martedì, maggio 17, 2016

 

Bashar Warda e i cristiani perseguitati in Iraq: «La Chiesa deve restare perché è l’unico segno di speranza»

By Sant'Alessandro (Diocesi di Bergamo)
Rossella Fenili
 
I cristiani in Iraq? Perseguitati, uccisi, costretti a convertirsi o a emigrare: «Ma la Chiesa deve restare, perché è l’unico segno di speranza. Ieri sera al Centro Congressi Papa Giovanni XXIII, in chiusura del Festival della Cultura 2016 di Bergamo, è intervenuto Bashar Warda, arcivescovo di Erbil, per narrare la drammatica situazione dei cristiani in Iraq, perseguitati quotidianamente dallo Stato Islamico. In un territorio minato dalla violenza, in cui l’Isis occupa un terzo del paese, i cristiani vivono in prefabbricati come profughi e in certe zone le strade non sono percorribili senza rischiare di essere uccisi da missili o bombe, come è accaduto recentemente nei pressi del seminario di Erbil, che è stato spostato più a nord, in una zona più sicura. In ogni campo convivono due suore e un prete per offrire sostegno umanitario e spirituale ai profughi, di cui la chiesa risulta l’ultima fonte di aiuto. «Dov’è la chiesa? Ci chiedono – spiega Warda -. Abbiamo deciso di costruire un’università cattolica con gli stessi materiali dei prefabbricati, scuole superiori e ospedali aperti a tutti per intraprendere un percorso di riconciliazione e ricominciare una nuova vita. È necessario ricostruire fiducia ed essere il segno della speranza: solo noi possiamo svolgere questo compito>>.
Secondo Warda bisogna dialogare con i gruppi ‘giusti’ di musulmani, e non lo fanno gli Stati Uniti o l’Europa: spesso si alleano con i gruppi cosiddetti ‘moderati’, che spesso moderati non sono. I cristiani sono una tra le poche se non l’unica forza di moderazione ed è importante richiedere l’intervento militare per far terminare la dittatura ma anche non creare milizie cristiane, che complicherebbero l’assetto geo-politico delle forze in gioco e aumenterebbero la violenza.
Servono forze internazionali che appoggino i cristiani in questo sforzo e non si facciano confondere dalla complessità della situazione. Alla domanda: «Perché sembra essere meno efficace l’azione dei musulmani moderati nel cambiare le cose rispetto all’impegno dei cristiani?» Warda risponde: «Perché in una parte del Paese in cui i Sunniti sono forti i musulmani possono proteggersi dichiarandosi Sunniti e viceversa in un’area in cui sono più forti gli Sciiti, mentre i cristiani sono costretti alla reazione. Inoltre l’Islam ha in sé il ruolo di Dio nel convertire il mondo, con la parola o con la spada, alla religione corretta. D’altronde, è una religione nata seicento anni dopo il cristianesimo, e vi è un’evidenza parallelismo con ciò che sono state le Crociate».
L’ISIS ha creato uno Stato in cui valga la Sharia, che deve essere fatta rispettare in nome di Dio alla conquista del mondo. DAESH non è un nuovo fenomeno di fanatismo islamico, anche se secondo Warda la situazione era migliore sotto il controllo di Saddam Hussein, perché le varie etnie convivevano relativamente in equilibrio, mentre dal 2003 il territorio è divenuto più caotico. I cristiani non hanno motivo di rimanere in queste terre: vengono privati di ogni proprietà, delle case e dei manoscritti. Sono costretti a convertirsi all’Islam oppure, con elevate tasse, ad abbandonare l’Iraq, a vivere come profughi senza privacy e dignità, oppure in ultima istanza ad essere uccisi. Rimanere è una vera e propria missione, e i più emigrano. «Abbiamo la responsabilità di aiutare l’Islam, l’unico aspetto positivo dell’ISIS è che ci ha permesso di interrogarci su come dovrebbe essere vissuta la religione e il rapporto con Dio, perché è evidente che non può essere in questo modo, e su come avvenga l’interpretazione dei testi, stravolti dal Califfatto, che riduce tutto alla violenza. Ora i musulmani devono domandarsi: come è potuto succedere ciò?». Il pubblico si chiede quale possa essere il proprio ruolo, mentre il monsignore sta per chiudere. «È importante pregare ma soprattutto fare informazione sulle vittime: ciò che sta accadendo è un genocidio, si può aiutare sia spiritualmente che economicamente ma per fermare l’ISIS dobbiamo soprattutto per essere più consapevoli riguardo ai delicati equilibri di tutto il Medio Oriente».

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