mercoledì, dicembre 23, 2015

 

Il reportage. Le feste senza luci dei fedeli minacciati da violenze e islamizzazione. L'angoscia del patriarca caldeo Sako: "Vogliono allontanarci qui il nostro futuro è oscuro"

By La Repubblica in Il Sismografo blogspot
Giampaolo Cadalanu


Il Natale di Bagdad "Noi cristiani tra le bandiere nere ma resisteremo". Dai muri delle strade attorno alla zona verde, gli occhi penetranti del profeta Ali seguono i passanti, le donne velate che camminano in fretta, i ragazzi che fumano sul marciapiede, i militari con kalashnikov che controllano gli incroci. I ritratti del genero di Maometto sono una dichiarazione di fede sciita. «Prima non era così. Bagdad era come una città occidentale, adesso le strade sono nere, ovunque è pieno di bandiere», si accora Louis Sako, patriarca caldeo della capitale.
Per i cristiani, il futuro dell'Iraq è oscuro. Appena pochi giorni fa Sako ha aperto la Porta Santa della cattedrale di Bagdad, sottolineando che «testimoniare può portare al martirio, e noi non abbiamo paura».
Ma davanti al presidente del Senato italiano Pietro Grasso, in visita in Iraq, il patriarca non nasconde le sue preoccupazioni: «Di questo passo i cristiani se ne andranno tutti. Da poco gli sciiti hanno lanciato volantini sulle case dei cristiani, dove si diceva: anche la Madonna portava il velo, dovete farlo pure voi. Hanno proposto di chiudere i negozi che vendono alcol. Ma se vogliono uno stato islamico, c' è già Daesh». Secondo il patriarca, «è indispensabile che la comunità internazionale faccia un' azione politica con i leader religiosi islamici, perché emettano una fatwa di condanna per ogni violenza, anche sui non musulmani».
A preoccupare i cristiani è soprattutto una norma proposta al Parlamento di Bagdad, che imporrebbe la fede musulmana anche ai figli di un solo genitore che si converta all' islam. Non è detto che sia approvata: il capo dello Stato l'ha rinviata al Parlamento e lo stesso presidente dell' Assemblea, Salim Al Jabouri, ha voluto garantire alla delegazione italiana «la massima tutela delle minoranze», curando di far trovare persino un albero di Natale nell' ingresso del Palazzo.
Ma se a Bagdad c' è preoccupazione per l' attivismo sciita, nel nord Iraq è il fanatismo sunnita di Daesh, il sedicente Stato Islamico, a spaventare. Lo sanno bene le famiglie di Karakosh, cittadina a prevalenza cristiana non lontana da Mosul.
Nella notte del 6 agosto 2014 hanno raccolto in fretta le proprie cose e sono partiti, dopo l' arrivo del primo razzo. «Ci ha salvato Gesù, perché la casa davanti a noi è crollata », racconta nonna Victoria, che ha 62 anni. Chi è rimasto a Karakosh è stato catturato dai fondamentalisti: le donne sono state vendute come schiave, gli uomini chissà.
La famiglia di Victoria vive di solidarietà internazionale in una sola stanza, a Erbil. Sulla parete, accanto al crocefisso, c' è l' adesivo di una organizzazione di solidarietà cristiana Usa. Ma la nonna confida in papa Francesco: «Preghi per noi, perché possiamo tornare a casa».
Nel piano di sopra, anche Salah Sarkis si accontenta di una stanza per sé, sua moglie e i quattro figli. E' un giornalista, e mostra con orgoglio il suo ultimo commento su un foglio che si chiama Suraya, "Cristiano". Racconta che a Karakosh i pochi islamici avevano da tempo cominciato ad "allargarsi", comprando terreni e minacciando i cristiani. «Poi, con l' arrivo di Daesh, per noi c' era la scelta: convertirci, o andare via, oppure restare quasi come ospiti, pagando 40 dollari a testa come tassa mensile per la nostra religione».
Padre Majid, scappato anche lui da Karakosh, racconta di aver camminato nell' oscurità per sei-sette ore, per poi finire sotto una tenda: «E' stato Gesù a dirci: lasciate tutto e seguitemi. E noi abbiamo lasciato tutto, per la nostra fede ». «La situazione degli sfollati è difficile, soltanto dalla provincia di Ninive sono fuggite almeno quattromila famiglie, molti sono in Giordania, in Libano, in Turchia. A Erbil sono almeno seimila le famiglie di cristiani sfollate», dice Petros Mouche, arcivescovo di rito siriaco per Mosul e Kirkuk.
Fra cattolici, caldei, ortodossi, la comunità cristiana in Kurdistan raggiunge i 150 mila fedeli. Ma sulla possibilità della convivenza futura con i musulmani, monsignore è scettico: «Se ci fosse la possibilità... Sarebbe difficile ma non impossibile, con l' aiuto di Dio».

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