lunedì, marzo 27, 2017

 

Patriarca caldeo: dolore per la tragedia in atto a Mosul. Pronti aiuti per migliaia di sfollati


Liberare Mosul dalla presenza dello Stato islamico sarà “difficile, ma necessario", perché i jihadisti “sfruttano la popolazione” per garantirsi una copertura, le strade sono molto strette e le case vicine una all’altra. È quanto afferma ad AsiaNews il patriarca caldeo mar Louis Raphael Sako, commentando l’offensiva in corso per strappare alle milizie di Daesh anche il settore occidentale della seconda città per importanza dell’Iraq. “L’offensiva militare in atto nella zona ovest - aggiunge il prelato - ha causato almeno 4mila vittime e la distruzione di 10mila abitazioni. Una vera e propria tragedia”.
Nella Città Vecchia di Mosul, nel settore occidentale, sorgono le più antiche chiese di tutto l’Iraq e alcuni dei più importanti monasteri. Edifici che risalgono al quinto, sesto, settimo secolo e che costituiscono un vero e proprio patrimonio non solo religioso, ma anche storico e culturale per il Paese. “Anche per questo - avverte il primate caldeo - la liberazione di Mosul è un atto necessario. Al contempo, è necessario salvaguardare la popolazione e le vite umane”.
Nel fine settimana il patriarcato caldeo ha diffuso una nota ufficiale, in cui esprime “solidarietà” alle “vittime innocenti” di Mosul, colpita da un “terrorismo oscurantista”. Centinaia di civili deceduti a causa del conflitto, a cui la Chiesa caldea manifesta “vicinanza” e assicura “assistenza” alimentare e di base, con una particolare attenzione alle famiglie di sfollati. “In questa occasione - prosegue la dichiarazione del patriarca - invitiamo tutte le parti in causa a rispettare le leggi di guerra, le tradizioni morali e religiose per preservare la vita di persone innocenti”. Infine, i vertici ecclesiastici si rivolgono alla comunità internazionale perché affronti “in modo serio” la crisi degli sfollati, “la più grande tragedia mai vissuta in Iraq”.
Nell’ultimo mese centinaia di migliaia di civili della zona ovest di Mosul che hanno abbandonato case e beni, per sfuggire alla battaglia fra esercito governativo e milizie curde contro i jihadisti dello Stato islamico (SI), che controllano ancora l’area. La maggior parte degli sfollati hanno trovato riparo nei campi profughi e nei centri di accoglienza allestiti in queste settimane. Altri ancora hanno raggiunto le case di parenti o familiari.
A febbraio i governativi erano riusciti a cacciare i miliziani di Daesh [acronimo arabo per lo SI] dalla zona est di Mosul, alla destra del Tigri, dopo mesi di combattimenti intensi. L’offensiva è iniziata il 17 ottobre e sono serviti quasi cinque mesi per vincere la resistenza jihadista nell’area.
Ora l’obiettivo è di assumere il completo controllo della seconda città per importanza del Paese, anche se resta prioritario il problema della sicurezza dei civili coinvolti nell’offensiva. Lo scorso 17 marzo un raid aereo della coalizione internazionale a guida statunitense avrebbe provocato la morte di oltre un centinaio di abitanti, uccisi nel crollo di un palazzo colpito dalle bombe dei caccia Usa.
Sulla vicenda emergono racconti e testimonianze contrastanti, sia sul numero delle vittime che in merito alle responsabilità. I vertici dell’esercito irakeno sono convinti che a causare la strage siano stati ordigni piazzati dai jihadisti.
I soccorritori avrebbero estratto i cadaveri di oltre cento persone dalle macerie dei palazzi crollati; altre fonti parlano di oltre 240 persone decedute. Il comando statunitense ha aperto un’inchiesta ma finora non vi sono prese di posizione ufficiali. Alcuni esponenti politici locali chiedono maggiore attenzione e ricordano che non è possibile usare mezza tonnellata di bombe sganciate dagli aerei per uccidere un cecchino in cima a un palazzo pieno di civili.
“Siamo di fronte a una strage - racconta ad AsiaNews mar Sako - e bisogna fare qualcosa. Lo Stato islamico usa la popolazione come scudi umani, vanno fermati”. Oltre ai civili uccisi, vi è anche il dramma degli sfollati che continuano a fuggire dalla zona ovest di Mosul. “La prossima settimana - prosegue il prelato - andrò di persona a consegnare aiuti a oltre 4mila famiglie musulmane che sono fuggite da poco. Sono i nuovi profughi, le ultime vittime dell’offensiva, che si vanno ad aggiungere agli sfollati della prima ora”. In tutto il Paese, aggiunge, “abbiamo circa 3,5 milioni di sfollati, e il numero è destinato a salire considerano che vi sono ancora 400mila persone a Mosul ovest”.
“Vogliamo mostrare loro l’attenzione della Chiesa, che non fa differenze di etnia o religione nella distribuzione degli aiuti. Noi, come cristiani, non cerchiamo vendetta - conclude mar Sako - e rilanciamo una volta di più il nostro ruolo di ponte e di agenti di pace”.

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