lunedì, gennaio 19, 2015

 

Kurdistan, continua l’aiuto ai profughi

Luca Geronico

La morsa del gelo è arrivata puntuale a Erbil e in tutto il Kurdistan e ora sembra paralizzare anche la speranza. L’8 gennaio una vera tempesta ha imbiancato tutto fino alle montagne di Dohuk, lasciando fuori dal capoluogo iracheno neve e ghiaccio. L’ultimo rapporto dell’Ocha, l’ufficio per le emergenze umanitarie dell’Onu, mentre elenca gli esiti di un piano per l’inverno – la “winterizzazione” discussa in interminabili riunioni di coordinamento – dimostra pure la mancanza di risorse e tempo per garantire il minimo necessario per gli oltre 2 milioni di profughi in Iraq, più della metà nel Kurdistan iracheno. Da ottobre sono state distribuiti in tutto l’Iraq 200mila set di abiti invernali in più di 100 località impervie e nelle ultime settimane nel governatorato di Erbil 1.200 giacconi per bambini.
«Questi sono risultati importanti, ma del tutto insufficienti rispetto all’enorme numero di bambini e di famiglie le cui vite sono devastate ogni giorno dal protrarsi di questo terribile conflitto», ammette Maria Calivis, direttore Unicef per il Medio Oriente. Una affermazione che non solo per la sua organizzazione.
A tutte le famiglie rifugiate nel governatorato di Dohuk è stato versato un sussidio di 250 dollari per rispondere alle prime urgenze, mentre il kerosene e le stufe restano al momento la necessità più grande. Proprio oggi alla sede dell’Onu di Erbil è convocata una riunione per reimpostare l’organizzazione dei campi profughi. Un intervento non solo di supporto, ma pienamente strutturale per far passare l’inverno ad Ankawa Mall e negli altri nove campi raccolta dove opera direttamente Focsiv: «Le prime vittime sono gli anziani con disturbi dovuti all’età e alle difficoltà di vivere da oltre sei mesi in condizioni precarie, e i minori, soprattutto quelli nati sotto le stende o negli stalli dei campi di raccolta», afferma Terry Dutto direttore del progetto «Emergenza Kurdistan» della Federazione organismi cristiani di servizio internazionale volontario.
La sottoscrizione promossa da Focsiv e Avvenire ha raggiunto in settimana i 217mila euro, avvicinando di molto il nuovo obiettivo di 260mila euro. Una commovente generosità popolare, che sosterrà un lavoro umanitario ogni giorno più  pressante. E iniziare a ricostruire un futuro. Con il 32% di sfollati ancora in abitazioni o ripari inadeguate e un piano di winterizzazione pieno di falle, non c’è da sorprendersi che più del 30 per cento della popolazione sia affetta da infezioni respiratorie.
«L’ambulatorio presso Ankawa Mall opera con medici volontari locali fornendo oltre 70 visite al giorno e si dichiara in grave carenza  di medicine. Proveremo a soddisfare almeno qualche richiesta». I farmaci si aggiungono ora alla distribuzione già in atto di kit igienico-sanitari per donne e bambini e al latte in polvere. Contro il freddo, oltre alla coperte e ai giacconi, il team Focsiv probabilmente dovrà anche pensare a stufe e a carburante. Ma questa è solo l’emergenza del presente, anche se l’annuncio del Pam di dover ridurre il sussidio alimentare di base a soli 25 dollari al mese per sfollato e di poterlo sostenere solo fino a febbraio, è come un incubo. Mentre si lotta per superare l’inverno e assicurare almeno il cibo fino a primavera, si devono dare risposte concrete «al senso di smarrimento delle persone che si chiedono cosa avverrà di loro». Per questo, continua Terry Dutto, si deve «impostare e favorire l’aggregazione dei giovani per momenti di recupero scolastico e tentare di essere propositivi nel processo di integrazione degli sfollati che sono in grado di lavorare».
Necessaria la collaborazione tra le diverse componenti della società locale anche per «trovare motivi comuni di convivenza con le comunità degli sfollati presenti in città». Un processo più che mai necessario nel medio-lungo periodo visto che sono imprevedibili i tempi della permanenza degli sfollati: «Una situazione che non può essere trattata con gli strumenti di una emergenza tradizionale con tempi più o meno definibili». Impossibile prevedere il rientro a casa, ma la permanenza in Kurdistan, che si può supporre di anni, deve essere sostenibile sia per chi è fuggito sia per chi accoglie. «Rispetto ad altre emergenza, vi è pure la una molteplice appartenenza sociale, linguistica e religiosa delle persone, che non si riscontra altrove». Il futuro del Kurdistan non può attendere.

This page is powered by Blogger. Isn't yours?