ragheed Gani and his three sub deacons June 3rd last following mass. But the violence persists. A married Chaldean has been in captivity for over a week; his family has already paid his ransom twice over, but have yet to receive news of his release. On August 3rd a command group of terrorists erupted into the home of Christian, Tamir Azoz, in the central Al-Hadba’a district, they wanted to take him away; eye witnesses tell that the well built man resisted, saying he would not leave his family alone abandoned to an unknown destiny and that in the end he was killed. “The small flock of Christians – says a local diocesan priestis once again in the grips of fear and panic, they feel isolated”.

2 agosto 2007

Il vescovo volante. Monsignor Kassarji, vescovo caldeo del Libano

Fonte: Tempi

di Rodolfo Casadei

Potrebbero chiamarlo il "vescovo volante" e nessuno avrebbe niente da ridire. Michel Kassarji, vescovo caldeo di Beirut, passa da una distribuzione di pacchi alimentari a un colloquio col capo dello Stato, da un'alzataccia nel mezzo della notte per correre alla frontiera dove è stato arrestato un gruppo di profughi iracheni per immigrazione clandestina a un appuntamento coi dirigenti dell'agenzia dell'Onu per i rifugiati per far sì che i fuggiaschi dal massacro iracheno ottengano lo statuto di protezione. Da un paio di anni i profughi cristiani iracheni sono diventati la sua ossessione. Meglio: l'urgente dovere che la Provvidenza gli ha assegnato.«Nella tradizione orientale ogni Chiesa è responsabile delle condizioni di vita dei suoi fedeli», spiega. «Non conta che questa gente non appartenga alla mia diocesi: anche se presi tutti insieme i profughi iracheni caldei sono numerosi quasi come tutto il mio gregge in Libano, non posso sottrarmi a questa responsabilità raddoppiata». Cinquecento pacchi alimentari al mese, 400 borse di studio per i figli dei profughi iscritti a scuole cristiane libanesi, la scarcerazione di decine di arrestati, l'ottenimento del riconoscimento dello statuto di rifugiato per decine di profughi, la gestione di un doposcuola e di un corso di recupero serale per i ragazzi che di giorno lavorano. Per essere una Chiesa che conta 6 mila fedeli in tutto il Libano, i caldei non potrebbero fare di più per i loro fratelli che arrivano dall'Iraq.

Clicca su "leggi tutto" per il resto dell'intervista di Tempi
In fila per il cibo
Attorno al vescovo si muovono da preziosi collaboratori soprattutto la segretaria Katy Osta, il manager Said Hakras e il tesoriere della Società caldea di beneficenza Georges Saman, un ex direttore di banca membro del Consiglio generale caldeo libanese che è il beniamino dei profughi: li visita nelle loro povere case, censisce i loro casi penosi e li riferisce al vescovo. «Ho trovato degli amici imprenditori disposti a dar lavoro agli iracheni per 300 dollari al mese e con orari lavorativi normali», spiega soddisfatto. «Sa, qua nessuno dà loro più di 10 dollari al giorno, e gli fanno fare di tutto in qualunque orario». La visita alle case in cui vivono i profughi nei quartieri popolari di Beirut in compagnia di Georges è un'esperienza toccante. Persone che disponevano di dimore dignitose o addirittura facoltose adesso vivono ammassate in monolocali o bilocali fitti di immaginette devozionali alle pareti, ma povere di mobilio e accessori. «Purtroppo alcuni si approfittano della povertà di questa gente», commenta amaro monsignor Kassarji. «Una signora con una figlia e col marito malato, per esempio, ha accumulato tre mesi di arretrati di affitto, e il padrone di casa sfrutta la situazione per abusare di lei. Noi la aiutiamo a pagare, ma non arriviamo a risolvere il suo problema».I colloqui coi profughi che il martedì e il mercoledì fanno la fila per ricevere un pacco alimentare del valore di 22 dollari Usa (contenente olio vegetale, zucchero, té, latte condensato, ceci, lenticchie, ecc.) terminano sempre con una richiesta da parte loro: «Vorremmo un posto come questo più vicino a dove viviamo, dove mandare a scuola i nostri figli e ricevere gli altri aiuti senza rischiare di essere arrestati dalla polizia per clandestinità». Monsignor Kassarji ci tiene tantissimo, ma la strada della fondazione di un centro di accoglienza per i profughi iracheni, completo di chiesa, scuola, ostello e centro ricreativo, è ancora molto lunga da percorrere. È una causa che chi vuole aiutare fattivamente i profughi cristiani iracheni dovrebbe far propria.


1 agosto 2007

IRAQ. L’appello del patriarca di Baghdad ai cristiani«Rimaniamo in questo Paese che è la nostra patria»

Fonte: 30 Giorni
Incontro con sua beatitudine Emmanuel III Delly, patriarca di Babilonia dei Caldei: «Io continuo a pregare tutti i politici, che favoriscano la pace in Iraq. Anche i mass media possono fare molto non screditando questo o quel gruppo. Le buone notizie incoraggiano la nostra gente a rimanere in questo Paese, che è la nostra patria, dove io personalmente resterò, sino all’ultima goccia del mio sangue, per dare coraggio ai fedeli caldei»

di Giovanni Cubeddu
«In quest’ora di autentico martirio per il nome di Cristo». Con queste parole papa Benedetto XVI il 21 giugno scorso ha dato la misura della sua totale partecipazione alla tragica sorte del popolo e dei cristiani iracheni. Aveva di fronte, all’assemblea della Roaco (la Riunione delle opere per l’aiuto alle Chiese orientali), il patriarca di Babilonia dei Caldei Emmanuel III Delly, presente a Roma, dopo aver presieduto l’ultimo Sinodo dei vescovi caldei. L’uditorio ha compreso che il giudizio del Papa sulla tragedia irachena equivaleva a un pieno sostegno al patriarca e al suo modo di operare quale capo e pastore dei caldei. Ormai da alcuni mesi i cristiani in Iraq sono vittime di un particolare accanimento da parte dei gruppi terroristici e criminali. A Baghdad in particolare, ma non solo. Il 3 giugno scorso a Mosul, padre Ragheed Ganni, sacerdote caldeo, e tre suoi aiutanti sono stati raggiunti da un commando che li ha freddati senza dire una parola. «Senza la domenica, senza l’eucaristia, non possiamo vivere» ripeteva padre Ganni quando parlava dei cristiani iracheni, riprendendo una frase dei primi cristiani. La morte di padre Ganni è soltanto una tessera del dolente mosaico dell’Iraq, che in tanti, dentro e fuori la Chiesa caldea, si affrettano a interpretare con diversi gradi d’intelligenza (o sincerità). È sufficiente, ad esempio, invocare le responsabilità di musulmani per leggere con una chiave appropriata quanto sta accadendo ai cristiani iracheni? Il primo a dubitarne è proprio il patriarca caldeo, per il bene stesso della sua Chiesa. Quanto segue è il frutto di una lunga conversazione con 30Giorni realizzata il giorno prima dell’assemblea della Roaco. L’indomani le parole di papa Benedetto lo avranno certamente confortato e alleggerito di tanti pesi portati fedelmente in silenzio.

Clicca su "leggi tutto" perl'intervista di 30 giorni a Mar Emmanuel III Delly, Patriarca di Babilonia dei Caldei
La tragedia irachena non accenna minimamente ad attenuarsi. Forse solo dopo l’uccisione di padre Ragheed Ganni ci si è accorti nuovamente che anche la Chiesa caldea sta pagando un prezzo elevatissimo. Che cosa ne dice?
"Invece di domandare che cosa pensa il patriarca caldeo, è meglio chiedersi ancora una volta che cosa sta succedendo in Iraq, a tutti, cristiani o musulmani… È vero, comunque, che in questi ultimi mesi la vita dei cristiani è peggiorata, nonostante fosse già tragica per gli iracheni di qualunque fede, cristiani, musulmani, mandeisti, yazidi... Il governo non può fare nulla, perché ci sono alcune persone che non vogliono il bene dell’Iraq in quanto tale. E io mi chiedo se siano autentici iracheni quelli che non vogliono il bene dell’Iraq. Non lo so. Ma so che un’autobomba falcia cristiani, musulmani, mandeisti e yazidi senza distinzione. E so che nell’anima di ogni iracheno oggi regna la paura: sorge il sole e nessuno sa se lo vedrà tramontare."
L’incrudelimento di questi ultimi mesi verso i cristiani come si è manifestato?
"Fino a ora abbiamo vissuto tutti all’interno di un regolamento di conti tra sunniti e sciiti che continua. Ora, chi siano questi fanatici violenti in coscienza non lo so, non conosco questi terroristi. E neanche il governo lo sa. I cristiani vivono in pace in Iraq da prima che arrivasse l’islam, sono stati loro ad accogliere i musulmani, e continuano a vivere in pace con loro, perché tutti ne traggono un comune vantaggio. Però oggi questo non basta più. A Baghdad e Mosul specialmente, e poi a Kirkuk o a Bassora, da qualche mese succede che questi gruppi di violenti bussino alla porta dei cristiani e impongano loro dapprima di pagare una somma come “multa”, costringendo talvolta tutta la famiglia ad affermare pubblicamente di essersi convertita all’islam, poi forzando il padre di famiglia a concedere subito una figlia in “sposa” a uno dei giovani della banda e infine ordinando loro di abbandonare immediatamente la casa, così com’è, e di lasciare il Paese «perché la vostra patria non è questa!"
Ultimamente sono state centinaia le famiglie di cristiani indotte con la forza a emigrare, e diverse decine sono state costrette a convertirsi all’islam. E poi ci sono i rapimenti: sinora, che io sappia, tra i rapiti che non hanno voluto convertirsi, ne sono stati uccisi molti. Ecco la nostra vita. La nostra gente è infelice, non sa più che fare."
Questi gruppi terroristici rappresentano il volto dell’islam in Iraq?
"No. Sono musulmani solo di nome. Il vero islam è quello che porta ad amare il prossimo, a fare del bene agli altri, seguendo i principi naturali dell’amore fraterno e del loro sacro libro. Costoro invece non amano l’islam, non amano l’Iraq, cercano solo il proprio interesse. Preghiamo per loro."
La fuga appare la sola via.
"Molti si sono rifugiati nel nord dell’Iraq, nei villaggi d’origine dei loro padri, ma… a fare cosa, senza più radici e senza possibilità di lavoro? Almeno, e ne ringraziamo il Signore, nel Kurdistan iracheno vive un grande benefattore, il ministro delle Finanze e primo ministro facente funzioni Sarkis Aghajan, che in questi tre anni ha fatto edificare settemila case per i cristiani immigrati e le ha fornite loro gratuitamente, assieme a quel minimo di denaro per sopravvivere. Ma cosa faranno i cristiani nel Kurdistan iracheno, se non c’è lavoro, se non ci sono imprese che assumono? Resteranno stranieri, anche nelle loro nuove case al nord…" Altri cristiani iracheni, come ormai milioni di loro connazionali, hanno deciso di emigrare altrove.
"In Siria, in Giordania, in Libano… o in Europa… Ma ottenere il visto d’ingresso per l’Unione europea è per un iracheno proibitivo: non vengono concessi. E s’aggiunge così dolore a dolore. Ecco, io prego tutto il mondo, tutti i governanti che hanno potere di fare qualcosa, di contribuire al ritorno della pace in Iraq, non solo per i cristiani, ma anche per i poveri musulmani che soffrono come noi: perché le loro famiglie sono esposte nello stesso identico modo a questi fanatici che usano il sopruso per guadagnare denaro facile."
Il giorno prima del funerale di padre Ragheed Ganni, un altro sacerdote caldeo era stato già sequestrato.
"Hanno rapito sacerdoti e religiosi cristiani, reclamando montagne di dollari di riscatto ogni volta, e finora ne hanno uccisi tre: un protestante, un ortodosso e da ultimo il nostro Ragheed Ganni. Povero padre Ragheed, ha finito di celebrare la messa ed è uscito dalla chiesa con i suoi tre aiutanti, tre suddiaconi. Ha preso la vettura per andare a casa ed è stato fermato. Gli hanno ordinato di alzare le mani e senza dirgli neanche una parola gli hanno sparato. Dopo l’omicidio di padre Ragheed, come sapete, un altro sacerdote è stato rapito, con quattro suoi aiutanti. Sono stati liberati solo perché stavolta abbiamo pagato per tutti il riscatto."
Come vi comportate generalmente in questi casi?
"E cosa possiamo mai fare? Se la taglia che ci impongono è di centinaia di migliaia di dollari, dove li prendiamo? Non li abbiamo. I fedeli caldei più benestanti sono già fuggiti dal Paese, e restano ormai solo quelli poveri o poverissimi, a cui non si può certo chiedere nulla, perché siamo noi che diamo loro di che sopravvivere. Allora, che cosa offriamo a questi banditi da cui riceviamo minacce? «O pagate o ritroverete lungo la strada un cadavere che vi appartiene!». In questa frase c’è l’Iraq di oggi."
È un quadro di desolazione.
"Ma, nonostante tutto questo, noi siamo e restiamo figli della speranza, perché noi speriamo nel Signore che queste nuvole nere passeranno presto, così da riavere nel nostro Paese la pace e tornare a vedere il sole. Come cristiani e, prima ancora, come iracheni."
Beatitudine, e le autorità pubbliche?
"Qualcuno una volta mi ha chiesto se tutto ciò che accade sia colpa del governo e ho risposto: «Sì, se un governo esistesse». Ma di fatto non esiste. In Iraq vige il caos, il caos autentico, e chi oggi “governa” non ha alcun potere. Anzi, sono i politici che chiedono protezione... E gli americani non possono fare niente, ci dicono: «It’s not our job», «non è affare nostro». Allora la colpa di chi è? Degli americani che ci hanno occupato. Del nostro governo – se esistesse – e di ogni potente del mondo che pure avrebbe il potere di dire una parola influente per frenare questo terrorismo, che in Iraq ha nel mirino tutti, musulmani e cristiani, e oggi specialmente i cristiani."
Già una volta papa Benedetto ha chiesto a tutti pubblicamente preghiere e digiuno per l’Iraq.
"E io continuo a pregare tutti i politici, che favoriscano la pace in Iraq. Anche i mass media possono fare molto, diffondendo notizie costruttive e non screditando questo o quel gruppo. Le buone notizie incoraggiano la nostra gente a rimanere in questo Paese, che è la nostra patria, dove io personalmente resterò, sino all’ultima goccia del mio sangue, per dare coraggio ai fedeli caldei. Rimangano, come sono rimasti i nostri padri e i nostri nonni che pure hanno superato circostanze difficili. Dico loro: rimanete, abbiate fiducia nel Signore, e nella nostra madre celeste Maria che ci proteggerà. Io incoraggio i miei cari fedeli a restare. Io sarò con loro, qui, sino all’ultima goccia del mio sangue, se il Signore mi vuole martire."
Lei si sta confrontando con i capi religiosi sciiti e sunniti?
"Non ho mai cessato di parlare con loro, con tutti loro… perché sia restituita la pace al Paese e ora, particolarmente, ai cristiani. Ma loro, come me, non sono attualmente capaci di fare alcunché. Dal presidente dell’Iraq sino all’ultima persona del mio popolo, non ho lasciato nessuno senza avergli rivolto una preghiera perché contribuisse a riportare la pace. E chiedo a tutti i cristiani di pregare il Signore perché stia con noi, e Lui stesso che è pace ridoni la pace all’Iraq, Paese di Abramo."
È stato scritto che nel vostro ultimo Sinodo si sarebbe discusso della possibilità per i cristiani di vivere in aree protette, riservate.
"Noi vogliamo l’Iraq per gli iracheni, perché siamo figli di una sola famiglia; non cerchiamo alcun “ghetto” per i cristiani. Abbiamo, come iracheni, nomi diversi, ma abbiamo il medesimo padre Abramo e una stessa patria. La terra ci unisce. È la nostra terra sin dall’inizio! Contro ogni divisione, purché la fede di ognuno sia rispettata. Ecco, la religione per ciascuno e una patria per tutti. Questa è la mia idea: tutto l’Iraq è per tutti gli iracheni. Non dobbiamo sceglierci un “angolo cristiano” e lì nasconderci, poiché sempre, come cristiani, abbiamo cooperato per lo sviluppo della nostra bella patria."
Nessun cristiano ha mai voluto reagire alle violenze?
"I cristiani non devono mai pensare di reagire con la forza, noi non usiamo le armi. Mai potrò consigliarlo. Gesù ha detto: «Pregate per quelli che non vi amano, per quelli che vi perseguitano e che dicono male di voi». Lui stesso ci ha insegnato così, e noi abbiamo fiducia che Lui ci aiuterà! Come responsabile dei miei cristiani, io non dirò mai loro di agire con la forza, ma di sopportare tutto e di pregare anche per i loro nemici."
Perché non reagire politicamente, cioè come movimento organizzato dei cristiani e fare pressione sull’autorità? I vescovi avrebbero così più voce in capitolo in politica…
"Ma come possono i cristiani, creando una loro piccola lobby politica, pensare di ottenere una risposta in questa situazione, quando nessuno ora ha il potere reale di cambiare le cose? I cuori e i desideri affidiamoli al Signore. A questo proposito mi lasci aggiungere una cosa. Ho fiducia che 30Giorni parli delle cose per come esse sono, che pubblichi non per proprio interesse ma per il bene delle anime e la salvezza del mondo. Altri giornalisti hanno fatto del male ai caldei, pubblicando notizie che hanno invaso il campo della Chiesa, procurando danno morale, spirituale e politico ai cristiani iracheni. La Chiesa caldea è stata e sarà pacifica, farà solo del bene a tutti, come ci ha insegnato nostro Signore Gesù Cristo.
Quando ha visto il presidente Bush fare visita in giugno a papa Benedetto, che cosa ha provato?
"Ho pensato: speriamo che il presidente Bush faccia ciò che ha espresso a parole, cioè usare tutto il suo potere per portare la pace nel mondo. Non solo in Iraq, ma in Palestina, in Libano... Speriamo solo che metta in pratica ciò che ha promesso al Papa."
Beatitudine, per i cristiani in Iraq oggi lei userebbe il termine “persecuzione”?
"Sì. Abbiamo avuto tanti morti, povera gente... La nostra sofferenza quotidiana è il nostro martirio – e alcuni tra noi hanno versato il sangue per difendere la nostra fede. Soffriamo perché portiamo il nome di cristiani. Centinaia di famiglie cristiane vengono cacciate via con la violenza. È martirio o no? In Iraq abbiamo convissuto con l’islam quattordici secoli, io stesso in passato non avrei saputo distinguere esteriormente tra sunniti e sciiti, o addirittura tra musulmani e cristiani: oggi invece è un discrimine tremendo. I musulmani di prima desideravano acquistare la loro casa vicino a quella di un cristiano, tanta era la concordia – e forse nel loro cuore è ancora così. Ma ora qualcosa è cambiato. Per questo chiedo a voi di pregare, e di far pregare gli altri perché il Signore doni questo spirito di carità, di fratellanza, di amore vicendevole. Non solo in Iraq, ma nel Medio Oriente, e ormai in tutto il mondo."

31 luglio 2007

A Baghdad i cinema chiudono ma le persone non invecchiano

By Baghdadhope

D’estate mi piace cambiare spesso il giornale che leggo ma, complice le vacanze, a volte sono un po' in ritardo. Così qualche giorno fa ho preso in mano la copia della STAMPA di domenica 22 luglio ed ho trovato un articolo che ha suscitato in me molti ricordi. Il titolo è
"Baghdad, nuovo cinema inferno." Barbara Schiavulli, Reportage, Baghdad.

L'articolo è incentrato su un cinema di Baghdad, il Samiramis, che chiuderà definitivamente i battenti il primo di agosto. Ricordo quel cinema. Non che ci sia mai entrata, ma ho chiara in mente l'immagine di un'assolata mattina di settembre, sarà stato il 1998 o il 1999. Tornavamo in albergo percorrendo proprio Sa'doun Street e ci accorgemmo che sotto una tettoia che riparava l'entrata del cinema sostavano decine di ragazzi (niente donne, neanche allora). L'enorme cartellone al di sopra dell'edificio indicava il film in programmazione. Le scritte erano solo in arabo ma il dipinto riproduceva fedelmente il manifesto che tutti noi riconoscemmo come quello
di "Basic Instinct" il giallo "bollente" che nel 1992 aveva fatto conoscere al mondo Sharon Stone con la famosa scena dell'accavallamento di gambe. Ricordo anche che, essendo venerdì, avevamo commentato il fatto che tutti quei ragazzi sembrassero più interessati all'intrigante e torbido sguardo dell'attrice che a celebrare il giorno di preghiera in modo islamicamente consono.


Scavando nella memoria e nel mio archivio ho trovato altri due articoli molto, molto, simili a quello pubblicato da La Stampa del 12 luglio 2007:

"Baghdad cinema 'gone with the wind'" di Zaid Sabah, pubblicato da USA Today il 12 luglio 2007

"Baghdad blues" di Kathleen McCaul, pubblicato dal Baghdad Bullettin il 31 agosto 2003.

Per leggere questi due articoli in lingua originale clicca sui titoli.

Clicca su "leggi tutto" per l'articolo "Baghdad, nuovo cinema inferno" della Stampa del 22 luglio e le traduzioni e gli adattamenti in italiano degli articoli di USAToday e Baghdad Bullettin di Baghdadhope.

Una piccola nota. Rileggendo gli articoli mi ha fatto piacere sapere che a distanza di 4 anni il proprietario del cinema Najaa, il Signor Ahmed Nadim, sia ancora vivo. Nella Baghdad degli orrori una tale sopravvivenza ha quasi del miracoloso. Come miracolosa è anche la sua memoria di ferro che gli ha permesso di rendere identica testimonianza nel contenuto a distanza di 4 anni. Sarà perché da come risulta aveva 76 anni nel 2003 ed "anche" nel 2007?
Sorprendente, vero?

Baghdad, Nuovo Cinema Inferno
Barbara Schiavulli, La Stampa, 22 luglio 2007
BAGHDAD

Saad Samir siede sconsolato accanto alla biglietteria del suo cinema. Diversi mesi fa ha licenziato l’impiegato che vendeva i biglietti e ancora prima la maschera che li strappava all’entrata della sala. Ora fa tutto Samir, accoglie i clienti e poi fa partire il film. Una volta si usavano quei romantici macchinari dove venivano installate le enormi pizze di pellicole, adesso basta un computer e un dvd. Non serve pagare un tecnico per quel lavoro. E in ogni caso presto i battenti del cinema Samiramis si chiuderanno. Il primo agosto, il cinema più importante e autorevole di Baghdad si arrende. Samir non ce la fa più. Ha tentato, ha lottato, ci ha creduto, ma è arrivato il momento che non sa più come rimandare. Sono trascorsi trentotto anni dalla sua apertura, nella sua sala sono passati film che hanno commosso e fatto ridere tutto il mondo e anche gli iracheni. Dalla serie di Indiana Jones a quella di Batman. «Il mondo del cinema se ne va “via col vento” - dice Samir, ripetendo una frase piuttosto comune tra gli iracheni, tratta dall’omonimo film del 1939 con Clark Gable - Non ho più i soldi per mantenerlo, ormai qui non viene più nessuno. Le famiglie, e il mio cinema è sempre stato per loro, non trascinano fuori i bambini per paura delle autobombe e dei rapimenti. Nessuno ha voglia di rischiare la vita per avventurarsi in una città che è già un film dell’orrore. Senza contare che per un dollaro, contro i due e mezzo del biglietto, si trovano ormai ovunque film pirata, la gente se vuole vedere qualcosa può tranquillamente farlo senza uscire di casa. Anche noi, visto che non potevamo permetterci di pagare le tasse per i film originali, siamo costretti a mandare in onda film piratati. Come Superman 3 ora in programmazione. Per noi una giornata piena non ha più di cinquanta persone, oggi ne abbiamo solo dodici, gente che viene per dormire, per starsene all’aria condizionata o perché non sa dove andare. Quello che metto in onda è irrilevante».Ma non è stato sempre così. Ai tempi d’oro negli Anni 70 si faceva la fila per entrare nel cinema, 1800 posti a sedere, film nuovi che arrivavano dagli Stati Uniti e dall’Italia. Gli spettatori si appollaiavano sugli scomodi sedili di legno, fumavano una sigaretta e si perdevano nel mondo magico della celluloide, l’unico posto dove i sogni per un paio d’ore potevano trasformarsi in realtà. «Questo posto brulicava di persone, di bambini chiassosi che si divertivano per un pomeriggio intero. Adesso a causa del coprifuoco sono costretto a chiudere alle tre del pomeriggio - spiega Samir che non ha ancora deciso cosa farà quando il cinema sarà chiuso - mio padre me lo ha lasciato in eredità, tutta la vita della mia famiglia ha girato intorno a questo posto, ho perfino conosciuto mia moglie qui, era venuta a vedere Forrest Gump accompagnata da sua madre, è rimasta a vederlo tre volte, fino a quando mi sono deciso a parlarle». Samir non crede che la situazione migliorerà in tempi brevi, quindi per lui, è inutile continuare ad investire in qualcosa del quale il pubblico non può usufruire con serenità. «Sono così triste di aver dovuto prendere questa decisione, ma non ho scelta».In realtà i problemi sono cominciati alla fine degli anni ‘90, quando un’ondata di film pirata ha invaso il mercato riducendo drasticamente la clientela dei cinema. «Con gli affari che calavano, abbiamo dovuto smettere di comprare i film americani che uscivano perché i costi raggiungevano i venti, venticinquemila dollari». Durante il regime di Saddam Hussein, la diffusione dei film era molto controllata, il governo prediligeva le epopee belliche e i film arabi. «La caduta di Saddam nel 2003 non ha portato solo violenza, ma un’era di immoralità». Con la chiusura del Samiramis, se ne va l’ultimo cinema «per tutti» di Baghdad, restano solo le sale cinematografiche, circa una dozzina, che si dedicano a film per adulti proibiti durante l’epoca dell’ex rais. «Il Samiramis è il miglior cinema di Baghdad», ammette Ahmad Nadim, un vecchio di 76 anni che dirige il cinema Najaa da quarantaquattro anni, ad una decina di minuti di strada dall’altro. Si ricorda ancora quando gli inglesi aprirono il primo cinema negli anni ‘20 con i film muti, seguiti da quelli di Charlie Chaplin, solo negli anni ‘40 gli iracheni hanno cominciato a produrre i loro primi film, in genere, tutti romantici. Nadim ora trasmette film pornografici. «L’Iraq è cambiato, al cinema vengono solo uomini e vogliono vedere sesso. Tutti quelli che potevano apprezzare un film di qualità hanno lasciato il paese. Qui sono rimasti i poveracci, gli ignoranti e i combattenti che sono la somma di entrambi. Per tornare al cinema di una volta, c’è solo un modo; raggiungere i cuori dei nostri ragazzi e riparare i pezzi».

Il cinema a Baghdad è andato “via col vento”
Di Zaid Sabah, USA Today, 12 luglio 2007
BAGHDAD

Negli anni 70 ed 80 il cinema teatro Samiramis fu un punto di riferimento nel centro di Baghdad per un’intera generazione di iracheni che si divertiva con film di prima visione che andavano dalla serie di Indiana Jones a Batman. Il primo agosto prossimo il suo grande schermo si spegnerà per sempre. Il cinema, uno degli ultimi del suo genere, chiuderà dopo 38 anni. “Il cinema a Baghdad ed in Iraq è andato “via col vento” ha dichiarato il direttore del Samiramis, Saad Samir, usando un’espressione comune in Iraq che deriva dal classico del 1939 interpretato da Clark Gable. Il cinema da 1800 posti non è stato in grado di resistere alla violenza endemica, ad un coprifuoco che lo costringeva a chiudere alle tre di ogni pomeriggio, alla tendenza globale che fa preferire i DVD visti a casa.“Non speriamo neanche più che le cose possano migliorare” ha aggiunto Samir un mercoledì pomeriggio mentre 12 persone assistevano alla proiezione di una copia pirata di Spider Man 3. “Siamo molto tristi, ma non avevamo altra scelta.”I problemi del Samiramis iniziarono alla metà degli anni 90 quando un’ondata di copie pirata di film in Iraq ridussero drasticamente il numero degli spettatori, ha spiegato Samir. Col diminuire degli affari il cinema ha smesso di importare i film di prima visione americani perché non poteva permettersi di pagare spese di 20.000/25.000 $, ed ha cominciato a proiettare i DVD pirati. Il rovesciamento di Saddam Hussein nel 2003 non ha portato solo violenza, ha aggiunto Samir, ma anche un’epoca di immoralità. La maggior parte della dozzina di cinema di Baghdad ora proiettano film pornografici – proibiti sotto Saddam – mentre altri sono stati distrutti o semplicemente hanno chiuso.“Samiramis è l’unico cinema ancora decente a Baghdad” ha dichiarato Firas Hamdi, 27 anni, un ingegnere disoccupato, “la gente a cui piacevano i film americani ha lasciato il paese, e quella che è rimasta è senza istruzione o ha come principale interesse il sesso.”Nel cinema il numero massimo di spettatori è di 50 persone. “Molti vengono non per guardare il film ma per passare delle ore in un ambiente con aria condizionata” ha detto Samir in un giorno in cui la temperatura era di quasi 48°, la media per metà luglio, “alcuni vengono a fare un sonnellino.”Hamdi, infatti, è contento di aver pagato 2.40 $ di ingresso per sfuggire al calore del suo appartamento dove l’aria condizionata funziona per circa un’ora al giorno quando c’è elettricità, di essere “sfuggito al caos” e di poter vedere l’ultimo episodio di Spider Man:“spero sia un giorno calmo” ha detto “così potrò passare un po' di tempo in pace.”

Baghdad Blues
Di Kathleen McCaul, Baghdad Bullettin, 31 agosto 2003

Venerdì. Cinema “Le Stelle” in Sadun Street. Normalmente è il giorno da passare in famiglia o in moschea, ma la fiumana di uomini che entrano ed escono dal cinema ha scelto un luogo di incontro alternativo. Il cartellone del film è pittoresco. Dipinto a colori vivaci reclamizza un film italiano degli anni 70. All’interno della hall alcune foto tratte dal film sono appese a dei tabelloni. Ad osservarle è chiaro che non si tratta di un film romantico, ma di ciò che viene definito “film hard.” Dall’inizio dell’occupazione i molti cinema di Baghdad si sono riempiti, ma c’è una sola scelta: film pornografici. Sebbene si tratti nella maggior parte dei casi di film datati e casti se paragonati a ciò a cui si è abituati in occidente, si tratta di un fenomeno nuovo a Baghdad. “Saddam controllava tutti i film, ma l’assenza di un ministero dello spettacolo ha creato una situazione di anarchia" dice Ahmed Nadim, 76 anni, direttore per 44 anni del cinema Najaa, che si dichiara esperto di cinema e teatro.“Oggi si può vedere ogni tipo di film. Sebbene prima si proiettassero pochi film romantici non c’erano scene spinte, ora invece si tratta di puro sesso”Nadim è andato al cinema ed ha scritto recensioni sui film a Baghdad per quasi tutta la sua vita. Conserva ancora nel portafoglio un biglietto sbiadito del cinema Simbad che risale al 1948 ed è disgustato da ciò che viene proiettato oggi. “La qualità e lo spirito dei film cui sono abituato non esiste più, oggi non riesco più a vederli – la mia generazione non li accetta, è la generazione di Saddam.” Malgrado ciò, però, Nadim ammette di proiettare anche lui i film hard perchè è l’unico modo per poter guadagnare a Baghdad. "Il cinema Sameera Ramees è uno dei migliori di Baghdad, proiettava solo film adatti a tutti, ma non incassava più nulla, le famiglie non vanno più al cinema per ragioni di sicurezza, gli unici spettatori sono uomini” dice. Anche il rispettabile cinema Sameera Ramees è cambiato ora. Sebbene pubblicizzi solo film in voga, ad esempio American Pie 2, alle pareti le foto mostrano solo attrici turche ed italiane poco vestite per attirare l’avido pubblico.“E’ ancora un cinema per famiglie, il proprietario ha messo queste foto per attirare la gente” ha dichiarato Assam Abdul Karim un impiegato del cinema. La storia del cinema in Iraq riflette gli scossoni attraverso i quali il paese è passato. Nadim ricorda come gli inglesi fondarono il primo cinema quando occuparono il paese prima del 1920. A quello ne seguirono altri che proiettavano i film muti come quelli di Charlie Chaplin importati dall’estero. Negli anni 40 gli iracheni iniziarono a produrre i propri film, spesso di natura romantica, ma con la salita al potere del partito Baath nel 1968 lo stato iniziò a controllare l’industria del cinema commissionando film epici di argomento storico e politico. Il cinema in Iraq comunque continuò ad esistere per tutta la durata della guerra contro l’Iran. Faiz Taha Salam, docente all’Accademia di Belle Arti, fu il protagonista di tre grandi film degli anni 80 – “Amore e motocicletta” “Matrimonio iracheno” e “Il dilemma”. In quest’ultimo film, che trattava della lotta contro il dominio britannico negli anni 20, Salam recitò accanto ad una stella del cinema inglese, Oliver Reed, che faceva la parte di un ufficiale di Sua Maestà ucciso dalla folla in rivolta.“L’impatto della guerra ha cambiato il cinema in Iraq. I film erano diventati violenta propaganda militare, lontani dalla sofferenza della gente comune – spiritualmente vuoti secondo me –" dice Salam.
L’industria cinematografica crollò poi a causa delle sanzioni delle Nazioni Unite e la conseguente mancanza di fondi e di registi. Il pubblico si dovette rivolgere alla televisione, certo non un esempio artistico, secondo Salam. La televisione di stato, Shabab, nella maggior parte dei casi rubava i film di altre stazioni ed il compito di portare avanti la storia del cinema iracheno ricadde su chi viveva all’estero.
Saad Salman, un regista iracheno in esilio in Francia per trent’anni ritornò in incognito nel 2000 per girare un film sugli effetti del regime di Saddam. Le interviste comprendevano quelle ad una donna che aveva visto uccidere suo marito ed i suoi tre figli e quella ad un uomo depresso cui era stato tagliato un orecchio e non poteva portare gli occhiali. La granata usata come peso per vendere le patate, ed il cartello con la scritta “Benvenuti ad Helabja” mostravano l’orrore della sofferenza quotidiana. Il film, “Baghdad on and off” acclamato internazionalmente sebbene bandito in Francia fu proiettato per la prima volta in Iraq il 15 agosto (2003) all’Al-Awiyah Club, che sotto Saddam era un club per dirigenti. "Non sono mai stato così nervoso come per quella prima, ma sono rimasto sorpreso che la gente del cinema in Iraq ha capito ciò che intendevo” dice Salman. Sebbene il pubblico possa avere capito la sofferenza, lo stile documentaristico era però nuovo. Secondo Ahmid Hassa, un impiegato “Non era altro che una telecamera che si spostava da un posto all’altro.” “E’ un film rozzo perchè manca di bellezza, ma è realistico nel dialogo e nella storia” secondo Awatif Naim, una nota attrice irachena. La mancanza di familiarità con i documentari potrebbe però cessare a breve. Salman ha infatti deciso di produrre e finanziare documentari di 10 ore sull’Iraq.“Il progetto tratterà dei ricordi delle persone rimaste a lungo in silenzio – ed ogni documentario sarà diretto da un giovane iracheno” dice. Salman, che insegna ai giovani studenti di cinematografia, ha anche intenzione di istituire una fondazione che terrà seminari e corsi per i nuovi registi iracheni, ed ha grandi idee per il futuro. Secondo lui l’industria cinematografica ha un grande compito.“Abbiamo diverse strade davanti a noi. Dobbiamo trattare i casi sociali trascurati in passato, e dobbiamo girare film che mostrino la realtà politica nascosta dell’Iraq.” Sfortunatamente però i suoi studenti non sono ostacolati solo dalla mancanza di risorse e pratica, ma dalle loro stesse esperienze. “Il nostro compito è molto difficile perchè gli studenti hanno la mente ed il cuore feriti – siamo bloccati da un grande muro e dobbiamo scegliere la giusta finestra da cui guardare il sole che entra nelle nostre case e ci fa felici.”

Iraq e infermiere bulgare: due comportamenti diversi della comunità internazionale

Fonte: Asia News

di Louis Sako

Mons. Louis Sako
, arcivescovo di Kirkuk, chiama in causa le responsabilità della comunità internazionale che non si mobilita per far sì che i Paesi confinanti smettano di far passare combattenti e di destabilizzare l’Iraq. E l’annunciata vendita di armi all’Arabia Saudita ed ai Paesi del Golfo certo non va in al senso. Gli arabi dovrebbero rendersi conto che l’offensiva degli Usa in Iraq ed Afghanistan li ha salvati dalle mire di Saddam Hussein e dai telebani.


La comunità internazionale ha fatto tanto per sostenere il caso delle 5 infermiere bulgare e il medico palestinese e ha ottenuto la loro liberazione. Che gioia per loro e per loro famiglie. Nel giorno stesso ho celebrato la messa di ringraziamento. Ma una tristezza profonda mi ha dominato quando ho comparato il caso loro colla situazione nostra in Iraq. Ogni giorno fra 50 – 100 morti in maggioranza civili e innocenti e circa 2,2 milioni di profughi in fuga dalla guerra iniziata nel 2003 con l’offensiva guidata dagli Stati Uniti. Da cinque anni viviamo in tale situazione e non si sa quanto durerà ancora, forse anni. perchè si osserva che il progetto nucleare iraniano e i nuovi piani americani d'armamento dei Paesi del Golfo, in particolare l'Arabia Saudita, non aiuteranno per nulla la sicurezza e la stabilizzazione della regione, anzi la complicheranno di più.
Tutti sanno che i Paesi limitrofi dell'Iraq mandano combattenti (mujahidin). Secondo le dichiarazioni del governo iracheno i sauditi vengono in prima fila, poi gli iraniani e i siriani... Finora non abbiamo sentito una visita d'un capo di Stato o di una delegazione internazionale capace di prre un freno a questi fatti! Se gli Stati Uniti, in quanto forza occupante e la cui politica ha creato questa situazione, sono responsabili, la comunità internazionale è anche responsabile di cercare positivamente di fornire un’assistenza seria agli iracheni per una vera soluzione del loro problema, che è la riconciliazione e la ricostruzione del loro Paese ed un processo politico che includa tutte le forze politiche, religiose e etniche.
Penso che gli iracheni meritino un aiuto internazionale come quelle infermiere bulgare!
Secondo me l’offensiva guidata dagli Stati Uniti in Iraq ed Afghanistan ha avuto conseguenze positive per tanti Paesi arabi: sono stati salvati del pericolo di Saddam Hussein che voleva dominare il mondo arabo e anche i Paesi musulmani devono sapere che gli Stati Uniti hanno salvato i loro Paesi dai talebani.
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A conferma delle affermazioni di mons. Sako, ieri sera l’ambasciatore americano all’Onu, Zalmay Khalilzad, ha affermato che “l’Arabia Saudita ed un certo numero di altri Paesi, non fanno tutto ciò che potrebbero per aiutarci in Iraq”.

Iraq vs Bulgarian nurses, the international community’s double standards

Source: Asia News

by Mons. Luis Sako

Mgr Louis Sako
, archbishop of Kirkuk, challenges the international community over its responsibilities. So far it has failed to lean on Iraq’s neighbours to stop fighters from entering and destabilising Iraq. The announced US arms sale to Saudi Arabia and the Gulf countries won’t stop it either. Arabs should realise that US offensives in Iraq and Afghanistan saved them from Saddam Hussein and the Talibans.


The international community has done a lot for the Bulgarian nurses and Palestinian medic imprisoned in Libya. What joy for them and their families when they finally got their freedom! On the day they were released I celebrated a thanksgiving mass. However, I was also sad because I compared their fate to that of Iraq. Every day some 50 to 100 people die, mostly civilian and innocent; 2.2 millions refugees have fled since the war began in 2003 with the offensive led by the United States. For five years we have lived in this situation and we don’t know how long it will go on, perhaps for years, because Iran’s nuclear programme and the US plan to arm the Gulf states, especially Saudi Arabia, will not improve the region’s security and stability; in fact it will make things more complicated.
All of Iraq’s neighbouring countries are sending fighters (mujahidin) into the country. According to statements by the Iraqi government Saudis lead the pack, followed by the Iranians and the Syrians . . . .
So far we have not heard a single word out of a leader or an international delegation visiting Iraq saying something that could end this flow.
If the United States as the occupying power that created the current situation is responsible for it, the international community is also responsible for providing real assistance to solve Iraq’s problems like reconciliation and reconstruction that include all political, religious and ethnic groups. Indeed I think Iraqis deserve as much international help as the Bulgarian nurses.
I believe that the US-led offensives in Iraq and Afghanistan had some positive consequences for many Arab countries, which were saved from the danger of Saddam Hussein and his desire to rule the Arab world. Muslim countries must also realise that the United States saved them from the Talibans.
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As evidence in support of Mgr Sako’s statement, former US ambassador to Iraq Zalmay Khalilzad said that “Saudi Arabia and a number of other countries are not doing all they can to help us in Iraq.”

Vescovi USA avvertono il Segretario di Stato americano della terribile piaga dei rifugiati iracheni

Fonte: ZENIT

La piaga dei rifugiati iracheni è terribile, soprattutto per i bambini, e richiede una maggiore assistenza statunitense, hanno affermato il Cardinale Theodore McCarrick e il Vescovo Nicholas DiMarzio. In una lettera del 26 luglio inviata al Segretario di Stato americano, Condoleezza Rice, il Cardinal McCarrick, Arcivescovo emerito di Washington, e il Vescovo DiMarzio di Brooklyn, New York, hanno espresso preoccupazione dopo una missione in Turchia, Libano, Giordania e Siria a nome della Conferenza Episcopale Statunitense.Dopo aver trascorso del tempo nei Paesi confinanti con l’Iraq, i presuli hanno detto: “Era chiaro che i Paesi che abbiamo visitato hanno un estremo bisogno di ulteriore sostegno da parte degli Stati Uniti e della comunità internazionale per fornire un porto sicuro ai quasi due milioni di rifugiati iracheni nella regione”.“Senza un maggiore impegno da parte della nostra Nazione e delle altre”, hanno aggiunto, “temiamo che questi Paesi non accoglieranno e proteggeranno più i rifugiati, soprattutto se la situazione della sicurezza in Iraq si deteriorerà e altri Iracheni abbandoneranno le proprie case”.I presuli hanno sottolineato la “mancanza di finanziamenti sufficienti ad assicurare i bisogni di base dei rifugiati e delle loro famiglie”, notando che soprattutto l’assistenza medica “non è facilmente disponibile”.“I bambini sono particolarmente vulnerabili”, hanno detto i Vescovi. “Molti di loro hanno problemi fisici e psicologici a causa del conflitto”, mentre “l’accesso all’istruzione rimane un problema fondamentale”.Il Cardinal McCarrick e il Vescovo DiMarzio hanno anche esortato gli Stati Uniti “a lavorare sempre più urgentemente per una transizione responsabile per porre fine alla guerra in Iraq”, sottolineando che “l’esistenza di grandi numeri di rifugiati vulnerabili è una tragica e sfortunata conseguenza della guerra”.

U.S. Bishops Urge More Aid for Iraqi Refugees

Source: ZENIT

The plight of Iraqi refugees is dire and calls for increased U.S. assistance, said Cardinal Theodore McCarrick and Bishop Nicholas DiMarzio. In a July 26 letter sent to U.S. Secretary of State Condoleezza Rice, Cardinal McCarrick, retired archbishop of Washington, D.C., and Bishop DiMarzio of Brooklyn, New York, voiced concern after a mission trip to Turkey, Lebanon, Jordan and Syria on behalf of the U.S. bishops' conference.After spending time in the countries neighboring Iraq, the prelates said: "It was clear that the countries we visited are in dire need of additional support from the United States and the international community in order to provide safe haven to the almost 2 million Iraqi refugees in the region." "Without a heightened commitment from our nation and others," they added, "we are fearful that these countries will no longer welcome and protect these refugees, particularly if the security situation in Iraq deteriorates and more Iraqis flee their homes." The prelates highlighted the "lack of sufficient funding to ensure that the basic needs of refugees and their families are being met," noting that medical care in particular "is not readily available." "Children are particularly vulnerable," the bishops said. "Many of them suffer physical and psychological ailments from the conflict," while "access to education remains a major problem." Cardinal McCarrick and Bishop DiMarzio also urged the United States "to work even more urgently for a responsible transition to end the war in Iraq," noting that "the existence of large numbers of vulnerable refugees is a tragic and unfortunate byproduct of the war."

30 luglio 2007

Iraq: Vescovo di Baghdad riferisce il peggiorare della situazione di sicurezza per i cristiani

Fonte: Aid to the Church in Need - Aiuto alla Chiesa che Soffre

by John Pontifex

Tradotto ed adattato da Baghdahope


I capi religiosi cristiani di Baghdad hanno unito le forze nel disperato tentativo di proteggere la propria gente dalla persecuzione – questo è ciò che ha riferito un vescovo che ha osato parlare della crescente crisi dei cristiani in città.
Tra i segni della sempre maggiore oppressione della comunità cristiana di Baghdad, Monsignor Andrea Abouna ha riferito di come i capi religiosi di diversi riti stiano elaborando dei piani per trovare sistemazione ai fedeli in posti sicuri, lontani dalle zone calde dell’estremismo. Nel corso di una visita a Londra il Vescovo Ausiliare di Baghdad ha dichiarato che la comunità caldea di cui fa parte, insieme alle gerarchie siro cattolica ed armena è impegnata nel tentativo di salvare migliaia di sfollati.
Nel corso dell’intervista rilasciata ad Aid to the Church in Need, Monsignor Abouna ha detto: “Non è facile per la nostra gente, ha bisogno di tutto. La Chiesa aiuta per quanto può.”

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Descrivendo la cooperazione tra vescovi come senza precedenti Monsignor Abouna ha dichiarato come l’intervento miri a dare alloggio ed aiuto a più di 6000 cristiani rimasti senza casa ed a rischio di essere rapiti o uccisi in un paese con enormi problemi di sicurezza.
Monsignor Abouna ha anche spiegato che i cristiani hanno cercato rifugio nel quartiere centrale di Baghdad Jadida dopo essere fuggiti da quello di Dora dove i militanti islamici avevano dato loro un ultimatum: convertirsi all’Islam o abbandonare le proprie case.
Orgoglioso del fatto che la zona di Dora fosse in passato conosciuta come il “Vaticano dell’Iraq” il vescovo ha sottolineato la determinazione dei suoi abitanti cristiani a non tradire la propria religione, memori dell’enorme numero di chiese ed altre istituzioni religiose una volta lì presenti. Secondo il vescovo, la persecuzione già attuata a Dora si sta estendendo in altre parti della città, specialmente nella zona ad ovest del Tigri, Al Karkh. Secondo alcune fonti cristiane i sacerdoti che operano in quella zona sono scesi da 11 a 3 negli ultimi tre anni.
L’iniziativa di sostegno, che ha il suo centro nella chiesa di Saint George, è per ora in una situazione di stallo dovuta ad un’ ulteriore ondata di sfollati cui bisogna trovare una sistemazione in albergo o da parenti o amici.
Con tutte le sette chiese di Dora ormai chiuse, e con i militanti che rifiutano di far tornare i cristiani alle proprie case, i non musulmani nella zona di Karkh, continua Monsignor Abouna, sono sottoposti a crescenti pressioni per la conversione all’Islam, così come all’obbligo per le donne ad indossare il velo.
Questa crisi, secondo il vescovo, spiega perché l’esodo dei cristiani da Baghdad e da altre parte dell’Iraq sia così imponente anche se non esistono statistiche affidabili sui movimenti delle masse. Secondo alcuni rapporti almeno metà del 1.200.000 cristiani che vivevano in Iraq prima della caduta di Saddam Hussein sono fuggiti dalle proprie case e da una crisi umanitaria che, riferisce Monsignor Abouna, vuole dire scarsità di acqua potabile, elettricità a volte solo per un’ora al giorno ed alto rischio di rapimenti e di rimanere uccisi che spinge la gente a non uscire di casa.
Desideroso di trovare una nota positiva il vescovo continua: “Non è la prima volta che i cristiani soffrono nella terra dell’antica Mesopotamia, ed a dispetto delle difficoltà vi sono sempre rimasti.”
Descrivendo però le visite pastorali nella zona di Mansour nella parte sud occidentale di Baghdad dove vive, dice: “Le famiglie sono tristi e turbate, era stata promessa loro la democrazia ma non c’è niente di simile.” Eppure, continua: “Malgrado ciò speriamo ancora nella pace.”
L’intervista termina con i ringraziamenti ad Aid to the Church in Need per l’aiuto dato. ACN lo scorso anno ha stanziato 200.000 $ per la chiesa in Iraq, la maggior parte dei quali in aiuti di emergenza sollecitati dagli appelli degli stessi vescovi.

Iraq: Baghdad bishop tells of worsening security crisis for Christians


By John Pontifex

Baghdad's Church leaders have joined forces in a desperate bid to protect their people from persecution – according to a bishop who has dared to speak out on the growing crisis engulfing the city’s Christians. Amid signs of worsening oppression against Baghdad’s Christian community, Bishop Andreas Abouna said Church leaders from a number of different rites were now rolling out plans to find the faithful homes in safe places away from known hot-spots of extremism. Speaking during a visit to London, the Auxiliary Bishop of Baghdad said that his Chaldean community had linked up with Syriac Catholic and Armenian hierarchy in a rescue mission for thousands of displaced people. During the interview, given to Aid to the Church in Need, Bishop Abouna said: “It is not easy for our people – they are in need of everything. The Church is helping in any way it can.”

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Describing the co-operation between the bishops as unprecedented, Bishop Abouna said the initiative was aimed at providing housing and emergency aid for more than 6,000 Christians forced onto the streets and in grave risk of kidnap or murder in a country with huge security problems. He explained that the Christians had sought sanctuary in central Baghdad’s Al Jadida region having escaped Al Dora, in south west Baghdad, where militant Muslims had put an ultimatum to Christians demanding that they convert to Islam or face eviction from their homes. Proud of Al Dora’s nickname of the ‘Vatican of Iraq’, the bishop said the people were determined not to lose their religion, retaining strong memories of the region’s high concentration of churches and other religious institutions. Now, according to Bishop Abouna, reports suggest that the persecution in Al Dora is beginning to spread to other parts of the city – with the Karkh region, west of the River Tigris worst affected. Iraq Church sources claim the number of priests in this area has slumped from 11 to three within just three years. The emergency support initiative, centring on Baghdad’s St George’s Church, is on standby for a further influx of displaced Christians, helping them to find temporary accommodation in hostels or with relatives and friends of the Church. With all seven churches in Dora now closed, and militants refusing to allow Christians back home there, Bishop Abouna said non-Muslims in the Karkh region were under increasing pressure to convert to Islam, as well as mandatory wearing of the veil for women. The crisis, he said, explained why the exodus of Christians from Baghdad and other parts of Iraq was still high. He said the mass movement of people meant reliable statistics were no longer available. Reports show at least half of the 1.2 million Christians in Iraq before the fall of Saddam Hussein have now fled their homes. With the humanitarian situation growing fast, the Bishop said that in the city clean water was scarce and that electricity was sometimes down to one hour a day. The bishop described how the high risk of kidnappings and killings meant people were afraid to leave their homes. But determined to strike a positive note, the bishop went on: “This is not the first time Christians in the ancient land of Mesopotamia have suffered. Despite all the difficulties of the past, Christians somehow remained in our country.”He described making morale-boosting pastoral visits to Mansour, the region of south-west Baghdad where he is based.“The families are very sad and upset,” he said. “They were promised freedom and democracy but nothing like that is happening.”The bishop said: “In spite of the situation, we still hope that peace will come.” He went on to thank ACN for offering key help and support. “What Aid to the Church in Need has given us is very important. We are so grateful.” ACN last year provided over $200,000. for the Church in Iraq, much of it emergency aid in response to urgent appeals from the bishops.

25 luglio 2007

Seeds in a wounded land. Interview to the Iraqi Ambassador to the Holy See

Source: SIR

by Daniele Rocchi

News of persecutions by terrorists and islamic extremists against the Iraqi Christian community, forced to leave cities such as Baghdad or Mosul to take refuge in the north of the country or abroad, are reported. News about kidnappings, of priests also, protection tax, forced convertions and killings are a growing worry for the Chaldean Church that must cope with this "persecution emergency." Continuous are Benedict XVI's appeals to peace, to reconciliation and to the respect of human rights. About persecution of the Christians in Iraq, and not only, SIR made some questions to the Iraqi Ambassador to the Holy See, Albert Edward Ismail Yelda. Christian, he has a degree in ancient literature and a specialization in international human rights studies. Since 1997 to 2003 he worked as a legal advicer and to projects of support for Iraqi immigrants in London.
How can the Iraqi institutions protect the Christian minority?
"I personally belong to this ancient and fragile close community and, as an Iraqi Ambassador, I strongly condemn all the atrocities committed against the Christians of Iraq as well as other venerable minorities which take many forms including ethnic cleansings, threats, persecutions and killings by a handful of radicals and extremist groups linked and supported by the former remnants of the old regime. By such actions of these radicals committed in the name of Islam, and Islam as a religion is quite far from their evil actions, they are trying to create chaos in order to undermine the work of our newly elected Government’s efforts to fight terrorism, extremism and religious radicalism as well as religious sectarian violence in order to create the proper and sound environment to engage in all Iraqi political parties in a real and true dialogue as well as in a real national reconciliation among all the segments of the Iraqi society who believes in a new peaceful, stable, multicultural, multinational, multireligious, democratic and federal Iraq, it means that there should be no place for first, second or third class citizens in the new Iraq. We are also well aware that there are many elements from the neighbouring countries who are supporting the atrocities committed against our people by radicals and the remnants of the former regime who are making the life of all Iraqis, regardless of their religion, denomination, gender and nationality, so miserable in order to turn back the clock so that the new and young democracy in Iraq will not succeed and be replaced again by another ideology of evil tyranny and dictatorship so that the Iraqi people will continue to suffer for another at least 35 years of persecutions, suppressions and oppressions on a daily basis. Our Government of National Unity has been in power for just only one year and it needs all the support provided by the International Community to build a united, patriotic and non sectarian security to ensure the security of all Iraqis in order to make Iraq stable and peaceful. I am well aware that my Government is trying to do its utmost to help, assist and support all the Iraqi citizens and in particular the venerable ones including the Iraqi Christians. I am also aware that our Iraqi Christian religious leaders and the Iraqi Christian politicians, who are represented in the central and the regional Government of Kurdistan, are trying their utmost to highlight the current situation and the tragic events that the Christians of Iraq like wise the majority of Iraqis are going through."
Is there any scope for Christians in the new Iraq, and what is their role in the rebuilding of the country?
"Iraqi Christians are the seeds of the land of Mesopotamia (modern day Iraq) and I do not believe that there is any force on this earth that can uproot these seeds from their ancestral land. Today the Christians of Iraq are actively engaged in the political, social, cultural and economic aspects of the new Iraq. They are represented in the Parliament, the Central Government, the regional Parliament and the Government of Kurdistan as well as in all Diplomatic Missions, therefore, the Iraqi Christians are currently into decision making capacity but on a smaller level. I can assure you that the Christians of Iraq are and will be playing a positive and important role in the efforts of building a peaceful, secular, pluralistic, democratic and federal State of Iraq. The Christians of Iraq suffered enormously during the era of the former regime and especially from the chauvinism policies of Arabization implemented by the ideology of the Baath Arab Socialist party. Assyrians and Chaldeans opposed these chauvinism policies and sided with the Iraqi National and Democratic forces including Islamic movements, Kurdish, communists, liberals and other Baathist who opposed the regime of Saddam Hussein which was based on mass executions and persecutions in order to remove it and establish the Democratic alternative in which all Iraqis regardless of their religion, culture, ethnicity and nationality be treated justly and equally in their rights as first class citizens.

Click on "leggi tutto" for the whole interview by SIR
Is there the risk of the creation of a Christian enclave in the Niniveh Plain, in the north of Iraq?
"As far as for a save enclave for the Christians in the North part of the country, and in particular for the Niniveh plane, I believe this issue has been exaggerated by the media and some self-motivated politicians as well as it has been misunderstood by some. Unfortunately, the sad events and tragic consequences of expulsion of the Iraqi Christians from their homes and the crimes committed against the Christian individuals religious authorities and the bombing of their Churches in Baghdad and Mosul by radicals has forced the Iraqi Christian religious authorities as well as the Iraqi Christian politicians to find out the best way to save and protect the interests of the Christian community, including the debating and the discussing of the constitutional rights by implementing the new Iraqi Constitution art. n° 125 in order to have administrative rights in areas of Iraq where they constitute the majority.
There is no such a plan for a separate area for Christians this is not what the majority of Christian in Iraq want. The Iraqi Christians (Assyrians, Chaldeans including Syriac and Armenians) are spread throughout Iraq from the North to the deep South and from the East to the West and have lived side by side with Muslims (Shiits and Sunnis), Arabs, Kurds and Turkmens as well as other religious groups and minorities and have shared together the good and the bad, the happy and the sad, tragic and pleasant times and events, I should hope they will be able to continue this peaceful coexistence while maintaining and implementing their constitutional rights."
As the Iraqi Ambassador to the Holy See did you discuss the situation of Iraqi Christian minority with Vatican representatives?
The Holy See and the Vatican officials are very much concerned about the plight of all Iraqis and they have a special concern for the plight of the small venerable Christian community in Iraq, which the majority belong to the Roman Catholic Church. The late Holy Father, John Paul II, and the current Great Pontiff, His Holiness Benedict XVI, have made it very clear publicly that they hold the dear Iraqi people, regardless of their religion, culture, nationality and gender, very close to their hearts. In many of my special audiences with the Holy Father, His Holiness clearly stated that, particularly during these tragic events in Iraq, he kept on praying deeply for peace and stability to Iraq and prosperity to all Iraqis. Fortunately, being the first Christian Ambassador of the Republic of Iraq to the Holy See, I haven’t missed a chance in highlighting the plights of all Iraqis, and I have discussed and debated with the high ranking Vatican officials the current situation and the way forward for a successful political process to the suffering of our Iraqi people. I’ve also highlighted the plight of our Iraqi people to the Arab League representatives, Islamic and non Islamic Diplomatic Missions, including Ambassadors who are accredited to the Holy See as well as the media in order to assist our young Iraqi Government of national unity in its efforts for a true dialogue and national reconciliation among all Iraqis to end the sectarian violence and to ensure the perfect environment for a lasting peace."
Many analists affirm that in Iraq priority must be given to the security issue. Do you agree with them or do you think that there are other emergencies to cope with?
"I would definitely believe that security is the most important and essential issue at this moment. In order to have a secured Iraq we need to have a strong and reliable security force that will ensure the protection of the Iraqi borders in order to prevent terrorists from entering into Iraq and murdering innocent civilians and create havoc by terrorising the Iraqi citizens in order to prevent our Government’s efforts of reconstruction. It is essential that the International community should provide more concrete assistance to our young Iraqi Government as well as make our security forces well equipped with the latest strong and powerful equipments to ensure their ability to counter and prevent the elements of darkness including terrorists from achieving their evil agenda in Iraq and be able to destroy the daily life of our Iraqi people. We need better sharing intelligence information with our Government and the intelligence agencies of the neighbouring countries in order to coordinate all efforts to deal a major blow and destroy the enemies of the Iraqi people and Middle East. I seriously believe that the multinational forces in Iraq, including the United States of America’s commands, should coordinate its operations whether political or military with our Government and prior to any action our Government should be well informed in advance i.e. with prior agreement with our Government and politic leadership in Iraq."
In the media news from Iraq are of violence and attacks, do you think there is something that the media don't report and that deserves to be known?
"The media has, unfortunately, concentrated its efforts to publicize the negative aspects of what is happening inside Iraq. They continuously highlighted the propaganda campaign of the evil terrorist and murderous groups who are trying tirelessly to destabilize our Government’s efforts of national reconciliation. I truly believe that the media hasn’t been fair enough and courageous enough to find out through it’s own fact finding missions to report on positive and democratic changes in Iraq since the toppling of the old regime. In today’s Iraq we have the freedom of speech, the freedom of expression of political views and opinions, the freedom of Assembly, the freedom of demonstrations, the freedom of creating political opposition which they did not exist during Saddam’s regime. The salaries of the Iraqis are dramatically increased, there is the free economic market in which almost everything is available in shops and supermarkets, the restriction of preventing Iraqis from travelling has been lifted, Iraqis today are able to travel within Iraq outside Iraq and coming back to Iraq whenever they like. Currently in Iraq there are hundreds of newspapers and unrestricted free satellite channels representing all segments of the society as well as the open market in which the business opportunity for all Iraqis is granted without discrimination. Many projects have been implemented in Iraq in particular in its safe parts. Several reconstruction plans are part of our Government’s plan which will benefit all Iraqis but implementing these plans and projects is very slow due to the counter efforts of the evil forces of darkness, this is why emphasize on the issue of security which is essential and priority. In Iraqi Kurdistan region the regional Government is positively reshaping the one ignored important part of Iraq by the old regime, and the regional Government of Kurdistan is implementing the rebuilding and reconstruction of the region which benefits all the people in Kurdistan who and are living in peace and harmony, practising their constitutional rights freely without the fear of being persecuted or arrested for expressing or demanding their rights within the framework of the rule of the law. I sincerely hope that this positive experience in Iraqi Kurdistan will be expanded to all parts of Iraq eventually."
After the meeting of May 28, on July 24 there was in Baghdad the one between the ambassadors of Iran and USA. What constribution can a stable Iraq give to the Middle East?
"Iran is a very important neighbour with great cultural, social and religious ties with the majority of the Iraqi society, therefore I believe that the relations with our neighbour, the Islamic Republic of Iran, should be as normal and stable as possible, based on mutual respect and non interference policies in the internal affairs of each other. I also believe that Iraq and Iran should be engaged in close economic tie which will be on mutual benefits to both States and its peoples. I certainly believe that the normal relations between the United States of America and the Islamic Republic of Iran will have a positive impact on the political, social and economic aspects in Iraq and an effective and positive outcome will be achieved not only to the Iraqi and Iranian peoples but to the whole region as well as to the United States of America’s interests. The former Iraqi regime tried hard to destroy the normal relations with Iran as a country and the historic ties with the Iranian people. As a matter of fact the former regime of Saddam Hussein left Iraq isolated and normal relations with Iraq’s neighbours did not exist during its time. I also sincerely believe that a stable and peaceful Iraq with fraternal relations with all its neighbours will be beneficial to the stability and the peaceful coexistence among all the countries in Middle East and it will help further the peace process in Middle East in particular between Arab, Islamic States and the State of Israel. "

Semi in una terra ferita. Intervista all'ambasciatore della Repubblica d'Iraq presso la Santa Sede

Fonte: SIR

Da tempo si registrano, da parte di terroristi e integralisti islamici, vere e proprie persecuzioni ai danni della minoranza cristiana irachena costretta a lasciare città come Baghdad e Mosul per trovare rifugio nel Nord del Paese o all'estero. Le notizie di rapimenti, anche di sacerdoti, tasse sulla protezione, conversioni forzate e uccisioni preoccupano sempre più la Chiesa caldea che si trova a dover fronteggiare questa "emergenza persecuzione" come continui sono gli appelli alla pace, alla riconciliazione, al rispetto dei diritti di Benedetto XVI. Sulla persecuzione dei cristiani in Iraq, e non solo, il SIR ha posto alcune domande all'ambasciatore della Repubblica d'Iraq presso la Santa Sede, il cristiano Albert Edward Ismail Yelda, una laurea in letteratura antica e una specializzazione in diritti umani internazionali. Dal 1987 al 2003 si è dedicato alla consulenza legale e a progetti di assistenza per immigrati iracheni a Londra.
In che modo le Istituzioni possono proteggere la minoranza cristiana?
"Personalmente faccio parte di questa antica e fragile comunità e, in veste di ambasciatore dell'Iraq, condanno profondamente tutte le atrocità commesse contro i cristiani dell'Iraq e contro altre venerabili minoranze, atrocità che hanno assunto varie forme, pulizie etniche, minacce, persecuzioni e uccisioni da parte di gruppi radicali ed estremisti collegati e aiutati dai sostenitori del vecchio regime. Con queste azioni compiute nel nome dell'Islam - e l'Islam come religione è ben distante da queste - cercano di creare il caos per minare l'operato e gli sforzi del nuovo governo nella lotta al terrorismo, all'estremismo e al radicalismo religioso e contro la violenza religiosa settaria, per creare un ambiente sano che permetta di coinvolgere tutti i partiti politici iracheni in un dialogo reale e sincero oltre che in un'effettiva riconciliazione nazionale tra tutti gli strati della società irachena che crede in un nuovo Iraq pacifico, stabile, multiculturale, multinazionale, multireligioso, democratico e federale. Ciò significa che nel nuovo Iraq non dovrebbe esserci posto per cittadini di prima, di seconda o di terza classe. Ci rendiamo conto che esistono molti elementi provenienti dai Paesi di confine che sostengono le atrocità commesse contro il nostro popolo dagli estremisti e dai resti del vecchio regime, che stanno rendendo la vita di tutti gli iracheni infelice e che vogliono far fallire la giovane democrazia irachena e sostituirla nuovamente con un'altra tirannia e dittatura, costringendo il popolo iracheno a subire ancora persecuzioni, soppressioni e oppressioni quotidiane per almeno altri 35 anni. Il nostro governo di unità nazionale è al potere da soltanto un anno e ha bisogno di tutto il sostegno della comunità internazionale per costruire una nazione unita e non settaria che garantisca la sicurezza di tutti gli iracheni, rendendo l'Iraq stabile e pacifico. Sono ben cosciente del fatto che il governo sta cercando di fare il possibile per aiutare, assistere e sostenere tutti i cittadini iracheni e in particolare i cittadini venerabili, come i cristiani d'Iraq. So che i leader religiosi cristiani in Iraq e i politici cristiani dell'Iraq, rappresentati nel governo centrale e in quello regionale del Kurdistan, stanno cercando di mettere in evidenza la situazione attuale e i tragici eventi che i cristiani, come del resto, la maggioranza degli iracheni, stanno subendo".
C'è spazio per i cristiani nel nuovo Iraq e che ruolo hanno nella ricostruzione del Paese?
"I cristiani d'Iraq sono i semi della terra di Mesopotamia, l'attuale Iraq, e non credo che esista una forza su questa terra che possa sradicare tali semi dalla loro terra avita. Oggi i cristiani d'Iraq sono attivamente impegnati negli aspetti politici, sociali, culturali ed economici del nuovo Iraq. Essi sono rappresentati in Parlamento, nel governo centrale, nel Parlamento regionale e nel governo del Kurdistan oltre che in tutte le missioni diplomatiche, e pertanto i cristiani d'Iraq hanno attualmente risorse decisionali benché a livello ridotto. Posso garantire che i cristiani d'Iraq rivestono e rivestiranno un ruolo positivo e importante nello sforzo di costruzione di uno Stato iracheno pacifico, secolare, pluralista, democratico e federale. I cristiani d'Iraq hanno sofferto enormemente durante il periodo dell'ex regime, e specialmente a causa delle politiche scioviniste di arabizzazione attuate dall'ideologia del partito socialista del Baath Arab. Gli assiri e i caldei si sono opposti a tali politiche e hanno preso le parti delle forze nazional-democratiche dell'Iraq, inclusi i movimenti islamici, curdi, i comunisti, progressisti e i membri del Baath che si opponevano al regime di Saddam Hussein, che si basava su esecuzioni di massa e persecuzioni, per insediare l'alternativa democratica, in cui tutti gli iracheni, indipendentemente dalla loro religione, cultura, etnia o nazionalità, fossero rispettati nei loro diritti".

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C'è rischio che si crei un'enclave cristiana nella piana di Ninive a nord del Paese?
"Per quanto riguarda un'enclave sicura per i cristiani nel nord del Paese e in particolare nella pianura di Ninive, credo che la questione sia stata esagerata dai mass media e da alcuni politici mossi da interessi personali e in qualche caso fraintesa. Purtroppo le tragiche conseguenze dell'espulsione dei cristiani iracheni dalle loro case, i crimini commessi contro di loro e le autorità religiose, il bombardamento delle chiese a Baghdad e a Mosul da parte di estremisti, hanno costretto le autorità religiose cristiane d'Iraq e i politici cristiani del Paese a cercare la via migliore per proteggere la comunità cristiana, inclusa la discussione se esercitare i propri diritti costituzionali applicando l'articolo 125 della nuova Costituzione irachena per avere diritti amministrativi nelle zone dell'Iraq in cui essi costituiscono la maggioranza. Non esiste un piano per una zona separata per i cristiani; non è questo ciò che vuole la maggior parte dei cristiani in Iraq. I cristiani (assiri, caldei, compresi i siriaci e gli armeni) sono sparsi in tutto l'Iraq e hanno vissuto fianco a fianco con i musulmani (sciiti e sunniti), gli arabi, i curdi e i turcomanni oltre ad altri gruppi e minoranze religiose e hanno condiviso con loro il bene e il male, la felicità e la tristezza, periodi ed eventi tragici e piacevoli. Spero che riescano a continuare questa convivenza pacifica, nel mantenimento e nell'esercizio dei propri diritti costituzionali".
Da ambasciatore iracheno presso la Santa Sede ha avuto contatti con rappresentanti vaticani circa la condizione della minoranza cristiana irachena?
"La Santa Sede è molto preoccupata della situazione di tutto il popolo iracheno e segue con particolare interesse la situazione della comunità cristiana, che appartiene in maggioranza alla Chiesa cattolica romana. Già Giovanni Paolo II e ora Benedetto XVI hanno spiegato di avere molto a cuore gli iracheni, indipendentemente dalla loro religione. In molte delle mie udienze speciali con il Papa, Sua Santità ha affermato che, specialmente durante questi tragici eventi in Iraq, egli ha continuato a pregare per la pace, per la stabilità e prosperità di tutti gli iracheni. Fortunatamente, essendo il primo ambasciatore cristiano della Repubblica irachena presso la Santa Sede, non ho mai perso occasione di dare rilievo alla situazione di tutti gli iracheni e ho parlato con gli alti funzionari vaticani della situazione attuale e della strada da perseguire per un processo politico che riesca ad alleviare le sofferenze del nostro popolo. Ho anche messo in evidenza la situazione degli iracheni ai rappresentanti della Lega Araba, alle missioni diplomatiche islamiche e non islamiche, compresi gli ambasciatori accreditati presso la Santa Sede e ai mass media, per poter aiutare il giovane governo iracheno negli sforzi per un vero dialogo e una riconciliazione nazionale, per la pace duratura".
È d'accordo nel dire, come diversi analisti, che la priorità per l'Iraq attuale è la sicurezza? O individua anche altre urgenze?
"Credo che la sicurezza sia in questo momento la questione più importante ed essenziale. Per avere un Iraq sicuro, dobbiamo avere una forza di sicurezza affidabile e potente, che garantisca la protezione dei confini, impedendo ai terroristi di entrare in Iraq e uccidere civili innocenti e creare scompiglio terrorizzando gli iracheni per ostacolare gli sforzi governativi di ricostruzione. È essenziale che la comunità internazionale fornisca aiuti più concreti al governo iracheno oltre ad attrezzare bene le nostre forze di sicurezza con i mezzi più recenti e potenti per impedire agli elementi oscuri, compresi i terroristi, di mettere in pratica i loro piani malvagi e distruggere la vita del popolo iracheno. Abbiamo bisogno di una migliore condivisione delle informazioni dei servizi segreti col nostro governo e con le agenzie di intelligence dei Paesi confinanti, per coordinare tutti gli sforzi e infliggere un duro colpo ai nemici del popolo iracheno e del Medio Oriente. Sono convinto che le forze multinazionali in Iraq, comprese le unità statunitensi, debbano coordinare le proprie operazioni, non importa se politiche o militari, con il nostro governo e che, prima di qualsiasi azione, il nostro governo dovrebbe essere accuratamente informato; sarebbero necessari accordi preliminari con il nostro governo e con la leadership politica in Iraq".
Nei media l'Iraq fa notizia per le violenze e attentati. Ma c'è, a suo avviso, qualcosa che i giornali non dicono e che merita di essere conosciuto?
"Purtroppo i mass media hanno concentrato i propri sforzi nel dare notizia degli aspetti negativi di ciò che accade all'interno dell'Iraq. Hanno sempre dato spazio alla campagna propagandistica dei perversi gruppi terroristici e criminali, che stanno cercando di destabilizzare gli sforzi del governo per la riconciliazione nazionale. I mass media non sono stati abbastanza onesti e coraggiosi nell'indagare i fatti con missioni conoscitive, nel riferire dei cambiamenti positivi e democratici che si sono verificati in Iraq dopo la caduta del vecchio regime. Nell'Iraq di oggi, abbiamo la libertà di parola, di opinione, di assemblea, di manifestare, di creare opposizione politica, tutti diritti che non esistevano nel regime di Saddam. I salari degli iracheni sono enormemente aumentati, esiste un mercato economico libero in cui quasi tutto è disponibile nei negozi e nei supermercati; sono stati eliminati gli ostacoli che impedivano agli iracheni di viaggiare, oggi gli iracheni possono viaggiare all'interno dell'Iraq, fuori dall'Iraq e tornare in Iraq quando vogliono. Attualmente, in Iraq, ci sono centinaia di quotidiani e canali satellitari liberi e senza limitazioni, che rappresentano tutti gli strati della società, oltre a un mercato aperto, in cui a tutti gli iracheni sono concesse opportunità di affari senza discriminazioni. In Iraq sono stati attuati molti progetti, in particolare nelle zone sicure del Paese. I programmi del governo prevedono vari progetti di ricostruzione che porteranno vantaggi a tutti gli iracheni, ma l'attuazione di questi progetti e di questi programmi è notevolmente rallentata dagli sforzi compiuti in senso opposto dalle forze malvagie dell'oscurità; ecco perché è necessario mettere in evidenza la questione della sicurezza, che è prioritaria. Nella regione del Kurdistan iracheno, il governo regionale sta rimodellando positivamente la parte importante dell'Iraq, ignorata dal vecchio regime e sta attuando la ricostruzione della regione a vantaggio di tutta la popolazione che vive in pace e armonia, esercitando i propri diritti costituzionali, senza il timore di persecuzioni o arresti per avere espresso o rivendicato i propri diritti nell'ambito della legge. Spero che questa esperienza positiva del Kurdistan iracheno sia un giorno estesa a tutte le zone dell'Iraq".
Dopo il colloquio del 28 maggio, il 24 luglio si sono incontrati gli ambasciatori di Iran e Usa a Baghdad. Quale contributo può dare un Iraq stabile al Medio Oriente?
"L'Iran è un vicino molto importante, con forti legami culturali, sociali e religiosi con la maggior parte della società irachena, per cui ritengo che le relazioni con il nostro vicino, la Repubblica Islamica dell'Iran, debbano essere il più normali e stabili possibili, basate su politiche di reciproco rispetto e di non interferenza negli affari interni. Credo inoltre che l'Iraq e l'Iran debbano stabilire legami economici, che andrebbero a beneficio dei due Stati e delle loro popolazioni. Sono sicuro che rapporti normali tra gli Usa e Repubblica Islamica dell'Iran avranno ripercussioni positive sugli aspetti politici, sociali ed economici dell'Iraq, e si raggiungerà un esito valido e positivo non soltanto per le popolazioni irachene e iraniane ma per tutta la regione, oltre che nell'interesse degli Usa. Il vecchio regime iracheno ha cercato con tutte le sue forze di distruggere i rapporti con l'Iran e i legami storici con il popolo iraniano. Saddam Hussein ha lasciato l'Iraq isolato, e in quel periodo non esistevano relazioni normali tra l'Iraq e i Paesi vicini. Un Iraq stabile e pacifico gioverà alla stabilità e alla pacifica convivenza di tutti i Paesi del Medio Oriente e contribuirà a promuovere il processo di pace, specialmente tra gli Stati arabi, gli islamici e lo Stato di Israele".

24 luglio 2007

Kirkuk, giovani cristiani in aiuto ai rifugiati nel nord

Fonte: SIR


In mezzo ai cristiani di Baghdad e Mosul, rifugiatisi nei lontani villaggi della diocesi di Zahko nel Nord dell'Iraq, per portare loro aiuto e solidarietà. È l’iniziativa di 50 giovani (26 ragazzi e 24 ragazze) della diocesi di Kirkuk, che, nonostante i pericoli legati alla mancanza di sicurezza, si sono recati nei villaggi di Veshgabour, di Dayrabun e di Karawella, dove per una settimana hanno animato preghiera e attività sociali per i rifugiati cristiani in fuga da Baghdad e Mosul per le persecuzioni. A riferire la notizia al SIR è don Janan Shamil dalla diocesi di Kirkuk che parla di “una esperienza di speranza nel buio iracheno. I giovani – spiega - fanno parte del gruppo diocesano Emmaus, fondato circa due anni fa, che propone preghiera, meditazione, lavoro e solidarietà”. “Un conto è parlarne, altro è vedere di persona le sofferenze che molti nostri fratelli patiscono nell’Iraq di oggi – dichiara al SIR M.M. giovane studentessa di Kirkuk -Trovarsi a contatto con gente che viveva in grandi città mentre ora si trova in piccoli villaggi dopo essere stata costretta a lasciare lavoro, casa ed averi, è un'occasione per meditare per sperare in un futuro migliore. Insieme abbiamo pregato per una rapida fine dalla violenza e per la pace”.

Kirkuk, young Christians helping refugees in the north

Source: SIR
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In the middle of the Christians in Baghdad and Mosul, taking refuge in the faraway villages of the diocese of Zahko, in the North of Iraq, to bring them help and solidarity. It is the initiative of 50 young people (26 boys and 24 girls) from the diocese of Kirkuk. In spite of the dangers linked with lack of security, they went to the villages of Veshgabour, Dayrabun and Karawella. There, for one week, they revived prayer and social activities for the Christian refugees escaping from Baghdad and Mosul, owing to persecutions. The piece of news was communicated to SIR by Father Janan Shamil, from the diocese of Kirkuk. He talked about “an experience of hope in the Iraqi darkness. The young – he said - are part of the Emmaus diocesan group, established about two years ago, which proposes prayer, meditation, work and solidarity”. “One thing is talking about that, another thing is personally seeing the suffering which lots of our brothers have to withstand in today’s Iraq – declared M.M. to SIR, a young female student from Kirkuk. - Finding oneself in touch with people who lived in big cities but are now living in small villages, after being forced to leave their work, houses and belongings, is an opportunity to meditate, and to hope for a better world. Together, we prayed for a quick end of violence and for peace”.

"Gli sfollati cristiani e musulmani sono ugualmente poveri" Padre Rayan P. Atto, Ankawa

By Baghdadhope

Immaginate Napoli. Immaginate tutti i suoi 1.004.500 abitanti.* Ora immaginatela quasi completamente vuota. I negozi chiusi. Le strade silenziose. Le finestre serrate.
Ora immaginate che solo 33.115 persone la abitino ancora.
Ed adesso chiedetevi che fine hanno fatto le altre 1.037.615 che non vi vivono più.
Impressionante? Questi numeri, rapportati ad una fantasiosa realtà italiana, in Iraq sono quitidianità, anche se non riguardano una sola città.
1.037.615 è il numero di iracheni che la Mezza Luna Rossa ha definito, in un rapporto del 5 luglio scorso, IDPs, (Internally Displaced Persons) persone cioè che hanno dovuto abbandonare le proprie case per fuggire altrove ma senza varcare confini nazionali. Un fenomeno che, sebbene già esistente, è peggiorato, secondo il rapporto citato dall’agenzia IRIN, a partire dal 22 febbraio 2006, il giorno della distruzione della moschea sciita di Samarra che ha innescato la lotta senza quartiere tra sciiti e sunniti, e che procede al ritmo di 80/100.000 sfollati in più al mese.
A queste persone la Mezza Luna Rossa, secondo l’IRIN l’unica agenzia umanitaria operante in Iraq, cerca di dare un aiuto.
Tra quegli sfollati molti sono gli iracheni cristiani, specialmente di Baghdad, che sono fuggiti nel nord alla ricerca della salvezza che per ora il territorio controllato dal Governo Regionale Curdo sta dando loro, e che si sono rivolti alle chiese per avere un sostegno per ricominciare una nuova vita partendo molte volte dal nulla.
Alcuni di questi iracheni cristiani hanno ricevuto in questi giorni aiuto proprio dalla Mezza Luna Rossa che ha distribuito generi alimentari e di prima necessità attraverso la chiesa caldea di Mar Qardagh, ad Ankawa.
A raccontarlo è il parroco della chiesa, Padre Rayan P. Atto, che da mesi, insieme agli altri sacerdoti e vescovi, affronta quotidianamente la difficoltà di aiutare queste persone, queste famiglie senza più radici, per le quali ogni aiuto è necessario.
“Distribuire aiuti alla popolazione attraverso una chiesa non è il sistema usuale per la Mezza Luna Rossa” aggiunge il sacerdote “ma qui niente è usuale, e gli sfollati cristiani e musulmani sono ugualmente poveri.”
Così, nell’Iraq dilaniato dalle lotte tra fazioni, qualcosa unisce: l’amara sorte di chi, forse, neanche sapeva cosa fosse un IDP finchè non lo ha provato sulla propria pelle.