venerdì, febbraio 03, 2017

 

Parroco di Amadiya: il bando di Trump occasione per fare dell’Iraq un Paese plurale e unito


Il divieto di ingresso emanato dal presidente Usa Donald Trump verso sette Paesi a larga maggioranza musulmana, fra cui l’Iraq, potrebbe essere un’occasione per un “grande ripensamento” e una “riscossa” nel mondo islamico.
È quanto dice ad AsiaNews p. Samir Youssef, parroco della diocesi di Amadiya (nel Kurdistan irakeno), il quale ricorda le “sofferenze” dei cristiani del Paese. I nostri fedeli, spiega, sono stati “cacciati via dalle loro case”, hanno visto “distrutte le chiese”, hanno contato “oltre 2mila vittime dal 2003 a oggi”, mentre il mondo musulmano “non ha fatto niente” per arginare questa deriva violenta. Di contro, “la Chiesa cattolica locale, dai vertici all’ultimo rappresentate della comunità, ha sempre amato tutti e ha sempre cercato di aiutare tutti, senza distinzioni”.
P. Samir è parroco della diocesi di Zakho e Amadiya (Kurdistan), che cura 3500 famiglie di profughi cristiani, musulmani, yazidi che hanno abbandonato le loro case e le loro terre a Mosul e nella piana di Ninive per sfuggire ai jihadisti. Il sacerdote è in prima linea sin dall’estate del 2014, da quando è iniziata l’emergenza. Con lui e con i vescovi irakeni, AsiaNews ha rilanciato nelle scorse settimane la campagna "Adotta un cristiano di Mosul"  per aiutarli ad avere cherosene, scarpe, vestiti per l’inverno, e sostegno per la scuola ai bambini.
Sul provvedimento emanato di recente dalla nuova amministrazione americana si è espresso con toni duri lo stesso patriarca caldeo mar Louis Raphael Sako, il quale ha definito “trappola” la legge, mentre è essenziale restituire la regione alla pace e alla convivenza. In quest’ottica il primate della Chiesa irakena ha celebrato il rientro nei giorni scorsi della prima famiglia caldea a Teleskuf; un evento storico, spiega sua beatitudine, perché segna il ritorno dei cristiani in una delle tante cittadine della piana di Ninive, cadute nelle mani dello Stato islamico (SI) nell’estate del 2014.
“Riguardo al veto emanato da Trump - racconta p. Samir - posso confermare che ha colpito anche famiglie di mia conoscenza, cristiani e musulmani irakeni, che stavano per partire e ora sono bloccati”. Il problema riguarda anche “famiglie di cristiani siriani, bloccati all’aeroporto” mentre erano in procinto di imbarcarsi. Ora tutte queste richieste dovranno essere vagliate di nuovo e ricevere una nuova approvazione, con uno slittamento ulteriore dei tempi.
Sui media irakeni, prosegue p. Samir, “si parla molto” del provvedimento emanato dalla Casa Bianca perché “ci sono molti americani che, ogni giorno, mettono piede in Iraq e sono sempre benvenuti”. Inoltre, vi sono “le alte sfere militari, i generali” che combattono assieme all’esercito statunitense le milizie di Daesh [acronimo arabo per lo SI] e “le loro famiglie sono state trasferite in America per motivi di sicurezza”.
La legge, prosegue il sacerdote, ha già provocato una prima, assurda conseguenza: “Il capo delle forze anti-terrorismo irakene stava per partire per gli Stati Uniti, per andare a trovare la propria famiglia. Non sapeva nulla della nuova legge e l’hanno bloccato”. Il figlio, prosegue p. Samir, è apparso sulle tivù irakene e rivolgendosi al padre militare ha detto: “Noi ti guardiamo tutti i giorni in tv, combatti lo Stato islamico e il terrorismo e poi ti fermano, non ti fanno venire da noi perché ti considerano un terrorista”.
Siamo di fronte a una situazione davvero paradossale, avverte p. Samir, in cui molti musulmani considerano Stati Uniti ed Europa “come nazioni di infedeli, criticano l’uso di alcol e la presenza di bar”, e poi protestano per questo bando e “vogliono la vita dell’Europa e degli Usa”. Di contro, “molte volte l’Arabia Saudita ha chiuso le porte davanti alle richieste di musulmani e a tutti i cristiani”. E, prosegue, “in questo caso nessuno ha pianto o ha protestato perché Riyadh chiudeva le porte. Invece, quando lo stesso provvedimento è stata l’America a prenderlo sono partite le lacrime, le proteste, quasi come se fossero state chiuse le porte del paradiso”.
Se anche qui in Iraq, se anche ai musulmani, conclude p. Samir, piace tanto “la vita che c’è negli Stati Uniti e in Occidente”, perché non si emanano leggi “che garantiscano” un modello analogo di libertà e democrazia. In questo modo, le famiglie arabe potrebbero trovare “libertà, lavoro, sicurezza e convivenza” non altrove, ma nella loro stessa terra.

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