mercoledì, maggio 14, 2014

 

Arcivescovo di Mosul: L’Occidente ha dimenticato il dramma dell’Iraq


"Siamo sicuri che la Chiesa di tutto il mondo prega per l'Iraq", ma l'Occidente e i suoi governi sembrano aver "dimenticato" il dramma che vive la sua popolazione; come se ormai "fosse normale sentire tutti i giorni di morti, attentati, violenze". Così mons. Emil Shimoun Nona, arcivescovo caldeo di Mosul, nel nord dell'Iraq, descrive ad AsiaNews il clima di un Paese e di una città in particolare, teatro di continui episodi di sangue, mentre la comunità cristiana si fa sempre più esigua. "Non se ne parla più - continua il prelato - ma noi speriamo che si torni l'attenzione [sul dramma irakeno], che sentano il nostro bisogno di pace e serenità: questo, più di tutto, è ciò che vogliamo". In passato proprio la diocesi di Mosul ha pianto la morte violenta anche dei propri pastori, fra cui il precedente vescovo mons. Faraj Rahho (nel contesto di un sequestro) e di p. Ragheed Ganni.
Mosul è una roccaforte del fondamentalismo sunnita wahabita, che ha intrecciato stretti legami con l'Arabia Saudita. Nei giorni scorsi un gruppo di miliziani ha sferrato un attacco a una postazione militare del villaggio di Ayn al-Jahish, poco distante da Mosul, roccaforte islamista nel nord dell'Iraq, uccidendo più di 20 soldati.  Episodi simili erano avvenuti anche nel recente passato e avevano come obiettivo sempre reparti speciali o forze della sicurezza irakena. I militari erano a guardia di un oleodotto petrolifero, utilizzato per convogliare il greggio verso i mercati internazionali.
Assalti contro gli oleodotti sono una prassi comune nella zona di Mosul, circa 360 km a nord-ovest di Baghdad, perpetrati da gruppi legati ad al Qaeda e al jihadismo che seminano da anni morte e distruzione in tutta la nazione. Il tutto a spese delle minoranze, che non hanno alle spalle un sistema di potere o un movimento politico in grado di tutelarne gli interessi.
Mons. Nona riferisce che "la situazione non è cambiata di molto negli ultimi mesi, le elezioni non hanno rappresentato un grande passaggio", perché gli attentati "si ripetono quasi ogni giorno, così come le uccisioni". Talvolta le autorità applicano "il coprifuoco in città, l'esercito blocca le strade ed è difficile spostarsi da un punto all'altro" di Mosul e questo rende "ancor più difficile la vita della gente comune".  
"Siamo quasi sempre in situazioni di emergenza - racconta l'arcivescovo - ma le persone sembrano quasi essersi abituate alle difficoltà della vita quotidiana". In particolare, aggiunge, la "nostra piccola comunità cristiana sta vivendo come gli altri, con queste difficoltà che aumentano ogni giorno di più". È dal 2003, sottolinea il prelato, "che aspettiamo un miglioramento, ma non si vede una luce in fondo al tunnel" e i problemi restano immutati. L'auspicio è che "con le elezioni politiche possa cambiare qualcosa" e che dalle urne emerga un "governo forte, unito, in grado di affrontare e risolvere i problemi legati alla sicurezza, la mancanza di servizi al cittadino", le infrastrutture di base e la crisi occupazionale. 
"La nostra comunità cristiana di Mosul - spiega mons. Nona - spera e prega che la società irakena possa maturare, sia in grado di accettare persone diverse, perché il dramma della convivenza e dell'accettazione dell'altro si fanno sempre più urgenti e difficili". Questo è il risultato, commenta, della mancanza di sicurezza, mentre il nostro obiettivo è la costruzione di una realtà sociale "che sia più aperta e moderata".
La risposta dei cristiani, continua l'arcivescovo, in molti casi continua a essere la fuga, in particolare "nelle grandi città, e la Chiesa non può fare molto". I leader cristiani si adoperano per risolvere alcuni elementi di difficoltà, spiega, ma è compito del governo irakeno risolvere le questioni più grandi e sciogliere i nodi irrisolti. "Per noi cristiani è importante essere presenti all'interno dello Stato, delle istituzioni, ma il numero dei fedeli - conclude mons. Nona - si fa sempre più esiguo; il pericolo maggiore è costituito dal fatto che quanti lasciano sono, nella maggior parte dei casi, persone istruite e benestanti, mentre restano i poveri, i più deboli, quelli che non hanno la possibilità di scappare".

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