mercoledì, febbraio 04, 2015

 

Iraq, io cristiano apolide del XXI secolo

Luca Geronico

Quando Khairi, 9 anni come Anderious, partì da al-Qosh diretto in America, spiegò: «Mio papà dice che per noi cristiani non c’è più un futuro in questo Paese». Era il 1964.
Il nonno Auro, per scampare al genocidio del 1915, dalle montagne di Hakkari (attuale Turchia) era sceso fino a Bibosi, dove il piccolo Anderious nacque. E al-Qosh, dove la famiglia si rifugiò in seguito intuendo il pericolo di una imminente rivolta curda, con i suoi ventimila abitanti tutti cristiani sembrava una «piccola Roma».
Una storia irachena di Anderious G. Oraha e Martino Fausto Rizzotti (xy.it editore, pp. 176, euro 18), diario di «vita di uno stringer cristiano in Medio Oriente», non poteva che iniziare nella piana di Ninive: vita rurale e tradizione religiosa fino agli studi nel seminario di San Giovanni di Mosul, affrontati con la determinazione e l’orgoglio di dimostrare quel che poteva valere un piccolo montanaro, cresciuto in sola stanza con due letti per tre sorelle, 5 fratelli e i genitori.
Quando nel 1971 Anderious Oraha lasciò il seminario, il partito Baath aveva già preso il potere. Baghdad fu come una calamita nella ricerca di un’occupazione, ma per un cristiano meglio lavorare in proprio come commerciante, meglio ancora fare l’interprete per una ditta italiana. Il matrimonio con Jamila e la nascita dei 4 figli furono le uniche vere gioie negli anni dell’ascesa di Saddam Hussein, che nel 1979 divenne il presidente dell’Iraq. La guerra con l’Iran, dopo 4 anni di servizio militare, fa sfumare un buon impiego con un’altra compagnia italiana e, soprattutto, significa il ritorno a Bassora, al fronte, come marconista: tessera annonaria, stipendi da fame e l’attesa spasmodica dei pochi giorni di licenza. Al congedo nel 1989 sono 14 gli anni come militare: «La mia giovinezza era finita all’inferno». Abbastanza per sperare di potere, una buona volta, girare pagina.
Un impiego alla Croce rossa internazionale, lottando contro burocrati e commissari politici, è un’àncora di salvezza per attraversare i marosi della prima guerra del Golfo e la lenta implosione del Paese negli anni dell’embargo. Uscire dall’inferno non è una passeggiata. Al confine, per uno scambio di prigionieri, Anderious sale su un pullman e, sfidando le guardie, grida: «C’è Butrus?». Lo stesso uomo a cui aveva chiesto da che campo provenisse il convoglio, risponde: «Sono io». Tanto smagriti e sconvolti entrambi, i due fratelli non si erano riconosciuti. Stranieri a se stessi, in Iraq.
Nel febbraio 2003 una telefonata inaspettata: un inviato di un importante quotidiano cerca Anderious come interprete. Quando Bush bombarda Baghdad, Anderious è al Palestine Hotel con i reporter italiani. Una nuova carriera da stringer (traduttore, autista, produttore, gosthwriter, tuttofare) ritrovandosi subito nell’occhio del ciclone: mentre i giornalisti sono nascosti all’ambasciata italiana, Anderious procura notizie, depista lo spione del ministero facendogli credere che sono tutti al lavoro in hotel, poi compra il cibo per i colleghi mentre la moglie lo cucina. Quando al Palestine, all’inizio di aprile, arrivano i 7 reporter italiani catturati dagli iracheni a Nasiriyah, Anderious sfidando sempre gli agenti in borghese procura loro il cibo. Pochi giorni dopo in piazza del Paradiso gli americani abbattono la statua di Saddam Hussein. La collega sciita piange. Anderious va a casa: «È finita, dobbiamo pensare al nostro futuro». Finalmente.
L’inferno, però, non è ancora finito. Gli americani sparano sui civili, l’esercito iracheno viene smantellato, il Paese sprofonda nel nulla dell’anarchia e iniziano gli attentati terroristici e la guerra civile. Anderious campa sempre facendo lo stringer: a Nasiryiah, poche ore dopo l’attentato ai carabinieri italiani, per intervistare il leader della tribù sciita locale. Pochi mesi dopo è a Najaf con un convoglio della Croce rossa mentre infuria la battaglia: una sfida alla morte. Ma le insidie peggiori sono dietro casa: una bomba esplode appena avviata la macchina che era parcheggiata al mercato; un colpo di mortaio sfonda il terrazzo di casa. Poi la minaccia diventa personale: nel nuovo Iraq è un cristiano e un collaboratore dei giornalisti occidentali, insomma un «crociato».

Quella lettera del Consiglio dei
mujaheddin dell’Iraq sotto la veranda del negozio nel maggio del 2007 è una vera dichiarazione di condanna: «Devi abbandonare la tua casa entro 24 ore oppure caleremo la spada della giusta punizione su di te». La fuga sulla via della morte fino a Damasco e poi l’Italia con l’aiuto di qualche giornalista italiano: rifugiato politico, sperando ora nella cittadinanza italiana.
Agosto 2014, squilla il telefono: sono i parenti profughi in Kurdistan per sfuggire allo Stato islamico: «Come possiamo rinnegare il nostro Dio?» gridano nel telefono mentre chiedono aiuto. Cinquant’anni e tre guerre dopo, lo stesso pianto per la separazione ad al-Qosh dal piccolo Khairi. La fuga non è terminata.

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