lunedì, novembre 30, 2015

 

Patriarca Sako: nelle violenze e persecuzioni, la misericordia è il cammino del cristiano

By Asia News
Louis Raphael I Sako
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Indetto da papa Francesco, il prossimo 8 dicembre si aprirà il Giubileo straordinario della Misericordia, che verrà celebrato non solo a Roma, ma in tutte le diocesi del mondo e nei principali santuari.
Alla vigilia delle celebrazioni, il patriarca caldeo Mar Louis Raphael I Sako ha scritto una lettera pastorale, inviata per conoscenza ad AsiaNews, in cui ricorda che “la misericordia è il cammino del cristiano”, in particolare nei momenti di prova e di sofferenza. Sua beatitudine spiega che la misericordia “non è un ideale vago”, ma un comportamento “ricco, aperto e dinamico alla luce della fede e alla maniera di Gesù”. Per noi cristiani, ricorda, “il martirio è il carisma della nostra Chiesa” e, rivolgendosi ai musulmani, esorta a “collaborare con loro per una vita comune, in pace e armonia”.
Ecco, di seguito, la lettera pastorale di Mar Sako:
Introduzione
La misericordia non è un ideale vago, ma è un comportamento cristiano ricco, aperto e dinamico alla luce della fede e alla maniera di Gesù.  È il suo primo annuncio, il “kerigma”. La misericordia è la prima preghiera nel Vangelo. “Signore pietà” vuol dire “abbi misericordia di me”, in greco vuol dire “ungermi con olio, per essere guarito”. Questo richiede il nostro continuo impegno di crescere in ciò che è più nobile e vero, nel cammino cristiano del discepolo di Cristo, che ci dà consolazione e forza. La Chiesa deve consolare, la sua missione è accogliere i figli feriti dal peccato e non lasciarli soli, come fa Dio che è padre e madre, consola e non si stanca mai. Seguendo Gesù, la Chiesa deve essere madre e maestra. Ma può essere maestra solo in quanto è madre. Per questo molti si aspettano da papa Francesco decisioni coraggiose e profetiche, in questo anno giubilare della misericordia.
La misericordia nella spiritualità della Chiesa caldea
La Chiesa caldea, che è una delle più antiche chiese cristiane, ha mantenuto la sua sobrietà lontano dal trionfalismo greco e la sua logica nel presentare la propria fede. La fede secondo la teologia caldea è un rapporto di amore, un rapporto mistico, talvolta sperimentato nel sangue (è rimasta Chiesa martire). Essa si esprime nella sua liturgia (giudaico-cristiana) attraverso la linea risurrezione, vita e rinnovamento (speranza) e nei testi dei padri che hanno cercato di aiutare i fedeli ad essere discepoli di Cristo nei dettagli della difficile vita quotidiana, con una fedeltà assoluta.
La teologia caldea si basa sulla grazia. La grazia è più grande del peccato. Non vi è alcun appello alla croce, alla sofferenza e alla mortificazione. Si tratta del Vangelo pieno di amore, misericordia, perdono, ammirazione e gioia. La Croce nelle chiese caldee è priva del corpo, come nella tomba vuota, simboleggiando così la risurrezione e guardando a Gesù risorto e glorificato, che si rivolge ai fedeli che vivono nelle difficoltà. Gesù è risorto e se saremo uniti a Lui, avremo la stessa sua sorte di risorto. Imitarlo significa ogni giorno prendere qualcosa da Lui e metterlo dentro di noi per essere incorporati e trasformati in Lui. Noi mortali uniti a Lui, l’Immortale, otterremo la vita eterna. Ciò infonde in noi grande speranza e dà coraggio. Questo cammino che penetra nel mistero pasquale è faticoso, è un cammino di perdita e guadagno, che alla fine conduce alla vita nuova.  
La misericordia prende un grande spazio nella liturgia caldea. Essa è influenzata dai Salmi di misericordia e pietà. La misericordia crea un cambiamento positivo nel peccatore, gli dà fiducia e lo aiuta alla riconciliazione con Dio e con gli altri membri della comunità. In arabo la parola “rahim-rahma” significa il grembo che accoglie la vita (i bambini). Così è il nostro Dio misericordioso, che ci accoglie come suoi figli con amore e tenerezza. Anche i nostri fratelli musulmani, come noi cristiani, invocano Dio misericordioso. Gesù nel Vangelo ci invita dicendo: “Siate misericordiosi, come misericordioso è il vostro Padre celeste”.
San Isacco di Ninive, un padre spirituale della nostra terra, vissuto nel VII° secolo, dice: “Non è degno del Signore che è amore, mandare un povero peccatore all’inferno. Questo atteggiamento non va bene con la sua misericordia. I peccati sono atti e non essenze”. Simon Taibuteh, dello stesso periodo, dice: “L’esperienza ci insegna che quando la grazia opera in noi, la luce dell’amore per i nostri fratelli si diffonderà nei nostri cuori al punto che non vediamo i loro peccati”. Narsai, del V° secolo, ha dichiarato: “La misericordia di Dio e il suo amore non si misurano dal peccato umano”. Lo “sheol" (parola) che abbiamo tradotto con purgatorio, è un luogo di misericordia. La misericordia, come l’amore, non conosce limiti. L’amore non si sbaglia mai. Dio amore e misericordia ci ama, si abbassa su di noi, ci perdona e cammina con noi. Meditiamo la parabola del figliol prodigo in Luca 15. La misericordia del padre che ci aspetta: “Buono e misericordioso è il Signore, tardo all’ira e molto benigno… Come un padre ha compassione dei suoi figlioli (Sal 103: 8’13).  Questo è il nostro Dio!”.
L’Anno santo della Misericordia
L’Anno santo della Misericordia, che inizierà l’8 dicembre 2015 e terminerà il 30 novembre 2016, è un tempo forte per noi pastori e fedeli che ci chiama a essere veri “Missionari della Misericordia”, come dice papa Francesco. È un’occasione di conversione prima per noi pastori e, in particolare, verso i “lontani” come il Buon Pastore. Egli, Figlio di Dio, pur combattendo il peccato, non ha mai rifiutato nessun peccatore. In siriaco un vescovo è chiamato Hassia, che vuol dire il portatore del perdono; dobbiamo mantenere viva nel nostro cuore la grazia della Misericordia e parlare di Dio agli uomini del nostro tempo in un modo più comprensibile, con un linguaggio adeguato e chiaro, senza lasciare niente di ambiguo e di vago. Dobbiamo annunciare il Vangelo in modo nuovo e con entusiasmo, come sta facendo papa Francesco, ci ha chiesto durante il Sinodo sulla famiglia di usare le belle parole: “Per piacere, scusa, permesso e grazie”.
Il documento d’indizione inizia con l’affermazione che “Gesù Cristo è il volto della misericordia del Padre. Il mistero della fede cristiana sembra trovare in questa parola la sua sintesi”. La misericordia non è una parola astratta, ma un volto da scoprire, riconoscere, contemplare e servire. Le opere di misericordia davanti al dramma della povertà e dell’ingiustizia devono spingerci a entrare sempre di più nel cuore del Vangelo, dove i poveri sono i privilegiati della misericordia divina”. La Chiesa si faccia voce di ogni uomo e ogni donna e ripeta con fiducia e senza sosta: “Ricordati, Signore, della tua misericordia e del tuo amore, che è da sempre” (Sal 25,6).
Dobbiamo capire meglio la realtà in cui viviamo alla luce dello spirito e non fare in maniera meccanica o solo giuridica. Approfondiamo il nostro pensiero sulla parola di Gesù. Il sabato è per l’uomo e voglio misericordia e non sacrifici ( Mat 12-7). Cerchiamo lo spirito e il senso dei gesti e interiorizzare tutto questo come Maria: “Maria conserva in cuore tutte queste cose e le meditava” (Luca 2’19) L’importanza del silenzio e della contemplazione nella nostra vita è essenziale. Il nostro obiettivo è ascoltare, dialogare e ridare speranza ai giovani, aprire davanti a loro il futuro, aiutare i vecchi, i poveri e i perseguitati. Sentire la loro sofferenza. 
Misericordia nelle sofferenze attuali in Iraq
“Per noi cristiani dell’Iraq il martirio è il carisma della nostra Chiesa. In quanto minoranza, siamo di fronte a difficoltà e sacrifici, ma siamo coscienti di essere testimoni di Cristo e ciò può significare anche arrivare al martirio” come hanno agito i nostri martiri lungo la storia, ma anche oggi: l’arcivescovo di Mosul Paolo Faraj Rahho, i padri Raghid Ganni, Wassim e Thair, e tanti fedeli. La fede e il martirio nella lingua araba hanno la stessa radice: “Shahid wa shahad”. Per noi la fede non è questione ideologica, o speculazione teologica, ma una realtà mistica di amore, è il DNA della nostra esistenza. La fede è un incontro personale con Cristo che ci conosce, ci ama e a cui ci doniamo totalmente. Per lui bisogna andare sempre oltre, fino al sacrificio come hanno fatto i cristiani di Mosul e dei villaggi della piana di Ninive un anno fa, nell’estate 2014. Sono per noi un onore e un segno di generosità.
Non vogliamo abbandonare la nostra patria svuotandola della presenza cristiana. L’Iraq è la nostra identità. Abbiamo una vocazione, dobbiamo testimoniare la gioia del Vangelo. Come Abramo figlio di questa terra che sperò, contro ogni speranza. Abramo era per tutti e noi siamo per tutti. Come patriarca, vescovi e preti siamo per tutti, per servire cristiani e musulmani, anche questa è la nostra missione che è un impegno assoluto. Nelle circostanze in cui viviamo dobbiamo essere più attenti ai nostri fratelli e sorelle sofferenti, sfollati, emigrati, ai poveri, orfani e alle vedove, metterci accanto a loro, essere presenti e vicini e accompagnarli con tutto quello che abbiamo, come forza e denaro, e dare loro segni di speranza. Che bello condividere ciò che abbiamo con gli altri, con gioia, come testimoni della nostra fede in Gesù Cristo. Quanto è bello mostrare amicizia, solidarietà e sostegno ai nostri fratelli musulmani. Dobbiamo collaborare con loro per una vita comune, in pace e in armonia. La nostra sofferenza comune diventa allora una forza, affinché passi la tempesta!
La misericordia deve essere per noi la maniera di testimoniare la presenza di Dio e di Gesù nel nostro mondo. La porta della misericordia deve essere sempre aperta: “Beati i misericordiosi, perché essi vedranno Dio” (Mat. 5-7).Ecco il nostro vangelo!

* Patriarca di Babilonia dei Caldei e presidente della Conferenza episcopale irakena

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