venerdì, marzo 20, 2015

 

Cristiani d'Iraq, hanno perso tutto ma non la fede: nostro reportage da Erbil

By La Vita del Popolo (Treviso)
Annalisa Milani

L’aereo scende nella luce sospesa tra notte e giorno sopra l’enorme grappolo di luci di Erbil, capitale curda, che in poco più di 6 anni si è trasformata, come una cellula impazzita, da villaggio a metropoli. Dopo l’attraversamento della piana che circonda l’aeroporto (si arriva in una struttura modernissima e poi si viaggia in pullman in mezzo al nulla per 20 minuti prima di guadagnare l’uscita vera) ecco Wisam, l’amico monaco dell’ex monastero di Gesù Redentore di Qaraqosh.
L’abbraccio con me, don Giorgio Scatto della comunità di Marango, suor Gemma, monaca della comunità trentina di Pian del Levro, e Giorgio, mio marito, è lunghissimo, intenso. Si abbraccia un amico che dopo il 6 agosto 2014, con l’avanzata dell’Isis da Mosul per tutta la piana di Ninive, si pensava perduto. Teso, dimagrito, con un berrettino con il frontino sempre in testa, sorridente quanto mai, urla abbracciandoci “Benvenuti, benvenuti… Dio vi benedica”.Due milioni di profughi accalcati
L’avevo incontrato nel 2012 a Qaraqosh, ma ora, con i fratelli monaci Yasser e Raid, condivide la sorte di due milioni di profughi. L’Onu li definisce Internal dispaced peoples - Idps, e sono due milioni di persone: non solo cristiani, ma anche musulmani sciiti e sunniti, yazidi che hanno perso la loro casa, ma restano nel loro paese. Un mare di persone che da mesi vive o in campi allestiti con tende o in caravan su pezzi di terra brulla alle periferie dei centri urbani o in parchi cittadini (come quello nel cuore di Erbil a cura della chiesa caldea), o in edifici in via di costruzione.
Si accalcano anche quattro o cinque famiglie in appartamenti spesso ancora allo stadio del cemento grezzo, senza intonaco, né pavimenti, né infissi. I nostri amici vivono nel campo di Osal, un agglomerato di case nuove a 30 minuti da Erbil centro e paradossalmente accanto ad un modernissmo dysneland curdo, il “Dynosaur park”. Qui vivono 300 famiglie sfollate in case in costruzione, per fortuna con infissi, divise al loro interno con cartongesso. I punti di riferimento sono Wisam, Raid, Yasser e Rahama, Suam e Victoria, tre suore domenicane, pure profughe due volte, prima da Mosul a Qaraqosh e poi da Qaraqosh a Erbil. “Ho sempre una valigetta pronta” ci dice suor Rahma, mentre i nostri amici monaci nella fuga di notte del 6 agosto 2014 hanno lasciato tutto in monastero, persino i vestiti. Con un sorriso amaro Wisam ci dirà: “Anche l’immagine di Charles de Foucault della saletta di accoglienza sarà stata bruciata da Daesh-Isis!”.
Loro, dal mattino alla notte corrono per i bisogni degli sfollati del campo Osal ed anche del campo approntato nel “palazzo” poco lontano, dove vivono 180 famiglie. Non c’è lavoro per nessuno di questi uomini e donne che da sempre a Qaraqosh, Berthella, Karamless ed altri paesi sulla piana di Ninive, coltivavano le terre degli avi cristiani e avevano impiantato piccoli commerci. Ora sono seduti su sedie di plastica a piccoli gruppi, parlano con gli sguardi vuoti e se ti fermi, mentre ti offrono un tè o un caffè iniziano a raccontarti... molti di loro dicono: “Questa volta basta, non possiamo più vivere con i musulmani, provenivano dai villaggi più poveri e li abbiamo aiutati con le scuole, i centri della salute, ed ora che è arrivato l’Isis i nostri vicini sono i primi che si sono rivoltati contro. Telefonano ad alcuni di noi dicendoci ironicamente che hanno occupato le nostre case e ci chiedono che cosa vogliamo che ci lascino! Non abbiamo più speranza, vogliamo andare via, in Europa, Australia, Canada, aiutateci!”.

Abbandonati e senza speranza
Anche i Curdi sfruttano i cristiani: i prezzi delle case, i prezzi dei beni di prima necessità sono aumentati abnormemente. Lo sciacallaggio si è scatenato ovunque, anche ad Ankawa, quartiere cristiano di Erbil da sempre: negli appartamenti sono ospitate 4000 persone, i prezzi per due stanze sono di 900 dollari e molte famiglie che avevano portato via un po’ di soldi accumulati se li stanno mangiando tutti, trovandosi completamente a terra. Padre Jallal, che gestisce un campo di container mi dice: “Molti chiedono asilo nei container, perché in questi campi un po’ di assistenza c’è”. Molti adolescenti sono senza scuola e tentano, per far sopravvivere la famiglia, di trovare qualche lavoretto in nero e i giovani che frequentavano l’ università non possono più andare avanti, non hanno soldi, non conoscono il curdo e oltre allo sradicamento subentra la non integrazione.
Aissar, ventenne, lungo, magro, davanti ad uno scatolone di pere che vende dentro i corridoi del campo dell’Ankawa Mall, mi racconta: “Io frequentavo il primo anno di Scienze ambientali all’università di Mosul, ora non posso più andare all’università e faccio qualcosa per sopravvivere. Ho molta nostalgia di casa, voglio ritornare. Tutti i giovani sfollati che hanno interrotto gli studi non fanno nulla e sono disperati!”.
Solo le elementari e medie sono state garantite dagli stessi insegnanti cristiani-iracheni che si sono auto organizzati, sotto le tende, dentro i container, in stanze piccole che a volte contengono 100 allievi.

Abitazioni da 9 metri quadrati
All’Ankawa Mall, un enorme centro commerciale in costruzione, si sono costruite con box e mura in cartongesso stanzette da tre metri per tre, dove vivono 5 o 6 persone: entrando ti investe l’odore di vissuto quotidiano di 420 famiglie e 1.700 persone. Impressionante è anche il rimbombo delle grida di bimbi che si rincorrono nelle scale ancora da finire. Qui in questo grigio e buio contenitore dove la luce penetra da un enorme lucernario, ma non riesce a raggiungere i piani dove si sono attrezzati fornelli e cucine, incontriamo Afnan, già conosciuta tra le donne di preghiera nel monastero di Qaraqosh nel 2012. Ci riconosce e piange. Il suo esiguo spazio è ordinato e pulito. Si tira giù un materasso impilato con altri per la notte (ha con lei due figli) ci si siede per terra, offre subito il caffè e aggiunge: “In questa situazione i valori umani si sono persi, c’è poca collaborazione anche tra la gente, le condizioni portano a far scoppiare molti conflitti”. Virgin, che ora presiede la scuola elementare del campo con 200 bambini in sei classi, ci racconta come i bambini non comunicano più tra loro, è aumentata l’aggressività, molti vivono incubi e non dormono di notte. “Che cosa possiamo fare noi per loro? Che cosa possiamo dire alle nostre comunità in Italia? Queste le domande che ci sorgono e poniamo sempre”. La risposta di Afnan e Virgin è: “Pregate”. Virgin aggiunge: “Vorrei ritornare libera, e non c’è odio nei confronti di chi ci ha fatto tutto questo, ma vogliamo ritornare a vivere in pace nelle nostre terre”.
Di fronte alla nostra fragile fede di cristiani di occidente, le parole di queste cristiane irachene ci lasciano senza fiato. Seduti a terra, con don Giorgio che piange, apriamo tutti le mani per un Padre Nostro in italiano, aramaico, arabo. Un Padre Nostro comune ed in varie lingue che si ripeterà spesso fino all’ultimo momento del nostro viaggio. Da un campo profughi all’altro incontriamo padre Jallal e fratel Basem, rogazionisti iracheni che gestiscono un campo di container con 270 famiglie. “Come tutti quelli di Erbil ed Ankawa - dice padre Jallal in perfetto italiano - questo campo è stato aperto dalla commissione dei vescovi, caldei, siri, ortodossi. Il ruolo della chiesa è essenziale, mentre dallo stato iracheno o curdo non è arrivato quasi nulla. Qui umanamente la gente vive spogliata della propria dignità e man mano che il tempo trascorre l’ incertezza del futuro getta ancora più nella disperazione”. Aggiunge: “Le nostre chiese nelle zone occupate sono state distrutte o trasformate in ristoranti e a fare questo sono stati spesso i musulmani che erano i nostri vicini, con loro un dialogo non sarà mai possibile”. Una posizione, questa, ripetuta in molti incontri.

Si riorganizza la comunità cristiana
Attraversiamo una trafficatissima strada che taglia in due il campo e lungo i cui bordi, con i teli blu dell’Alto Commissariato dei Rifugiati, si sono costruiti banchetti di fortuna che vendono un po’ di cibo. E via verso il Shelter Sport Ankawa, altro ex centro sportivo nel cui cortile oggi vi sono container con 215 famiglie. Il giovane abuna (padre) Bashar, chiamato a destra e a manca, ci racconta mentre ci accompagna: “Questa esperienza è per me nuova, molto sofferta, ma è il mio servizio come sacerdote”. Ci fermiamo a bere il caffè offerto dalla famiglia di Abdhallah, che ci convince che se avessero avuto armi vere si sarebbero difesi. Abuna Bashar gli dice in arabo “lascia perdere”, ed è ben contento quando ci dice che a Natale di persona l’ha chiamato “padre Francesco” o meglio “papa Francesco”. Scopriremo poi che attraverso altre “chiamate” personali papa Francesco è sempre presente lì, tra quei cristiani. Sotto le tende diventate chiese, nei corridoi e pianerottoli dei palazzi, nei magazzini, si riorganizza il catechesimo, il rosario ogni giorno, la messa ogni domenica, la preparazione per la prima comunione, i battesimi dei bimbi che, nonostante tutto, nascono, insomma le “parrocchie in esilio”, per i cristiani iracheni che ormai rischiano la scomparsa, funzionano per il momento da forte legame comunitario.

Yazidi, gli ultimi tra gli ultimi
Ma per le 35 famiglie di Yazidi che visitiamo nel campo di Osal non esiste nessuna struttura di chiesa, nessun legame comunitario. Gli Yazidi, stabilitisi attorno al monte Sinjar nel 1915, in numero di 700 mila, di religione zoorastiana, ora sono i paria tra i profughi. Sotto una struttura di lamiere e cartoni, incontro Ali. Abitava a Sinjar con altre 5.000 persone e mentre l’Isis attaccava, 35 persone della sua famiglia sono salite per 7 giorni al monte Sinjar. La situazione è stata tragica, molte donne hanno lasciato morire i bimbi piccoli perché non avevano acqua, poi con un intervento d’emergenza molti sono stati salvati ed ora vivono in 16 campi profughi attorno a Dohuk, ma “in condizioni da piangere”.
Ma nessuno dei miei racconti può documentare l’intensità del momento di silenzio di suor Suam, quando mi ha tradotto ciò che è accaduto ad una donna loro parente a cui i guerriglieri hanno tolto il bambino di 7 giorni dalle braccia e l’hanno ucciso sbattendolo sulla pietra. Il silenzio è doveroso di fronte a queste barbarie. Le uniche parole che mi sento di scrivere sono quelle del salmo 126 nato in queste terre “Riconduci, Signore, i nostri prigionieri, come i torrenti del Negheb. Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo. Nell’andare, se ne va e piange, ma nel tornare,viene con giubilo, portando i suoi covoni”.
L’aereo scende nella luce sospesa tra notte e giorno sopra l’enorme grappolo di luci di Erbil, capitale curda, che in poco più di 6 anni si è trasformata, come una cellula impazzita, da villaggio a metropoli. Dopo l’attraversamento della piana che circonda l’aeroporto (si arriva in una struttura modernissima e poi si viaggia in pullman in mezzo al nulla per 20 minuti prima di guadagnare l’uscita vera) ecco Wisam, l’amico monaco dell’ex monastero di Gesù Redentore di Qaraqosh.
L’abbraccio con me, don Giorgio Scatto della comunità di Marango, suor Gemma, monaca della comunità trentina di Pian del Levro, e Giorgio, mio marito, è lunghissimo, intenso. Si abbraccia un amico che dopo il 6 agosto 2014, con l’avanzata dell’Isis da Mosul per tutta la piana di Ninive, si pensava perduto. Teso, dimagrito, con un berrettino con il frontino sempre in testa, sorridente quanto mai, urla abbracciandoci “Benvenuti, benvenuti… Dio vi benedica”.
Due milioni di profughi accalcati
L’avevo incontrato nel 2012 a Qaraqosh, ma ora, con i fratelli monaci Yasser e Raid, condivide la sorte di due milioni di profughi. L’Onu li definisce Internal dispaced peoples- Idps, e sono due milioni di persone: non solo cristiani, ma anche musulmani sciiti e sunniti, yazidi che hanno perso la loro casa, ma restano nel loro paese. Un mare di persone che da mesi vive o in campi allestiti con tende o in caravan su pezzi di terra brulla alle periferie dei centri urbani o in parchi cittadini (come quello nel cuore di Erbil a cura della chiesa caldea), o in edifici in via di costruzione.
Si accalcano anche quattro o cinque famiglie in appartamenti spesso ancora allo stadio del cemento grezzo, senza intonaco, né pavimenti, né infissi. I nostri amici vivono nel campo di Osal, un agglomerato di case nuove a 30 minuti da Erbil centro e paradossalmente accanto ad un modernissmo dysneland curdo, il “Dynosaur park”. Qui vivono 300 famiglie sfollate in case in costruzione, per fortuna con infissi, divise al loro interno con cartongesso. I punti di riferimento sono Wisam, Raid, Yasser e Rahama, Suam e Victoria, tre suore domenicane, pure profughe due volte, prima da Mosul a Qaraqosh e poi da Qaraqosh a Erbil. “Ho sempre una valigetta pronta” ci dice suor Rahma, mentre i nostri amici monaci nella fuga di notte del 6 agosto 2014 hanno lasciato tutto in monastero, persino i vestiti. Con un sorriso amaro Wisam ci dirà: “Anche l’immagine di Charles de Foucault della saletta di accoglienza sarà stata bruciata da Daesh-Isis!”.
Loro, dal mattino alla notte corrono per i bisogni degli sfollati del campo Osal ed anche del campo approntato nel “palazzo” poco lontano, dove vivono 180 famiglie. Non c’è lavoro per nessuno di questi uomini e donne che da sempre a Qaraqosh, Berthella, Karamless ed altri paesi sulla piana di Ninive, coltivavano le terre degli avi cristiani e avevano impiantato piccoli commerci. Ora sono seduti su sedie di plastica a piccoli gruppi, parlano con gli sguardi vuoti e se ti fermi, mentre ti offrono un tè o un caffè iniziano a raccontarti... molti di loro dicono: “Questa volta basta, non possiamo più vivere con i musulmani, provenivano dai villaggi più poveri e li abbiamo aiutati con le scuole, i centri della salute, ed ora che è arrivato l’Isis i nostri vicini sono i primi che si sono rivoltati contro. Telefonano ad alcuni di noi dicendoci ironicamente che hanno occupato le nostre case e ci chiedono che cosa vogliamo che ci lascino! Non abbiamo più speranza, vogliamo andare via, in Europa, Australia, Canada, aiutateci!”.
Abbandonati e senza speranza
Anche i Curdi sfruttano i cristiani: i prezzi delle case, i prezzi dei beni di prima necessità sono aumentati abnormemente. Lo sciacallaggio si è scatenato ovunque, anche ad Ankawa, quartiere cristiano di Erbil da sempre: negli appartamenti sono ospitate 4000 persone, i prezzi per due stanze sono di 900 dollari e molte famiglie che avevano portato via un po’ di soldi accumulati se li stanno mangiando tutti, trovandosi completamente a terra. Padre Jallal, che gestisce un campo di container mi dice: “Molti chiedono asilo nei container, perché in questi campi un po’ di assistenza c’è”. Molti adolescenti sono senza scuola e tentano, per far sopravvivere la famiglia, di trovare qualche lavoretto in nero e i giovani che frequentavano l’ università non possono più andare avanti, non hanno soldi, non conoscono il curdo e oltre allo sradicamento subentra la non integrazione.
Aissar, ventenne, lungo, magro, davanti ad uno scatolone di pere che vende dentro i corridoi del campo dell’Ankawa Mall, mi racconta: “Io frequentavo il primo anno di Scienze ambientali all’università di Mosul, ora non posso più andare all’università e faccio qualcosa per sopravvivere. Ho molta nostalgia di casa, voglio ritornare. Tutti i giovani sfollati che hanno interrotto gli studi non fanno nulla e sono disperati!”. Solo le elementari e medie sono state garantite dagli stessi insegnanti cristiani-iracheni che si sono auto organizzati, sotto le tende, dentro i container, in stanze piccole che a volte contengono 100 allievi.
Abitazioni da 9 metri quadrati
All’Ankawa Mall, un enorme centro commerciale in costruzione, si sono costruite con box e mura in cartongesso stanzette da tre metri per tre, dove vivono 5 o 6 persone: entrando ti investe l’odore di vissuto quotidiano di 420 famiglie e 1.700 persone. Impressionante è anche il rimbombo delle grida di bimbi che si rincorrono nelle scale ancora da finire. Qui in questo grigio e buio contenitore dove la luce penetra da un enorme lucernario, ma non riesce a raggiungere i piani dove si sono attrezzati fornelli e cucine, incontriamo Afnan, già conosciuta tra le donne di preghiera nel monastero di Qaraqosh nel 2012. Ci riconosce e piange. Il suo esiguo spazio è ordinato e pulito. Si tira giù un materasso impilato con altri per la notte (ha con lei due figli) ci si siede per terra, offre subito il caffè e aggiunge: “In questa situazione i valori umani si sono persi, c’è poca collaborazione anche tra la gente, le condizioni portano a far scoppiare molti conflitti”. Virgin, che ora presiede la scuola elementare del campo con 200 bambini in sei classi, ci racconta come i bambini non comunicano più tra loro, è aumentata l’aggressività, molti vivono incubi e non dormono di notte. “Che cosa possiamo fare noi per loro? Che cosa possiamo dire alle nostre comunità in Italia? Queste le domande che ci sorgono e poniamo sempre”. La risposta di Afnan e Virgin è: “Pregate”. Virgin aggiunge: “Vorrei ritornare libera, e non c’è odio nei confronti di chi ci ha fatto tutto questo, ma vogliamo ritornare a vivere in pace nelle nostre terre”.
Di fronte alla nostra fragile fede di cristiani di occidente, le parole di queste cristiane irachene ci lasciano senza fiato. Seduti a terra, con don Giorgio che piange, apriamo tutti le mani per un Padre Nostro in italiano, aramaico, arabo. Un Padre Nostro comune ed in varie lingue che si ripeterà spesso fino all’ultimo momento del nostro viaggio. Da un campo profughi all’altro incontriamo padre Jallal e fratel Basem, rogazionisti iracheni che gestiscono un campo di container con 270 famiglie. “Come tutti quelli di Erbil ed Ankawa - dice padre Jallal in perfetto italiano - questo campo è stato aperto dalla commissione dei vescovi, caldei, siri, ortodossi. Il ruolo della chiesa è essenziale, mentre dallo stato iracheno o curdo non è arrivato quasi nulla. Qui umanamente la gente vive spogliata della propria dignità e man mano che il tempo trascorre l’ incertezza del futuro getta ancora più nella disperazione”. Aggiunge: “Le nostre chiese nelle zone occupate sono state distrutte o trasformate in ristoranti e a fare questo sono stati spesso i musulmani che erano i nostri vicini, con loro un dialogo non sarà mai possibile”. Una posizione, questa, ripetuta in molti incontri.
Si riorganizza la comunità cristiana
Attraversiamo una trafficatissima strada che taglia in due il campo e lungo i cui bordi, con i teli blu dell’Alto Commissariato dei Rifugiati, si sono costruiti banchetti di fortuna che vendono un po’ di cibo. E via verso il Shelter Sport Ankawa, altro ex centro sportivo nel cui cortile oggi vi sono container con 215 famiglie. Il giovane abuna (padre) Bashar, chiamato a destra e a manca, ci racconta mentre ci accompagna: “Questa esperienza è per me nuova, molto sofferta, ma è il mio servizio come sacerdote”. Ci fermiamo a bere il caffè offerto dalla famiglia di Abdhallah, che ci convince che se avessero avuto armi vere si sarebbero difesi. Abuna Bashar gli dice in arabo “lascia perdere”, ed è ben contento quando ci dice che a Natale di persona l’ha chiamato “padre Francesco” o meglio “papa Francesco”. Scopriremo poi che attraverso altre “chiamate” personali papa Francesco è sempre presente lì, tra quei cristiani. Sotto le tende diventate chiese, nei corridoi e pianerottoli dei palazzi, nei magazzini, si riorganizza il catechesimo, il rosario ogni giorno, la messa ogni domenica, la preparazione per la prima comunione, i battesimi dei bimbi che, nonostante tutto, nascono, insomma le “parrocchie in esilio”, per i cristiani iracheni che ormai rischiano la scomparsa, funzionano per il momento da forte legame comunitario.
Yazidi, gli ultimi tra gli ultimi
Ma per le 35 famiglie di Yazidi che visitiamo nel campo di Osal non esiste nessuna struttura di chiesa, nessun legame comunitario. Gli Yazidi, stabilitisi attorno al monte Sinjar nel 1915, in numero di 700 mila, di religione zoorastiana, ora sono i paria tra i profughi. Sotto una struttura di lamiere e cartoni, incontro Ali. Abitava a Sinjar con altre 5.000 persone e mentre l’Isis attaccava, 35 persone della sua famiglia sono salite per 7 giorni al monte Sinjar. La situazione è stata tragica, molte donne hanno lasciato morire i bimbi piccoli perché non avevano acqua, poi con un intervento d’emergenza molti sono stati salvati ed ora vivono in 16 campi profughi attorno a Dohuk, ma “in condizioni da piangere”.
Ma nessuno dei miei racconti può documentare l’intensità del momento di silenzio di suor Suam, quando mi ha tradotto ciò che è accaduto ad una donna loro parente a cui i guerriglieri hanno tolto il bambino di 7 giorni dalle braccia e l’hanno ucciso sbattendolo sulla pietra. Il silenzio è doveroso di fronte a queste barbarie. Le uniche parole che mi sento di scrivere sono quelle del salmo 126 nato in queste terre “Riconduci, Signore, i nostri prigionieri, come i torrenti del Negheb. Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo. Nell’andare, se ne va e piange, ma nel tornare,viene con giubilo, portando i suoi covoni”. - See more at: http://www.lavitadelpopolo.it/Mondo/Cristiani-d-Iraq-hanno-perso-tutto-ma-non-la-fede-nostro-reportage-da-Erbil#sthash.dP5PJ2Vf.dpuf
L’aereo scende nella luce sospesa tra notte e giorno sopra l’enorme grappolo di luci di Erbil, capitale curda, che in poco più di 6 anni si è trasformata, come una cellula impazzita, da villaggio a metropoli. Dopo l’attraversamento della piana che circonda l’aeroporto (si arriva in una struttura modernissima e poi si viaggia in pullman in mezzo al nulla per 20 minuti prima di guadagnare l’uscita vera) ecco Wisam, l’amico monaco dell’ex monastero di Gesù Redentore di Qaraqosh.
L’abbraccio con me, don Giorgio Scatto della comunità di Marango, suor Gemma, monaca della comunità trentina di Pian del Levro, e Giorgio, mio marito, è lunghissimo, intenso. Si abbraccia un amico che dopo il 6 agosto 2014, con l’avanzata dell’Isis da Mosul per tutta la piana di Ninive, si pensava perduto. Teso, dimagrito, con un berrettino con il frontino sempre in testa, sorridente quanto mai, urla abbracciandoci “Benvenuti, benvenuti… Dio vi benedica”.
Due milioni di profughi accalcati
L’avevo incontrato nel 2012 a Qaraqosh, ma ora, con i fratelli monaci Yasser e Raid, condivide la sorte di due milioni di profughi. L’Onu li definisce Internal dispaced peoples- Idps, e sono due milioni di persone: non solo cristiani, ma anche musulmani sciiti e sunniti, yazidi che hanno perso la loro casa, ma restano nel loro paese. Un mare di persone che da mesi vive o in campi allestiti con tende o in caravan su pezzi di terra brulla alle periferie dei centri urbani o in parchi cittadini (come quello nel cuore di Erbil a cura della chiesa caldea), o in edifici in via di costruzione.
Si accalcano anche quattro o cinque famiglie in appartamenti spesso ancora allo stadio del cemento grezzo, senza intonaco, né pavimenti, né infissi. I nostri amici vivono nel campo di Osal, un agglomerato di case nuove a 30 minuti da Erbil centro e paradossalmente accanto ad un modernissmo dysneland curdo, il “Dynosaur park”. Qui vivono 300 famiglie sfollate in case in costruzione, per fortuna con infissi, divise al loro interno con cartongesso. I punti di riferimento sono Wisam, Raid, Yasser e Rahama, Suam e Victoria, tre suore domenicane, pure profughe due volte, prima da Mosul a Qaraqosh e poi da Qaraqosh a Erbil. “Ho sempre una valigetta pronta” ci dice suor Rahma, mentre i nostri amici monaci nella fuga di notte del 6 agosto 2014 hanno lasciato tutto in monastero, persino i vestiti. Con un sorriso amaro Wisam ci dirà: “Anche l’immagine di Charles de Foucault della saletta di accoglienza sarà stata bruciata da Daesh-Isis!”.
Loro, dal mattino alla notte corrono per i bisogni degli sfollati del campo Osal ed anche del campo approntato nel “palazzo” poco lontano, dove vivono 180 famiglie. Non c’è lavoro per nessuno di questi uomini e donne che da sempre a Qaraqosh, Berthella, Karamless ed altri paesi sulla piana di Ninive, coltivavano le terre degli avi cristiani e avevano impiantato piccoli commerci. Ora sono seduti su sedie di plastica a piccoli gruppi, parlano con gli sguardi vuoti e se ti fermi, mentre ti offrono un tè o un caffè iniziano a raccontarti... molti di loro dicono: “Questa volta basta, non possiamo più vivere con i musulmani, provenivano dai villaggi più poveri e li abbiamo aiutati con le scuole, i centri della salute, ed ora che è arrivato l’Isis i nostri vicini sono i primi che si sono rivoltati contro. Telefonano ad alcuni di noi dicendoci ironicamente che hanno occupato le nostre case e ci chiedono che cosa vogliamo che ci lascino! Non abbiamo più speranza, vogliamo andare via, in Europa, Australia, Canada, aiutateci!”.
Abbandonati e senza speranza
Anche i Curdi sfruttano i cristiani: i prezzi delle case, i prezzi dei beni di prima necessità sono aumentati abnormemente. Lo sciacallaggio si è scatenato ovunque, anche ad Ankawa, quartiere cristiano di Erbil da sempre: negli appartamenti sono ospitate 4000 persone, i prezzi per due stanze sono di 900 dollari e molte famiglie che avevano portato via un po’ di soldi accumulati se li stanno mangiando tutti, trovandosi completamente a terra. Padre Jallal, che gestisce un campo di container mi dice: “Molti chiedono asilo nei container, perché in questi campi un po’ di assistenza c’è”. Molti adolescenti sono senza scuola e tentano, per far sopravvivere la famiglia, di trovare qualche lavoretto in nero e i giovani che frequentavano l’ università non possono più andare avanti, non hanno soldi, non conoscono il curdo e oltre allo sradicamento subentra la non integrazione.
Aissar, ventenne, lungo, magro, davanti ad uno scatolone di pere che vende dentro i corridoi del campo dell’Ankawa Mall, mi racconta: “Io frequentavo il primo anno di Scienze ambientali all’università di Mosul, ora non posso più andare all’università e faccio qualcosa per sopravvivere. Ho molta nostalgia di casa, voglio ritornare. Tutti i giovani sfollati che hanno interrotto gli studi non fanno nulla e sono disperati!”. Solo le elementari e medie sono state garantite dagli stessi insegnanti cristiani-iracheni che si sono auto organizzati, sotto le tende, dentro i container, in stanze piccole che a volte contengono 100 allievi.
Abitazioni da 9 metri quadrati
All’Ankawa Mall, un enorme centro commerciale in costruzione, si sono costruite con box e mura in cartongesso stanzette da tre metri per tre, dove vivono 5 o 6 persone: entrando ti investe l’odore di vissuto quotidiano di 420 famiglie e 1.700 persone. Impressionante è anche il rimbombo delle grida di bimbi che si rincorrono nelle scale ancora da finire. Qui in questo grigio e buio contenitore dove la luce penetra da un enorme lucernario, ma non riesce a raggiungere i piani dove si sono attrezzati fornelli e cucine, incontriamo Afnan, già conosciuta tra le donne di preghiera nel monastero di Qaraqosh nel 2012. Ci riconosce e piange. Il suo esiguo spazio è ordinato e pulito. Si tira giù un materasso impilato con altri per la notte (ha con lei due figli) ci si siede per terra, offre subito il caffè e aggiunge: “In questa situazione i valori umani si sono persi, c’è poca collaborazione anche tra la gente, le condizioni portano a far scoppiare molti conflitti”. Virgin, che ora presiede la scuola elementare del campo con 200 bambini in sei classi, ci racconta come i bambini non comunicano più tra loro, è aumentata l’aggressività, molti vivono incubi e non dormono di notte. “Che cosa possiamo fare noi per loro? Che cosa possiamo dire alle nostre comunità in Italia? Queste le domande che ci sorgono e poniamo sempre”. La risposta di Afnan e Virgin è: “Pregate”. Virgin aggiunge: “Vorrei ritornare libera, e non c’è odio nei confronti di chi ci ha fatto tutto questo, ma vogliamo ritornare a vivere in pace nelle nostre terre”.
Di fronte alla nostra fragile fede di cristiani di occidente, le parole di queste cristiane irachene ci lasciano senza fiato. Seduti a terra, con don Giorgio che piange, apriamo tutti le mani per un Padre Nostro in italiano, aramaico, arabo. Un Padre Nostro comune ed in varie lingue che si ripeterà spesso fino all’ultimo momento del nostro viaggio. Da un campo profughi all’altro incontriamo padre Jallal e fratel Basem, rogazionisti iracheni che gestiscono un campo di container con 270 famiglie. “Come tutti quelli di Erbil ed Ankawa - dice padre Jallal in perfetto italiano - questo campo è stato aperto dalla commissione dei vescovi, caldei, siri, ortodossi. Il ruolo della chiesa è essenziale, mentre dallo stato iracheno o curdo non è arrivato quasi nulla. Qui umanamente la gente vive spogliata della propria dignità e man mano che il tempo trascorre l’ incertezza del futuro getta ancora più nella disperazione”. Aggiunge: “Le nostre chiese nelle zone occupate sono state distrutte o trasformate in ristoranti e a fare questo sono stati spesso i musulmani che erano i nostri vicini, con loro un dialogo non sarà mai possibile”. Una posizione, questa, ripetuta in molti incontri.
Si riorganizza la comunità cristiana
Attraversiamo una trafficatissima strada che taglia in due il campo e lungo i cui bordi, con i teli blu dell’Alto Commissariato dei Rifugiati, si sono costruiti banchetti di fortuna che vendono un po’ di cibo. E via verso il Shelter Sport Ankawa, altro ex centro sportivo nel cui cortile oggi vi sono container con 215 famiglie. Il giovane abuna (padre) Bashar, chiamato a destra e a manca, ci racconta mentre ci accompagna: “Questa esperienza è per me nuova, molto sofferta, ma è il mio servizio come sacerdote”. Ci fermiamo a bere il caffè offerto dalla famiglia di Abdhallah, che ci convince che se avessero avuto armi vere si sarebbero difesi. Abuna Bashar gli dice in arabo “lascia perdere”, ed è ben contento quando ci dice che a Natale di persona l’ha chiamato “padre Francesco” o meglio “papa Francesco”. Scopriremo poi che attraverso altre “chiamate” personali papa Francesco è sempre presente lì, tra quei cristiani. Sotto le tende diventate chiese, nei corridoi e pianerottoli dei palazzi, nei magazzini, si riorganizza il catechesimo, il rosario ogni giorno, la messa ogni domenica, la preparazione per la prima comunione, i battesimi dei bimbi che, nonostante tutto, nascono, insomma le “parrocchie in esilio”, per i cristiani iracheni che ormai rischiano la scomparsa, funzionano per il momento da forte legame comunitario.
Yazidi, gli ultimi tra gli ultimi
Ma per le 35 famiglie di Yazidi che visitiamo nel campo di Osal non esiste nessuna struttura di chiesa, nessun legame comunitario. Gli Yazidi, stabilitisi attorno al monte Sinjar nel 1915, in numero di 700 mila, di religione zoorastiana, ora sono i paria tra i profughi. Sotto una struttura di lamiere e cartoni, incontro Ali. Abitava a Sinjar con altre 5.000 persone e mentre l’Isis attaccava, 35 persone della sua famiglia sono salite per 7 giorni al monte Sinjar. La situazione è stata tragica, molte donne hanno lasciato morire i bimbi piccoli perché non avevano acqua, poi con un intervento d’emergenza molti sono stati salvati ed ora vivono in 16 campi profughi attorno a Dohuk, ma “in condizioni da piangere”.
Ma nessuno dei miei racconti può documentare l’intensità del momento di silenzio di suor Suam, quando mi ha tradotto ciò che è accaduto ad una donna loro parente a cui i guerriglieri hanno tolto il bambino di 7 giorni dalle braccia e l’hanno ucciso sbattendolo sulla pietra. Il silenzio è doveroso di fronte a queste barbarie. Le uniche parole che mi sento di scrivere sono quelle del salmo 126 nato in queste terre “Riconduci, Signore, i nostri prigionieri, come i torrenti del Negheb. Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo. Nell’andare, se ne va e piange, ma nel tornare,viene con giubilo, portando i suoi covoni”. - See more at: http://www.lavitadelpopolo.it/Mondo/Cristiani-d-Iraq-hanno-perso-tutto-ma-non-la-fede-nostro-reportage-da-Erbil#sthash.dP5PJ2Vf.dpuf

This page is powered by Blogger. Isn't yours?