martedì, novembre 08, 2016

 

Mosul: Focsiv nei campi sfollati di Erbil. Un servizio per l'umanità


Sono stati liberati dalle forze governative a sud di Mosul, in Iraq, circa mille uomini tenuti dai miliziani del sedicente Stato islamico in una sorta di prigione sotterranea. Il ritrovamento è avvenuto mentre i soldati di Baghdad esaminavano il terreno alla ricerca di mine lasciate dai gruppi jihadisti, per rallentare l’avanzata lealista verso Mosul. Mentre in Siria gli aerei della coalizione internazionale a guida Usa hanno compiuto raid su postazioni dell'Is a Raqqa, a sostegno dell'offensiva lanciata dalle forze curde che ha portato nelle ultime ore al controllo di due villaggi a nord della città, rimane critica la situazione umanitaria. In particolare per la popolazione irachena sfollata da Mosul, accanto alla quale da due anni lavora la Focsiv, la 'Federazione degli organismi cristiani Servizio internazionale volontario', impegnata nei Campi di Erbil, nel villaggio di Dibaga ed a Kirkuk, nell’ambito della campagna “Humanity. Esseri umani con gli esseri umani”.
Giada Aquilino ha raggiunto telefonicamente ad Erbil Jabbar Mustafa Fatah, coordinatore Focsiv-Kurdistan:


La situazione nella città di Erbil è abbastanza tranquilla visto che, prima dell’avvio dell’offensiva dei peshmerga e dell’esercito iracheno, avevano già predisposto una decina di Campi fuori dalla città di Mosul: attualmente questi Campi ricevono gli sfollati che arrivano a migliaia quasi tutti i giorni da Mosul. Quando i quartieri della città vengono conquistati sia dai peshmerga sia dall’esercito iracheno, queste persone vengono trasferite - anche con mezzi di trasporto dei peshmerga o delle forze di Baghdad - in questi Campi, che distano una trentina di km da Mosul.

Cosa raccontano queste persone?

Tutti raccontano di una liberazione dall’Is. Vivevano sotto l’incubo di questo gruppo terroristico che ad esempio non permetteva alle donne nemmeno di uscire da casa. Le persone vivevano in una situazione disastrosa su tutti i piani, umanitario, sanitario, socio-culturale…

Le ultime testimonianze riferiscono addirittura di una fossa comune con cento cadaveri decapitati, ritrovata a sud di Mosul. Perché tanta atrocità?

Perché questa era la strategia dell’Is per avere il controllo sul territorio: tutti dovevano convertirsi alla loro ideologia e chi non lo faceva veniva letteralmente eliminato, senza nessuna pietà.

Voi avete raccolto la testimonianza di due anziane a Qaraqosh al riguardo…

Sì, sono entrambe donne cristiane, rimaste lì per alcuni mesi. Poi, per caso, sono state scoperte dagli uomini dell’Is e sono state minacciate: o si convertivano all’islam o sarebbero state eliminate. Una di queste donne è non vedente, sorda e muta, non può fare niente; l’altra sta un po’ meglio dal punto di vista della salute. Ma, sotto la minaccia, hanno detto: “Sì, va bene accettiamo”. Così ogni tanto veniva dato loro da mangiare e un po’ d’acqua: hanno vissuto tutto il tempo sotto questa minaccia. Sono state poi rintracciate dalle forze di Baghdad circa una settimana dopo la liberazione di Qaraqosh.

 Quindi erano state costrette a convertirsi?
Sì, costrette a convertirsi. Però quando sono state liberate la prima cosa che hanno fatto è stata entrare in chiesa per pregare!
 Mustafa, ci ha parlato dei Campi di accoglienza. Focsiv da due anni è al fianco degli sfollati nei Campi di Erbil, ma non solo. Come lavorate con loro?
Sosteniamo i bambini attraverso la creazione di scuole, di attività sportive e di intrattenimento. A coloro che vivono nei Campi forniamo il cibo. Infatti la settimana scorsa abbiamo distribuito mille pacchi di generi alimentari a mille famiglie in un Campo vicino ad Erbil, che si chiama Dibaga. Attualmente stiamo preparando duemila pacchi per duemila famiglie che stanno arrivando in questi Campi. Poi cerchiamo di offrire pannolini, medicinali: tutto quello che è a nostra disposizione sarà destinato a loro.
Tutto il lavoro, in base alla vostra campagna “Humanity. Essere umani con gli esseri umani”, è rivolto ai più vulnerabili. Chi sono?
Tutti sono coinvolti, tutti sono colpiti da questa situazione, dal bambino neonato all’anziano di 80, 90 anni. Quindi noi cerchiamo di sostenere i più deboli.
Lei è musulmano e lavora con tutti, senza distinzione. Qual è la sua esperienza?
Sono curdo iracheno, vivo anche in Italia, la mia famiglia è in Italia, ho la doppia cittadinanza. Per me basta essere al servizio di un essere umano, senza distinguere il colore della pelle, la lingua, la religione. Basta esser “al servizio”. Per questo motivo ho dedicato quasi tutto il mio tempo agli sfollati cristiani. Sono architetto, ho partecipato con le mie mani a costruire due chiese nel Campo di “Ashti 1” e “Ashti 2” e un Centro religioso anche per gli yazidi in un Campo yazida. Quello che faccio lo faccio per l’umanità.

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