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15 febbraio 2026

Iraq: card. Sako (patriarca caldeo), “chiedere perdono è forza posseduta solo dai coraggiosi”


 “Il digiuno non è semplicemente un’astinenza fisica dal cibo; è piuttosto uno spazio per entrare in dialogo con noi stessi, per una conversione concreta, per cercare il perdono e la purificazione dell’anima”. Lo scrive il patriarca caldeo di Baghdad, card. Louis Raphaël Sako, nella sua lettera per la Quaresima, dove offre spunti “per la riflessione e la meditazione, l’esame di coscienza e il rinnovamento spirituale e umano”.
Il digiuno quaresimale, afferma, “è una Pasqua, un passaggio dal peccato alla grazia”, in preparazione alla Risurrezione, altrimenti “rimane una pratica vuota”. La Quaresima è “tempo per approfondire la nostra fede” che non può ridursi a slogan o alla sola preghiera in chiesa, ma deve essere “incarnata oltre le mura” con “azioni concrete, cuori aperti e menti impegnate”. È anche tempo di pentimento: “Chiedere perdono non è una debolezza, ma una forza posseduta solo dai coraggiosi”, sottolinea, invitando a riparare relazioni ferite e a vivere il Vangelo del perdono. 
Un passaggio è dedicato a quanti “pubblicano critiche infondate al clero diffuse sui social media”: l’invito è a “tornare in sé e cessare scritti distruttivi”, perché la Quaresima sia “tempo di risveglio al cambiamento positivo e di raggiungimento della pace interiore”.
Il patriarca richiama quindi la centralità della preghiera personale e comunitaria, “soprattutto attraverso la partecipazione alla messa”: la preghiera “ci trasforma interiormente” e rende capaci di trasformare “la sofferenza in speranza”. Contemplare Cristo e il suo Vangelo apre a “una profonda trasformazione spirituale, umana e morale”. Infine, l’appello alla carità: “Digiuniamo per risparmiare denaro per beneficenza”, aiutando i poveri “direttamente o tramite la nostra parrocchia”.
In un contesto segnato da conflitti, l’invito è a pregare “con fiducia per la pace e per la fine di guerre distruttive”.

Together Toward Repentance and Conversion in the Great Lent Pastoral Letter for the Occasion of the Great Lent February 16 – April 5, 20

February 13, 2026

Patriarch Louis Raphael Sako

In this short pastoral letter, I want to offer our faithful some essential themes for the Lent, for reflection and meditation, for self-examination, and for spiritual and human renewal. Fasting is not merely a physical abstention from food; rather, it is a space to enter into dialogue with ourselves, to embrace concrete conversion, to seek forgiveness and purification of the soul, so that we may be, as much as possible, “blameless before the Lord our God” (Deuteronomy 18:13).Lent’ fastening is a Passover from sin to grace, in preparation to celebrate the Feast of the Resurrection of Christ with enthusiasm, and joy. Otherwise, it remains an empty practice.
• Lent is a time to deepen faith, to strengthen the meaning of our existence, and to share life with God: “Your word is a lamp to my feet and a light to my path” (Psalm 119:105). Faith is not a matter of slogans, nor is it confined to praying in church; it must be embodied beyond the church walls and expressed through concrete actions, open hearts, and engaged minds, so that we may offer a wonderful witness of our faith.
• Lent is a space for repentance-renrwal, which Isaac of Nineveh (7th century) describes as a second birth: “Repentance is a second birth from God; what we received in baptism was its pledge. Through repentance we receive His gift. Repentance is the open door of mercy for all who desire it, and through it they find divine mercy” (The Ascetical Homilies, p. 250). Lent is a time to examine ourselves before God, to cleanse what defiles us, to repair what has been damaged in our relationships, and to seek healing by asking forgiveness from God for our sins, from those whom we have offended, and by forgiving those who have offended us—putting into practice the prayer we repeat daily: “Forgive us as we forgive those who trespass against us” (Matthew 6:12). Asking for pardon is not weakness, but a strength possessed only by the courageous.
On this occasion, I call upon all those who publish unfounded criticisms about the clergy (servants of the Church)—whether out of ignorance (such as regarding the story of the Book of Jonah and the Chaldean identity), or out of resentment because their views are not adopted, or to get money from parties hostile to the Church, I call them to return to their conscience and cease their destructive writings spread through Social Medias. This is a moment of awareness for positive change and for attaining inner peace and overwhelming joy. Unfortunately, criticism has become a phenomenon (a trend) with no relation to conscious, constructive critique aimed at reform. Jesus says: “Blessed are the pure in heart, for they shall see God” (Matthew 5:8).
• Lent is a time for personal and communal prayer, in and with the Church, especially through participation in the Holy Mass. Prayer transforms us from within and enlightens us to act rightly. This transformation occurs when we attend to the words and embody them, so that events and realities become signs of a deeper life and a lofty mystical relationship. Prayer grants us strength to remain committed to our faith amid life’s many challenges and enables us to transform pain into hope: “Let it be done to me according to your word” (Luke 1:38).
• Lent is a time to contemplate the steps of Christ’s life, listening attentively to His words in the Gospel, to discover their meaning and their connection to our lives. With wonder, we receive from Him what we lack and integrate it into ourselves, so that we may be transformed into the image and likeness of Christ. These stages open before us new horizons for profound spiritual, human, and moral transformation. This imitation of Christ has led many Christians to give their lives for Him in martyrdom. Jesus says clearly to Nicodemus—and to us—“No one can enter unless he is born from above-God’’ (John 3:3–5). This is His teaching. “Let your light shine before others” (Matthew 5:16).
• Lent is a space for serving the poor more effectively. We fast in order to save money for charity, to assist our needy brothers and sisters directly or through our parish Church—not to spend it on ourselves at Easter. Jesus says: “Whatever you did for one of the least of these brothers and sisters of mine, you did for me” (Matthew 25:40).
• In light of the unprecedented regional and global circumstances, let us pray with confidence for peace and for an end to destructive conflicts and wars. Let us ask this of the Lord who promised us: “Whatever you ask the Father in my name, He will give you” (John 16:23).
I pray the Lord to bless us all, so that this distinctive liturgical season may become an excellent beginning—a fresh start—and a radiant space for spiritual and human growth.

3 febbraio 2026

Card. Sako: a Baghdad (e Teheran) instabilità interna e venti di guerra ‘fanno paura

Dario Salvi
29 gennaio 2026

“Tristezza, grande preoccupazione e un clima di paura” che spinge molte personalità istituzionali e religiose a tacere, rimanere relegate ai margini mentre il Paese rischia di sprofondare nuovamente in una spirale di tensione e di violenze. Anche, e soprattutto, per i nuovi venti di guerra “che spirano in Medio oriente”, oltre a una “instabilità interna” che già in passato si è rivelata uno dei fattori decisivi nel far sprofondare l’Iraq nel caos.
Sono alcune riflessioni affidate ad AsiaNews dal patriarca di Baghdad dei caldei, il card. Louis Raphael Sako, commentando le vicende di queste settimane nel Paese arabo e, più in generale, nella regione teatro di una nuova escalation fra Iran e
Stati Uniti (e Israele).
“In questi giorni - confida il porporato raggiunto al telefono a conclusione di una tre giorni di ritiro e preghiera - diversi politici mi hanno chiesto di intervenire, far sentire la voce di una autorità religiosa” in un contesto diffuso di omertà, di timori e di silenzi che risuonano più forti delle parole.
Paure e ansie generate dall’instabilità interna, con l’attesa dell’elezione - più volte rimandata - del nuovo presidente della Repubblica, il quale dovrà poi affidare il mandato al primo ministro designato di formare il nuovo governo. La componente di maggioranza del Parlamento uscito dalle elezioni generali del novembre scorso sembra essere orientata sulla figura di Nouri al-Maliki, già premier fra il 2006 e il 2014 poi dimessosi in una fase di profonde criticità per il Paese. Una scelta che ha già registrato la bocciatura del presidente Usa Donald Trump il quale lo ritiene responsabile della grave crisi economica e sociale [compresa l’ascesa dello Stato islamico] vissuta dal Paese nel passato, oltre che essere una figura troppo vicina all’Iran.
A conferma di un quadro di tensioni e incertezze, in queste ore vi è anche una falsa lettera che sta circolando sui media e a (presunta) firma del ministro saudita degli Esteri che chiederebbe “un passo indietro” ad al-Maliki per il bene dell’Iraq e della regione. Riyadh non ha sinora commentato le vicende irachene e aspetta notizie ufficiali sulla nuova leadership, ma l’ampio risalto di questo testo fasullo conferma una volta di più il clima di confusione, oltre al tentativo di destabilizzare ancor più la regione.
Di contro, dietro il silenzio dei leader religiosi iracheni, soprattutto sul versante sciita, vi è il timore di ripercussioni - o di ritorsioni - dal fronte iraniano, conseguenza di un legame a doppio filo fra Baghdad e Teheran che va oltre la fede, abbracciando la politica e interessi strategici.
“Non solo in Iraq, ma in tutta l’area, dalla Siria al Libano - afferma il card. Sako - la gente è molto preoccupata. Lo stesso vale per i cristiani, che hanno già pagato un prezzo altissimo in termini di esodo, e che non possono certo vivere senza sicurezza e stabilità. Hanno paura per i loro figli e per il loro futuro. Non ultimo, vi è anche - osserva - un problema collegato ad una economia dipendente al 90% dai proventi del petrolio, che si somma agli altri fattori di criticità” fra i quali vi è anche il ritorno del pericolo rappresentato dall’Isis e da altri gruppi jihadisti. Lo stesso patriarca caldeo si unisce al coro di critiche e perplessità per la decisione presa dagli Stati Uniti di inviare detenuti dello Stato islamico dalla Siria - per ora poco più di un centinaio, ma sono migliaia in totale - al vicino Iraq.
Ad alimentare il quadro di indecisione anche i tempi dell’elezione del nuovo presidente della Repubblica iracheno, un ruolo in larga parte cerimoniale ma essenziale per sbloccare altre nomine chiave per la vita istituzionale del Paese, a partire dal governo. “Non si sa nulla - ammette il card. Sako - sui tempi, si parla del fine settimana ma non è sicuro”. Fragilità e timori che si riflettono, prosegue il porporato, anche nella “debolezza delle istituzioni internazionali, a partire dalle Nazioni Unite, che non sono più in grado di garantire un ordine globale. L’unico super-potere sembra essere oggi quello degli Stati Uniti, che fanno quello che vogliono” soprattutto col ritorno alla Casa Bianca di Trump. Al contempo preoccupano l’isolamento e il silenzio nella Repubblica islamica. “Non ho avuto la possibilità di parlare con il vescovo e i fedeli in Iran - afferma il card. Sako, parlando della comunità cattolica caldea oltre-confine - perché è tutto chiuso. Internet non funziona e non è possibile comunicare”.
A fronte di cambiamenti e trasformazioni globali, osserva il patriarca caldeo, la società orientale manca di una “profonda consapevolezza degli sviluppi geopolitici in corso, di un’analisi accurata di ciò che sta accadendo e di un atteggiamento razionale e responsabile”. “Sono veramente molto preoccupato” ammette, perché “non si sa come andranno le cose. Oggi siamo qui, domani impossibile prevederlo: ci sono minacce degli Stati Uniti di un attacco all’Iran, che avrebbe un notevole impatto sull’Iraq, ma anche in Libano, in Siria, in tutta la regione”. Ecco perché, avendo da poco concluso un ritiro di tre giorni, il porporato invita ad affidarsi alla preghiera “che è servita per confortare, dare un po’ di speranza” al martoriato Iraq “che sembra non avere mai pace”. “La preghiera - conclude - ci illumina e ci indica come agire e vedere ciò che gli altri non vedono”.

Iraq: card. Sako (patriarca caldeo), “scenari Medio Oriente inquietanti e impressionanti”

29 gennaio 2026

Si sono chiusi ieri i tre giorni di digiuno (26, 27 e 28 gennaio), indetti dal Patriarcato caldeo di Baghdad, per pregare per la pace e per l’Iraq.
I cristiani iracheni danno, anche così, il loro contributo alla crescita del loro paese, come spiega il patriarca caldeo, card. Louis Raphael Sako, in un messaggio diffuso ieri sera e pervenuto al Sir, in cui esprime la sua preoccupazione in merito alle riforme dell’Iraq anche alla luce delle complessità interne, degli intrecci regionali e internazionali e degli “interventi esterni” in corso nel Paese. 
Il messaggio invita la politica irachena ad affrontare “le questioni calde con saggezza, volontà e diplomazia intelligente, e non con emotività”. 
Davanti al sistema unipolare attuale, guidato dagli Usa, spiega Mar Sako, “in cui il presidente Trump prende decisioni e si muove per riorganizzare il nuovo Medio Oriente, e forse il nuovo mondo, attraverso la diplomazia o la forza militare, non possiamo non rammaricarci del fatto che la nostra società orientale manchi di una profonda consapevolezza degli attuali sviluppi geopolitici, di un’analisi attenta di ciò che sta accadendo e di un atteggiamento razionale e responsabile”.
Per il patriarca caldeo, “gli scenari sono inquietanti e impressionanti. Le parole del presidente degli Stati Uniti dovrebbero essere prese sul serio e il dialogo con lui dovrebbe iniziare con razionalità da parte della maggior parte dei paesi, compresa l’Unione Europea”.
Parlando della situazione interna dell’Iraq, il cad. Sako denuncia: “Stiamo vedendo una feroce battaglia per il potere per il denaro e non per il paese e il cittadino è esausto. L’Iraq deve inaugurare una nuova fase di trasformazione, con un governo forte, competente e noto per il suo patriottismo e integrità, per affrontare le sfide e fornire servizi, e per lavorare per una stabilità duratura. L’Iraq possiede capacità amministrative, culturali e nazionali che non sono inferiori ad altre”.
Il cardinale esprime preoccupazione per l’instabilità regionale dovuta anche all’Iran che sostiene gruppi e fazioni all’interno dell’Iraq e che potrebbe, a causa della “proliferazione di armi”, “scatenare un caos nella sicurezza e provocare guerre interne se questi gruppi perdessero la loro fonte di finanziamento e la loro guida esterna”.
Timori anche per la fragile economia irachena che dipende, ricorda il patriarca, “per oltre il 90% dai ricavi petroliferi, e che potrebbe affrontare ulteriori shock, man mano che la valuta irachena si svaluta e i prezzi aumentano”. “L’unità del Paese – avverte Mar Sako – potrebbe essere ulteriormente minacciata dalla debolezza delle istituzioni governative e dalla diffusione della corruzione. Le infrastrutture fatiscenti e il debito estero limiteranno la capacità del governo di rispondere rapidamente. Il ritorno di organizzazioni estremiste e l’escalation delle divisioni settarie potrebbero fare il resto”. “È urgente – conclude Mar Sako – che i saggi e le autorità religiose, in particolare quella sciita di Najaf, che è stata una valvola di sicurezza in molte crisi, guidino chi detiene il potere per evitare ulteriori sofferenze all’Iraq”.

27 gennaio 2026

Dal presidente al premier, in gioco il futuro dell’Iraq ostaggio di Usa e Iran

Dario Salvi

La scelta del nuovo presidente, che si lega a doppio filo alla nomina del primo ministro col possibile ritorno alla guida del Paese del politico di lungo corso Nuri al-Maliki. E ancora, le minacce del più importante gruppo militante sciita filo-iraniano, che parla di “guerra totale” dopo l’invio di Washington nella regione mediorientale della portaerei USS Abraham Lincoln, segnale di un possibile (nuovo) attacco a Teheran. Una situazione di grande tensione e incertezza, a fronte della quale la Chiesa caldea e il suo patriarca, il card. Louis Raphael Sako, richiamano alla preghiera e al digiuno per scongiurare il pericolo di una nuova deriva violenta, foriera di ulteriori conflitti e devastazioni per la popolazione.
Un timore tutt’altro che secondario, anche per quanto sta accadendo negli altri Paesi a partire dalla Siria, dove le autorità di Damasco hanno ingaggiato duri scontri con il fronte curdo che potrebbe avere ripercussioni anche in Iraq. A ciò si aggiunge la scelta, quantomeno controversa, degli Stati Uniti di trasferire circa 150 prigionieri dello Stato islamico (SI, ex Isis) da Hassaké, in Siria, in una “struttura sicura” oltre-frontiera in Iraq, nel novero di un’operazione che potrebbe coinvolgere fino a 7mila combattenti del “califfato”. Mossa che rischia di riaprire vecchie ferite in una nazione che, sinora, non è riuscita ad archiviare drammi e devastazioni del dominio jihadista nel nord, a Mosul e nella piana di Ninive fra il 2014 e il 2017. E che, anche negli anni successivi, ha registrato focolai di tensione legati al fondamentalismo islamico mai del tutto sopiti.

La “guerra totale” di Kataib Hezbollah
Il primo livello di attenzione - e preoccupazione - riguarda lo scenario regionale, soprattutto le implicazioni delle proteste in Iran e il rischio di un intervento statunitense (e israeliano) contro i vertici della Repubblica islamica, con le inevitabili ripercussioni per Baghdad. L’Iraq è da anni al centro di una lotta di potere fra Washington e Teheran, che attraverso forza militare, politica - soprattutto col ritorno di al-Maliki, considerato vicino agli Usa pur rivendicando “amicizia, ma anche autonomia - e milizie “proxy” influenzano la vita del Paese arabo. In questa partita di alleanze e sfere di influenza si registra l’intervento del gruppo militante iracheno Kataib Hezbollah, il quale ha detto di prepararsi ad una “guerra totale” in concomitanza con l’arrivo della portaerei statunitense, che ha messo le forze americane a “portata d’assalto” dell’Iran.
La nuova dichiarazione di Kataib Hezbollah è firmata da al-Hamidawi, che è stato rieletto come leader nel 2022 ed è conosciuto col nome di battaglia di Ahmad Mohsen Faraj al-Hamidawi. Il segretario generale dei combattenti filo-iraniani ha poi avvertito che qualsiasi conflitto con Teheran “non sarà facile”, minacciando gli avversari perché, in caso di scontro, avrebbero “affrontato gravi conseguenze”. Egli si è poi rivolto ai propri miliziani, esortandoli a essere sempre “pronti sul campo”. “Rivolgiamo il nostro invito - ha proseguito - ai nostri fratelli mujahideen ... per prepararsi a una guerra totale a sostegno della Repubblica islamica dell’Iran” ha aggiunto. Parole di guerra che provengono da una delle fazioni più vicine alla Repubblica islamica e ai Pasdaran, in tutto simile ai “fratelli” Hezbollah libanesi che, come loro, possono disporre di una nutrita riserva di armi.
La dichiarazione lanciata ieri è solo l’ultimo esempio di come le milizie sostenute da Teheran in Iraq continuino a minacciare Israele, gli Stati Uniti e la regione. Negli ultimi giorni, questi gruppi si sono schierati al confine siriano, sostenendo di aiutare il governo centrale di Baghdad a proteggere la frontiera da possibili intrusioni. Gli Stati Uniti hanno ucciso il leader di Kataib Hezbollah, Abu Mahdi al-Muhandis, nel 2020. Muhandis stava viaggiando nello stesso veicolo a bordo del quale vi era il comandante delle Force Quds iraniane Qasem Soleimani, colpito a morte da un drone. Intanto le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno detto di essere in allerta e pronte per “qualsiasi tipo di scenario”, in un crescendo di tensioni.

Nuovo presidente e ritorno di al-Maliki
Intanto la scena politica e istituzionale è dominata da due passaggi cruciali per il futuro della nazione: la scelta del nuovo presidente, che dovrebbe archiviare il mandato di Abdul Latif Rashid, protagonista, fra gli altri, del durissimo scontro col primate caldeo innescato dalla controversa decisione di ritirare il decreto presidenziale, unita alla nomina del nuovo primo ministro. Almeno la prima, secondo la Costituzione, sarebbe dovuta giungere entro il 29 gennaio ma, proprio questa mattina, il Consiglio dei Rappresentanti dell’Iraq (l’Assemblea mono-camerale che guida il Paese) ha approvato il rinvio della sessione dedicata all’elezione del nuovo presidente. Una decisione, spiega il presidente del Parlamento Haibat al-Halbousi, che segue la richiesta del Partito democratico del Kurdistan (Kdp) e dall’Unione patriottica del Kurdistan (Puk), le due principali fazioni curde, di un rinvio. Il voto slitta “a data da destinarsi” anche se, con tutta probabilità, la prossima riunione sarà prevista per il primo di febbraio quando le due principali fazioni in gioco nella scelta del presidente (che per Costituzione è di etnia curda) avranno raggiunto un’intesa.
Il vice-presidente Farhad Atroushi ha confermato la sospensione della sessione parlamentare di questa mattina, citando il mancato rispetto del quorum legale richiesto per il voto. Un ritardo di qualche giorno, come richiesto prima della riunione di oggi da Kdp e Puk, per concedere ulteriore margine di tempo e di manovra, in un quadro di interessi e alleanze assai precario. Tuttavia, la scelta di posticipare il voto ha sollevato più di un malumore e perplessità fra quanti temono ritardi a cascata sui tempi della nomina del prossimo primo ministro e del governo, che rischiano di minare la stabilità politica e la continuità istituzionale in Iraq. Archiviato il mandato - non senza ombre e scontri - di Rashid, ora i due nomi in lizza per la successione dovrebbero essere quelli del candidato Kdp Fuad Hussein e del rivale Puk Nizar Amedi.
Alla nomina del presidente seguirà poi l’indicazione - fra i suoi primi incarichi formali - della personalità cui affidare l’incarico di formare il nuovo governo. E secondo diversi analisti il compito sarà affidato al politico di lungo corso ed ex primo ministro Nouri al-Maliki come indicato dall’alleanza sciita Coordination Framework (blocco di maggioranza all’Assemblea), scelta che non mancherà di sollevare contrasti e divisioni. Difatti, in gioco non vi è solo la formazione del prossimo esecutivo ma, più in generale, il posizionamento dell’Iraq in mezzo a una crescente rivalità fra Stati Uniti e Iran, fragili relazioni sunnite-sciite e una leadership curda che favorisce la prevedibilità rispetto alla sperimentazione.
In una nota il Quadro di coordinamento afferma che al-Maliki - già premier dalla fine del 2005 al 2014 - è stato scelto “in base alla sua esperienza politica e amministrativa e al suo ruolo nella gestione dello Stato”. Egli si era dimesso in seguito all’ascesa dell’Isis, pur rimanendo sempre un attore politico influente nel panorama settario e confessionale del Paese arabo. Esperti e studiosi sottolineano che, mentre Washington e Teheran spingono in direzioni opposte - e le fazioni irachene alternano principi e pragmatismo - la questione non è se al-Maliki possa tornare, ma se l’Iraq può assorbire quel ritorno senza riaprire le ferite del passato.

Chiesa caldea digiuna per la pace
In questo quadro di tensioni e incertezze per il futuro, la Chiesa caldea ha lanciato un appello ai fedeli invitandoli ad una tre giorni di digiuno e preghiera in programma dal 26 al 28 gennaio “per la pace nella regione”. In questi giorni lo stesso primate caldeo, il card. Louis Raphael Sako, ha pubblicato sul sito del patriarcato un appello in cui sottolinea la “grande preoccupazione” per le “allarmanti notizie” che provengono da diverse aree del Medio oriente.
Nella regione, afferma il porporato nella nota inviata per conoscenza ad AsiaNews, si assiste a una “escalation di conflitti, militarizzazione, polarizzazione e declino della stabilità”. Da qui la richiesta ai vertici del Paese e alla popolazione, cristiani e musulmani, di adottare “misure concrete” per promuovere “la pace e l’armonia” risparmiando alle nazioni dell’area “ulteriori calamità”.
In primis, il porporato esorta le Nazioni Unite ad “assumersi la responsabilità di affrontare i conflitti e raggiungere la pace attraverso il dialogo, al fine di preservare la sovranità dei paesi e i diritti dei loro cittadini”. Inoltre, i governi locali devono “analizzare attentamente la situazione e assumersi la responsabilità diretta di proteggere la nazione e garantire libertà, dignità e un tenore di vita dignitoso a tutti i cittadini”. Infine, per quanto riguarda l’Iraq nello specifico “è giunto il momento di attuare riforme passando dagli slogan ai fatti, affidando allo Stato il monopolio delle armi e contrastando con decisione la corruzione. Il criterio per costruire uno Stato - avverte - è il principio di cittadinanza, competenza e adesione a politiche etiche”. Sul piano della fede, il card. Sako ricorda come “la religione è una questione personale, mentre gli affari pubblici dovrebbero basarsi su competenza e capacità”. E al nuovo governo, conclude, spetterà il compito di assicurare “l’uguaglianza” fra persone, rispettando e accogliendo al tempo stesso “la diversità religiosa ed etnica” poiché rappresenta una risorsa. ”Deve inoltre impegnarsi sinceramente - conclude - per cambiare il discorso nei media, moschee e chiese e migliorare i programmi educativi nelle scuole”.

24 gennaio 2026

Iraq: card. Sako (patriarca), “adottare misure concrete per portare pace in Medio Oriente. Onu si assuma responsabilità”

22 gennaio 2026

La Chiesa caldea segue “con interesse e preoccupazione le notizie inquietanti nella regione mediorientale, che sta assistendo a un’escalation di conflitti, militarizzazione, polarizzazione e calo della stabilità”.
A fronte di questa situazione il patriarca caldeo, card. Louis Raphael Sako, in una nota lancia un appello affinché “si adottino misure concrete per promuovere la pace e l’armonia e per evitare il flagello nei paesi dell’area”.
Per Mar Sako “le Nazioni Unite devono assumersi la responsabilità di affrontare i conflitti e raggiungere la pace attraverso il dialogo, e di salvaguardare la sovranità dei paesi e i diritti dei loro cittadini”.
Inoltre, si legge nella nota pervenuta al Sir, “i governi locali devono leggere la realtà in profondità e assumersi la loro responsabilità diretta per proteggere i rispettivi Paesi e garantire libertà, dignità e abbondanza di vita ai cittadini. Queste misure concrete sono una responsabilità storica e morale, dalla quale non si può sfuggire”.
Guardando all’Iraq, il card. Sako ribadisce: “È giunto il momento delle riforme, passando dagli slogan alle azioni, lasciando le armi solo allo Stato e affrontando la corruzione in modo deciso. Il criterio per costruire una nazione è il principio di cittadinanza, competenza e il rispetto di una politica etica”. “La religione – sottolinea il patriarca -è una questione personale, mentre gli affari pubblici devono dipendere dalla competenza e dalla capacità. Tutti i cittadini sono uguali, senza eccezioni, tutti possiedono la cittadinanza irachena, inclusi i cristiani, che non sono meno competenti degli altri e hanno svolto ruoli importanti in epoche passate”. 
Da qui la richiesta al Governo di “promuovere uguaglianza e rispetto, sostenere realisticamente la diversità religiosa ed etnica, che è ricca, e cercare con lealtà di cambiare il linguaggio nei media, nelle moschee e nelle chiese, oltre a migliorare i programmi educativi nelle scuole”.

1 gennaio 2026

Baghdad: Istituita la "Via dei Caldei"

By Baghdadhope* - Chaldean Patriarchate



Come riportato dal sito del Patriarcato caldeo nel corso della visita alla chiesa di Mar Yousef in occasione del Natale il Primo Ministro iracheno, Mohammad Shia Al Sudani, ha annunciato che la strada in cui si trova l'edificio del Patriarcato caldeo d'ora in poi cambierà nome e si chiamerà "Via dei Caldei."

Cardinal Sako Targeted After Christmas Homily Misinterpreted as Political “Normalization”

By Chaldean Press
December 30, 2025

Chaldean Catholic Patriarch Cardinal Louis Raphaël Sako is facing an escalating campaign of intimidation after a Christmas Mass message was widely misread—and then weaponized—by hardline voices in Iraq and beyond.
According to statements from the Chaldean Patriarchate and reporting on the incident, Cardinal Sako used the word commonly translated as “normalization” during his Christmas homily as part of a spiritual appeal for reconciliation, social healing, and restoring trust among Iraqis. In the Patriarch’s intended meaning, “normalization” was not a geopolitical signal, but a call for Iraq’s internal stability and the rebuilding of relationships—among families, communities, and the nation.
A spiritual word turned into a political accusation
In Iraq’s current climate, language matters—especially language that can be linked, even indirectly, to Israel-related policy. The term “normalization” is often treated as shorthand for “normalization with Israel,” and that association can ignite immediate outrage.
That is what happened here: critics took a word used in a religious, pastoral context and reframed it as political messaging. Within hours, the narrative online shifted from a Christmas appeal for peace to accusations that the Patriarch was endorsing forbidden political positions—an allegation the Patriarchate says is false.
“If you want to take me to trial…”
As rhetoric intensified, a statement attributed to Cardinal Sako began circulating widely:
Whether quoted verbatim or paraphrased across outlets, the meaning is consistent: the Patriarch is presenting himself as willing to bear personal consequences rather than abandon Iraq or retreat from his mission.
For many Chaldeans, that line captured what they have long believed about their Patriarch: he is not seeking confrontation—he is refusing to be bullied into silence.
Clarification came, but the escalation continued
After the uproar grew, the Chaldean Patriarchate clarified that the message was spiritual—not political, emphasizing themes of peace, national cohesion, and Iraq’s dignity. They rejected the claim that Cardinal Sako was calling for normalization with Israel
Yet the controversy did not fade. Instead, demands grew louder—some calling for investigations, prosecution, or worse. What began as a misunderstanding quickly became a campaign.
Why this hits a nerve for Chaldeans everywhere
Chaldeans don’t have the luxury of treating threats as “just talk.” Iraq’s Christian communities have lived through decades of displacement, targeted violence, and the steady erosion of their presence—through insecurity, coercion, and land disputes.
So when a spiritual leader is publicly framed as a criminal or traitor based on a single word—then subjected to a wave of agitation—it feels less like ordinary controversy and more like a familiar pattern: isolate the minority, smear the leader, and apply pressure until the community retreats.
For many believers, Cardinal Sako is not simply a church figure. He represents continuity—an anchor for a people who have lost too much already.
What Chaldean Press found
Chaldean Press spoke with parishioners and community members who followed the Christmas Mass closely. The consistent takeaway was simple: most did not hear politics in the Patriarch’s message. They heard a pastor urging people toward peace and moral renewal—especially fitting for Christmas.
And that’s the heart of the story: a religious message aimed at healing was pulled into political conflict, and the consequences are now falling on the Patriarch and the community he serves.
Where this stands now
Cardinal Sako’s position remains clear: his homily was about Iraq’s social restoration and spiritual peace—not foreign policy. But the campaign against him shows how quickly faith leaders can become targets when language is twisted in a tense environment.
Chaldean Press will continue monitoring developments, including any official actions and any verified threats—because for a community that has already endured so much, this is not a story about “drama.” It’s about safety, survival, and the cost of simply preaching peace.