giovedì, settembre 04, 2014

 

Patriarca di Baghdad: cristiani (e minoranze) verso l’estinzione, contro l’islamismo unità e pluralità

Louis Raphael I Sako
Patriarca caldeo e presidente della Conferenza episcopale irakena

A un mese dall'avanzata delle milizie dello Stato islamico, con la conseguente fuga in massa di cristiani, yazidi e altri minoranze, Mar Louis Raphael I Sako denuncia le crescenti sofferenze degli sfollati. In una lettera-appello inviata ad AsiaNews, sua Beatitudine racconta il "genocidio" di un popolo privato dei "valori religiosi, umani, morali e nazionali"; questo rappresenta una "minaccia concreta per tutti". Come già affermato in passato, il Patriarca caldeo ricorda che la soluzione non consiste "nell'emigrazione", perché i cristiani devono poter continuare a essere "lievito" della terra d'Iraq e messaggeri di "speranza".  
Condannando la timidezza mostrata sinora dalla comunità internazionale (e del governo irakeno) nel rispondere alle violenze islamiste, Mar Sako pone l'accento sull'importanza di "far sentire la nostra voce contro gli estremismi". E ancora, di "lavorare per creare una nuova mentalità basata sulla convivenza in pace e armonia fra sciiti, sunniti, arabi, turcomanni, curdi, cristiani, yazidi". Per questo serve "un'offensiva sul piano ideologico" nei confronti del mondo islamico, per fermare la legittimazione religiosa, finanziaria e militante del fondamentalismo.
Fra le molte proposte concrete avanzate dal Patriarca caldeo, fra cui una forza di pace in Iraq e una commissione di inchiesta Onu sulle violenze del Califfato, la prima dalla quale partire è il cambio del curriculum scolastico e universitario. "Solo l'istruzione - avverte - può dare il via a questa trasformazione e costruire una società dove regni l'uguaglianza fra cittadini. Per garantire una migliore convivenza è necessario creare una società civile che rispetti ciascuna religione e che non politicizzi le religioni per tornaconto personale".
Ecco, di seguito, la lettera del Patriarca caldeo inviata ad AsiaNews:

È trascorso un mese intero da che è iniziata la drammatica situazione dei cristiani, degli yazidi e di altre minoranze irakene, e il tempo è trascorso come se tutto ciò fosse naturale. È calato un velo su questi eventi dolorosi, e 120mila cristiani sono stati sradicati dalla loro storica madrepatria perché l'Islam politico non li vuole lì, mentre il mondo resta in silenzio, tentenna, forse perché approva o forse perché è incapace di agire. Tutto ciò incoraggia le milizie dello Stato islamico dell'Iraq e del Levante (Isis, che non ha nulla a che vedere con l'antica divinità egizia Isis, della natura e della fertilità) ad andare avanti con la sua guerra feroce contro la cultura e la diversità, mettendo a rischio la sicurezza sociale e intellettuale. Le sofferenze dei cristiani sfollati, assieme a quelle delle altre minoranze, stanno crescendo sempre più: i loro bisogni aumentano e i loro timori per l'incertezze sul futuro dei loro figli traumatizzati, delle città depredate, e delle case svuotate, li lascia senza sonno! Queste persone vivevano nelle loro cittadine di origine in prosperità, orgoglio e dignità; in un batter d'occhio, essi sono stati scacciati dalle loro case, terrorizzati e hanno dovuto fuggire a piedi in tutta fretta, in cerca di un riparo. Sono scene che ci riportano ai secoli bui del passato, sebbene tutto questo sia diventato una orribile realtà della nostra attuale civiltà. 
Questi pacifici e fedeli cittadini cristiani stanno vivendo un vero genocidio, una fine terribile, oltre che la prova di una privazione dei valori religiosi, umani, morali e nazionali. Per questo siamo al cospetto di una macchia vergognosa nel cammino della storia. Ognuno dovrebbe sapere che questa è una minaccia concreta per tutti!
Alcuni giorni fa abbiamo potuto vedere, sul canale satellitare Ishtar, una ragazzina di soli 13 anni urlare: "Voglio tornare nella mia città natale, Qaraqosh. Sono stanca di questa vita qui; piuttosto, preferisco morire per questo, che vivere in queste condizioni umilianti". Questa è una invocazione profonda alle coscienze del mondo!
L'incapacità dello Stato irakeno: Ciò che ci ferisce maggiormente è l'incapacità della macchina governativa di imporre il rispetto della legge e dell'ordine, di fronte al continuo e significativo deterioramento della sicurezza, che alimenta una cultura della violenza, la quale a sua volta fornisce ai gruppi estremisti un terreno fertile sul quale proliferare! A Baghdad, cristiani e altri sono rapiti e gettati all'interno di auto blindate e con i vetri oscurati in pieno giorno, vengono minacciati affinché lascino le proprie case, vittime di assalti in alcune scuole o uffici pubblici, dove sono costretti a subire parole di oltraggio. È giusto che simili comportamenti barbari possano continuare impuniti, o senza un processo di rieducazione?
La gente soffre e i politici lottano per il loro tornaconto personale, invece di restare uniti per sviscerare le cause che hanno portato all'estremismo, alla violenza e all'ingiustizia, per cercare soluzioni radicali al problema, prima che sia davvero troppo tardi! Nutriamo la speranza che il nuovo Primo Ministro e il nuovo governo siano in grado di riconoscerlo, in quanto loro responsabilità storica, nazionale e morale! 
Emigrazione: dopo essere stati derubati di tutti i loro beni, compresi i documenti ufficiali, e in assenza di una soluzione immediata unita alla mancanza di fiducia nella attuali autorità, i profughi cristiani restano in perenne attesa al cospetto di un futuro incerto. Per questo, molti di loro cercano un rifugio in una nazione occidentale, perché nel loro Paese, nella nazione di Manna e Quail, emergono solo disastri. Ma la soluzione non dovrebbe consistere nell'emigrazione! 
Al fine di salvarsi dall'estinzione, e per continuare a essere lievito della terra, i cristiani d'Iraq devono affrontare la situazione per quella che è, in special modo perché essi recano con sé il messaggio di speranza, attraverso il quale possono mantenere in vita la fiammella della vita. In modo attivo e vitale, i gruppi cristiani devono darsi da fare per costruire il futuro, perché le sfide della vita vanno affrontate con coraggio, piuttosto che vigliaccheria. Essi devono compiere passi decisivi per mettere pressione alle autorità competenti, in patria e all'estero, perché assicurino condizioni di vita - libere e sicure - per loro, nella loro terra d'Iraq.
Ecco qui, di seguito, alcuni suggerimenti concreti che, spero, il nostro popolo, ovunque si trovi, possa sforzarsi di mettere in pratica e farli diventare realtà: 
- Dar vita a una organizzazioni cristiana competente, sia di carattere politico che indipendente, con un personale qualificato che intraprenda sessioni permanenti di analisi e studio della situazione e che sia in grado di avanzare soluzioni e modellare piani per fronteggiare le crescenti conseguenze tanto della presente crisi, quanto degli imprevisti!
- Creare un Team di gestione della crisi (Cmt) per preparare un rapporto accurato sulle famiglie di sfollati, al fine di chiedere risarcimenti adeguati al governo per i danni e la perdita di proprietà, e per aiutare casi specifici con soluzioni e proposte.  
- Organizzare una Commissione educativa per tenere traccia dello status accademico e dei numeri degli studenti universitari fra gli sfollati; al contempo chiedere al governo del Kurdistan di ospitarli nelle proprie scuole e università, per evitare che possano perdere il loro futuro scolastico. Anche in considerazione del fatto che il numero è considerevolmente basso. 
- Chiedere alle Nazioni Unite e ad altri Paesi finanziatori un aiuto per costruire complessi residenziali, decenti e appropriati, per quanti non vogliano tornare nei loro villaggi di origine, in sostituzione alle attuali tende che finiscono per essere inadeguate. 
- Lanciare un appello al Consiglio di sicurezza Onu perché dia vita a una forza di pace in seno alle Nazioni Unite, che collabori con le Forze di sicurezza irakene e i Peshmerga curdi per la liberazione della piana di Ninive e garantire un margine di sicurezza adeguato per un ritorno degli sfollati nei loro villaggi nativi, dove hanno vissuto per migliaia di anni. 
- Stabilire una forza di polizia locale, formata dalle diverse anime che abitano la piana di Ninive, per proteggere i villaggi, come peraltro previsto nel nuovo progetto di legge presentato al nuovo governo, che garantisca di nuovo interazione sociale fra cristiani e i loro concittadini. 
- Chiedere al Consiglio Onu per i diritti umani di indagare sulle violazioni ai diritti umani commesse in Iraq, dando vita a una speciale commissione di inchiesta sulle atrocità e i crimini commessi dal cosiddetto "Stato islamico". E consegnare alla giustizia quanti si sono macchiati di questi "crimini contro l'umanità". 
- Non dobbiamo smettere di far sentire la nostra voce contro gli estremisti e lavorare per creare una nuova mentalità basata sulla convivenza in pace e armonia fra sciiti, sunniti, arabi, turcomanni, curdi, turcmeni, cristiani, yazidi. Dunque anche noi dobbiamo agire con un'offensiva sul piano ideologico nei confronti del mondo islamico, per fermare la patina di legittimità religiosa [dell'estremismo], il sostegno finanziario e l'invio di militanti. Ci rivolgiamo al governo centrale irakeno e al governo regionale del Kurdistan perché sappiano diffondere una cultura dell'apertura, della diversità, della pluralità e dell'uguaglianza, in opposizione a una cultura dell'estremismo, dell'eliminazione, emarginazione e dell'arretratezza sociale, unite a una consapevolezza personale e collettiva dei suoi limiti. Questo obiettivo può essere raggiunto prima di tutto cambiando il curriculum scolastico e universitario. Solo l'istruzione può dare il via a questa trasformazione e costruire una società dove regni l'uguaglianza fra cittadini. Per garantire una migliore convivenza è necessario creare una società civile che rispetti ciascuna religione e che non politicizzi le religioni per tornaconto personale. 

RADIOVATICANA: Patriarca Sako: il genocidio dell'Is è una minaccia per tutti

FIDES: Il Patriarca caldeo: per liberare la provincia di Ninive serve un'operazione di peace-keeping e l'arruolamento di cristiani nelle forze di polizia

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