mercoledì, ottobre 26, 2016

 

Tawfik: l’Iraq del futuro dovrà essere laico e confederale

By La Stampa - Vatican Insider
Francesco Peloso

Younis Tawfik, è scrittore e giornalista iracheno, studioso della storia del mondo arabo, vive in Italia e mantiene forti contatti con il suo Paese d’origine. Gli abbiamo chiesto di spiegarci cosa sta avvenendo in Iraq, come procede la battaglia di Mosul e quale potrà essere il futuro di una nazione che da molti anni è al centro di un conflitto interminabile.
La battaglia di Mosul è davvero decisiva come appare o è solo l’ennesimo capitolo di una crisi infinita?  
«La battaglia in corso rappresenta una svolta e i risultati sul terreno lo dimostrano. Dal nord arrivano le truppe curde dei peshmerga stanno avanzando insieme a 3mila sunniti addestrati dai turchi e gruppi cristiani. Hanno già liberato centri che si trovano nelle immediate vicinanze di Mosul, anche a maggioranza cristiana, quindi si è trattato di progressi importanti. Di fatto – da questa parte del fronte - i combattimenti si svolgono ancora nella periferia di Mosul, in alcuni quartieri dell’estremo nord; l’avanzata è lenta perché quelli che possiamo chiamare i liberatori, non vogliono causare un numero troppo alto di vittime fra la popolazione civile. Anche a sud sono stati conquistate diverse cittadine, anche centri petroliferi; quindi la città è accerchiata. E il problema è appunto questo: che bisognerà fare una battaglia casa per casa; l’Isis conta sui cecchini, i kamikaze, le auto imbottite di esplosivo, e l’esercito iracheno combatte ovviamente in un altro modo. L’Isis, poi, sta creando dei diversivi per distrarre l’attenzione delle truppe che circondano Mosul: un giorno attacca Kirkuk, un altro Rutba, dove causa vittime fra civili e militari. Non è insomma una battaglia facile, non sarà possibile ottenere dei risultati in pochi giorni. Tutte le parti sul terreno, vogliono che la città di Mosul venga liberata perché è l’ultima roccaforte dell’Isis in Iraq».
Cosa manca allora per portare a termine l’operazione?  
«Siamo sempre di fronte a una certa timidezza dell’intervento internazionale. Né gli americani né gli europei decidono, qualche aiuto si dà, ma più a parole che altro».
Perché una simile incertezza?  
«Ci sono più fattori. Da una parte i Paesi occidentali non vogliono perdite di vite umane in questo conflitto, si tenga conto che in America siamo a ridosso delle elezioni e Obama cerca di uscire abbastanza pulito dal suo mandato, alla sua immagine di pacifista, anche se la questione tocca gli Stati Uniti da vicino, gli europei non sono capaci di prendere una posizione unitaria. L’Italia è assente, Gran Bretagna e Francia temono di ripetere l’errore libico, non vogliono suscitare altre situazioni di rabbia e non vogliono nuove perdite di uomini. Allo stesso tempo sappiamo che questa battaglia si sta facendo per conto terzi: una parte degli iracheni è sostenuta dall’Iran e dietro Teheran c’è la Russia; dall’altra parte abbiamo i sunniti sostenuti dalla Turchia, in qualche modo dall’Arabia Saudita e poi dall’Occidente ma in modo molto tiepido. Inoltre c’è da considerare il fatto che il sostegno turco viene rifiutato dal governo iracheno mentre le milizie della Guardia rivoluzionaria iraniana e quelle sciite in generale, possono intervenire nel conflitto. I sunniti civili, iracheni, che si trovano presi in mezzo fra l’Isis e il grande gioco di queste potenze regionali, sono quelli che stanno pagando il prezzo più alto».
Ma davvero il problema di questa guerra, della crisi che attraversa il Medio Oriente, è quello della contrapposizione fra sciiti e sunniti?  
«No, non è assolutamente vero. E’ una versione delle cose che doveva servire a convincere la popolazione a combattere, per questo il problema è diventato almeno in parte religioso, come se fosse una battaglia fra sunniti e sciiti. Ma chi muove i fili sono queste due potenze regionali che si contendono Iraq e Siria, la Turchia da una parte e l’Iran dall’altra. E’ una contrapposizione che va avanti da molti secoli. L’Iraq è strategico per ambedue questi Paesi, ma oggi c’è anche dell’altro: il petrolio iraniano e ancor prima quello russo, il gas russo, devono passare attraverso l’Iran, l’Iraq, la Siria per arrivare verso il Mediterraneo. La Turchia vuole la stessa cosa: che il gas russo passi attraverso l’Iraq per andare in Turchia, inoltre non vuole veder nascere un altro Stato, curdo, in quella regione. Si tenga conto che Mosul, dopo la fine della prima guerra mondiale, era rivendicata dalla Turchia e occupata militarmente, ma i turchi furono costretti a ritirarsi dalla città dopo un referendum voluto dalle Nazioni Unite, gli abitanti di Mosul scelsero infatti di stare con l’Iraq e non con la Turchia a quest’ultima guarda però ancora con interesse alla città».
Il patriarca caldeo Luis Sako, in questi giorni guardando al futuro del Paese, ha chiesto alcune cose. Fra queste una divisione netta fra religione e Stato, l’affermazione di diritti di cittadinanza (non una legislazione su base etnica quindi), un ruolo attivo dei cristiani nella sfera pubblica. E’ solo un sogno?  
«Uno Stato religioso non può assolutamente garantire la libertà a tutti. Soltanto uno Stato laico con la divisone fra religione e politica può garantire la libertà per credenti e non credenti, per musulmani, cristiani, yazidi, ebrei e così via. L’Iraq ha un mosaico di etnie e appartenenze religiose complesso. A mio avviso l’unica soluzione per l’Iraq di domani è la costruzione di uno Stato confederale con garanzie chiare per le minoranze. Io sono stato un oppositore del regime di Saddam Hussein che certo non garantiva le libertà di opinione, politiche, ma tutelava le minoranze religiose che avevano i loro diritti. Oggi questo è molto difficile. Sotto tale profilo l’ingerenza politica iraniana è un problema. D’altro canto gli americani che hanno causato tutto questo caos, devono intervenire e fare pressioni sui politici iracheni per riuscire a cambiare un po’ le cose sul piano politico interno. Bisogna tra l’altro tenere conto delle milizie sciite radicali che in diversi casi, quando sono entrate in città liberate dall’Isis hanno causato violenze e massacri. Gli stessi abitanti di Mosul temono che dopo essere stati sottomessi dall’Isis dovranno subire le ritorsioni delle milizie sciite».
Il rischio è quello della vendetta etnica?  
«Sì, si tratta esattamente di questo».
L’Isis però non arriva in Iraq per caso...  
«L’Isis non nasce da nulla, ma da una costola di Al Qaeda. Dopo la forte pressione americana, al Qaeda si ritira verso la Siria, fra 2009 e 2010. Lì entra in contatto e in conflitto con un altro gruppo fondamentalista, Jabhat al Nusra. Da Al Zawahiri (capo di al Qaeda, ndr), in Afghanstan, arriva l’ordine di tornare in Iraq. A quel punto Al Baghadi disobbedisce, dopo aver occupato Raqqa, si stacca da al Qaeda e dichiara la nascita dello Stato islamico d’Iraq e grande Siria. Questo è avvenuto sotto gli occhi del regime siriano, perché con la ’scusa’ di combattere il terrorismo poteva reprimere la rivolta e la resistenza armata. Si tenga presente fra l’altro che Raqqa non è mai stata bombardata da nessuno, tutt’ora centinaia di miliziani dello Stato islamico affluiscono da Raqqa verso Mosul e nessuno interviene. In Iraq al Baghdadi è stato aiutato dal partito Baath, quello di Saddam Hussein, e qui ha fondato lo Stato islamico, perché l’obiettivo era quello di allargarsi ancora, oltre Siria e Iraq. Il governo di Baghdad con al Maliki, temporeggiò troppo all’inizio, in base a calcoli interni, e oggi al Abadi (premier iracheno, ndr) si trova a dover liberare il Paese dai fondamentalisti». 

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