martedì, ottobre 25, 2016

 

Parlamentare cristiano: la legge anti-alcol “islamizza” l’Iraq


La legge voluta dal parlamento che vieta la vendita, l’importazione e la produzione di alcol nel Paese “è contro la Costituzione e i diritti della cittadinanza” ed è il segnale di una “islamizzazione” dell’Iraq. Per questo “abbiamo deciso di dare battaglia” e nei prossimi giorni verrà presentato un “ricorso” in tribunale per la sua cancellazione. È quanto sottolinea ad AsiaNews il parlamentare cristiano Yonadam Kanna, leader dell'Assyrian Democratic Movement, membro della Commissione parlamentare sul Lavoro e gli affari sociali. Una simile norma, aggiunge, indica che una parte della classe politica e dirigente “punta alla formazione di uno Stato teocratico”, ma “ci opporremo con tutte le forze”. 
Mentre l’attenzione dell’opinione pubblica è rivolta all’andamento dell’offensiva per la riconquista di Mosul, dall’estate 2014 roccaforte dello Stato islamico (SI) in Iraq, il parlamento ha approvato una legge che impone un giro di vite sui prodotti alcolici. Inserita all’ultimo momento dall’ala conservatrice in un pacchetto di norme riguardanti i comuni, la norma blocca la vendita, l’importazione e la produzione di vini, birra e liquori. 
La decisione ha generato forti proteste negli ambienti non musulmani della politica e della società civile, perché violerebbe i diritti civili e la stessa libertà religiosa. In prima fila fra le voci critiche vi è la componente parlamentare cristiana del Paese, che annuncia battaglia contro un provvedimento ingiusto, lesivo dei diritti di una parte della popolazione e soprattutto in aperta violazione dei dettami della Costituzione. 
Dalla caduta di Saddam Hussein, nel 2003, le attività percepite come contrarie alla morale islamica nel Paese arabo sono state oggetto di ripetuti attacchi. Negli ultimi anni si sono verificati diversi casi di violenze contro negozi o attività che vendevano alcol sia a Baghdad che in altre città. 
Sebbene vino, birra e liquori non siano molto diffusi nei ristoranti e negli alberghi, i prodotti a base di alcol sono commercializzati in molti piccoli negozi e bar della capitale. E anche in altre aree, fra cui il Kurdistan irakeno, non è raro osservare attività - gestite soprattutto da membri delle minoranze religiose - dedite alla vendita di alcol. 
Non è dunque un caso che proprio i vertici del governo regionale curdo abbiano già respinto la legge approvata dal Parlamento nazionale, rivendicando per questo settore una piena “autonomia” legislativa. La scelta di Baghdad, raccontano fonti ufficiali a Erbil, è destinata a provocare “indignazione fra le minoranze e ha come solo obiettivo quello di “compiacere” i partiti islamici e i movimenti radicali sciiti. 
Del resto se l’alcol può sembrare un vizio, spiega un cittadino di Ankawa, sobborgo a maggioranza cristiana di Erbil, esso è percepito come “insignificante e banale”. Inoltre, il pericolo è che si venga a formare un “mercato nero” come è avvenuto negli Stati Uniti ai tempi del proibizionismo, fra gli anni ’20 e ’30 del secolo scorso. 
Interpellato da AsiaNews Yonadam Kanna sottolinea che la norma “è contraria alla Costituzione, che garantisce piena libertà e diritti per le minoranze”. Inoltre, essa avrà pesanti ripercussioni anche sulle attività commerciali che sono fonte di guadagno - o sopravvivenza - per molte famiglie. Il parlamentare cristiano promette un ricorso al tribunale per ottenere in via giudiziaria, prima ancora che politica, la cancellazione di una norma “lesiva dei diritti” di una parte della popolazione. 
“Vi è una discriminazione di fondo - prosegue il parlamentare cristiano - come vi è nella legge che prevede che i figli di una coppia in cui uno dei due genitori sia musulmano, diventino essi stessi musulmani”. Vi sono componenti del Paese, aggiunge, che “spingono per la creazione di una nazione teocratica in cui l’islam sia “religione di Stato”. Tuttavia, queste leggi - conclude - contrastano con il modello “di Paese laico” e con i “principi sanciti dalla Costituzione. Per questo faremo ricorso”. 
Secondo un’inchiesta diffusa lo scorso anno dall’Organizzazione mondiale della sanità (i dati sono riferiti al 2014), l’Iraq risulta al 12mo posto fra le nazioni arabe per consumo di alcol. Le prime due piazze sono occupate da Tunisia ed Emirati Arabi Uniti (Eau), nazioni a maggioranza islamica in cui si registra una parziale libertà per i non musulmani. Al terzo gradino del podio di questa classifica vi è il Sudan. L’Iraq è invece lontano dalle prime piazze, con un consumo annuale medio pro-capite di 9,1 litri.

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