sabato, aprile 30, 2016

 

Il martirio delle Chiese d'Oriente, il mondo tace

By Avvenire
Camille Eid
 
Il martirio come esperienza quotidiana. Da evento piuttosto discontinuo e circoscritto a situazioni individuali, l’estrema testimonianza del sangue è tornata a essere un fenomeno di massa con la nuova vampata di terrorismo che investe buona parte del Medio Oriente, allargando i suoi tentacoli verso diverse zone dell’Asia e dell’Africa. Come definire diversamente la decapitazione di decine di fedeli copti in Libia, l’assassinio di suore missionarie nello Yemen, il rapimento di vescovi sacerdoti e suore in Siria, la cacciata di migliaia di famiglie dalla Piana di Ninive, la presa di ostaggi nella Valle del Khabur, l’imposizione della jizya ai fedeli di al-Qaryatain, l’incendio di decine di chiese in Egitto, la distruzione e rimozione di croci e altri simboli cristiani a Mosul e Raqqa?
Certamente, il martirio non è una “novità” per le Chiese d’Oriente. Il calendario copto, detto Calendario dei Martiri, fa partire la sua era il 29 agosto del 284 a ricordo di coloro che morirono sotto Diocleziano, mentre la memoria collettiva di tanti altre Chiese orientali è costellata di tragedie difficili da cancellare, non ultime i due genocidi di cui si è celebrato il centenario proprio l’anno scorso: il Genocidio armeno e “l’Anno della Spada” che ha cancellato la presenza siriaca e assira dal sud dell’Anatolia. Le avvisaglie dell’ultima fiammata di violenza anticristiana si erano mani-festate, dieci anni fa, con l’assassinio di due religiosi italiani: don Andrea Santoro, sacerdote fidei donum a Trebisonda, e suor Leonella Sgorbati a Mogadiscio, morta pronunciando per tre volte la parola «perdono» verso il suo uccisore. Il 17 settembre 2006, giorno del suo martirio, il Vangelo di Marco riportava le parole di Gesù: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo la salverà».
Da allora, il martirologio cristiano si è costantemente arricchito di nuovi nomi. Anzitutto in Iraq, dove la scure della violenza ha unito le diverse denominazioni cristiane in un autentico “ecumenismo del sangue”. Della lunga schiera di martiri fanno, infatti, parte sacerdoti siro-ortodossi come Boulos Iskander Behnam, pastori protestanti come Mundher Aldayr, prelati e religiosi caldei come monsignor Paulos Faraj Rahho e il padre Ragheed Ganni, senza contare le centinaia di fedeli che hanno perso la vita in oltre ottanta attentati contro luoghi di culto cristiani nel Paese. Le successive agitazioni in Egitto e la guerra in Libia e Siria hanno poi contribuito a estendere ampiamente il raggio delle persecuzioni. La Chiesa copta ha così deciso di inserire nel proprio Sinassario – equivale a una loro canonizzazione come martiri – i 21 cristiani sgozzati dal Daesh nel febbraio 2015 sulle coste di Sirte. «Icone, manoscritti e storici ci hanno testimoniato le gesta dei martiri fin dall’alba del cristianesimo, aveva dichiarato un vescovo copto-ortodosso, ma questo è il più grande caso di martirio cristiano del nostro tempo».
In Siria, le testimonianze di fedeli uccisi “in odium fidei” non si contano più. Come quella di padre Frans van der Lugt, gesuita olandese, ucciso a Homs il 7 aprile 2014. Dei suoi 76 anni, ne aveva trascorsi una cinquantina in Siria. «Sono l’unico sacerdote rimasto», aveva detto in un’intervista. «Qui c’erano decine di migliaia di cristiani, ora appena 66. Come potrei lasciarli soli?». Ma ci sono anche le testimonianze dei “martiri viventi”. Come Shamiran, una donna assira di 60 anni, prelevata con altri 230 cristiani del Khabur nel febbraio 2015 e rimasta per sette mesi tra le mani dei jihadisti. «In carcere – racconta Shamiran – abbiamo improvvisato una celebrazione della Pasqua. Abbiamo prima cantato degli inni, poi alla comunione, in mancanza di un prete e del vino, ci siamo scambiati a vicenda del pane imbevuto di acqua». Il martirio un déjà vu per i cristiani orientali, dicevamo. Eppure, quel che avviene oggi in Medio Oriente ha dell’assurdo perché, sebbene succeda “in diretta” davanti a noi, ostentato con orgoglio dalla macchina propagandistica dei carnefici, fa fatica a risvegliare l’Occidente dalla sua distrazione.
Anche per questo ci voleva un gesto forte come quello di ieri a Roma. Nessuna parte del mondo, in fondo, può dirsi esonerata dalla sequela di Gesù fino in fondo. L’ha detto papa Francesco, due settimane fa, ricordando nell’udienza concessa al Pontificio Collegio scozzese di Roma come «oggi i cristiani sono chiamati a imitare il coraggio dei martiri in una cultura spesso ostile al Vangelo». Nella prefazione di un libro appena uscito in Francia papa Bergoglio ha così ricordato i sette monaci trappisti sequestrati e uccisi in Algeria nel 1996: «Non sono fuggiti di fronte alla violenza: l’hanno combattuta con le armi dell’amore, dell’accoglienza fraterna, della preghiera comunitaria. I fratelli cistercensi dell’Atlas hanno reso testimonianza con il loro sangue.
Nella loro carne, hanno vinto l’odio nel giorno della grande prova. Ma è con l’intera loro vita che sono testimoni (martiri) dell’amore».
Un campanello d’allarme l’aveva suonato nel febbraio 2015 il cardinale Angelo Scola invitando gli europei a prendere il fenomeno martirio «molto sul serio» alla luce di quanto stava accadendo nell’islam. «Non è detto – aveva precisato l’arcivescovo di Milano – che il martirio del sangue ci sarà evitato come abbiamo pensato fino a dieci anni fa quando credevamo che la cosa non ci avrebbe riguardato».

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