venerdì, ottobre 16, 2015

 

Iraq, parlamentare cristiano: Unite, Mosca e Washington possono battere lo Stato islamico


In Iraq vi sono “interessi esterni” che premono in direzione di una “divisione in tre parti” del Paese [sunnita, sciita e curda] e forse questi attori “potranno creare situazioni di caos, tensione e conflitto”, ma “non avranno successo”. “Forse i curdi” nel lungo periodo “potrebbero staccarsi” e dar vita a una nazione autonoma “ma non adesso, in futuro. E forse un futuro lontano”.
È quanto afferma ad AsiaNews il parlamentare cristiano Yonadam Kanna, leader dell'Assyrian Democratic Movement, membro della Commissione parlamentare sul Lavoro e gli affari sociali. Per i sunniti e gli sciiti, spiega il politico, il discorso è diverso e “non lo faranno”, in particolare dopo “gli attacchi della Russia e la possibili cooperazione fra Washington e Mosca” [al terzo round di colloqui, ndr] che “uniti” potrebbero mettere “la parola fine a questo conflitto”.
L’avanzata delle milizie dello Stato islamico (SI) in Siria e Iraq - dove controllano quasi metà del territorio, sebbene si tratti di aree in prevalenza desertiche fatta eccezione per Mosul, Anbar (Iraq) e Raqqa e Palmira (Siria) - ha subito una brusca frenata in concomitanza con l’inizio dei raid russi. Da fine settembre Mosca ha lanciato pesanti bombardamenti contro obiettivi dei miliziani in Siria, a sostegno del presidente Bashar al-Assad, provocando forti perdite fra i jihadisti. E anche sul versante irakeno cominciano a perdere colpi.
I raid russi e le operazioni della coalizione internazionale, spiega Yonadam Kanna, hanno permesso all’esercito irakeno, ai peshmerga, ai tribali e ai gruppi di lotta popolari di guadagnare terreno. “A Kirkuk - racconta - i curdi hanno liberato 12 villaggi, mentre i militari di Baghdad hanno circondato Anbar e Ramadi”. Tuttavia vi sono anche dei problemi, fra cui “il crollo del prezzo del petrolio e la mancanza di fondi”, che rendono critica la situazione con l’inverno alle porte. “Per questo - avverte - serve l’attenzione della comunità internazionale, oltre che aiuti e più serietà nella lotta allo SI”.
Il parlamentare cristiano definisce l’intervento russo “molto più efficace” nella lotta allo SI, rispetto a quanto “fatto sinora dalla coalizione internazionale”. Al contempo, avverte, è necessario che Mosca “non vada per contro proprio, ma si coordini con le altre forze sul terreno come gli Stati Uniti”. E ancora, non deve sembrare che “si stia muovendo per difendere gli sciiti dai sunniti, così come l’America e l’Occidente non devono sembrare i difensori dei sunniti dagli sciiti”. Entrambi devono essere “uniti nella lotta al terrorismo” e “non devono sembrare difensori dei cristiani contro l’islam… questa è una lotta unita al terrorismo”.
Finora Turchia e Arabia Saudita hanno condizionato l’intervento americano in Iraq, che ha cambiato idea in corsa dopo aver capito che questi movimenti estremisti islamici si sono rivelati dei gruppi terroristi. “Tutto è cambiato - racconta Kanna - alcuni alleati di Europa e Stati Uniti hanno tradito, non hanno sostenuto i movimenti democratici di opposizione in Siria [e altrove] ma i terroristi, e questo è il risultato”. Le soluzioni finora “non sono state ottimali, ora si cerca una strada comune fra  Mosca e Washington e questo è positivo: se ciascuno dei due va per contro proprio è un pericolo per la pace, ma se lavorano in comune vi sono buone prospettive. Vi è un rischio concreto di penetrazione massiccia dell’estremismo in Europa, in Occidente, un problema globale di sicurezza che non riguarda solo l’Iraq, la Siria”.
In questo contesto si fa sempre più critica la situazione dei cristiani, molti dei quali hanno abbandonato il Paese o hanno trovato rifugio nel Kurdistan irakeno, per sfuggire alle violenze dello SI abbandonando in tutta fretta le loro case a Mosul e nella piana di Ninive. In poco più di un decennio la popolazione è dimezzata e anche il riconoscimento nella Costituzione della minoranza, della lingua aramaica, della quota riservata in Parlamento non sono bastati. “Le discriminazioni - racconta il leader cristiano - sono un dato evidente, basti pensare alle possibilità di lavoro. Il 60% dei membri che un tempo formavano la comunità della capitale è fuggito, noi siamo in pericolo, il nostro patriarca [Mar Sako] e i vescovi fanno bene a denunciare, il nostro popolo deve essere protetto dalla comunità internazionale”.
Dopo duemila anni nella piana di Ninive non si sente il suono di una campana e non si celebra una messa domenicale. Le persone soffrono, il governo non interviene a fondo, la crisi economica acuisce i problemi e manca la fiducia nel futuro. “La sopravvivenza della comunità cristiana d’Iraq - sottolinea il parlamentare - è legata alle settimane, ai mesi che serviranno per cacciare l’Isis e riportarli a Mosul e nei loro villaggi, avviando un nuovo piano Marshall che permetta loro di ricostruire un’esistenza dignitosa. Servono lavoro, infrastrutture, protezione internazionale e riconciliazione fra le diverse anime del Paese”. Infine, conclude Kanna, è necessario “risolvere il problema fra Erbil e Baghdad, delineando con chiarezza il controllo delle rispettive aree.

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