lunedì, luglio 03, 2017

 

Mosul: il miracolo della chiesa di San Tommaso, risparmiata dalle bombe dell’Isis

By Asia News
Jérémy André

È un miracolo. Il centro storico di Mosul è lacerato dagli attacchi, sfregiato dai proiettili, mutilato dagli esplosivi dello Stato islamico (Isis o Daesh). In questo paesaggio surreale, dove l’intreccio di pietre bianche e metallo nero ricorda la Guernica di Picasso, un edificio dalle pareti spesse non ha che qualche graffio: la chiesa di San Tommaso, la più antica della città, più vecchia di 12 secoli! Essa esiste almeno dalla fine dell’VIII secolo, ma è ritenuta molto più antica e sarebbe stata fondata nel luogo in cui sorgeva la casa dove l’apostolo d’Oriente visse durante il suo passaggio in città. L’interno è stato devastato dall’occupante che ne aveva fatto una base militare. Ma il monumento, la cui struttura risale almeno al XIII secolo, è sopravvissuto alla battaglia.

“Sono impazziti”

La moschea al-Nouri, due strade più a nord, non ha avuto questa possibilità. I terroristi dell’Isis l’hanno fatta esplodere mercoledì 21 giugno, al calare della sera. Le sue rovine formano ormai un caos lunare, sbiancato da intonaco polverizzato. Emergono solo la cupola verde, in equilibrio su dei pilastri in parte danneggiati dalle esplosioni, e la base del minareto più in là, alta 12 metri, con dei bassorilievi geometrici finemente scolpiti.
Da allora, il tenente colonnello Mountazar el-Chammari, capo del battaglione di Mosul delle forze irakene per le operazioni speciali (Isof in inglese), è furioso: “Sono impazziti”, deplora. “Hanno distrutto la moschea del profeta Giona, del profeta Jirjis, la città di Nimroud, il museo!” La seconda città dell’Iraq ha perduto i suoi simboli, in particolare il minareto che si appoggiava ad al-Nouri, detto al-Hadba (il “gobbo”). In un’amara rivincita, i loro detriti sono stati recuperati giovedì 29 giugno, permettendo al primo ministro irakeno, Haïder al-Abadi, di dichiarare la “fine del falso Stato di Daesh”.
La chiesa di san Tommaso si trova lungo il cammino verso al-Nouri. Mercoledì 21, un po’ prima dell’esplosione che ha distrutto quasi del tutto la moschea, il battaglione Isof di Diwaniya risaliva a piedi la strada dominata dalla torre del campanile. Un cecchino si trovava in una casa davanti la chiesa: “Ha ucciso uno dei nostri”, racconta Ahmad Kathem, 23 anni, uno dei soldati del battaglione. L’abitazione è stata bersaglio di un attacco. Non ne resta nulla.

“Abou Abderrahman al-Australi”

Il soldato Ahmad forza una porta di ferro per mostrare l’interno della chiesa. In confronto ai dintorni devastati dalle bombe, le stigmate dell’edificio cristiano sono solo dei graffi. Il cortile per il quale entra Ahmad è ingombrato da pietre e spazzatura, ma le colonne delle arcate che lo circondano sono intatte. Su di un bassorilievo, san Tommaso tocca le piaghe di Cristo. I loro visi sono scheggiati in modo superficiale. Accanto, un corpo marcisce sotto un mucchio di rifiuti. In mezzo a un cortile adiacente, un secondo cadavere emana cattivo odore, obeso e con una spessa barba nera, gli occhi fuori dalle orbite e gonfi. Il suo viso è stato schiacciato a forza di colpi, proiettando sul suolo attorno al suo cranio degli schizzi che formano una corona. Dietro di lui, dei barili e dei sacchi di grano sono tutto quello che resta delle scorte dei terroristi. Una stanza è ancora piena di vestiti militari e caricatori di AK-47.
All’interno, un bombardamento ha forato la volta della navata principale. Un raggio di luce cade sull’interno devastato. Le panche sono bruciate. Sotto la sua arcata merlata, l’altare è in pezzi.
Per fortuna, le reliquie di san Tommaso erano state portate al monastero di san Matteo (Mar Matta) tre anni fa, quando Mosul era caduta nelle mani di Daesh. I combattenti dell’Isis avevano disegnato dei cerchi neri sulle spesse colonne di marmo scuro, senza dubbio in preparazione alla distruzione della chiesa. Non hanno avuto il tempo o il modo di piazzare i loro esplosivi. I muri sono coperti da graffiti e da bandiere dell’organizzazione nelle piccole nicchie ogivali. Sotto uno di essi, un foglio rosa affisso elenca la distribuzione delle razioni. “Abou Abderrahman al-Australi”, un combattente venuto dall’Australia, ha segnato il suo passaggio con una firma in lettere latine.  

Articolo originale in: L'Orient Le Jour
Jérémy André

L’église Saint-Thomas, la miraculée de Mossoul
Nota di Baghdadhope

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