giovedì, giugno 22, 2017

 

Mons. Ortega: La sofferenza dei cristiani in Iraq è un dono per noi. Tempo di ricostruire

21 giugno 2017

“La testimonianza di fede di questi cristiani stupendi è un tesoro per noi”. Con queste parole, mons. Alberto Ortega Martín, nunzio apostolico in Giordania e Iraq, commenta l’esperienza dei cristiani iracheni. Un “sì a Dio” che a loro è “costato tutto” e che la Chiesa è chiamata a sostenere. L’occasione della sua testimonianza è stata la recita del Santo Rosario per i cristiani perseguitati, organizzato dal comitato Nazarat ieri sera nella chiesa di Santa Maria delle Fornaci.
Dall’inizio del millennio, i cristiani in Iraq si sono ridotti in modo drastico, passando da un milione e mezzo a 300mila. Una “grave perdita non soltanto per la Chiesa, ma per la società, perché i cristiani possono e svolgono un ruolo fondamentale nella vita del Paese”.
Nel 2014, con l’arrivo dello Stato islamico, essi sono stati costretti a scegliere fra convertirsi, pagare una tassa e andarsene per sfuggire alla morte: “Hanno lasciato tutto per non rinnegare la fede. Non so di nessuno che abbia rinunciato alla fede, neanche per finta”, racconta mons. Ortega. “Da un giorno all’altro hanno preso poche cose e sono partiti”. Ma anche il poco che si erano portati nella fuga è andato perduto, confiscato dai militanti dell’Isis all’uscita dalla città.
Ora tanti di questi cristiani vivono nel Kurdistan, per lo più in case affittate con l’aiuto della Chiesa universale e in un campo profughi “dignitoso” che ospita 4mila persone. Le abitazioni sono pensate per una famiglia, ma vengono condivise da due o tre a seconda di quanti bambini hanno: “[Vivono in] una stanzetta piccola, con i materassi da una parte, che la notte mettono per terra per dormire, un armadio di plastica con tre cose, una piccola televisione, e sempre l’immagine di Gesù, della Madonna, o un altare”.
Nonostante le difficoltà, essi non si lamentano perché “hanno perso tutto, ma non la fede”.
“È commovente come queste persone non abbiano rancore nel cuore”, ha continuato mons. Ortega. “Sono capaci di perdonare quelli che li hanno cacciati via, che hanno fatto loro del male. Addirittura pregano per quelli che li hanno perseguitati, perché si convertano perché il Signore domini il loro cuore”.
Una fede, secondo il prelato, rinata nelle difficoltà: alcuni di loro che non erano molto praticanti, si dichiarano addirittura grati per quanto accaduto perché “è stata occasione per riscoprire ciò che è più importante, che è la fede”.
“Il Signore permette queste cose per un bene più grande. La loro testimonianza di fede per noi in occidente è stato un regalo”.
Nei pensieri del prelato vi è il futuro di Mosul, dove è in corso la battaglia per la liberazione della città: “Non basta la vittoria militare, bisogna agire dal punto di vista politico, economico e soprattutto dal punto di vista dell’educazione. Bisogna introdurre una nuova mentalità del dialogo, della collaborazione”.
Alcuni cristiani stanno tornando ai loro villaggi, ma si scontrano con la delusione di trovare le case distrutte e bruciate “senza nessun motivo” se non “per far del male”: “Si deve ricostruire, perciò abbiamo bisogno dell’aiuto di tutta la Chiesa, delle Nazioni unite, della comunità internazionale. In alcuni paesini, per esempio a Teleskuf dove l’Isis è stato per poco tempo, le case non sono state tanto danneggiate e ci sono già 500 famiglie che sono rientrate”. A Karamles alcuni gruppi stanno tornando entro la fine del mese.
Un ritorno che ha bisogno di essere sostenuto non solo con la preghiera e l’aiuto concreto di campagne come “Adotta un cristiano di Mosul” lanciata da AsiaNews, ma soprattutto con il sostegno del “nostro sì al Signore” perché “loro per dire sì al Signore hanno perso tutto”. Per il prelato, è degno di nota che alla domanda “cosa vi aspettate dai cristiani di occidente?” essi rispondano “che vivano la fede”.
I cristiani devono tornare perché la loro missione è essere “la presenza di Cristo, un bene per tutti”.
In un commento esclusivo per AsiaNews, mons. Ortega ha raccontato che i giovani iracheni hanno “una mentalità più unitaria, sono cresciuti con più valori: la fede, la famiglia. I giovani vivono la fede, si cercano per stare insieme nelle parrocchie. Quando si può fanno delle attività per loro”. Egli ha ricordato Miriam, la bambina che in un filmato di due anni fa aveva detto di voler perdonare tutti: “L’ho vista durante un incontro di catechesi per la comunione di venerdì, c’erano 400 bambini. Mi dava tanta speranza pensare ‘ma guarda un po’, ci saranno sicuramente tanti bambini così. Questa l’ho conosciuta per il filmato, ma quanti ce ne saranno ancora?’. Bisogna curarli perché quel tesoro che hanno possano coltivarlo”.

This page is powered by Blogger. Isn't yours?