martedì, maggio 24, 2016

 

Sacerdote irakeno: Isis, violenze e divisioni hanno creato una 'nuova fratellanza' con i musulmani

 
Lo Stato islamico, le violenze che hanno insanguinato l’Iraq nell’ultimo decennio, le divisioni politiche e gli interessi di parte hanno creato una “nuova fratellanza” fra “i rifugiati cristiani, musulmani, yazidi”. In passato si poteva parlare di “convivenza” fra membri delle varie fedi, mentre oggi nei profughi è nato un desiderio nuovo di “essere comunità”, che emerge non solo “nei comportamenti, ma anche nel linguaggio”.
È quanto racconta ad AsiaNews p. Samir Youssef, parroco della diocesi di Amadiya (Kurdistan), che cura 3500 famiglie di profughi cristiani, musulmani, yazidi, in prima linea sin dall’estate 2014, quando è iniziata l’emergenza. Una convivenza e un desiderio di comunità, aggiunge il sacerdote, non solo fra bambini e giovani, ma anche negli adulti “che hanno superato la diffidenza” degli inizi.
“Quando i bambini musulmani e yazidi - racconta p. Samir - mi chiamano “abouna” [termine con cui viene identificato il sacerdote], che vuol dire ‘padre’ in arabo, e li osservo mentre vengono a trovarmi in chiesa… questa per me è una vittoria di Dio!”. Non solo il linguaggio, ma anche i gesti sono importanti: “Bambini, giovani - racconta - ci sentono parlare del Vangelo, ci guardano con attenzione e rispetto mentre recitiamo il rosario”.
Tutto questo, per il sacerdote, rappresenta davvero la testimonianza reale di una convivenza possibile e futura. Il risultato, aggiunge, di un lavoro paziente e “misericordioso” di accoglienza e aiuto che “va avanti da tre anni qui in Kurdistan” e che “non ha abbracciato solo i cristiani”, ma chiunque si trovasse “in condizioni di bisogno”. 
P. Samir Youssef, 42 anni, laureato all’università Gregoriana, è un sacerdote caldeo di Mosul, ordinato nel 1999. Dal 2009 è parroco nella diocesi di Amadiya – Dohuc, dove serve cinque villaggi. P. Samir è uno dei protagonisti del video “Adotta un cristiano di Mosul”, la campagna lanciata da AsiaNews per sostenere i profughi perseguitati dallo Stato islamico e assieme agli altri sacerdoti del clero caldeo parteciperà all’incontro generale in programma a giugno a Erbil. 
Il nostro lavoro con i profughi, prosegue p. Samir, “è iniziato piano piano, mostrando a ogni famiglia il nostro amore e il desiderio di fare loro del bene”. Nel tempo è quindi cresciuta una “spiritualità della fraternità”, come è emerso in occasione della festa della Misericordia, nella domenica successiva alla Pasqua. “Fra i moltissimi fedeli ad accogliere il card. Dolan di New York - racconta - alla messa nella mia parrocchia, vi erano anche decine di musulmani e yazidi, uomini, donne e bambini. Certo, lo Stato islamico ha voluto fare del male all’Iraq, ma come diceva Giuseppe dal male Dio fa nascere il bene”. 
Attraverso i profughi, prosegue, è “possibile vedere la via da seguire per ricostruire l’Iraq, un Paese unito fra cristiani, musulmani, yazidi e altre minoranze”, dove la popolazione “è unita contro il terrorismo dell’Isis e degli altri gruppi jihadisti”, dove “la religione è libera, personale, separata dallo Stato. Tutto ciò è possibile non solo in Kurdistan, ma in tutto l’Iraq. Già oggi a Baghdad migliaia di persone scendono in piazza ogni giorno per chiedere convivenza e pace, accusando non solo l’Isis ma la stessa politica di fomentare le divisioni per tornaconti e interesse”. 
P. Samir ha da poco concluso un breve ritiro spirituale con 62 giovani della diocesi di Amadiya, con i quali ha trascorso alcuni giorni in un luogo di montagna meditando il Vangelo e affrontando i temi della pastorale, della catechesi e le riflessioni emerse in questo Anno giubilare della Misericordia. Fra questi vi erano anche 27 ragazzi e ragazze (di cui sette provenienti da famiglie di profughi) che parteciperanno alla prossima Gmg in Polonia.
“Abbiamo parlato di misericordia, di beatitudini, della convivenza - racconta il sacerdote - anche con quanti non sono vicini al nostro messaggio. E poi di come portare il Vangelo nella vita quotidiana, riflettere sul catechismo, oltre che preparare un incontro dei giovani, nel prossimo futuro, cui parteciperanno centinaia di ragazzi e ragazze da tutto il Kurdistan”. Fra i giovani, prosegue, emerge spesso il tema dello Stato islamico, delle violenze, dell’essere profughi, del male e delle sofferenze.
E ancora, la crisi economica e sociale, la mancanza di lavoro e prospettive. “La nostra risposta - racconta p. Samir - è la preghiera, la fiducia nella Provvidenza, la testimonianza concreta del messaggio cristiano. Anche se abbiamo subito violenze, noi rispondiamo col bene. Il vero perdono consiste nel rispondere con l’amore”. 
In vista dell’incontro della Chiesa caldea, p. Samir auspica che possa essere una occasione di “meditazione e conversione”, un tempo “di preghiera e di apertura dei cuori”. Egli porterà al centro della discussione il tema della “mancanza dei sacerdoti, a fronte dei molti fedeli”. Non servono, spiega, sacerdoti caldei all’estero, fra le comunità della diaspora, perché “il bisogno è qui, in questa terra. Le famiglie hanno bisogno della testimonianza e della presenza dei loro pastori. E anche delle suore, che hanno comunità nelle città ma non hanno residenze stabili nei villaggi. Anche la loro presenza è fondamentale”.

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