mercoledì, dicembre 24, 2014

 

«Dov’è la mia Christina?». Parlano i genitori della bambina cristiana rapita dai jihadisti

By Tempi
Rodolfo Casadei

La storia di sua figlia ha fatto il giro del mondo, ma lei non è diventata famosa. Come le mamme delle altre 440 famiglie ammucchiate dentro all’Ankawa Mall, anche Aida dispone per sé e per i suoi cari di una stanzetta quattro metri per quattro, ricavata giustapponendo e incastrando pannelli di alluminio là dove dovevano allungarsi le navate dei prodotti del centro commerciale. Anziché la fuga prospettica degli scaffali ricolmi di articoli in vendita, in questo supermercato in costruzione occupato dai profughi in fuga dalla Piana di Ninive si succedono corridoi lunghi 50 metri, quasi bui anche in pieno giorno o fiocamente illuminati, dove l’unica irregolarità delle pareti lisce è rappresentata dalle piccole maniglie che ogni pochi metri spuntano a destra e a sinistra. Al terzo piano, una delle prime sul lato interno apre la porta della dimora di Aida e Toba. Dentro, nel mesto disordine di chi ha dovuto ricreare l’ambiente di una casa in una sola stanza, ci vivono in cinque: i due coniugi e tre figli e figlie di 13, 11 e 9 anni. Mancano Osho, il figlio più grande, che ha 23 anni e vive per conto suo, e soprattutto Christina, la più piccolina: tre anni e mezzo. Rapita. Letteralmente strappata dalle braccia della madre il 22 agosto scorso, quando i miliziani dell’Isis hanno costretto gli ultimi abitanti cristiani di Qaraqosh, che i jihadisti avevano occupato definitivamente il 6 agosto, ad abbandonare la località. I genitori non avevano soldi da consegnare, la bimba piangeva fra le braccia della mamma. Il capo dei miliziani si è spazientito e ha fatto segno a uno dei suoi sgherri. Quello ha preso la bambina e minacciato di morte la mamma che protestava, quindi ha consegnato la creatura terrorizzata al suo capo. Da allora madre e figlia non si sono più viste né sentite. Sono separate da quattro mesi.
Aida ha esaurito da tempo le lacrime. Il dolore che divora questa donna 43enne si mostra plateale nelle guance e nella fronte percorse da rughe profonde, nelle occhiaie scure dove si sono incassati gli occhi, nei riflessi del grigio mare dei capelli, nelle labbra socchiuse nel sorriso caratteristico di chi trattiene il pianto. «Senza lei il Natale non è Natale», sospira gettando un’occhiata a una parete. Di Christina rimane solo una foto dentro a una cornicetta color legno sormontata da due rosari. Un visetto allegro e chiaro dentro a un abitino verde. Poco più sotto c’è un quadretto col nome Christina scritto in arabo dalla sorella undicenne di lei, Bismah. Più sotto ancora, in fondo, c’è lui, Toba. Intabarrato in una coperta, semisdraiato su di un materasso, l’orecchio incollato a una radio che trasmette musiche arabe e una sigaretta sottilissima stretta fra le labbra. Immobile come un manichino. Occhiali da sole calcati sul naso: da molti anni è completamente cieco a causa di una retinopatia che ha cercato senza successo di curare. Quel giorno lui sentiva tutto, ma non poteva fare niente perché niente vedeva. Invece Aida ricorda tutto quello che ha visto nelle due settimane della loro tribolazione. «Gli uomini armati che passavano ogni giorno avevano tre tipi diversi di abbigliamento: c’erano quelli vestiti di nero dalla testa ai piedi, quelli con l’abito afghano o pakistano e altri ancora in divisa militare. Erano le divise che si vedevano al tempo di Saddam Hussein, e io ho pensato che si trattava degli ex baathisti che ci dicevano si erano alleati col Daesh. Ma tutti, anche quelli vestiti da afghani e da pakistani, erano sicuramente iracheni, perché li sentivo parlare e l’accento era quello del nostro paese. C’era uno, vestito da pakistano, che passava un giorno sì e un giorno no da casa nostra. Apriva la porta senza bussare e diceva: “Dovete convertirvi all’islam, oppure dovete andarvene perché qui i cristiani non possono più starci”. Noi tutte le volte rispondevamo di sì, avevamo paura per noi e per la bambina (i figli più grandi erano già al sicuro – ndr); lui se ne andava senza aggiungere altro e dopo un giorno o due ripassava e ripeteva le stesse cose. Nonostante l’abito, la sua inflessione era irachena».
«Erano iracheni anche quelli che passavano a svaligiare gli edifici abbandonati. Arrivavano con dei camion e ci caricavano sopra tutti i mobili e gli elettrodomestici che trovavano dentro alle case e che portavano fuori con calma. Non erano jihadisti, erano musulmani sunniti dei paesi intorno a Qaraqosh. Certi li riconoscevo perché era gente che veniva in città per fare compere nei nostri negozi. L’unico musulmano che si è comportato bene con noi è stato il mullah della piccola comunità islamica di Qaraqosh. Quando avevamo un problema, perché le nostre scorte di viveri e generi di prima necessità stavano esaurendosi, andavamo da lui e lui sempre ci aiutava. Intercedeva col Daesh perché potessimo procurarci quello che ci serviva. Finché siamo rimasti, nessuno è venuto a rubare da noi. Ma adesso la nostra casa sarà diventata come tutte le altre».
«L’unica persona di cui non ho potuto capire la nazionalità è stata proprio l’uomo che ha ordinato di prendere la mia Christina. Era un uomo fra i 60 e i 70 anni, vestito come un pakistano, ma aveva una faccia strana: sembrava una di quelle vignette che fanno la caricatura degli ebrei. Non ha parlato mai, dava ordini coi gesti. Anche per farmi portare via la bambina ha fatto un segno con la testa». Dov’è adesso Christina, chi la accudisce? Il figlio Osho è riuscito a sapere che sarebbe stata affidata a una famiglia che vive a Mosul. Li ha pure raggiunti telefonicamente, e quelli hanno confermato che la bambina è con loro. Ma non l’hanno fatta parlare al telefono. Alla richiesta di liberarla dietro pagamento di un riscatto hanno manifestato disponibilità, ma subito dopo la chiamata si è interrotta. «Da allora non siamo più riusciti a sentirli. Il nostro vescovo mi ha detto che la Chiesa è pronta a pagare perché io possa riavere Christina, e che potevamo comunicarlo ai sequestratori. Ma non li abbiamo più sentiti».
Fuori dalla claustrofobica stanzetta risuona la musica di una festa. Prima i bambini hanno giocato e cantato, adesso è il turno degli adolescenti, che inscenano una specie di sirtaki di ragazzi e ragazze a braccetto. È incredibile come gli sfollati abbiano trasformato questo antro spettrale, dove l’unico colore delle superfici costruite è il grigio in ben più di cinquanta sfumature, in un luogo pulsante di vita e di colori. Palloncini e panni stesi ad asciugare si contendono il primo posto come oggetto maggiormente presente negli spazi comuni fuori dall’alveare delle stanze. I primi sono arrivati col Natale e con lui se ne andranno, i secondi domineranno la scena fino a quando qui ci sarà gente. L’aria è umida, il sole non arriva e le stufette elettriche come quelle a kerosene stanno quasi tutte dentro alle camerette. Poi ci sono bancarelle di dolciumi confezionati e patatine: il trionfo del commercio informale là dove doveva regnare incontrastata la grande distribuzione. Nell’ingresso troneggiano una grotta della Sacra Famiglia e due alberelli artificiali con palle e festoni colorati. Ma senza luminarie. Basta un accenno di ombra serale per sprofondare l’Ankawa Mall in un’oscurità rotta solo dai neon. Lontano una bambina di tre anni e mezzo pensa alla sua mamma che non vede più da quattro mesi. Quella mamma che pensa sempre a lei. «Il prossimo Natale vorrei tutta la famiglia riunita, tutti e sette, prego tanto per questo». Forse le anime sono capaci di toccarsi a distanza.

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