venerdì, settembre 05, 2014

 

Inediti. Il discorso bomba del rappresentante vaticano all’ONU

Sandro Magister

Mentre prosegue la fatua discussione su cosa intendesse papa Francesco quando ha detto che “è lecito fermare l’aggressore ingiusto. Sottolineo il verbo: fermare. Non dico bombardare, fare la guerra, ma fermarlo. I mezzi con i quali si possono fermare dovranno essere valutati”, la diplomazia pontificia lavora sotto traccia parlando più che mai chiaro.
Sotto traccia perché nessun organo di informazione vaticano ha divulgato il testo integrale dell’intervento tenuto da monsignor Silvano Maria Tomasi, osservatore permanente della Santa Sede presso l’ufficio delle Nazioni Unite a Ginevra, alla sessione d’inizio settembre della Commissione per i diritti umani.
Il consesso al quale Tomasi si è rivolto è molto variegato. Comprende rappresentanti di 47 Stati, tra i quali Italia e Stati Uniti, Argentina e Brasile, Russia e Cina, Nigeria e Sudan, Arabia Saudita e Qatar. Ne è presidente un diplomatico del Gabon, Baudelaire Ndong Elia. Alla sessione è intervenuto anche il vice alto commissario per i diritti umani dell’ONU, l’italiana Flavia Pansieri. Al termine dei lavori la Commissione ha adottato (senza votarla) una risoluzione per l’invio in Iraq di una missione per l’accertamento dei crimini.
Ma ecco qui di seguito il testo integrale dell’intervento di Tomasi, tradotto dall’originale inglese.
Un intervento tanto chiaro e duro nei contenuti – per chi volesse finalmente capire qual è la linea vaticana su questa materia incandescente – quanto inspiegabilmente tenuto in ombra.

“PROTEZIONE SENZA EFFICACIA NON È PROTEZIONE”
Signor Presidente,
1. In diverse regioni del mondo ci sono centri di violenza – l’Iraq settentrionale in particolare – che impongono alle comunità locali e internazionali di rinnovare gli sforzi nella ricerca della pace. Anche prima delle considerazioni di diritto internazionale umanitario e del diritto bellico, e a prescindere delle circostanze, uno dei requisiti indispensabili è il rispetto per la dignità inviolabile della persona umana, che è il fondamento di tutti i diritti umani. Il tragico fallimento della difesa di questi diritti fondamentali è evidente in quell’autoproclamata entità distruttiva che è il cosiddetto “Stato islamico” (ISIS). Le persone sono decapitate se resistono per la loro fede; le donne sono violate senza pietà e vendute come schiave sul mercato; i bambini sono forzati a combattere; i prigionieri vengono macellati contro tutte le disposizioni giuridiche.
2. La responsabilità della protezione internazionale, in particolare quando un governo non è in grado di garantire la sicurezza delle vittime, sicuramente si applica in questo caso, e bisogna fare passi concreti con urgenza e decisione per fermare l’aggressore ingiusto, per ristabilire una pace giusta e per proteggere tutti i gruppi vulnerabili della società. Adeguate misure devono essere adottate per raggiungere questi obiettivi.
3. Tutti gli attori regionali e internazionali devono condannare esplicitamente il comportamento brutale, barbaro e incivile dei gruppi criminali che combattono in Siria orientale e in Iraq settentrionale.
4. La responsabilità della protezione deve essere assunta in buona fede, nel quadro del diritto internazionale e del diritto umanitario. La società civile in generale, e in particolare le comunità religiose ed etniche, non dovrebbero diventare strumento di giochi geopolitici regionali e internazionali. Né dovrebbero essere viste come un “oggetto ininfluente” a causa della loro identità religiosa o perché altri attori le considerano una “quantità trascurabile”. Protezione senza efficacia non è protezione.
5. Le agenzie “ad hoc” delle Nazioni Unite, in collaborazione con le autorità locali, devono fornire adeguato aiuto umanitario, cibo, acqua, medicine e riparo a coloro che sono in fuga dalla violenza. Questo aiuto, però, dovrebbe essere una assistenza temporanea di emergenza. I cristiani cacciati a forza, gli yazidi e altri gruppi hanno il diritto di tornare alle loro case, ricevere assistenza per la ricostruzione delle loro case e dei loro luoghi di culto, e di vivere in sicurezza.
6. Il blocco del traffico di armi e del mercato petrolifero clandestino, così come di qualsiasi sostegno politico indiretto, del cosiddetto “Stato islamico”, contribuirà a porre fine alla violenza.
7. Gli autori di questi crimini contro l’umanità devono essere perseguiti con determinazione. Non deve essere loro consentito di agire con impunità, altrimenti esiste il rischio della ripetizione delle atrocità che sono state commesse dal cosiddetto “Stato islamico”.
Signor Presidente,
8. Come papa Francesco ha sottolineato nella sua lettera al segretario generale Ban Ki-moon, “gli attacchi violenti… non possono non risvegliare le coscienze di tutti gli uomini e le donne di buona volontà ad azioni concrete di solidarietà, per proteggere quanti sono colpiti o minacciati dalla violenza e per assicurare l’assistenza necessaria e urgente alle tante persone sfollate, come anche il loro ritorno sicuro alle loro città e alle loro case”. Ciò che succede oggi in Iraq è successo nel passato e potrebbe succedere domani in altri luoghi. L’esperienza ci insegna che una risposta insufficiente, o peggio ancora, l’inazione totale, si traduce spesso in un ulteriore aumento della violenza. Un fallimento della protezione di tutti i cittadini iracheni, lasciandoli diventare vittime innocenti di questi criminali in un clima di parole vuote, equivalente a un silenzio globale, avrà conseguenze tragiche per l’Iraq, per i paesi vicini e per il resto del mondo. Sarà anche un duro colpo per la credibilità di quei gruppi e individui che si sforzano di sostenere i diritti umani e il diritto umanitario. In particolare, i leader delle diverse religioni hanno una responsabilità particolare per chiarire che nessuna religione può giustificare questi crimini moralmente riprovevoli e crudeli e barbari, e per ricordare a tutti che in quanto unica famiglia umana siamo custodi dei nostri fratelli.

A rincarare la dose, in apertura dell’ultimo numero de “La Civiltà Cattolica” – la rivista dei gesuiti di Roma pubblicata con l’imprimatur riga per riga delle autorità vaticane – in un editoriale dal titolo “Fermare la tragedia umanitaria in Iraq” è anche scritto apertis verbis che la guerra scatenata dal Califfato islamico dell’Iraq e della Siria “è una guerra di religione”, perché “strumentalizza il potere alla religione e non viceversa” e “persegue obiettivi religiosi usando ‘in modo apocalittico’ gli strumenti della politica, dell’economia e della forze armate”.

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