venerdì, gennaio 22, 2016

 

Attesi domenica nella Repubblica Ceca i primi 30 dei 153 profughi cristiani iracheni che vi troveranno rifugio

By Baghdadhope*
 
L’Europa di Schengen si sta sgretolando di giorno in giorno. Ai sette  paesi che hanno già deciso di introdurre i controlli ai propri confini (Svezia, Danimarca, Norvegia, Germania, Francia, Austria e Malta) dovrebbero presto aggiungersene altri.  Sembra insomma che qualunque paese abbia dei confini di terra con altri voglia spostare il problema altrove, sempre più ad est, proprio in direzione dei paesi dai quali i profughi fuggono. Una situazione che alla fine toccherà  all’Italia ed alla Grecia affrontare da sole perché unici paesi a non avere un altrove che non sia il mare e perchè, se si può cinicamente delegare ad altri il compito dell’assistenza, indifferenti sia alle condizioni dei profughi sia ai problemi che il paese forzatamente accogliente dovrà affrontare, non li si potrà certo rimettere sui barconi diretti ad oriente. 
A ciò si aggiunge il deciso no al sistema di accoglienza dei profughi basato sulle quote assegnate ad ogni membro dell'Unione espresso da parte dei paesi del V4 (Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria e Polonia) che premono per una politica di rimpatri e perché gli hotspot –  le strutture create nei luoghi di arrivo dei profughi per identificarli, fotografarli e raccoglierne le impronte -  siano trasformati in centri di detenzione nei quali trattenere i profughi fino alla loro completa identificazione. 

Parallelamente al rifiuto delle quote però è proprio in quel blocco di paesi che si sta anche sviluppando un nuovo atteggiamento verso le crisi che hanno creato il problema dei profughi e che ha portato la Polonia, la Repubblica Ceca e la Slovacchia ad accettare sul suolo nazionale - al di fuori del sistema delle quote previste da Bruxelles - profughi di sola religione cristiana provenienti da Siria ed Iraq, da due dei paesi, cioè, dove la loro sopravvivenza è sempre più minacciata.
A cominciare è stata la Polonia dove le prime famiglie cristiane provenienti dalla Siria sono arrivate già nello scorso luglio. A permettere l’evacuazione delle 150 persone componenti le famiglie si sono unite le risorse e gli sforzi di varie entità come il Barnabas Fund, l’organizzazione caritatevole inglese di matrice evangelica che ha varato l’Operazione Rifugi Sicuri (
Operation Safe Havens) così spiegata: “Nei contesti più disperati i cristiani perseguitati non hanno altra scelta che fuggire dai propri paesi per salvarsi la vita. Questa è attualmente la situazione per molti cristiani siriani ed iracheni che vivevano nelle zone ora controllate dai militanti islamisti. L’Operazione Rifugi Sicuri copre i costi del loro trasporto e del loro reinsediamento in paesi sicuri dove possano vivere e celebrare la propria fede liberamente come cristiani.”
Barnabas Fund che ha collaborato con l’organizzazione non governativa polacca
Estera e con il Weidenfeld Fund, creato ad hoc da Lord George Weidenfeld, che aveva deciso di ripagare così il debito di gratitudine che aveva da quando, ragazzino ebreo a Vienna, fu salvato dai quaccheri e dai cristiani inglesi che lo fecero espatriare verso la Gran Bretagna (dove si è spento due giorni fa).
Dopo la Polonia è stata la volta della Slovacchia dove lo scorso dicembre ad arrivare è stato il primo gruppo di
149 iracheni di fede cristiana che, cacciati dalle proprio case nella Piana di Ninive dall’ISIS nella notte tra il 6 ed il 7 agosto 2015, vivevano in condizioni estremamente disagevoli e senza speranza di riscatto alcuno nei containers nel cortile di una chiesa cattolica caldea di Erbil. Nel caso slovacco a finanziare l’arrivo ed il reinsediamento di quei 149 profughi è stato il milionario mormone americano Glenn Beck, creatore del Nazarene Fund per "l’evacuazione dei cristiani particolarmente vulnerabili da paesi come Siria ed Iraq verso nuovi paesi dove possano ricostruire le proprie vite" supportato in tale sforzo dal predicatore evangelico Johnnie Moore e da Nina Shea, direttrice del Center for Religious Freedom dell’Hudson Institute, un centro studi conservatore con sede a Washington D.C.
Ora è la volta della Repubblica Ceca dove domenica 24 gennaio* sono attesi i primi 30 di 153 profughi iracheni cristiani destinati ad arrivare entro qualche mese e provenienti, quelli di prossimo arrivo dal Libano dove hanno già ottenuto lo status di rifugiati, e gli altri da un campo profughi di Erbil diverso da quello dal quale provenivano i profughi arrivati in Slovacchia.
Lo scorso ottobre il primo ministro ceco, Bohuslav Sobotka, aveva
approvato l’arrivo di questi profughi in un incontro avuto con il sacerdote siro ortodosso Padre Benjamin Shamoun
e secondo quanto dichiarato da Martin Frýdl a nome della Fondazione Generazione 21 che ha curato il progetto, i profughi verranno ospitati dapprima in una struttura per le procedure di ammissione per essere poi trasferiti  in un’altra struttura ricettiva nella città di Jihlava dove frequenteranno corsi di lingua ceca prima di essere smistati nei territori delle diocesi che li accoglieranno.  A pagare il progetto che ha un costo stimato di 15 milioni di corone (circa 555.000 Euro) anche questa volta è il Barnabas Fund, sostenuto dall’International Christian Outreach Ministry.  Come è chiaro da questi esempi questi paesi stanno attuando la politica dell'“a casa mia invito chi voglio” e lo fanno con la collaborazione attiva della galassia cristiana non cattolica che, evidentemente e dichiaratamente, ha a cuore la sorte non di tutti i profughi delle guerre che si stanno svolgendo in territori a maggioranza musulmana, ma solo di quelli cristiani che di esse sono tra le principali vittime.
A poco sembra siano valsi i progetti della comunità internazionale, e quella cattolica in particolare, a favore della permanenza/resistenza di quei cristiani nelle loro terre ancestrali a difesa di una cristianità sempre più minacciata.
La Polonia, la Repubblica Ceca e la Slovacchia non sono la Germania, la Svezia o la Gran Bretagna. Senza nulla togliere a quei paesi è probabile che nessuno di quei profughi avrebbe mai scelto di andare, se avesse potuto, a Varsavia, Praga o Bratislava.
Eppure lo hanno fatto e questo dà la misura della loro disperazione.
Tocca prenderne atto. I mormoni, gli evangelici e persino gli ebrei con Lord Weidenfeld, con pragmatismo lo hanno fatto, ma anche la chiesa cattolica non si è tirata indietro.
Seppure non in prima fila in queste operazioni di espatrio su base volontaria perché ampiamente impegnata a garantire tutto il possibile a chi invece non vuole o non può lasciare i propri paesi, essa non ha mancato di garantire ai profughi che lo hanno fatto il proprio l’appoggio. Così, ad esempio, nel caso della Slovacchia nulla si sarebbe concretizzato senza l’
impegno della diocesi di Nitra ad accogliere i profughi una volta terminato il periodo di quarantena obbligatoria, ed i profughi non avrebbero potuto celebrare il Natale secondo il rito siriaco se non li avesse raggiunti e confortati il sacerdote siro cattolico Firas Durdur con l’approvazione del proprio patriarca. E certo nessuna di queste operazioni si è svolta, malgrado la poca attenzione ad esse riservata da parte degli organi di stampa in Italia ed in Vaticano, senza che i vertici della chiesa non fossero stati avvertiti. E non sarebbe stato d’altronde possibile, non fosse altro perché lo stesso segretario della Congregazione per le Chiese Orientali, Mons. Cyril Vasil S.I. è nato proprio a Kosice, la città slovacca dove i profughi sono atterrati in arrivo da Erbil.      
In questi tempi di incertezza, di confini mobili, di unioni in crisi e di sempre maggiori tensioni tra le componenti della società in Europa, attribuite da alcuni al massiccio afflusso di fedeli musulmani e da altri al massiccio afflusso di profughi tout court, la sorte di quei cristiani siriani ed iracheni in Polonia, nella Repubblica Ceca ed in Slovacchia non può lasciarci indifferenti. E’ il segnale amaro che dà ragione a quel sacerdote iracheno che ben conosce la situazione e che ha
affermato in una dichiarazione al SIR che ormai per loro il conto alla rovescia è già iniziato.
Secondo le ultime notizie la partenza dal Libano potrebbe essere procrastinata per la mancanza di una specifica richiesta che avrebbe dovuto essere presentata almeno tre settimane prima della data fissata  alle autorità libanesi competenti.

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